mercoledì 21 febbraio 2024

How to have sex: la nostra recensione del film di esordio di Molly Manning Walker, vincitore a Cannes con il premio Un certain regard

Malia, da qualche parte in Grecia, diventa a volte un piccolo mondo di discoteche e giovani a caccia di divertimento, tra uno spring breaker e una pausa post esami d’ammissione. 

Il posto ideale per passare dall'adolescenza all’età adulta sperimentando “un po’ di tutto e tutto insieme”, compresi rapporti interpersonali molto ravvicinati. 

A Malia arrivano in volo dall’Inghilterra tre inglesine graziose, con un carico infinito di bikini fluo e micro abitini da sera verde pisello fosforescenti. Ci arrivano giurando che a ogni domanda delle “autorità” risponderanno che hanno almeno 18 anni, per non precludersi quanto più alcol e svago possibile.

Tara (Mia McKenna-Bruce), che al collo porta una collanina con scritto “Angel”, è una biondina gioiosa, carina e un po‘ timida, ancora vergine, ma intenzionatissima a rimanerlo ancora per poco. I giorni delle vacanze a Malia sono pochi ma è convinta di trovare in loco, per la “pratica”, anche il grande amore: qualcuno di gentile, sensibile, interessante e magari ancora un po’ bambino come lei. Ha già individuato allo scopo, direttamente, davanti al balcone dell’hotel in cui alloggia con le amiche, Badger (Samuel Bottomley): un ragazzetto biondo finto, tatuato sulle braccia con disegni simili ad ali di angelo e delle finte labbra tatuale sul collo. 

Tara è in cerca di amore e leggerezza soprattuto perché ha paura che gli esami non siano andati bene e che quella potrebbe essere l’ultima volta che sta insieme con Skye e Taz, le sue amiche di sempre, prima che loro partano per il college e lei magari finisca per fare la cameriera in un bar. 

Skye (Lara Peake) è anche lei biondina, anche se più disincantata e dedita allo studio. Ha al collo una collanina con al centro la lettera “S”, è in cerca di festa e divertimento e si accontenterebbe di una compagnia casuale: va bene un rasta a caso oppure il muscoloso ma poco elegante Paddy (Samuel Bottomley) e la sua fallica Palma con noci di cocco tatuala sopra il capezzolo. Al di fuori di questa, che considera una parentesi giocosa della sua vita, è molto protettiva e quasi materna nei confronti delle sue amiche.

Em (Enva Lewis), qualche volta chiamata “Taz”, è una morettina dai capelli rasta in cerca di una compagna divertente e spigliata come lei. Incontra presto la muscolosa Paige (Laura Ambler) e si fa una storia tutta sua con lei h24.

Dormire di mattina a bordo piscina in costume o direttamente sull’acqua, con per materasso un galleggiante a forma di ciambella rosa. 

Partecipare a giochi di gruppo con tanto di presentatori simpatici e “birbanti” e cori da stadio. Giochi di gruppo che riguardano sempre lo scolare lattine di birra da zone corporee equivoche di un’altra persona mezza o del tutto nuda. 

Divertimento esagerato intervallato da piccole pause per smaltire. 

Una mezz’ora sul campo di calcetto con in corpo più birra che sangue. 

La sera il locale “Crusher”, con le sue luci psichedeliche blu profondo o rosa big bubble, dove scatenarsi saltando senza coordinazione al ritmo di qualcosa di indefinito e sempre uguale, debitamente alternato con shottini di grappe superalcoliche. 

Tra uno sballo e un incontro più o meno romantico, compare spesso alle tre inglesine “l’amico vomito” e i giramenti di testa. Momenti che le portano a buttarsi a terra anche sulla strada principale di Malia, circondate da decine di altre ragazze e ragazzi a terra, sballati e vomitati ancora con la birra in una mano, magari alla quale attingere di nuovo nel post-vomito. 

Poi tutto ricomincia il giorno dopo, nella gioia di un post-sbornia da giorno della marmotta. Si provano o scambiano nuovi vestitini aderenti, ci si prepara al nuovo giro di birre e calcetto e ci si ri-lancia, più convinzione, nella loro personale grande sfida al mondo”: affrontare la prova massima verso l’età adulta. Fare davvero sesso. 

Ma come sarà, per la troppo fragile Tara, la prima esperienza con un ragazzo? 

Nella sera che seguirà, Tara scoprirà che il romanticismo forse non esiste. Poi la sua mente, quasi pietosamente, cercherà di dimenticare i fatti relativi al suo primo rapporto: come se quello che avrà appena vissuto non fosse amore, ma qualcosa di più vicino a uno stress post traumatico.


Psichedelico, pruriginoso, molto disincantato e simile a mille situazioni da “festa devastata del liceo” che sono patrimonio genetico, spesso purtroppo indelebile, quasi per l’intera umanità,  

Il film di esordio scritto e diretto della brava e forse un po’ “cinica” Molly Manning Walker guarda, quasi fisso negli occhi, spesso con il trasporto di un entomologo, il piccolo mondo di caos e sballo facile che coglie alla sorpresa i giovani. Lo guarda come chi come tutti ci è già passata, ma anche con quell’ironia per l’eccesso di un Todd Philipps (Project X - una festa esagerata più che The Hangover), con quel senso di noia forzata di Sofia Coppola (più Spring Breakers che Il giardino delle vergini Suicide), quei colori “sparati e blastati” da vita spericolata un po’ retrò, che amano ripercorrere visivamente Joe Begos (l’horror Bliss) e il “nostro” Giacomo Abruzzese (Disco Boy). 

Ogni tanto How to have sex strizza pure l’occhio ai sarcastici reality trash, quelli pieni di vitelloni nudi alla continua cerca di dove infilare il loro arnese nei modi più o meno arditi e scomodi, da Jersey Shore a Ex on the Beach. L’ironia è tragicamente qui più negli occhi dello spettatore che in protagonisti che sembrano agire come marionette pilotate dai propri ormoni.

Ma Molly Manning Walker non si perde mai in tutto questo disagio sociale, colori sparati, ostentazioni muscolari e creme solari, momenti vomitarelli e fiumi di birra correlata o meshata. 

Dietro tutto, all’ombra di questo sabbatico rito di passaggio all’età adulta ripreso nella sua essenza pneumatica, c’è qualcosa di più grande. Qualcosa che si annida dietro agli sguardi tristi delle protagoniste, quasi costrette a un gioco che più che voler fare “devono fare”. Anche a testa bassa, anche con la sabbia che prude e va ovunque dopo un abbraccio forzato sulla spiaggia, anche con un vomito più spesso del necessario condiviso con chi sta intorno. 


È come accettare di introiettarsi a forza, in endovena, la natura animale dell’uomo in tutta la sua spietata logica biochimica, dopo una fanciullezza piena di angeli, sogni di grandi amori e carte Pokémon che sembrano ormai sogni impossibili da bambini. 

È come ritenere possibile diventare grandi in tre giorni bevendo l’equivalente di tre anni di un avventore del bar medio, con tutti gli scompensi cerebrali che a questo consegue, ritenendo che sia quello il “modo giusto” per accorciare i tempi. 

È come voler scoprire la parte più basica e triste del sesso, quella in cui una persona diventa il “buco di piacere” di uno sconosciuto, saltando l’affetto, le carezze e un “amore da cioccolatini” che nel mondo adulto, in questo mondo adulto di oggi, è evidente che non possa esistere.

Nell’antichità il passaggio dall’essere bambino ad adulto avveniva con una prova di forza e di coraggio nella foresta, per diventare cacciatori e difendere il villaggio. Oggi diventare adulti sembra accompagnarsi alla voglia di detonare quelle due o tre certezze sul futuro, preparandosi a un mondo da “futuri falliti”, senza amore ma solo sesso occasionale e magari attaccandosi quanto prima a una bottiglia.

Questa è la visione che sembra proporre la regista Molly Manning Walker,  che guarda questa innocenza infranta e ce la trasmette in tutta la sua asprezza e brutalità. 

Svela il grande inganno sulle “feste pazzesche” facendoci camminare a fianco delle protagoniste nelle mattine che seguono alle “feste dei giovani”, dove la città è vuota come in uno zombie movie, ma dove ovunque ci sono cumuli di lattine e pozze di vomito. 

Ci mostra, quasi come un esperimento sociologico, i più assidui “piccoli  arrapatelli” che una volta “spento” il momento di sperimentazione del loro nuovo muscolo, gestito in modi mai troppo eleganti o gentili, si rannicchiano a letto in posizione fetale come i bambini piccoli. 

Ci mostra il rimpianto di qualcuno di essersi “buttati via”, unito alla umana solidarietà di chi c’è già passato e che quindi può tendere una mano di conforto a chi piange: forse l’unica vera manifestazione di affetto reale di tutta una “vacanza” che pare un gioioso incidente stradale. 

Molly Manning Walker dimostra di avere talento e tatto. Un occhio quasi da documentarista distaccato viene smorzato da tanti piccoli dettagli sui volti e  sulle mani, alla ricerca di un linguaggio non-verbale ricco più di mille parole. 

Molto brave tutte le giovani attrici e gli attori nell’interpretare al meglio i confusi adulti-bambini della storia.

Interessante il lavoro sulla fotografia e la colonna sonora, finalizzato a offrire un senso di ciclicità e continua ripetizione di atti e liturgie, pur dilatata di tempi e ritmi emotivi: non sarà certo Ozu ma funziona nella descrizione nitida di quello che la regista intende come  “banalità del divertimento”.

La scenografia passa da locali rosa confetto e piscine da cartolina a scenari post-festa quasi da 28 giorni dopo di Danny Boyle, in un contrasto che riesce comunque a essere credibile.

Un film divertente per i colori e gli eccessi ma anche amaro, cinico nel descrivere il “viaggio all’età adulta”, ma anche romantico nel raccontare l’amicizia tra donne, gentile quanto crudele nel rappresentare l’adolescenza nel suo quasi autodistruttivo atto finale. 

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martedì 20 febbraio 2024

Finalmente l’alba: la nostra recensione del film di Saverio Costanzo sui “sogni e bisogni” di una Cinecittà del passato tra mito e realtà, tra Babylon e Eyes wide Shut

Roma, più o meno ai tempi gloriosi della “dolcevita”. 

La signora Elvira (Carmen Pommella) porta le figlie Mimosa (Rebecca Antonacci) e Iris (Sofia Panizzi) a vedere al cinema “Sacrifcio”, un film sul secondo conflitto mondiale ambientato nella capitale. Un soldato americano, interpretato dall’attore inglese Sean (Joe Keery), salva la vita a una ragazzina mentre la città viene liberata dal nazi-fascismo e gli ultimi atti di violenza e sopruso sono ancora in corso. La madre della piccola, interpretata dalla diva  Alida Valli (Alba Rohrwacher) non è riuscita a fuggire alla mattanza, ma la paura è finta. Sullo schermo, nella scena finale, piazza di Spagna è quasi “magica”, del tutto diversa da quella reale, che si trova non molto distante dal cinema dove si tiene la proiezione. 

È sospesa nel bianco e nero, deserta “nell’alba” alle prime luci del giorno, quasi intima nell’incorniciare l’incontro di due sguardi, la ragazzina e il soldato, riuniti in una unica carezza. 

Il soldato si dilegua, titoli di coda. 

In platea sono tutti a piangere ma anche a ricordare che “una volta i film erano più belli”. 

Iris è ancora incantata e sogna di avvicinarsi a questo mondo fatato, quando quasi per caso è invitata da un ragazzo molto convincente ed “esperto” a partecipare a un casting, che si tiene il giorno dopo. 

Cercano comparse per un film americano di stampo epico, quei “peplum” che a Roma chiamavano anche “sandaloni”, con protagonista una grande diva come Josephine Esperanto (Lily James) nel ruolo di uno spietato quanto storicamente oscuro faraone donna. E poi nel cast c’è alche Sean, il bellissimo Sean di Sacrificio. 

Iris sogna in grande e prepara il vestito più bello e il trucco: anche se mamma e papà non sono decisamene d’accordo sui primi momenti, infine cedono a tanta passione. Mimosa neanche ci pensa, è ancora più difficile per lei sognare Cinecittà perché già fidanzata in casa, con un buon partito, magari un po’ impacciato e bruttino ma che di sicuro la porterà all’altare senza problemi, per poi farne un'ottima donna di casa. 

Arriva il giorno delle audizioni e per circostanze particolari partecipano al casting sia Iris che Mimosa, mentre la madre aspetta fuori dalle porte. 

Le ragazze sono in coda, hanno un numero, poi arriva il loro turno. 

Davanti a una specie di piccolo plotone di esecuzione, distaccato quando intento a scrutare corpi e volti al microscopio con dei fari, le due ragazze sono chiamate, in momenti diversi, a spogliarsi dei loro vestiti. In pubblico, per la prima volta nella loro vita. 

Gli egiziani erano nudi, non lo sapevate? Le ragazze non sapevano di questa richiesta, anche perché chi le ha portate lì è in fondo un tipo “improvvisato”, un amico di un amico che non aveva idea dei dettagli del provino. 

Iris si spoglia e va avanti nel casting, al trucco e verso una scena di massa. 

Mimosa non ci riesce, viene chiamata ad allontanarsi ma incrocia nei corridoi Josephine, la grande diva di Hollywood, la “faraona”. Il loro sguardo si incontra per un istante, come quello di Sean e della piccola protagonista di Sacrificio. Josephine ha indosso un elmo dorato e un trucco pesante che ne copre ogni espressione, Mimosa brilla nella sua timidezza e spontanea tristezza per il brutto momento di umiliazione appena patito. 

La diva è colpita. 

Mentre Mimosa vaga ancora verso la porta di uscita, cercando di capire che fine abbia fatto sua sorella o dove le aspetti sua madre, qualcuno richiama la ragazza appena scartata ma ora improvvisamente ripescata per volere di Hollywood. 

Subito in sala trucco, perché la star la vuole al suo fianco nel ruolo di ancella, in primo piano e ben lontana dalla folla oceanica delle comparse mezze nude tra cui c’è Iris. 


Siamo ancora a Roma ma di nuovo non è più Roma.

Cinecittà tra scenografie sontuose, abiti e trucco, centinaia di comparse, luci e sabbia si trasforma in un istante nell’antico Egitto. 

Sean è un principe di un paese straniero che sceglie alla adulazione della sovrana l’amore della giovane principessa, interpretata dalla stella nascente di Hollywood Nan Roth (Rachel Sennott), ponendola al di sopra del suo esercito e dei suoi uomini. La regina egizia, tradita e abbandonata, interpretata da Josephine, lo annichilisce uccidendo gli uomini del principe davanti ai suoi occhi, con un ordine che ha il sapore della vendetta. 

La sua ancella, Mimosa, assiste alla scena e piange. Il trucco del suo viso incipriato di bianco si scioglie lasciando il posto alle lacrime. Josephine la guarda e al contempo si commuove lei stessa. La scena è perfetta. Il momento è perfetto e unico.

Le riprese finiscono ma Josephine non vuole in alcun modo abbandonare Mimosa: vuole che sia ospite sua e di Sean per la sera, tra ristoranti e una festa molto esclusiva che si tiene in una villa in riva al mare. Una festa sontuosa è immensa, piena di ospiti come Alida Valli e cantanti di grido (Michele Bravi quasi in versione David Bowie). Per Mimosa è un'occasione imperdibile, ma quel luogo è stato di recente anche tristemente noto per misteriosi fatti di cronaca. In tutto quel caos Mimosa troverà però un amico, il galante e sensibile albergatore Rufo Priori (Willem Dafoe).


Saverio Costanzo scrive e dirige un film frenetico e drammatico, sfarzoso quanto inquietante, che ci pone all’interno di una “dolcevita felliniana” gargantuesca e luccicante ma piena di pericoli e insidie, dove la natura umana dei personaggi è più volte svilita e schiacciata, dalle passioni e dalle pulsioni che si rincorrono lungo una notte infinita di eccessi e traumi, dove le logiche di potere e sopraffazione valgono più dei sentimenti. 

Quasi un film horror, dove la fragilità del personaggio meraviglioso interpretato dalla brava Rebecca Antonacci viene costantemente posto a contatto e in sfida ad autentiche “tigri di celluloide”, donne aride e crudeli (quanto intimamente parimenti fragili) disposte a tutto pur di entrare o emergere come figure dominanti, di un piccolo dorato mondo dello spettacolo che invece Mimosa attraversa con una classe e naturalezza quasi aliene, incantando pubblico e critici con la sua espressività. 

Un po’ come il neo realismo che gli americani ci hanno sempre invidiato. 


Mimosa come Cappuccetto Rosso finisce presto vittima di un ambiente sadico quanto pregno di rituali relazionali quasi “pagani”, da setta elegante alla Eyes wide shut, immergendosi in un labirinto emotivo carico e caotico in egual misura di lusinghe e trappole mortali dal quale non potrà salvarsi, se non perdendo un po’ della sua ingenuità, tirando fuori anche lei gli artigli. Molto brava Lily James nel vestire i panni di una diva complessa quanto crudele nella costante paura che i riflettori su di lei possano spegnersi da un momento all’altro, perennemente in cerca di vittime sacrificali per allentare la sensazione di essere lei stessa vittima del sistema in cui abita. Molto bravo Joe Keery nel rivestire i panni di un uomo che malinconicamente ha scelto di abbandonare i suoi sogni e i suoi freni inibitori non riuscendo a essere l’uomo perfetto che avrebbe voluto essere, abituandosi a rivestire il ruolo di estetico ma un po’ vuoto “figurante” anche fuori dalla scena. 

Straordinario Willem Dafoe e il suo amico-tuttofare-altolocato, che riesce a guardare la bellezza del mondo del cinema perdonando gli eccessi e drammi interiori al suo interno, guardando paternamente bonario e misericordioso i piccoli attori disperati che lo abitano, ricordando loro che nonostante tutto, per moltissime persone, loro “sono stelle”. 

Cinecittà e il “mondo che la contiene” è maestosa  nelle ricche scenografie di Laura Pozzaglio, nei centinaia di costumi di Antonella Cannarozzi. Il piccolo mondo riverbera dei colori brillanti della fotografia di Sayombhu Mukdeeprom (apprezzato anche per Suspiria di Guadagnino), che più volte reinventa Roma tra la finzione del cinema e il “reale“, facendo dialogare le due grandi facce della stessa capitale in scenari iconici come piazza di Spagna. 

Le musiche di Massimo Martellotta giocano tra la modernità e il classico, conferendo un senso avvolgente di glorioso disincantato che cita e reinterpreta un passato glam anche grazie alla sfiziosa voce di Michele Bravi .

Il film corre veloce, il montaggio di Francesca Calvelli prima ci inebria in modo estatico del grande pathos febbricitante del set intorno al film peplum, poi ci trascina in un labirintico mondo notturno noir, poi sa tornare alla lentezza e alla contemplazione degli “attori senza le maschere” nell’ultima parte, malinconica quanto “liberatoria”. 

Grande cinema, da apprezzare al meglio in una grande sala. Un cinema non conciliante ma concitato, gustosamente sarcastico ma che non perde occasione per trasportarci con le sue inquadrature ricche e avvolgenti dentro Il romano sogno di celluloide che da sempre affascina la nostra settima arte. Per chi ama il cinema, ma anche per chi non lo ama troppo. 

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lunedì 19 febbraio 2024

Smoke sauna (Sisterhood): la nostra recensione del documentario estone, scritto e diretto da Anna Hints, che ci mette a contatto e “a nudo” con le emozioni, la spiritualità e i sogni, di un gruppo di giovani donne, avvolte nel buio e nel calore di un luogo “segreto” quanto intimo

 


Estonia dei giorni nostri. 

Isolata tra boschi innevata pieni di erbe balsamiche, a pochi passi da un laghetto incontaminato e circondata da un freddo invernale che trapassa le ossa, si trova in una casetta isolata una piccola sauna. 

Ad alimentarla con legna, occuparsi della giusta temperatura alambiccandosi con secchi d’acqua e pietre, nonché provvedere in un locale attiguo apposito alla affumicatura di alcuni prosciutti, ci sono alcune delle donne che lì si sentono “più a casa”. 

A nudo e in equilibrio con il mondo, senza peli sulla lingua e filtri per il rispettivo status sociale, questo piccolo gruppetto tutto al femminile si racconta a una particolare intervistatrice, l’attrice Kadi Kivilo, di fatto l’unica figura femminile il cui volto vedremo “per intero” in questo viaggio. Coperte dal buio e dai fumi, le donne a bassa voce si confessano e confrontano, ridono e piangono. Lasciano che il vapore e il sudore le purifichino, permettendo loro di essere più leggere per tuffarsi poi nell’acqua fredda, percorrendo nude con i calzini il piccolo campo che le separa dal laghetto dove torneranno a contatto con una natura-madre. 

Come rinascere.

Ma prima di rinascere c’è la penombra, dalla fotografia quasi “caravaggesca” offerta dalla fioca fiamma che illumina l’interno della sauna. Una piccola luce attraverso la quale ognuna di loro può raccontare la propria storia. 

Storie di corpi considerati brutti fin da bambine. 

Corpi deflorati da uomini crudeli per passatempo spezzando sogni d’amore.

Corpi che hanno conosciuto più volte la gravidanza e come veloce conseguenza “accettabile” l’aborto.

Corpi che hanno scelto una sessualità diversa e per questa temendo ripercussioni, sperando che qualcuno le ritenesse “importanti” anche solo per la prima volta, di sicuro più che per la rispettiva madre. 

Il calore sale, arrivano i lamenti, la rabbia, le risate e poi tutto si uniforma e disperde, in canti che partono dal cuore e arrivano alla bocca in modo sciamanico, mentre tutte loro iniziano a usare il proprio ventre come un tamburo, mentre i piedi tengono il tempo, ritmando l’aria sul pavimento in legno, in una jam session dell’anima.

Ci sono tra loro, ancora nella pancia o appoggiare placidamente ai semi, delle piccole vite. Creature che da poco hanno aperto i loro occhi azzurri al mondo. 

Un futuro che sperano tutte “più felice”, da festeggiare e celebrare in armonia con la natura, l’acqua e il fuoco.


Smoke Sauna è stato il documentario Estonia rimasto fuori dai giochi degli Academy Awards per poco, ed è un peccato, perché da molto è definito il miglior film estone 2023. 

La pellicola di Anna Hints ci porta in un viaggio unico, quasi straniante ma anche universale. Un viaggio ovattato e fumoso, caldo e in penombra, che somiglia a un sogno ultraterreno del limbo, quasi il ritorno nell’utero materno, un ritorno alla natura e all’origine. 

Un viaggio che è grande cinema, potremmo dire quasi “verista”, ma che al contempo non assomiglia quasi a nessuna esperienza cinematografica che si può “esplorare”, trasportandoci di continuo dalla fredda cronaca del documentario ai canti e cori del teatro greco, fino a momenti quasi psichedelici, magici come sciamanici, 

Solo una donna si vede in volto, la brava Kadi Kivilo che fa da transfert emotivo a tutti i corpi in penombra, dispensando sorrisi e comprensione in modo quasi materno. Unica nostra guida in un mondo caldo e buio, simile a un enorme ventre materno, ma nel quale è possibile perdersi tra le mille storie, senza provare mai la sensazione che serva “qualcosa di più” alla perfetta sintesi visiva e sonora qui rappresentata. 

Erbe balsamiche per purificare da “tintinnare sui corpi” che raccontano nel buio le loro vite. Immersione a zero gradi in una meravigliosa realtà incontaminata ai confini del mondo, per “morire e poi subito rinascere” avendo dimenticato e messo da parte ogni sofferenza. 

Sporadici momenti in cui una fisarmonica si alterna ai canti sciamanici. 

E questo basta. Zero uomini, esclusi dalla “sorellanza” che domina la scena senza rancore. 

Un film spirituale e unico, che Wanted porta in Italia con la consueta attenzione nei riguardi di un “cinema di confine” che può allargare sempre più gli orizzonti di chi vuole immergersi nella sala buia di un cinema. Per scoprire qualcosa di intimamente antico, quanto nella forma ancora nuovo. 

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martedì 13 febbraio 2024

La zona di interesse: la nostra recensione del glaciale ma straordinario film drammatico diretto da Jonathan Glazer

Vivere a pochi passi dal campo di concentramento di Auschwitz, come se oltre quel muro non ci fosse davvero nulla se non un impianto industriale: un luogo di ciminiere cupe e rumori invadenti di cui qualcuno deve occuparsi, pur lautamente pagato. 

Il “dirigente dell’impianto” è Rudolf Hoss (Christian Friedel), padre e marito esemplare, amante degli animali e delle gite in barca con tutta la famiglia. Un uomo affidabile e intelligente, stimato anche ai piani più alti, integerrimo e fedele alla causa.

La mattina esce per andare al lavoro in alta uniforme e a cavallo, come i principi delle favole, salutato dai suoi soldati festanti. 

La moglie, Hedwig Hoss (Sandra Huller), la autoproclamata “regina di Auschwitz”, è una sovrana impeccabile nel trucco e nei modi, esigente ma gentile con tutti i suoi servitori. Ama far rivestire ai sudditi/soldati il prato del loro “castello” con tutti i fiori più rari e profumati, seguiti e accuditi con il rigore e trasporto di una nuova Eden. 

Hedwig non può girare per il mondo dato il lavoro di grande responsabilità di Rudolf, i fiori e i figli, ma grazie ai molti beni che vengono incamerati nei suoi forzieri, dopo essere stati prelevati direttamente dalle case e valigie dei residenti del campo attiguo (che lei si immagina simili a maialini), Hedwig si sente coccolata e realizzata, pronta a dimostrare a sua madre che ha fatto molta più strada di lei nella vita. 

La residenza Hoss è un piccolo paradiso in Terra, tra prati rigogliosi fioriti, una piscina, un bosco attiguo con tanti animali, frutta e un corso d’acqua che pare uscito dalle favole. 

Certo ogni tanto qualcosa di “strano” emerge dallo sfondo, ma basta non badarci.

In fondo basta dimenticarsi delle urla angosciose che ogni giorno e a ogni ora salgono a un passo dal loro uscio. 

In fondo se il corso d’acqua si riempie ogni tanto di polveri bianche simili a ossa, per qualche sporadico e accidentale rilascio industriale, basta lavarsi bene. 

Ma l’idillio forse è destinato a finire: nuovi incarichi impellenti porterebbero a breve il sovrano altrove. La regina non è disposta a lasciare il castello ed è pronta a chiedere conto dello sgarbo al Furer. 

Rudolf un po’ cincischia nel farsi valere. 

Sarà la fine anche della coppia felice? 


La zona di interesse è un film tremendo, nel senso “bellissimo ma tremendo”. 

Va in scena la rappresentazione più diretta della “banalità del male” descritta dalla Arendt, una banalità che diventa “normalità” crudele anche per i famigliari del direttore SS di Auschwitz Hoss: bambini che collezionano denti d’oro estratti dai deportati come biglie, suocere che di notte al posto della luna osservano ammirate la luce rossa degli alti forni, mogli devote che non vogliono che il marito comandante, ottima “ape operaia”, venga trasferito e rinunci alla loro Villa con piscina, orto botanico e servitù; un benefit da lui “costruito” con il sudore e l’impegno da buon “dirigente aziendale”, dello stesso distretto industriale dove ancora oggi si trova la Siemmens, nonché le principali fabbriche di prestigio della “locomotiva economica” tedesca.  

In questa piccola villa si susseguono storie di quotidiana anormalità, di precisione meccanica, perfettamente ingegnerizzate nei ritmi e passioni dei piccoli e fintamente inconsapevole personaggio che le abitano. 

Un mondo perfetto pieno di cavalli, corsi d’acqua purissima nei quali fare gite in barca e feste assolate per tanti ospiti, all’ombra di un campo di sterminio che appare a questi “privilegiati” del tutto invisibile, omesso dallo scenario, benché allo spettatore visibilissimo ai margini della scena, come le quinte dietro al palcoscenico di un teatro. 

Una perfetta casetta americana prefabbricata e contornata da nuvolette finte disegnate stile Edward Mani di forbice, che nasconde male ben altro.

In sottofondo ci sono degli spari, urla. 

Di notte la scena cambia, siamo calati in uno scenario che ci viene presentato in bianco e nero, come ripreso da un visore ottico. La peculiare sfocatura di calore di questo filtro polarizzato ci fa immaginare di vedere non corpi, ma delle “animazioni” da libro illustrato: ci immergiamo di una favola diversa, dentro cui si muove tra piccoli cinghiali e scoiattoli, una ragazzina che ruba mele dal bosco, per nasconderle sotto terra e darle ai faticanti dei campi. 


Poesia nel buio di una favola gotica autentica, all’ombra del finto “mondo da favola” in cui credono per auto-induzione solo i carnefici, che scena dopo scena si disumanizzano sempre di più in un autistico e meccanico “coprire gli spazi”.  

Una musica angosciosa ci accompagna un po’ straniti in questo viaggio visivo ed emotivo bipolare, che si spinge più volte (cercando una via di fuga morale?) dentro i neri assoluti di una scena che si spegne di ogni colore e passione, catatonica, mantenendo per qualche secondo in sottofondo solo cori sinistri, rumori di docce e gas che vengono irrorati. 

Molto bravi tutti gli attori nel loro nascondere emozioni umane anche basilari, muovendosi come piccoli orchi biondi vestiti a festa a pochi passi dalla morte altrui. Anche ridendo di se stessi e della loro cattiveria. A volte chiudendo le tende per non affrontare direttamente la realtà, come istruiti rigorosamente e “regalmente” a farlo: dimenticare e andare avanti per continuare a baloccarsi nel loro mondo di cavalli, principi e ricchezze.

La fotografia è molto geometrica, gioca con spazi netti e fabbricati ad arte per rendere la scena simile a una scacchiera dove tutto è predeterminato in ogni mossa e reazione. 

Molto belle le scenografie che richiamano anch’esse le forme rigide e quasi neo/gotiche care all’espressionismo tedesco ma anche al cinema di Dario Argento.

Le vittime di Auschwitz, gli ebrei, sono sulla scena quasi invisibili, se non agli infrarossi o per le urla. O come “memoria” di oggetti depredati e riutilizzati senza rimpianti e troppi piagnistei, perché pur sempre “alta moda per ricchi”. Sono fantasmi in quanto neutralizzati per una sorta di sfocatura o “miopia” sviluppata a livello emotivo dall’animo dei loro carcerieri: un (non)uso simbolico “dell’altro”, del “diverso”, che richiama il lavoro di Nolan sul “nemico” di Dunkirk. 

Jonathan Glazer crea l’horror perfetto, che amaramente è anche un fatto reale della nostra Storia passata. 

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lunedì 12 febbraio 2024

Il mondo dietro di te: la nostra recensione del film “paranoico” scritto e diretto da Sam Esmail per Netflix, con protagonisti Ethan Hawke, Julia Roberts e Mahershala Ali

Un week end da sogno in una villa da sogno. Niente più e niente di meno, tutto pre-pagato e chiavi in mano, a nemmeno un’ora dalla città, avvolti dalla natura e abbracciati dal sole e dal mare. 

Tutto fila liscio per la famiglia che ha sottoscritto il pacchetto completo (Ethan Hawke e Julia Roberts, i genitori di un adolescente in crisi ormonale e di una bimba super appassionata della serie tv Friends), ma da subito accadono cose strane. 

Internet non prende più, un'enorme petroliera si arena quasi in faccia a loro mentre sono sulla spiaggia causando il panico generale. C’è gente che fa incetta di beni di prima necessità svuotando gli scaffali del supermercato (Kevin Bacon). L’aria è pesante. 

La sera,  con una scusa strana, il proprietario della casa dei sogni (Mahershala Ali)  bussa alla porta con la figlia adolescente e chiede asilo alla famiglia ospite. Nel lussuoso attico del centro di New York dove vive non funziona più l’ascensore, lui non riesce a fare le scale per via di una storta e tutti gli alberghi sono senza camere libere. Inizia una convivenza strana di alcune ore, tra legittimi dubbi e paranoie, fino a che tutti i vicini spariscono lasciando vuote le loro abitazioni, dei cervi iniziano in branco ad assieparsi nei pressi della villa, dal cielo cadono aerei dritti sulla spiaggia privata, misteriosi droni lanciano volantini rossi con scritte in cinese, automobili Tesla con il pilota automatico impazziscono e rendono impossibile la fuga in autostrada con incidenti a catena. 

Forse c’entrano gli hacker e dei raffinati virus che nel tempo sono evoluti al punto da infettare anche i satelliti e le comunicazioni. C’è uno strano rumore periodico che fa pensare all’utilizzo di raggi termici sperimentali russi. Forse è un gioco di potere i cui frutti arriveranno a quegli squali dell’alta finanza che il padrone della villa frequenta come consulente. Forse al di là dei boschi e del relativamente piccolo mondo felice dove i nostri eroi convivono è già in atto la terza guerra mondiale. Fortuna che tutte le ville di lusso sono dotate di bunker, telefoni satellitari, piscine idromassaggio. 

Non resta che aspettare o provare ad “agire” in qualche modo. 


E così un giorno Sam Esmail, lo show-runner della premiata serie tv Mr.Robot e cantore di storie intrecciate tra paranoia, complotti informatici e Corporations diaboliche, venne ingaggiato da Netfix per un lungometraggio.  

Una pellicola attraverso la quale rileggere l’atomizzazione regressiva della collettività umana, conseguenza diretta del periodo Covid. Un rinnovato timore quasi medioevale per gli “altri”. Una bassissima fiducia nel futuro “pur radioso” delle intelligenze artificiali, più natura e auto elettriche. La consapevolezza di essere soli e nudi nel mondo, esposti a dolori e malattia, come dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, ma senza sapere chi è il “dio che muove le carte”. 

“Io sono Borg, la resistenza è inutile”. È così che una delle specie aliene più temibili della serie tv Star Trek, gli zombie-cyborg Borg, si presentava, con fare indifferente, davanti a una razza umanoide da reprimere, inglobare e uniformare nella loro mente-alveare, per infine “assimilarla”. 

La logica del “grande complotto” raccontata da lI mondo dietro di te è la stessa: generalizza e confonde tutte le minacce e le paure fino a suggerire che non esiste per i nostri piccoli protagonisti una soluzione finale differente dalla resa incondizionata, a cui seguirà inevitabilmente, per ricompensa, un piccolo placebo per tirare avanti: una “gioia preconfezionata e grammata”. Una piccola (e senza fare spoiler pure geniale, riconosciamolo!) iniezione di felicità periodica con il sapore emotivo della favola rassicurante, a cui con nostalgia aggrapparsi per tirare avanti . 

“La resistenza è inutile" fa così più paura anche del perentorio grido di battaglia Dalek “sterminare!!”, con il quale i più classici nemici del Doctor Who, nella serie tv omonima, in fondo si “limitano a ridurre in cenere” qualunque cosa o persona gli si presti davanti. Ma senza schiavizzarla e renderla parte di una specie di Matrix che si autoalimenta tra isolamento e paure, racchiudendo ogni essere umano in piccole bolle felici. 


Nel film di Esmail ritornano così tutti i tempi complottistico-psicanalitici cari all’autore, inseriti in un mondo strano quanto abbagliante, per spettacolarità e follia, che sembra trovarsi in un universo non distante dal Lost di J.J.Abrams. Ogni suggestione visiva e sonora arricchisce di informazioni e suggestioni lo spettatore, trascinandolo in un rebus complesso. C’è molta azione e mistero nella piccola zona vacanze al centro del mondo “che esplode” e in parte da questo “protetta”, come avviene anche nel magnifico film Il cielo brucia di Petzold, ancora nel circuito delle sale. 

È un mondo che però si vive spesso dentro la testa ed esasperazione dei personaggi, specie tra le strette pareti di una casa, tra due famiglie. Come  in una pellicola home invasion a “ruoli incrociati”, dove vittime e invasori si confondono, dove tutti gli attori coinvolti dimostrano di saper giocare bene tra i registri della confidenza e della diffidenza, costruendo balletti emotivi anche molto forti e vividi, frutto anche di una buona dose di improvvisazione. 

La pellicola coinvolge e trascina dentro al suo microcosmo elaborato chirurgicamente per spiazzare e confondere, eradicando ogni speranza e giungendo a un epilogo dove forse qualcuno riderà e qualcuno coglierà l’amarezza. Dove tutto si svela e semplifica, con gioiosa autorassegnazione. Come accadeva in Funny Games di Michael Haneke. Sta a noi decidere di ridere insieme o meno ai carnefici. 

Sam Esmail sembra si sia nuovamente divertito con molto gusto a scherzare con intelligenza e cinismo con il potere e la tecnologia. Si conferma un ottimo costruttore di mondi e uno straordinario direttore di attori: in grado di esplorare nel dettaglio l’’interiorità umana quanto le più folli teorie complottistiche. Abbiamo molto bisogno in questo momento storico di registi intelligenti e “cattivi” come lui. 

Talk0

domenica 4 febbraio 2024

Silent Night - il silenzio della vendetta: la nostra recensione del nuovo “silenzioso” action movie di John Woo, un revenge movie natalizio con protagonista Joel Kinnaman

Colpi di pistola e le risate, insieme a tutti i suoni di una vita felice, si spengono. 

Un palloncino rosso prende il volo, una piccola vita viene spezzata. Succede proprio a Natale. 

Il padre (Joel Kinnaman) lascia la piccola creatura nel parco dove stavano facendo un pic-nic e corre all’inseguimento di chi ha esploso gli spari: due auto sportive dai colori sgargianti guidate da uomini coinvolti a suon di mitraglia in una guerra tra bande. Corre disperato e furioso, con indosso un buffo maglione natalizio con al centro una buffa renna dal naso rosso. Ha al collo un campanello natalizio che tintinna gioiosamente, con un suono che sembra l’unico rumore distinto nell’aria, beffardo quanto amaro. 

Per un attimo, avvantaggiandosi di traffico e scorciatoie pedonali, l’uomo appare davvero vicino agli inseguitori. Gli è addosso. 

Poi tutto si fa buio. 

Poi tutto si fa ovattato. 

L’uomo ha avuto un grave trauma, ha un buco alla gola, è in ospedale e ora non riesce e non riuscirà più a parlare. Il suo mondo gli appare e ci appare, grazie alla particolare composizione sonora, in una perenne e strana bolla “emotivo/sensoriale”: è un luogo dove tutte le voci sono silenziate anche perché “non più importanti”. Un luogo dove solo i suoni e rumori sono per il padre “utili”, in quanto ancillari alle immagini, per accumulare dettagli che gli permettano di consumare la sua vendetta. 

La moglie presto “cede al silenzio” e lo abbandona alla sua solitudine. 

La casa, raschiata di ogni sentimento umano, diventa per lui una specie di palestra, tana e quartier generale dove lavorare meglio di come hanno fatto per lui, svogliatamente o troppo lentamente,  le forze di polizia. 

Nel silenzio passano i mesi e ci accorgiamo del tempo da tanti piccoli dettagli: il colore delle foglie che cambia, i calendari appesi al muro che si aggiornano scena dopo scena. I muscoli del padre si definiscono sotto lo sforzo di pesi sempre più grandi.  La sua esperienza ginnica nel corpo a corpo rende il sacco d’allenamento sempre più fiacco. Un bersaglio con reticolo millesimale con fori sempre più vicini al centro, certifica la progressiva precisione nel tiro con la pistola. 

Si avvicina l’anniversario della morte del bambino. Si avvicina il Natale. 

L’uomo ha indagato bene e ha trovato, da solo, il covo di chi ha iniziato la guerra tra bande. Ha pedinato di nascosto per mesi tutto il piccolo esercito locale del crimine, raccogliendo ogni genere di prove, abitudini ed itinerari. Ha blindato la sua auto come un carro armato, ha nascosto strategicamente per il quartiere ogni genere di armi ed esplosivi. 

Indisturbato, da “uomo invisibile”, da padre distrutto con lo sguardo sempre in basso di cui al mondo non frega nulla. Un singolo nel mucchio delle tante vittime accidentali della guerra tra bande. Non è stato mai considerato lontanamente un problema da nessuno ed ora è pronto per far saltare per aria tutta una città. 

Un altro palloncino rosso vola in cielo, la preda naturale è diventata cacciatore di grossi e arroganti signori del crimine. 

Sta per iniziare una notte molto silenziosa e priva di ogni canzoncina natalizia.


John Woo dirige un film dritto, cinico e disperato, carico di azione a rotta di collo e tutto guidato da un’unica idea estetica strana quando innovativa: il silenzio e i rumori di fondo come unici “marker” a definire sullo stesso piano i sentimenti quanto i momenti d’azione. 

Un filtro scomodissimo, difficile da ammaestrare, ma che dopo poche battute ci fa sentire da spettatori immersi nella scena: come se il cinema si trovasse sul fondo di una piscina, e noi in apnea con i pop corn.

L’idea è interessante e ha molto a che fare con la possibile evoluzione della “grammatica dell’action”: una materia che Woo negli anni ha contribuito più spesso a scrivere, ridefinire, rivoluzionare e rendere “umoralmente” tanto pop quanto melò. 

È un film tutto sullo stile, un ginnico e tecnico esercizio di sintesi da presentare ai posteri come esempio di poesia all’interno di un prodotto per molti considerato “di genere”. Poesia come la sequenza di Woo della bambina che sente Over the Rainbow durante una sparatoria (Face/Off). Come il momento in cui un uomo in cerca di vendetta indossa il cappotto crivellato di colpi del suo fratello gemello, come fosse il mantello di Superman (A better tomorrow 2), rinascendo e sovrapponendosi a lui. Come la torta di compleanno, sarcasticamente chiusa nella scrivania con tanto di candeline accese, di una donna poliziotto che fa tardi in ufficio senza cavare un ragno dal buco (Senza Tregua). Come le tante sequenze, di tantissimi film di Woo, questo incluso, che disegnano lotte a suon di pistola rallentate e quasi congelate, per tenere il ritmo e il loro incedere vicino  al battito d’ali di colombe bianche e piccioni, alla ricerca di un impossibile equilibrio zen tra uomo e natura, caos contro la normalità. 

È il mood, la “splash page” che si tatua nella testa dello spettatore oltre la cornice. 

La storia stessa è una cornice e deve restare classica, debitamente “escapista e sovversiva”. Può ricalcare nelle prime battute, anche felici, la genesi fumettistica caustica del Punisher di Garth Ennis, ma alla fine il succo è seguire le coreografie di combattimento nella loro evoluzione sincopata, fino a trovarci in un epilogo dove il volume dei proiettili e il cuore del protagonista battono veloci al ritmo della musica della discoteca del duello finale. 


Kinnaman è un attore grosso, simpatico anche se non particolarmente versatile, in possesso di quella certa atleticità che si richiede dagli action hero, ed in specie a chi viene diretto da John Woo, per essere un ottimo “ballerino tra i proiettili”. È bravo soprattutto nelle lunghe e complesse coreografie di quel “gun-fu” qui presenti nonché immaginate e codificate da Woo stesso anni fa: come “nuova arte di combattimento filmica”, incontro impossibile tra le sparatorie dei western americani e i duelli con la spada dei wuxia movie cinesi. Kinnaman è atletico ma anche in grado di rappresentare, con il volto più che il corpo, il lato più vulnerabile, a volte anche esasperatamente melodrammatico, degli eroi under-dog dell’action asiatico: quasi caricandosi, sui suoi denti stretti e su occhi così grandi e scavati che “quasi esplodono”, tutti i mali e dispersione del mondo. 

Ci sono le premesse per giocare con i temi natalizi e la “felicità estetica/plastica” in contrapposizione al dolore interiore. In modo amaro, alternando infelicità a preparazione al combattimento, fino a trasformare il nostro eroe in quello che Tsukamoto definirebbe un “Bullet-Man”, pronto a scontri forsennati a base di proiettili, pugni e sportellate, che lo vedono solo contro un esercito.

All’inizio l’ingranaggio gira, incanta, mostra tutti i suoi denti e pirotecnica: perché siamo nel mood giusto, sentiamo il “flow” che guida Woo nel suo surfare sicuro su registri e suggestioni, idee e mestiere. 

Poi arriva in secondo palloncino e nel disastro e sconforto generale ci rendiamo conto che sarebbe bastato quello: un corto cinematografico di lusso di una ventina di minuti, immagini ben ritmate e una colonna sonora/sensoriale così unica da poter fare scuola quanto essere il tech-demo definitivo per le casse di un nuovo impianto stereo, un interprete in parte, un montaggio a prova di bomba. 

Perché purtroppo dopo quel palloncino tutte le idee finiscono e pure il film, pur esteticamente superbo, finisce. Il flow di Woo finisce. 

Non ci sono giochi di maschere e ruoli come in Face Off a ravvivare quanto di già visto. Mancano sagaci invettive al patriottismo come in Project Broken Arrow o l’esasperazione estetico/feticista dei sentimenti (che vengono costruiti quasi come  beffardi momenti da “spot pubblicitario di un dopobarba”) di Mission Impossible 2 alla ricerca di un qualche sapore da aggiungere alla ricetta. Mancano per scelta, perché tutto deve filare dritto, l’ironia, lo sberleffo o anche solo il “cameratismo da action anni '80” di Windtalkers, mancano i giochi di prestigio di montaggio a scatole cinesi di Paycheck. Tutto quanto girato dal grande regista ad Hong Kong in termini di uso innovativo della macchina da presa, bromance, è tutto messo da parte didatticamente nell’esplorazione ed esposizione di questo nuovo esercizio di stile sul suono e le immagini. Che è bellissimo, unico, ma che non regge oltre i venti / trenta minuti di un mediometraggio. 


John Woo cocciutamente si spoglia di se stesso, dai suoi eccessi ai suoi marchi di fabbrica, confezionando un film che dopo mezz’ora si autocondanna a una pneumatica ripetizione/esecuzione di luoghi comuni, tutti a “sostegno della tesi” della duttilità (dubbia) dell’idea filmica, fino a un finale che purtroppo non lascia il segno. 

Anche perché oltre al protagonista i personaggi non esistono, e non possono esistere, proprio per la mancanza ricercata di qualsiasi dialogo. Anche perché, per l’ossessione di stare solo sul protagonista, dentro il suo unico mondo sensoriale/emotivo, non veniamo forniti di ulteriori punti di vista, che avrebbero trasformato la pellicola magari in qualcosa di più felicemente strutturato. Gli spunti c’erano e uno poteva essere la “ragazza del boss”: un personaggio che vive in equilibrio tra lo sballo degli stupefacenti, le armi da taglio e la musica disco. Un personaggio che avrebbe potuto, e magari dovuto, vivere parallelamente nella trama, in modo speculare al padre vendicatore, creando con lui un doppio balletto sensoriale/emotivo. 

John Woo è come rimasto ingabbiato nella affascinante trappola estetica alla base di questo progetto. 

Gli stunt fisici e con i mezzi funzionano, ma sono già stati visti e digeriti più volte, non ci appaiono “nuovi”. 

L’incedere del giustiziere verso lo scontro finale non possiede particolari guizzi, ripetendosi stranamente da topos a topos, fino a un cliffhanger che sul piano emotivo e visivo è troppo depotenziato: anche perché, come già sopra esposto, noi questi personaggi non li conosciamo e non siamo mai stati messi nella condizione di conoscerli. 

Il silenzio in sala diventa minuto dopo minuto sempre più soffocante, fino a voler urlare. 

Fa male dirlo. 

Fa male vederlo. 

Forse a qualcuno però questa dimensione può piacere, ma si poteva davvero fare tanto di più ed era alla portata di mano farlo. L’uomo che ha riscritto il genere action si è perso in se stesso fino a essersi reso quasi irriconoscibile, inseguendo un unico grande esercizio di stile, dimenticandosi quasi tutto quanto rendeva i suoi film freschi, divertenti ed adrenalinici. 

Un film di una mezz’ora racchiuso tra due palloncini rossi che volano in cielo e nulla più, avvolto in un vuoto statico-emotivo ridondante simile a un incubo di altri 80 minuti: che può piacere a livello di idea ma anche stancare presto. 

A meno che non ci si innamori pazzamente dell’idea di fondo, decidendo che tutto il resto può anche non esistere. È una scelta che qualche fan legittimamente può fare, ma da questa prospettiva Silent Night si guarda come una lectio magistralis universitaria e non come un action movie. 

Forse anche chi è in cerca di un dolby digital applaudirà il tech demo sonoro offerto dal film, magari sfoggiandolo con gli amici per una serata. Per gli altri c’è molto di meglio in giro, e il meglio viene in gran parte dallo stesso regista di questa pellicola. 

È bello che John Woo, in qualsiasi forma, continui ancora a scrivere la storia degli action movie.

È sempre bello trovarlo anche lontano da The killer, Red Cliff e gli altri blockbuster, magari pure in progetti piccoli o un po’ maldestri come La congiura della pietra nera, Paycheck o  questo Silent Night. 

Silent Night “è bello, ma non balla”. 

Talk0

sabato 3 febbraio 2024

The holdovers (lezioni di vita): la nostra recensione della divertente commedia scolastica di Alexander Payne con Paul Giamatti e Dominic Sessa

Ci troviamo negli anni '70 nel New England, nella prestigiosa Barton Academy. 

È un posto che sembra ideale per “plasmare giovani menti” ansiose di “”vivere con saggezza e in profondità, succhiando tutto il midollo della vita; sbaragliare tutto ciò che non è vita ecc.“ (citazione da L’attimo fuggente). Ma siamo sotto le vacanze di Natale, il posto è pressoché deserto, i pochi che ci sono costretti a restare vorrebbero essere tutti altrove. 

Tutti ma non il professor Hunham (Paul Giamatti). Tarchiato, dallo sguardo strano, che emana uno strano odore anche se non si capisce di cosa. È trasandato e accartocciato nel modo di vestirsi, ha la voce irritante e una “risata” sinistra, ama parlare in latino senza un perché ed è in genere caloroso quanto un cubetto di ghiaccio. Regala i voti più bassi, ama i compiti a sorpresa e vedere il panico negli occhi dei suoi alunni, quasi si diverte a comunicare tutti i singoli errori in cui incorrono. 

Non è un tipo socievole ma al contempo è “equo”: non ama coccolare i pargoli viziati dei principali finanziatori dell’ateneo e anche se c’è chi si è già lamentato lui non ha mai arretrato regalando indulgenze.

Non ha una famiglia e conduce una vita quasi di clausura dedicata al solo insegnamento; si dice non sia mai uscito dall’ edificio scolastico. Sta fuori dal tempo.

Tutti lo odiano, anche il preside che teoricamente è un suo amico lo odia e probabilmente per questo non farà mai carriera. 

Purtroppo, per i pochi sfortunati ragazzini che sono costretti a soggiornare alla Barton a Natale, mentre tutti gli altri sono in vacanze sugli sci o al mare, Hunham è anche l’unico docente che rimarrà in istituto, insieme alla cuoca Miss Mary Lamb (la cantante e attrice Da’Vine Joy Randolph) e al bidello Danny (Naheem Garcia). Hunham ha in mente grandi progetti per questi sfortunati figli “dimenticati” (holdovers significa “residuati”) di genitori anaffettivi o troppo distratti o troppo impegnati o residenti in un qualche paese dell’Asia. Un ricco programma per persone sbalzate fuori dal tempo e dallo spazio come lui. 

Il programma prevede preziosi esercizi ginnici all’alba, per riscaldare i corpi senza sprecare energia a gas per il riscaldamento generalizzato.

Segue un indispensabile piano di ripassi forzati da svolgersi nell’arco di tutte le feste per non perdere il ritmo, o per lo meno per acquisire un ritmo di studio mai manifestato da anni al suo corso di letteratura. 

Seguono indimenticabili pranzi e cene in sua compagnia nel locale cucina, frugali momenti davanti alla tv nella saletta piccola attigua, tutti a dormire mai oltre le nove di sera in un paio di locali con letto a castello allestiti ad hoc in infermeria. 

Lo sconforto è già grande quando i ragazzini “detenuti” sono in quattro o cinque. 

Diventa autolesionismo allo stato puro quando rimane con il prof, il custode la la cuoca un solo, unico ragazzino. 

Nello specifico parliamo del ribelle scapestrato Angus Tully (Dominic Sessa): ragazzo intelligente ma che non si impegna, rompiscatole di professione, casinista e tendente al maleducato, nonché figlio di una madre separata esasperata, che ha preferito passare le vacanze con il nuovo compagno in crociera e rivedere Angus direttamente la prossima Pasqua, sempre che nel mentre non ci ripensi. 

Dopo un paio di giorni tutto precipita. I piani del professore saltano, la malinconia inizia a colpire la cuoca e il custode. Angus riesce a farsi malissimo in modo inconsulto nella palestra, minacciando di denunciare tutti per mancata supervisione dei locali e guadagnando di riflesso una piccola capacità contrattuale sulla gestione delle feste rimanenti. 

Qualcosa cambia. Forse è la magia del Natale. 

Studente e professore iniziano uno strano viaggio nella vicina Boston. Nasce una strana alleanza che forse diventa quasi complicità e qualcuno inizia a pensare di dare una bella sterzata alla propria esistenza. Cambiare tutto e sentirsi, fieramente, un holdover. 


The holdovers ha tutto il fascino “cinematografico” del romanzo di formazione: profuma del Giovane Holden di Salinger quanto dell’Attimo Fuggente con Robin Williams, ha tutto l’anticonformismo e la spigliata satira dei romanzi grafici di Daniel Clowes. 

Respiriamo la sinistra e assoluta solitudine di strutture enormi quando deserte e isolate tra la neve di Shining, mentre i nostri piccoli anti/eroi cercano di sopravvivere a un “nulla” più cosmico di quello di Michael Ende.

Ci commuoviamo per la forza e risolutezza di un personaggio “non protagonista” ma straordinario come la signora Lamb, reso reale, vulnerabile ma titanico da una straordinaria Da’Vine Joy Randolph.

Forse perché travolti da una folle convivenza forzata, forse perché pervicacemente arroccati ai rispettivi punti di vista fino quasi alla autodistruzione, minuto dopo minuto ci affezioniamo progressivamente sempre di più al destino di due assoluti looser, antipatici e narcisisti, come Angus e Hunham. 

Giamatti e Sessa sembrano impossessarsi al 100% dei rispettivi personaggi. Amano punzecchiarsi e odiarsi carichi di profonda autoironia. Si rincorrono e irritano di continuo. Si giudicano e si condannano a vicenda. Perdono la calma passando da rispettive vittime o carnefice in pochi secondi. Sovente si ubriacano di birra e parole fino a scoprirsi vittime di una complicità genuina che contro ogni previsione li vede amici, al punto che gli scambi di battute si fanno caustici quanti fulminei e le intese arrivano con un solo sguardo. Più che alunno e insegnante, più che genitore e figlio, Giamatti e Sessa sembrano fratelli diversi di una stessa società matrigna: un posto ricco di opportunità di cui loro non potranno forse mai fare davvero parte, ma potranno sempre affrontare, da qualche angolo sfigato, con l’arma dell’anticonformismo, pervicacemente aggrappati a dei valori nobili quanto fuori moda, molto più preziosi di una preziosa bottiglia di alcol insapore. 


Se sono bravissimi gli interpreti è merito anche della sceneggiatura e del soggetto firmati da David Hemingson: un autore al suo esordio nel lungometraggio ma attivo da anni in serie tv brillanti come American Dad e How I met your Mother. Un autore qui particolarmente incendiario, forse “troppo brillante”, al punto che The Holdovers si è beccato un +17 proprio per il suo linguaggio esilarante e anticonformista. Al fascino di The Holdovers ha contribuito per forza anche la straordinaria location nel Massachusetts, che durante quasi tutte le riprese è apparsa funestata da gelo e neve come l’Overlock Hotel. Un luogo che per gli attori è stato da vivere a strettissimo contatto anche sul lato più strettamente termico, avendo da parte una bella scorza di tempra quanto di ironia delle cose che ha permesso al gruppo di insaldarsi, anche sono per non congelate. Il freddo dei luoghi si sente quindi perché è incredibilmente autentico e la cattedrale nel ghiaccio dell’istruzione americana, così vuota e ciclopica, sembra ammantarsi di tutta la malinconia di una aliena “fortezza della solitudine”: eterea quanto scollegata dal mondo, dalla classe dirigente come dalla meritocrazia. 

The Holdovers tra tragedia, ironia e autoironia si dipana armoniosamente lungo tutta la sua durata: senza momenti di stanchezza e spostando sempre l’attenzione narrativa più in alto, dai problemi dello studio a quelli della famiglia, della scuola, del lavoro e della società tutta. Suggestioni sempre più articolate che arrivano a parlarci, anche grazie al personaggio della cuoca, di argomenti ancora attuali come la guerra in Vietnam, che ancora aleggia come un fantasma nella coscienza collettiva. 

Vengono sollevati temi come la salute mentale, si parla di fallimento, si parla di futuro negato. 

Si parla e si affronta tutto con la giusta ironia e la giusta analisi, senza dare facili soluzioni ai problemi e anzi immergendo sempre più i nostri eroi in piccoli grandi casini che forse li faranno “crescere” o forse li convinceranno a mollare la presa e immaginarsi vite diverse. 

È un film che diverte e fa riflettere. 

È un film che fa stare bene. 

È un film che è un peccato lasciarsi sfuggire e che magari potrebbe presto aggiungersi a quei fil stagionali “da vedere a Natale”, nei prossimi anni. 

Tra Una poltrona per due e La vita è meravigliosa, alla ricerca del vero significato di “fratellanza”, pur a volte impossibile, che dovrebbe rappresentare il Natale. 

Talk0