martedì 9 febbraio 2021

D-Istruttori - il web-comic scritto da Davide Vendetta con i disegni di Goodnewsforbadguys sul portale di Astromica

 



In un presente distopico la scuola porta “per davvero“ al mondo del lavoro e alla realizzazione personale di una persona. È un mondo migliore, efficiente e accogliente, dove i servizi pubblici funzionano, i treni sono in orario, tutti vivono felici e spunta sempre il sole. Un mondo dei sogni che funziona con un piccolo sacrificio necessario: lo “status sociale” dei giovani. Regrediti a oggetti sacrificabili di proprietà dei rispettivi genitori, i ragazzi vengono educati in istituti scolastici gestiti da professori modificati geneticamente allo scopo di essere più severi e più vigili: autentici mostri in grado di mutare il loro aspetto in creature cornute o tentacolari e, se è il caso, uccidere gli studenti troppi insubordinati o distratti. Solo chi sopravvivrà al periodo scolastico acquisirà  lo status di persona adulta e sarà accolto “da vincitore” nella società.

 

“Crescere”, fin da quando gli esseri umani si raccoglievano la notte intorno al fuoco,  è un lungo percorso ad ostacoli che spinge verso la “foresta del mondo”, lontano dal villaggio e da quello che Urie Bronfenbrenner chiamava micro-sistema ecologico del bambino. Un viaggio di scoperta del proprio potenziale e dei propri limiti, che spesso pone i ragazzi davanti alla fatica, la competizione se non a degli autentici mostri, da affrontare per poter sopravvivere e tornare a casa da vincitori e possibili difensori della comunità. È questo il senso del viaggio di Teseo nel Labirinto, che lo porterà ad affrontare il terribile Minotauro. Una viaggio che negli anni (peraltro ancora prima del mito di Teseo già narrato in forme similari) è diventato uno dei principali generi letterali, adattandosi ai tempi e alle culture, giungendo a noi e probabilmente continuando ad essere narrato nel futuro. Un viaggio che diviene attuale, oggi, laddove si avverte che le istituzioni scolastiche, ossia quello che negli anni è diventato parte fondante del viaggio iniziatico del giovane nella foresta, non sono più in grado di agevolare il passaggio dal mondo dei ragazzi a quello degli adulti. E quindi partono le annose domande. Quanto la scuola è in grado di facilitare quello che per molti, almeno fino a poco tempo fa, era un fisiologico passaggio all’età adulta? Quali sono le circostanze materiali, politiche, sociali e spirituali che si possono contrapporre a questo esito atteso? Quali sono le “armi migliori“ che hanno i giovani per diventare adulti?  Argomento tosto, “La scuola Vs il mondo del lavoro”, amatissimo dalle ricerche scientifiche ma  anche dalla science-fiction, più o meno futuristica e sociale, da Battle Royale ad Hunger Games, passando anche per molti fumetti. Opere che hanno messo al centro i giovani, il loro potenziale (declinandolo spesso in salsa Fantasy), il rapporto con i compagni/rivali/concorrenti e con il corpo docente preposto. Tra i New Mutants delle origini e Assassination Classroom di Yusei Matsui (ma è una forbice che ricomprende molti esponenti), ci sta bene D-Istruttori, la web comic di Vendetta e Goodnewsforbadguys.

 


Come nel film Classe 1999 di Mark L.Lester, in D-Istruttori sono gli insegnanti di un liceo a “trasformarsi in Minotauri”, da affrontare giornalmente fino all’ultimo giorno della scuola dell’obbligo. Nella “brochure di presentazione” (primissime vignette del fumetto)  gli insegnanti sembrano descritti come dei supereroi, gli unici possibili, al punto che i poteri di cui dispongono sono loro esclusivi e preclusi al resto del mondo, per il bene supremo dell’educazione. Ma il quadro generale diventa subito tetro, si parla di esseri umani mutati dalla scienza e non è detto che in questa nuova forma trovino il modo più adatto e corretto per educare gli adolescenti e dar loro una spinta positiva per affrontare la vita adulta.

 

Finora, nei primi due numeri pubblicati sul portale di Astromica, non si sono ancora visti insegnanti-terminator come nel sopra citato classico di fine anni ‘80, ma stiamo comunque in pessima compagnia. I prof sono autentici demoni mutaforma in grado per lo più di far rispettare alla lettera  quelle che sono (e qui sta il bello della scrittura di Davide Vendetta) le norme comportamentali più comuni dello “stare in classe”. Uno stare in classe che spesso non significa aiutare a imparare, anche perché questi prof mettono una paura fottuta. Con niente carota e tanto bastone, gettando fuori dalla finestra ogni due per tre uno studente distratto con bene placito dei genitori, i mostr-insegnanti sono i sacri custodi delle liturgie di puntualità, attenzione e silenzio. Con la brutta sensazione, rilevata dagli stessi ragazzi,  che quando erano ancora esseri umani erano insegnanti migliori. Perché il fumetto parla di una trasformazione, un Up-grade in d-istruttori, per un atto di stampo politico ritenuto “necessario” e accettato dalla popolazione fin dall'alba dei tempi. Così da lettori guardiamo questi corpi mutanti di mostrume variopinto, che non sfigurerebbero in fumetti horror come Devilman di Go Nagai, Kiseiju di Hitoshi Iwaaki o Jagan di Muneyuki Kaneshiro, ma dietro riusciamo a scorgere le insidie di un insegnamento moderno “Up-gradato per circostanze pandemiche” come la D.A.D., acronimo che prima della pandemia suonava solo come la parola inglese per “papà”. Dove la D.A.D. viene implementata nel modo più scorretto e sbagliato (e che questo sia un monito a fare meglio), la scuola acquisisce, con un monitor a distanza, tutti i poteri dei D-Istruttori. C’è chi riesce col monitor a vedere chi sta attento mentre si è girati con la testa alla lavagna, come l’insegnante mutante con molteplici occhi, perché basta riguardare la lezione registrata da remoto. C’è chi può buttare fuori dalla finestra gli studenti ritardatari, come l’insegnante-demone toro, perché è possibile limitare l’accesso a una classe virtuale con un click. Le possibilità di questi superpoteri nel gestire la classe possono essere evidenti, ma non si è perso qualcosa? Un bravo insegnante potrebbe non usarli, ma si può sottovalutare  la “tentazione di potere” che racchiudono, avendoli a disposizione? Si può ragionare sul “limite”, di una implementazione che comporta ricadute tanto tecnologiche che sociali? È di questo che tratta una buona storia di fantascienza sociale: del posto in cui stiamo andando tra fantasia e realtà. Il tema di dove sta andando l’insegnamento al giorno d’oggi, con le nuove tecnologie e distanze sociali (e spesso emotive), con la crisi economica e la disoccupazione ad aspettare gli studenti neo-diplomanti (per chi non la subisce già prima del diploma), è un tema serio che l’arte ha tutto il diritto di raccontare, anche con una metafora come quella degli insegnanti-mostri. 

 


La storia scritta da Davide Vendetta è un horror/sci-fi ad ambientazione scolastica, destinata a un pubblico grandicello per il modo in cui rappresenta la violenza, con protagonisti dei ragazzi che devono sopravvivere a degli insegnanti/mostri fino al diploma. Non mancano scene concitate come situazioni dall’animo gore,  ma il tutto è sapientemente stemperato da un clima da black comedy e situazioni buffe in grado di richiamare atmosfere goliardiche sulla riga di Prison School di Akira Hiramoto. L’ambientazione non pare essere al momento definita specificamente a un contesto geografico esistente, la struttura narrativa richiama il manga scolastico ma non ne è succube perché Vendetta riesce a trovare una chiave di lettura personale. Come ogni racconto dalla forte connotazione horror, viene dato molto risalto ai “cattivi”, che appaiono davvero cattivissimi, dai movimenti rapidi e letali  come nelle opere di Junji Ito. L’attenzione  per il dettaglio di stampo normativo/politico delle primissime pagine invece ha delle similitudini con i lavori di Motoro Mase. Due capitoli sono ancora poco per una valutazione più pertinente dell’opera, anche perché il personaggio-chiave, che secondo la sinossi sarà protagonista delle vicende, non ha ancora trovato il giusto spazio narrativo. Ma il viaggio per ora ci piace, è divertente e può svilupparsi in un modo molto interessante. Vendetta possiede un’ottima visione narrativa.

 

Goodnewsforbadguys ha un approccio della tavola estremamente preciso e maturo, ricco di dettagli e retinature gestite in modo sapiente. La composizione appare sempre chiara e spesso spettacolare. Le figure umane, caratterizzate da un approccio realistico, orientaleggiante e dinamico, possono essere lette  come un mix ideale tra gli stili di Ryoji Minagawa e Hideo Yamamoto, con l’aggiunta di un tocco di personalità genuino, interessante. I  corpi, che siano umanoidi o tentacolosi, godono di particolare tridimensionalità e di una fluida interpretazione dei movimenti muscolari. Goodnewsforbadguys in queste tavole si dimostra un artista davvero notevole, esperto e dinamico. 

Una bella scoperta, questo D-Istruttori. Lo seguiremo con gioia anche nei prossimi numeri e lo attendiamo già con piacere, in futuro, in un possibile formato cartaceo.

Gli autori sono giovani ma hanno grande personalità, tecnica e tutte le carte in regola per raggiungere  grandi traguardi. Quando il buongiorno si vede dal mattino.

Per leggere i primi capitoli cliccate QUI

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Domande agli autori

(Grazie per aver accettato di scambiare quattro chiacchiere con noi! Sempre che non siate agenti segreti sotto copertura, potete rivelare qualcosa di voi? Ci interessa sapere più o meno:  la vostra età, da quando amate i fumetti e da quando avete deciso che amate così seriamene i fumetti da farne una professione.

Davide: Mi chiamo Davide Vendetta ho 23 anni e ho iniziato recentemente a provare un forte amore per i fumetti, in particolare verso la cultura manga. Come spesso accade ho iniziato vedendo anime e i primi visti erano quelli che passava la televisione il pomeriggio, tuttavia ciò non mi attirò abbastanza da renderla una passione. Non ricordo con esattezza quando, ma sono certo che a catturare la mia attenzione, tra vari anime visti, One punch man fu quello che mi affascinò al punto da entrare nel mondo manga. Avevo più o meno 21 quando iniziai ad informarmi, vedere e poi leggere diverse opere giapponesi. Già da prima scrivevo racconti per passione e con l’influenza manga, un racconto che stavo scrivendo “Ultimo eroe” l’ho trasformato quasi per gioco in un fumetto, attualmente in pubblicazione. Dopo questa piacevole esperienza, ispirato da ONE che pur non sapendo disegnare aveva avuto un gran impatto per la sua fantasia, ho preso la decisione di mettermi in gioco seriamente in quello che da passatempo diventò un vero e proprio sogno di realizzazione. Difatti nel fumetto ho trovato uno scopo che non solo è un piacere ma è un bisogno per esprimere me stesso come non ho mai sentito altrove, so che può sembrare assurdo ma persino durante qualche vacanza sentivo il bisogno di scrivere o disegnare qualcosa dove potevo. Da One punch man è iniziato un percorso di visione e lettura di quello che mi passava davanti sia su Netflix che su VVVVID da Noragami ad AoT e molti altri. Ammetto di essere un novellino, ma è qualcosa che oltre ad avermi conquistato adesso non potrei farne a meno. Dopo aver scritto “Ultimo eroe” un semplice one-shot di breve durata rispetto alla versione attuale, ho scritto diverse storie, alcune concluse altre lasciate a metà, ero spesso indeciso benché le idee fossero presenti. Decisi così di fare un nuovo one-shot “Frammenti di cuore”, questa volta un fantasy con caratteristiche da fiaba, nonostante fosse solo un prodotto gratuito da presentare per mostrare le mie capacità dopo un anno avrebbe ricevuto un contratto. Subito dopo mi sono dedicato a una serie “NoHero” di cui per un anno pubblicavo un capitolo al mese sviluppando nel frattempo altre idee, tra cui D-Istruttori.

 

GNBG: Il mio nome è Good News For Bad Guys ho 26 anni e amo i fumetti sin da quando ho visto il mio primo anime (probabilmente era l’anno 1999), mi spiego meglio: affascinato da quei disegni in movimento ho sentito il bisogno di trovare il modo di copiare i vari personaggi che più mi avevano colpito, per averli sempre con me, senza dover aspettare ogni volta il pomeriggio successivo, ed è così che ho trovato nei manga la mia fonte di immagini e referenze, realizzando oltretutto che la lettura mi avrebbe coinvolto in maniera più significativa rispetto ad un’animazione. Il primo giorno di liceo artistico portai con me la mia cartella di disegni e 3 giorni dopo uno dei miei compagni di classe mi chiese di disegnare una carrellata di personaggi da far combattere tra loro all’interno di un mondo creato da lui, a quel punto cominciai a capire che fosse possibile creare una storia a fumetti come unico frutto della mia fantasia.

Gli artisti che mi hanno motivato ad intraprendere una carriera da fumettista sono più di uno: Yusuke Murata, Osama Tezuka, Katsuhiro Otomo, Akira Toriyama, Katsuya Terada e Yoshihiro Togashi  ma quello che ha lasciato un'impronta nel mio stile e delineato i miei gusti è senza ombra di dubbio Takehiko Inoue, lui mi ha fatto capire quanto fosse importante creare dei personaggi con carisma ed una spiccata personalità, facendo attenzione a non renderli banali e anonimi; e proprio lui insegna che se hai un personaggio valido all’interno della tua storia tutte le dinamiche e i vari avvenimenti ruoteranno attorno a lui con un estrema facilità.

Ho deciso di farne una professione quando ho avuto l’occasione di poter lavorare per una casa editrice, mettendomi in gioco ho capito che sarei potuto diventare un disegnatore completo, concentrandomi non solo sull’illustrazione fine a stessa, ma anche sull’idea di poter raccontare una storia disegnandola, visto che ho sempre pensato che il fumetto fosse a metà strada tra un libro e un film.

 

(Come vi siete incontrati, sempre che possiate rivelarcelo senza rovinare la vostra copertura da agenti segreti?

 

Davide:

In seguito ad un annuncio che avevo pubblicato tempo fa, Good News For Bad Guys aveva mostrato interesse nelle mie varie sceneggiature, ed una in particolare aveva colto la sua attenzione nella caratterizzazione dei personaggi ed il tema centrale della storia, per l’appunto D-Istruttori.

 

(D-Istruttori è il vostro primo progetto o collaborazione?

 

Goodnews & Davide:

Entrambi abbiamo lavorato ad altri progetti personali, ma questa è la prima collaborazione che ci vede coinvolti insieme, e si sta rivelando una piacevole esperienza.

 

(Di cosa parla D-Istruttori? Quali sono le idee, aspirazioni ed eventuali citazioni che vi passano per la testa mentre lo scrivete e disegnate?

 

Davide: D-Istruttori è una storia stravagante nata dal mio fantasticare a proposito di come un tempo gli insegnanti picchiavano gli studenti e tutto ciò era lecito ed educativo. Il tutto unito poi alla convinzione che si sente spesso in giro “gli stupidi dovrebbero morire”, quindi mi sono detto cosa succederebbe se ciò venisse attuato e come. Ciò nonostante era troppo riduttivo parlare di un impero fondato sul sapere in chiave distopica, anche perché le distopie nascono dall’ignoranza non certo dalla cultura e banalizzare vedendo tutto in nero o bianco non rappresenta una visione istruita e quindi aperta di mente propensa al confronto. Nasce così l’idea della uto-distopia (utopia e distopia unite nell’ambientazione), dove bene e male, progresso e regresso, libertà e condanne coesistono per creare un clima unico. Basta leggere il primo capitolo per notare come le circostanze di vita, sebbene simil reali, sono assurde.

Come hai già notato tra le ispirazioni di questa opera ci sono Assassination Classroom e meglio ancora Prison School, non a caso uno dei personaggi è ispirato a Gakuto come anche lo stile demenziale che come per l’utopico-distopico qui si fonde al grottesco in un sadico black humor. Oltre ad ispirazioni volute ce ne sono altre come battle royale che pur non avendolo mai sentito mi era capitato di sentirlo accomunato alla mia idea, oppure Junji Ito che lo stesso Art director ci fece i complimenti dicendo come glielo ricordavamo pur, almeno da parte mia, non puntando all’autore.

Per la testa mi passa un po’ di tutto quando scrivo ma senza dubbio ad infiltrarsi nelle opere che scrivo sono le storie che più mi prendono e rientrano nel genere trattato, quindi per fare un piccolo spoiler aspettatevi di trovare, tra tante, citazioni a Resident evil, Food Wars e Jojo nei futuri capitoli.

 

Goodnews: Per quanto mi riguarda, la cosa che più mi ossessiona mentre disegno è la resa dei personaggi, delle loro personalità, delle loro espressioni facciali, dei loro movimenti e dei loro modi di fare, concentrandomi su questi aspetti cerco di tenere incollato il lettore alle tavole. Ci sono poi le ambientazioni sulla quale vorrei migliorare sempre di più, così dal creare un esperienza di lettura immersiva.

 

(Quanto tempo vi prende la realizzazione di un capitolo del fumetto e da quanto tempo state pensando a questo progetto?

 

Davide: Pensavo a questo progetto da molto tempo, a seconda della mia disponibilità comincio all’istante un nuovo progetto o lo lascio nel “cassetto delle idee” per mesi o anni, ho molte idee che fremono dal venire scritte e chissà quando usciranno fuori. In questo caso proprio quando pensavo di metterci mano ho fatto questa fortunata conoscenza che mi ha permesso di svilupparlo al meglio adattandola ai nostri stili.

Riguardo il tempo che mi occorre per scrivere i capitoli questo può dipendere da tanti fattori come il mio umore e tempo libero per questo cerco sempre di tenermi avvantaggiato con un minimo di 5 capitoli rispetto al mio collaboratore in modo da non fargli trovare un percorso vuoto mentre avanziamo.

 

Goodnews: Il tempo di realizzazione dipende da tante, troppe cose, dal mio mood, dal capitolo etc. Ma nel dettaglio è importante porsi delle piccole scadenze organizzando il lavoro all’interno del nostro tempo, contando ovviamente anche il tempo per se stessi così dal non dover agire in maniera forzata, prima di arrivare ad odiare quello che stai facendo.

 

(Esiste tra voi un patto vergato col sangue circa la periodicità di pubblicazione che intendete perseguire “cascasse il mondo” o incombesse una pandemia stile peste nera? Anche se sembra improbabile che accadano certe cose di questi tempi?

 

Davide & Goodnews:

Per quanto riguarda la periodicità di pubblicazione abbiamo dei tempi concordati con l’editore, aldilà di questi è nostro obiettivo proseguire questa storia e portarla ai lettori fino alla sua conclusione.

 

(Dove e quando, in che luogo della casa e a che ora del giorno o della notte, trovate i momenti migliori per scrivere o disegnare?

 

Davide:

Anche se recentemente mi è capitato di lavorare all’alba l’orario in cui mi dedico alla scrittura o a realizzare gli storyboard è la notte, il silenzio è un compagno ideale alla creatività e grazie alla pace che ottengo in queste ore ho portato serenamente a termine i precedenti capitoli.

 

Goodnews:

Salvo deadline imminenti cerco di organizzarmi in questo modo: le prime ore della mattina mi dedico ai warmup, tenendo il tratto allenato, poi in base al blocco alla quale mi sto dedicando lavoro alle matite, chine o toni di grigio, in questo modo il lavoro procede in maniera più lineare e psicologicamente direi che viene anche alleggerito, ovviamente prima di trovare questo metodo ed equilibrio mi ci è voluto un po' e ci tengo a dire che non è detto che funzioni per tutti allo stesso modo visto che ho conosciuto più di una persona che ha trovato il suo equilibrio nel caos più totale.

 

(Che strumenti da lavoro utilizzate preferibilmente? Usate un taccuino per segnarvi delle intuizioni come i detective anni ‘30 del vecchio secolo?

 

Davide: Il computer per mettere in definitiva la sceneggiatura. Per gli storyboard uso invece i quaderni uguali a quelli che usavo alle superiori, mi bastano due tre matite per disegnare colorare in b/n, un temperino ed una cancellina; con poco faccio tutto l’indispensabile ai fini di rendere il più chiara possibile la narrazione per il mio collega.

 

Goodnews: Ho una “collezione” di sketchbook che riempio ormai da anni, dove raccolgo idee, bozze, illustrazioni e appunti che sono soprattutto una mia personale testimonianza della mia evoluzione come disegnatore e che ancora oggi mi motiva in quello che faccio.

 

(Cosa ci possiamo aspettare dai prossimi numeri? Senza fare spoiler, giusto offrendo un po’ di atmosfera...

 

Davide:

Aspettatevi il peggio, per citare una serie che adoro “Nient’altro che disagio ed orrore incontrerai…” D-Istruttori è una lotta alla sopravvivenza chi non è abbastanza furbo muore, e in un mondo che tollera anzi, incoraggia l’omicidio, e perché no, il massacro degli ignoranti beh, questo non è altro che motivo di gioia.

 

(Un messaggio ai lettori?

 

Davide & Goodnews:

Studiate tanto e acculturatevi di continuo per essere sempre idonei ad un mondo simile.

 



sabato 6 febbraio 2021

Soul: la nostra recensione del nuovo film Pixar con la regia di Pete Docter e la sceneggiatura di Kemp Powers, ora su Disney+

 


(sinossi fatta male) Joe è un insegnan    te di musica nella New York dei giorni nostri. Lavora sottopagato in una scuola statale, aspettando che arrivi la grande occasione: l’incontro con una star del Jazz che riconosca i suoi meriti, lo includa nella band e gli faccia girare il mondo, portandolo via da una realtà senza prospettive. La svolta sembra essere dietro l’angolo quando la cantante Dorothea Williams si trova in zona in cerca di un pianista per una serata. Joe ha la sua occasione e corre felice per la strada ad annunciare a tutti il suo traguardo imminente, fino a che in modo distratto cade in un tombino e muore. Joe si sveglia ridotto a un puffo, cicciottello e blu, per di più “fluttuante” e su una scala mobile che lo porta verso una luce strana. Ora è un anima in coda dell’oltre-mondo. Cerca di fuggire, vuole almeno riuscire a suonare con Dorothea quella sera che aveva il provino, il tempo stringe, ma non ce la fa, viene bloccato. La sua caparbietà viene captata dai “Jerry”, una specie di entità bidimensionale che regolano questo strano posto, che decidono di spostare Joe in un luogo diverso, l’ante-mondo, ad affrontare una impresa apparentemente impossibile: guidare un’anima “problematica” a trovare le sue qualità interiori per poi nascere. Insomma, dovrà di nuovo fare l’insegnante sottopagato, pur in un contesto fantasy, ma non ci sta! Così decide insieme alla sua anima pupilla, di nome 22, di forzare i tempi e tornare sulla terra attraverso un varco. I due si reincarneranno, Joe finirà nel corpo di un gatto, 22 nel corpo di Joe che era caduto in un tombino. Attraverso gli occhi del gatto Joe scoprirà molte cose su se stesso e quello che vuole ancora realizzare. Riuscirà Joe a raggiungere il suo sogno, dando un senso alla sua esistenza? 



(Pete Docter, l’architetto dei sogni) Tra i molti artisti che hanno reso grande Pixar Animation, Pete Docter, sceneggiatore e regista, è quello che mi è più caro. Usando un approccio narrativo razionale, quasi scientifico e al contempo semplice, Docter riesce a intessere su schermo concetti astratti e regole complesse a favore tanto dei bambini che degli adulti. È lui che ha scritto le silenziose dinamiche di accudimento, incentrate sul concetto di “presenza”, che i giocattoli esercitano sui bambini (Toy Story). È lui che ha espresso in termini di catena produttiva il meccanismo con cui dalla paura si genera potere, anche se non è il miglior potere possibile (Monsters and Co.). Ha immaginato un futuro con l’umanità sempre più immobile e obesa, che vive nello spazio dopo che ha ridotto il mondo a cumulo di rifiuti, scoprendo tardivamente la necessità della preservazione dell’ambiente (Wall-E), ha rappresentato il mondo dell’inconscio umano come un piccolo stato con i suoi vertici politici (Inside Out), ha immaginato una società evoluta che vola su palloni aerostatici, con animali che dialogano e vivono con l’uomo, con tanto di sistemi vocali e un sistema di comandi dedicati per permettergli di far pilotare aerei da cani da caccia e da combattimento (Up). In Soul, Docter crea un oltre-mondo al di là delle rappresentazioni religiose, per parlarci di come gli esseri umani siano creature multidimensionali, in bilico tra il reale e l’onirico, sogni e realtà. Ci sono anime in cerca di una vita, anime defunte e anime che vivono in parallelo la loro esistenza terrena e astrale. Una persona che è così concentrata su se stessa da avere metaforicamente “la testa tra le nuvole”, diventa per Docter in Soul un’anima che sul piano “astrale” effettivamente galleggia isolata nell’aria, mente nel piano reale magari sta pensosa alla scrivania. Una persona vittima di depressione si tramuta in un mostro che perde la propria identità e distrugge chi ha incontro. Ogni anima che deve venire al mondo necessariamente in una specie di percorso didattico multidisciplinare, deve riconoscere in se stessa delle qualità, anche se spesso non ne è consapevole, che si esprimeranno in caratteristiche-chiave che determinano il carattere dell’individuo con un sistema a “coccarde” non dissimile dalle medagliette degli obiettivi socio/attitudinali raggiunti del boy-scout Russell di Up (Sempre con dietro la penna di Docter). Le anime dei defunti possono ricoprire il ruolo di insegnanti e guide, prima di tornare su quella scala mobile che li porta verso l’infinito e oltre. Chi governa questo strano mondo oltre/pre e di traverso al mondo terreno, sono dei costrutti, matematici ma in fondo bontemponi. Tutto questa architettura è una giga-metafora funzionale alla trama, a tratti complicata in sfrenati voli pindarici (tipo le persone più spirituali che possono guidare un galeone sulle terre desertiche popolate dai disperati depressi) ma alla fine districabile: Scuola e musica jazz sono le due dimensioni in cui vive e per cui vive Joe e questo vale ovunque lui si trovi tra i mondi folli di questo film. La musica Jazz è così per Docter l’elemento ideale che accorda e fa dialogare le anime al mondo. L’armonia dei suoni della natura nell’autunno di New York si fonde con gli strumenti musicali e per il protagonista si verifica l’abbaglio, nonché cuore narrativo del film, di considerare il fine del mondo solo nella musica stessa, nella ricerca di una armonia assoluta. Senza guardare a tutto quello che fa risuonare il mondo in cui vive. Senza considerare che il Jazz non vive di soli assoli. Senza osservare, finché non è costretto dalla trama, come questa “musica vitale” impatti su 22. Il grado di complessità della messa in scena e le riflessioni sulla musica alla base di Soul possono apparire concetti elevati quanto criptici, al punto da apparire per i più piccoli uno spettacolo che confonde, non immediato. Ma Soul di sicuro lo riguarderanno anche da adulti, riscoprendolo. 



(Kemp Powers e il ruolo degli artisti afroamericani nella cultura musicale) Oltre all’Oltre-Mondo & Co. immaginati da Docter, c’è il mondo vero, quello sviluppato dalla sensibilità di Kemp Powers, primo co-director afroamericano in Pixar. Regista ingaggiato di recente alla corte di Alex Kurtzman per Star Trek Discovery, una delle iterazioni più moderne della serie di James Roddenberry, Powers nelle sue opere ha sempre avuto un occhio di riguardo per la narrazione del cultura afro-americana, sul piano artistico, sportivo e politico. La sua piece teatrale del 2013, One Night in Miami, da poco adattata per il grande schermo, parla proprio dell’incontro, in una stanza di albergo di un febbraio del 1964, tra realtà e fiction, di Mohamed Ali con il cantante Sam Cooke, il giocatore di football Jim Brown, il politico Malcom X. Sam Cooke è stato definito il re del soul ed è uno dei cantanti e musicisti più influenti della musica degli ultimi 50 anni, apprezzato e riconosciuto anche dai Beatles, Aretha Franklin, Van Morrison, Bob Dylan, Cat Stevens. Powers con Soul torna a parlarci della musica resa grande anche da Cooke e insieme ci immerge in una autunnale New York. Una città descritta nell’anima in modo non troppo diversa o lontana da quella dei Jefferson o della famiglia Robinson (non a caso nel cast vocale originale fa capolino la voce subito familiare di Philycia Rashad). Una downtown che ha per corpo le sue case a mattoncini rossi, le lavanderie a gettoni, il barbiere, i piccoli negozietti di sartoria e ovviamente le “cantine” con la musica Jazz. Il protagonista, il nostro Joe con la sua pancetta, gli occhi tristi e l’aria buona (doppiato in originale da Jamie Foxx, già interprete di Ray Charles nel film Ray), vive il sogno sempre più distante di suonare con Dorothea Williams (in originale Angela Bassett, che esordiva in Boyz’n’ the Hood, pellicola manifesto di un’epoca di difficile integrazione razziale), una cantante alla Aretha Franklin un po’ consumata, in una di quelle cantine nate “musicalmente” ai tempi del proibizionismo e diventare luogo di incontro multi - culturale ancora prima che il termine multi-culturale fosse stato coniato. Ma l’orizzonte visivo e narrativo di Powers non dimentica le zone d’ombra come le scale di cemento delle scuole popolari, i palazzi fatiscenti, il traffico della metropolitana, la natura che dove può cerca di fare capolino tra l’asfalto. Powers sa descrivere con cuore New York vista dalla comunità afroamericana anche nel suo essere brulicante, che respira e vive nelle difficoltà e negli slanci, colorata e inclusiva, in cui non è ancora (Im)possibile “sognare in grande”. 



( La musica) Soul parla di musica come metafora della vita e non poteva prescindere da una colonna sonora centrale nella trama, quanto “duplice” nel descrivere i piani narrativi del mondo reale come dell’ante-oltre-ecc. mondo. La cosa divertente è che le musiche dei due piani visivo/narrativi hanno dato vita a due album distinti, usciti in commercio in due vinili separati fin nello stile delle copertine. La musica-guida del film è comunque il jazz, nessuna canzoncina nello stile “disneyano aristogattico” a questo giro. Per questo approccio la pellicola si avvale della performance di un artista internazionale strepitoso come Jon Batiste, autore di tutte la parturire Jazz e accompagnatore della cantante Celeste nella canzone che chiude la pellicola, in una reinterpretazione del brano It’s all right del gruppo The Impressions. L’oltre-mondo si avvale invece della musica elettronica, con punte New age, di Trent Raznor e Atticus Ross, ossia parti centrali del progetto Nine Inch Nails. È una colonna sonora decisamente inedita, diversa rispetto allo standard (comunque altissimo) delle produzioni Pixar, sofisticata, elegante, curata e in certi momenti magica. Vedere Joe eseguire alla perfezione le composizioni di Batiste è poi una vera emozione per chi è nel mondo reale un musicista. Tutte le note in animazione sono giuste. Ho un amico che a vedere Joe muoversi sui tasti del suo pianoforte disegnato in digitale, ma pur vivo in ogni sua corda, ha pianto. 

(Voci animate:) Neri Marcorè e Paola Cortellesi sono le voci italiane di Joe e di “22”, in originale doppiati da Jamie Foxx e Tina Fey. Avendo il film la natura del buddy movie, pur in salsa Pixar, serviva un grande affiatamento tra questi due personaggi e c’è da dire che il risultato finale convince, al netto di una Cortellesi che un po’ si smarca e un po’ eccede. Marcorè perfetto, gentile e un po’ impulsivo come Joe. 



( il marzulliano: “la vita è un sogno o i sogni ci aiutano a viverla?”): potremmo anche dire però “la vita è quello che ci capita mentre siamo intenti, pur fallendo, a realizzare i nostri sogni”. Soul non è un film sulla rivalsa o la seconda grande occasione della vita. In pieno “stile Pixar”, unendo i puntini che legano Gli incredibili ad Up come agli ultimi Toy Story, è un film sul guardarsi intorno e apprezzare la bellezza che ci circonda, pur nelle piccole cose, destando per un attimo lo sguardo dai piani di conquista del mondo che spesso avvelenano il nostro ego. È un percorso di significazione interiore forte che non ha niente della “prospettiva di resa“ che in superficie sembra delinearsi. Si tratta di dare il meglio di noi senza stare a fluttuare nella nostra bolla dei sogni, ascoltando magari (e per davvero!) per la prima volta le persone che ci circondano e riescono così a cogliere, di noi, qualcosa che magari nemmeno noi sappiamo di avere. Joe vuole suonare come i grandi jazzisti e la sua carriera da insegnante è una tappa momentanea e sfortunata verso il suo traguardo. Chiuso in sé, felice di poter inseguire il suo sogno e preda di una euforia senza freni che non gli fa nemmeno guardare per strada dove mette i piedi, cade in una buca. Si realizza quindi la classica carezza in un pugno, per dirla con Celentano. Joe nella sua corsa verso la carriera di musicista non si accorge di essere in realtà un bravo insegnante, perché non si è mai soffermato a riflettere su quanto è bello essere un insegnante e sulla passione che riesce a trasmettere ai suoi alunni. Consapevolezza che si realizza solo grazie alla possibilità di “uscire dal suo corpo” e mettersi “nelle scarpe di un’altra persona” grazie a un mcguffin narrativo non inedito, ma che è perfettamente funzionale alla seconda parte della pellicola. Certo Soul è divertente e pieno di colori, personaggini buffi e situazioni movimentate, ma rimane per questi temi e per il loro significato intrinseco un film principalmente rivolto a un pubblico adulto, esattamene come Up. Il fatto di uscire in questo non felicissimo periodo storico, in cui molti sogni e sicurezze nel futuro sono in sospeso, specie per chi è adulto, permette alla pellicola di veicolare la merce più rara da rinvenire oggi: un po’ di pensiero positivo e fiducia nel prossimo. 

(Titoli di coda): Soul è riflessivo, complesso, divertente e colorato. Non il prodotto Pixar più abbordabile per tutte le età ma uno spettacolo raffinato e latore di un messaggio positivo e volto all’inclusività.  Una colonna sonora semplicemente da urlo e un nuovo standard tecnico raggiunto sul piano della computer grafica ne fanno una visione imperdibile per chiunque ami l’animazione digitale che non rinuncia ad avere un cuore. 

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mercoledì 3 febbraio 2021

Zombicide invader - la nostra recensione del fumetto Bonelli scritto dagli autori di Dragonero e ispirato a un celebre gioco da tavolo

 


(Premessa: “la prendo larga”. La mia passione per i film e fumetti con gli alieni). 

Alla base della mia passione per le pellicole di fantascienza con al centro la cosiddetta “caccia all’alieno”, che in fondo è un po’ la variante di uno slasher-horror in salsa nerd (con opzionale passione per la roba di Asimov o di Herbert), ci sono importanti e comprovate motivazioni drammaturgiche.

Vedere la protagonista che si toglie o mette la tuta spaziale e per questo gira mezza nuda: perché nello spazio fa caldo.



Vedere la protagonista che gira mezza nuda a prescindere, perché quando gli alieni attaccano lei si stava tipo lavando i denti, sempre perché fa caldo. 



Vedere la protagonista che si fa la doccia, perché nello spazio non si può andare in giro con i capelli in disordine, se già si è tutti sudati. 



Ogni tanto ci sono le docce condivise, perché nel futuro c’è tutto un discorso sulla parità dei sessi  che non vi dico. 



Qualche volta c’è la protagonista che si copre di sangue alieno per esigenze di trama, ma sta comunque in intimo per affrontare la situazione. 



Poi ci sono pure le donne armate di armi giganti e un po’ falliche, per chi ama il genere.



A varie leghe di distanza dai reali interessi dell’appassionato di fantascienza medio, in queste produzioni si trovano ovviamente tutte quelle cose “a tema spaziale” come le astronavi spaziali, le tute spaziali, le pistole spaziali, i mostri spaziali, i condotti di areazione spaziali, i robottini e quasi-robottini spaziali, le corporazioni sindacali spaziali, i capitalisti spaziali, i coloni spaziali, le scarpe a razzo spaziali, le pettinature spaziali e i tatuaggi tribali-spaziali e tutto quel tipo di azione dello slasher mutuata dal “gioco del nascondino”, con il plus delle porte-stagne spaziali che si aprono con il codice (forse nel futuro i bambini giocheranno davvero a nascondino con le porte stagne), le scialuppe di salvataggio spaziali, lo scontro con il mostro finale spaziale che in genere è enorme, cattivissimo, pieno di denti, metafore falliche e bava spaziali. Se in genere in molte pellicole lo schifoide spaziale da affrontare in una lotta di sopravvivenza per il vertice della catena alimentare spaziale è uno solo, Zombicide Invader  sposa fin dalla copertina la formula del “tanti nemici enormi e cattivissimi”, un po’ come Aliens scontro finale o Starship Troopers. È chiaro che in Invader sarà possibile ritrovare tra le pagine la poetica delle porte stagne spaziali e tutto il resto, ma la domanda che mi frulla prima della lettura è ovviamente quella di tutti: “Ci saranno le protagoniste mezze nude? In qualsiasi forma?”



(“Io intiendo sapere una cosssa solla: donde estas”: sinossi): Siamo nello spazio e nelle prime scene della storia ancora non si vede nessuna donna mezza nuda. Per un attimo iniziamo a temere che sarà un fumetto serioso/metafora sul capitalismo ai tempi del viaggio a velocità luce, con la solita natura matrigna che si ribella al suo sfruttamento da parte di una umanità  insensibile, plutocrate, misogina ecc. ecc. Roba alla Dune, insomma. Un’esplosione ai motori manda a picco un'astronave per il trasporto detenuti, costringendola a un atterraggio di emergenza su un planetoide minerario. Dopo lo schianto, i pochi superstiti si trovano circondati da una massa di creature piene di denti e tentacoli, fino a che qualcuno di amico interviene e li trae in salvo. I nostri eroi sono il classico russo grosso e barbuto, Oleg, un bisteccone ambiguo alla Vin Diesel, Kaine, e una ragazza orientale sexy e avvenente, Yoko: al primo sguardo tiriamo un sospiro di sollievo sull’eventualità che ci parlino di energie rinnovabili, decrescita felice del minatore spaziale, diritti dell’intelligenza artificiale e roba seria in genere. È gente buona a menare, onesta e muscolosa. Sarebbe un bel momento per la classica scena della doccia, ma ancora niente e noi aspettiamo. Appena giunti al cospetto di “chi comanda”, che è una seconda bella ragazza avvenente dai capelli azzurrini, i tre sopravvissuti dell’astronave crashata devono completare la classica quest da gioco di ruolo.

L’estrazione del raro minerale conosciuto come Xenium sembra attirare questi strani mostri definiti di conseguenza “xenos”, forse generando dei portali interdimensionali. Constatato che la trama di fondo è in sostanza il videogame Doom, ecco che veniamo subito felicemente travolti da un'azione a rotta di collo tra sparatorie spaziali, inseguimenti in vecchie miniere spaziali, torri di controllo spaziali. Il pianeta negli ultimi trenta minuti, vuoi tu i casi della vita, sta per diventare troppo pericoloso per le estrazioni spaziali, le radio spaziali sono fuori uso e il signorotto locale della gilda spaziale non vuole sospendere le estrazioni spaziali neanche per chiamare i soccorsi spaziali, perché troppo avido. Ecco, il tizio della Gilda cicciotto e con pellicciotto fa tanto casata Harkonnen, come lo Xenium può ricordare La Spezia, nel senso del minerale per i viaggi spaziali che si trova su Arrakis e non della celebre provincia ligure. Ma il “momento Dune” con la metafora del capitalismo cosmico post-feudale passa veloce e si continua a sparare ai mostri che escono dal fo**uto terreno del planetoide, sempre più grossi e sempre più tentacolosi. A un certo punto la situazione si calma di nuovo e possiamo ascoltare da un'avvenente scienziata la soluzione finale sul mistero di questi mostri tentacolosi, basato su studi complicati da lei condotti sulle muffe spaziali: ossia che l’estrazione del raro minerale conosciuto come Xenium sembra attirare questi strani mostri definiti di conseguenza “xenos”, forse generando dei portali interdimensionali. Lo dicono i dati. Un colpo di scena pazzesco!!! Roba che proprio non ci potevamo immaginare!! A questo punto abbiamo per lo meno tre protagoniste avvenenti e potrebbe essere il momento della scena della doccia classica in ogni film con i mostri spaziali. O almeno possiamo attendere la variante del cambio d’abiti per inserire lo scafandro spaziale. Riusciremo a vedere una scena con la doccia prima della fine dell’albo?



(Nello spazio nessuno può sentirti tirare i dadi: il gioco da tavolo di Zombicide invader): Avviato con una campagna di Kickstarter ed uscito nel 2012, il boardgame Zombicide di Gullotine Games ha stregato i giocatori e convinto i critici con le sue regole dinamiche e la bellezza delle miniature da colorare (per chi è bravo). Oggi, tra confezioni base ed espansioni, si parla di una ventina di scatole da gioco, un successo consolidato e almeno tre universi narrativi. Il Zombicide di partenza, quello del 2012, è un gioco da tavolo per 1-6 giocatori ambientato nel presente, durante una apocalisse zombie. In un’atmosfera che ricorda stilisticamente il videogame Left4dead di Valve. Sei eroi dalle caratteristiche uniche devono sopravvivere a orde di zombie all’interno di un contesto urbano, cercando di completare degli obiettivi che sono disposti sul tavolo da gioco. Oltre a combattere bisogna risolvere alcune situazioni ambientali, i mostri da combattere sono distinti in quattro tipologie, da approcciare in modo diverso, divisi a scalare per stazza e pericolosità, dal più semplice zombie al cosiddetto “abominio”. Se si vuole giocare da soli si può farlo, grazie a un cospicuo numero di missioni presenti anche sullo stesso manuale da gioco. Negli anni, oltre alle varie espansioni che hanno aggiunto personaggi e regole nuove, il gioco si è declinato ad una ambientazione passata, situata ai tempi del Medioevo, con Zombicide: Black Plague, distribuito del 2015 (con una espansione gustosa ispirata al gioco di carte Bruti di Gipi), e successivamente a una ambientazione futuristica, “spaziale”, con Zombicide: Invader del 2019. Invader si ispira ad Aliens di Cameron, Starship Troopers di Verhoeven, si ispira a Doom come al videogame Dead Space della compianta Vigil Interactive, prodotto da Electronic Arts. Alcune suggestioni riguardo alle corazze spaziali e caratterizzazione dei personaggi lo avvicinano alle atmosfere del boardgame Warhammer 40.000 di Game Workshop e alla sua storica “riduzione per famiglia” anni ‘90: Star QuestInvader conta già di due iterazioni, uscite entrambe nel 2020: l’espansione Black Ops e il gioco completo/espansive Dark Side. Anche in Invader si guidano 6 personaggi, ma la difficoltà è subito alzata di molto dal fatto che la condizione-base di vittoria sia la sopravvivenza di tutto il gruppo. I mostri, chiamati xenos, sono simili ai necromorph di Dead Space, ma hanno caratteristiche mutuate anche dagli alieni di Giger, come il moccio acido spaziale e protuberanze tentacolari che possono ricordare i vampiri mutati di Blade 2 come le creature dell’ultimo Underwater di Eubank o il film Life di Espinoza. L’ambientazione del gioco da tavolo  è la classica astronave spaziale, con possibilità di fare passeggiate all’esterno (o entrare “nelle fottute pareti” con i mostri, nel caso di Dark Side). Gli eroi possono fare uso di mitragliatrici comandare a distanza e robot “di supporto scorte” in grado di non essere percepiti come ostili dai mostri (come accade in Aliens scontro finale). Le armi sono sia a proiettili che ad energia, in numero limitato e non tutte utilizzabili negli stessi ambienti (sempre come in Aliens scontro finale), come i personaggi non possono uscire nelle zone all’esterno dell’astronave senza disporre di kit di ossigeno da mettere nelle tute (recuperabili nello scenario). Grande importanza tattica la offrono le porte stagne che separano le stanze da gioco, da aprire usando un turno del personaggio e da chiudere allo stesso modo. Le porte offrono una momentanea difesa, ma non possono nulla, come non possono nulla tutti le pareti in genere, quando si attivano i poteri dell’abominio: un mostro tentacolare enorme in grado di sciogliere ogni muro a cui si avvicina grazie ai suoi succhi acidi (sulla mappa da gioco si applica una specie di “pozzanghera corrosa” che ridefinisce lo scenario). Zombicide Invader è molto divertente e frenetico, con la mappa che presto si riempie con la sessantina di miniature dei mostri presenti nella confezione e con una curva di difficoltà che per chi la accetta può essere molto appagante. Se comprate il volume di Zombicide Invader con la copertina variant, disponibile nello shop di Bonelli o nelle fumetterie del circuito Manicomix, ellegate troverete anche delle carte da gioco omaggio. 



(Dal gioco da tavolo al fumetto): Da lettori fedeli di Dragonero vogliamo un gran bene a Stefano Vietti ed Luca Enoch, gli autori cui Gullotine Games ha assegnato l’incarico di fare di Zombicide Invader una serie di fumetti dall’afflato internazionale. Ci piace tantissimo anche il disegnatore Giancarlo Olivares, che ha reso autentici capolavori grafici alcuni numeri di Nathan Never, imprescindibili per ogni amante della fantascienza, come gli speciali “giganti” Doppio Futuro e Un Nuovo Futuro, ora recuperabili anche in eleganti volumi rilegati. Certo i dubbi sull’operazione erano legittimi, perché nonostante la pura classe con cui è realizzato il gioco da tavolo la storia alla base è abbastanza ridotta. Tipo che c’è questa sostanza nello spazio che è usata come forma di energia, ma che attira/genera anche i mostri, un po’ tra Dead Space, Doom e qualche “influsso” da Dune. Il boardgame gioca con il genere senza trovare forse una identità precisa, utilizza mostri belli da vedere ma forse con una personalità non travolgente. Certo il fumetto è il medium giusto per arricchire di contenuti “narrativi” il mondo di Invader, che magari tra qualche anno potrebbe rivaleggiare con Warhammer. Vietti, l’autore di questo primo numero, che arriva da noi in formato da fumetteria rilegato da 144 pagine, deve  però fare i conti anche con una storia che, forse per essere distribuita in numeri spillati da edicola, è la somma di quattro capitoletti distinti in cui l’obiettivo principale è mostrare delle bellissime tavole cariche di azione e dei personaggi che costituiscono il gioco da tavolo. La storia che ne risulta è lineare, segue molte regole dei Comics americani (mi riferisco alle serie di Aliens e Predator di Dark Horse), ma comunque risulta in grado di offrire qualche gustoso colpo di scena e tiene alta l’attenzione sui futuri sviluppi della vicenda. La caratterizzazione da “bad guys” dei personaggi rende divertente un'avventura in cui i monologhi sono pochi e l’azione è così abbondante da travolgere ogni cosa e spingerci felicemente sulle montagne russe. Le tavole di Giancarlo Olivares sono strepitose, cariche di dettagli e con panoramiche mozzafiato. I suoi personaggi sono granitici, testosteronici, con i muscoli incastonati in armature pesanti e abiti aderenti in pelle, spesso con in pugno armi giganti e ricoperti di sangue. Lo splatter è corposo e sottolinea la brutalità di scontri con i mostri spesso impari e disperati, dove la carneficina può esplodere da un momento all’altro. Le ambientazioni spaziali sono varie e rese al meglio grazie alla dovizia dei dettagli e ad un brillante uso del colore: una vera gioia per gli occhi. Bella la copertina di Olivares che richiama la scatola da gioco, come la variant di Adrian Smith, che ha i colori cupi di un mondo Dark fantasy.



(Conclusioni- “C’è un alieno a bordo”): Zombicide Invader è divertente e pesca da un immaginario di sicura presa. Essendo questa la prima uscita, risulta naturale che emergano più dei personaggi quelle che sono le meccaniche e l’impostazione grafica del gioco da tavolo, ossia gli elementi chiave per dare la spinta giusta per andare ad acquistare il boardgame. Nel futuro ci aspettiamo di conoscere di più Kaine e compagni, magari in situazioni dove ogni tanto il tasso di adrenalina si abbassa. Per ora ci godiamo l’ottovolante con gioia. Siamo in attesa del secondo volume. 

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lunedì 1 febbraio 2021

The New Mutants - la nostra recensione dell’ultimo, imperfetto, film legato al mondo X-Men di 20th Century Fox

 



(Sinossi fatta male): Rinchiusi, confinati dal mondo, dei giovani dalle grande potenzialità, alloggiate in strette stanze per lo più buie, cercano di sopravvivere giorno dopo giorno, con in corpo una paura e la rabbia che sale. Gli scienziati si occupano di loro anche se nessuno gli dice quando la loro condizione avrà fine, ma se “faranno i bravi” assicurano che presto saranno liberi, tutto tornerà come prima. Se saranno “responsabili” e non si lamenteranno di restrizioni dolorose ma giuste, rispetteranno le regole di condotta scolastica e morale, eviteranno di incontrarsi tra loro al di fuori delle attività consentite e accetteranno i trattamenti medici decisi dall’amministrazione per il loro bene, i ragazzi potranno trarre anche grande giovamento da questa esperienza e ne usciranno come persone migliori. Andrà tutto bene.

Così la adolescente Dani Moonstar (Blu Hunt), in seguito a una calamità naturale che ha distrutto la sua famiglia e la continua a perseguitare con degli incubi terribili, finisce in un istituto per giovani problematici gestito dalla premurosa e amorevole dottoressa Reyes (Alice Braga). Farà lì amicizia con Rahne, che in passato ha subito degli abusi (Maisie Williams), con Sam (Charlie Heaton), che è solito riempirsi di lividi, con la bipolare Illy (Anya Taylor-Joi), con Roberto (Henry Zaga), che prova difficoltà ad avvicinarsi agli altri. Un bel manipolo di ragazzi problematici ma con una grande forza interiore, uno spirito di squadra pronto ad emergere. Ragazzi speciali, le cui doti nascoste li renderanno degli X-Men.



(Gli X-Men del Lockdown): Josh Boone, regista sensibile al mondo degli adolescenti come dimostrato nel suo precedente e ben fatto Tutta colpa delle stelle, dirige un team di giovani e bravi attori, tra cui spiccano Maisie “Game of Thrones” Willams e Anya “La regina degli scacchi (ma anche The VVitch)” Taylor-Joi, nel primo film dedicato alla serie a fumetti dei New Mutants. Una serie Marvel di culto, il primo spin-off delle storie che hanno espanso l’universo narrativo degli X-Men, che a sua volta ha portato alla nascita, da una sua costola, della serie X-Force, che a sua volta qualche appassionato di Deadpool sta aspettando al varco nelle sale già da un po’ di tempo. New Mutants, dalla serie originale di Claremont fin alla mia Run preferita a firma Peter David e oltre, nonostante le varie testate degli X-Men diventino spesso intercambiabili per tipologia di storie e cast dei personaggi, ha sempre cercato un taglio riflessivo, a volte psicanalitico (non a caso Peter David ha scritto La psicanalisi di Hulk), incentrato sul mondo interiore dei mutanti più giovani. Ragazzi fragili spesso considerati dalle persone “normali” dei diversi, degli insicuri, pericolosi, sociopatici se non peggio. Piccoli mostri da rincorrere con il forcone anche in virtù di poteri mutanti che li rendono simili a streghe, uomini-lupo, demoni fiammeggianti. A movimentare l’azione interviene quindi spesso un clima quasi da folk-fantasy e laddove nel fumetto sopraggiungono personaggi “di natura spaziale”, simili a robot, non è difficile scorgere l’ombra di Pinocchio. Uomini “esagitati”, spinti spesso da convinzioni religiose e scientifiche radicali più che da cospirazioni intergalattiche, diventano spesso nemici giurati dei nostri eroi in momenti di transizione all’età adulta e questo avviene anche nella mini-saga del demone orso, da cui è stata ispirata questa pellicola. Una mini visivamente graffiante anche perché disegnata da Bob McKelod, il co-creatore con Claremont, con tutta la rabbia e l’incazzatura di dover consegnare le chine anche nel mezzo di un periodo incasinato della sua vita, luna di miele compresa. Un piccolo capolavoro. Il resto è storia, come è “storia del cinema supereroistico” il passaggio del franchise legato agli X-Men da 20th Century Fox a Marvel Disney per una maxi-acquisizione che ha riguardato proprio il periodo di uscita di questa pellicola, rimandandola di mese in mese, di anno in anno, tra rimontaggi, tagli, scene cambiate. I mutanti a fumetti sono per ora limbizzati in attesa di reboot, con fermi anche i progetti legati come X-Force, Gambit, il nuovo Deadpool, la serie Legion (che pure ha qualcosa in comunque con questo New-Mutants). Con questo film i New Mutants avrebbero trovato la perfetta origin-story ma non è successo, come si aggiunge il fatto che The New Mutants è arrivato in sala per un paio di settimane prima del lockdown covid ed è uscito in home video con pubblicità pressoché nulla. Un prodotto amabilmente sfigato, come sono amabilmente sfigati i New Mutants, ma che per una coincidenza astrale riesce oggi a parlare benissimo di questa epoca di lockdown. Ci viene facile vedere Cannonball, Magik, Sunspot e soci come gli epigoni dei molti ragazzi oggi a casa con la didattica a distanza, con un futuro ancora difficile, con la voglia di incontrarsi tra loro, amarsi, sbattere la testa contro il muro. È tremendo vedere come le fragilità che affliggono i personaggi siano alcune delle più gravi, che gli psicologi prevedono possano scaturire o rendersi più acute anche per via di questo periodo di lockdown. New Mutants usa un approccio narrativo interessante, di matrice quasi horror, perfetto per il soggetto. I poteri mutanti di Dani Moonstar “scatenano gli incubi”, costringono i protagonisti ad affrontare un viaggio iniziatico fisico quanto psicologico. The New Mutants diventa presto una variante del mitico Nightmare 3: i guerrieri del sogno, forse uno dei migliori film per adolescenti (e quindi vietati a loro dalla censura) degli anni ‘80. Qualcuno ci vedrà anche la sua variante moderna più moscia ma simpatica, It di Muschietti (un po’ distante dal libro omonimo). Ma alla fine, direte voi, miei piccoli lettori: “questo The New Mutants, com’è?”



(Un episodio pilota di una serie anni ‘90, tipo il film di Buffy, quello con Kristy Swanson): non so se si scrivano tesi sul leggendario Buffy l’ammazzavampiri della Swanson, regia di Josh Whedon, ma da quel film è venuta fuori la seminale e tuttora amatissima serie tv con Sarah Michelle Geller... quella che ha reso grande il regista Josh Whedon, autore anche di Firefly e primo “demiurgo” degli Avengers Marvel Disney. Ora si potrebbe discutere dei recenti trascorsi di Whedon come sarebbe più logico parlarne in altra sede, ma torniamo a quel film, con nel cast anche il compianto Luke Perry oltre che gente che passava di lì come Donald Sutherland, Rutger Hauer, Hilary Swank, Ben Affleck, Tom Jane (che comunque è un attorone pure lui, guardatelo in The Expance su Amazon Prime e fatemi sapere). In quella pellicola, che tutti ci siamo un po’ dimenticati (ma so che tra chi ci legge qualcuno non l’ha fatto), c’erano già tutti gli elementi giusti, anche se la messa in scena era abbastanza televisiva, goduriosamente trashona, un po’ “meh”. Serviva il format giusto, ossia la serie televisiva rivolta a un pubblico specifico (e quindi epurando il progetto della vena “più sexy”). Serviva il budget giusto, ossia da serie televisiva (da trasmettere nel doposcuola). Qui è uguale, al netto che la recitazione è di livelli elevatissimi, tra una Taylor-Joy mattatrice sopra le righe è tenerissima, semplicemente perfetta nei panni di IllyAnna “Magik” Rasputin, e una tenera e solare Williams sotto il pelo arruffato e spelacchiato di Wolfbane. La direzione degli attori e gli attori stessi funzionano, salvo magari una Blu Hunt un po’ incolore. La storia parte lenta, stile Ragazze interrotte, poi si trasforma in un film degli X-Men verso il terzo atto, magari prendendosi troppo tempo nella psicologia e meno nei combattimenti con super-poteri, nonché perdendosi qua e là. Tutto sommato la pellicola risulta godibile e l’approfondimento emotivo non è banale, gli amanti del fumetto apprezzeranno, peccato per tutti gli altri che la messa in scena sia un po’ sottotono, gli effetti speciali non sempre convincenti, la fotografia dotata di non abbastanza respiro per essere una produzione cinematografica di alto budget su supereroi che si trasformano e viaggiano tra le dimensioni. Non è che la confezione generale sia fatta male, ma risulta visivamente poco coraggiosa, a maggior ragione oggi, in cui anche molte serie tv hanno un appeal cinematografico. 

A me non è dispiaciuto, ma chi si aspettava uno spettacolo visivo sulla linea dei film degli X-Men potrebbe rimanere un po’ deluso, al netto che a livello di scrittura The New Mutants per temi e recitazione rientra in pieno dell’alto standard delle pellicole iniziate con la regia di Bryan Singer.

Vedremo quindi un The New Mutants 2? Credo sia più interessante una serie tv, per la quale riconfermerei tutto l’ottimo cast artistico. Ma questa pellicola è riuscita a suo modo a raccontare bene questo momento storico e penso che sarà gradita, e vicina, al suo pubblico di riferimento. Domani, pur nelle mille sfighe e limiti,  potrebbe essere un piccolo cult. 

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sabato 30 gennaio 2021

Pietà - il diciottesimo film di Kim Ki Duk



Corea, 2012. Nella zona periferica più povera, vicino allo smantellamento in ragione dei nuovi palazzi, Gang-do (Lee Jung-jin) riscuote prestiti con interessi al 1000x100 e spezza gambe e braccia perché l’assicurazione per l’invalidità permetta di pagare a chi non ce la fa più. I piccoli commercianti locali lo chiamano “il diavolo che illude la gente con i soldi”, ma sono i primi ad avere bisogno di lui perché lo stato non c’è e la gente che non muore di fame spesso si suicida. Non c’è futuro anche per chi si impegna. La prospettiva felice della nascita di un figlio deve fare i conti con la necessità disperata di rompersi una mano e diventare invalidi per avere i soldi di mandarlo a scuola. Gang-do sembra anestetizzato da ogni sentimento, vive solo, esegue il suo lavoro di carnefice e strozzino con rigore disumano. Solo la sera, nel suo piccolo appartamento fatiscente, dorme tormentato, alla ricerca di un po’ di calore carnale nell’autoerotismo. Ma non sembra più di un tic fisiologico. Gli affari comunque non vanno bene, non c’è più nessuno che abbia soldi e lo strozzino rincasa sempre più spesso solo con del pollame o un consiglio. Anche se ha incrementato il tasso di violenza con cui cerca di estorcere il denaro, questo non sembra funzionare e il boss locale lo rimprovera per la gente che riduce quotidianamente in fin di vita, incapace di produrre per questo altro denaro. Un giorno appare alla sua porta una donna (Jeon Mi-Seon), dice di essere sua madre. Si scusa di averlo abbandonato e lasciato crescere solo e cattivo in questo mondo, gli pulisce casa, gli prepara da mangiare. Il ragazzo la respinge, ma la donna torna più volte e quando gli regala una anguilla da mangiare, lui la caccia di nuovo ma tiene l’anguilla, la mette nell’acquario insieme al bigliettino con il numero di telefono della donna. Alla fine la richiama, la accoglie e per la prima volta nella vita lo strozzino prova cosa significhi avere una madre. Ma la donna serba dei misteri e forse una vendetta. Il suo avvicinarsi a Gang-do con la pietà materna potrebbe nascondere qualcosa di diverso.

Pietà classica


Nella Corea delle vendette psicologiche crudeli di Park Chan-wook (la nota trilogia) e dell’amore carnale e cattivo (Isola, sempre di Kim Ki-Duk), la Pietà è sempre l’arma più forte, quella che colpisce il lato umano delle creature anche più egoiste e brutali. È qualcosa che lega insieme la natura umana e quella matrigna gettandone i confini, un vincolo apparentemente frivolo e umile, ma potente, inesorabile nella crescita morale. Qualcuno direbbe che nasciamo nel dolore e l’amore materno è il primo a consolarci, nonché sovente l’ultimo pensiero che torna prima di morire. Una energia vitale da cui attinge a piene mani Kim Ki-Duk, regista il cui cinema ricerca la pietà da sempre negli angoli di un appartamento (Ferro 3),sotto i ponti dei fiumi (Coccodrillo), nel fluire dell’acqua (Isola), tra le pieghe del tempo (Primavera, Estate, Autunno, Inverno...e ancora primavera). Così i mille falliti che popolano i film di Ki-Duk partono tronfi, giocano con una donna come se fosse una preda, un oggetto semi-inanimato o decorativo, fino a scoprirne la bellezza, piegarsi a essa e riconoscersi umani. È un processo che parte dal sangue, dal dolore anche visivamente più disturbante e ingiusto, ma la cui dolcezza finale strazia, ricongiunge, pacifica.

Pietà sudcoreana


Questo 2020 ci ha portato via anche Kim Ki-Duk. Un maestro senza tempo. Pietà è un buon “starting point” per riscoprire il suo cinema. Non la sua opera più complessa, ma quella che più assomiglia ai revenge movie che con il tempo hanno dato la dimensione più innovativa del cinema coreani. In genere che Ki-Duk segue dai tempi di Coccodrillo, di Bad Guy. Se volete potete partire quindi da qui e poi scoprire la caustica e folle Isola, gli angoli architettonici e domestici di  Ferro 3, la filosofia orientale dei monaci di Primavera, Estate, Autunno, Inverno è ancora Primavera. È un regista difficile, criptico, duro. Va avvicinato con la voglia di superare la coltre di violenza, i tempi lunghi e infiniti silenzi dei suoi lavori. Ma è uno sforzo che appaga e ripaga, che ogni amante del cinema deve per me tentare. Ci mancherà tanto. 

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giovedì 28 gennaio 2021

Shadow in the cloud - trailer “natalizio”, perché i Gremlins fanno sempre Natale



La regista Roseanne Ling scrive, insieme al nostro amato Max Brooks, e dirige, nello splendore della fotografia “vintage” di Kit Fraser, un action thriller che fin dai primi rumors ci ha mandato in fibrillazione. Protagonista assoluta della scena, nei panni di una cazzutissima pilota di un bombardiere B-17 della seconda guerra mondiale, Chloe Grace Moretz, la vera lolita nerd del nuovo millennio. la “Hit-Girl” di Kick-Ass. La seguiamo con amore dagli esordi di quando era bambina in Desperate Housewife, passando per Hugo Cabret di Scorsese, un remake forse troppo “X-Men” e forse “meh” di Carrie, un curioso Dark Shadows di Burton fino a diventarmi erotica dancer in Suspiria di Guadagnino. Temiamo di vederla presto (ma speriamo tardissimo, meglio mai) in Tom & Jerry, ma intanto e con gioia la abbiamo di nuovo qui, più Kick-Ass che mai, sulla fortezza volante, a sparare all’impazzata ad una montagna di aerei nemici, manco fossimo in 1943 di Capcom, e pure a picchiare a cazzottoni i temibili Gremlins che stanno smontanto l’aereo dall’esterno. La mente non può che tornare a quel film a episodi sulla Twilight Zone con un John Lithgow al finestrino di un aereo notturno in un giorno di pioggia e con la paura del volo, da cui sarebbe nato il classico natalizio di Joe Dante. Oltre da quanto abbiamo visto finora non possiamo andare. Ci immaginiamo un one-girl-show, magari un Gravity in salsa piccante. Così come si affaccia ai ricordi quel promettentissimo, ma un po’ spento, action in salsa nazi-Zombie di nome Overlord che proprio nei suoi primi minuti, con i soldati che colavano a picco in un aereo in fiamme, aveva sparato tutte e troppo presto le cartucce della pellicola. Cloe è nei nostri cuori, il trailer parla di spettatori entusiasti ai massimi livelli, noi nel nostro piccolo speriamo bene e incrociamo le dita. La regista è promettente, Landis ha il potenziale (Chronicle) ma ogni tanto sborda (American Ultra). Siamo ufficialmente curiosi e sempre innamoratissimi della piccola e cazzutissima Choe Grace Moretz. 

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P.S.: intanto, dai tempi in cui avevamo programmato questo post, il film è passato tra le maglie della critica internazionale che l'ha giudicato un po' troppo "tiepidino"... incrociamo le dita che almeno a noi possa piacere e ci aggiorniamo dopo la visione.