martedì 14 luglio 2020

The Spider King, di Josh Vann per i disegni di Simone D'Armini: quando i vichinghi incontrano gli alieni



Barbuti, torvi e sdentati. Coperti di cicatrici e armi, con muscoli sempre tesi e occhi di fuoco mentre urlando vanno alla carica, in un attacco frontale carico di pazzia e onore, dritti alla morte e poi alle sale del Valhalla con un sorriso. Questi vichinghi sono indubbiamente un concentrato di testosterone e "palle", ma tanto onore e poca tattica li espone a un warlord dai metodi vigliacchi e dai continui agguati notturni conosciuto come "il lupo". Il declino dei clan diventa così generazionale, con il lupo e i suoi mercenari che falcidiano uno dopo l'altro i più grandi guerrieri e re. Ma forse Odino ha ascoltato le preghiere dei suoi figli e inviato loro dal cielo delle armi leggendarie e ultra-tecnologiche, stipandole in un'arca d'acciaio arrivata al suolo tra lo zolfo di rocce coperte da fuoco verde. Anche il temuto "lupo" ha avuto, in quello strano arco di tempo, un incontro ravvicinato con il divino. Ma nel suo caso ha dovuto incrociare la spada con il temibile parassita alieno conosciuto come "Spider King". I vichinghi dovranno quindi affrontare pur con le loro nuove portentose armi un nemico ancora più potente e infido del Lupo.


Sono storti, deformi, "carichi" di testosterone, spadoni laser e innesti bio-meccanici. Sono vichinghi 2.0, non troppo lontani da quei Cowboy che si sono scontrati con gli alieni prima sui fumetti e dopo al cinema, nello sfortunato (ingiustamente) blockbuster di Jon Favreu Cowboys and Aliens. La formula è semplice e già nota, in quanto vicina a quanto proposto pure una decina di anni fa in un brutto film con Jim Cavezel, che Eagle Pictures, per accattivassi disperatamente il pubblico, offriva in dvd in edizione speciale insieme a un dopobarba. Ma l'esito di questa serie IDW già lanciata a una serialità in divenire è ben diverso. Josh Vann scrive personaggi dall'afflato epico, ma anche  divertenti, autodistruttivi e irresistibili. Anti-eroi sbilenchi e asimmetrici pronti a lanciarsi in massacri visivi sempre più estremi e spettacolari allestiti dal bravissimo Simone d'Armini con un tratto grafico gustosamente esagerato e grottesco, a metà strada tra Eric Powell, Mike Mignola e David Rubin. The Spider Kings è sfolgorante nel tratto grafico esagerato e sghembo, divertente nella messa in scena antieroica dei suoi personaggi eroico-scoreggioni e giustamente da non perdere se amate la nuova ondata del fantasy "underground", nata sul solco del canadese Adventure Time e sviluppatosi in opere come Rumble, Head Looper e, perché no, anche The Rust Kingdom dell'italiano Spugna. È un modo "più divertente e meno serioso" dell'epica fantasy classica a fumetti, strada per altro, al di là dei già citati Mignola, Powell e Rubin (a cui aggiungo pure Daniel Warren Johnson) che trova nobili radici nella BD di Goscinny e Uderzo, Van Hamme e Rosinski, nei comics di Jeff Smith. Un lungo carnevale di eroi sdentati e fieri pronti a farci ridere ed esaltare a furia di mazzate, indispensabili per un po' di escapismo liberatorio moderno. In Spider Kings ci sono personaggi anti-eroici dal naso rosso-rotto, spettinati, sporchi e sguardo spento di chi innamorarsi pazzamente. C'è anche un piccolo mondo Pixar stile The Brave tra i riccioli rossi della principessa longobarda co-protagonista. È una parentesi romantica e "femminista" che funziona, si amalgama bene, riesce ad armonizzare e dare cuore all'azione. Gli alieni  "cattivi" sono stilizzati ma riecheggiano il classico di Scott, guidano zombie fungosi come in Last of Us e sono inseguiti sulla terra dei vichinghi da una specie di lanterne verdi multi-specie, se vogliamo simili alla polizia spaziale di Lilo & Stitch. Gli scontri si svolgono per lo più in boschi notturni dominati da fuochi fatui verdi, ma non mancano castelli in fiamme e accampamenti militari. Le tavole sono stra-piene di dettagli. 
Spider King ci è piaciuto e Saldapress ha confezionato un ottimo volume cartonato su quella che possiamo ora considerare a tutti gli effetti una "prima serie", con il successivo speciale Spider King Frost Bite già nelle fumetterie americane. 
Siamo pronti per un altro giro. 
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lunedì 13 luglio 2020

Find Us - Trovaci : la nostra recensione di una piccola ma sfiziosa web serie del canale YouTube SuperCinema



Oggi vi proponiamo una piccola web-serie realizzata da un piccolo gruppo di appassionati di cinema di genere. È una serie carica di inventiva, citazioni, un bel tappeto sonoro, divertente e autoironica, con alcune idee visive interessanti. Sono 5 episodi da cinque minuti l’uno circa, da ascoltare magari in cuffia. 


Nel 1983, dalle parti di Boston, una palla di fuoco ha illuminato il cielo durante una notte stellata. Da allora durante le notti delle persone scompaiono nel nulla, per poi essere ritrovate all’alba tutte a brandelli.
Qualcosa di alieno si muove nella notte e qualcuno sarà così incauto da affrontarlo nell’ambiente dove trova più forza. Il buio.  
La confezione di questa Web-serie è molto carina, a partire dal lettering usato per i titoli che richiama gli horror low budget del passato. Il punto davvero forte è il comparto audio, una colonna sonora sincopata e avvolgente di stampo Carpenteriano (che nel finale incontra i toni della detective story), effetti sonori ambientali e “speciali” che spesso riescono a far emergere, specie in alcune originali scene girate al buio, suggestioni lovecraftiane. La fotografia sceglie una gradazione ocra-vintage anni ‘70. La tecnica di ripresa scelta, con uso della telecamera a mano, risulta dinamica, ricca di citazioni visive e con soluzioni di ripresa non banali. 
La trama, opera di Lewis N. Snyder, è una lettera d’amore agli Ultracorpi, la fantascienza classica, gli Incontri ravvicinati del terzo tipo. Sono presenti note dell’action crepuscolare di Carpenter, una sottile ironia alla Landis, ci sono le ossessioni geometriche e il “non detto” tipici di Lynch. Il racconto “sembra” ambientato nel 1983, ma il personaggio di Curtis quando si trova a indagare su quello che è un serial killer si sofferma sulla resina degli alberi, la degradazione del colore di una foglia, raccoglie misteriose pietre nere che considera indizi importanti. Non ci viene detto nulla del passato di Curtis, ma vediamo che sta seguendo uno schema, criptico ma che forse già conosce, perché per lui è routine. Come le scene di buio pieno che diventano magiche e “vivide” grazie a quello che ci fanno intuire gli effetti sonori, le ritualità investigative di Curtis ci raccontano senza parole le dinamiche di un mondo che forse si trova ai confini del reale, in un modo non dissimile dal recente The Head Hunter di Jordan Downey. 
Le scene d’azione sono nell’insieme da migliorare, ma funzionali e abbastanza intellegibili. 
Luigi Santomauro riesce bene a passare dal registro comico dell'inizio del primo episodio a una personalità più “aliena“. Con la sola mimica facciale unita a una interessante illuminazione del suo volto, Luigi riesce a essere inquietante come Sadao Abe in Uzumaki di  Higuchinsky. Antonio Comune funziona come detective “accartocciato e stanco”, soprattutto quando tira fuori uno sguardo alla Thomas Milian sotto un cappellaccio nero (non dissimile da quello del primo Rocky). È un personaggio che riesce a mantenere la calma nonostante qualsiasi cosa gli capiti intorno, come se ci fosse già passato. Sarebbe interessante esplorare cosa nasconde sotto la corazza Curtis.


Find Us è un progetto piccolo ma curato, in cui traspaiono, oltre all’entusiasmo, professionalità e visione di insieme. La scrittura è interessante, c’è ironia e la possibilità di sviluppare ulteriormente il racconto. 
C’è  del potenziale e sono convinto che se gli autori proseguiranno su questa strada, arriveranno a importanti traguardi. 
Mi piacerebbe davvero vedere su YouTube più contenuti di questo tipo. Aspetto la seconda serie. 
Paolo “Talk0”

P.S.: e se a fine visione non siete ancora sazi di questa simpatica detective/Paranormal story realizzata dai nostri appassionati di cinema / eroi, c’è un altro cortometraggio che vi aspetta nell’archivio di SuperCinema. Un vero e proprio “prequel” di Find Us. Ossia il mitico:



giovedì 9 luglio 2020

Iron Kobra: l'anti-supereroe psichedelico di Officina Infernale e Akab per Progetto Stigma e Eris Edizioni



C'è un bondiano agente del "sistema" in missione, all'interno di un misterioso presidio sorvegliato da inquietarmi occhi dotati di gambette meccaniche che li rende simili a ragni. L'uomo misterioso entra in una sala decriptando un codice e si trova davanti a una serie pressoché infinita di fantascientifiche super-tute, la serie Iron Kobra. Ne sceglie una, la tocca e la struttura ad energia esagonale si impossessa di lui, ne modifica la percezione del mondo, lo rende un creatura perennemente in fuga. In fuga dai (dis)valori moderni del gioco d'azzardo e dell'american dream. In fuga dalla paranoia di mostri lovercraftiani, dalla stupidità supereroistica, dalla competività spinta. Alla ricerca di un senso profondo di "verità", dell'amore fusionale e di uno scopo finale forse irraggiungibili, ma verso cui non si può che procedere spediti, in linea retta, combattendo con la forza della "parola", infrangendo e superando i dogmi e le paure che schiavizzano l'umano. Iron Kobra fugge da un futuro predestinato come il THX di Lucas e si perde psichedelicamente tra i colori e passioni, superando uno dopo l'altro i "livelli" di una autocoscienza liberatoria, ma che può essere forse effimeramente solo autoindotta dai poteri della super-tuta e da un enorme ingranaggio di uomini in bianco e nero che sovrintendono quella che chiamano "simulazione". È vera fuga quella che sta vivendo l'uomo che si è fuso con la Iron Kobra o solo la disperata corsa di un criceto all'interno di un labirinto senza uscita. 
Iron Kobra è un'opera graficamente concepita da Officina Infernale "tra le 4 e le 9 di mattina", che cerca costantemente una propria forma in modo schizofrenico, "pulsando" in una serie di tavole realizzate fondendo il collage fotografico con gli stilemi della pop art, del comics supereroistico vintage, della psichedelica ed elaborazione digitale. Questo mondo affascinante e straniante, sintetico quanto astratto, trova voce nei testi di Akab, che spesso ne rincorrono la lettura grafica e mettono in sequenza ballons dal contenuto spezzato quanto concatenato, muovendosi di suggestione in suggestione, tra il soliloquio del flusso di coscienza alle "voci nella testa" più complottistiche. 

Quello che ne esce è un sogno dentro un incubo e viceversa. Un'esperienza visiva e auditiva che avvolge e respinge continuamente il lettore, tempestandolo e senza lasciargli tregua, mai rendendolo indifferente, tenendolo sempre carico, fino all'ultima pagina. In Iron Kobra si rinnova l'esperimento del romanzo grafico "La Soffitta" (Mondadori Ink), dove Akab aveva legato in un racconto delle illustrazioni di Squaz fino a creare insieme a lui un'opera unica, con le tavole progressivamente realizzate insieme in un unico """esplicitamento"" narrativo. Anche qui la fusione tra testo e disegno è solo intuita, il target è rendere lucenti i frammenti più che la somma degli stessi, l'esito è per il lettore un perdersi felice in un mondo ampiamente da interpretare e ri-etichettare. Viene messa in scena la decostruzione del supereroe più "golden age", con lo sfondo dei paesaggi e stilemi visivi degli anni '60-'70 americani, arricchendo con soliloqui da Silver Surfer e servendosi delle tecniche di "smascheramento ideologico" proprie del capolavoro di Carpenter Essi vivono. Se fosse un videogioco, Iron Kobra sarebbe un parto di Suda 51. Se fosse un film sarebbe un esperimento di Andy Warhol. Se gli dovessi cercare un "fratello" contemporaneo guarderei a Pax Romana di Hickman, se guardo al passato la mente va a Jim Steranko e al suo Nick Fury. Se mi soffermo sulla figura, plastica e imponente, dell'Iron Kobra provo suggestioni che mi portano al Crying Freeman di Ikegami. C'è tutto e forse infinite altre suggestioni in questo geniale parto del Progetto Stigma, perfino degli easer egg che richiamano ad altre opere di questo collettivo di autori. Pertanto più che cercare invano di classificarlo (rimando agli esperti che ne sanno più di me questa nobile arte) vi inviterei a vivere quest'opera, subire sulla retina e nella testa le parole e i colori che dalle tavole vengono sparate come proiettili perforanti. L'arte è prima di tutto libertà e opere come Iron Kobra sono la massima espressione di questo impulso. Fatevi avvolgere nella sua psichedelica e magari versate una lacrimuccia o due pensando che autori come Akab, di cui abbiamo oggi un bisogno sempre più inestinguibile per sentirci davvero "liberi di pensare", oggi non sono più tra noi. 
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mercoledì 8 luglio 2020

Gli anni amari - la nostra recensione del film di Andrea Adriatico sulla vita di Mario Mieli, con interprete un grande Nicola Di Benedetto



Era eccentrico, eclettico, ironico, rivoluzionario, vanitoso e forse troppo fragile. La sua vita è durata un soffio come una candela che brucia da due lati, come per molte stelle del rock. 
Mario Mieli ha diretto giornali indipendenti, si è fatto promotore di reti internazionali di contatti, ha cercato pioneristicamente di innovare il dibattito politico in nome della parità di genere, ha creato un nuovo modo di fare comunicazione sociale utilizzando prima la televisione e poi il teatro. Ha provato a scavalcare il Muro di Berlino, ha sviluppato, legando insieme la filosofia e la psicanalisi, una teoria innovativa su come la società impedisca agli uomini di essere liberi. Come molti rivoluzionari fu molto amato e adorato e parimenti odiato, al punto che qualcuno si spinse a demolirlo personalmente e intellettualmente, con critiche di una ferocia assoluta che puntavano il dito sul fatto che fosse troppo “libertino”, sul fatto che fosse “gay”.
Non un omosessuale qualsiasi, ma uno dei fondatori del Movimento Omosessuale Italiano, cui oggi è dedicato il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma. Circolo che seguendo gli ideali di Mieli si occupa da anni di promuovere non solo i diritti delle persone LGBT, ma persegue anche  il rispetto dei diritti civili di ogni essere umano e la realizzazione della parità di genere. Inoltre promuove occasioni di socializzazione, è sede di gruppi di auto-aiuto, telefoni di sostegno per le fragilità. Dal 1989, per primo in Italia, ha creato un servizio di assistenza domiciliare per malati di AIDS formato da psicologi, assistenti sociali e volontari. La festa annuale con cui il Circolo si autofinanzia è il celebre Muccassassina, legata da sempre dall’ex parlamentare Vladimir Luxuria, prima persona transgender a essere eletta al Parlamento Europeo. 


Era difficile “ridurre in film“ una figura complessa e importate come Mieli. Adriatico sceglie un attore giovane molto bravo come Di Benedetto e con gli sceneggiatori (Verasani e Casi) racconta un Mieli intimo, descrive il suo mondo emotivo. Dagli anni del liceo in poi, fino alla fine, concentrandosi sul suo rapporto con la famiglia, raccontando il suo edonismo, la sua vita fatta di un continuo inseguire amori sfuggenti, la sua lingua arguta e tagliente, la capacità di parlare senza filtri e in nome di altri, l’entusiasmo. Non tutto è una festa, Adriatico rappresenta in modo spietato quanto umano le difficoltà incontrate da Mieli nel fare ascoltare la propria voce in un mondo concettualmente distante, avverso e “allergico“ al tema di una sessualità. Ma al contempo allega la “prova televisiva”, ricostruendo i filmati d’epoca che attestano come Mieli fosse riuscito a portare i temi a lui cari in Rai e poi a teatro. 
Scegliendo un ordine cronologico il film, usando spesso parole tratte dalla autobiografia postuma di Mieli, Il risveglio dei faraoni, parte da un giovane Mario Mieli che vive a Milano negli anni ‘70. La sua è una  ricca famiglia di origine ebraica, di Alessandra d’Egitto, che aveva patito le leggi razziali durate la Seconda Guerra Mondiale, riuscendo infine a uscire da quel periodo e tornando ad essere a capo di una importante azienda di filati, inaugurata negli anni ‘20. Il film illustra come Mario per il suo essere omosessuale vivesse uno “stigma“ per lui non troppo differente da quanto patito dalla sua famiglia durante la guerra. Trovandosi spesso per le strade di Milano alla mercé di persone “perbeniste” pronte ad aggredirlo simili ai persecutori nazisti, a cui lui però rispondeva, confondendoli e riuscendo a volte a scappare indenne, citando Joyce e  Oscar Wilde. La famiglia si era però “conformizzata”, per Mario non era più capace di capire “l’essere diversi” patito nella seconda guerra mondiale, non comprendendo la diversità sessuale del figlio. Per Mario essere gay, diventare “Maria” era una condizione sociale scelta liberamente, in tempi in cui le persone comuni vedevano l’omosessualità come una devianza mentale da curare, magari con gli psicofarmaci. Per questo Mario, passando idealmente nella narrazione all’età adulta, interviene a manifestare contro il Congresso di Sessuologia Internazionale di San Remo del 1972, momento a cui segue il suo attivismo e un periodo di scoperta dell’esistenza dei movimenti gay e femministi che in seguito appoggerà in nome della libertà di genere. Londra diventa la sua base operativa, luogo di sperimentazione e momento di creatività, fino a che incomberà la voglia di tornare in Italia e fondare la sua prima rivista.
Segue la narrazione del suo impegno politico, caratterizzato da un ritmo pop, sintetico ma chiaro. Nella parte finale ci si riallaccia alle primissime battute del film, riproponendo un contesto dal sapore teatrale.
L’omosessualità è raccontata senza filtri. 


La pellicola si sofferma più volte sulle scene di sesso, come ci sono numerosi nudi maschili, ma Adriatico non punta a un'ostentazione di tali immagini. Le usa per lo più per descrivere una quotidianità affettiva, quanto saltuariamente ne fa un uso simbolico. I corpi e i vestiti diventano qui una grammatica visiva del pensiero di Mieli. Ne è un esempio un momento molto teatrale, a inizio pellicola, al chiaro di luna presso un parco di Milano. I personaggi in scena parlano di ribellione, sembra che stiano improvvisando delle invettive nei pressi di alcune colonne che fanno da “teatro greco”. Per uno di questi poeti la poesia, lo scrivere in versi, è ribellione verso una realtà che riesce a parlare di sé solo tramite la prosa. Per un giovane Mieli, che fa eco al primo, la vera ribellione è un corpo che si trasforma in poesia, davanti alla quale non serve scrivere alcunché, basta “essere”. Per Mieli vestirsi da donna, come liberarsi di ogni vestito, diventava un gesto provocatorio, di liberazione dai ruoli di uomo (quello che lavora) e donna (quella che sta a casa). Ruoli imposti dalla società in cui viveva, per lo più specchio della famiglia media americana descritta dal sociologo Talcott Parsons. Per Mieli chi guardava un uomo vestito da donna entrava in una ulteriore crisi quando scopriva di sentirsi attratto da quell’uomo. Del resto i parchi notturni di Milano vengono descritti come brulicanti di uomini comuni in cerca di “trasgressioni”. Più volte il personaggio di Mieli provoca in tal senso la gente di strada che incontra di notte, con Di Benedetto che gioca sulla sensualità del trucco e del suo corpo per irretire e poi deridere i benpensanti. Di Benedetto si adegua al Mieli che evolve negli anni da ragazzino ad attivista a figura pubblica. Riesce bene a descrivere il  mutare del suo ruolo nel mondo che lo circonda, da uomo libero di spingersi in slanci emotivi estremi a “figlio non accettato”, compresso, schiacciato, in una gabbia emotiva familiare senza uscite. Ne esce il quadro di un uomo che ha ribaltato il mondo, creando qualcosa di importante anche per le generazioni future, pur di essere compreso in casa propria. Mieli diviene così eroe tragico, pronto ad automutilarsi simbolicamente, pur di ricevere quell’affetto negato. È centrale in questo ambito il personaggio della madre silenziosa, interpretata da Sandra Ceccarelli, il padre distaccato (Antonio Catania), il fratello (Lorenzo Balducci) che non condivide la condotta di Mario e che sarà l’erede della ricca azienda di famiglia. Ne scaturisce un disordine di sentimenti che spingono Mario a sua volta ad avere difficoltà in relazioni stabili, trasformando nell’ultima parte la pellicola in un dramma che è tragicamente comunque, universale, a molte vicende in cui l’omosessualità non è accettata. 


Gli anni amari è un film che descrivendo la vita di una figura centrale del Movimento Omosessuale ne accenna soltanto i successi, non li enfatizza. Preferisce invece una dimensione personale, intima quanto universale, fatta di slanci, sbagli, compromessi emotivi.  È un film che celebra ma non dimentica le pagine più difficili della vita.
Molto bella la fotografia di Gianmarco Rossetti. La Milano degli anni ‘70 che ci racconta è fredda, crepuscolare, dove gli omosessuali si nascondono tra le ombre di un parco malfamato. Londra appare irradiata di costante luce e pensieri positivi, le persone sono sudate e felici anche se hanno appena ricevuto un pugno sul naso. Ma il film sceglie la via crepuscolare, i “colori più caldi” escono da un televisore in bianco e nero. Una bella idea.
Ottimi gli interpreti, menzione particolare per un protagonista in grado di afferrare le mille sfumature di un personaggio sempre in movimento fisico ed emotivo, potente quanto fragile. Adriatico mette in scena una pellicola di stampo realistico, ma che sovente vi tinge di registri teatrali originali, di un riuscito stampo drammatico. Una pellicola piena di ritmo, che scorre veloce e sa appassionare.
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martedì 7 luglio 2020

Aspettando "Aldobrando", il fumetto legato al gioco di carte "Bruti" scritto da Gipi e disegnato da Luigi Critone



Forse da principio c'è stata questa carta da gioco, raffigurante il personaggio oscuro di un mondo medioevale rugginoso, dominato dalla sorte e dalla morte. Un non-eroe che si sarebbe dato battaglia in un'arena, tra "bruti" di ogni risma, età e follia, con nomi di battaglia come Sercane, Manunta, Boccamara, l'Ucciditore e Clelia la Santa.
Forse ispirata a Santa Clelia, proprio questa carta aveva in sé una storia, poiché nel libro Come lo feci di Gipi, lo spettacolare e sontuoso "making of" del gioco, aveva un aspetto più giovane, lineamenti non ancora corrotti. Ma questo è un piccolo segreto per pochi. Bruti nella volontà dell'autore era un gioco di carte che "generava storie", ogni partita come il classico Dungeons & Dragons doveva servire a dare voce, vita (e morte) a queste carte in cerca d'autore. Racconti magari da condividere con gli amici dopo un combattimento forsennato nella "fossa", dove carte e regole interne e crudeli  rendevano spesso imprevedibile lo scontro, come un incidente stradale, come la vita.


Se le storie dovevano essere quindi raccontate "dal gioco e nel gioco", il mondo rugginoso ideato da Gipi attirava da subito, fin da quella primissima, piccola storia a fumetti che l'autore pisano aveva deciso di allegare al volume sulle regole di gioco. Una storia che parlava proprio di Aldobrando, ma di un Aldobrando "bambino", ancora puro, che sarebbe entrato nella fossa dei combattenti "bruti" solo da adulto, nelle ultime pagine del racconto.


Quella storia, che nella mia testa era già sullo stesso livello delle Torri di Bois-Maury di Hermann Huppen, ma in salsa Gipi, volevo leggerla. Guardandomi in giro nella rete non dovevo essere il solo. Così durante un'intervista, rilasciata per l'uscita de La terra dei figli, qualcuno tra il pubblico ha fatto la domanda su un fumetto intero sui Bruti. A sorpresa l'autore aveva parlato di trattative in tal senso, specificando che si sarebbe affidato però a un altro disegnatore, rimanendo lui ai testi.
Così a inizio 2020 si è concretizzato, per il momento dalla Casterman per il mercato francese, questo Aldobrando, probabilmente prima o poi anche dalle nostre parti.
Non vediamo davvero l'ora di immergerci in questo nuovo mondo di nuvole parlanti, magari nell'attesa che il gioco di carte Bruti, nel frattempo esauritissimo, torni in auge e diventi sempre più famoso, magari con un nuovo set di carte dopo la sua ultima espansione piratesca "Ciurma". 
Al mondo servono ancora gli sgangherati e brancaleoniani bruti di Gipi. Da appassionato, io punterei prima o poi ad espandere questo universo anche in TV, magari al cinema... naturalmente seguiremo gli sviluppi dell'edizione italiana di Aldobrando, già immaginando un periodo di uscita e una casa editrice.
 

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lunedì 6 luglio 2020

Addio a Ennio Morricone



Posso avere anche centomila persone alle spalle: non me ne accorgo, Sono troppo concentrato, sono solo. Solo fino agli applausi conclusivi. Allora tutto si scioglie. Il miracolo s'è ripetuto un'altra volta. E posso passare anch'io dalla parte del pubblico.

giovedì 2 luglio 2020

Vendetta finale (Acts of Vengeance / The Stoic) - la nostra recensione di un film con Banderas un po' sconosciuto

 

"La miglior vendetta deve essere diversa dal tuo nemico". Con questa massima in testa, insieme a tutte le altre massime contenute nelle Meditazioni di Marco Aurelio, un avvocato di successo con il volto di Antonio Banderas, dopo un grosso colpo in testa, decide di cambiare vita e scovare l'ignoto artefice della morte di sua moglie e sua figlia. Forse un criminale di passaggio o forse pure peggio, i russi o chissà che orco. Il colpo in testa è una capocciata clamorosa che il nostro eroe si piglia, mezzo sbronzo, sfondando la vetrata di una libreria (in una scena girata in modo assurdo per ogni legge della fisica), dopo essersi improvvisato giustiziere delle notte, come reazione alla inefficienza della polizia nel condurre le indagini. Sfondato il vetro e con gli uccellini che ancora gli volano per la testa stile cartone animato, Banderas piglia in mano questo volume di Marco Aurelio posto in vetrina, dichiara di sentirsi ora uno stoico, fa voto di silenzio assoluto e va a imparare il kung fu per iniziare a picchiare sconosciuti negli scontri clandestini. Qui incontra Karl Urban, che un anno dopo il terzo Star Trek è più gonfio di un culturista, fa il poliziotto bonaccione e ama farsi due bevute. A un certo punto un cane antidroga decide di aiutare Banderas iniziando a seguirlo come zanna bianca, mentre una infermiera di notte interpretata da Paz Vega, dopo aver intravisto la classica "parete della pazzia" che Banderas tiene in soggiorno incrociando foto e linee rosse, lo indirizza verso un tizio che si chiama Mister Brivido, che vive presso uno snodo abbandonato dei treni che non c'entra assolutamente nulla con il luogo dell'agguato. Riuscirà Banderas a farsi vendetta? Certo, volesse tornare a parlare sarebbe utile, ma questo suo stoico-mutismo-autoimposto sembra avergli sviluppato da paura tutti i sensi e ora si muove e percepisce il mondo come Daredevil.
Il regista Isaac Flomentine è autore di action del sottobosco "arti marziali very low budget" amatissimi quanto scarsissimi. I vari Ninja, Boyka e Undisputed con Scott Adkins. High Voltage con la moglie di Bruce Lee, Shannon, Amy Smart e Antonio Sabato Jr . Ha compiuto il piccolo miracolo di rimettere insieme su pellicola Dolph Lundgren e Cary-Hiroyuki Tagawa, in Bridge of dragons, dopo il mega-classico Big Trouble in Little Tokyo.. e qui mi parte la lacrimuccia. 


Flomentine punta tutto sull'azione, fa lavorare gli stunt-men più che gli sceneggiatori e attori, ha una precisa idea della messa in scena che ricalca inquadrature e temi ultra-easy degli action anni '80/'90, tra Cynthia Rothrock e Don The Dragon Wilson. I suoi prodotti hanno quel gusto nostalgico, ingenuo e chimico delle pizzette congelate da riscaldare al forno elettrico che quando ero piccolo il bar dell'oratorio ti serviva dopo averle tolte dal freezer e da una copertura di plastica e conservanti che ne conferiva al 90% il sapore finale. Sono fumettoni buffi e muffi, ma se vi capitano tra le mani e siete nel mood giusto possono pure essere divertenti.
Questo Act of Vengeance è arrivato da noi con il banalissimo titolo di Vendetta finale e inizialmente era  schedulato con il pericolosissimo, delirante e altisonante titolo The Stoic, il ossequio allo "stoico daredevil", di Banderas, rischiando la lapidazione globale e derisione da parte di ogni studente di filosofia del globo. È però un film così "fuori" che fa il giro, accumula pazzia di minuto in minuto e sa essere un autentico guilty pleasure. Banderas ci prova a "menare", come la totalità della filmografia di Flomentine impone all'attore centrale di una sua pellicola, è pure convincente nelle precise e ben delimitate scene di botte. Ma è e rimane un attore passionale, latino, del tutto ingestibile da parte di un tizio abituato a dirigere Stunt-men poco "loquaci". Banderas va in overacting, si muove con una teatralità assurda e il suo personaggio, pur essendo nell'incapacità di parlare, pensa ad alta voce per tutto il tempo, con la voce off classica tanto della filmografia hard boiled sui "detective"... come del Daredevil scritto da Frank Miller in poi. È una cosa che fila, è una cosa al contempo buffissima. Banderas è ovunque ed è incontenibile, vive in un film tutto suo, cerca a volte pure di rincorrere il Jim Carrey di Bugiardo Bugiardo a partire dalla supercazzola, che ci portiamo dalla prima alla ultima scena, su quanto troppo parli al giorno un avvocato. Ed è goffo, oltre che oggettivamente bolso per sopraggiunti limiti d'età, salvo tirare fuori fisico e orgoglio in alcune scene action. Per contrastare questo One man show, sembra quasi che il regista decida di riempire ogni buco visivo e narrativo non occupato dall'ingombrante attore con fantasmagoriche puttanate. E allora vai con il supercane poliziotto, vai con i cattivi ultra cattivissimi ma buffi, vai con una spaesatissima Paz Vega il cui personaggio cambia caratterizzazione di scena in scena, vai con la divisione del film in capitoli intervallati dalle massime del povero Marco Aurelio, vai con i Mister Brivido che escono dai tombini facendo le capriole come i power rangers. E sapevate che Flomentine ha diretto pure episodi dei Power Rangers? Non trovate tutto ciò fantastico? Insomma, The Stoic è una perla avariata irresistibile per farsi un paio di risate, girata un tanto al chilo (salvo per l'action), interpretata in modo incontenibile, carica a pallettoni di non-sense. Quasi un cult a rovescio. Lo trovate anche su Rai play, se volete farvi due risate vi consiglio un giro di giostra. 
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