lunedì 4 dicembre 2023

I limoni d’inverno: la nostra recensione del film romantico e drammatico diretto da Caterina Carone, con protagonisti Christian De Sica, Tessa Saponangelo e le musiche di Nicola Piovani

 

Siamo nella Roma dei giorni nostri, in un mondo che si trova al di sopra delle ville e dei palazzi, sulle terrazze piene “di verde e passioni” cantate spesso da Ferzan Ozpetek. 

Nell’attico che sfocia su un terrazzo pieno di piante rigogliose e ben curate vive Pietro (Christian De Sica), un anziano insegnante e scrittore che sta assaporando con malinconia gli ultimi momenti di gioia e lucidità prima che l’altzeimer, lui teme, arrivi a cancellare ogni traccia della sua vita passata. Con un matrimonio fallito alle spalle e nessun figlio che venga a trovarlo, Pietro passa il suo tempo a scrivere un libro sulle più importanti donne della Storia e qualche volta aiuta il cameriere del bar di sotto con delle lezioni di grammatica. 

Sul terrazzo che dall’altro lato della struttura condominiale si affaccia sulla casa di Pietro, una spianata ancora in parte spoglia che poco copre una casa senza tende, si è trasferita da poco una coppia di quarantenni. Eleonora (Tessa Saponangelo) lavora da tempo come manager del marito fotografo, ma sempre più spesso sogna per lei una vita diversa. Forse tornare a dipingere come quando era giovane. Con il marito sempre più lontano da casa per lavoro il fatto di “creare qualcosa” o “prendersi cura di qualcosa”, specialmente dopo la prematura scomparsa di sua figlia, è diventata per Eleonora una prerogativa irrinunciabile. Ed è con questo umore che la donna si affaccia alla terrazza, con le prime piccole piantine da accudire, innaffiare e spostare al sole, sollevando l’attenzione di Pietro. 

Un giorno, in un caldo pomeriggio d’estate, una pianta sulla terrazza di Eleonora soffre particolarmente e Pietro per la prima volta, avvicinandosi dal suo balcone, inizia a parlarle. Il professore le offre prima dei consigli di botanica, poi i due iniziano a parlare delle proprie passioni, della loro vita. Nasce con il tempo tra i due un’amicizia tenera e garbata, fino a che lei, mentre il marito si trova per l’ennesima volta in viaggio, decide di pranzare con Pietro sulla terrazza. A debita distanza, ognuno sulla sua terrazza, come a voler coltivare un amore “solo da lontano”, platonico e  leggero. 

Alla fine della cena Eleonora decide che però almeno un brindisi insieme lo devono fare. Devono almeno scendere dalle torri in cui vivono e trovarsi all’ingresso centrale dell’edificio per un cin cin. 

Pietro accetta di buon grado. I due scendono e si scatena il temporale. Neanche il tempo di dirsi due parole ed entrambi corrono cercando di tornare all’uscio per un riparo, ma la chiave di Eleonora non gira, non si apre, non funziona. La donna è completamente zuppa e Pietro decide di ospitarla a casa sua almeno fino al giorno dopo, quando sarà aperta la portineria. È allora che Eleonora riesce a esplorare per la prima volta la fortezza della solitudine del professore, le sue librerie, i suoi tavoli e pavimenti ricolmi di testi antichi e appunti. La donna scopre sulla scrivania anche il libro a cui Pietro sta lavorando e subito si incuriosisce, rimanendo colpita da tutta la passione che l’uomo riversa su quell’opera. Di lì a poco Pietro regala dei vecchi colori a olio a Eleonora per assecondare la sua passione e la donna torna a dipingere, su una parete del soggiorno. Dipinge piante e fiori rigogliosi e infine aggiunge all’immagine lo sguardo di una bambina, che da dietro il verde fa capolino. 

L’amicizia forse si sta trasformando in qualcosa di più grande. Gli incontri si intensificano insieme alla visite al parco botanico o al porto, dove vive il fratello di Pietro. Tuttavia la memoria del professore inizia a peggiorare e l’uomo per non far soffrire la sua nuova amica decide di allontanarsi da lei.


Caterina Carone dirige una pellicola leggera e malinconica sull’amore che può sbocciare anche in età avanzata. È un amore fragile, reso ancora più difficile dalla malattia dell’Alzheimer di cui soffre il personaggio interpretato da Pietro, che vive la sua vita in un perenne stato sospeso come L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. È invece un amore che deve “rinascere” quello di Eleonora, una donna che dopo un grave lutto e lo stato quasi di indifferenza che vive nei confronti del marito non è quasi più in grado di provare emozioni.

Christian De Sica e Tessa Saponangelo danno vita a personaggi “in transito”, alla ricerca timorosa quanto indispensabile l’uno dell’altro, che si muovono in una Roma romantica quando spesso nascosta, tra orti botanici e ristoranti nel verde, accompagnati dal tocco leggero delle musiche di Nicola Piovani. 

Un piccolo mondo che riscalda un po’ il cuore per l’estrema leggerezza e dolcezza  con cui ci viene raccontato da una regista molto attenta a colorare le emozioni senza troppi dialoghi, giocando di sintesi con tutti gli strumenti visivi e sonori della settima arte, alla ricerca di una “essenzialità” di messaggio vicina al Film Rosso di Kieslowski. 

Molto bravi entrambi gli interpreti. 

Per chi va al cinema in cerca di storie d’amore si consiglia di preparare i fazzoletti.

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domenica 3 dicembre 2023

La guerra dei nonni: la nostra recensione della commedia scritta e diretta da Gianluca Ansanelli con protagonisti Max Tortora e Vincenzo Salemme

Italia dei giorni nostri.

Mentre i genitori devono partire all’improvviso per una meta esotica, per un viaggio imperdibile a metà strada tra la vacanza premio e la promozione, i loro tre bimbi hanno bisogno di qualcuno che si occupi di loro per una settimana. 

Marco è un ragazzino timido e a modo, ma che ultimamente per qualche strano motivo non vuole più andare a scuola; anche il suo carattere è diventato di colpo irriconoscibile e irriverente.

Giulia è un’adolescente e in quanto tale sta sperimentando le sue prime contestazioni verso gli adulti e al contempo vive il primo grande amore per un bellissimo “cattivo ragazzo”, trapper in erba dal nome d’arte eloquente: “Axl the father killer”.

La più piccola di casa non dà preoccupazioni, ma vive in simbiosi con le disavventure della sua amica immaginaria “Lizzy”, che spesso denuncia di non avere abbastanza tempo la mattina per usare il bagno e a volte cade improvvisamente dalla bici, senza che nessuno la possa aiutare: forse proprio perché per tutti è davvero “invisibile”. 

Chi può occuparsi al meglio di questi bambini? 

I genitori potrebbero puntare su Nonno Gerri (Vincenzo Salemme), il papà di mamma, la figura in famiglia più “istituzionale”: esperto restauratore, esperto di letteratura, esperto di alimentazione corretta, abile nel risolvere ogni problema dei nipoti in quanto esperto in diplomazia, sempre presente e reperibile, devoto, severo ma giusto, generoso. A volte a dirla tutta nonno Gerri non è troppo divertente e in caso qualche caso pure bacchettone, ma non si può avere tutto. Solo che Gerri quella settimana deve andare a Milano al salone del mobile, tutto è già stato prenotato da tempo. 

Ma all’improvviso compare all’orizzonte anche il papà di papà, nonno Tom (Max Tortora). Non lo si sente da 10 anni, per il figlio è un tipo “inaffidabile”, ma Tom è stato ovunque e ha fatto ogni tipo di lavoro, dallo stunt man a Hollywood all’infermiere in Cambogia, dal pranoterapeuta in Congo al suonatore di armonica francese. Ha ideato pure un'app a riconoscimento facciale che in base alla forma del viso indovina pure il “nome ideale” di una persona. Ha mille storie da raccontare e sarebbe il perfetto ”nonno moderno”: travolgente e spettacolare, empatico, pieno di regali per tutti e senza voglia di sgridare nessuno. E forse dopo dieci anni è anche cambiato e potrebbe non essere più così inaffidabile: il figlio dovrebbe dargli un'occasione e sia la moglie che nonno Gerri sono pronti a supportare questa scelta.

Tutto sembra volgere per il meglio, ma poi accade che i due nonni si incontrano sul serio e l’antipatia in un istante esplode. Succede già all’aeroporto, quando Gerri va a prendere Tom con la sua auto. Per un problema alla sbarra Gerri si assenta un istante e Tom scompare, lasciandolo senza chiavi, per ore e con la fila infuriata, per inseguire due hostess sexy che aveva conosciuto durante il volo. Quando Gerri riesce ad arrivare a casa cerca di non arrabbiarsi, ma quando per un giorno i due nonni si alternano all’accudimento dei bambini le cose peggiorano ulteriormente. Nonno Gerri si dimostra così bacchettone e intransigente che pure la app di Tom a riconosciuto facciale lo rinomina “Adolf”. Nonno Tom è decisamente un nonno “diverso”: non chiede il coprifuoco e lascia Giulia in balia dei trapper, inventa una scusa per permettere a Marco di non andare a scuola. Fa amicizia in un attimo con l’amica immaginaria della più piccola della casa e riesce pure a sedurre la vicina di casa, giovane e maestra di pilates (Bianca Guaccero) a cui Gerri da sempre fa il filo senza mai dichiararsi.


Mentre Gerri va all’aeroporto verso il salone del mobile grazie a un passaggio offerto dall’addetto locale alle consegne dei pacchi (Herbert Ballerina), il suo stato d’animo è inquieto. L’addetto pacchi poi è un ragazzo che sembra capirlo meglio di uno psicologo: ascolta Gerri con attenzione mentre gli racconta dei suoi problemi con i figli e con i nipoti, lo ragguaglia sulle migliori strategie per l’insegnate di pilates e soprattutto lo sprona a reagire all’altro nonno e “a non farsi mangiare le polpette da sotto il naso” a casa sua. L’ex restauratore capisce e agisce: decide che non può affidare la sua famiglia per una settimana intera a nonno Tom. È necessario tornare indietro e mettere da parte il salone del mobile. È lui il “nonno titolare”. 

Sarà una settimana molto lunga, complicata ma anche istruttiva. I due nonni continueranno a litigare per ogni cosa, dalle merendine troppo zuccherose per i bambini al tempo da dedicare ai compiti. Poi arriveranno a contendersi i nipoti con regali e visite al luna park. Giocheranno qualche vicendevole colpo basso, non mancheranno piccole tragedie, tuttavia piano piano, incredibilmente, i due inizieranno a vedersi non come avverarsi, ma come una squadra. Complementari, quasi. Perché dove un nonno troppo concentrato sull’insegnamento e la protezione non riesce ad arrivare, magari un nonno che pensa più alla gioia dei bambini può farlo. E viceversa. 

Riusciranno Tom e Gerri a giungere almeno a una tregua nella loro guerra tra nonni?


Nelle interviste a fine riprese la coppia Tortora/Salemme ha detto di essersi ispirata alle dinamiche di Totò e Fabrizi, con Salemme che è stato felicissimo nell’interpretare la parte della coppia che “patisce e incassa”, particolarmente divertito dal confronto con un “Tortora/aguzzino” con il quale sul set c’è stata una forte intesa e complicità da subito. Tortora dice altrettanto di Salemme e in effetti questo divertimento reciproco traspare bene dalla pellicola, che segna effettivamente l’inizio di una coppia comica inedita quando interessante. 

Merito anche della regia di Gianluca Ansanelli, che ha saputo impiegare i due attori in una pellicola molto classica e vicina all’estro comico del duo, quanto in alcuni aspetti “pedagogici” non cosi banale come ce la aspetteremmo. 

Ansanelli ha esordito come attore in una piccola parte nel film Il ritorno del Monnezza di Carlo Vanzina. È stato sceneggiatore di serie tv molto amate come Distretto di Polizia e di pellicole interessanti come Sono solo fantasmi, con Christian De Sica. È stare anche regista teatrale del musical Troppo Napoletano e come  regista cinematografico con La guerra dei nonni è alla sua quarta prova.

C’è ovviamente, alla base del film, la garbata commedia popolare  e “degli equivoci” di Salemme, che porta in campo meccanismi narrativi ben rodati, ben riconoscibili nei personaggi dei bravi comprimari Ballerina e Guaccero, ma Tortora e Salemme cercano per la loro coppia di creare qualcosa di più articolato. Tom è un istrione, ma al contempo, a differenza dei tanti  “bambinoni cattivi” dei cinepanettoni di De Sica, è un uomo complesso, che anche in ragione dell’età e degli errori commessi è cambiato. Tom ha sviluppato molta empatia proprio perché non è dimostrata molta negli anni ed per questo in grado di guardare alle persone in modo non superficiale, ascoltando i loro problemi senza a giudicare. Gerri è un “precisino”, una persona per bene anche se un po’ pesante e pedante, ma al contempo nel corso del film riesce a guardare anche ai danni che derivano dalla sua continua necessità di controllo e diligenza, riuscendo a comprenderli e cambiando prospettiva. Sono due nonni non banali, in alcuni frangenti quasi “tragici”, che non vogliono essere macchiette e che sembrano seguire alla lettera una frase che più volte ricompare nella  pellicola di Ansanelli: i nonni sono le persone che più vogliono farsi voler bene dai nipoti, anche perché saranno forse i primi che dovranno lasciarli. È una frase malinconica ma anche “programmatica”, che stimola all’azione. 


Tom e Gerri si attivano entrambi per fare del loro meglio, nonostante i loro mille difetti e paure di sbagliare, imparando a supportassi a vicenda nelle rispettive “competenze” e riuscendo così a far fronte comunque su temi spesso poco trattati al cinema come la dislessia, le cui ricadute qui vengono descritte con particolare accortezza sia sul piano formativo che relazionale, invitando a mettersi effettivamente nei panni di chi ne soffre. 

Anche i ragazzini che interpretano i nipoti sono molto bravi e spontanei, credibili nelle loro interazioni quanto nel “classico” rapporto conflittuale tra generazioni diverse. 

Non mancano il divertimento sottile e le battute di spirito tipiche del cinema di Salemme, ma La guerra dei nonni per la sua particolare costruzione funziona decisamente molto meglio come film pedagogico, magari da proporre a un pubblico di genitori e nonni che devono confrontarsi tutti i giorni su temi come “le regole”, “l’ascolto”, “le libertà da concedere ai giovani”. È una pellicola che può offrire loro degli spunti di riflessione, ma anche dei “trucchetti” utili per cogliere i particolari segnali che spesso i ragazzini inviano. 

La guerra dei nonni è un film per molti versi atipico, più che una commedia quasi un manuale di istruzioni a uso di genitori e nonni “alle prime armi”. Adeguati gli interpreti, con un plauso particolare alla recitazione spontanea dei più piccoli. Molto  colorate la fotografia e le location, lento e un po’ meditabondo il ritmo generale, garbata come sempre nei film che coinvolgono Salemme la messa in scena, anche grazie alle situazioni generate dai personaggi di supporto, qui  interpretati dagli ottimi Herbert Ballerina e Bianca Guaccero. La coppia Salemme/Tortora è curiosa, piena di sfaccettature e trova un'intesa e una chimica più malinconica che semplicemente comica, che la porta a percorrere territori piuttosto originali. 

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sabato 2 dicembre 2023

Il paese del melodramma: la nostra recensione del nuovo film di Francesco Barilli, con Luca Magri e Luc Merenda

 


Parma, oggi più che mai, specie in un’estate torrida e spietata in cui anche gli animi prendono fuoco, è “il paese del melodramma”. 

La Vita della città di Giuseppe Verdi gira tutta intorno a un teatro lirico sempre più austero e distante dal mondo, mentre la Morte, quella con la falce (impersonata da Luc Merenda), vaga tra le lapidi del cimitero rimpiangendo la scomparsa dei grandi compositori e cantanti del passato, che lì riposano.

La Morte guarda la statua di Verdi e sogna di poter trovare ancora, oggi a Parma, qualcuno “all'altezza” delle sue composizioni. Spera magari di trovare un interprete per il Macbeth, l’opera verdiana più “sanguinaria” e quindi quella da lei più amata. 

Lo sguardo del tristo mietitore per caso incrocia quello del lirico Carlo Gandolfi (Luca Magri) al cimitero anche se “ancora tra i vivi”, qualche lapide più in là,  mentre sta cambiando i fiori della tomba di sua moglie e sua figlia. Era “uno bravo”, ma da quando loro sono morte, pochi anni prima, in volo su un aereo, è profondamente cambiato. Oggi Carlo “annega nell’alcol” un dolore che pare profondo come un buco nero, tutti i giorni, con meticolosa costanza etilica, fin dalle prime luci del mattino fino a notte fonda. L’uomo imponente e sicuro di sé al centro delle locandine del teatro regio è ormai scomparso. La giacca sgualcita, la cravatta storta, i capelli più disordinati che arruffati, occhiali da sole che miserevolmente nascondono occhiaie e occhi arrossati, piccoli e avvinazzati, che quasi si feriscono con la sola luce del giorno. La voce e la concentrazione ormai se ne sono andate, la casa si è “svuotata” se non per qualche poster che ricorda la prestigiosa carriera passata, ogni tentativo di “riempirla con altro”, che non sia alcol, magari anche solo una partner occasionale incontrata in un bar, è tragico. Carlo litiga con tutti, arriva tardi agli incontri o li diserta, per fuggire verso un altro bar o un’altra bottiglia del minimarket. Quel “vortice liquido dorato”, che nel bicchiere descrive il whisky appena versato, sa per lui essere ipnotico, caldo e accogliente come i tempi d’oro. 

Del resto solo con l’alcol Carlo si sente ancora grande e potente sulla scena di Parma, come lo era sul palcoscenico a teatro, con il suo Giulio Cesare. Ma l’illusione è nascosta male agli occhi degli altri concittadini e il tenore Ferrarini (Eugenio Maria De Giacomi), suo antico rivale, ormai lo tratta pure in pubblico alla stregua di un mentecatto, mentre nessuno dice niente e tutti guardano altrove. Carlo forse non ha più neanche le ultime cartucce artistiche da sparare durante le lezioni private. Forse avrebbe preferito davvero essere esploso in aria pure lui, tre anni fa. 

La morte però “vuole crederci”, nella rinascita artistica di questo Carlo Gandolfi, ex promessa del lirico. Ma per vederlo a teatro in una performance di livello “va rimesso tutto a nuovo”, con le giuste motivazioni. 

Più che un contratto “faustiano” serve prima di tutto una seria disintossicazione vecchio stampo. Poi serve che Carlo torni a studiare per davvero, poi serve ridargli quella fiducia persa. Solo allora la tragedia interiore e il rancore, che stanno nuotando ancora dentro Carlo insieme al whisky cattivo, potranno trasformarsi, sublimarsi e fornire il giusto “spirito artistico” per una genuina interpretazione tragica. 

Del resto le cose migliori, la Morte se lo ricorda bene, Verdi le ha create “risalendo”, quando era più pieno di dolore e disperazione. 

Il dolore, se sotto controllo, può essere benzina per l’arte. 

La morte si insinua con questo intento nella vita di Carlo: come fosse il miglior motivatore e psicologo desiderabile. Lo spinge a riscoprire le tante bellezze della Parma che lo circonda, lo tiene lontano dall’alcol, lo sgrida e a volte pure lo coccola. Ogni tanto “prende in prestito” il volto di persone a lui care. Ogni tanto veste i panni di sporadici passanti. Quando vuole farsi ascoltare con maggiore attenzione la Morte si presenta direttamente con la falce di ordinanza per colloqui più “formali”, come ha fatto per la prima volta, quando lo ha incontrato al cimitero: promettendogli la morte in caso si rifiutasse di interpretare il Macbeth. Quando Carlo torna a fare pasticci con la dipendenza il mietitore invece lo spaventa a morte cacciandolo, anche in pieno giorno, in incubi terrificanti pieni di fantasmi alla Dickens. Lo fa per il suo bene ma soprattutto per avere un Macbeth decente a teatro. 

Carlo dopo un primo momento di caos, panico e autolesionismo sembra felice e partecipa pure agli alcolisti anonimi. Il padre di Carlo (Francesco Barilli) vede il figlio rinato, l’amica di sempre e sua insegnante di canto Angelica (Nina Torresi) non lo ha mai visto così in forma e concentrato. Per una volta anche il rivale Ferrarini lo teme davvero, perché davanti a “questo Carlo” può, per la prima volta da tanto tempo, perdere l’audizione per la parte da protagonista. 

Una nuova e misteriosa rappresentazione del Macbeth compare così all’improvviso in cartellone e il giorno del debutto si avvicina. Carlo sta forse rinascendo, ma al contempo inizia a pensare che la sua rinascita è “troppo forzata”. 

Tutto gira troppo dritto, tutti lo supportano felici di farlo e quando ci sono pure gli intoppi questi si risolvono in un istante e a suo favore, spesso con meccanismi così “crudeli e chirurgici” che non possono essere dettati solo dal caso. 

Riuscirà la Morte ad avere il suo Macbeth?

Riuscirà una rinascita artistica a favorire in Carlo anche una rinascita spirituale? 

Torna nelle sale Francesco Barilli, attore (per Pietrangeli e Bertolucci), sceneggiatore (per Chi l’ha vista morire di Aldo Lado e  Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi) e regista di cult come Il profumo della signora in nero, nel 1973, e Pensione Paura nel 1977. Con Barilli, che lo ha diretto proprio in Pensione Paura, ritorna, nel ruolo “metafisico per eccellenza”, anche Luc Merenda, il leggendario attore negli anni '70 di molto del cinema action “poliziottesco” (La banda del trucido, Napoli si ribella, Il poliziotto è marcio), negli '80 “rivale affascinante” nelle commedie di Paolo Villaggio (Missione Eroica I pompieri 2 e Superfantozzi) e nel 2000 insieme alla Fenech in Hostel 2 di Eli Roth. 

L’interprete principale è Luca Magri, sceneggiatore, produttore e regista che nel 2002 è stato attore principale del noir Nel cuore della notte di Primo Giroldini e nel 2019 incontrava proprio Barilli, per il remake del suo corto del 1966 L’urlo, iniziando così un sodalizio artistico con l’autore parmense. 

Dopo la regia di alcuni documentari sul teatro lirico, a Barilli arriva quindi l’idea di questo progetto dal sapore drammatico, satirico ma anche dalle sfumature horror: una pellicola malinconica quanto sarcastica sull’amore, l’alcol, l’arte e chi la commissiona, nonché gli infiniti modi disfunzionali in cui queste tre “energie” cercano di combinarsi egoisticamente tra loro. 

C’è chi vive per l’amore, c’è chi vive per l’arte come la Morte. C’è chi vive infine per l’alcol “in mancanza d’altro”, come il personaggio di Carlo: avvolto in una bolla alcolica autoindotta perfetta come un sogno dorato, rotondo e avvolgente come l’ascensione ritratta nella cupola della chiesa di San Giovanni Evangelista di Parma. Una visione mistico/artistico/alcolica a cui partecipa il protagonista sotto la guida di una Morte che per un istante prende le sembianze di un prete dall’aria severa ma accogliente, interpretato dal caporedattore della rivista di cinema horror “Nocturno”, Davide Pulici con grade charme.


Si parla di alcol in modo disincantato e diretto, onesto quanto complesso nelle sfumature: vicino al “paradiso” nel suo “uso ideale” e vicino all’inferno nella sua quotidiana dannazione, dove le allucinazioni diventano parte integrante della vita. 

Su un piano parallelo si innesta una storia sulla capacità individuale di uscire dall’alcol, dove la strada non è meno tortuosa, presentandosi spesso tragica e sottile. Su questo percorso tra autodistruzione e rinascita Barilli innesta un piano metafisico che avvolge il tutto e fa satira sul mondo dell’arte, domandandosi se una semplice “rinascita artistica” possa bastare a salvare una vita ormai ridotta in tragedia.  

È un cinema crepuscolare, che vive delle atmosfere tra sogni e incubo degli horror anni ‘70 e in cui i lettori dei fumetti di Dylan Dog riconosceranno qualcosa di “familiare”, vicino ai primi lavori di Scalvi (come al film di Soavi Dellamorte Dell’amore pertanto): la morte è sulla scena una creatura sempre iconica, come la rappresentazione “bergamaniana” impone, ma è anche una creatura profondamente dispettosa, edonista  e con un forte amore per l’arte. Gioca con il destino e lo piega al suo volere, spostando, alterando e intrecciando le vite degli esseri umani, come fossero burattini, con la grazia di un tritacarne. È così stanca della tragedia umana quotidiana da preferirle la finzione tragica nell’arte: più elegante nei gesti e parole, più partecipata coralmente, con migliori  luci e costumi. 

L’influenza “soprannaturale” del personaggio della Morte sulla vita del protagonista, pur nella inedita accezione di “sponsor anti-alcol”, spesso si sovrappone agli effetti allucinatori dell’alcol stesso, spingendolo a combattere una continua lotta tra i fantasmi etilici e gli incubi indotti dal tristo mietitore. 

Barilli parla di fragilità umana e, tra le righe, lancia con il personaggio di Luc Merenda precise critiche a un modo di fare spettacolo (che sia la lirica, ma anche il cinema e la musica) che forse ha perso il contatto con il mondo reale, gli attori e  il pubblico: uno mondo produttivo che si è chiuso in tecnicismi quasi barocchi o in meccaniche autoreferenziali che tendono ad alimentare prodotti che non parlano più al presente, quanto solo “a se stessi”. Uno show business che bada alla qualità di una performance secondo canoni molto strutturati e poco si cura delle attitudini e fragilità di interpreti, che vengono considerati spesso, come fa la Morte, alla stregua di prodotti “usa e getta”.  

Il lavoro di Barilli risulta nello sviluppo di queste tematiche spesso interessante, “giustamente malinconico”, sentito a livello emotivo e quasi cinico sul futuro di un arte “brutalmente selettiva (ma non meritocratica)” quanto eccessivamente standardizzata e poco incline nel cogliere il presente e le sue ruvidezze. 

Il viaggio allucinato di Carlo a fianco della Morte per le vie di una Parma piena di arte e cultura è stimolante, anche se al netto delle buone intuizioni, espresse sia a livello visivo che musicale, la messa in scena non sempre riesce a esprimersi al meglio. 

Luca Magri è contratto su un personaggio forse troppo impostato, fin dalla voce, “distante” per manifestare il caleidoscopio di sentimenti che lo animano. 

Eugenio Maria de Giacomi è troppo marginale nella storia e risulta nei suoi momenti sulla scena quasi macchiettistico . 

Ogni tanto la trama si sfalda e ingarbuglia, il finale può risultare forse troppo veloce nello svolgimento e alcuni nodi sembrano non staccarsi da un certo ermetismo (come i ricorrenti orologi). Certo sono pecche che non vanno a discapito delle ottime suggestioni anche narrative, ma l’insieme di questi elementi conferisce alla visione delle asprezze, “dissonanze” che a volte possono disorientare. 

Brava Nina Torresi nel ruolo di un personaggio complesso come quello di Angelica, molto elegante Luc Merenda, il cui tristo mietitore rimane bene impresso dall’inizio alla fine, con i suoi inediti capelli lunghi bianchi, la falce e il suo meraviglioso modo di giocare con le parole e i sentimenti: a volte ingenuamente cinico, a volte paterno, spesso sarcastico e distaccato. 

Un plauso alla colonna sonora, composta quasi tutta da arie di Verdi che riescono in alcuni momenti specifici e sincopati a rievocare momenti propri anche degli horror del passato (del resto anche il tema musicale portante di Chi l’ha vista morire aveva un coro femminile molto classico ). 

L’aria La zingarella, dal Trovatore, viene utilizzata, in modo straniante ma divertente, durante la scena della disintossicazione del protagonista e sembra quasi il momento dell’allenamento di Rocky sotto le note di Gonna Fly Now di Robbins, Conti e Connors. 

Il paese del melodramma è un’opera che vive di chiaroscuri, ma che può smuovere negli spettatori suggestioni affascinanti. 

È un’opera con il sapore del cinema di genere del passato, di cui spesso insegue geometrie e luoghi comuni, ma anche una particolare voglia di reinventarsi. Se amate i fumetti di Dylan Dog potrebbe essere una piccola sorpresa. Se siete fan dei film anni ‘70 vi sentirete in certe scene “tornare a casa”. Se amate la musica lirica e la città di Parma fateci un pensiero. 

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mercoledì 29 novembre 2023

La sedia: la nostra recensione del dramma surreale e psicanalitico scritto e diretto da Gianluca Vassallo e con protagonista Michele Sarti

Sardegna, oltre 40 gradi, a tutti gli effetti “l’estate del diavolo”. 

Un uomo barbuto, alto e accartocciato in un completo sgualcito e sporco, Pietro (Michele Sarti), trascina una sedia lungo strade sterrate, boschi e piccole abitazioni. È l’arrabbiato con il mondo e con se stesso, ride e impreca a ogni passo, spesso parla da solo e porta in tasca una pistola. 

La sedia e la pistola sono due “lasciti”, l’eredità di un padre appena scomparso ai suoi due figli che ormai gli vivono lontani, assenti. Così Pietro sta cercando per quei luoghi tracce e testimonianze di un fratello che non vede ormai da anni, per dargli quanto gli spetta. 

La pistola è una pistola comune, di quelle che sparano. La sedia è una “Sedia1”, disegnata da Enzo Mari nel 1974: un oggetto semplice ed essenziale fatto di chiodi e legno come la croce di Gesù Cristo, come ci premura di raccontarci alla radio una esperta d’arte in una rubrica culturale. Pietro la trascina perché il suo viaggio è anche “espiazione”, una via crucis con tutto il peso del passato e delle colpe da sostenere. Pietro la trascina perché in un lungo viaggio a piedi, per luoghi diroccati, può essere anche uno strumento di riposo, dove qualche volta adagiarsi o magari far sedere qualche altro viandante al suo fianco. Di recente Pietro ha molto bisogno di sedersi: la sua vita è colata del tutto verso il basso e il caldo che lo circonda in questa Sardegna di fuoco sembra quasi un'anteprima dell’inferno, da combattere con la poca acqua che sul territorio può trovare per rinfrescarsi. Ma intorno a lui, tra paesaggi da sogno e da incubo, non troverà solo natura matrigna. Ci sono donne mute come Nada pronte ad accoglierlo e abbracciarlo senza chiedere nulla in cambio. Ci sono bambini da rincuorare e con cui scherzare su una spiaggia, parlando della cattiveria del mondo e del modo giusto di affrontarlo (anche se credendoci poco). Ci sono eccentrici imprenditori veneti che portano capre al guinzaglio proponendosi come agricoltori solidali e più umani 2.0. Ci sono custodi di campetti da calcio armati di fucile a pallettoni per non voler sentire nessuno schiamazzare mentre tira un pallone. Di notte poi il caldo finisce e appaiono le stelle. Ma il giorno dopo tutto ricomincia e il destino si avvicina alla svolta: l’incontro tra i due fratelli, i due lasciti di un padre strano, un sentimento di amore da ricomporre o distruggere del tutto. Dopo brutti ricordi e troppa solitudine i due potranno vedersi e dividersi il bottino e il futuro: sarà una sedia o una pistola?

Gianluca Vassallo costruisce in Sardegna un piccolo mondo pieni di metafore e suggestioni dove Michele Sarti tra paesaggi unici si muove tra uomini fuori dal tempo, fantasmi e allucinazioni. La cifra è intimista. La messa in scena, aspra quanto essenziale, richiama nel suo uso simbolico degli oggetti scenici il teatro di Bertold Brecht. 

È una storia urgente e intima, quasi “autoanalitica” per parole dello stesso regista, che nella vita è anche un artista di design e arte moderna e ora sente di trovarsi a un bivio. La Sedia1 è “nata” lo stesso giorno in cui è nato anche Vassallo e forse non è un caso che qui diventi l’oggetto “brechtiano” sulla scena, il “fardello da trasportare”. 

Vassallo cerca con un uso molto personale dell’arte cinematografica di trasmettere un stato d’animo tormentato e carico di disillusione, soffocato dal concetto di eredità e discendenza, in perenne e difficile ricerca di tenerezza anche in ambienti “estremi” come la Sardegna a 40 gradi dell’ultima estate. 

“Fa suo” il cinema come fosse una delle sue sculture, occupandosi da solo quasi di ogni singolo aspetto, dalla scrittura alla fotografia, dagli effetti sonori alla cura delle location. Vive la produzione giorno per giorno, costruendolo per gradi il suo mondo e il suo viaggio narrativo, in un momento emotivo per lui particolarmente delicato in cui dice di aver trovato supporto nel mood malinconico dei Radiohead e del loro OK computer, un album che lui ama molto. Come nel disco, Vassallo ricerca vagando tra i luoghi e i personaggi della sua Sardegna una “karma Police”: qualcosa che lo guidi e gli dia una meta, qualcosa che permetta di esprimere il suo dolore e i suoi sogni. Il regista sceglie come “corpo messo a nudo” delle sue emozioni il musicista Sarti, un interprete che con grande trasporto e passione riesce a divorare la scena riempiendola di molti colori, di rabbia quanto di ironia, di fisicità distruttiva quanto di profonda vulnerabilità emotiva. Ogni personaggio diventa essenziale per portare alla luce i molti tormenti esistenziali del protagonista, in incontri/scontri che in qualche modo vanno a ricostruire il suo animo tormentato. Si passa dall’infanzia rubata impersonata dall’uomo con il fucile che piantona il campetto di calcio (Giuseppe Boy), all’indifferenza “bonaria” di una comunità impersonata dal prete Don Luigi (Renzo Cugis), per il quale “tutti si somigliano”, anche gli opposti. L’ingegner Crosetta (Tiziano Polese) con il suo strano “compagno” al guinzaglio sembra invece uscito da Aspettando Godot di Beckett e offre a Vassallo l’occasione di muovere una velata critica al mondo dell’arte quanto a una Sardegna, che per lui si sta “svendendo”, anche emotivamente, al miglior acquirente. Il personaggio della prostituta Nada (Michela Sale Musio) nella sua dimensione di “silenzio”, è l’unico che offre al protagonista Pietro l’occasione per spogliarsi di ogni corazza emotiva, svuotarsi delle troppe parole che logorroicamente lo divorano e affrontare i suoi sentimenti, confortato da una sensualità sincera, quasi materna quanto rara. 

Vassallo ci fa vivere ogni emozione senza filtro, con brutale onestà e genuinità, con una prosa semplice quanto precisa.  

Il viaggio è accompagnato dalla colonna sonora dei Tanake, un gruppo rock con sonorità molto ricercate che riescono al meglio a trasmetterci tutte le emozioni e tormenti della storia con sonorità elettriche e a volte sincopate. 

La sedia è una pellicola che offre il viaggio interiore unico e stimolante nell’immaginario di un giovane artista molto originale, che sta muovendo i primi passi nella settima arte, dopo un paio di prove con i documentari. Il suo punto di vista è particolarmente sperimentale e il suo approccio è spesso personale quando coinvolgente. 

La sedia è un fulgido esempio di cinema come strumento della coscienza e dell’anima: quasi un'installazione artistica moderna, ma al contempo anche qualcosa dì immediatamente accessibile e  avvolgente. Non è per tutti, scalza molti canoni e parla forse di più al mondo del teatro moderno, ma è un’esperienza interessante per chi vuole provare a vivere la sala cinematografica in modi nuovi.

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martedì 28 novembre 2023

Thanksgiving: la nostra recensione del nuovo film horror diretto da Eli Roth, perfetto per celebrare il giorno del ringraziamento quanto il Black friday

Ci troviamo nella placida provincia americana dei giorni nostri. 

Siamo nello specifico nello stato del Massachusetts, nella ridente cittadina di Plymonth fondata nel 1620 dal leggendario pellegrino della Mayflower John Carver. 

Il giorno del ringraziamento sta per arrivare e qui è la ricorrenza per antonomasia: tra striscioni, addobbi, parate e tacchini al forno si respira ovunque aria di festa. 

Una festa che quest’anno è addirittura doppia, perché insieme al giorno del ringraziamento ricorre anche la festa del “Black friday” dei super saldi pre-natalizi, con l’apertura notturna del locale mega store, il RightMart, prevista per la mezzanotte di giovedì.

Purtroppo tra tanta gioia, ghirlande e voglia di regali, la tragedia è dietro l’angolo. 

Quando lo sceriffo Newlon (Patric Dempsey) e Amanda Right (Gin Gershon), parente della ricca famiglia che gestisce il negozio, arrivano al centro commerciale, infuria già un caos quasi dantesco. 

Le centinaia di persone che per ore si sono accalcate contro ai vetri del RightMart hanno infine sfondato l’ingresso e si sono fatte largo tra calci e spintoni, travolgendo anche le guardie di sicurezza. 

In molti si sono tagliati vistosamente con le schegge di vetro rimaste attaccate alle porte, alcuni sono stati calpestati dalla massa, qualcuno nella frenesia di impossessarsi di una padella antiaderente ha colpito di istinto alla testa chi stava per rubargliela. 

Simili ad animali rabbiosi, anche trascinandosi coperti di sangue pur di accaparrarsi una tv gigante in saldo, i clienti del RightMart incedono devastando e sbattendo contro ogni cosa.

Ma qualcuno ride di loro, riprende la scena per i social. 

Sono gli amici di Jessica (Nell Verlaque), la giovane figlia del proprietario mr.Right, gli stessi che entrando nel negozio prima della mezzanotte, con la chiave dei dipendenti, hanno contribuito a aizzare la folla in coda con insulti e gesti volgari, fino al punto di farla esplodere. 

Anche Amanda infine viene travolta nella calca e cade a terra, con ancora in mano una fetta di tacchino portata lì dalla festa di famiglia per suo marito, il responsabile di reparto Mitch. I capelli ricci di Amanda si attorcigliano tra le ruote di un carrello della spesa che viene spinto con tanta forza e rabbia. La sua testa viene trascinata e urtata più volte, fino a procurarne lo scalpo. La donna muore davanti allo sceriffo, che in un momento di pianto e disperazione scarica tutti i proiettili della sua pistola verso l’alto.

Ci sono dei morti, incalcolabili feriti, una strage.


L’anno dopo Plymonth ancora piange le vittime della notte al RightMart, mentre si prepara alla annuale sfilata del ringraziamento con la banda, il tacchino che fa da mascotte al liceo e i carri allegorici. 

Il super store ha preparato degli eventi commemorativi per le vittime, si parla di borse di studio e solidarietà, ma il clima è pesante e qualcuno inizia a parlare di boicottare tutto. Dalla storica casa del pellegrino John Carver scompare la celebre ascia del fondatore della città. 

Qualcuno inizia a indossare la maschera e il vestito nero con cappello di Carver, per usare l’ascia destinata ai tacchini su chi ritiene responsabile della notte di sangue dell’anno precedente. 

La lista è lunga e alcune persone iniziano a morire nei modi più cruenti e brutali, con le foto dei cadaveri che vengono poi condivise sui social in immagini che li ritraggono sinistramente insieme: mutilati o a pezzi ma tutti seduti, davanti a una tavola imbandita, come vuole la tradizione conviviale del ringraziamento.

In città gli avvistamenti di John Carver si susseguono e cresce anche la paura, specie nel liceo frequentato dagli amici di Jessica Right, la figlia del padrone del RightMart. La paranoia inizia a diffondersi e John Carver sembra ovunque. Ma il killer, nonostante il grande dispiegamento di forze della polizia e tanti cittadini armati e guardinghi, sembra non volersi fermare. Anzi, è intenzionato a portare il caos anche durante la parata storica, causando direttamente al centro del paese incidenti a catena, incendi e ulteriori mutilazioni. 

Chi sopravvivrà da questo giorno del ringraziamento? 

  


Un film per chi ama l’horror più classico, fatto da chi ama l’horror più classico. Il regista e sceneggiatore Eli Roth è stato uno dei nomi più interessanti del panorama horror degli ultimi vent’anni. L’esordio folgorante avviene nel 2002 con Cabin Fever, un piccolo body horror gustosamente splatter ma anche molto ironico e satirico, in cui un gruppo di amici capita nel classico “chalet tra i boschi” (alla Sam Raimi) della provincia americana, per poi finire vittima di un contagio cruentissimo, ma che satiricamente non appare meno “cattivo” del modo di trattare i forestieri della popolazione locale. A Cabin Fever segue nel 2005 Hostel e nel 2007 il suo seguito, pellicole altrettanto splatter e sarcastiche, incentrare sulla mercificazione, “dei corpi e del dolore”, che avviene nei cosiddetti paradisi del piacere dell’est Europa. Nel seguito si citano apertamene anche Fulci e Argento e come co-protagonista torna sulla scena Edwige Fenech. Nel 2013 arriva Green Inferno, un omaggio al classico Cannibal Holocaust di Deodato ma in salsa moderna, dove degli squinternati e ipocriti eco-attivisti vengono ridotti a polli arrosti farciti di spezie da dei simpatici aborigeni mangiatori di uomini. Il 2015 è l’anno del sexy thiller Knock Knock, in cui uno spaesatissimo e “perbenista” Keanu Reeves si fa trascinare da due donne bellissime (una delle quali era l’attuale compagna del regista) in un incubo sexy-domestico, potenzialmente letale, che omaggia i sexy horror e al cui confronto Il gioco di Gerard di King è quasi da educande. Nel 2018 esce il suo personalissimo Il giustiziere della notte, con Bruce Willis, dove il classico con Bronson viene rivisitato, mettendo originalmente e spericolatamente alla berlina e “a nudo” il ruolo del giustiziere stesso, nonché la patologia sadico/autodistruttiva che lo muove. I malavitosi appaiono calmi e quasi pragmatici, i giustizieri dei pazzi esagitati pronti a investire ogni dollaro in negozi d’armi pieni di donne sexy e lanciamissili (forse un omaggio diretto a una famosa scena di Jackie Brown di Tarantino). Una ridicolizzazione geniale ma che fece incazzare enormemente molto del pubblico che in genere amava i revenge movie.  Sempre nel 2018 esce Il mistero della casa del tempo ed è nella filmografia di Roth un po’ una eccezione alla regola: un horror per ragazzini con interpreti Jack Black e Cate Blanchett, innocuo e accomodante come i Piccoli Brividi, ma con un gusto estetico che strizza alle produzioni Hammer. 

Eli Roth è un cultore dell’horror in tutte le sue forme e declinazioni, che ama raccontare da sempre  storie di disagio e dolore con ironia, dove i ruoli di vittime e carnefici spesso si confondono e sovrappongono. Film dove il grottesco nasconde sempre criticità sociali e morali specifiche, che  l’autore ama spernacchiare a colpi di “corpi arrosto”, maxi vomitate di sangue “post-sbornia”, “eccitazioni inconsulte” dovute all’impugnare un’arma da fuoco. Il “gore” diviene un cortocircuito che punisce e trasforma i personaggi in palloncini che esplodono ma Roth, quando in vena, punta a essere anche un autore “vecchio stampo“, di scuola quasi horror italica anni '70. Idealmente seguace di Fulci e Deodato, ma con certi codici visivi “meta/culinari” pure vicini a Ferreri. Un autore così affezionato a tutto il genere horror da dedicarvi anche interessanti documentari tematici, nonché produttore e sceneggiatore di pellicole come 2001 Maniacs, The sacrament, The Clown. 


Un film slasher nato da un trailer realizzato per gioco 16 anni prima. Inevitabilmente il sodalizio tra Eli Roth e Quentin Tarantino è stato folgorante, con il regista di Pulp Fiction che gli ha prodotto personalmente Hostel (a cui ha partecipato anche il leggendario regista Takashi Miike in un cameo!) e poi lo ha voluto anche come attore protagonista, nel suo Inglorious Basterds

È sempre Tarantino che lo coinvolge nell’amorevolmente strampalato progetto Grindhouse, un film a episodi pieno di sangue, attori che recitano sopra le righe, donne nude e scene d’azione esagerate alla maniera dei b-movie anni ‘70.  Incentrato su due mediometraggi principali (poi gonfiati a due film effettivi), diretti da Tarantino e Robert Rodriguez, il progetto prevedeva la realizzazione anche di finti trailer, da collocare all’inizio del film. Vennero commissionati a vari autori, come Rob Zombie, Edgar Wright e proprio Eli Roth, che si “sfogarono” realizzando autentici micro-film pieni di creatività, che avrebbero benissimo fatto mostra di sé in una sala cinematografica del passato specializzata in b-movie. Si può dire che negli anni sono nati sullo stile di Grindhouse alcuni film che ne hanno ripreso bene lo spirito leggero e sanguigno quanto ruspante e “fuori tempo”, come Hobo with a gun, Father’s Day e L’uomo dai pugni di ferro, ma da quei finti trailer è nata anche una pellicola “ufficiale”: Machete di Robert Rodriguez. Per anni Edgar Wright ha poi provato, ancora senza successo, a trasformare il suo trailer Don’t in un lungometraggio, ma prima di lui oggi arriva proprio Eli Roth con il suo Thanksgiving


In questo trailer di un minuto c’è già tutto il film di oggi: un horror-slasher alla maniera del carpenterianio Halloween, ambientato però nel giorno del ringraziamento americano, seguendo anche quel filone di “sangue e feste” di opere come San Valentino di Sangue e Black Christmas

Al posto di Michael Meyers troviamo un uomo in nero con cappello e accetta vestito da pellegrino. Un uomo nero che abbatte un grosso pupazzo a forma di tacchino durante una sfilata, per poi fare fuori la classica serie di “adolescenti in preda agli ormoni” (tra cui figura anche Eli Roth stesso, che recita nella scena dell’auto!). Tutto è così folle ed esagerato per efferatezze che “fa il giro tre volte”, con le scene più truci che diventano quasi comiche per l’eccesso di emoglobina finta e teste mozzate di cartapesta: esilaranti e dissacranti proprio come gli “ecologisti al forno” di Green Inferno


La versione 2023 di un piccolissimo horror di un minuto del 2007. Roth voleva  prima o poi tornare a quel trailer/mini-film e oggi, 16 anni dopo, eccolo qui in sala, nell’anno del reboot dell’Esorcista, Saw X e Scream VI. 

L’atmosfera è più “moderna”: oltre che il classico Halloween degli anni ‘70, che viene citato e omaggiato più volte, fin dalla prima scena, ci sono molti momenti che richiamano gli horror anni ‘90/2000 come Scream, Final Destination, San Valentino di Sangue “versione 3D”.

Sfiziosa la presenza un Patrick Dempsey che, prima di affascinare il pubblico femminile con la serie Grey’s Anatomy dal 2005, nel 2000 era già in Scream 3, ma soprattutto esordiva nel 1985 con l’horror stra-cult Stuff - il gelato che uccide

Il villain ha ora rispetto al vecchio trailer una “maschera tutta sua”, che nella sua fisionomia, insieme al costume, gli conferisce quasi l’appeal del V per Vendetta di Moore. Al contempo è però anche una “maschera generica delle feste popolari” come Il costume da babbo natale di Silent Night del 2012 e  la Ghostface. 

Roth non si dimentica di amare lo splatter e infarcisce tutta l’opera di cattivissimi momenti in cui i corpi esplodono nei modi più cruenti, fantasiosi, buffi ed esagerati. L’azione sulla scena è sempre estrema, cattiva quanto sopra le righe, con le mattanze del killer che più volte si infarcisco di un black humor quasi a livello delle produzioni Troma.

Eli Roth mette invece da parte la sua vena più “kinky”, per dirla come Paul Verhoeven. Il film non ha tutto quell’eros che “con thanatos” funzionava così bene negli horror di genere del passato e soprattutto funzionava nel passato di Eli Roth, che non si è mai dimostrato parco nel mostrare narrativamente in tutte le sue opere (salvo il film per ragazzi con Jack Black) le grazie delle sue attrice in momenti particolarmente bollenti. L’eros è qui trattenuto, contratto, quasi “accettato con l’accetta” di John Carver, anche se infine il regista ci concede la scena dell’allusivo trampolino elastico (che però era più “spinta” nel vecchio trailer) e un momento dall’alto tasso fetish, in cui sono protagoniste le lunghissime gambe della bellissima milf Karen Cliche. 


Particolarmente riuscita la sequenza iniziale dedicata al Black Friday, che sembra la versione sadica di quanto più o meno avviene nelle sequenze di caccia agli acquisti nel classico di Columbus con Arnold Schwarzenegger Una promessa è una promessa. Di pari impatto la lunga e articolata sequenza del corteo celebrativo. 

Appropriata e al passo con i tempi la critica alla mercificazione del dolore che avviene oggi nel mondo dei social. Se i consumatori resi folli dal Black friday incedono come bestie dissennate, i sorrisi cattivi dei giovani che li riprendono per burlarsi di loro mentre si ammazzano sono pure peggio: parlano di un vuoto di valori ormai fuori dai limiti. 

Thanksgiving è un film horror di intrattenimento “spiccio”, divertente e molto sopra le righe, che si mette a pieno titolo nel filone dei “b-movie di razza” che affettuosamente omaggia, ma presenta anche qualche riflessione interessante. 

È un film pensato per i fan degli slasher movie, ben confezionato in ogni aspetto, con un villain “simpatico”, attori sempre appropriati e una trama che si lascia seguire senza intoppi, aspettando che la scena successiva sia ancora più esagerata ed estrema della precedente. 

Né innovativo né cervellotico, “tira dritto” e lo fa bene, con l’umiltà di non offrire “lezioncine sociali” e un particolare gusto per il grottesco e lo splatter che sa mantenersi dall’inizio alla fine.  

È la nascita di un rinnovato filone di horror-slasher sulle feste o rimarrà solo un omaggio a un genere amatissimo ormai quasi “vintage”? A noi che siamo “un po’ vintage” il tacchino è piaciuto e non ci dispiacerebbe un’altra fetta. 

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lunedì 27 novembre 2023

Casanova Opera pop


Casanova Opera pop è l’incarnazione dell’eleganza innata di Red Canzian fatta musical. Storia interessante, protagonisti bravissimi, belle musiche, canzoni che ti restano in mente e che canticchi, abiti stupendi. 

Casanova Opera pop - Il film è la dimostrazione di quanto Red Canzian tenga alle persone e abbia a cuore i suoi fan. Sperimentando sulla propria pelle un momento di malattia e impossibilità di uscire di casa a causa del Covid-19, ha voluto portare su grande schermo (ed in seguito uscirà anche il dvd) questo musical che sogna in grande e che vuole essere un novello Notre dame de Paris, in modo che anche le persone che non hanno la possibilità di poterlo vivere live a teatro potessero vederlo, con immagini immersive, audio 5.1 ed immagini super mega hd. Ma qual è la trama? Casanova torna a Venezia dopo l’esilio. Le donne non vedevano l’ora (birichine…) gli uomini ne facevano anche a meno. Tra sotterfugi e malignità il nostro Casanova dovrà superare delle prove per poi vivere l’amore con la sua amata. Recitato benissimo, su tutti il protagonista Gian Marco Schiaretti nato per interpretare musical (citazione solo per esperti: Ramin Karimloo fattene una ragione ma Gian Marco è pronto per il ruolo del Phantom of the Opera…), gipeto (con la g minuscola, ci tiene a precisare) nel ruolo del cattivo e Jacopo Sarno in plurimi ruoli. Parte vocale affidata a Chiara, figlia di Red. Orchestrazioni a Phil, figlio di Red. Prodotto da Bea, moglie di Red. Insomma, il musical ha la firma Canzian in tutto e per tutto. 

Consigliatissimo a tutti gli amanti dei musical e a tutti gli amanti dei Pooh! Dodi Battaglia, attendo con ansia il tuo musical!! Nel frattempo, torno a vedere Casanova del grande Red! 


By B-Gis

lunedì 20 novembre 2023

Cento domeniche: la nostra recensione del film scritto e diretto da Antonio Albanese sulle truffe bancarie ai risparmiatori

Mai un giorno di riposo e lavorare gratis anche se in prepensionamento, per stare ancora vicino a chi lavora e magari preparare i giovani. Questo è il credo di Antonio (Antonio Albanese), anche se poi con i lavoretti in cantiere tira comunque su quelle due lire per l’affitto del pollaio e dell’orto dal Sig. Carlo, che è il suo capo ma anche un amico. 

Certo dopo l’ultimo controllo in fabbrica Antonio risulta irregolare e i burocrati proferiscono “ai corsi di formazione degli apprendisti deve pensare la regione”; così al lavoro non ci può andare più e toccherà tirare un po’ la cinghia per il futuro. Al mutuo di casa pensa già la pensione della madre, mentre quelle due lire della sua  pensione da operaio per ora gli bastano.

Almeno fino a che non si concretizza per lui il “sogno più grande”, quello che da anni si immagina solo sfuocato, dove in un assolato prato fiorito accompagna all’altare la figlia Emilia. Quando lei era bambina se lo immaginavano sempre quel momento, ci giocavano le domeniche pomeriggio: lui la portava per mani e a volte camminava storto, a volte si sentiva male prima dell’arrivo alla meta e “dallo sposo”. Emilia aveva forse otto anni e rideva, rideva sempre. Ora tutto poteva essere vero, il suo moroso Chicco ha deciso di portarla all’altare. 

Al vestito provvede la stessa Emilia, alle fedi i testimoni. Non si pensa a viaggi di nozze perché sono brutti tempi e non si può chiudere il negozio, ma almeno il pranzo da tradizione sente che deve pagarlo tutto Antonio, che è il padre, anche se è una usanza del dopoguerra e ora la spesa se la dividono entrambi i suoceri. Gli tocca ed è felicissimo di farlo. Tanto quando potrebbe essere?  

Si dice 25, forse 30.000 euro. Antonio ne vuole chiedere in banca 30, 5 li deve mettere di sicuro per l’apparecchio acustico nuovo di mamma Elisa, che ormai a ogni domanda risponde “sì sì”, ma tutti gli altri 25 sono per il matrimonio di Chicco ed Emilia.

Tanto in banca i soldi sono più di ottanta, sotto sicure obbligazioni, basta giusto accordarsi per il ritiro. 

Tutto per il sogno di accompagnare la figlia all’artare e forse al matrimonio questa volta ci porta pure Adele, che è sposata ma ormai tutti sanno in paese che sta con Antonio, mentre alla Margherita, la sua ex moglie che intanto si se rifatta una vita, in fondo la cosa non dispiacerebbe. 

Allargare la famiglia, nuovi sogni a occhi aperti.

Poi la realtà al credito artigiano è diversa. Dicono che non va bene togliere ora i soldi, che si era capito male e “carta canta”: non erano fondi messi su obbligazioni ma azioni. Rendono di più però, ora molto di più, è peccato toglierli e non lo vogliono fare. Serve un consulto col direttore. 

Quello che si può fare è quindi chiedere un prestito da 30.000 il cui capitale e interessi saranno ammortizzati dalla grossa rendita delle azioni. Sarà come non spostare niente, si recupera in alcuni mesi e tutti felici. Del credito artigiano si conoscono tutti da quando erano bambini, tutta brava gente, è il confessionale di tutta la città. Non può crollare o crollerebbe il mondo. Ci si fida sempre e comunque la prospettiva è ora allettante, roba da fare i salti. Bravo il nuovo direttore della filiale 12!

Solo che allo sportello un po’ defilato c’è quel ragazzo che ha fatto la scuola con Emilia ed è tanto gentile da far entrare Antonio dalla porta di servizio, perché la porta di sicurezza della banca lo “opprime”. Lui il giorno che si apre il mutuo è cupo e quasi non gioisce quando gli dice che l’Emilia si sposa. Anche alla bocciofila il barista Ricky dice che c’è brutta aria in banca, ne parlano tutti i giornali che in zona però non vuole più leggere nessuno. Una cosa “più concreta” però è che anche l’idraulico Peppo sia finito in ospedale per un attacco di panico, dicono dovuto proprio alla situazione del suo conto e davanti alla filiale 12. 

Dopo queste voci c’è già alla mattina la coda di chi vuole ritirare i suoi soldi, ma in filiale c’è già un nuovo direttore diverso, che dice di tranquillizzarsi e offre biglietti da visita e numero di telefono per domande più precise. Ora lui non ha tempo, ma sono solo fluttuazioni, roba momentanea.

Il matrimonio si avvicina e la situazione non cambia. Il nuovo direttore è così evasivo che non c’è mai neanche al telefono, tutti i dipendenti sono evasivi e quasi sembra che non vogliamo guardare negli occhi i clienti. 

Poi un giorno  al supermercato  appare davanti ad Antonio il compagno di classe di Emilia. Chiede scusa e dice che si vergogna, lo implora di portare via i suoi soldi appena può, la banca sta fallendo. 

Antonio non sa più a chi credere, fino a che il bubbone scoppia.

Il tornitore inizia a cadere in una spirale di paranoia e frustrazione, si dimentica di accudire la madre malata, litiga con tutti, gira a vuoto per la città, non dorme più. Un medico gli racconta che il termine insonnia non ha come significato originale mancanza di sonno, ma proprio mancanza di sogni. Ed è così che Antonio si sente: derubato del sogno di portare Emilia all’altare più che dei soldi, derubato della sua dignità di uomo umile che non ha mai chiesto niente a nessuno.


Antonio Albanese scrive, dirige e interpreta un film dedicato alle molte vittime dei crack bancari: spesso persone comuni che per gestire i loro pochi risparmi si sono affidati alle banche locali, con dipendenti persone con cui hanno fatto la scuola insieme. 

La crisi ha reso più instabile il mercato, la cronaca ha documentato come molte banche abbiano agito male e senza tutelare i loro correntisti “più deboli”, nei tribunali si sono moltiplicate le class action, intere comunità hanno rischiato di finire al collasso e molte famiglie si sono inevitabilmente distrutte. 

Qualcuno è stato in parte risarcito anni dopo o si è ripreso anche grazie a operatori finanziari più onesti, qualcuno non ha avuto indietro una lira. 

L’apparato sociale e il volontariato si sono mobilitati, anche con medici e psicologi, per cercare di aiutare chi si è trovato in questa terribile situazione.

Il personaggio di Antonio incarna a vive all’interno del mondo pieno di incertezze e sogni infranti di queste persone, spesso “troppo gentili” anche per pensare di arrabbiarsi con chi le ha truffate. 

Un piccolo mondo antico di provincia, dove la fiducia parte da una stretta di mano e la massima ambizione di una vita di risparmi è riuscire almeno a pagare il matrimonio di una figlia, sperando che una pensione basti per coprire il mutuo della casa. Un mondo di piccoli risparmiatori in questo caso “comaschi”, che spesso per indole conservativa non comprano neanche i gratta e vinci e mai si sarebbero sognati di giocare in borsa, finiti in un ingranaggio crudele del quale qualcuno più senza scrupoli ha sicuramente beneficiato. 

Con grande umiltà e rispetto delle istituzioni, Antonio Albanese guarda la realtà “dal basso”. Racconta i suoi personaggi con taglio quasi documentaristico, mentre con umiltà e sorriso lavorano o percorrono le strade provinciali e le vie cittadine di una “provincia” rappresentativa proprio di molte zone del comasco che negli ultimi anni sono venute incontro ad alcuni di questi crack. Il modo di parlare è spesso dialettale e carico dei toni squillanti e della forte autoironia di quei luoghi. In tutti i personaggi traspare una spontanea tendenza a sdrammatizzare le cose, ma anche la caratteristica a volte di lunghi silenzi malinconici. 

Albanese sa descrivere bene lo spirito di queste persone apparentemente burbero ma solare come zone dell’alto Lario. Uno spirito gentile ma anche combattivo e solidale, che ci viene raccontato dal regista con dei colori e una passione che non sono troppo distanti da quello della classe operaia inglese raccontata da Ken Loach: i bar e i locali pubblici diventano spontaneamente luoghi di mutuo aiuto, si parla proficuamente di agire conto le banche con le class action, si raccontano percorsi di terapie di gruppo gestiti da professionisti volontari. Il tessuto sociale c’è e si muove, con gentilezza ma anche determinazione, ma il dolore del protagonista è forse troppo grande e Albanese riesce a sottolinearlo anche con un registro visivo diverso. 

Il mondo interiore del protagonista Antonio è quasi in bianco e nero, quasi fosse ripreso dalla macchina da presa “distante e documentaristica” del cinema sociale dei fratelli Dardenne, nella sua meccanica e tragica ineluttabilità. Antonio che percorre e ripercorre gli stessi luoghi in silenzio, beve al bar nel solito posto. Antonio che fissa lo schermo della tv la sera, senza guardare effettivamente ciò che trasmette. Antonio che si permette giusto di sognare immaginando un futuro coloratissimo ma “sfuocato”, caldo ma indefinito come un ricordo di quando si era bambini. Intanto la banca, l’unica altra realtà che a un certo punto “lui riesce a vedere” lo stritola con l’indifferenza, lo fiacca con infiniti muri di parole volte a incolpare la sua “leggerezza” negli affari e lo fa sentire solo, con gli sguardi omertosi dei dipendenti che guardano sempre altrove pur di non incrociarlo negli occhi. 

Il film racconta la caduta lucida in un incubo, che viene bene sottolineato dalla colonna sonora curata da Giovanni Solimma, in cui i vìolini comunicano la glaciale distanza dei sentimenti e lo svuotamento delle emozioni che preparano all’ultimo atto, spiazzante ma profondamente coerente, liberatorio quanto tragico.

Cento domeniche è un film bellissimo e profondo che arriva allo stomaco come un pugno. 

È un film sincero e gentile sulla esasperazione e i sogni infranti, non lascia indifferenti e certo sa parlare al cuore delle tante persone che si sono ritrovate nell’ingranaggio infernale delle banche in fallimento. È anche un film che cerca di immaginare un futuro migliore grazie alla macchina della solidarietà e strumenti di controllo e giustizia più equi, nella speranza che questi prima o poi riescano davvero a fare la differenza.  

Molto bravi tutti gli interpreti, come sempre perfetto Albanese nell’indossare la difficile maschera malinconica, ma sorridente, dell’uomo qualunque. Preparate i fazzoletti. 

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