sabato 21 febbraio 2026

La gioia: la nostra recensione del film drammatico di Nicolangelo Gelormini con protagonisti Valeria Golino, Saul Nanni e Jasmine Trinca.


Gioia (Valeria Golino) è una donna sui cinquanta un po’ sfiorita, ma con enormi occhi da bambina che tiene nascosti sotto occhialoni spessi come fondi di bottiglia. Vive nella stessa cameretta ordinata e polverosa di quando era ragazzina, nella  casa di periferia che condivide con genitori sempre più acciaccati, sempre più invadenti (Betty Pedrazzi). Tifa la Juve, insegna francese al liceo “Regina Margherita” di Torino e in fondo non sembra essere “mai uscita” (se non forse addirittura “mai entrata”) da quell’età magica di chi, per la prima volta, deve fare l’esame di maturità. 

È pronta a innamorarsi, se solo qualcuno, chiunque, si avvicinasse a lei per una volta in un modo gentile. Per lo meno accorgendosi che lei “esiste”. 

Alessio (Saul Nanni) è un ragazzino del liceo Margherita, anche se dimostra molti più anni della sua reale età: specie quando di sera si traveste tra mille parrucche e abiti in cuoio, per vivere tra locali notturni e clienti desiderosi di avventure erotiche. Condivide una casetta disordinata con mamma Carla (Jasmine Trinca): di professione commessa e qualche volta escort, poco avvezza alle “coccole”, sempre in cerca di soldi e alcol. Come simulacro di una specie di figura paterna, Alessio  ha Cosimo (Francesco Colella): lo “zio”, di professione principale parrucchiere, di professione effettiva organizzatore e collega nella sua “carriera notturna”. È lui che tiene i conti con i clienti e le clienti. È lui che “risolve le situazioni” quando si fanno brutte. Ma un padre è decisamente “altro”.

Alessio ha bisogno di ripetizioni di francese.

Gioia può offrire, pur controvoglia, superando invalicabili muri di timidezza, delle ripetizioni. 

Entrambi hanno dentro un “vuoto” a cui è difficile dare un nome e quindi per entrambi risulta più facile avvicinarsi, “riconoscersi”: per sostenersi a vicenda, “completarsi” e forse sognare. Immaginare un futuro comunque oltre le mille differenze. Un futuro che Gioia scopre simile al “volare”. Alessio le fa provare nei momenti più belli “l’assenza di gravità”, facendole assecondare le farfalle che si hanno in corpo e aiutandola a riscoprirsi a sua volta farfalla. Una falena per troppo tempo “autoconfinatasi” in una crisalide simile a cemento. Ma per Alessio il futuro ha connotazioni diverse da quello di Gioia: è puro “desiderio di fuga”. È la diceva dell’occasione giusta per scappare da tutto e da tutti: da Cosimo, dalla Madre, da se stesso. Riusciranno i due a fuggire insieme, vincendo la forza di gravità?

Nicolangelo Gelormini per la sua pellicola sceglie un adattamento dell’opera teatrale Se non sporca il pavimento, di Gioia Salvatori e Giuliano Scarpinato, ispirata alla storia vera dell’insegnante Gioia Rosboch. Una sceneggiatura a cui ha collaborato lo stesso Giuliano Scarpinato, insieme a Chiara Tripaldi e Benedetta Mori, che già nel nel 2021 si è aggiudicata il Premio Solinas, che premia le sceneggiature per il cinema inedite. Le riprese si sono tenute tra il novembre e dicembre del 2024, tra Roma e Torino, con Valeria Golino che ha passato molto tempo insieme all’attrice Tatiana Lepore per imparare l’accento torinese ed essere il più fedele possibile alla storia di Gioia Rosboch. Una storia che per chi conosce la cronaca non è certo “felice”, ma che diventa qualcosa di davvero unico e speciale, un romantico quasi gotico, grazie a un’ottima regia, alla straordinaria interpretazione della Golino, ma anche alla bravura di un Saul Nanni davvero promettente. 

Gelormini sceglie con la macchina da presa di essere polarizzante, duale. Vuole dar vita a un racconto scisso tra “ragione e sentimento”: dove se i sentimenti dei due interpreti appaiono sognanti, eterei e “accoglienti”, i fatti e la logica delle cose appaiano chiaramente, inevitabilmente, cinici quanto chirurgicamente spietati. Ragione e sentimento tengono i loro “spazi” orgogliosamente, come un “fortino”, attraverso il preciso “uso alternato” dei cromatismi (caldi per i momenti del “sogno”, glaciali per i momenti del “reale”) richiesti al direttore della fotografia Gianluca Palma. Non si confondono mai, con Chiara Vullo che persegue un montaggio delle scene “brutalmente documentaristico”, dove a ogni “volo pindarico” segue una “caduta di Icaro”. Ma i due estremi riescono sempre nel film a “vivere e convivere”, come in un “eterno ritorno”, tra speranze e delusioni, spostandoci dalla favola alla cronaca nerissima “in pochi battiti di ciglia, dandoci da spettatori la sensazione che tutto può accomodarsi, anche quando i due protagonisti inevitabilmente stanno cadendo in un vortice che sembra fin dai primi momenti inevitabile e ineludibile. Entriamo davvero nel sogno/incubo di un amore impossibile: osservando, quasi impotenti, come i fragilissimo e bellissimi personaggi di Gioia e Alessio andranno a schiantarsi l’uno contro l’altro. 


Valeria Golino regala una delle sue interpretazioni più belle e struggenti. Come sanno fare i bravi attori, sa donarsi completamente al suo personaggio. Dalla voce, sussurrata e contratta, alla postura del corpo, curva e spigolosa, sceglie a ritrarre Gioia come “brutta per timidezza”, fanciullesca per una sensibilità rimasta “strozzata” a uno stato quasi infantile. Si tifa per lei. Si spera il meglio per lei. Se ci si affeziona facilmente a lei, ci si affeziona inaspettatamente anche all’Alessio di Saul Nanni. Un personaggio dall’interiorità distrutta, un bambino adultizzato che vive in un perenne stato di “vuoto interiore”, privo di guide e carezze. Un vuoto che cerca di colmare “per far soldi”, indossando mille maschere “preconfezionate” e ipersessualizzate. Il “cattivo ragazzo destinato a finire male”. Il “lupo”, che seduce una “donna bambina” come la più inevitabile e scontata delle sue prede, la più “banale”. Ma al contempo un “lupo” che può provare per lo meno pietà per la sua preda: che cerca attivamente, in un volo pindarico impossibile, di andare oltre a quello che lui stesso sa di rappresentare per gli altri. In ragione di uno strano “sentimento nuovo” che sente crescergli dentro, un po’ come “un alien”.

La gioia ci è piaciuto molto. Ci ha fatto piangere, ci ha fatto volare e ci ha “schiantato al suolo” insieme ai due protagonisti. È un film romantico quanto durissimo, spietato. Un film che colpisce al cuore.

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sabato 14 febbraio 2026

Pillion - la nostra recensione del film “romantico e trasgressivo”, scritto e diretto dall’esordiente Harry Lighton, con protagonisti Alexander Skarsgard ed Harry Melling, tratto dal libro Box Hill di Adam Mars-Jones.

 


Ci troviamo nella cittadina di Bromley, in Inghilterra, a ridosso delle festività natalizie. Il timido, magrolino e riccioluto Colin (Harry Melling), insieme al suo quartetto vocale di tenori “fai da te”, porta nei bar e ristoranti di zona uno spettacolo di canzoncine su Santa Claus e intanto “sogna”: sogna in grande di trovare “lui”, la persona perfetta, il Vero grande amore. 

È dopo un paio di pinte in un pub fumoso che si materializza davanti a Colin, sdraiansodi sudato sul tavolo da biliardo, il possente motociclista Ray (Alexander Skarsgard). È biondo, muscoloso, altissimo. Aria malinconica e vestiti in solo cuoio. Gli occhi blu di Colin affogano dentro il mare azzurro degli occhi di Ray e ne vengono accolti, come un fiume che trova il mare. C’è un’intesa, forse tantissima intesa, seppur l’incontro rimane “muto”, inespresso. 

I giorni passano e Colin, a conferma di quel contatto visivo, ritrova Ray per le strade di Bromley, a spasso con il suo cane. Anche lui ha un cane: studia il percorso e gli orari di Ray, vince la timidezza, si avvicina. Poche parole in un pomeriggio assolato e Ray quasi senza mutare sguardo gli indica un vicolo. Colin lo precede, Ray lo segue. I due hanno il primo rapporto dietro un cassonetto: un po’ doloroso, all’apparenza forse impersonale, un po’ meccanico, ma molto “concordato a livello contrattuale”. 

Perché, in quelle sue battute prima di ritrovarsi nel vicolo, Ray ha chiesto a Colin, come unica grande clausola di una possibile frequentazione, un rapporto di adorazione e sottomissione totale nei suoi confronti. Un rapporto padrone/schiavo standard. 

Colin ha accettato sorridendo, come fosse la firma del corriere di Amazon per ricevere subito il suo regalo di natale. 

Mamma Peggy (Lesley Sharp) e papà Pete (Douglas Hodge) hanno subito visto Colin felice come non mai, anche se questo “Ray” appare decisamente misterioso, sfuggente. Dopo un paio di giorni porta via Colin dalla casa di mamma come una “pizza ad asporto”, impacchettandolo con una borsa sulla sua moto, per farlo vivere da lui. Regole sempre chiare: dormirà da bravo “adoratore di Ray” rigorosamente sul suo tappeto, si prenderà meticolosamente cura di tutte le incombenze domestiche, del cane, del prato, della spesa e manutenzione generale, come da promemoria rilasciato su un foglietto di carta ogni mattina sul tavolo da cucina. 

Non il top del comfort, ma Colin è sempre più innamorato, i “contatti occasionali” seppur rudi persistono, la condizione di “schiavo” è vista da lui quasi come una occasione di auto-miglioramento personale. 

Ray sa poi essere a modo suo “romantico”: quando lo lega con le corde o lo coinvolge in giochi sadomaso dove regna la pulizia e il rigore di una sala operatoria.  

Ray sa poi essere a suo modo “generoso”: quando invita/trascina Colin a far parte del suo gruppo di biker ribelli vestiti di sola pelle, sebbene a “livello aziendale” Colin si collochi nella “sotto-sezione” degli “schiavi-biker”: ragazzetti spesso mezzi nudi e con strane maschere di animali da indossare sulla faccia, che vengono usati dal gruppo come “passatempo erotico comune”, qualche volta intercambiabile, nel mezzo di selvaggi rave-vacanza nei boschi. 

Purtroppo, un brutto giorno, anche per Colin l’amore incondizionato inizia a non bastare. 

Colpa delle insistenze di mamma, che dopo essersi ritrovata il figlio ricciolo rasato a zero prova più volte a capire, senza riuscirci, che che intenzioni reali abbia e che lavoro effettivamente svolga il Biker Ray. 

Colpa di un Ray che comunicativamente non riesce ad andare oltre al “ruolo di padrone”, attraverso l’enunciazione di “comandi perentori”. Un Ray che “finite le pratiche fisiche” quotidianamente si spegne e vuole leggere un libro in solitudine, nella penombra. 

Arriva la crisi e la coppia decide per un cambiamento: inserire nella settimana un “giorno di pausa”. Un giorno in cui i due usciranno dal “ruolo” di dominatore e dominato per comportarsi in modo “spontaneo”, in cui un Ray improvvisamente sorridente e carino senza i vestiti in pelle di ordinanza si dedicherà ad ascoltare e fare tutto ciò che Colin vorrà. Perfino cantare al karaoke con lui, se vuole. 

Cadute le maschere e i ruoli, tutto appare decisamente, completamente troppo diverso. 

La coppia sopravvivrà?

Sarà vero amore?


Il regista debuttante Harry Lighton si affida ad un “divertente e scorrettissimo” libro di Adam Mars-Jones, per portare in scena una love story non convenzionale, godibile quanto al contempo molto tenera, piena di sfaccettature interessanti. 

Si “gioca” con ironia e intelligenza con il fetish, il role-play e il gender, ma sempre tenendo il focus del racconto sui due protagonisti: sulle loro fragilità emotive e sul genuino affetto che cercano di celare sotto i più estremi rapporti sado-maso. Sotto il rumore di moto che corrono nella notte, borchie, maschera da cavallo e pantaloni attillati, pulsa sempre un sincero bisogno d’amore, anche se  spesso appare difficile da riconoscere e ricambiare. 

Ci troviamo così più dalle parti del film Secretary del 2002 di Steven Shainber, con James Spader e Maggie Gyllenhaal, che dentro le cinquanta sfumature della di E.L.James. I due attori sono bravissimi nell’immergersi in pieno in personaggi amabilmente complicati: trasgressivi ma al contempo tenero antieroi a cui presto ci si affeziona “bypassando” la bizzarria di un contesto generale “Strong” ma al contempo molto “auto-ironico”. La trama si scioglie veloce con dinamiche da “splice of life” inserite in una struttura narrativa mai banale, sempre ironica, affettuosa e con qualche elemento drammatico che rende il tutto più gustoso. Un piccolo film molto riuscito. Un ottimo biglietto da visita per un autore, Harry Lighton, davvero interessante.

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