lunedì 20 gennaio 2014

Change! Shin Getter Robot: L'ultimo giorno del mondo (The Last Day of the World)


Getterverso alternativo (più che altro per la presenza di Musashi... ma potremmo considerare Musashi come Kenny di South Park e tutto sembrerebbe un unico Getterverso coeso al 97%), ma posto alla fine della saga di Getter G. I Raggi Getter, una sorta di energia “evolutiva” che gli scienziato hanno cercato di imbrigliare, hanno portato l'umanità a compiere un considerevole balzo tecnologico. Ma lo studio di tale fonte di potere ha causato nel contempo parecchi danni, facendo scoppiare ben due successive guerre tra la razza umana e i popoli che in passato abitavano il nostro pianeta azzurro. L'Impero dei Dinosauri e gli Oni non erano infatti estinti ma aspettavano il momento giusto per riemergere dal sottosuolo e autoproclamarsi unici abitanti (vivi) del pianeta. Ad affrontare queste minacce si è mobilitato un po' tutto il mondo, con la costruzione di armi varie e robot dedicati alla lotta, ma i campioni della Terra si sono dimostrati i piloti della squadra Getter del centro di ricerca Saotome, uno dei principali scienziati dietro lo sviluppo di questa peculiare fonte di potere. Sbaragliati dinosauri e oni, in un certo senso gli anelli mancanti dell'evoluzione umana (secondo l'ottica della serie bene inteso), la squadra Getter, non senza perdite, è riuscita a riportare il mondo verso la pace. Ma qualcuno trama nell'ombra, una razza ancora sconosciuta in grado di entrare nei corpi degli uomini e usarli come burattini. Un nemico che pertanto si è facilmente annidato nei principali luoghi di potere e si muove nel buio nell'attesa che il professor Saotome riesca a spingersi al massimo nello studio dei raggi Getter. Finchè non giunge il momento di attaccare. In una notte tempestosa il professore viene aggredito nel buio e colpito a morte. Sul luogo dell'incontro compare Ryoma Nagare, pilota del Getter team che viene accusato della morte dello scienziato.

1998, Dynamic Planning decideva con un forte investimento di riportare in vita Getter Robot. L'opera di Nagai e Ishikawa (per molti solo di Ishikawa) era da molto tempo assente in cartellone, ma non aveva ancora smesso di attirare un folto pubblico di appassionati, tanto per le sue serie, pur edulcorate, televisive (Getter Robot, Getter Robot G, Getter Robot Go) quanto per le molte e avvincenti, nonché sanguigne e splatterose, versioni e cross-over a fumetti. Un affetto e seguito del tutto legittimo, bene inteso. Getter Robot costituì primato storico, fu la prima opera a trattare di Robot Componibili. Nella specie metteva tre piloti alla guida di alcune navicelle che in volo si agganciavano e combinavano in modo differente andavano a formare tre distinti robot al cui comando si poneva il pilota della rispettiva navicella in posizione “di testa”. Robot diversi, forniti di un differente armamento, guidati da piloti con autonome, forti e contrastanti personalità, costretti a interagire tra loro per vincere. Già dalle premesse facilmente si potevano vendere un sacco di giocattoli in più (almeno 3 direi in luogo del classico singolo eroe di una serie animata), ma proprio la coordinazione tra i piloti, i loro rapporti, offrivano quel qualcosa in più alla narrazione. Se il messaggio di Mazinger era che l'uomo davanti al potere poteva diventare “dio o demone”, Getter parlava da subito di un potere che non poteva sussistere nell'uomo se non come frutto dell'impegno reciproco, lavoro e convivenza, di più persone. Quasi una svolta sociale al superomismo nagaiano (certo che ne scrivo di fesserie...). Anche nella scelta dei temi Getter Robot si caratterizza per una peculiare storia, autonoma rispetto al mazingaverso nagaiano. Al centro di tutto vi era il rapporto tra uomo e natura e in senso lato tra uomo e Terra. Natura madre-matrigna verrebbe da dire. Provo a sintetizzare (sperando di non confondere). 

L'uomo per vivere sfrutta le risorse della Terra, in un certo senso depauperandola. A ogni evoluzione corrisponde uno sfruttamento sempre più estremo dell'ambiente. Sarà un caso ma i Getter robot iconicamente rimandano allo sfruttamento-urbanizzazione dell'ambiente da parte dell'uomo, più che i classici colossi metallici armati pesantemente abbiamo a che fare con un'impostazione del tutto diversa. Il Getter 1 ha scuri da boscaiolo, il Getter 2 trivelle da minatore-estrattore e chiave da meccanico e Getter 3 assomiglia molto a un veicolo da lavoro edile. Gli antagonisti che si oppongono all'uomo, Dinosauri e Oni, vivono invece un rapporto simbiotico con la natura, come i Navii di Avatar per intenderci. Il loro intervento contro la razza umana rappresenta simbolicamente anche una messa in pristino del pianeta, ma la loro dipartita avviene proprio in ragione di questi “raggi evolutivi” di cui dispongono le Getter Machine. Suggestioni queste che hanno davvero fatto la differenza nell'immaginario collettivo a monte di robot che, diciamolo, apparivano da subito piuttosto tozzi e bruttini (ma stranamente carismatici). Il nuovo Getter del 1998 nasceva con l'intenzione di riprendere con intelligenza le migliori peculiarità dell'opera classica e aveva l'intuizione di ampliare ed espandere la tematica del rapporto uomo-natura fino a portare la situazione allo zenit. A questo assetto di partenza veniva aggiunto un impegno produttivo significativo, volto a rendere The Last Day un'opera straordinaria tanto visivamente che per accompagnamento sonoro. 

Ad arricchire un pregevole cast tecnico ecco la ciliegina, il coinvolgimento di Yasuhiro Imagawa alla sceneggiatura, il genio che aveva reinventato il Giant Robo  di Mitsuteru Yokoyama (in videocassette da Dynamic Italia... per ora...) con una bellissima serie di Oav che ripescava personaggi e temi non solo dal Giant Robo classico ma da tutte le opere di Yokoyama. Un cast di personaggi sfaccettati e fighissimi, una caratterizzazione volutamente retrò ma unita a un'animazione straordinaria, una trama moderna e avvincente. Giant Robo di Yokoyama è un autentico capolavoro. Yokoyama peraltro avrebbe fatto nel recente qualcosa di simile anche per Mazinga Z, nella serie Mazinger Z The Impact (edita in dvd e blu ray da Yamato Video), mischiando alla serie classica gran parte dell'universo nagaiano, e di fatto mise in questa nuova avventura del robot trasformabile tantissimi rimandi al fumetto di Ishikawa. Ma le cose non andarono del tutto lisce all'avvio di prodizione di Change! Shin Getter Robot The Last Day of the World. Come per Giant anche per Getter Robo Imagawa pescò dalle caratterizzazioni classiche del fumetto, decidendo di esprimerle nei loro tratti più accesi ed estremi. Questo aspetto in qualche modo indispettì i fan della seria animata, in quanto i personaggi su carta erano estremamente più violenti e risoluti di quelli portati in animazione edulcorati dalla censura. Allo stesso modo anche i combattimenti con i robot, oltre ad essere sempre spettacolari divenivano truci, carichi di squartamenti e di autentiche aberrazioni da combattere in luogo a più rassicuranti mostroni classici (non sorprendetevi quindi se ci sono mostracci che ricordano il demone Ginmen tratto dal l'oav di Devilman quindi). Di contro una tale impostazione piacque ai fan del fumetto e a schiere di milioni di altri fans, al punto che Getter Robot Re: model del 2004 sarà una serie di oav che in qualche modo riadatterà la serie animata classica con le caratterizzazioni più vicine al fumetto. Se sulla “nuova” caratterizzazione dei personaggi Imagawa faceva centro, sulla trama ecco che sorgevano dubbi. L'impostazione ricercata da Imagawa era, come suo stile, strabordante di colpi di scena e interrogativi posti in ogni punto della trama. A compendio di una narrazione visiva sublime (davvero al top), ricchissima e dettagliata, lo spettatore effettivamente subiva una trama ingarbugliata (ma non impossibile da seguire) in cui Imagawa a ogni svelamento di mistero ne apriva altri cinque. La situazione tipica era quella di un personaggio che dopo mille supposizioni arrivava a una svolta, capiva un arcano, ma rimaneva sempre sul punto di fornire una risposta senza fornirla, limitandosi a dire: “No! Non è possibile! Possibile che questo sia...?”, cui seguiva immancabilmente un cambio di scena senza che la risposta fosse mai fornita. Immaginate 90 minuti così. Dopo i primi 3 episodi la produzione decise di variare in corsa il progetto, mettendolo nelle mani di Jun Kawagoe. Lo fece anche in virtù di un calo vendite (sempre per via dell'ingarbugliamento) che comportò tagli alle animazioni per i successivi 6-7 episodi, che comunque non pregiudicarono in alcun modo la qualità complessiva del prodotto, sempre piuttosto alta. 
Kawagome riprendeva l'ingarbuglio di Imagawa (che si ama o si odia alla follia, io lo amo ma in genere non macina tantissimo pubblico pagante a causa delle sue contorsioni) sistemava, semplificava, dava forma. Kawagome lavorava tanto bene che fan e fondi tornarono ad arrivare e gli ultimi 3-4 episodi della serie furono a livello realizzativo bellissimi, anche più dei primi 3 iniziali di Imagawa. Spesso si parla di cosa avrebbe potuto essere la serie se fosse rimasta saldamente nelle mani di Imagawa, ma ciò facendo si oscurano gli indubbi pregi di Kawagoe, non a caso chiamato in seguito su molti lavori di riadattamento dell'universo robotico nagaiano. Il suo lavoro su The Last Day è stato di peso tanto per la messa in scena di ambientazioni truci e postmoderne quanto per l'abilità nel saper gestire un enorme numero di personaggi in campo. Per me ha influenzato parecchio l'ottimo Gurren Lagann di Gainax e trovo suggestioni del Last Days “Kawagommoso” anche nel nuovo Pacific Rim.
Al di là dei trascorsi produttivi Change! Shin Getter Robot The Last Day of the World divenne un prezioso tassello nella storia dell'animazione giapponese. Disegni da brivido, caratterizzazione dei personaggi estrema ed efficace, tantissima azione, straordinarie scene drammatiche, frequenti e spensierati momenti ironici.
Un'opera completa e dai soprendenti esiti, quasi commoventi, sul finale. Un appuntamento immancabile per chi ama l'animazione giapponese.
Qualcuno ha puntato il dito sullo stile dei disegni e delle animazioni, in qualche modo di natura “espressionista” in alcuni passaggi. Il tratto utilizzato è una ricalcatura dell'originale tratto di Ishikawa, padre spirituale di Getter Robot. É un tratto convulso, a volte sghembo, isterico su alcuni dettagli e tirato via su altri. Mi viene in mente Corben come similare impostazione di disegno ma pure Bisley. È a ogni modo un tratto che se amate le proporzioni perfette, i dettagli somatici precisi e in genere la pulizia del tratto di molta dell'animazione giapponese più da “fighetti” potreste non apprezzare. È altresì un tratto potente con milioni di estimatori, al punto che anche le opere seguenti di Getter Robot lo utilizzano. Peraltro similmente se vi imbattete in Mazinger The Impact o Mazinkaiser (entrambi in dvd e blu ray by Yamato, Mazinkaiser serie+film da dicembre 2013... nota, non sto parlando qui dell'SKL!) troverete un tratto che si rifà direttamente ai disegni dei classici cartacei di Nagai e non ai disegni delle serie storiche televisive. Anche qui c'è chi vede in Mazinga di Nagai o in Devilman in formato cartaceo il massimo dell'impatto emotivo, la ruvidezza del tratto al servizio della potenza narrativa. Ma c'è anche chi preferisce le animazioni della serie tv, meno disturbanti e volutamente più controllate. Sono scelte volte a scontentare i fan delle produzioni anni '70-'80? Io direi di no, ma posso capire che qualcuno magari “non ci si ritrovi”, almeno all'inizio. Consiglio loro di non demordere perché, passato il piccolo sconcerto iniziale, è possibile trovarsi subito anima e corpo nelle atmosfere note di quando si guardavano i robot i televisione su Odeon Tv o Tele Lombardia (almeno qui in Lombardia). E non c'è gioia più grande di tornare bambini nel proprio tempo libero!

Yamato video confeziona la serie in un unico cofanetto in dvd o blu ray. Il dettaglio è piuttosto buono, la visione procede senza alcun intoppo nel formato nativo, 4:3. Il doppiaggio davvero valido e il sonoro fa il suo dovere in termini di potenza e spazialità. Ci sono dei simpatici extra nella confezione. Se avevate da parte le vhs Dynamic è ora di passare al dvd o Blu ray, se ancora non conoscevate quest'opera siete invitati caldamente a provvedere, sempre che amiate i robottoni giganti. Sì, è una tragica postilla ma mi sento di aggiungerla: ci sono sempre più giovani che non amano i robot giganti. Li vedevo chiaramente all'uscita di Pacific Rim; erano gli unici spettatori senza i capelli strappati e senza lacrime. Forse ci stiamo estinguendo come l'Impero dei Dinosauri pure noi fai dei robottoni. Forse è colpa dei Power Ranger. Forse è colpa delle menate da panico di Anno. Con questo velo di tristezza vi saluto, vado a confortarmi con un vasetto di Nutella. Ma anche no. Certo che tutti quei pupazzetti di Jeeg allegati alla Gazzatta dello Sport a casa di qualcuno saranno finiti (non a casa mia, li avevano terminati). Ci sono in giro milioni di fan di robottoni in Italia. Sono dormienti dome Matt Damon in Bourne Identity. Aspettano solo di essere svegliati da qualcuno. Presto o tardi. Siamo pronti. 
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domenica 19 gennaio 2014

Saguaro

Chiude con il 27...o no?

Notizia rimbalzata sui forum nel giorno del Signore 21 novembre. Una bomba partita da un articolo sul sito Fumetto d'autore http://fumettodautore.com/magazine/reportage/4592-chiusure-vicine-e-lontane-suore-ninja-a-saguaro e rimbalzata sul forum di comicus dedicato alle produzioni italiane http://comicus.forumfree.org/index.php?&showtopic=90682&st=0 e sul sito dedicato a Saguaro http://lombradelfalco.forumfree.it/?t=67557898#lastpost commentata tra i post anche dall'autore Enna e dal nuovo curatore di Dylan Dog Recchioni. Saguaro, che avrebbe dovuto essere una serie lunga, la prima dopo un periodo di miniserie in casa Bonelli, per colpa delle basse vendite sarebbe destinata a chiudere a quota 27 volumi, tra circa 10 mesi. Per molti non è un mistero la chiusura, ma si riteneva che la serie potesse almeno arrivare al numero 30. Io non ne sapevo niente, a quota 27 o 30 per me poteva giusto finire la seconda o una possibile terza “run” di Saguaro. Un po' mi dispiace. Enna in qualche modo sul forum di Saguaro cerca di tamponare, dice che nulla è ancora deciso, si “naviga a vista”. Se l'aria è decisamente pesante, mi piace quindi valutare questa strana fuga di notizie come un allarme ai fans, una chiamata “alle edicole” per sostenere Saguaro. Niente è eterno del resto. Anche fumetti con pubblicazione ultra decennale in tempi di crisi possono subire gli incerti delle poche copie vendute e quando i “numeri non ci sono” il produttore è costretto a tagliare. 

Non è strano che in America testate chiudano e si riaprano in continuazione, non è strano (anzi è quasi la norma) che in Giappone arrivi prima o poi la fine di un manga. L'Italia è un paese strano, molto abitudinario, fumetti come Tex, Zagor e Dylan Dog hanno un pubblico adulto, e spesso pure geriatrico. Per me questo è frutto anche del periodo in cui queste testate sono uscite, in cui in edicola non c'era particolare concorrenza e se negli anno '80 il western di Tex o la scure di Zagor apparivano retrò, nuove generazioni amanti di fantascienza e horror (temi che Tex e Zagor peraltro ogni tanto trattavano) potevano soddisfare le loro passioni con “il Palloso“ (aka Martyn Mystere) e Dylan Dog . Il problema è che già negli anni '90 in edicola si trovavano i manga (con il traino dei cartoni animati) e intorno al 2000 i comics hanno iniziato (anche grazie al traino cinematografico) a moltiplicarsi. 

Del resto i film western sono sempre meno nelle sale e pure la fantascienza in casa Bonelli si aggiorna, declinandosi in aspetti più action (derivativi ancora da cinema e, sorpresa, pure dai Manga) con Nathan Never (con il Palloso che comunque tiene botta... il Palloso ha un invidiabile zoccolo duro anche perché prolissità a parte è scritto da un grande autore). Oggi le offerte sono diversificate e al portafoglio dell'editore si contrappone perfino la scure di internet e dei fumetti scannerizzati (che peraltro sono luoghi in cui si trovano opere altrove introvabili, ma chi può dirlo, magari la tal opera “x” poteva pure essere pubblicata in Italia se le vendite dell'opera “y”, che tutti si sono scannerizzata, andavano meglio...). Ma le vecchie querce rimangono estranee da questa logica, i lettori fidelizzati da Tex e Dylan Dog (parlo dei quarantenni non dei giovinastri indecisi che prendono, mollano, ci ripensano...) compreranno sempre e comunque con la stessa costanza con la quale i vecchietti si sintonizzano su rai 1 e vedono qualunque cosa ci sia “perché è rai 1” (quanti tremendi sceneggiati con protagonista Beppe Fiorello ci saremmo risparmiati). Bonelli ha affrontato e affronta tutt'oggi con coraggio il cambiamento generazionale, proponendo scelte editoriali anche coraggiose.
Saguaro però nasceva con chiari istinti conservativi. Con i paesaggi americani Saguaro poteva dirottare su di sé i lettori di Tex, i nostalgici di Ken Parker, gli orfani di Magico Vento. Per l'ambientazione anni '70 poteva dirottare per “effetto amarcod” anche coloro che erano cresciuti in quel periodo e ora leggevano Dylan Dog, Mystere, Zagor. C'è poi un dato ulteriore, da non sottovalutare al di là delle logiche di mercato: Saguaro veniva scritto fin dall'inizio da Enna con grande stile e trasporto, intrecciando sottotrame interessanti che molti lettori vorrebbero vedere sviluppate. Purtroppo scrivere bene non è però indice di successo di una serie: vedasi le stupende opere di Carlo Ambrosini. Il risultato è che moltissima gente che conoscevo ha da subito adottato Saguaro come nuova lettura e pure io mi ci sono gettato a testa bassa. E nonostante tutti i dubbi e critiche a episodi magari non disegnati da dio devo dire che Saguaro è attualmente una delle letture che maggiormente attendo tutti i mesi. Purtroppo se oggi Saguaro non vende è quindi per me, più che per mutabili e imperscrutabili dinamiche di mercato, per via di problemi di portafoglio dei lettori dello “zoccolo duro”: la crisi, dicono. La situazione che fa rinunciare a un fumetto per poter comprare un kg di pasta. Magari Dylan e Tex rimangono in lista spesa, perché a tarparsi tutte le passioni si finisce ai pazzi, ma per molti di questi particolari lettori Saguaro è diventato quel kg di pasta in più (o i soldini da raccogliere per permettere al proprio figlio di comprare un gelato dopo la scuola). 

Ed è un vero peccato, perché attingere dal bacino dei gggiovani per Saguaro mi riesce difficile e perché a molti lettori più anziani quel fumetto davvero piace e piace tanto. Ragionando in questi termini davvero non mi riesce di concepire una ottica di rilancio-sopravvivenza al di là della “dilazione mensile”. Questo anche per colpe evidenti dell'editore nel volersi adagiare “troppo sugli allori” con Saguaro nella certezza che il pubblico fedele accogliesse da subito un prodotto accattivante anche se non adeguatamente supportato a livello economico. Troppi, mediocri disegnatori si sono alternati nei primi numeri allontanando da subito i curiosi e, che è peggio, i più giovani. Quando la serie ha cominciato a decollare i lettori erano quindi già ben che dimezzati e i primi numeri, come spesso accade, già introvabili. Uno che avesse voluto inserirsi in corsa si sarebbe trovato in difficoltà con una storia monca, disegnata così così e con un grosso problema legato alla natura stessa della serie: ossia l'essere un unico grande racconto. Questo aspetto funziona quando la serie nasce con grande interesse di pubblico scaturito da storia e disegni. Ricordate la prima puntata di Lost? Praticamente un film ad alto budget. Ricordate la prima puntata di Saguaro? L'utilizzo di disegnatori non spettacolari nei primi numeri è qui stato doppiamente distruttivo della bontà della scrittura.

Saguaro ha ancora molto da dire. Un personaggio interessante dal passato tormentato, un villan dal volto ustionato e crepuscolare, un mondo indiano decadente ma ancora carico di spiritualità, un'atmosfera da b-movie di classe, la forza di trattare tematiche scomode e inserire il racconto anche all'interno della Storia, tanta azione, tanti pugni. Ma soprattutto un eccezionale equilibrio in tutte le parti del racconto, un tocco che riesce a preservare dal trash l'ambientazione e spinge a voler conoscere sempre di più sfumature e criticità di una grande nazione: Saguaro rappresenta l'America cruda anni '70 dei dimenticati e reietti, tra le sbarre ideologiche che lambiscono le riserve indiane e i fantasmi del Vietnam. Vorrei continuare a leggerlo a lungo...
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giovedì 16 gennaio 2014

The raid - Redemption

Silenzio in sala e via con il massacro

Le premesse: con pochi uomini bene armati (tra cui il mitico Iko Uwais, che presto vedremo in Tai Chi Master di Keanu Reeves) fare irruzione in un palazzone diroccato in modo furtivo, eliminare un paio di sentinelle poco sveglie e procedere verso i piani alti fino a giungere all'appartamento di un boss locale, Tama Riyadi (il luciferino Ray Sahetapy) da arrestare o annichilire a scelta.

I fatti: il palazzone è una dannata trappola mortale con dentro più criminali che mattoni e con le porte sempre aperte per aumentarne il numero. Il boss controlla tutto con telecamere piazzate ovunque e in un attimo riesce ad accerchiare i poliziotti confinandoli a un piano intermedio verso il quale convoglia tutti gli sgherri di cui dispone, compresi un paio di luogotenenti tostissimi tra cui figura il pazzo bastardo Mad Dog (lo spettacolare artista marziale Yayan Ruhian).
Riusciranno gli Swat a liberarsi da questo mega trita carne potendo contare solo sul loro coraggio, sulle loro armi e su un'impressionante addestramento nel kung fu e nell'utilizzo di arma bianca? Che il gioco inizi!
Un giorno un tizio gallese di nome Gareth Evans esordisce alla regia con un micro film inglese da 10.000 dollari imbottito di gente pazza e tanto sangue


Il film piace ma se lo filano in pochi, Evans è fico ma non è il tizio che dirige Drive. Il nostro gallese è determinato, ha un ottimo senso del ritmo e della scrittura action. Ma non ha una lira e all'epoca non c'è verso di raccogliere i soldi in rete tipo con Kickstart e sembra destinato a tornare sui suoi passi. Ma Evans ha le palle ed è un decisionista. Sa che per diventare un regista da film action leggendari o trova finanziatori hollywoodiani o deve migrare dove gli action si fanno con due lire. Decide quindi di far ruotare il mappamondo e chiudendo gli occhi sceglie un luogo a caso frenandone la corsa con l'indice. 

Dopo due tentativi finiti rispettivamente in Oceania e ad Olgiate Olona, il ditone di Evans tocca l'Indonesia, paese dove ci si mena come in tutto l'oriente a colpi di arti marziali ma che non si fila nessuno e quindi è interessante da scoprire ed esportare. Il gallese armi e bagagli si reca in loco, assaggia un paio di snack locali e gli piacciono, scopre che si può stare lì a vivere con due lire, c'è verde, le tasse non ti ammazzano, c'è gnocca. Ok, ora può sfogare il suo estro gallese, fonderlo con i muscoli indonesiani e diventare il più grande regista di film action leggendari di tutti i tempi. Caso vuole che subito riesca pure a imbattersi in uno straordinario esperto di arti marziali, Iko Uwais. Velocissimo, spettacolare, quasi più brutto di Tony Jaa, Iko cerca l'occasione per diventare una stella a livello internazionale e Evans, con i soldi equivalenti a due happy meal e un paio di bottigliette del distributore automatico serviti in San Babila è pronto a offrirgliela. Evans scrive, produce e dirige cucendo sull'artista marziale, nell'anno domini 2009, l'action Merantau. Quando il low-budget di una latitudine diviene una somma discreta a latitudine diversa.


Certo, l'Evans “scrittore” non è che partorisca esattamente l'Amleto e manco sfiora il british sincopato stile di Guy Richie. La storiella, decisamente sull'orientale classico, vede al centro il solito ragazzotto di buon cuore che combatte contro i cattivi rimembrando insegnamenti di vita contadina e allenamenti zen. Ma la trama è perfettamente funzionale allo scopo: inanellare in modo più o meno logico delle scene action ben coreografate condite con stupefacenti evoluzioni marziali da vendere a un pubblico che dopo troppe cinesate volanti vuole tornare a vedere gente che se mena davvero. Un meccanismo che se aveva funzionato per il maestro tailandese Jaa con Ong Bak, poteva perfettamente ripetersi con il nuovo eroe indonesiano. E così (quasi) accade. Iko picchia un casino, vola senza controfigura, recita peggio di un cane rendendo le parti relative alla trama una vera tortura ma ha la cazzimma, conquista le masse. Il resto del cast prende stoicamente una valanga di botte e alcuni stunt sono così estremi da porre seri dubbi sulla incolumità delle comparse. 

E anche la lotta messa in scena è nuova a noi occhi a palla, ruvida, cattiva ma in qualche modo sempre elegante, essenziale e precisa. Il pubblico gode davanti al circo primordiale Indonesiano. Il film fa (quasi) il botto e tutti lo guardano estasiati tranne noi sfigati italiani (magari comunque presto recupereremo). Poi arriva appunto The Raid. É in realtà un semi passo falso, in quanto un film di ripiego da girare per racimolare i fondi del film definitivo. Ma le cose non girano come sembra ed è proprio The Raid a diventare il filmone. Evans cambia strategia e gira un film dai gusti più occidentali. Più personaggi, più ritmo, meno inquadrature ravvicinate di Iko Uwais per non affliggere il pubblico, tanta, tantissima carne al fuoco in una progressione di trama che pare il livello hard-incubo di un videogioco action ultraviolento. Evans in merito parlava di voler girare con The Raid un film action così inquietante da sfociare quasi nell'horror. Un film “grosso” pur con non troppe location, ma ricco di tante trovate visive, tantissimi stunt tutti perfettamente bilanciati e gestiti e una violenza visiva così incessante da affaticare quasi lo sguardo. Ed Evans è così bravo da coinvolgerci direttamente nell'azione, da farci sentire il peso e la fatica della piccola truppa swat nel salire dolorosamente gradino dopo gradino l'interminabile scalata verso nemici ancora più forti, ancora più spietati. The Raid è un film che si lancia nella stratosfera dei più massicci action movie di sempre, un'opera obbligatoria in qualunque collezione di film action che si rispetti. Certo che gli indonesiani tipo sono parecchio brutti, piccoletti e dalle espressioni a volte esagerate. Ma cavolo che razza di muscoli che tengono e quanto menano! 

E poi si arrampicano come gatti sui cornicioni dei palazzi, arrischiano salti di svariati metri con sotto solo il vuoto, fanno cose che ad Hollywood si rifiuterebbe di fare anche un personaggio generato al computer. Ma c'è in più anche una trama qui. E fila. Ed è curata. Sembra una piccola rivoluzione copernicana, ma un goccio di trama è esattamente quello che aiuta questo film a non essere solo un mero esercizio marziale, diventando di colpo qualcosa di cui ci freghi anche al di là di qualche calcio in faccia. Cospirazioni, tradimenti, affetti incrollabili, onore. La pellicola è ricca di colori a volte anche inaspettati e riesce ad essere accattivante anche nelle scene in cui non ci si prende a gabinetti in faccia. Perfino il palazzone dove sono ambientati gli eventi vive di vita propria attraverso una planimetria peculiare ed angusta, soffitti sdrucciolevoli e pavimenti di cartone, muri da abbattere a spallate, nascondigli segreti e varia umanità che nonostante la maxi royale rumble tra swat e criminali vive in anguste misere stanzine del palazzo, pregando che tutto finisca presto. Botte, buona scrittura, belle location cui si aggiungono anche attori che non saranno da Oscar ma che portano avanti un discorso coerente circa la credibilità e autenticità dei ruoli. Non voglio rovinarvi però la gioia di lasciarvi scoprire da soli le tante sfumature di una pellicola come questa. Ne vale la pena. The Raid è da spararsi tutto di filato come se non esistesse un domani. Prendetelo e godetevelo avidamente ora che è disponibile anche da noi in dvd e blu ray. È uno dei film più belli di sempre se amate il genere action estremo, un film senza fronzoli, senza effetti speciali, senza belloni e senza battutacce. Un film che nonostante mille licenze poetiche appare autentico, diretto come un pugno allo stomaco, reale. Un film che è arrivato anche dalle nostre parti grazie alla lungimiranza della Eagle Pictures proprio nel mese di dicembre.

inserzione pubblicitaria non richiesta
ma qualcuno volesse inviarci un
campione omaggio...
Che si può volere di più dalla vita, a parte un Lucano? 

Nota. Gli americani volevano farne un remake, chissà che in futuro la cosa possa concretizzarsi. Nel frattempo i distributori internazionali (Sony classics) hanno deciso di mettere mano alla colonna sonora e ora The Raid può vantare uno score di Mike Shinoda dei Linkin Park. E non è niente male, quasi carpenteriano direi.
Ne volete ancora, non è vero? Ecco qualcosa che vi farà felici!



Bene, attendiamo con gioia altre undici pellicole della serie Raid. Finora Evans parla almeno di volerne girare una trilogia...
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mercoledì 15 gennaio 2014

Dragonero 7

Nel Regno di Zehfir...

Avevamo lasciato nello scorso numero Gmor prigioniero di un circo itinerante comandato da Zehfir, un pericoloso elfo oscuro. Il circo gira di città in città allestendo incontri gladiatorii che fruttano un sacco nelle scommesse, motivo per cui i villici in genere coprono-occultano gli spostamenti della carovana. Le ricerche di Ian del compagno si fanno oltremodo ardue, roba da ago in un pagliaio o roba simile. Ma c'è un aspetto che davvero ancora non si spiega, un particolare che getta un'ombra di inquietudine su tutta l'avventura. Come mai il nostro Dragonero non ha ancora copulato con la cerusica Eryana? Se ci fosse in giro Dylan Dog, che diligentemete per tener alta la badiera si è sempre trombato anche l'impossibile (ricordo ancora la cinquantenne cicciona in Memorie dall'invisibile), di sicuro lo prenderebbe a sberle. Intato Gmor sembra fare breccia nel cuore di una bambina, che farà di tutto per salvarlo dalla carovana.


Con questo numero 7 si chiude la storia iniziata con il precedente volume. Una storia che sulla carta sembrava prevalentemente action, ma che si è rivelata più sfaccettata e interessante del solito, grazie al recupero di alcune tematiche già intraviste nel Romanzo a fumetti. Come in Legend of Zelda a Link to the past (azz. Citazione da snes oggi...), il mondo narrativo ci appare per un attimo più grande di quanto inizialmente pensavamo. Di sicuro interesse le figure del gigante Karkassero e dell'elfo oscuro, character che incrementano il bestiario classico. La storia, sempre scritta da Vietti, è ben gestita e non mancano anche elementi di commedia e alcune suggestioni horror-light. Gmor ruba la scena a tutti, Ian ha tempo di dimostrarsi discretamente fesso (leggi: “eroe ancora in crescita”). I disegni di Rizzato sono bellissimi, plastici e credibili nei volti i personaggi, cariche di dettagli e ombreggiature le ambientazioni, con un plauso per gli scorci in notturna. Davvero un ottimo lavoro. Dragonero si conferma un ottimo fumetto che con gioia continueremo a seguire. 
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lunedì 13 gennaio 2014

Superior Spider-Man

Considerazioni dopo quattro uscite italiane

PER NON FARMI SCRIVE TUTTO IN GIALLO, L'ARTICOLO RIVELA SPOILER SULLA SITUAZIONE CHE FA DA PREMESSA A SUPERIOR SPIDER-MAN. ROBA CHE MEZZA RETE VI AVRA' ORMAI URLATO NELLE ORECCHIE ANCHE MENTRE STAVATE NAVIGANDO SU SITI DI GIARDINAGGIO. CERTO SE VOLETE LEGGERE ADESSO SPIDERMAN SU QUESTI FATTI CI SBATTERETE IMMEDIATAMENTE IL GRUGNO, QUINDI ORMAI E' TIPO UN SEGRETO DI PULCINELLA. MA QUANTO E' DA CAFONI SCRIVERE TUTTO IN MAIUSCOLO?



L'età porta guai e acciacchi anche ai supercriminali e prendere costantemente botte in testa da tizi come Hulk incrementa esponenzialmente la possibilità di incorrere in traumi cerebrali più o meno gravi. Così Otto Octavius, il buon Doc Ock, a un certo punto della sua anziana e acciaccata vita ha dovuto confrontarsi con i limiti della sua natura terrena. Gli anni che avanzano e uno stato di salute sempre più precario lo hanno progressivamente costretto all'immobilità fino a che Otto si è trovato con le forze esaurite del tutto, sciolte in malanni irreversibili e che nel giro di poco tempo ne avrebbero decretato irrimediabilmente la morte. Con un'innata voglia di vivere e di lasciare un'indelebile traccia di sé nelle generazioni future Doc si è però creato un'armatura-sarcofago interamente gestita dai fidi-amati tentacoli e ha rimesso insieme il suo supergruppo, i sinistri sei, per compiere le ultime e più grandi imprese. Ma Spider-man ha sempre mandato tutto a rotoli e gli ultimi giorni di vita Otto li vede attraverso le sbarre del solito carcere di massima sicurezza, in agonia a chiedere ai secondini come ultimo desiderio la visita del suo nemico numero uno. Perché nell'agonia, nonostante il vecchio dottore non riesca più a formulare frasi compiute, qualcosa riesce comunque a comunicare, un nome, Peter Parker. 
Il supereroe accorre e per tutto il fandom dell'arrampicamuri parte uno degli shock più clamorosi degli ultimi anni. Perché ad analizzare più correttamente i fatti, non è in realtà Ock a chiedere di incontrare Parker. La voce che proviene dal corpo morente di Ock afferma invece di essere in realtà lo stesso Peter Parker. Nel corpo di Spider-man, scopriamo invece in poche drammatiche pagine, pare esserci inequivocabilmente Doc Ock. Come e quando è avvenuto questo scambio? L'arrampicamuri impostore sorride beffardo e vedendo sbigottito l'antagonista di sempre contorcersi in un involucro asfittico, rivela che un buon prestigiatore non svela mai i suoi trucchi e lo abbandona lì, sul letto di morte. Parker cerca allora di reagire. Il tempo strige ma provvidenziali arrivano i sinistri sei che, non sapendo nulla delle circostanze, cercano di liberare l'Ock morente. Ultimi momenti di speranza, parte una lotta disperata quanto impari. Ma tutto va a scatafascio e l'Ock che asseriva di essere Peter Parker muore, non prima di aver comunicato la sua identità all'agente Carlie Cooper, l'amica di sempre recentemente sedotta e abbandonata. Ora Ock sembra libero di diventare il nuovo uomo ragno, un uomo ragno superiore. Dopo una carriere dedicata al crimine, frutto di una infanzia difficile di dolori e stenti, Ock vuole davvero essere una persona migliore. Il fatto che un criminale voglia, incredibilmente, diventare il migliore dei supereroi è circostanza che non stupisce il classico lettore Marvel e spesso è una situazione ricercata-sperata-amatissima. Certo, Ock vuole diventare un supereroe a modo suo, ma l'impegno fin da subito non manca. Ma qualcosa non torna, dentro di lui c'è ancora, in qualche modo, lo spirito di Peter Parker, sempre presente e pronto a rivestire il ruolo di grillo parlante. Qualcosa nel passaggio di memoria non ha funzionato del tutto. 

E' con queste premesse che parte il nuovo, fortunatissimo, corso di Superior Spider-man che da qualche mesi attira e affascina molti lettori anche nella nostra penisola. Scambi di corpi e relativi equivoci. Un genere florido, interessante ma a volte pure stucchevole. Mi vengono in mente film come Viceversa e tutti i suoi miliardi di cloni (film quasi tutti orridi-orribili) e sempre restando in ambito ragnesco sono ancora recenti le millemila volte in cui Parker non è stato Parker ma il Camaleonte che ne ha rivestito i panni, in storie che hanno mirato a movimentare un po' la vita del personaggio con esiti anche piuttosto importanti. Ma se finora parliamo di situazioni straviste o di routine, in Superior Spiderman c'è effettivamente una marcia in più e le implicazioni di questo sviluppo non si limitano alla classica sciocchezzuola di padri che si cambiano con figli, sorelle con fratelli e via discorrendo. Nell'attuale situazione Marvel inoltre un nuovo Spiderman è anche in grado di pesare diversamente su più testate, considerando che l'arrampicamuri fa parte di vari supergruppi (e testate correlate). Vedere come mutino la meccanica dei rapporti e il modus operandi del tessiragnatele è interessante anche nella misura in cui Doc Ock non è semplicemente un tizio che si mette la faccia di un altro, é invece una delle migliori nemesi di Spider-man, pur se negli ultimi tempi è stato trattato alla stregua di un nemico bollito di serie b tipo Boomerang. 

Un cattivo con un suo modus operandi tipico, un background interessante, spesso leader di gruppi di supercriminali come i sinistri 6. Ock meritava un'occasione editoriale che lo rimettesse al centro dei riflettori. Doc è uno scienziato come Peter e può agilmente sostituirlo nel suo attuale lavoro di ricercatore alla Orizon Labs, fornendo nuovi spunti e conoscenze. Doc conosce tutti i supercriminali per averci lavorato spesso insieme e potrebbe tanto sconfiggerli che allearsi di nascosto con loro. Doc ha “dentro la testa” Peter, ed è una cosa esilarante. Doc potrebbe guidare le azioni dei vendicatori! Ma soprattutto Doc potrebbe mettere ordine nella vita di Parker, utilizzare più efficacente le sue armi contro il crimine, rendere il ragno più gradito alle forze dell'ordine, aumentare il numero dei salvataggi a New York e, cosa pazzesca, riuscirebbe perfino a far ottenere a Parker un dottorato che per nerdosità manifesta lui non ha mai cercato di ultimare. 

Dan Slott scrive decisamente bene e si nota come l'intreccio fosse una storia che cullava da anni, da quando era un semplice fan del personaggio. I dialoghi sono frizzanti e vengono gestiti con tranquillità una miriade di personaggi e rapporti. Furbamente Slott dipana una amabile e gustosa critica alla gestione editoriale del fumetto-personaggio-icona-ragno, da sempre volta a farne un perenne inconcludente a vita per motivi di marketing, perché negli anni c'è sempre stato un direttore editoriale che ha detto al disegnatore della testata: “Fai che Parker torni squattrinato a fare foto per J.J.". Così Parker faceva carriera ma poi doveva fallire. Diventava insegnante ma poi doveva fallire. Cresceva e si sposava ma poi doveva fallire perché altrimenti diventava “adulto” e troppo adulto è male perché il fumetto è diretto ai pischelli che non si immedesimerebbero più. Strategie che hanno portato a cose assurde come One More Day, e so che solo ad aver citato questa cosa un'attacco di colite è partito a qualcuno dei nostri lettori. Slott agisce con astuzia e profonda critica al personaggio anteponendogli “in corpo” un carattere più risoluto, decisionista e spietato, in grado di mettere in scena già un paio di numeri davvero memorabili, cose talmente estreme da farvi tracollare. I disegni di Stegman (sul numero 1) sono decisamente buoni, dinamici e spettacolari nelle scene d'azione, ironici e splendidamente “sopra le righe” quando descrivono Spider-ock intento a gestire, goffamente, le situazioni di tutti i giorni.

Sulla scorta dell'entusiasmo dei primi quattro numeri vedo questo albo dalle parti delle migliori uscite Marvel, a fianco di Wolverine e gli X-men e i nuovissimi X-Men (le serie vendicative, complice la pallosa era di Ultron e l'orrenda run disegnata da Land su Iron Man, le ho un po' in calo, anche se apprezzo il nuovo Cap disegnato da Romita Jr e leggo sempre con piacere Thor). Questo status quo ragnesco pare essere stato accolto molto bene a livello di vendite e di fatto non sembra ancora vicina la fine, che prima o poi sarà comunque inevitabili. Come sempre i fan duri e puri si sono divisi tra chi si è stracciato le vesti e chi ha ironicamente deciso di “vedere dove va a finire”. Anche perché se la premessa è una “sciocchezzuola” c'è anche da dipanare il mistero su come Ock sia riuscito a sostituirsi a Peter e come la situazione potrà infine ricomporsi. In questa ottica la quarta uscita, da poco in edicola, getta oltremodo dubbi sulla possibilità di Parker di riapprorpiarsi del proprio corpo e speriamo che in questo caso non sia il solito diavolo a metterci lo zampino (chi ha orecchie da fan per intendere intenda). Ovviamente anch'io vi consiglio la lettura di questo fumetto; è anche un buon punto di partenza per molti lettori, magari anche solo per avere una copia dell'albo che, chissà, un domani (come molte ripartenze di Spider-man) potrebbe valere qualcosa su E-bay... e se il personaggio vi piace potete anche seguire le sue gesta dal numero 16 di Spiderman il vendicatore (Spiderman universe 21), iniziare a comprare le riviste dei vendicatori, il crossover di Ultron (no quello no... più va avanti e peggio è...) ecc.ecc. Roba da uccidere il portafoglio. Pertanto limitatevi a Superior Spiderman per ora. Consiglio spassionato...
Talk0

sabato 11 gennaio 2014

I libri del mese (novembre-dicembre)

Avete ragione, non posso di certo definirmi un buon rubrichis... rubrican...rubr... gestore di rubrica. Il mio buon proposito di portare avanti uno spazio ogni primo giorno del mese è andato a farsi benedire dopo 3 appuntamenti penso seguiti da una dozzina di persone in tutto il mondo. Ho deciso di rimediare, condensando le letture degli ultimi due mesi e fregandomene della data di pubblicazione, quindi chiunque sia interessato ai miei consigli letterari sarà costretto a passare di qui tutti i giorni.
Valerio Massimo Manfredi mi è sempre piaciuto, grande conoscitore di storia (a differenza dell'innominabile "Danilo Marrone") e fine tessitore di trame ambientate tra le strade di Roma o sulle montagne greche. Ho deciso di recuperare un suo vecchio romanzo che a suo tempo non acquistai, ovvero Chimaira. Carino, ma non eccezionale; preferisco le sue opere ambientate nell'antichità. Qui si parla di un giovane ricercatore che viene convinto a scavare una tomba etrusca da poco saccheggiata da un tombarolo poi finito dilaniato da un animale non meglio identificato. Non male l'intreccio, ma credo che Manfredi sguazzi meglio nei secoli passati.
Di Nicolai Lilin ho sentito parlare per la prima volta vedendo un suo programma su DMax e successivamente venendo a conoscenza di un film (che dovrò recuperare) tratto dal suo primo romanzo "Educazione siberiana". Tanto di cappello a Nicolai se l'ha scritto interamente da solo, perché sembra abitare in Italia da una vita e non da una manciata di anni. Conosco italiani che scrivono molto peggio di lui. Le storie... sì LE perché pur essendo un romanzo in realtà è una raccolta di esperienze che Lilin ha o avrebbe fatto in giovinezza quando abitava in Transnistria, una regione abitata praticamente solo da criminali. Dico avrebbe perché leggendo il libro si ha la sensazione che siano storie più ascoltate che vissute in prima persona; navigando sul web ho poi scoperto che non sono l'unico a pensarla così... in ogni caso il libro si legge d'un fiato ed è pure interessante. Usi e costumi dei siberiani non si leggono tutti i giorni e poi ha più ritmo dell'innominabile.
Ho iniziato il ciclo di Dune. Si prospetta molto lungo. Intervallo ogni libro con altre letture perché immergersi nell'universo fatto di droga e paroloni inventati da Herbert non è sempre facile. Questo mese è toccato al secondo volume: "Messia di Dune" a dire il vero piuttosto corto e abbastanza scorrevole. Si tratta pur sempre di un libro che ha più di quarant'anni. Il romanzo ci accompagna fino al termine del regno di Paul iniziato nel primo volume. Consigliato? Solo a chi ama la fantascienza... e non ci sono i vermoni. Sicuramente più realistico di un qualsiasi libro dell'innominabile.
Nick Hornby. In assoluto uno dei miei scrittori preferiti. Anche lui, copiandomi, tiene una rubrica di lettura su un giornale britannico. Forse più seguita della mia su questo blog. Forse scritta meglio. Ma lui è uno scrittore di successo, io non ancora, anche se insieme a Talk0 sto progettando un'esalogia fantasy-horror che scalerà le classifiche di tutto il mondo e da cui sarà tratta una serie di film con Jason Statham. Comunque... adoro Hornby e mi sono letto "Tutto per una ragazza", storia di uno skater che scopre il sesso da adolescente con un'adolescente e ovviamente la mette incinta. Che fare? Scappare? Stare vicino alla giovane mamma? E se poi tutto l'innamoramento delle prime settimane fosse svanito ancor prima del fatidico incidente? Romanzo superbo e come sempre ironico, consigliatissimo ai fan di Nick, agli amanti della letteratura inglese, a chi cerca un buon libro che faccia sorridere e pensare (cosa che peraltro non riesce all'innominabile).
"L'analfabeta che sapeva contare"; sembra un titolo stupido, anche se non come "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve", prima opera di Jonas Jonasson, svedese come Larsson ma di tutt'altro genere. Jonasson nel suo secondo lavoro segue lo schema dell'opera precedente e riesce a cogliere ancora nel segno: personaggi strani e straordinari si incontrano, si incrociano in un turbinio di situazioni comiche, surreali e strampalate per poi giungere al finale che magari ti aspetti, ma che sembra impossibile fino a poche pagine prima. Il ritmo è veloce, incalzante, mai una pagina senza un senso o senza un avvenimento importante per la trama. I personaggi si amano, nonostante alcuni siano davvero volutamente stupidi. Consigliato, così come il suo primo romanzo, che a suo tempo vinse il premio letterario più ambito in Svezia prima di essere tradotto in tutte le lingue (premio, capito innominabile?).
Ho apprezzato Robert Harris (che tra l'altro è il cognato di Nick Hornby) ai tempi di Fatherland, opera ambientata in un futuro distopico in cui la Germania di Hitler ha vinto la guerra conquistando il mondo. L'ho apprezzato con "Enigma", spy-story ambientata durante la seconda guerra mondiale. E l'ho apprezzato anche alle prese con un'epoca ben più lontana, magari in cui Manfredi sarebbe stato a suo agio, ovvero il 79 d.C. "Pompei" narra appunto le ultime ore di vita nella città che sarebbe stata seppellita dall'eruzione del Vesuvio. Ci trasporta indietro nel tempo in un racconto ricco di curiosità storiche e di personaggi ben definiti. Attorno all'eruzione c'è anche una storia di corruzione e potere (un po' come ai giorni nostri), altrimenti chi mai vorrebbe leggere un libro in cui il finale è abbastanza chiaro fin da subito? Harris ha un ottimo stile narrativo ed è abile nella ricerca storica (dono non in possesso dell'innominabile). 
Alla prossima!
Gianluca



venerdì 10 gennaio 2014

R.I.P.D.- poliziotti dall'aldilà

Ora in Blu ray e dvd!

C'erano una volta filmacci come questo, che amavo vedere e rivedere presentati da zio Tibia mentre bevevo litri di coca cola per rimanere sveglio



Il titolo italiano è "Sbirri oltre la vita" e da qualche parte dovreste trovarlo senza troppa fatica (nel 2007 è uscito in dvd dalla 01 Distribution ma su Amazon si trova ancora mi pare). Ma passiamo oltre e presentiamo il film del giorno :D


Il poliziotto di Boston Nick Walker (Ryan Reynolds), coadiuvato dal collega Bobby Hayes (Kevin Bacon), mette le mani su un discreto bottino in oro dopo averlo sottratto a una gang criminale. C'è da mandare i figli all'università e prenotare sereni la prossima ps4, ma Nick è un bravo poliziotto e decide che il bottino è meglio ridarlo a chi di dovere e confessare. Per legittima divergenza di opinione il nostro si becca da Bobby una bella cannonata durante una missione sul campo e parte per l'aldilà. Tuttavia grazie a un curriculum di tutto rispetto e al fatto che, finora, gli uffici di collocamento funzionano ancora almeno nell'aldilà, Nick viene assunto dal direttore Proctor (Mary Louise Parker) nel R.I.P.D. il Rest In Peace Police Department, autorità che cura il monitoraggio e ordine tra mondo umano e ultraterreno, impedendo il verificarsi di minacce in grado di alterare l'equilibrio universale tra bene e male. In qualità di nuovo agente viene affidato alle cure di un plurimedagliato ma ancora agguerrito scheriffo del west (Jeff Bridges), cosa che la dice lunga in quanto a termine per accedere al servizio pensionistico. Insieme, i due scorrazzeranno sulla Terra in cerca di demoni e disturbatori dell'ordine vari, tra tonnellate di effetti speciali, sparatorie, battutacce e sparatorie. E siccome il destino non sembra muoversi a caso, non è detto che Nick possa avere una seconda occasione per rimettere al suo posto il bottino d'oro sottratto.

R.I.P.D. nasce come fumetto della Dark House, ideato da Peter Lenkov. Una detective story dissacrante, piena di azione e comicità, ambientata in un contesto ultraterreno e sopra le righe progettato per piacere un sacco a tutti i nerd del mondo.
Cosa poteva andare storto in questo progetto?
In fondo tutti amiamo le tematiche ultraterrene ma spiritose e tranquillizzanti di Ghostbusters (o Dead like me), al punto da seguirne il tormentato sviluppo ultradecennale del capitolo 3 e organizzare mensilmente rapimenti di Bill Murray allo scopo di farlo andare a forza sul set. Tutti amiamo i Men il Black, giocattoli e alieni viscidi pucciosi insieme, e abbiamo pianto di gioia quando l'ultima pellicola è uscita tanto bene, e ora ne vogliamo altri ventisei seguiti. Forse non tutti, ma molti infine abbiamo adorato Red, film action della resurrezione di Bruce Willis con lo stratosferico John Malkovich, in cui vecchie glorie dei servizi segreti tornavano a combattere dopo il prepensionamento in una delle più divertenti action commedy di sempre. Frullare insieme questi elementi e mettere a dirigere il tutto proprio il regista di RED, Robert Schwentike non doveva essere una brutta cosa, soprattutto in ragione del fatto che prima alla regia doveva andarci McG. Certo scegliere alla sceneggiatura tizi tremendi come Phil Hay e Matt Manfredi, scrittori di "Scontro tra Titani" era un azzardo, ma i due avevano comunque realizzato anche il simpatico “Lo smoking” con Jackie Chan (esticazzi, staranno già esultando i miei piccoli lettori). Certo, inizialmente doveva essere coinvolta la star comica del momento, il nuovo Belushi, Zack Galifianakis, ma al suo posto si è riusciti a ottenere nientemeno che Jeff Bridges, uno dei più cazzuti eroi del cinema di sempre, dal Drugo al Grinta passando per il Re Pescatore, Tron, Tucker, Crazy Heart, nonché una delle poche cose decenti in Tron Legacy! Doppio urrah! Se a tutto questo aggiungiamo un budget di 130 milioni di dollari elargiti da Universal da spendere benino benino in effetti che oggi te li fanno daddio a due lire ditemi, cosa poteva andare male di questa operazione?
É stato un bagno di sangue.

Il film esce in America il 19 luglio 2013 e a tuttoggi non è rientrato del budget. Sequel pre-cancellato a meno che l'home video non faccia robe tipo moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Cosa è successo?
La trama è brutta? No, è anche abbastanza simpatica e gli interpreti sono in palla. Non è esattamente originale, ma nemmeno cerca di esserlo. Mischia sapientemente suggestioni di Ghost, Dead Like Me, e M.I.B. portando in luce un intreccio godibilissimo, molto più action che drammatico, ma spiritoso e si guarda con piacere fino alla fine, con un finale davvero epico e riuscito. Non è a conti fatti la migliore sceneggiatura del mondo, butta troppa carne al fuoco concentrata moltissimo su (ottime) scene d'azione, tralasciando o rabberciando aspetti che potrevano essere di interesse, anche se all'apparenza banali. Si sente in particolare la mancanza di una sottotrama che ci faccia maggiormente empatizzare con i nostri eroi, da subito buttati in un maxi frullatore. Mancano o sono troppo pochi tutti quegli scherzi-screzi alla base del buddy-movie, le tipiche scene in cui i due protagonisti stanno in macchina a cazzeggiare o al bar a parlare del passato. Gli eventi tracollano troppo presto e la nostra coppia di sbirri vive spesso ingiustificatamente divisa. Nell'ottica di un prodotto seriale le cose possono bene aggiustarsi in corso d'opera, magari con un capitolo due, se il capitolo uno è comunque gradito in ragione di un apparato scenico più che spettacolare. Ma comunque è un errore che M.I.B. non faceva, laddove la prima pellicola, molto intelligentemente, preferiva mettere in soffitta la trama action ultrasbadierata pur prioritaria (che veniva per sfregio risolta in due battute) per maggiormente concentrarsi sul rapporto tra i due personaggi. All'uscita da M.I.B ti veniva da dire: “Sì. ok. Ma tutto lì il finale?... vabbeh, chissenefrega, film galattico!”. R.I.P.D. chiude meglio la trama action ma la fascinazione per la strana coppia di sbirri qui rimane più alla suggestione di un paio di buoni scambi di battute in vista di quello che potrebbe essere in futuro. Do la colpa di questo alla sceneggiatura anche in virtù del fatto che il RED Robert Schwentike sviluppa perfettamente il tema del buddy movie. Qui si vede che si sforza nel massimizzare le risorse di cui dispone, come si vede l'impegno degli attori, ma se la sceneggiatura li manda sempre in posti separati l'interazione è giocoforza limitata. Se mai ci sarà un sequel con lo stesso regista e lo sceneggiatore sarà migliore il brand di R.I.P.D. potrebbe sempre migliorare. Certo che anche a una rapida visione pare si poteva giusto sistemare con una modifichina la questione. Quando operano nel mondo reale gli agenti R.I.P.D. vengono visti con fattezze diverse come in Dead like me per evitare che qualcuno li riconosca. È una trovata magari del fumetto e comunque già usata che crea siparietti comici in quanto Bridges compare come una biondona e Reynolds come un anziano cinese. Fa ridere la cosa? Un pochino ma di fatto non serve e sottrae tempo ai due reali personaggi.

Attori osceni? Reynolds fa Reynolds ma lo fa molto meglio del solito (frase da segnalare mia al copyright). Bacon è perfetto come sempre nella parte. La Parker non ha senso che sia lì e dona surrealità extra che non dispiace. Probabilmente perchè i subbatori clandestini hanno problemi a tradurre la parlata country di Bridges, si trovano in rete feroci critiche al personaggio, quando a conti fatti è decisamente l'elemento migliore della pellicola, sagace, divertente, in grado di rubare la scena tanto nelle scene action che più prettamente recitate.
Regista tremendo? Il film è veloce e divertente e ci sono scene davvero spettacolari da vedere e rivedere. É troppo action e poco buddy movie, come sottolineato sopra, ma il lavoro del regista è più che valido e del tutto soddisfacente per una serata in compagnia. C'è da sottolineare che il film ha molto i piedi per terra e non aspira a essere altro rispetto che sano intrattenimento. L'umiltà in un action non è che serva a molto ma quando c'è l'apprezzo.

Gli effetti speciali sono brutti? Per 130 milioni di dollari del 2013 io mi aspetterei cose folli e gasanti o almeno, restando in tema con una produzione recente che affronta tematiche affini, vedrei volentieri diavoloni, zolfo e bestiario infernale variegato derivativi dall' ultimo film di Seth Rogen e James Franco, “Facciamola Finita”. Mi ritrovo invece una caratterizzazione dei dannati atipica, più originale e allo stesso tempo più vicina al lavoro svolto sugli alieni in M.I.B. Patinati, buffi e un po' grossolani i morti viventi di R.I.P.D. sono simpatici, esagerati ma forse poco incisivi e cattivi come si vorrebbe. Gli stessi agenti del R.I.P.D. sono sopra le righe in ragione di peculiari caratteristiche fisiche che li fanno assomigliare a personaggi gommosi quasi alla One Piece. Pur apprezzando, posso capire che esteticamente R.I.P.D. “fa strano” e gli spettatori trovandosi ad un bivio al botteghino vogliano scegliere uno spettacolo un po' più convenzionale.
É uscito in un brutto momento? Cenni di strategia distributiva moderna. Sì, probabilmente questa è la principale colpa del film, una scelta distributiva da suicidio. La pellicola esce in piena estate con la concorrenza di Lone Ranger (che sarà grande perdente ai box officie come lei), Pacific Rim (che ha incassato ma non da paura come avrebbe dovuto-potuto), Star Trek – Into the darkness (buoni incassi) e il cannibale del botteghino, l'oscenamente e immeritatamente campione di incassi World War Z. Il botteghino è spesso una entità che agisce senza logica, ma questa estate si è superato laddove WWZ ,film merdaccia degli ultimi 20 anni, ha stracciato fior di pellicole frutto di impegno e lavoro di molte persone più meritevoli. Essere uscito in un periodo diverso avrebbe garantito maggiore salute a molte delle pellicole vittime del tritacarne estivo. Memori di R.I.P.D. c'è attualmente un'altra pellicola già bella che pronta che i produttori costantemente rimandano in attesa del momento giusto: Seventh Son.


Anche qui un contesto fantasy. Grandi attori, il mitico Bridges guarda caso sempre protagonista. Doveva già uscire da tempo e si pensava di far uscire a febbraio, quando qualcuno ha avuto paura di 47 ronin con Reeves, pellicola con la quale condivide molte atmosfere, se non vere e proprie idee-fotocopia.


Seventh Son è ora rimandato al 2015. R.I.P.D. è già uscito e gli è andata malissimo.


Ma allora posso vedermelo sto R.I.P.D.? Direi proprio di sì. Pur nei suoi molti limiti già esposti la pellicola è godibile e se siete fan degli acchiappafantasmi e degli uomini in nero sentirete quasi una forza magnetica che inevitabilmente vi attirerà, magari quando abbastanza economica da essere irrinunciabile. Gli attori sono simpatici, le scene d'azione si sprecano, Jeff Bridges pesantemente armato con parlata country. C'è da divertirsi parecchio, peccato non tanto quanto necessario a rendere questa pellicola un irrinunciabile capolavoro. Ci accontenteremo. 
Talk0