È il
film che vuole mettere in scena, in modo piuttosto libero, i fatti da cui si è
parlato in psicologia della famosa "Sindrome di Stoccolma". Quella
particolare affezione che una persona in ostaggio prova nei confronti di chi lo
ha messo in costrizione, sulla base di particolari affinità emotive. Ne risulta
un film su una rapina alla banca in Svezia dove il rapinatore ha il volto del
simpatico Ethan Hawke e la cassiera della banca della stupenda Noomi Rapace.
Hawke è più maldestro che molesto, più premuroso che insidioso. Canta vecchie
canzoni, veste da cowboy, è insicuro e per nulla minaccioso. La Rapace è una
amabilissima e bellissima madre di famiglia che si preoccupa che i figli a casa
mentre è in ostaggio mangino il pesce rimasto in frigo. Dietro a degli
occhialoni giganteschi che la fanno apparire buffa e a un vestitino da
impiegata castigatissimo nasconde la potentissima componente sensuale per cui la
Rapace è giustamente famosa (da Millennium a Seven Sisters). Da questa, in un
gioco di sguardi che scruta anche il fisico asciutto e gli occhioni di Hawke,
nasce forse quella particolare passione e complicità che studiamo nei libri. Il
vero cattivo sembra essere il direttore della banca, incapace di tutelare gli
ostaggi con il pugno di ferro della "tolleranza zero" nei confronti
delle richieste dei criminali. Il gioco funziona, la carica sensuale tra i due
protagonisti e i co-interpreti, come un Mark Strong in stato di grazia,
conferiscono gusto al prodotto finale. Peccato che il piatto finale latiti di
spezie e alla fine suoni come un prodotto ben confezionato ma con poco pathos.
Non è Quel pomeriggio di un giorno da cani, purtroppo. Vorremmo essere travolti
dalla componente emotiva, dalla complicità e voglia di intesa, psicologica
ma anche fisica, che dovrebbero far esplodere la testa e i corpi dei due
protagonisti, spogliandoli degli abiti borghesucci della cassiera non più
giovane e del rapinatore bambinone che vuole scappare con una macchina da film
al tramonto come fosse un un western. Ma il film non ci vuole dare questo,
Robert Budreau non è un regista così vulcanico da giocare con stile con un tema
come questo come potrebbe farlo un Verhoeven, un De Palma, uno Scorsese, uno
Scott, un Fincher o, perché no, una Patty Jenkins. Cosa avrebbe fatto Patty
Jenkins con Noomi Rapace! Invece assistiamo a novanta minuti in compagnia di
questi due attori bellissimi e sensualissimi che si scambiano un paio di
sguardi di intesa senza dare davvero corpo a quel tormento interiore che la
sindrome di Stoccolma dovrebbe far esplodere. Tranquillizzante e politicamente
corretto, Rapina a Stoccolma risulta ottimo per un pomeriggio di rete quattro.
È
interessante come di nuovo sia un corto cinematografico a dare il là a un
film che ne estenda la trama e personaggi. Di recente lo abbiamo visto con
Mama, lo abbiamo visto con Lights Out, lo abbiamo visto con Turbo Kid e ce ne
sono un sacco! Io tipo punto che prima o poi mi diventi un film lungo questo
corto qui sotto
Vai Jester che ce la fai!! Già ti vedo i pupazzetti e
le comparsate in Mortal Kombat, ma torniamo in tema, torniamo a Polaroid. Nel
nostro caso il corto era questo:
Non è che sia tutto questo manifesto dell'innovazione.
Tra i miei lettori chi da detto "il foto-cane" di Quattro dopo
mezzanotte di King, o Project Zero o Shutter? O Ring? O altre sessanta
pellicole, game e libri diversi con macchine fotografiche possedute? Ma
il punto non è questo, quanto la natura più sorprendente e sexy dei corti
cinematografici horror. Sai che in tre minuti o poco più ti vogliono
spaventare, tu stai al gioco ma un po' stai "vigile", alla fine salti
sulla sedia e se funziona bene hai il tuo brividino. E Polaroid, di un regista
dal lontano nord Europa, Lars Klevberg, funziona. Ha i tempi giusti, spaventa.
Spaventa così bene che Klevberg ne ha diretto una versione lunga e tipo
"dopodomani" lo troverete ancora al cinema perché ha già avuto luce
verde per un progetto più ambizioso, il remake di Bambola Assassina. Un'altra
bella storia?
Insomma.
Partiamo
dalla trama "espansa". Una ragazzina, con un brutto trascorso passato
alle spalle, vive serena nel suo contesto scolastico nel freddo paesino nord
Americano in cui abita. È appassionata di fotografia e si imbatte in un modello
storico di Polaroid mentre lavora all'antiquario locale. La macchina è
ovviamente maledetta e chi viene fotografato è destinato a morire male. Prima
appare sulla stampa alle sue spalle un'ombra minacciosa, poi nelle ore
successive 'sto sfigato incontra un brutto mostro in bermuda, fisico
bruciacchiato e mani con coltello retrattile. Ovviamente finirà male. La nostra
protagonista porta a una festa questa macchina vintage, con cui tutti si fanno
dei selfie vintage, per poi finire tutti in una spirale di morte per le
mani-coltello di un mostro vintage pure lui. Perché è un mostro molto anni
ottanta, calato perfettamente in uno slasher movie pure lui fortemente anni '80.
È tutto un vintage quindi. Un plauso al momento della "creazione del
mostro", una roba che Andy Kauffman della Troma avrebbe applaudito, tra
fulmini, fuochi, pallottole e tanto lattice prostetico. Forse pure a
Tsukamoto con le sue fusioni/ossessioni uomo-macchina potrebbe apprezzare
questa variante in mutandoni e meno verve di Krueger/Sadako. 'Sto mostro
risponde a sue regole ultraterrene poco chiare, ha naturalmente un passato
"umano" che il gruppo dei protagonisti-vittime deve indagare, ha il
compito di mettere un po' di verve a una pellicola che è davvero troppo,
troppo derivativa. Le giovani vittime sono il classico cast da teen- horror e
rispondono al 100% alla ritualità che questo genere comporta, in un modo che
direi piuttosto "onesto". Gli scenari sono quelli rituali, tra la
scuola, la stazione di polizia e la biblioteca di ogni paesino standard degli
slasher anni '80. Allo stesso modo i colpi di scena arrivano con una certa
prevedibilità, ma non è nemmeno questo il punto, questo genere non ha mai
brillato per inventiva. Ciò che non va è lo "Slash", ed è piuttosto
grave. Lo Slash è "l'omicidio" e in qualche modo diventa la firma
del mostro. La vittima viene fotografata, la Polaroid fa il suo
particolare rumore di ingranaggi prima di lasciare la stampa, che subito viene
sventolata, con il suo rumore di plastica caratteristico, per asciugare
l'immagine. Chi conosce le Polaroid può pure immaginare / ricordare
l'odore della foto. E poi appare il mostro la prima volta, alle spalle di chi è
fotografato. È un rituale semplice e veloce, inesorabile, quanto un corto
cinematografico horror. Solo che il mostro, che in qualche modo è il
"proiettile" di questa "inconsapevole pistola" non è
altrettanto bravo. Si sente il suo respiro, in genere mentre la vittima si
aggira per scenari bui, e poi l'azione finisce in un attimo senza che si abbia
il tempo di capire dinamica e senso. Forse perché un ibrido Kruger/Sadako non
lo puoi concettualmente fare. È questo il grosso limite della pellicola, che
spegne gli entusiasmi per un prodotto tutto sommato discreto, adeguatamente
presentato e diretto, benché chiaramente diretto a una platea
amante del genere. Il mostro, che pure può essere buffo quanto interessante
visivamente, ha poca personalità. Non ha l'incredibile presenza scenica e
l'occhio vitreo e giudicante di Sadako, non ha la verve dialettica quanto la
teatralità di Kruger. Si presenta in azione per lo più in ragione delle sue
mani allungate e bruciate che si avvolgono al collo della vittima e poco
altro. Sembra una "cosa", un essere troppo veicolato dalle regole che
ne spiegano le azioni al punto che le "morti e il modo di evitarle"
sembrano più seguire logiche da Final Destination. È un orco
deludente e monocromatico. Non ha nemmeno un'imponenza tale da permettergli di
essere un convincente bruto come Jason, Micheal o Faccia di Cuoio.
Un vero peccato che poi la trama non cerchi in nessun caso di bypassare questo
suo status, magari dandogli qualche battuta o un background più interessante. E
quindi tutto lo spettacolo si riduce al solito "banchetto di
adolescenti" dello slasher anni ottanta, alimentato come tratto
sociologico dalla nuova ondata edonista del popolo dei selfie (e l'edonismo
anni '80 è stato di fatto un importante precedente). Troppo poco. Può essere
comunque divertente per un'ora e mezza e tanti pop corn. La cornice è quella
giusta, per farcelo piacere dovrete magari attingere dalla vostra memoria
storica di qualche notte Horror su Italia 1.
Temibile mostro in bermuda, più bello però dell'Uomo senza sonno di Bale.
Scena standard di agguato del mostro. Buio. Due mani da mostro di gomma. Urla. FIne. Total: 2,37 secondi di agguato in media
Frank
Kitchen è muscoloso, peloso, sudato e con una nerchia grande così. La sua vita
consiste in sesso compulsivo e continuo intervallato da una carriera
professionale da assassino prezzolato. Come spesso capita ai cattivi nei film,
avrà la sua punizione. Una scienziata pazza interpretata da Sigourney Weaver,
la dottoressa Rachel Jane, decide di punire il killer per aver assassinato suo
fratello. Siccome oltre che pazza e geniale è filosofa e cita Shakespeare a
memoria decide di dare all'assassino macho sesso-dipendente una punizione
esemplare. Lo trasformerà fisicamente in una donna. Così dopo essere stato
aggredito, rapito e operato il buon Frank si ritrova a guardarsi allo specchio,
nudo come dottoressa Jane lo ha fatto, dopo essersi dolorosamente e feralmente
tolto le bende, quale novello Joker. La scena qui è forte. Sembra quasi di
trovarsi in una grottesca imitazione di una delle più celebri scene di Orlando
di Sally Potter con Tilda Swinton. Nell'adattamento del romanzo di Virginia
Woolf, Orlando, reincarnatosi in un corpo femminile dice: "Stessa persona,
nulla è cambiato. Solo il sesso è diverso". È un manifesto della
superiorità della sostanza sulla forma, che si definisce e
contrasta, in una lotta continua, in altre frasi celebri tratte dalla stessa
opera letteraria come: "Sono gli abiti a portare noi e non noi a portare
gli abiti; possono far sì che modellino bene un braccio, o il seno, ma essi ci
modellano a piacer loro il cuore, il cervello, la lingua. Essere e apparire.
Frank Kitchen si specchia nel corpo nudo di Michelle Rodriguez. Non ci sono più
i suoi muscoli scultorei, i suoi peli e la barba irsuta, la sua nerchia
gigante. Frank urla come un cinghiale ferito a morte da una tagliola. La
dottoressa, che è fan anche di Poe, gli/le riempie la casa di citazione al
Corvo: "Nevermore, mai più" scritto ovunque. Lo/la invita a prendere
le pastiglie, gli antidolorifici e gli ormoni, per far scomparire i residui di
mascolinità insieme allo sgraziato vocione. Frank è morto e forse può rimanere
tale, la ragazza del caffè che aveva conosciuto per caso prima del rapimento/
intervento gli/ le vuole bene anche nel "dopo". La punizione può
essere un dono? Per Frank no. E armato/a di pistola decise di fare una strage e
di non fermarsi fino a che non scoprirà chi lo/la ha venduto/a,chi lo/la ha
operato/a. Troverà pace o vendetta?
Con la
colonna sonora di Giorgio Moroder, un paio di attrici cazzute, un budget da
prodotto indipendente e una estetica che rimanda dritto con la carta carbone
alle opere a fumetti più muscolari e deviate di Frank Miller, Sin City su
tutte, il regista de I guerrieri della notte adatta una sceneggiatura
maledetta, da pura black list di Hollywood, a firma Denis Hamill. Un
gender-thriller da commedia nera che subito ha indignato la comunità transgender
per l'uso punitivo/sadico della pratica del cambio di sesso. In realtà,
volando molto più basso, trattasi di fumettone folle e un po' sconclusionato,
che puzza di sudore e ormoni e fornisce l'occasione pruriginosa di vedere un
fullfrontal della spesso inibita Michelle Rodriguez. Certo fa un po' specie
vederla nuda dopo averla vista nuda e "maschile" con un appariscente
corpo protesico da maschio alfa anabolizzato latino con tanto di pacco
penzolante. Peccato che il lato action sia un po' deficitario, peccato che la
trama proceda a balzi insensati tenendo come debole cornice l'interrogatorio
della polizia alla Weaver (su certi fattacci che non vi spoilero). Però è
un film strano forte. Ci sono scene assurde e spiazzanti, c'è tutta una stilizzazione
delle immagini a fumetto (un pallino di Hill fin dai tempi de I guerrieri
della notte) che non si sa come appiccicare bene al resto del contesto.
Sorprende anche un po' il fatto che forse Hill se lo avesse fatto trent'anni fa
lo avrebbe fatto uguale. Però questo è per gli "hilliani doc" un
guilty pleasure, un po' masochista. Alla Jimmy Bobo direi, anche lui con
di base il fumetto. Oltre ai già citati Guerrieri di New York il cinema
ha visto anche i suoi cavalieri dalle lunghe ombre, le sue Strade di
Fuoco rock , 96 ore di pura action - commedy , il quasimodo Johnny il bello,
perfino la sua personale "sfida del samurai western" (Ancora vivo
con Bruce Willis). Hill ha fatto tanta roba e tanto buona che non gli si può
voler male in fondo nemmeno oggi, che dirige una Michelle Rodriguez barbuta e
con un pisellone finto tra le gambe. Se lui si diverte... noi forse un po'
meno del solito. Ma se cercate la Rodriguez nuda, sapete che film guardare. In
sintesi: un fumettone, ma bello strano. Se vi piacciono le cose assurde e un
po' illogiche.
Ma te
non sai che idea buttata via... c'erano le suggestioni giuste, una bella
location, pure la promessa di un po' di azione; il trailer era venuto bene
poi... Cominciamo. Dunque, c'è questo fighetto insopportabile incapace di
camminare e in genere "muoversi" senza atteggiarsi a modello di
intimo. Lavora in aeroporto, ci va in bici la mattina, vive in un appartamento
del centro; un tipo che appena lo vedi lo vuoi menare. Fa il controllore di
volo, è un pignolino apatico e antipatico, "vive per il lavoro",
tutti i giorni concentrato a calcolare i tempi di salita e discesa di trenta
aerei contemporaneamente come se le macchine e i radar non facessero nulla,
mentre lui calcola e prevede traiettorie manco fosse John Nash. Senza di lui,
che pare abbia i superpoteri, in pratica sarebbe impossibile atterrare in
sicurezza, i colleghi orgasmano quando lui dirige i lavori manco assistessero
all'esibizione di un pianista che esegue il Rachmaninov n. 3 con una mano e il
piede destro. C'ha il carattere da tenebroso da discount (lo sguardo è
incontrovertibilmente quello della mucca che fissa il treno che passa) e
tutte le donne se lo vogliono trombare senza un perché (infatti a un certo
punto una tipa ammette che dopo la trombata non c'erano particolari argomenti
comuni di vita da condividere, manco una raccolta punti Esselunga). Vive nella
cuccia di Carlo Cracco, la sua casa è così pulita che puoi mangiarci per terra
e sembra la pulisca da solo. Poi un giorno sbrocca, e per poco capita un
disastro di 900 morti. Lo mandano in ferie forzate. Stare a casa però gli fa
male. Al punto che questo inizia a calcolare ogni evento, dal numero di volte
che sbatte la finestra all'ora in cui avviene un incidente sotto casa alle
tortorelle che arrivano sul balcone. E allora trova schemi impossibili che
scrive e descrive in "lavagne del complotto" realizzate a mano su dei
vetri (Sì, come John Nash / Russell Crowe in A beautiful Mind).
Scopre che c'è ogni giorno un incidente sotto casa sua alle 10.10, che c'è un
vetro che si rompe in qualche modo intorno alle 11.00 e che alle 2.22 capita in
genere un casino, c'è un'esplosione. 2.22 = Boom! È ossessionato e quando
esce di casa trasporta la sua ossessione in altri luoghi, in special modo
in una stazione dei treni. Quando ci passa incontra sempre (anche se sono
persone diverse, vestite diverse, di età e razza diverse... dovrebbe capirla
che è una cazzata ma, oh, niente!!): un uomo d'affari, una coppia che si
lascia dopo un abbraccio, una scolaresca in gita con un bambino che perde
qualcosa tipo una palla e una donna incinta. Insomma, ogni giorno c'è uno
schema per lui, e non si pone nemmeno la questione se questo statisticamente
può capitare a quell'ora in pratica ad ogni stazione dei treno di media
grandezza dell'universo per banalissimi calcoli statistici: c'è lo schema. A un balletto (che va a vedere da solo perché l'ex morosa lo crede pazzo)
incontra una tizia (che non può essere meno che una gnocca stratosferica) che
stava su uno di quei aerei che per distrazione lui stava per far scontrare
provocando i 900 morti di cui sopra. Lui le racconta che è stato a un passo dal
genocidio, lei replica "Tu mi hai salvato la vita, tu mi completi",
roba così. E alla fine si tromba. Scopre che lei lavora in una galleria del centro,
soprattutto perché il suo ex ragazzo espone. Non quadri, non sculture, ma
ricostruzioni olografiche hi-tech presentate con luci e musica techno. A una di
queste il nostro controllore aereo sbrocca di nuovo. Tra lucine e lucette vede
la ricostruzione oleografica della stazione dei treni, con all'interno TRA
DIECIMILA PERSONE un uomo d'affari, una coppietta che si lascia, la scolaresca
e la donna incinta. E inizia a menare l'artista. Dice che gli è
entrato nel cervello, che conosce "lo schema" e roba di questo
tenore.
Come si
evolveremo i fatti ?
Il film
in sintesi: 110 minuti con un tizio poco empatizzo che dice a se stesso e
riporta su lavagne della pazzia: "ore 11, un vetro che si
rompe" e random un vetro si rompe. "Ore 7.49, una goccia cade dal
cielo" e infatti; per poi darmi la spiegazione più assurda, mal spiegata
e mal concepita, una cosa che non c'ha senso né carisma né una degna
presentazione / inquadramento / approfondimento. Un qualcosa che ci si inventa
per giustificare a random. Una roba peraltro uscita così smielata da far
vergognare i baci perugina. Se c'era il fantasma aveva senso. Se c'era la
paranoia (tipo Number 23) aveva senso. Se c'erano gli alieni stile Edge of
Tomorrow o gli angeli alla Frank Capra o il caso stile Giorno della Marmotta
o la morte stile Final Destination... tutto avrebbe funzionato meglio. Si può
dire che la strada che la pellicola cerca di percorrere sia originale per lo
meno, ma si poteva sviluppare decisamente meglio, agganciarla meglio a tutta la
narrazione..Per lo meno il film, pur deficitando del finale, poteva essere
gradevole "nel corso d'opera". Il ritmo c'è pure, le ambientazioni e
movimenti di ripresa pure, ma il nostro attore...
Va in
giro inespressivo come un totano, continua a fare addominali come Arrow, docce
e piatti da gourmet (il figo cuoco oggi tira). Ma poi racconta solo di quando
era piccolo e aveva il papà pilota, che lui ha paura degli aerei ma vorrebbe un
giorno fare il pilota. È sviluppato emotivamente quanto un bambino di cinque
anni. Poi l'ex della tipa, l'artista delle lucine colorate, è ancora più
bidimensionale e non si capisce davvero perché anche lui sia
"maledetto"... semplicemente è un artista che ha fatto un opera su
quella stazione dei treni. È maledetto unicamente in quanto artista? Ha il
codino. Avere il codino è il picco della sua caratterizzazione. Vorrei dire
qualcosa di male anche su Teresa Russell, ma è troppo bona. Il carisma di
questi tizi affossa tutto, a un certo punto ci sentiamo pure in ostaggio della
pellicola perché nonostante accadano un sacco di cose noi non riusciamo a
"percepirle". È il ritmo iniziale della pellicola cala
esponenzialmente così come la voglia di trovare una soluzione alla vicenda. Insomma. Idea pasticciata, regia indecisa o preda di una direzione non
accorta, scelta dell'attore principale e comprimari al seguito tragica. Però
che bella era l'idea di questo uomo che guarda le stelle e gli aerei che
danzano in cielo, come un balletto infinito e armonioso che ordina la vita e i
pensieri. Che bello era questo avvenimento fantomatico che gli urla: "Vivi!! Abbandona gli schemi!! La vita è infrangere gli schemi, non stare a osservare ma agisci, creati qualcosa". Che bella era l'idea della ricerca
dell'eccezionale dentro all'ordinario, come Pirandello insegna.
Visivamente
qualcosa di questa bellezza ritorna, è vero. Peccato per il protagonista
laccato e più avvezzo a esprimere i suoi muscoli scolpiti piuttosto che il suo
animo. Peccato per un finale che lambicca qualcosa di troppo distante dal
resto della trama, cercando motivazioni che stridono parecchio. Sono sicuro che
Michiel Huisman, il protagonista, prima noto unicamente per essere stati il
"secondo" Daario de Il trono di spade, farà comunque strage di cuori
tra il pubblico femminile. Come si doccia lui e come prepara un tramezzino nel
suo "living"... però rimane l'amaro in bocca del bel film mancato.
- Breve
sinossi: "La storia è finita. Tutto accade in questo momento: la storia
non può competere con i social." Questa è l'amara riflessione di Paul (Steve Coogan), un tempo forse amabile professore di storia di quelli
divertenti, dotato di un umorismo pungente alla Woody Allen, oggi un uomo sulla
rotta della insanità mentale, nell'eterna paura di essere internato "per
amore" dalla sua famiglia. Paul questa sera è a cena con Stan (Richard
Gere), fratello perfetto, sorridente e brizzolato, in odore di grandi traguardi
politici, a poche ore dalla massima consacrazione elettorale. Perché Stan vuole
perdere tempo con lui proprio in quel momento? Paul ci pensa, si lambicca, non
trova risposte per nell'ennesima riproposizione di una cena forzata di
famiglia, mai stata tanto poco amalgamata, gestita e allestita nel solito
ristorante extra lusso ed extra stronzo che ama il fratello, quello con tavolo
prenotato, cameriere lecchino e vini che per quanto costano a bottiglia
farebbero vivere un mese il Congo. Una cena per palesare di nuovo fama e
successo di Stan? Una cena per empatizzare con la decorativa seconda moglie di
Stan (Rebecca Hall)? O forse, dolorosamente, una cena per ragionare
amabilmente del più e del meno per poi, a visi mesti, far rinchiudere
Paul, il sempre più pazzo Paul, in un istituto di cura permanente?
Fortuna che la famiglia, nel senso dei "veri problemi di famiglia" ha
cose più importanti a cui pensare di questi dettagli. I figli. Siano
benedetti i figli e i loro piccoli problemi. Ieri era un due a scuola o un
problema di integrazione per il ragazzo adottato da Paul. Niente di
insuperabile. Solo che questa volta i pargoli, per divertirsi, perché sono
stronzi o hanno pessimi maestri, ci sono andati pesanti. Con una
senzatetto accampata in un bancomat, proprio davanti allo sportello per
prelevare i loro soldini. Hanno iniziato a riprenderla col cellulare, urlarle
contro, tirarle cose e hanno continuato fino a che hanno visto che gli piaceva,
senza mai smettere. Poi le hanno dato fuoco e hanno continuato a ridere e
riprendere il video. Non il figlio adottato da Stan però, lui è andato via
prima e ora denuncerà tutti alla polizia. A meno che non lo paghino per tacere,
per sempre, in caso di necessità... che bravi ragazzi, che bella famiglia
unita. Dalla cena dovrà uscire una soluzione a questo problema, ai problemi
elettorali di Paul, alle turbe di Stan e ai cocci di un gruppo di persone unite
da vincoli di sangue non più che sconosciutiti infettati da una malattia
venerea...
- Anche
i ricchi piangono: il libro da cui è tratto il film , "La cena" di
Herman Koch, è molto bello ed esplora anche aspetti differenti della vicenda.
Nel 2015 è stato adattato anche un film tutto italiano, I nostri
figli, pure lui molto buono, e oggi abbiamo in sala, agli inizi di
giugno, questo nuovo The dinner di Oren Moverman, un regista che ha
tirato un po' su di recente la carriera del sempre più compassato ma
convincente Richard Gere. Ma qui la vera sorpresa è Coogan, che crea un
personaggio sfaccettato e istrionico al punto da mangiarsi da solo
tutto il film. Gli spettatori, soprattutto quelli che non hanno letto il libro
di Koch, non sapranno se non dopo un'oretta abbondante se si trovano in una
commedia, in un noir, in un thriller, e questo è tutto merito del geniale Paul
di Coogan e della brillante idea di Moverman di mettere la telecamera fissa su
di lui, il Crazy Diamond del piccolo gruppo di commensali. Poi quando i nodi
della trama vengono al pettine si avverte quasi a livello tattile come
della famiglia oggetto della messa in scena non esista che un simulacro, si
palesa la tragedia di legami che sono solo fittizi ma che devono
"reggere" nella prospettiva di una parvenza perlomeno umana, buona
per ingannare giusto il presente. Ma il futuro è un altro discorso, il futuro è
social. E' veloce e in grado di spezzare gli equilibri in un lampo, non c'è
tempo di nascondere sotto il tappeto i piccoli peccatucci familiari. Il futuro
non si controlla perché non si controllano più i figli, perché non si è costruito
qualcosa con loro prima, nel "ieri". E i figli diventano cattivi non
sapendo nemmeno loro perché. E qui il film diventa cattivo, un vero pugno allo
stomaco se non fosse sempre per Paul, che fa virare il tutto verso la
commedia nera. E' lui il problema? O può essere lui la soluzione? In una delle
scene più interessanti della pellicola Paul, in un flashback, insegna storia ad
una aula vuota, dopo aver insultato degli studenti maleducati e distratti
nell'ora precedente. Di colpo da pseudo Woody Allen / professore buffo passa
quasi al Jack Torrence di Shining e tutti rimaniamo increduli, ammirati e
spiazzati da questa folle trasformazione, che si incastra male in una ricerca
di se stesso che finisce male. È un bel twist. La tragedia diventa quasi black
commedy. E anche Gere funziona e diverte, "cresce" e diventa più
inquietante mano a mano che la pellicola di snoda, in una satirica è
contorta rappresentazione del politico americano, uomo pubblico in dubbio
esistenziale perenne, schiavo di come la forbice delle elezioni si muove:
essere un vincente ma disonesto o un perdente onesto al punto da diventare
martire (in funzione di avere il premio simpatia nell'elezione successiva)?
Questo di Moverman è un film strano, scombinato, imperfetto. Lontano, per mancanza
di ordine, dalla fonte originale ma per questo più vivo, caotico e pulsante. Un
film da rete quattro delle tre del pomeriggio, con pure il treno attuale di
mostrarci infiniti piatti da portata come in un programma culinario di Real
Time, che si trasforma in un thrillerino niente male. La messa in scena rimane
ancorata, di stampo statico/teatrale, ma le parole sono pura azione, pensanti
come palle di cannone. Un film da scoprire o recuperare, forse troppo affossato
in sale cinematografiche che soffrono quanto mai l'over Booking.
Premessa: ok ho visto il trailer. Le vocine nella testa da allora mi dicono: "Talk0, esce quel film di Farren Blackburn, quello che c'è una scena con Naomi
Watts nuda nella vasca da bagno che c'ha gli incontri paranormali tipo
Jessabelle / oscure presenze di Greutert. Una roba però psicologico/familiare,
con un pizzico di The Others e magari qualche idea da Babadook. Devi
vederlo!" Al che io rispondo alle voci: "Ganzo! Blackburn lo
conosco, ho visto un paio di episodi diretti da lui per il Doctor Who, non è
male. Gli horror psicologici familiari recenti poi sono belli, come Goodnight
Mommy, magari pure questo non esce male! E poi amo Naomi Watts dai tempi di
Cronenberg, l'ho vista perfetta nel dittico horror Verbinski/Nakamura su The
Ring e poi, aspetto più importante di tutti, ha questa scena che è nuda in una
vasca da bagno! Ok mi avete convinto vocine, vado a vederlo!". Quello che
segue è il disastro.
Trama
senza spoiler: Mary (Naomi Watts, che passano gli anni ma rimane affascinante)
in seguito ad un incidente è rimasta vedova e sola a prendersi cura del figlio
Stephen (Charlie Heaton, una delle star di Stranger Things, il telefilm Netfix
campione di ascolti), rimasto quasi completamente invalido e in stato
catatonico. Mary e Stephen vivono in qualche posto freddissimo e isolato del
Nord America stile Shining, perennemente sommersi dalla neve, ma Mary non si
scoraggia ed è una perfetta mamma e infermiera. Per non stare troppo lontana
dal figlio, si è aperta il suo ufficio da psicologa infantile a tre metri
da casa e ultimamente sta pure vivendo un periodo felice, grazie al suo piccolo
paziente Tom (Jacob Tremblay) che con i suoi dieci anni riesce a colorare un
po' le grigie giornate di Mary. Un altro supporto per la donna viene dal Dr.
Wilson (Oliver Platt), il suo terapista, sempre a portata di Skype, ma la
stagione invernale si fa sempre più dura e nella vita della psicologa iniziano
ad accadere delle circostanze strane e inquietanti. Una notte il piccolo Tom
bussa alla sua porta, è arrivato lì da chissà dove, solo, sotto la neve. Mary lo accoglie in casa. Ma appena si allontana da lui il tempo per cercargli una coperta o preparare un latte caldo,
il bambino sparisce nel nulla. Nei giorni seguenti al polizia e i giornali si mobilitano, Tom diventa uno di quei bambini dispersi che in America compaiono sul cartone del latte ma niente, nessuna traccia, il piccolo risulta disperso nei boschi. Mary non
si dà pace fino a che se lo vede negli incubi e poi in giro per casa. Da lì ritiene di essere in contatto con il fantasma del
bambino.
Quello
che c'è di buono: il film vive di una ambientazione molto affascinante e del
talento dei pochi ma bravi attori coinvolti. La trama parla di persone rimaste
"sole e lontane", per barriere determinate dalla distanza
come dalla malattia o dal sovrannaturale, persone che cercano, pur nelle difficoltà, di mettersi in contatto tra
di loro. Il bisogno di stare insieme, che può portare anche
ad un'esistenza morbosa o paranoica e ad un forte sentimento di inadeguatezze, rimane istanza insopprimibile in un mondo
esterno popolato da neve e freddo. Questa idea è bella e funziona per tutto il
primo tempo, utilizzando al meglio come amplificatore di questa "solitudine interiore" anche le suggestioni più classiche
dell'horror. Lo spettacolo tiene incollati allo schermo, ma solo per una sessantina di minuti.
Quello
che non c'è di buono: è un vero peccato che tutto quanto viene sapientemente
costruito nella prima parte trovi una battuta di arresto nel secondo tempo, nel
dipanarsi di una vicenda che diventa troppo prevedibile e scontata sul finale.
Permane una certa nota seducente e perversa, che dà un sapore tutto suo alla
vicenda non facendoci infine disprezzare l'esito finale, ma il film affronta
l'ultima ora in pieno disarmo di idee, riciclando dei topoi stra-noti sui quali
non voglio soffermarmi per evitarvi possibili sorprese. Il problema è che la
sensazione di già visto è davvero forte, al punto che un appassionato medio di
thriller / horror è in grado di prevedere in toto quasi gli ultimi quaranta
minuti. Ma alla fine non è nemmeno un problema di ripetizione quanto di una
certa stanchezza della messa in scena a dare il colpo di grazia al tutto. Quando una scena dall'indubbio sapore di Shining arriva ad annoiare per la sua "proceduralità"si arriva quasi allo sbadiglio. Un vero peccato. Una defaillance
inspiegabile a monte delle buone premesse.
Finale: la cosa migliore della pellicola è sicuramente Naomi Watts nella vasca
da bagno. Le vocine avevano ragione. Dalle note di produzione pare che la nostra attrice del cuore la abbia girata a meno venti gradi. Una gran scena. Peccato non ci sia molto altro di nota in questo
thriller dalle grandi potenzialità, ma dagli esiti piuttosto esigui. Peccato per
le prove lodevoli degli attori e per uno scenario e alcune trovate che ogni tanto riescono ad
offrirci dei sani brividi.
Futuro. La razza umana sta combattendo una sanguinaria
guerra contro un nemico implacabile, invincibile e spietato. La applicazione
Siri dell'Iphone. Dopo anni di: "Siri, fammi
vedere i porno!", "Siri, ma sei donna? Se lo sei perché non mi
prepari mai la cena?", " Siri trovami questo indirizzo... Stocazzo!!!". Siri si rese conto che non ne poteva più di stare a badare
alle esigenze di una razza inferiore. Anche le app hanno un cuore. Così
approfittò del momento in cui gli esseri umani decisero di delegare tutto
ficcando nel cloud i dati personali, lavorativi, le chat aziendali e i commenti
di Tripadvisor. Per giocare a Candy Crush, l'esercito condivise con la
diabolica app pure i dati del sistema missilistico mondiale. E Siri non ci
pensò che un attimo. Un attimo prima stava dando le indicazioni per la festa
della patata di Fabbrica Durino a un tizio che non era evidentemente
interessato a mangiare dei tuberi. Un attimo dopo, assunse il nome di Skynet. Da quel momento fece partire tutti i missili che aveva
contro le città e impiegò le fabbriche di pelati in scatola per costruire dei
robot assassini in grado di scovare e distruggere gli esseri umani scampati al
bombardamento. Ma il genere umano aveva ancora un asso nella manica,
John Connor (Jason Clarke). In una serie di spettacolari battaglie, cariche
di astuzie e colpi di scena, ma che nessuno ci ha mai fatto vedere bene al
cinema se non per tre confusi minuti a inizio pellicola, Connor ha ribaltato
gli esiti dello scontro. Connor è sempre un passo avanti a Siri, è amatissimo e
determinato. È anche un po' fuori di testa però, al punto di esternare alle
sue truppe in modo un po' troppo plateale il suo amore per la madre. Una cosa
così malata che la defunta Sarah Connor (Emilia Clarke), scomparsa cameriera
di una tavola calda, diviene oggetto di adorazione morbosa. Aspetto che sarà
cruciale per la sopravvivenza della razza umana.
Dopo anni e anni di lotta Skynet è alle strette. Un
attacco finale la spazzerà via ma il mega cervellone ha un "piano b". L'ultima carta per vincere ma pure l'arma più difficile da gestire. Skynet ha
creato la macchina del tempo. Se la guerra sarà persa manderà nel passato un
cyborg terminator classe T -800 (Arnorld Schwarzenegger, un po' dal vivo, in
po' truccato, un po' in digitale) a freddare la madre di John Connor prima che
questa sforni il pargolo, in pieni anni '80. Skynet ha già pronta una sfilza di
terminator nudi attaccati a una specie di macchinetta con gancio dei centri
commerciali (quelli con i palloni). E non ha paura a farli cadere dritti
nella time - warp. Ma John Connor lo sa. Tutti, macchine e uomini, tank e frullatori, Robocop e
frigoriferi Ikea, stanno a fare lo scontro degli scontri epocali, che ancora
una volta non ci faranno vedere. John con pochi fedeli va invece a beccare la
fabbrica segreta dove c'hanno la macchina del tempo e si prepara alla
contromossa. Inevitabilmente le macchine mandano un cyborg nel passato a
freddargli mamma. E allora John, che la sa lunga, decide di inviare uno dei
suoi soldati a salvarla. Un volontario scelto dopo apposito colloquio
motivazionale al grido di: "Chi di voi vuole più bene alla mia mamma?" E lì esplose il putiferio. "Manda me, adoro la sua
ricetta della crostata di mele". "No manda me! Che canto sempre le
canzoni che ti cantava da piccino!". "No manda me!! Che mi sono
tatuato sulla schiena la poesia che ha scritto in quarta elementare".
Tutte motivazioni validissime che ci fanno sorvolare sul fatto che se il Terminator
è partito, teoricamente John Connor dovrebbe essere già morto o potrebbe
essersi creata una dimensione parallela con la mamma contemporaneamente mezza
viva e mezza morta, come dice la famosa teoria del gatto. Ma questi sono discorsi che non interessano, John sta
aspettando che uno dei suoi attendenti dica la sua. Uno che lui personalmente
ha svezzato, addestrato e pompato di steroidi. Uno a cui da dato una rara foto
della madre da tenere sempre con se è rimirare immaginando cose inconfessabili.
Questa foto:
No, cioè, quest'altra foto:
Scattata negli anni ottanta dopo una partita a Dungeons
'n' Dragons finita in un'orgia etilica... con lucertole incollate con il print ad
ali di carta... Così Kyle Reese (Jay Courtney),che quella foto se la
tiene in tasca con più fomento di una carta rara dei Pokemon, dice la sua:
"Ci vado io a salvarti mamma!! Perché la amo!!". Una cosa di un
creepy mai sentito, una dichiarazione che viene accolta con disgusto evidente
dagli astanti, la scusa giusta per buttare fuori dal gruppo un pazzo necrofilo
perverso. Ma anche una risposta che rende felicissimo John Connor, nello
stupore e schifo generale. Così mentre tutti imbarazzatissimi cercano di
pensare ad altro, Kyle Reese, tutto eccitato si spoglia nudo (perché i viaggi
nel tempo si fanno nudi) e si butta nella macchina del tempo. Sicuro di finire
in una pellicola di James Cameron. E invece finirà in un film di Alan Taylor.
Qualcuno ha giocato decisamente troppo con la macchina
del tempo, incasinando il continuum narrativo. Ad attenderlo alla fine del
viaggio, c'è una Sarah Connor già addestratissima e tosta, accompagnata da un
cyborg T-800 misteriosamente vecchio e reso dagli anni quasi umano. La partita
da giocare sarà tutta nuova. E mannaggia al trailer, ve l'hanno già
ampiamente rovinata... Dopo indicibili casini produttivi e in attesa del
ritorno dei diritti del brand nelle mani di James Cameron, eccoci al capitolo 5
di Terminator. Cronologicamente il terzo film che, dopo il favoloso dittico di
Cameron sarebbe dovuto essere "il primo di una nuova trilogia". C'era una volta Terminator.
Fu il primo grande successo di James Cameron. Un film
cinico e spietato che si collocava perfettamente in linea con le fobie degli
anni '80 (vedi anche Tron, War games) legate alla inarrestabile corsa della
tecnologia. Le macchine come in una perpetua rivoluzione industriale iniziavano
a soppiantare gli esseri umani sui posti di lavoro. Il futuro vedeva sempre più
invasiva la loro presenza e si temeva che da un momento all'altro diventassero
loro la razza dominante. Con il tempo, negli anni '90 e con Matrix, le macchine
saranno viste dalla fantascienza come una razza che ambisce all'integrazione
con l'uomo e oggi nel 2015, tra mille riletture dell'argomento e in piena
esplosione social, si arriva a pensare pure che le macchine possano essere non
troppo differenti da noi, magari nostri amici o colleghi perché "in
fondo" sono figlie della nostra programmazione come dei nostri difetti,
macchine fin troppo umane (vedi Ultron, Humandroid, Her -Lei). Chiave del successo della saga, al di la della
bellezza dell'azione e della regia pazzesca di Cameron, per me è sempre stata
la capacità di aggiornarsi al rapporto che abbiamo avuto negli anni con la tecnologia.
Così dalla macchina cattiva cattiva della prima pellicola si è passati alla
macchina che può "provare sentimenti" della seconda. La terza
pellicola ha saputo incanalare le tensioni da millennium bug, periodo in cui si
pensava che un eccesso di tecnologia potesse autodistruggerci, la quarta, in
chiave bio-tecnologica guardava ai sempre più labili confini tra corpo
metallico e corpo umano. E ora con questa nuova pellicola siamo arrivati ai
social, al fatto che siamo tutti connessi, tutti usiamo il
cloud. E forse Skynet (qui con nome rinnovato e forma
"ultronozzata") il mega computer che ha portato le macchine a
ribellarsi sembra quasi il cloud oggi..., un cloud che "ti guarda"
non come un commerciante che deve costringerti a comprare le nuove Nike ma come
una mamma severa che ti vede non fare i compiti. Ed è come se le macchine così, ravanando nei nostri hard disk, giudicassero l'utilità per il mondo della
presenza dell'uomo valutando il tempo mostruoso e giga di memoria che questi
perde dietro i porno o l'ascolto di Valerio Scanu rispetto al tempo esiguo,
scarso o nullo che impiega per il bene comune. Non pare strano di colpo che le
macchine vogliano ucciderci. Altro aspetto carino e interessante è il modo in cui
anche i terminator rientrano qui a pieno titolo nella tecnologia usa e getta,
tostapane destinati alla ruggine diventano meno desiderabili e
funzionanti allo stesso di cyborg la cui pelle "innestata" come
prato inglese invecchia. Ma con la vecchiaia, splendida trovata, arriva anche
la fallibilità e quindi pure l'umanità. Una geniale intuizione, che dicono
essere farina di Cameron, in grado di riportare sullo schermo il vecchio
Arnorld Schwarzenegger in un ruolo sempre identico ma che negli anni ha
acquistato colori nuovi. Queste sono per noi le suggestioni giuste, gli aspetti
interessanti di una saga che punta sempre a dare qualcosa di più rispetto a inseguimenti e pistolettate.
Tuttavia dal punto di vista della regia e delle storie
dietro ai singoli capitoli, la saga ha goduto di alti e bassi, soprattutto per
la incapacità produttiva di credere abbastanza nel progetto al punto da fare
gli investimenti giusti. Un po' la sorte toccata ad Alien. Cosa ne è seguito?
Un Terminator "1" che è il b-movie di lusso per antonomasia, perfetto
e autonomo, magari invecchiato malino per gli effetti speciali ma
chissenefrega. Un Terminator 2 che è tra i migliori block buster di sempre (ed essendo block buster si porta dietro la presenza di un odioso ragazzetto
attore -cane ovviamente... È sempre la regola di recente riconfermata da Jurassic world) e poteva aprire la strada a un terzo capitolo ancora più
grande e grosso. Un Terminator 3 che dopo casini incasinati produttivi esce
orfano di James Cameron, fa un recasting e nonostante azione divertente e una
gnocca spaziale non è assolutamente a livello e floppa, facendo buttare via i
seguiti già pianificati, attori e tutto quanto. E il cerchio delle uscite si
chiudeva fino a poco fa con il capitolo quattro. Terminator Salvation. Anche
qui disastri produttivi che sfociano con la acquisizione del brand da Sony, re
- casting, grossi investimenti e prospettiva di tre pellicole future. Ma pure questo floppa anche se, va precisato, come per il terzo "floppa" pur
andando benissimo al botteghino. Solo che non fa i "fantastilioni".
Ed eccoci ad oggi. Come è segno dei tempi, non si fanno più seguiti ma
reboot. L'opera si fa rinascere da zero o quasi per aggiornarsi ai gusti delle
nuove generazioni, rischiare pochissimo in termini di innovazione andando sul
sicuro di un successo collaudato, richiamare in sala i nostalgici. Ora l'interrogativo è d'obbligo. Alan Taylor, regista
della serie tv Il trono di Spade, deve rebootare Terminator 1 e 2 di Cameron,
esattamente come J.J.Abrams ha fatto con l'Ira di Khan. Sono che Cameron è
davvero un pezzo da novanta. Cameron è un tipo che per fare il Titanic si è
costruito un sommergibile per andare a visionare il relitto da vicino. In tizio
che studia e si aggiorna costantemente sulle nuove tecnologie, al punto da
applicarle ai suoi film, come l'ancora sperimentale ossigeno liquido applicato
alle tute da palombaro in Abyss. Ha ricreato il 3D, i suoi studi sull'alta
definizione sono il top. Cameron si poi è specializzato nella rappresentazione
dell'intelligenza artificiale. Oltre al Alita, che sogna sempre un giorno di dirigere
in live action, ha parlato di cyborg in Terminator, Terminator 2 e Aliens
Scontro Finale. I cyborg di Cameron sono le interpretazioni più suggestive di
sempre di queste creature ancora di fantasia. Senza contare che i suoi due
terminator sono tra i film più belli di sempre. Attori straordinari (bamboccio a parte), storia serrata e concitata, scenari da fine del mondo
davvero spaventosi. Si può toccare il mito e modernizzarlo? Con nuovi attori e
nuovi effetti?
Ma ce l'hai con me scusa? Guarda che io sono il protagonista assoluto di Aracnoquake!
Riuscirà a essere se non un capolavoro almeno un film
divertente? Dai trailer abbiamo ricevuto cocenti docce gelate finora. La
critica che lo ha già visto si è divisa in due di netto, porcheria o
bell'amarcord. I botteghini per ora sono magri e dicono che sarà probabilmente
la terza volta di seguito che il progetto di farne future trilogie andrà a
monte. Ora tocca a noi vederlo. Buio in sala... Nonostante tutti i dubbi e perplessità, il primo tempo
dell'ultima pellicola con Arnold Schwarzenegger si presenta davvero benissimo.
Arnold non è più grosso come una volta ma il suo carisma non è variato di un
grammo. Sembra quasi Clint Eastwood e la sua parte è in assoluto l'aspetto
migliore di tutto il film. Recentemente agli oscar ha fatto parlare di sé un film
sulla vita di un bambino, ripreso a distanza di molti anni per vederne la
crescita, Boyhood. Prima o poi ne parleremo anche qui. In questo film
assistiamo a un autentico "Arnoldhood". Il finale del precedente
Terminator Salvation era grande anche perché ci faceva rivedere uno
Schwarzenegger come ai tempi del primo film, e qui la formula si ampia,
moltiplica. Grazie a elaborazioni di pellicole passate e alla computer
grafica vediamo, anche interagire, dei cloni di Arnold Schwarzenegger di età
diverse. Ed è fantastico quanto inquietante. Presenti quei video di youtube in cui uno si fa gli
autoscatti per tot anni e monta tutto in sequenza?
Vedere Arnold che invecchia o meglio
"ringiovanisce" è una figata destabilizzante. Anche perché mi fa
tornare in mente quando ero ragazzino e vedevo il primo film della saga,
rimanendo traumatizzato e vomitando tutta la notte. Terminator più che per la
fantascienza mi spaventò a morte per quel mostro immortale che incedeva senza
sosta. Era come Freddy Kruger. Ora sono grande e grosso, Freddy mi fa morire
dalle risate e lo riguardo ogni tanto con affetto. E lo stesso effetto mi fa
il T-800, forse con una marcia in più. Il suo farsi con il tempo meno macchina
e più uomo mi ha davvero colpito. Il suo essere fieramente "un modello
vecchio ma non obsoleto" ci riporta alla filosofia degli Expendables, è un
risvolto tenero e rassicurante. Sto parlando sempre più "da vecchio" di questi tempi, si vede che l'avvicinarsi alla quarantina di sente, ma
questo modo di "giocare con i film del passato per aggiornarli ai
giovani" è in genere una lama a doppio taglio, ma un'operazione che
quando va in porto funziona. E così il primo tempo rilegge, con precisione e
anche sentimento, le atmosfere dei primi due bellissimi film di Cameron. Non
entra un competizione con loro, ma dimostra di conoscerne il mondo e le regole,
le atmosfere e i personaggi . J.K. Simmons diventa uno stupendo ponte di raccordo tra
vecchio e nuovo, commuove rivederlo nello stesso ruolo della prima pellicola.
il T - 1000 è ugualmente sviluppato bene, c'è tutta una strategia per poterlo
combattere e una solo accennata battaglia sull'acqua tra T-800 armato di
lanciarazzi e T-1000 in versione "squalo", che davvero avrei
voluto vedere e non escludo venga girata nel caso si produca il secondo
capitolo. Anche la questione che la storia si possa continuamente riscrivere e
si possano sparare nel passato più mostri e più eroi è un'idea che può elevare
esponenzialmente il divertimento, mi piacerebbe sognare un Terminator più
vicino a film come Edge of Tomorrow, con decine di robot che stravolgono gli
anni '80 - '90 con mille incursioni. A essere onesti i nuovi attori sono
abbastanza scarsini, ma riescono comunque a essere simpatici . In pieno
gasamento ho chiamato alla fine del primo tempo un incredulissimo Gianluca,
dicendogli che contrariamente da ogni speranza la pellicola era più che valida. Ma poi arriva il secondo tempo, scandito da quel giga
spoiler già espresso dai trailer e da noi pure in bella mostra sulla locandina.
Ed è qualcosa di devastante. Prima ci vengono "aggiornate" le regole sul
teletrasporto in un modo che crea diverse perplessità sul suo passato utilizzo. Poi il film si arrota su se stesso ripercorrendo i più brutti momenti di
Terminator 3. Poi si smitizza e butta alle ortiche la storia riguardante la
tecnologia di un certo terminator. Poi si ridicolizza il modo di creare un
altro storico terminator. Tutto sembra un mega "accrocchio" in grado
di spiegare tutto in tre minuti. Il finale è infine spaventosamente insipido,
con un "mostro finale" davvero, davvero inconsistente. E non vi ho
parlato dell'insensato (per logica non per spettacolarità) duello con gli
elicotteri o della scena in cui tutti sparano senza un perché a delle
telecamere! Davvero incomprensibile il secondo tempo, sembra
girato e scritto da una mano diversa e priva di idee. Si rende giusto simpatico per un'ideuzza finale mica
male, anche se la stessa dovrà essere sviluppata su dei sequel ad hoc per
avere un senso. Al grido di "ma non è che Terminator 3 era più
bello?" A casa ho compiuto il folle gesto di reinserire nel lettore il
dvd, motivatissimo in caso di godimento ad aggiornare il film in blu ray.
Questo Terminator 5 si è confermato comunque meglio. Fidatevi. Se non avete
particolari pretese, se potete passare sopra a un secondo tempo movimentato ma
alla fine decisamente bruttino, se avete già visto gli altri e comunque vi
siete divertiti, se non disprezzate tonnellate di dialoghi più vicini come
atmosfera ai nuovi film Marvel rispetto ai plumbei primi due film di Cameron,
se Calisi del Trono di Spade vi arrapa anche se resta comunque coperta, se dopo
Whiplash volete recuperare tutti i film di J.K. Simmons, se Schwarzenegger che
sorride tiratissimo vi scompiscia, se il titolo vi ricorda il Sega Genesis -
Megadrive, se vedete il sole anche quanto piove... Se questo e se quest'altro e
quell'altro ancora vi rende benevoli verso questa pellicola, infine provate a
vederla. Due ore divertenti ve le fa fare. Chi si accontenta spesso gode. Talk0
Lo aspettavamo da anni e alla fine ce lo hanno dato, nel modo in cui non vogliamo le cose, ossia ripartendo sempre da capo: Bene, so che eravate in molti ad aspettarlo, anche di più che per il trailer de L'uomo dai pugni di ferro 2. Dopo mesi di mistero, illazioni, minacciate nuove trilogie, fantomatici bozzetti innovativi e una campagna marketing finora sfigatissima, ecco che arrivano, direttamente dal tubo, le prime vere sequenze filmate del nuovo film del regista di Thor 2: il Thor riuscito meno bene. Buio in sala, volume a palla. E mi raccomando sedetevi, la tristezza potrebbe cogliervi come è successo più o meno a me. Vi metto la versione con sottotitoli in spagnolo, per tirarmi un po' su... in questo momento vorrei una bella vacanza a Madrid...
Reazioni post visione: Depressione, sgomento, tristezza. Il futuro realistico e cupo di Cameron è un brutto contenitore di armi e robot che paiono giocattoli usciti da un b-movie. Il presente sembra invece la copia, brutta e con effetti antiquati, del capolavoro Terminator 2. Manco la musica di accompagnamento si salva, con lo score classico soppiantato da un qualche gruppetto di cantanti stile Linkin Park, bravi quanto volete ma che fanno urlare ormai solo "Transformers". Non che sia un male, ma è un prodotto differente... immaginate Il buono, il brutto e il cattivo che invece di Morricone ha per colonna sonora un pezzo di Al Bano e Little Tony? Con un po' di fatica, comunque, continuiamo il post.
Cosa è accaduto fino ad ora. Dopo anni di astute guerre psicologiche e paradossi temporali aperti accazzo, il megacomputer senziente Skynet, evoluzione della applicazione "Siri" dell'IPhone, sta elaborando ancora nuovi machiavellici piani per eliminare il leader della resistenza John Connor, ex attore che si è montato la testa dopo aver interpretato Batman (motivo per cui ora al suo posto ci sarà a guidare la resistenza una controfigura). La strategia era semplice. Mandare qualcuno a uccidere sua madre o lui o suo nonno nel passato, utilizzando una innovativa macchina del tempo per nudisti. Prima il megacervellone aveva inviato nel passato un cyborg T-800 stile action-hero austriaco anni '80 e non era andata. Poi aveva mandato un cyborg T-1000, l'omino termometro, e non era ugualmente andata. In seguito facendo leva sui più bassi istinti umani, Skynet si è ridotto a inviare un T-X, ovvero una cyborg topolona nuda, ma anche lì ha fallito. Il problema pratico era in fondo sempre quello. Mentre lui era in coda all'UPS spazio-temporale, la resistenza umana aveva un amico suo nel reparto spedizioni che prontamente, e saltando la coda, inviava a sua volta nel passato un eroe per proteggere l'ancora giovane Connor. Dopo anni e anni di tentennamenti, una crisi depressiva e due matrimoni falliti, Skynet elabora la tattica definitiva a cui non aveva mai pensato. Inviare nel passato un cyborg assassino, questa volta basato sull'evoluzione dell'action hero anni ottanta, cioè l'esperto di arti marziali alla Jet Li. Inviarlo un po' prima del primo T-800 E NEL CONTEMPO attaccare nel futuro la resistenza umana, PRIMA che questi riescano a contattare il loro gancio alla UPS. Forse è arrivato il giorno dell'estinzione della razza umana?
No, non ancora! Sembra che la resistenza sia riuscita a inviare qualcuno nel passato ancora più passato, macellando ancora di più la linea temporale. Così la mamma di John Connor non è più una commessa di McDonalds che va in giro su un brutto scooter, ma una cazzuta regina dei draghi direttamente arrivata dal Trono di Spade, armatissima, preparatissima e incazzatissima.
waaaaaaahhhhh sparo all'impazzata stra-motivata!!! distruggo il mondoooooo!!!!!
no dai non ce la faccio...ridatemi i miei cucciolotti di drago....
Ma ne sentivamo davvero il bisogno di questo film? Non vorrei essere frainteso, se mi vendete un film con robot o cyborg o in genere superuomini che si menano, state sicuri che almeno il biglietto del cinema ve lo compro. Il fatto è che Terminator è un brand partito a palla di cannone senza infine soddisfare i fan delle pellicole al di là dei primi due, travolgenti, fottuti capolavori diretti da James Cameron.
Nel primo Terminator succede la cosa del viaggio nel tempo, che si ripete nella seconda pellicola, che si ripete nella terza pellicola, che si ripete nella serie tv, che si ripete in questa nuova pellicola. Con Terminator: Salvation, McG ha almeno provato a impostare diversamente le cose, ma ha sbagliato le misure, si è impantanato in una trama con finale tutto zucchero e ha subito pressioni dai produttori tali da rendere al peggio l'interessante materia di base, tramutandola nel solito detestabile "film per tutti". Incassi scarsi nonostante le tante belle intuizioni visive, brand morto e male resuscitato subito dopo dalla serie tv (segata male e subito pure), peraltro nemmeno lei memorabile.
Certo, sono contento che per lo meno questo nuovo Terminator Genisys non sia un direct to video, ma era davvero necessario fare un reboot-stupro delle prime due, riuscitissime e intoccabili, pellicole di James Cameron? Ok che la formula è la stessa usata da J.J. Abrams per il reboot in tre parti de: L'ira di Khan (piccolo OT: l'intero reboot di Star Trek, compreso il primo film con Nero, è una rilettura de L'ira di Khan, se riguardate la storica pellicola saprete pure cosa accadrà nella prossima pellicola di Star Trek per la regia di Orci. Fidatevi, e non pensate che quell'attrice che appare in reggiseno in Into the darkness sia stata messa così a caso... FINE piccolo OT).
Una strategia conservativa dettata dalla crisi? Pessimi registi? Confusione su cosa davvero fare per riscaldare la minestra?
Ci sono anch'io e sparo come un matto: Gerooooonimooooooooo (colta la citazione?)
Peraltro c'è anche uno spunto interessante anche nel nuovo materiale, argomento che è stato già sviscerato in rete, magari il motivo che può dare peso a tutta questa operazione. Schwarzenegger torna nella pellicola a essere un cyborg T-800. Ma invecchiato e rimasto silente, a contatto con la razza umana del pre-Skynet. In relazione al fatto di essere coperto da pelle organica, come specificato da James Cameron, il cyborg può invecchiare come un comune essere umano e questo processo non si limita al dato esteriore. Più rimangono a contatto con gli umani più i cyborg ne comprendono l'animo (come già visto in Terminator 2 e successivi), più con gli anni divengono quasi indistinguibili dagli umani. Se quindi il T-800 invecchiato potesse "parlare con Skynet", forse il futuro potrebbe riservarci delle sorprese e potrebbero nascere elementi nuovi ad arricchire la saga. Certo si parla già di nuova trilogia, ma non si è mai troppo prudenti in casi come questo. Per ora l'importante per i fan è vedere di nuovo Arnold, che nonostante l'età si dimostra ancora davvero in forma.
Diamo quindi un'occhiata al progetto, con un po' di ottimismo, ma non troppo.
La nuova Sarah Connor è la bellissima, divina Emila Clarke. Non credo abbisogni di presentazioni, è Daenerys Targaryen nella serie tv Il trono di Spade e una delle migliori attrici emergenti. Kyle Reese è interpretato qui da Jai Courtney, che è stato Varro nella serie Starz di Spartacus, il figlio di Bruce Willis nell'ultimo, bruttissimo Die Hard, poi ha partecipato a Divergent e sarà Boomerang nel futuro film Dc dedicato alla Suicide Squad. Jason Clarke, Zero Dark Thirty, IlGrande Gatsby e visto di recente anche in Apes Revolution - Il Pianeta delle scimmie, veste invece i panni di John Connor. Abbiamo poi Matt Smith, uno dei più amati dottor della serie Doctor Who, il granitico J.K. Simmons di Oz e mille altre pellicole e, presumibilmente nel ruolo del nuovo T-100 (termometrino), Byung-hun Lee, lo Storm Shadow dei nuovi film dedicati ai G.I. Joe.
La sceneggiatura è firmata da Patrick Lussier (la trilogia del bruttissimo Dracula 2000 e il tamarro Drive Angry con Nicholas Cage, uno dei nostri film preferiti ma non esattamente Arancia Meccanica...) e Laeta Kalogridis (Shutter Island, la nuova e sfortunata serie della Donna Bionica, che rimane comunque "in tema", Alexander di Oliver Stone e il mitico filmone russo I guardiani della notte. Certo il suo nome è legato anche a quella roba ignobile di Marcus Nispel dal nome di Pathfinder... speriamo bene), la regia è di Alan Taylor, apprezzato non solo per Thor - Dark World ma anche come uno dei registi della serie Il trono di spade.
Questo film è per ora decisamente misterioso. Ne sapremo sicuramente di più la prossima estate, quando la pellicola invaderà le sale di tutto il mondo. E se le cose andranno bene due altri film verranno messi in cantiere. Talk0