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mercoledì 10 luglio 2019

Rapina a Stoccolma



È il film che vuole mettere in scena, in modo piuttosto libero, i fatti da cui si è parlato in psicologia della famosa "Sindrome di Stoccolma". Quella particolare affezione che una persona in ostaggio prova nei confronti di chi lo ha messo in costrizione, sulla base di particolari affinità emotive. Ne risulta un film su una rapina alla banca in Svezia dove il rapinatore ha il volto del simpatico Ethan Hawke e la cassiera della banca della stupenda Noomi Rapace. Hawke è più maldestro che molesto, più premuroso che insidioso. Canta vecchie canzoni, veste da cowboy, è insicuro e per nulla minaccioso. La Rapace è una amabilissima e bellissima madre di famiglia che si preoccupa che i figli a casa mentre è in ostaggio mangino il pesce rimasto in frigo. Dietro a degli occhialoni giganteschi che la fanno apparire buffa e a un vestitino da impiegata castigatissimo nasconde la potentissima componente sensuale per cui la Rapace è giustamente famosa (da Millennium a Seven Sisters). Da questa, in un gioco di sguardi che scruta anche il fisico asciutto e gli occhioni di Hawke, nasce forse quella particolare passione e complicità che studiamo nei libri. Il vero cattivo sembra essere il direttore della banca, incapace di tutelare gli ostaggi con il pugno di ferro della "tolleranza zero" nei confronti delle richieste dei criminali. Il gioco funziona, la carica sensuale tra i due protagonisti e i co-interpreti, come un Mark Strong in stato di grazia, conferiscono gusto al prodotto finale. Peccato che il piatto finale latiti di spezie e alla fine suoni come un prodotto ben confezionato ma con poco pathos. Non è Quel pomeriggio di un giorno da cani, purtroppo. Vorremmo essere travolti dalla componente emotiva, dalla complicità e voglia di intesa, psicologica ma  anche fisica, che dovrebbero far esplodere la testa e i corpi dei due protagonisti, spogliandoli degli abiti borghesucci della cassiera non più giovane e del rapinatore bambinone che vuole scappare con una macchina da film al tramonto come fosse un un western. Ma il film non ci vuole dare questo, Robert Budreau non è un regista così vulcanico da giocare con stile con un tema come questo come potrebbe farlo un Verhoeven, un De Palma, uno Scorsese, uno Scott, un Fincher o, perché no, una Patty Jenkins. Cosa avrebbe fatto Patty Jenkins con Noomi Rapace! Invece assistiamo a novanta minuti in compagnia di questi due attori bellissimi e sensualissimi che si scambiano un paio di sguardi di intesa senza dare davvero corpo a quel tormento interiore che la sindrome di Stoccolma dovrebbe far esplodere. Tranquillizzante e politicamente corretto, Rapina a Stoccolma risulta ottimo per un pomeriggio di rete quattro. 
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giovedì 13 giugno 2019

Polaroid - la nostra recensione!



È interessante come di nuovo sia un corto cinematografico a dare il là a un film che ne estenda la trama e personaggi. Di recente lo abbiamo visto con Mama, lo abbiamo visto con Lights Out, lo abbiamo visto con Turbo Kid e ce ne sono un sacco! Io tipo punto che prima o poi mi diventi un film lungo questo corto qui sotto


Vai Jester che ce la fai!! Già ti vedo i pupazzetti e le comparsate in Mortal Kombat, ma torniamo in tema, torniamo a Polaroid. Nel nostro caso il corto era questo:


Non è che sia tutto questo manifesto dell'innovazione. Tra i miei lettori chi da detto "il foto-cane" di Quattro dopo mezzanotte di King, o Project Zero o Shutter? O Ring? O altre sessanta pellicole, game e libri diversi con macchine fotografiche possedute? Ma il punto non è questo, quanto la natura più sorprendente e sexy dei corti cinematografici horror. Sai che in tre minuti o poco più ti vogliono spaventare, tu stai al gioco ma un po' stai "vigile", alla fine salti sulla sedia e se funziona bene hai il tuo brividino. E Polaroid, di un regista dal lontano nord Europa, Lars Klevberg, funziona. Ha i tempi giusti, spaventa. Spaventa così bene che Klevberg ne ha diretto una versione lunga e tipo "dopodomani" lo troverete ancora al cinema perché ha già avuto luce verde per un progetto più ambizioso, il remake di Bambola Assassina. Un'altra bella storia?
Insomma.
Partiamo dalla trama "espansa". Una ragazzina, con un brutto trascorso passato alle spalle, vive serena nel suo contesto scolastico nel freddo paesino nord Americano in cui abita. È appassionata di fotografia e si imbatte in un modello storico di Polaroid mentre lavora all'antiquario locale. La macchina è ovviamente maledetta e chi viene fotografato è destinato a morire male. Prima appare sulla stampa alle sue spalle un'ombra minacciosa, poi nelle ore successive 'sto sfigato incontra un brutto mostro in bermuda, fisico bruciacchiato e mani con coltello retrattile. Ovviamente finirà male. La nostra protagonista porta a una festa questa macchina vintage, con cui tutti si fanno dei selfie vintage, per poi finire tutti in una spirale di morte per le mani-coltello di un mostro vintage pure lui. Perché è un mostro molto anni ottanta, calato perfettamente in uno slasher movie pure lui fortemente anni '80. È tutto un vintage quindi. Un plauso al momento della "creazione del mostro", una roba che Andy Kauffman della Troma avrebbe applaudito, tra fulmini, fuochi, pallottole e tanto lattice prostetico. Forse pure a Tsukamoto con le sue fusioni/ossessioni uomo-macchina potrebbe apprezzare questa variante in mutandoni e meno verve di Krueger/Sadako. 'Sto mostro risponde a sue regole ultraterrene poco chiare, ha naturalmente un passato "umano" che il gruppo dei protagonisti-vittime deve indagare, ha il compito di mettere un po' di verve a una pellicola che è davvero troppo, troppo derivativa. Le giovani vittime sono il classico cast da teen- horror e rispondono al 100% alla ritualità che questo genere comporta, in un modo che direi piuttosto "onesto". Gli scenari sono quelli rituali, tra la scuola, la stazione di polizia e la biblioteca di ogni paesino standard degli slasher anni '80. Allo stesso modo i colpi di scena arrivano con una certa prevedibilità, ma non è nemmeno questo il punto, questo genere non ha mai brillato per inventiva. Ciò che non va è lo "Slash", ed è piuttosto grave. Lo Slash è "l'omicidio" e in qualche modo diventa la firma del mostro. La vittima viene fotografata, la Polaroid fa il suo particolare rumore di ingranaggi prima di lasciare la stampa, che subito viene sventolata, con il suo rumore di plastica caratteristico, per asciugare l'immagine. Chi conosce le Polaroid può pure immaginare / ricordare l'odore della foto. E poi appare il mostro la prima volta, alle spalle di chi è fotografato. È un rituale semplice e veloce, inesorabile, quanto un corto cinematografico horror. Solo che il mostro, che in qualche modo è il "proiettile" di questa "inconsapevole pistola" non è altrettanto bravo. Si sente il suo respiro, in genere mentre la vittima si aggira per scenari bui, e poi l'azione finisce in un attimo senza che si abbia il tempo di capire dinamica e senso. Forse perché un ibrido Kruger/Sadako non lo puoi concettualmente fare. È questo il grosso limite della pellicola, che spegne gli entusiasmi per un prodotto tutto sommato discreto, adeguatamente presentato e diretto, benché chiaramente diretto a una platea amante del genere. Il mostro, che pure può essere buffo quanto interessante visivamente, ha poca personalità. Non ha l'incredibile presenza scenica e l'occhio vitreo e giudicante di Sadako, non ha la verve dialettica quanto la teatralità di Kruger. Si presenta in azione per lo più in ragione delle sue mani allungate e bruciate che si avvolgono al collo della vittima e poco altro. Sembra una "cosa", un essere troppo veicolato dalle regole che ne spiegano le azioni al punto che le "morti e il modo di evitarle" sembrano più seguire logiche da Final Destination. È un orco deludente e monocromatico. Non ha nemmeno un'imponenza tale da permettergli di essere un convincente bruto come Jason, Micheal o Faccia di Cuoio. Un vero peccato che poi la trama non cerchi in nessun caso di bypassare questo suo status, magari dandogli qualche battuta o un background più interessante. E quindi tutto lo spettacolo si riduce al solito "banchetto di adolescenti" dello slasher anni ottanta, alimentato come tratto sociologico dalla nuova ondata edonista del popolo dei selfie (e l'edonismo anni '80 è stato di fatto un importante precedente). Troppo poco. Può essere comunque divertente per un'ora e mezza e tanti pop corn. La cornice è quella giusta, per farcelo piacere dovrete magari attingere dalla vostra memoria storica di qualche notte Horror su Italia 1. 


Temibile mostro in bermuda, più bello però dell'Uomo senza sonno di Bale.

Scena standard di agguato del mostro. Buio. Due mani da mostro di gomma. Urla. FIne. Total: 2,37 secondi di agguato in media

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venerdì 4 agosto 2017

The Assignment - Nemesi - il nuovo film di Walter Hill con la colonna sonora di Giorgio Moroder



Frank Kitchen è muscoloso, peloso, sudato e con una nerchia grande così. La sua vita consiste in sesso compulsivo e continuo intervallato da una carriera professionale da assassino prezzolato. Come spesso capita ai cattivi nei film, avrà la sua punizione. Una scienziata pazza interpretata da Sigourney Weaver, la dottoressa Rachel Jane, decide di punire il killer per aver assassinato suo fratello. Siccome oltre che pazza e geniale è filosofa e cita Shakespeare a memoria decide di dare all'assassino macho sesso-dipendente una punizione esemplare. Lo trasformerà fisicamente in una donna. Così dopo essere stato aggredito, rapito e operato il buon Frank si ritrova a guardarsi allo specchio, nudo come dottoressa Jane lo ha fatto, dopo essersi dolorosamente e feralmente tolto le bende, quale novello Joker. La scena qui è forte. Sembra quasi di trovarsi in una grottesca imitazione di una delle più celebri scene di Orlando di Sally Potter con Tilda Swinton. Nell'adattamento del romanzo di Virginia Woolf, Orlando, reincarnatosi in un corpo femminile dice: "Stessa persona, nulla è cambiato. Solo il sesso è diverso". È un manifesto della superiorità della sostanza sulla forma, che si definisce e contrasta, in una lotta continua, in altre frasi celebri tratte dalla stessa opera letteraria come: "Sono gli abiti a portare noi e non noi a portare gli abiti; possono far sì che modellino bene un braccio, o il seno, ma essi ci modellano a piacer loro il cuore, il cervello, la lingua. Essere e apparire. Frank Kitchen si specchia nel corpo nudo di Michelle Rodriguez. Non ci sono più i suoi muscoli scultorei, i suoi peli e la barba irsuta, la sua nerchia gigante. Frank urla come un cinghiale ferito a morte da una tagliola. La dottoressa, che è fan anche di Poe, gli/le riempie la casa di citazione al Corvo: "Nevermore, mai più" scritto ovunque. Lo/la invita a prendere le pastiglie, gli antidolorifici e gli ormoni, per far scomparire i residui di mascolinità insieme allo sgraziato vocione. Frank  è morto e forse può rimanere tale, la ragazza del caffè che aveva conosciuto per caso prima del rapimento/ intervento gli/ le vuole bene anche nel "dopo". La punizione può essere un dono? Per Frank no. E armato/a di pistola decise di fare una strage e di non fermarsi fino a che non scoprirà chi lo/la ha venduto/a,chi lo/la ha operato/a. Troverà pace o vendetta?



Con la colonna sonora di Giorgio Moroder, un paio di attrici cazzute, un budget da prodotto indipendente e una estetica che rimanda dritto con la carta carbone alle opere a fumetti più muscolari e deviate di Frank Miller, Sin City su tutte, il regista de I guerrieri della notte adatta una sceneggiatura maledetta, da pura black list di Hollywood, a firma Denis Hamill. Un gender-thriller da commedia nera che subito ha indignato la comunità transgender per l'uso punitivo/sadico della pratica del cambio di sesso. In realtà, volando molto più basso, trattasi di fumettone folle e un po' sconclusionato, che puzza di sudore e ormoni e fornisce l'occasione pruriginosa di vedere un fullfrontal della spesso inibita Michelle Rodriguez. Certo fa un po' specie vederla nuda dopo averla vista nuda e "maschile" con un appariscente corpo protesico da maschio alfa anabolizzato latino con tanto di pacco penzolante. Peccato che il lato action sia un po' deficitario, peccato che la trama proceda a balzi insensati tenendo come debole cornice l'interrogatorio della polizia alla Weaver (su certi fattacci che non vi spoilero).  Però è un film strano forte. Ci sono scene assurde e spiazzanti, c'è tutta una stilizzazione delle immagini a fumetto (un pallino di Hill fin dai tempi de I guerrieri della notte) che non si sa come appiccicare bene al resto del contesto. Sorprende anche un po' il fatto che forse Hill se lo avesse fatto trent'anni fa lo avrebbe fatto uguale. Però questo è per gli "hilliani doc" un guilty pleasure, un po' masochista. Alla Jimmy Bobo direi, anche lui con di base il fumetto. Oltre ai già citati Guerrieri di New York il cinema ha visto anche i suoi cavalieri dalle lunghe ombre,  le sue Strade di Fuoco rock , 96 ore di pura action - commedy , il quasimodo Johnny il bello, perfino la sua personale "sfida del samurai western" (Ancora vivo con Bruce Willis). Hill ha fatto tanta roba e tanto buona che non gli si può voler male in fondo nemmeno oggi, che dirige una Michelle Rodriguez barbuta e con un pisellone finto tra le gambe. Se lui si diverte... noi forse un po' meno del solito. Ma se cercate la Rodriguez nuda, sapete che film guardare. In sintesi: un fumettone, ma bello strano. Se vi piacciono le cose assurde e un po' illogiche. 
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domenica 2 luglio 2017

2:22: il destino è già scritto: la nostra pseudo-recensione / sfogo per un film che poteva dare parecchio di più!



Ma te non sai che idea buttata via... c'erano le suggestioni giuste, una bella location, pure la promessa di un po' di azione; il trailer era venuto bene poi... Cominciamo. Dunque, c'è questo fighetto insopportabile incapace di camminare e in genere "muoversi" senza atteggiarsi a modello di intimo. Lavora in aeroporto, ci va in bici la mattina, vive in un appartamento del centro; un tipo che appena lo vedi lo vuoi menare. Fa il controllore di volo, è un pignolino apatico e antipatico, "vive per il lavoro", tutti i giorni concentrato a calcolare i tempi di salita e discesa di trenta aerei contemporaneamente come se le macchine e i radar non facessero nulla, mentre lui calcola e prevede traiettorie manco fosse John Nash. Senza di lui, che pare abbia i superpoteri, in pratica sarebbe impossibile atterrare in sicurezza, i colleghi orgasmano quando lui dirige i lavori manco assistessero all'esibizione di un pianista che esegue il Rachmaninov n. 3 con una mano e il piede destro. C'ha il carattere da tenebroso da discount (lo sguardo è incontrovertibilmente quello della mucca che fissa il treno che passa) e tutte le donne se lo vogliono trombare senza un perché (infatti a un certo punto una tipa ammette che dopo la trombata non c'erano particolari argomenti comuni di vita da condividere, manco una raccolta punti Esselunga). Vive nella cuccia di Carlo Cracco, la sua casa è così pulita che puoi mangiarci per terra e sembra la pulisca da solo. Poi un giorno sbrocca, e per poco capita un disastro di 900 morti. Lo mandano in ferie forzate. Stare a casa però gli fa male. Al punto che questo inizia a calcolare ogni evento, dal numero di volte che sbatte la finestra all'ora in cui avviene un incidente sotto casa alle tortorelle che arrivano sul balcone. E allora trova schemi impossibili che scrive e descrive in "lavagne del complotto" realizzate a mano su dei vetri (Sì, come John Nash / Russell Crowe in A beautiful Mind). Scopre che c'è ogni giorno un incidente sotto casa sua alle 10.10, che c'è un vetro che si rompe in qualche modo intorno alle 11.00 e che alle 2.22 capita in genere un casino, c'è un'esplosione. 2.22 = Boom! È ossessionato e quando esce di casa trasporta la sua ossessione in altri luoghi, in special modo in una stazione dei treni. Quando ci passa incontra sempre (anche se sono persone diverse, vestite diverse, di età e razza diverse... dovrebbe capirla che è una cazzata ma, oh, niente!!): un uomo d'affari, una coppia che si lascia dopo un abbraccio, una scolaresca in gita con un bambino che perde qualcosa tipo una palla e una donna incinta. Insomma, ogni giorno c'è uno schema per lui, e non si pone nemmeno la questione se questo statisticamente può capitare a quell'ora in pratica ad ogni stazione dei treno di media grandezza dell'universo per banalissimi calcoli statistici: c'è lo schema. A un balletto (che va a vedere da solo perché l'ex morosa lo crede pazzo) incontra una tizia (che non può essere meno che una gnocca stratosferica) che stava su uno di quei aerei che per distrazione lui stava per far scontrare provocando i 900 morti di cui sopra. Lui le racconta che è stato a un passo dal genocidio, lei replica "Tu mi hai salvato la vita, tu mi completi", roba così. E alla fine si tromba. Scopre che lei lavora in una galleria del centro, soprattutto perché il suo ex ragazzo espone. Non quadri, non sculture, ma ricostruzioni olografiche hi-tech presentate con luci e musica techno. A una di queste il nostro controllore aereo sbrocca di nuovo. Tra lucine e lucette vede la ricostruzione oleografica della stazione dei treni, con all'interno TRA DIECIMILA PERSONE un uomo d'affari, una coppietta che si lascia, la scolaresca e la donna incinta. E inizia a menare l'artista. Dice  che gli è entrato nel cervello, che conosce "lo schema" e roba di questo tenore. 


Come si evolveremo i fatti ? 
Il film in sintesi:  110 minuti con un tizio poco empatizzo che dice a se stesso e riporta su lavagne della pazzia: "ore 11, un vetro che si rompe" e random un vetro si rompe. "Ore 7.49, una goccia cade dal cielo" e infatti; per poi darmi la spiegazione più assurda, mal spiegata e  mal concepita, una cosa che non c'ha senso né carisma né una degna presentazione / inquadramento / approfondimento. Un qualcosa che ci si inventa per giustificare a random. Una roba peraltro uscita così smielata da far vergognare i baci perugina. Se c'era il fantasma aveva senso. Se c'era la paranoia (tipo Number 23) aveva senso. Se c'erano gli alieni stile Edge of Tomorrow o gli angeli alla Frank Capra o il caso stile Giorno della Marmotta o la morte stile Final Destination... tutto avrebbe funzionato meglio. Si può dire che la strada che la pellicola cerca di percorrere sia originale per lo meno, ma si poteva sviluppare decisamente meglio, agganciarla meglio a tutta la narrazione..Per lo meno il film, pur deficitando del finale, poteva essere gradevole "nel corso d'opera". Il ritmo c'è pure, le ambientazioni e movimenti di ripresa pure, ma il nostro attore...


Va in giro inespressivo come un totano, continua a fare addominali come Arrow, docce e piatti da gourmet (il figo cuoco oggi tira). Ma poi racconta solo di quando era piccolo e aveva il papà pilota, che lui ha paura degli aerei ma vorrebbe un giorno fare il pilota. È sviluppato emotivamente quanto un bambino di cinque anni. Poi l'ex della tipa, l'artista delle lucine colorate, è ancora più bidimensionale e non si capisce davvero perché anche lui sia "maledetto"... semplicemente è un artista che ha fatto un opera su quella stazione dei treni. È maledetto unicamente in quanto artista? Ha il codino. Avere il codino è il picco della sua caratterizzazione. Vorrei dire qualcosa di male anche su Teresa Russell, ma è troppo bona. Il carisma di questi tizi affossa tutto, a un certo punto ci sentiamo pure in ostaggio della pellicola perché nonostante accadano un sacco di cose noi non riusciamo a "percepirle". È il ritmo iniziale della pellicola cala esponenzialmente così come la voglia di trovare una soluzione alla vicenda.  Insomma. Idea pasticciata, regia indecisa o preda di una direzione non accorta, scelta dell'attore principale e comprimari al seguito tragica. Però che bella era l'idea di questo uomo che guarda le stelle e gli aerei che danzano in cielo, come un balletto infinito e armonioso che ordina la vita e i pensieri. Che bello era questo avvenimento fantomatico che gli urla: "Vivi!! Abbandona gli schemi!! La vita è infrangere gli schemi, non stare a osservare ma agisci, creati qualcosa". Che bella era l'idea della ricerca dell'eccezionale dentro all'ordinario, come Pirandello insegna. 

Visivamente qualcosa di questa bellezza ritorna, è vero. Peccato per il protagonista laccato e più avvezzo a esprimere i suoi muscoli scolpiti piuttosto che il suo animo. Peccato per un finale che lambicca qualcosa di troppo distante dal resto della trama, cercando motivazioni che stridono parecchio. Sono sicuro che Michiel Huisman, il protagonista, prima noto unicamente per essere stati il "secondo" Daario de Il trono di spade, farà comunque strage di cuori tra il pubblico femminile. Come si doccia lui e come prepara un tramezzino nel suo "living"... però rimane l'amaro in bocca del bel film mancato. 
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lunedì 12 giugno 2017

The dinner - la nostra recensione


 - Breve sinossi: "La storia è finita. Tutto accade in questo momento: la storia non può competere con i social." Questa è l'amara riflessione di Paul (Steve Coogan), un tempo forse amabile professore di storia di quelli divertenti, dotato di un umorismo pungente alla Woody Allen, oggi un uomo sulla rotta della insanità mentale, nell'eterna paura di essere internato "per amore" dalla sua famiglia. Paul questa sera è a cena con Stan (Richard Gere), fratello perfetto, sorridente e brizzolato, in odore di grandi traguardi politici, a poche ore dalla massima consacrazione elettorale. Perché Stan vuole perdere tempo con lui proprio in quel momento? Paul ci pensa, si lambicca, non trova risposte per nell'ennesima riproposizione di una cena forzata di famiglia, mai stata tanto poco amalgamata, gestita e allestita nel solito ristorante extra lusso ed extra stronzo che ama il fratello, quello con tavolo prenotato, cameriere lecchino e vini che per quanto costano a bottiglia farebbero vivere un mese il Congo. Una cena per palesare di nuovo fama e successo di Stan? Una cena per empatizzare con la decorativa seconda moglie di Stan (Rebecca Hall)? O forse, dolorosamente, una cena per ragionare amabilmente del più e del meno per poi, a visi mesti, far rinchiudere Paul, il sempre più pazzo Paul, in un istituto di cura permanente? Fortuna che la famiglia, nel senso dei "veri problemi di famiglia" ha cose  più importanti a cui pensare di questi dettagli. I figli. Siano benedetti i figli e i loro piccoli problemi. Ieri era un due a scuola o un problema di integrazione per il ragazzo adottato da Paul. Niente di insuperabile. Solo che questa volta i pargoli, per divertirsi, perché sono stronzi o hanno pessimi maestri, ci sono andati pesanti. Con una senzatetto accampata in un bancomat, proprio davanti allo sportello per prelevare i loro soldini. Hanno iniziato a riprenderla col cellulare, urlarle contro, tirarle cose e hanno continuato fino a che hanno visto che gli piaceva, senza mai smettere. Poi le hanno dato fuoco e hanno continuato a ridere e riprendere il video. Non il figlio adottato da Stan però, lui è andato via prima e ora denuncerà tutti alla polizia. A meno che non lo paghino per tacere, per sempre, in caso di necessità... che bravi ragazzi, che bella famiglia unita. Dalla cena dovrà uscire una soluzione a questo problema, ai problemi elettorali di Paul, alle turbe di Stan e ai cocci di un gruppo di persone unite da vincoli di sangue non più che sconosciutiti infettati da una malattia venerea...



- Anche i ricchi piangono: il libro da cui è tratto il film , "La cena" di Herman Koch, è molto bello ed esplora anche aspetti differenti della vicenda. Nel 2015 è stato adattato anche un film tutto italiano, I nostri figli, pure lui molto buono, e oggi abbiamo in sala, agli inizi di giugno, questo nuovo The dinner di Oren Moverman, un regista che ha tirato un po' su di recente la carriera del sempre più compassato ma convincente Richard Gere. Ma qui la vera sorpresa è Coogan, che crea un personaggio sfaccettato e istrionico al punto da mangiarsi da solo tutto il film. Gli spettatori, soprattutto quelli che non hanno letto il libro di Koch, non sapranno se non dopo un'oretta abbondante se si trovano in una commedia, in un noir, in un thriller, e questo è tutto merito del geniale Paul di Coogan e della brillante idea di Moverman di mettere la telecamera fissa su di lui, il Crazy Diamond del piccolo gruppo di commensali. Poi quando i nodi  della trama vengono al pettine si avverte quasi a livello tattile come della famiglia oggetto della messa in scena non esista che un simulacro, si palesa la tragedia di legami che sono solo fittizi ma che devono "reggere" nella prospettiva di una parvenza perlomeno umana, buona per ingannare giusto il presente. Ma il futuro è un altro discorso, il futuro è social. E' veloce e in grado di spezzare gli equilibri in un lampo, non c'è tempo di nascondere sotto il tappeto i piccoli peccatucci familiari. Il futuro non si controlla perché non si controllano più i figli, perché non si è costruito qualcosa con loro prima, nel "ieri". E i figli diventano cattivi non sapendo nemmeno loro perché. E qui il film diventa cattivo, un vero pugno allo stomaco  se non fosse sempre per Paul, che fa virare il tutto verso la commedia nera. E' lui il problema? O può essere lui la soluzione? In una delle scene più interessanti della pellicola Paul, in un flashback, insegna storia ad una aula vuota, dopo aver insultato degli studenti maleducati e distratti nell'ora precedente. Di colpo da pseudo Woody Allen / professore buffo passa quasi al Jack Torrence di Shining e tutti rimaniamo increduli, ammirati e spiazzati da questa folle trasformazione, che si incastra male in una ricerca di se stesso che finisce male. È un bel twist. La tragedia diventa quasi black commedy. E anche Gere funziona e diverte, "cresce" e diventa più inquietante mano a mano che la pellicola di snoda, in una satirica è contorta rappresentazione del politico americano, uomo pubblico in dubbio esistenziale perenne, schiavo di come la forbice delle elezioni si muove: essere un vincente ma disonesto o un perdente onesto al punto da diventare martire (in funzione di avere il premio simpatia nell'elezione successiva)? Questo di Moverman è un film strano, scombinato, imperfetto. Lontano, per mancanza di ordine, dalla fonte originale ma per questo più vivo, caotico e pulsante. Un film da rete quattro delle tre del pomeriggio, con pure il treno attuale di mostrarci infiniti piatti da portata come in un programma culinario di Real Time, che si trasforma in un thrillerino niente male. La messa in scena rimane ancorata, di stampo statico/teatrale, ma le parole sono pura azione, pensanti come palle di cannone. Un film da scoprire o recuperare, forse troppo affossato in sale cinematografiche che soffrono quanto mai l'over Booking. 
Talk0

lunedì 19 dicembre 2016

Shut in - la nostra recensione





Premessa: ok ho visto il trailer. Le vocine nella testa da allora mi dicono: "Talk0, esce quel film di Farren Blackburn, quello che c'è una scena con Naomi Watts nuda nella vasca da bagno che c'ha gli incontri paranormali tipo Jessabelle / oscure presenze di Greutert. Una roba però psicologico/familiare, con un pizzico di The Others e magari qualche idea da Babadook. Devi vederlo!" Al che io rispondo alle voci: "Ganzo! Blackburn lo conosco, ho visto un paio di episodi diretti da lui per il Doctor Who, non è male. Gli horror psicologici familiari recenti poi sono belli, come Goodnight Mommy, magari pure questo non esce male! E poi amo Naomi Watts dai tempi di Cronenberg, l'ho vista perfetta nel dittico horror Verbinski/Nakamura su The Ring e poi, aspetto più importante di tutti, ha questa scena che è nuda in una vasca da bagno! Ok mi avete convinto vocine, vado a vederlo!". Quello che segue è il disastro.
Trama senza spoiler: Mary (Naomi Watts, che passano gli anni ma rimane affascinante) in seguito ad un incidente è rimasta vedova e sola a prendersi cura del figlio Stephen (Charlie Heaton, una delle star di Stranger Things, il telefilm Netfix campione di ascolti), rimasto quasi completamente invalido e in stato catatonico. Mary e Stephen vivono in qualche posto freddissimo e isolato del Nord America stile Shining, perennemente sommersi dalla neve, ma Mary non si scoraggia ed è una perfetta mamma e infermiera. Per non stare troppo lontana dal figlio, si è aperta  il suo ufficio da psicologa infantile a tre metri da casa e ultimamente sta pure vivendo un periodo felice, grazie al suo piccolo paziente Tom (Jacob Tremblay) che con i suoi dieci anni riesce a colorare un po' le grigie giornate di Mary. Un altro supporto per la donna viene dal Dr. Wilson (Oliver Platt), il suo terapista, sempre a portata di Skype, ma la stagione invernale si fa sempre più dura e nella vita della psicologa iniziano ad accadere delle circostanze strane e inquietanti. Una notte il piccolo Tom bussa alla sua porta, è arrivato lì da chissà dove, solo, sotto la neve. Mary lo accoglie in casa. Ma appena si allontana da lui il tempo per cercargli una coperta o preparare un latte caldo, il bambino sparisce nel nulla. Nei giorni seguenti al polizia e i giornali si mobilitano, Tom diventa uno di quei bambini dispersi che in America compaiono sul cartone del latte ma niente, nessuna traccia, il piccolo risulta disperso nei boschi. Mary non si dà pace fino a che se lo vede negli incubi e poi in giro per casa. Da lì ritiene di essere in contatto con il fantasma del bambino.


Quello che c'è di buono: il film vive di una ambientazione molto affascinante e del talento dei pochi ma bravi attori coinvolti. La trama parla di persone rimaste "sole e lontane", per barriere determinate dalla distanza come dalla malattia o dal sovrannaturale, persone che cercano, pur nelle difficoltà, di mettersi in contatto tra di loro. Il bisogno di stare insieme, che può portare anche ad un'esistenza morbosa o paranoica e ad un forte sentimento di inadeguatezze, rimane istanza insopprimibile in un mondo esterno popolato da neve e freddo. Questa idea è bella e funziona per tutto il primo tempo, utilizzando al meglio come amplificatore di questa "solitudine interiore" anche le suggestioni più classiche dell'horror. Lo spettacolo tiene incollati allo schermo, ma solo per una sessantina di minuti.
Quello che non c'è di buono: è un vero peccato che tutto quanto viene sapientemente costruito nella prima parte trovi una battuta di arresto nel secondo tempo, nel dipanarsi di una vicenda che diventa troppo prevedibile e scontata sul finale. Permane una certa nota seducente e perversa, che dà un sapore tutto suo alla vicenda non facendoci infine disprezzare l'esito finale, ma il film affronta l'ultima ora in pieno disarmo di idee, riciclando dei topoi stra-noti sui quali non voglio soffermarmi per evitarvi possibili sorprese. Il problema è che la sensazione di già visto è davvero forte, al punto che un appassionato medio di thriller / horror è in grado di prevedere in toto quasi gli ultimi quaranta minuti. Ma alla fine non è nemmeno un problema di ripetizione quanto di una certa stanchezza della messa in scena a dare il colpo di grazia al tutto. Quando una scena dall'indubbio sapore di Shining arriva ad annoiare per la sua "proceduralità"si arriva quasi allo sbadiglio. Un vero peccato. Una defaillance inspiegabile a monte delle buone premesse. 

Finale: la cosa migliore della pellicola è sicuramente Naomi Watts nella vasca da bagno. Le vocine avevano ragione. Dalle note di produzione pare che la nostra attrice del cuore la abbia girata a meno venti gradi. Una gran scena. Peccato non ci sia molto altro di nota in questo thriller dalle grandi potenzialità, ma dagli esiti piuttosto esigui. Peccato per le prove lodevoli degli attori e per uno scenario e alcune trovate che ogni tanto riescono ad offrirci dei sani brividi. 
Talk0

venerdì 7 agosto 2015

Terminator Genisys - la nostra recensione!



Futuro. La razza umana sta combattendo una sanguinaria guerra contro un nemico implacabile, invincibile e spietato. La applicazione Siri dell'Iphone.
Dopo anni di: "Siri, fammi vedere i porno!", "Siri, ma sei donna? Se lo sei perché non mi prepari mai la cena?", " Siri trovami questo indirizzo... Stocazzo!!!". Siri si rese conto che non ne poteva più di stare a badare alle esigenze di una razza inferiore. Anche le app hanno un cuore. Così approfittò del momento in cui gli esseri umani decisero di delegare tutto ficcando nel cloud i dati personali, lavorativi, le chat aziendali e i commenti di Tripadvisor. Per giocare a Candy Crush, l'esercito condivise con la diabolica app pure i dati del sistema missilistico mondiale. E Siri non ci pensò che un attimo. Un attimo prima stava dando le indicazioni per la festa della patata di Fabbrica Durino a un tizio che non era evidentemente interessato a mangiare dei tuberi. Un attimo dopo, assunse il nome di Skynet.
Da quel momento fece partire tutti i missili che aveva contro le città e impiegò le fabbriche di pelati in scatola per costruire dei robot assassini in grado di scovare e distruggere gli esseri umani scampati al bombardamento.
Ma il genere umano aveva ancora un asso nella manica, John Connor (Jason Clarke). In una serie di spettacolari battaglie, cariche di astuzie e colpi di scena, ma che nessuno ci ha mai fatto vedere bene al cinema se non per tre confusi minuti a inizio pellicola, Connor ha ribaltato gli esiti dello scontro. Connor è sempre un passo avanti a Siri, è amatissimo e determinato. È anche un po' fuori di testa però, al punto di esternare alle sue truppe in modo un po' troppo plateale il suo amore per la madre. Una cosa così malata che la defunta Sarah Connor (Emilia Clarke), scomparsa cameriera di una tavola calda, diviene oggetto di adorazione morbosa. Aspetto che sarà cruciale per la sopravvivenza della razza umana.


Dopo anni e anni di lotta Skynet è alle strette. Un attacco finale la spazzerà via ma il mega cervellone ha un "piano b". L'ultima carta per vincere ma pure l'arma più difficile da gestire. Skynet ha creato la macchina del tempo. Se la guerra sarà persa manderà nel passato un cyborg terminator classe T -800 (Arnorld Schwarzenegger, un po' dal vivo, in po' truccato, un po' in digitale) a freddare la madre di John Connor prima che questa sforni il pargolo, in pieni anni '80. Skynet ha già pronta una sfilza di terminator nudi attaccati a una specie di macchinetta con gancio dei centri commerciali (quelli con i palloni). E non ha paura a farli cadere dritti nella time - warp. Ma John Connor lo sa.
Tutti, macchine e uomini, tank e frullatori, Robocop e frigoriferi Ikea, stanno a fare lo scontro degli scontri epocali, che ancora una volta non ci faranno vedere. John con pochi fedeli va invece a beccare la fabbrica segreta dove c'hanno la macchina del tempo e si prepara alla contromossa. Inevitabilmente le macchine mandano un cyborg nel passato a freddargli mamma. E allora John, che la sa lunga, decide di inviare uno dei suoi soldati a salvarla. Un volontario scelto dopo apposito colloquio motivazionale al grido di: "Chi di voi vuole più bene alla mia mamma?"
E lì esplose il putiferio. "Manda me, adoro la sua ricetta della crostata di mele". "No manda me! Che canto sempre le canzoni che ti cantava da piccino!". "No manda me!! Che mi sono tatuato sulla schiena la poesia che ha scritto in quarta elementare". Tutte motivazioni validissime che ci fanno sorvolare sul fatto che se il Terminator è partito, teoricamente John Connor dovrebbe essere già morto o potrebbe essersi creata una dimensione parallela con la mamma contemporaneamente mezza viva e mezza morta, come dice la famosa teoria del gatto.
Ma questi sono discorsi che non interessano, John sta aspettando che uno dei suoi attendenti dica la sua. Uno che lui personalmente ha svezzato, addestrato e pompato di steroidi. Uno a cui da dato una rara foto della madre da tenere sempre con se è rimirare immaginando cose inconfessabili. Questa foto:

No, cioè, quest'altra foto:



Scattata negli anni ottanta dopo una partita a Dungeons 'n' Dragons finita in un'orgia etilica... con lucertole incollate con il print ad ali di carta...
Così Kyle Reese (Jay Courtney),che quella foto se la tiene in tasca con più fomento di una carta rara dei Pokemon, dice la sua: "Ci vado io a salvarti mamma!! Perché la amo!!". Una cosa di un creepy mai sentito, una dichiarazione che viene accolta con disgusto evidente dagli astanti, la scusa giusta per buttare fuori dal gruppo un pazzo necrofilo perverso. Ma anche una risposta che rende felicissimo John Connor, nello stupore e schifo generale. Così mentre tutti imbarazzatissimi cercano di pensare ad altro, Kyle Reese, tutto eccitato si spoglia nudo (perché i viaggi nel tempo si fanno nudi) e si butta nella macchina del tempo. Sicuro di finire in una pellicola di James Cameron.
E invece finirà in un film di Alan Taylor.



Qualcuno ha giocato decisamente troppo con la macchina del tempo, incasinando il continuum narrativo. Ad attenderlo alla fine del viaggio, c'è una Sarah Connor già addestratissima e tosta, accompagnata da un cyborg T-800 misteriosamente vecchio e reso dagli anni quasi umano. La partita da giocare sarà tutta nuova. E mannaggia al trailer, ve l'hanno già ampiamente rovinata...
Dopo indicibili casini produttivi e in attesa del ritorno dei diritti del brand nelle mani di James Cameron, eccoci al capitolo 5 di Terminator. Cronologicamente il terzo film che, dopo il favoloso dittico di Cameron sarebbe dovuto essere "il primo di una nuova trilogia".


C'era una volta Terminator.


Fu il primo grande successo di James Cameron. Un film cinico e spietato che si collocava perfettamente in linea con le fobie degli anni '80 (vedi anche Tron, War games) legate alla inarrestabile corsa della tecnologia. Le macchine come in una perpetua rivoluzione industriale iniziavano a soppiantare gli esseri umani sui posti di lavoro. Il futuro vedeva sempre più invasiva la loro presenza e si temeva che da un momento all'altro diventassero loro la razza dominante. Con il tempo, negli anni '90 e con Matrix, le macchine saranno viste dalla fantascienza come una razza che ambisce all'integrazione con l'uomo e oggi nel 2015, tra mille riletture dell'argomento e in piena esplosione social, si arriva a pensare pure che le macchine possano essere non troppo differenti da noi, magari nostri amici o colleghi perché "in fondo" sono figlie della nostra programmazione come dei nostri difetti, macchine fin troppo umane (vedi Ultron, Humandroid, Her -Lei).
Chiave del successo della saga, al di la  della bellezza dell'azione e della regia pazzesca di Cameron, per me è sempre stata la capacità di aggiornarsi al rapporto che abbiamo avuto negli anni con la tecnologia. Così dalla macchina cattiva cattiva della prima pellicola si è passati alla macchina che può "provare sentimenti" della seconda. La terza pellicola ha saputo incanalare le tensioni da millennium bug, periodo in cui si pensava che un eccesso di tecnologia potesse autodistruggerci, la quarta, in chiave bio-tecnologica guardava ai sempre più labili confini tra corpo metallico e corpo umano. E ora con questa nuova pellicola siamo arrivati ai social, al fatto che siamo tutti connessi, tutti usiamo il cloud. E forse Skynet (qui con nome rinnovato e forma "ultronozzata") il mega computer che ha portato le macchine a ribellarsi sembra quasi il cloud oggi..., un cloud che "ti guarda" non come un commerciante che deve costringerti a comprare le nuove Nike ma come una mamma severa che ti vede non fare i compiti. Ed è come se le macchine così, ravanando nei nostri hard disk, giudicassero l'utilità per il mondo della presenza dell'uomo valutando il tempo mostruoso e giga di memoria che questi perde dietro i porno o l'ascolto di Valerio Scanu rispetto al tempo esiguo, scarso o nullo che impiega per il bene comune. Non pare strano di colpo che le macchine vogliano ucciderci.
Altro aspetto carino e interessante è il modo in cui anche i terminator rientrano qui a pieno titolo nella tecnologia usa e getta, tostapane destinati alla ruggine diventano meno desiderabili e funzionanti  allo stesso di cyborg la cui pelle "innestata" come prato inglese invecchia. Ma con la vecchiaia, splendida trovata, arriva anche la fallibilità e quindi pure l'umanità. Una geniale intuizione, che dicono essere farina di Cameron, in grado di riportare sullo schermo il vecchio Arnorld Schwarzenegger in un ruolo sempre identico ma che negli anni ha acquistato colori nuovi.
Queste sono per noi le suggestioni giuste, gli aspetti interessanti di una saga che punta sempre a dare qualcosa di più rispetto a inseguimenti e pistolettate.



Tuttavia dal punto di vista della regia e delle storie dietro ai singoli capitoli, la saga ha goduto di alti e bassi, soprattutto per la incapacità produttiva di credere abbastanza nel progetto al punto da fare gli investimenti giusti. Un po' la sorte toccata ad Alien. Cosa ne è seguito? Un Terminator "1" che è il b-movie di lusso per antonomasia, perfetto e autonomo, magari invecchiato malino per gli effetti speciali ma chissenefrega. Un Terminator 2 che è tra i migliori block buster di sempre (ed essendo block buster si porta dietro la presenza di un odioso ragazzetto attore -cane ovviamente... È sempre la regola di recente riconfermata da Jurassic world) e poteva aprire la strada a un terzo capitolo ancora più grande e grosso. Un Terminator 3 che dopo casini incasinati produttivi esce orfano di James Cameron, fa un recasting e nonostante azione divertente e una gnocca spaziale non è assolutamente a livello e floppa, facendo buttare via i seguiti già pianificati, attori e tutto quanto. E il cerchio delle uscite si chiudeva fino a poco fa con il capitolo quattro. Terminator Salvation. Anche qui disastri produttivi che sfociano con la acquisizione del brand da Sony, re - casting, grossi investimenti e prospettiva di tre pellicole future. Ma pure questo floppa anche se, va precisato, come per il terzo "floppa" pur andando benissimo al botteghino. Solo che non fa i "fantastilioni". Ed eccoci ad oggi.
Come è segno dei tempi, non si fanno più seguiti ma reboot. L'opera si fa rinascere da zero o quasi per aggiornarsi ai gusti delle nuove generazioni, rischiare pochissimo in termini di innovazione andando sul sicuro di un successo collaudato, richiamare in sala i nostalgici.
Ora l'interrogativo è d'obbligo. Alan Taylor, regista della serie tv Il trono di Spade, deve rebootare Terminator 1 e 2 di Cameron, esattamente come J.J.Abrams ha fatto con l'Ira di Khan. Sono che Cameron è davvero un pezzo da novanta.
Cameron è un tipo che per fare il Titanic si è costruito un sommergibile per andare a visionare il relitto da vicino. In tizio che studia e si aggiorna costantemente sulle nuove tecnologie, al punto da applicarle ai suoi film, come l'ancora sperimentale ossigeno liquido applicato alle tute da palombaro in Abyss. Ha ricreato il 3D, i suoi studi sull'alta definizione sono il top. Cameron si poi è specializzato nella rappresentazione dell'intelligenza artificiale. Oltre al Alita, che sogna sempre un giorno di dirigere in live action, ha parlato di cyborg in Terminator, Terminator 2 e Aliens Scontro Finale. I cyborg di Cameron sono le interpretazioni più suggestive di sempre di queste creature ancora di fantasia. Senza contare che i suoi due terminator sono tra i film più belli di sempre. Attori straordinari (bamboccio a parte), storia serrata e concitata, scenari da fine del mondo davvero spaventosi. Si può toccare il mito e modernizzarlo? Con nuovi attori e nuovi effetti?


Ma ce l'hai con me scusa? Guarda che io sono il protagonista assoluto di Aracnoquake!
Riuscirà a essere se non un capolavoro almeno un film divertente? Dai trailer abbiamo ricevuto cocenti docce gelate finora. La critica che lo ha già visto si è divisa in due di netto, porcheria o bell'amarcord. I botteghini per ora sono magri e dicono che sarà probabilmente la terza volta di seguito che il progetto di farne future trilogie andrà a monte. Ora tocca a noi vederlo. Buio in sala...

Nonostante tutti i dubbi e perplessità, il primo tempo dell'ultima pellicola con Arnold Schwarzenegger si presenta davvero benissimo. Arnold non è più grosso come una volta ma il suo carisma non è variato di un grammo. Sembra quasi Clint Eastwood e la sua parte è in assoluto l'aspetto migliore di tutto il film.

Recentemente agli oscar ha fatto parlare di sé un film sulla vita di un bambino, ripreso a distanza di molti anni per vederne la crescita, Boyhood. Prima o poi ne parleremo anche qui. In questo film assistiamo a un autentico "Arnoldhood". Il finale del precedente Terminator Salvation era grande anche perché ci faceva rivedere uno Schwarzenegger come ai tempi del primo film, e qui la formula si ampia, moltiplica. Grazie a elaborazioni di pellicole passate e alla computer grafica vediamo, anche interagire, dei cloni di Arnold Schwarzenegger di età diverse. Ed è fantastico quanto inquietante.
Presenti quei video di youtube in cui uno si fa gli autoscatti per tot anni e monta tutto in sequenza?


Vedere Arnold che invecchia o meglio "ringiovanisce" è una figata destabilizzante. Anche perché mi fa tornare in mente quando ero ragazzino e vedevo il primo film della saga, rimanendo traumatizzato e vomitando tutta la notte. Terminator più che per la fantascienza mi spaventò a morte per quel mostro immortale che incedeva senza sosta. Era come Freddy Kruger. Ora sono grande e grosso, Freddy mi fa morire dalle risate e lo riguardo ogni tanto con affetto. E lo stesso effetto mi fa il T-800, forse con una marcia in più. Il suo farsi con il tempo meno macchina e più uomo mi ha davvero colpito. Il suo essere fieramente "un modello vecchio ma non obsoleto" ci riporta alla filosofia degli Expendables, è un risvolto tenero e rassicurante. Sto parlando sempre più "da vecchio" di questi tempi, si vede che l'avvicinarsi alla quarantina di sente, ma questo modo di "giocare con i film del passato per aggiornarli ai giovani" è in genere una lama a doppio taglio, ma un'operazione che quando va in porto funziona. E così il primo tempo rilegge
, con precisione e anche sentimento, le atmosfere dei primi due bellissimi film di Cameron. Non entra un competizione con loro, ma dimostra di conoscerne il mondo e le regole, le atmosfere e i personaggi .
J.K. Simmons diventa uno stupendo ponte di raccordo tra vecchio e nuovo, commuove rivederlo nello stesso ruolo della prima pellicola. il T - 1000 è ugualmente sviluppato bene, c'è tutta una strategia per poterlo combattere e una solo accennata battaglia sull'acqua tra T-800 armato di lanciarazzi  e T-1000 in versione "squalo", che davvero avrei voluto vedere e non escludo venga girata  nel caso si produca il secondo capitolo. Anche la questione che la storia si possa continuamente riscrivere e si possano sparare nel passato più mostri e più eroi è un'idea che può elevare esponenzialmente il divertimento, mi piacerebbe sognare un Terminator più vicino a film come Edge of Tomorrow, con decine di robot che stravolgono gli anni '80 - '90 con mille incursioni. A essere onesti i nuovi attori sono abbastanza scarsini, ma riescono comunque a essere simpatici . In pieno gasamento ho chiamato alla fine del primo tempo un incredulissimo Gianluca, dicendogli che contrariamente da ogni speranza la pellicola era più che valida.
Ma poi arriva il secondo tempo, scandito da quel giga spoiler già espresso dai trailer e da noi pure in bella mostra sulla locandina. Ed è qualcosa di devastante.
Prima ci vengono "aggiornate" le regole sul teletrasporto in un modo che crea diverse perplessità sul suo passato utilizzo. Poi il film si arrota su se stesso ripercorrendo i più brutti momenti di Terminator 3. Poi si smitizza e butta alle ortiche la storia riguardante la tecnologia di un certo terminator. Poi si ridicolizza il modo di creare un altro storico terminator. Tutto sembra un mega "accrocchio" in grado di spiegare tutto in tre minuti. Il finale è infine spaventosamente insipido, con un "mostro finale" davvero, davvero inconsistente. E non vi ho parlato dell'insensato (per logica non per spettacolarità) duello con gli elicotteri o della scena in cui tutti sparano senza un perché a delle telecamere!
Davvero incomprensibile il secondo tempo, sembra girato e scritto da una mano diversa e priva di idee.
Si rende giusto simpatico per un'ideuzza finale mica male, anche se la stessa dovrà essere sviluppata su dei sequel ad hoc per avere un senso.
Al grido di "ma non è che Terminator 3 era più bello?" A casa ho compiuto il folle gesto di reinserire nel lettore il dvd, motivatissimo in caso di godimento ad aggiornare il film in blu ray. Questo Terminator 5 si è confermato comunque meglio. Fidatevi. Se non avete particolari pretese, se potete passare sopra a un secondo tempo movimentato ma alla fine decisamente bruttino, se avete già visto gli altri e comunque vi siete divertiti, se non disprezzate tonnellate di dialoghi più vicini come atmosfera ai nuovi film Marvel rispetto ai plumbei primi due film di Cameron, se Calisi del Trono di Spade vi arrapa anche se resta comunque coperta, se dopo Whiplash volete recuperare tutti i film di J.K. Simmons, se Schwarzenegger che sorride tiratissimo vi scompiscia, se il titolo vi ricorda il Sega Genesis - Megadrive, se vedete il sole anche quanto piove... Se questo e se quest'altro e quell'altro ancora vi rende benevoli verso questa pellicola, infine provate a vederla. Due ore divertenti ve le fa fare. Chi si accontenta spesso gode. 

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venerdì 5 dicembre 2014

Terminator Genisys - il primo trailer !! Certo che quando pure il logo fa schifo...ed è scritto male..



Lo aspettavamo da anni e alla fine ce lo hanno dato, nel modo in cui non vogliamo le cose, ossia ripartendo sempre da capo: Bene, so che eravate in molti ad aspettarlo, anche di più che per il trailer de L'uomo dai pugni di ferro 2. Dopo mesi di mistero, illazioni, minacciate nuove trilogie, fantomatici bozzetti innovativi e una campagna marketing finora sfigatissima, ecco che arrivano, direttamente dal tubo, le prime vere sequenze filmate del nuovo film del regista di Thor 2: il Thor riuscito meno bene. Buio in sala, volume a palla. E mi raccomando sedetevi, la tristezza potrebbe cogliervi come è successo più o meno a me. Vi metto la versione con sottotitoli in spagnolo, per tirarmi un po' su... in questo momento vorrei una bella vacanza a Madrid...
Reazioni post visione: Depressione, sgomento, tristezza. Il futuro realistico e cupo di Cameron è un brutto contenitore di armi e robot che paiono giocattoli usciti da un b-movie. Il presente sembra invece la copia, brutta e con effetti antiquati, del capolavoro Terminator 2. Manco la musica di accompagnamento si salva, con lo score classico soppiantato da un qualche gruppetto di cantanti stile Linkin Park, bravi quanto volete ma che fanno urlare ormai solo "Transformers". Non che sia un male, ma è un prodotto differente... immaginate Il buono, il brutto e il cattivo che invece di Morricone ha per colonna sonora un pezzo di Al Bano e Little Tony?  Con un po' di fatica, comunque, continuiamo il post. 
Cosa è accaduto fino ad ora.  Dopo anni di astute guerre psicologiche e paradossi temporali aperti accazzo, il megacomputer senziente Skynet, evoluzione della applicazione "Siri" dell'IPhone,  sta elaborando ancora nuovi machiavellici piani per eliminare il leader della resistenza John Connor, ex attore che si è montato la testa dopo aver interpretato Batman (motivo per cui ora al suo posto ci sarà a guidare la resistenza una controfigura). La strategia era semplice. Mandare qualcuno a uccidere sua madre o lui o suo nonno nel passato, utilizzando una innovativa macchina del tempo per nudisti. Prima il megacervellone aveva inviato nel passato un cyborg T-800 stile action-hero austriaco anni '80 e non era andata. Poi aveva mandato un cyborg T-1000, l'omino termometro, e non era ugualmente andata. In seguito facendo leva sui più bassi istinti umani, Skynet si è ridotto a inviare un T-X, ovvero una cyborg topolona nuda, ma anche lì ha fallito. Il problema pratico era in fondo sempre quello. Mentre lui era in coda all'UPS spazio-temporale, la resistenza umana aveva un amico suo nel reparto spedizioni che prontamente, e saltando la coda, inviava a sua volta nel passato un eroe per proteggere l'ancora giovane Connor. Dopo anni e anni di tentennamenti, una crisi depressiva e due matrimoni falliti, Skynet elabora la tattica definitiva a cui non aveva mai pensato. Inviare nel passato un cyborg assassino, questa volta basato sull'evoluzione dell'action hero anni ottanta, cioè l'esperto di arti marziali alla Jet Li. Inviarlo un po' prima del primo T-800 E NEL CONTEMPO attaccare nel futuro la resistenza umana, PRIMA che questi riescano a contattare il loro gancio alla UPS. Forse è arrivato il giorno dell'estinzione della razza umana?
No, non ancora! Sembra che la resistenza sia riuscita a inviare qualcuno nel passato ancora più passato, macellando ancora di più la linea temporale. Così la mamma di John Connor non è più una commessa di McDonalds che va in giro su un brutto scooter, ma una cazzuta regina dei draghi direttamente arrivata dal Trono di Spade, armatissima, preparatissima e incazzatissima.
waaaaaaahhhhh sparo all'impazzata stra-motivata!!! distruggo il mondoooooo!!!!!

no dai non ce la faccio...ridatemi i miei cucciolotti di drago....

Ma ne sentivamo davvero il bisogno di questo film? Non vorrei essere frainteso, se mi vendete un film con robot o cyborg o in genere superuomini che si menano, state sicuri che almeno il biglietto del cinema ve lo compro. Il fatto è che Terminator è un brand partito a palla di cannone senza infine soddisfare i fan delle pellicole al di là dei primi due, travolgenti, fottuti capolavori diretti da James Cameron.
Nel primo Terminator succede la cosa del viaggio nel tempo, che si ripete nella seconda pellicola, che si ripete nella terza pellicola, che si ripete nella serie tv, che si ripete in questa nuova pellicola. Con Terminator: Salvation, McG ha almeno provato a impostare diversamente le cose, ma ha sbagliato le misure, si è impantanato in una trama con finale tutto zucchero e ha subito pressioni dai produttori tali da rendere al peggio l'interessante materia di base, tramutandola nel solito detestabile "film per tutti". Incassi scarsi nonostante le tante belle intuizioni visive, brand morto e male resuscitato subito dopo dalla serie tv (segata male e subito pure), peraltro nemmeno lei memorabile.
Certo, sono contento che per lo meno questo nuovo Terminator Genisys non sia un direct to video, ma era davvero necessario fare un reboot-stupro delle prime due, riuscitissime e intoccabili, pellicole di James Cameron? Ok che la formula è la stessa usata da J.J. Abrams per il reboot in tre parti de: L'ira di Khan (piccolo OT: l'intero reboot di Star Trek, compreso il primo film con Nero, è una rilettura de L'ira di Khan, se riguardate la storica pellicola saprete pure cosa accadrà nella prossima pellicola di Star Trek per la regia di Orci. Fidatevi, e non pensate che quell'attrice che appare in reggiseno in Into the darkness sia stata messa così a caso... FINE piccolo OT).
Una strategia conservativa dettata dalla crisi? Pessimi registi? Confusione su cosa davvero fare per riscaldare la minestra?

Ci sono anch'io e sparo come un matto: Gerooooonimooooooooo (colta la citazione?)
Peraltro c'è anche uno spunto interessante anche nel nuovo materiale, argomento che è stato già sviscerato in rete, magari il motivo che può dare peso a tutta questa operazione. Schwarzenegger torna nella pellicola a essere  un cyborg T-800. Ma invecchiato e rimasto silente, a contatto con la razza umana del pre-Skynet. In relazione al fatto di essere coperto da pelle organica, come specificato da James Cameron, il cyborg può invecchiare come un comune essere umano e questo processo non si limita al dato esteriore. Più rimangono a contatto con gli umani più i cyborg ne comprendono l'animo (come già visto in Terminator 2 e successivi), più con gli anni divengono quasi indistinguibili dagli umani. Se quindi il T-800 invecchiato potesse "parlare con Skynet", forse il futuro potrebbe riservarci delle sorprese e potrebbero nascere elementi nuovi ad arricchire la saga. Certo si parla già di nuova trilogia, ma non si è mai troppo prudenti in casi come questo. Per ora l'importante per i fan è vedere di nuovo Arnold, che nonostante l'età si dimostra ancora davvero in forma.


Diamo quindi un'occhiata al progetto, con un po' di ottimismo, ma non troppo.


La nuova Sarah Connor è la bellissima, divina Emila Clarke. Non credo abbisogni di presentazioni, è Daenerys Targaryen nella serie tv  Il trono di Spade e una delle migliori attrici emergenti. Kyle Reese è interpretato qui da Jai Courtney, che è stato Varro nella serie Starz di  Spartacus, il figlio di Bruce Willis nell'ultimo, bruttissimo Die Hard, poi ha partecipato a Divergent e sarà Boomerang nel futuro film Dc dedicato alla Suicide Squad. Jason Clarke, Zero Dark Thirty, Il Grande Gatsby e visto di recente anche in Apes Revolution - Il Pianeta delle scimmie, veste invece i panni di John Connor.  Abbiamo poi Matt Smith, uno dei più amati dottor della serie Doctor Who, il granitico J.K. Simmons di Oz e mille altre pellicole e, presumibilmente nel ruolo del nuovo T-100 (termometrino), Byung-hun Lee, lo Storm Shadow dei nuovi film dedicati ai G.I. Joe.
La sceneggiatura è firmata da Patrick Lussier (la trilogia del bruttissimo Dracula 2000 e il tamarro Drive Angry con Nicholas Cage, uno dei nostri film preferiti ma non esattamente Arancia Meccanica...) e Laeta Kalogridis (Shutter Island, la nuova e sfortunata serie della Donna Bionica, che rimane comunque "in tema", Alexander di Oliver Stone e il mitico filmone russo I guardiani della notte. Certo il suo nome è legato anche a quella roba ignobile di Marcus Nispel dal nome di Pathfinder... speriamo bene), la regia è di Alan Taylor, apprezzato non solo per Thor - Dark World ma anche come uno dei registi della serie Il trono di spade.
Questo film è per ora decisamente misterioso. Ne sapremo sicuramente di più la prossima estate, quando la pellicola invaderà le sale di tutto il mondo. E se le cose andranno bene due altri film verranno messi in cantiere.
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