Visualizzazione post con etichetta far east film festival. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta far east film festival. Mostra tutti i post

sabato 23 aprile 2022

venerdì 8 maggio 2015

Far East Film Festival - Il gran finale!


E siamo a sabato. Ultima giornata di festival. Con qualche bella sorpresa e qualche conferma. La conferma è che la commedia filippina non fa per noi, è decisamente l'incarnazione del "male" insieme alla commedia greca, spagnola e francese. C'è chi l'ama comunque, ma noi qui la si salta sereni. Non ce ne vogliate, preferiamo spettacoli diversi, come ad esempio una lavanda gastrica.

Unsung Hero di Masaharu Take è una commedia giapponese dalle forti inclinazioni action. Ed è una vera bomba! In pratica la versione Power Rangers di The Wrestler!!!
Honjo è il classico combattente "rosso", il capo, e anche sul lavoro, nella serie live action per ragazzi Dragon Four, viene da tutti chiamato "leader" per autorità, professionalità e cuore. Solo che lui è di fatto il leader di una schiera infinita di combattenti - stunt-men senza nome, quelli che una volta che l'attore vero e "fighetto" si trasforma divengono la sua controfigura, in genere con un casco in testa. Ad attori fotomodelli si alternano quindi, a spaccarsi le ossa, gli eroi stunt-men, che con una specie di codice del samurai vivono l'intera vita anche oltre la carriera. Si parte da mostro gommoso "cattivo", si passa a fare l'eroe e si vive con stoicismo il ruolo, perché se uno non è abbastanza "alto" per essere il ranger rosso, potrà a vita ambire solo al giallo o, peggio, al rosa. Hanjo, come tutti gli stunt-men, sogna di vedere per una volta il suo volto, il suo nome in cartellone, senza il casco. E sembra che una versione cinematografica di Dragon Four sia pronta per il grande schermo. Solo che all'ultimo viene scelto per la parte "a viso aperto" un attore - fotomodello - fighetto. Il leader dovrà quindi insegnare a costui come ci si comporta da veri eroi in calzamaglia, compresi gli allenamenti e lo stile di vita di chi abbraccia la grande famiglia dei live action per ragazzi. Gente disposta a tutto perché i loro calci volanti entrino nel cuore delle nuove generazioni.


Sono richieste indagini, vi faremo sapere, perché c'è qui dietro molta storia degli spettacoli live action giapponesi. Lo spettacolo è invece bellissimo quanto disarmante. Il mondo degli stunt è duro, carico di lividi e brutte lastre e quasi non riconosciuto in Giappone, visto poi nel mondo quasi come una cosa strana (che strana di fatto lo è. Davvero).
A Hong Kong per lo meno le stelle marziali si vedono in volto e non combattono dinosauri rosa. Il film poi ha un finale fantastico, da panico, indimenticabile, in cui il nostro eroe accetta, per andare incontro a un regista - bambinone americano, a un lungo stunt senza cavi, senza cgi e senza materassi di protezione. Una scena pazzesca che lancia nell'Olimpo delle scene pazzesche questa pellicola. Bravissimi gli attori, straordinari gli artisti marziali coinvolti e ci sono scene e pupazzi stile Power Rangers... una figata cosmica.

Forget me not di Kei Horie è una tenera storia d'amore dalle forti vene malinconiche. Azusa Oribe è una ragazza altruista che fa volontariato in un centro che cura gli anziani, è solare e gentile con tutti, ma ha per uno strano caso del destino, su di lei una maledizione. Le persone non si ricordano di lei, la dimenticano in poco tempo. Anche se compare nei registri della scuola, anche se ha una casa dove abita, nessuno si ricorda di lei. Per questo riesce a vivere solo con i vecchietti che perdono la memoria.Un giorno Azusa incontra un ragazzo e spera di potersi innamorare di lui. Ma lui riuscirà a non dimenticarla?

Il regista Kei Horie ribalta con venature fantasy il classico filone degli "amori smemorati" che per di più mettono in scena i brutti effetti di una malattia terribile come l'Alzheimer. Un argomento caldo, purtroppo, che il cinema ha anche il dovere di trattare. Qui funziona tutto al contrario e forse l'impatto può sembrare diverso, ma il problema affrontato è il medesimo.
Horie dirige splendidi interpreti e molto astutamente non lascia che il tutto si risolva come nelle favole, perché è come se la realtà bussi alla porta. Interessante, curioso, il segno che il giovane regista farà sicuramente parlare di nuovo di sé. Buona la messa in scena, dal piglio investigativo quanto surreale; meriterebbe una seconda visione.

E siamo all'ultimo film del festival, un kolossal bellico di Hark Tsui che si basa su una storia vera, a sua volta già rappresentata nel teatro tradizionale e cita a piene mani capolavori come Indiana Jones.
The Taking of Tiger Mountain.
Cina, 1946. L'esercito giapponese non c'è più ma sulle montagne, nelle vecchie roccaforti, si annidano schiere e schiere di briganti al soldo del fantomatico lord Falco. L'esercito popolare di liberazione è in caccia, ma il nemico è terribile quanto il freddo e la ristrettezza delle provviste. Ma a dare man forte ai soldati arriva una superspia di nome Zhang Hanyu, che pare Sean Connery da giovane. Questo riuscirà a infiltrarsi tra le file nemiche per trovare un varco nella impenetrabile fortezza di lord Falco. Ma per giungere alla meta dovrà dimostrare il suo coraggio, affrontando una spaventosa tigre gigante. La posta in gioco è alta, lord Falo brama una mappa con i vecchi avamposti militari cinesi. Se la missione fallisse ci sarebbe in giro un nuovo War Lord. Con le situazioni più classiche del war movie (da Ryan in poi passando per John Woo) condite dalle mega - trappole ambientali dei film di samurai come 13 Assassins, arricchite da un clima sempre teso e minaccioso, come nei migliori western e uno spruzzo da Indiana Jones (uno così eccessivo da essere inteso dalla stessa pellicola come un what if), l'ultimo film del gigante Hark Tsui spacca di brutto. 


Grande ritmo, mirabolanti trovate visive, un'azione incessante realizzata da super soldati rotanti e incazzati contro brutti ceffi che paiono usciti da Ken il Guerriero. C'è sì la sotto - trama con il bambino perduto che fa un po' melo, c'è sì l'infermierina action, c'è ovviamente una valanga di patriottismo alla Michael Bay e un unico abbraccio di storia passata e presente sull'orgoglio  militare cinese. Ma il film è figo e divertente, tra tizi che si lanciano dalle montagne con gli sci, a carri armati che scatenano frane, falchi orbi mangiatori di carne umana e assurde bombe fatte in casa che fanno più danno del plastico, un combattimento con la tigre da storia del cinema. C'è poi un ricercato effetto tridimensionale dell'azione che mi fa pensare che non fosse male la versione 3D. 
148 minuti che volano via in un attimo, davvero galattico! Questo se non lo portano ufficialmente in Italia è un delitto. Ci si può leggere dietro politica e quant'altro, ma se mi hanno propinato Pearl Harbour di Bay, io voglio vedere questo, che è cento volte più divertente e meglio girato. Viva i rollercoaster! Dall'ultimo Avengers a questo The Taking of Tiger Mountain. Non poteva esserci finale migliore a questa splendida rassegna di cinema pop asiatico. E' stato un anno all'insegna dell'action, gli horror ci hanno poco colpito e i film drammatici e comici si sono dimostrati niente male. Bello anche l'impegno nel proporre i documentari, in una collocazione oraria interessante e con una scelta di temi intrigante. E' stato bello esserci!
Talk0

lunedì 4 maggio 2015

Far East Festival - venerdì


Venerdì non è stata una brutta giornata in quel di Udine. Abbiamo visto un film toccante, un bell'action manga di quattro ore, un documentario su una specie di Amici di Maria De Filippi cinese e un noir a dire il vero soporifero.
My Brilliant Life di J - Yong è un tenero film sulla vita di un ragazzino con la sindrome dell'invecchiamento precoce. Tutto è narrato dal punto di vista del giovane protagonista che idealmente sta scrivendo un racconto sui suoi genitori. Il padre guida il taxi, è un tipo alto come un lampione, sognatore e bonaccione, perseguitato da una sfiga immane e costante. La madre è una ragazza ancora giovane ma responsabile, che ha saputo andare oltre i giorni infranti. Areum, il figlio, ha di fatto cambiato drasticamente la loro vita, la malattia degenerativa lo fa stare sempre male e i ricoveri sono continui, al punto che la coppia, per chiedere aiuto, ha deciso di partecipare a una trasmissione televisiva. Gli ascolti sono stati stellari e una ragazzina, anche lei malata, ha pure iniziato a scrivere ad Areum.


Questo film sud coreano affronta il mai troppo trattato tema della malattie degenerative. A memoria, a parte derive fantasy, come Il curioso caso di Benjamin Button o La Neve se ne Frega, l'unico film serio sulla malattia che mi ricordo è Jack con Robin Williams, peraltro non propriamente riuscito. Discorso del tutto diverso per questa pellicola che, mettendo nel ruolo principale un giovane attore, riesce a trovare una chiave di lettura fresca e per nulla patetica, a tratti sognante, nella narrazione più immaginifica dello spettacolo della vita raccontata da Areum, quanto pragmaticamente con i piedi per terra, spietata. Il film non raccoglie lacrime facili, ma costruisce un buon impianto narrativo che spazia dal comico al drammatico con una punta di critica ai media e al loro modo disinvolto di creare e speculare notizie sul dolore. Come nel bellissimo film della Ando visto giovedì, anche qui abbiamo un buffo - tragico anziano, regredito a bambino e migliore amico del nostro protagonista, la dimostrazione che anche la Sud Corea, come il Giappone e l'Italia, stia diventando un paese per vecchi. Bravi gli interpreti, leggera e commovente la storia (ma non con lacrime strappateci con forza dalle ghiandole), misurata la regia. Un film da consigliare a chi ormai eccede con il brutto vezzo del cinema del dolore, vendendo drammi che presentano persone da analizzare, piangere e poi sterilmente dimenticare. Un film che dimostra come la famiglia, se unita (quasi una bestemmia per i tempi che corono), sia in grado di affrontare le più difficili delle sfide e trovare, pur nel dolore, la vera bellezza della vita.

I am here di Fan Lixin parla del seguitissimo talent show Superboy, una specie di Amici di Maria De Filippi al quadrato seguito in tutta la Cina. E' un documentario che racconta la storia per niente facile degli "idol". Costretti a "combattere per il posto" con persone loro amiche da mesi, sottoposti a stress emotivi perché a cantare sono magari mezze seghe, ma le ragazzine li amano, destinati a essere dimenticati nel giro di un anno, quando nuovi volti giungeranno al programma. Solo i più forti sopravvivono musicalmente. E chi vince, perché siamo in Cina, non diventa nemmeno ricco, giusto un assegno che, dicono, basta a pagare la scuola elementare per la sorellina più piccola. Il titolo del film è quindi un grido disperato, un "sono qui non dimenticatemi!" che fa tanto Adriano Pappalardo e ci fa riflettere, per chi vuole fare lo sforzo, sul fatto che in fondo sia uguale in Italia. Lo spettacolo è l'unico che vince alla fine, sempre. 


Per i due cantanti validi che poi sfondano, ci sono centinaia di ragazzi che "perché sono belli" mandano in visibilio le ragazzine, ed eliminano ragazzi più bruttini ma più bravi di loro (facendo disperare i professori), per poi "perché a cantare sono dei cani senza speranza" essere dimenticati nel giro di un mese. Il talento vero alla fine vince, ma quanti spettacoli orribili ci sorbiamo per delle ragazzette invasate, incapaci di capire la differenza tra un raglio e gli U2 e dalla memoria breve, vero core business del programma. Da proiettare nelle scuole.
E la pellicola è figa forte e disillusa, montando ciò che avviene realmente dietro le quinte del programma.  Con le lacrime degli insegnanti che piangono la fuoriuscita di ragazzi talentuosi per uno scontro diretto con un bello e che ha cantato col culo. Con i ragazzini che piuttosto che eliminare un amico si autoeliminano. Cose che accadono solo in Cina.

Parasyte di Takashi Yamazaki parte 1 e 2.
Ci sono in giro dei parassiti. Vengono dallo spazio o forse dal mare. Si innestano nei corpi umani, annidandosi nel cervello, trovano ruoli anche di rilievo nella società e hanno una particolare predilezione per la carne alimentare. Carne umana. Il loro numero è incerto, alcuni sono prudenti e cercano di nutrirsi di gente ai margini, suicidi e criminali, altri sono fuori controllo e potrebbero decimare la città con le loro formidabili armi; delle protuberanze affilate che si estendono come tentacoli quando non sono camuffate dalla pelle. Shinichi ha subito l'attacco di un parassita, ma è stato fortunato; l'ingresso per il cervello del giovane era bloccato dalle cuffie del suo walkman e la creatura ha optato per innestarsi nella mano. Col tempo i due hanno imparato a conoscersi e pure a rispettarsi, diventando cacciatori di quei parassiti più pericolosi che minacciano la razza umana.


Kisriju - l'ospite è un manga molto interessante già di qualche anno fa. Una specie di rilettura di Devilman, ma vicinissimo come temi e messa in scena anche al recentissimo (e ne parleremo presto) Tokio Ghoul. Si narra di un mondo violento in cui "razze" convivono, o ci tentano, sempre sul baratro di una violenta guerra che le distruggerebbe entrambe. I parassiti sono più discreti dei demoni, meno sopra le righe dei Ghoul, cercano di fare per lo più i bravi "ultracorpi", sostituendosi alla società umana, cercando quasi di assimilarla. Un processo che deve necessariamente essere integrativo, in quanto i parassiti, pur pericolosi, davanti a dei fucili cadono a terra esattamente come gli esseri umani. Il regista, che l'anno passato ci ha sorpresi al Far East con Immortal Zero, cura qui un ottimo adattamento in due parti del manga originario, carico di tantissime scene splatter e incredibili effetti speciali, quanto di una trama forte e pure con spunti comici. L'ospite di Shinichi, il piccolo Magi, è infatti un ometto attaccato all'umano al posto della mano che ricorda il Mike di Monsters'n'Co della Pixar. Protagonista di mille siparietti buffi insieme al suo amico, un ragazzo un po' sfigato, che col tempo acquisirà la "cazzimma" di Un Devilman, Magi riesce a rendere accettabile uno scenario davvero tetro e con lui la pellicola riesce a elevarsi al di sopra dell'action splatter. La storia riesce incredibilmente anche a commuovere e alla fine della visione si esce davvero soddisfatti dalla visione di un'opera complessa quanto intrigante. Sarebbe bello vederla in italiano, al cinema magari. Chi legge manga di sicuro lo apprezzerà, ma può piacere anche a chi ama l'horror, la fantascienza e i film action divertenti in genere.

Port of Call di Philip Yung è un noir di Hong Kong che prende ispirazione da fatti di cronaca. Una ragazza dai grandi sogni partita per la grande città diventa una squillo e fa una brutta fine. Sta alla polizia indagare e ricostruire il puzzle dei suoi ultimi giorni per dar volto a un colpevole e a una causa. Un lavoro per niente facile, aggravato dallo stato orribile con cui la ragazza è stata rinvenuta, un corpo sfigurato a cui mancano dei pezzi.


In un'alternanza di flashback continui, il regista ricostruisce il profilo della call girl, addentrandosi in un mondo fatto di sofferenza e miseria che non risparmia le situazioni più scabrose. Il film è decisamente forte, ma mi parte l'effetto viene narrativamente mitigato da una trama lenta e meditabonda, che si dipana nella descrizione dei tanti piccoli personaggi del mondo downtown della call girl, descritti e interpretati con molto vigore dagli attori. Forte, anche se per i nostri gusti troppo "pensieroso", una pellicola comunque interessante.
Talk0

sabato 2 maggio 2015

Far East Film Festival - giovedì


0.5 mm di Ando Momoko è il classico film che se ve lo presentano male non andreste a vederlo in sala mai nella vita. Un film giapponese su una badante di tipo 200 minuti. Sì lo so. Detto così spaventa. E invece è incredibilmente un film leggerissimo, ironico e romantico, che non annoia mai. Una autentica sorpresa.
Sawa è una badante specializzata in persone molto anziane. Già nella prima scena la vediamo raccogliere al volo in un bicchiere buffo l'urina di un vecchietto che non è riuscito ad aspettare  il cambio del pannolone. E già le  vogliamo bene, perché sa capire i vecchietti e li tratta amorevolmente per i bimbi cresciuti che sono, necessitanti di cure e affetto. Da lì succede un brutto casino con gente impiccata, case bruciate e richieste di prestazioni equivoche (ma tutto in chiave comica), che porta la nostra Sawa a non poter più esercitare. Ma lei continua a seguire vecchietti che incontra e a dargli il suo aiuto, con altruismo, un po'  di follia e forse la convinzione di non saper fare altro. E questo la porta nelle situazioni più assurde e paradossali. La chiave vincente è il lasciare alle spalle ogni patetismo e affrontare il tema di un paese pieno di anziani con il giusto  disincanto.


Il mondo di 0.5 mm è realisticamente tragico, gli anziani regrediscono a bambini, perdono la memoria,  hanno pulsioni insoddisfatte o sono troppo vecchi e induriti dalla vita per provare sentimenti. Sawa dà voce a loro, attenzione e rispetto e fa venir voglia di essere persone migliori.
L'attrice Sakura Ando è semplicemente incantevole in questo ruolo, riuscendo a calamitare da subito lo spettatore con il suo buffo ma incredibilmente complesso personaggio. La regia della sorella Momoko  Ando, anche autrice del libro da cui la pellicola è tratta, riesce con eleganza e tatto a mettere in scena quadretti di vita famigliare mai banali, sempre vividi, autentici. Ed è inoltre in grado di fare un film di 200 minuti su un tema così complesso senza annoiare nemmeno per un istante.

Gangnam Blues di Yoo Ha è un gangsta movie sud coreano che parla della nascita dell'ora ultra glam quartiere di Gangnam, quello con lo Style cantato qualche tempo fa da Psy.
Con una serie di speculazioni edilizie, una serie sterminata di campi diverrà un prospero quartiere. Tanti maghessi politici attuati anche grazie al lavoro di un nutrito numero di malavitosi. Tra questi c'è chi vuole appendere il revolver al chiodo e diventare un onesto gestore di lavasecco, chi vuole mettere la testa a posto e stare felice. Ma da quel mondo non si esce e amicizie fraterne sono destinate a finire nel sangue.
E poi c'è anche il tizio di Snowpiercer!!!


Molta azione, cazzotti che risuonano come proiettili, smitragliate, un po' di splatter e vestito di classe come da dettato scorsesiano per un affresco intrigante, glam e truce quanto basta per bravi ragazzi di Gangnam. Rispetto ai gangsta "spaghetti" qui c'è però più melodramma e un interessante intento storicistico. Ricco il cast, decisamente imponente, narrazione un po' lenta e botte così sonore che un po' disturbano quando si è appisolati. Da seguire con attenzione, magari senza incedere prima al ristorante, la struttura generale merita e le interpretazioni sono convincenti.
Talk0

giovedì 30 aprile 2015

Far East Film Festival 17 - mercoledì


Direttamente da Udine...

Anche oggi, perché siamo fuori forma, siamo riusciti a vedere solo alcune delle pellicole in cartellone, prediligendo il genere horror, che grandi fasti ebbe in passato e spero anche nell'immediato futuro.

Hollow di Tran Ham, è un interessante film vietnamita che parla di possessioni di bambine dallo sguardo inquietante e capelli lunghi. presente il genere? A inizio film una ragazzina coperta di sangue si butta in un corso d'acqua con un pupazzo brutto, che scopriremo essere una roba strana rituale vietnamita. Poco dopo una famigliola felice va dalla santona locale per assistere a un rito strano in cui quest'ultima regala dei soldi benedetti. Naturalmente il pupazzo brutto di cui sopra compare nel fiumiciattolo presso lo studio della santona. La piccola di famiglia lo vede e va a recuperarlo, finendo trascinata in acqua dalla classica mano inquietante di bambina morta con sguardo truce e capelli lunghi. La sorella più grande, che doveva badare a lei, in quel mentre la perde di vista per andare a vomitare (in questo film si vomita molto), la famiglia le darà quindi della incosciente e insensibile sgualdrina, anche perché si veste come Madonna negli anni '80.
Successivamente, dopo che il funerale della piccina presunta annegata è stato fatto senza corpo, mettendo al suo posto nella tomba un totem di ortaggi (strani i vietnamiti), la piccina ricompare, morta, e viene portata in un obitorio gestito da quello che è il personaggio comico del film, perché mangia facendo le facce buffe.


Per via di strani riti che riguardano piante maledette che mangiano feti di pulcino per portare prosperità (strani i vietnamiti), la bimba morta torna dal regno dei morti come inquietante bambina dallo sguardo strano e i capelli lunghi, tanto che la riportano in casa, felici, anche se questa talvolta si tramuta in uno zombie cinereo che erutta sangue. La sorella maggiore allora indaga, tra un vomito e l'altro a causa della sua condizione di sgualdrina incinta pre-matrimonio con disonore che ricade pure sugli avi. Scoprirà una shockante verità e sarà coinvolta insieme alla famiglia, alla santona e al resto del cast in una serie di twist di possessioni multiple in cui gli spiriti trasmigrano da uno all'altro attraverso conati di vomito verde (tanti). Il colpo di scena finale vi galvanizzerà più della 58ma puntata della soap Manuela.
Non che sia contrario ai film con bambine o spettri che si trasmettono attraverso vomito color pisello, ma questo film parte bene, intriga, poi succede il danno e lascia così così. Parte bene perché la cultura sovrannaturale vietnamita è roba che non conosciamo e pure strana forte. Gli attori poi sono adeguati alle parole e la trama si dipana bene, fluidamente. Poi però si vuole arrivare a un twist che dia il "patentino" di pellicola che affronta anche disagi culturali e qui il tutto si accartoccia male. Poteva essere un film riuscito se affrontato in modo più semplice, magari collegandosi al tema della gravidanza, sviluppando idee più vicine all'interessante The Eye 2. Poteva essere un film sulle possessioni diaboliche alla Omen, e in parte con il discorso "fede - non fede" cerca di esserlo. Vorrebbe pure cavalcare il ghost movie "investigativo", stile The Ring. Esce invece un intrigo che perde di senso, sfocia in un melodramma "WTF???", non soddisfa e pretende che gli spettatori da amanti dell'horror mutino in comari che guardano nel pomeriggio Rete 4 senza anestesia. Rimane qualcosa di originale a ogni modo. Avessimo noi santone che donano soldi a pioggia durante delle cerimonie strane.

The Swimmers di Sophon Sakdaphisit, è invece un bell'horror con venature di black commedy di origine thailandese.Il regista è pure uno bravo, di cui in italiano potreste aver visto il divertente Coming Soon. La trama è semplice, funzionale quasi, ma stracarica di trovate niente male. 
Due nuotatori professionisti sono in perenne competizione tra loro nonché grandi amici. Fino a che tra i due non arriva Ice, una ragazza. Questa si mette con quello che è dei due il più serio: prima il nuoto, poi la verginità pre-matrimoniale, poi le prime coccole dopo sei anni. L'altro ama la fregna e il sesso non protetto, gli frega la tipa, la ingravida e questa per disperazione si suicida, gettandosi dal trampolino della piscina dove i due si allenano, in un giorno in cui nella vasca non c'è acqua. E iniziano così i titoli di testa, mentre gli addetti alla piscina thailandesi, non riuscendo a rimuovere i grumi di sangue della ragazza dal fondo della vasca, decidono di ripiastrellare tutto, ma per economicizzare la cosa usano piastrelle di un colore diverso, tanto per evitare l'effetto "è qui che la tizia è morta".

Passa un anno e si scopre il vero grande mostro del film: Facebook. L'ex della tipa non sapeva della tresca con l'amico, ma della gravidanza mancata sì, e ora sta indagando su chi l'aveva messa incinta. Per gonfiarlo male. L'amico suo allora cerca di depistarlo come può, ma c'è un problema; un filmato pubblicato su Facebook che lo inchioda, in quanto lui confessa che la ama. Non è una prova così schiacciante, ma lui esce scemo. A ingarbugliare le cose dal regno dei morti con sguardo torvo e capelli lunghi la piccola oca fa ritorno. Come finirà?
Il regista, il cui nome faccio tuttora visibilmente fatica a trascrivere, conosce il genere, molto bene e ha grande senso dell'ironia, che è encomiabile. Come Raimi e lo Zemekis di Verità Nascoste riesce di scena in scena ora a farci spaventare di brutto, ora a farci ridere di gusto in un perfetto e armonioso equilibrio. Certo fa un uso sporchissimo dei "bus", i momenti in cui l'inquadratura muta di colpo e la musica sale a manetta, ma queste sono le regole del suo rollercoaster e noi le accettiamo di buon grado. Registi come lui sono preziosissimi per horror moderno anche se magari non mettono in scena nulla che vi farà salire i brividi per tutta la notte, sanno come far divertire. Divertire e spaventare. Non facile.

Uncle Victory di Zhang Meng è un film cinese che combina il gangster movie con L'asilo dei papà di Eddie Murphy.
Dopo dieci anni un boss locale esce di prigione e tra un debito riscosso e l'altro, prende possesso di una scuola materna. Motivato a una nuova retta via, con l'aiuto di una infermierina che si invaghisce di lui e con un tremendo costume gigante da panda che spesso ostenta il nostro eroe diventerà la guida per tanti bambini del disagiato quartiere. Certo vuole che i bimbi si chiamino per numero, usa regole fortemente derivative del carcere penitenziario e pare più un secondino, con il suo cane lupo, che un insegnante. Ma alla fine è un buon uomo. Purtroppo il passato arriverà a bussare alla sua porta molto presto.

Molto carino questo film cinese, che guarda ottimista il futuro delle nuove generazioni non dimenticando di rappresentare la cruda realtà del "passato" delle aree più povere. I bambini riempiono la scena in modo adorabile, ma il film non sarebbe riuscito se non ci fosse sotto quel costume da panda un attore straordinario. Commovente, anche se magari non rivoluzionario, l'intreccio complessivo. Paesaggi evocativi, brulli e perennemente in sfascio, con ruspe che vanno a eradicarli mattone dopo mattone. Interessante.

The Wicked di Yoo Young - Seon. Un bell'horror sud - coreano ad ambientazione camera café. Su-Yeung è il Calimero del suo ufficio. Minuta, dallo sguardo strano, timidissima. Diventa in automatico il bersaglio di tutti i dipendenti. MA nonostante sia derisa a nastro, si dica che porti sfiga e venga isolata dal gruppo, Su-Yeung è anche piuttosto temuta. Dice cose folli e potrebbe pure metterle in pratica. Un giorno la sua capoufficio per scommessa sadica le dice che se non ultimerà in tempo vorrà avere in cambio un suo dito. Lei ribatte che se farà in tempo vorrà avere in cambio un suo dito. Dopo una giornata di angherie e sopraffazioni arriva lo scadere del lavoro. Su-Yeoung pretende il dito del capo e con in mano un paio di forbici la seguirà sotto casa. E poi entrerà nell'appartamento violando la password di sicurezza.


Un po' commedia nera, un po' horror, questo film cinese in qualche modo ripercorre la pista tracciata da Audition di Takeshi Miike. La mostruosità della quotidianità è tanto forte da creare mostri autentici, laddove le vittime non siano schiacciate e spinte al suicidio? Un tema sempre di interesse, tristemente ancora attuale, una riflessione sul fatto che fare gli stronzi con chi riteniamo più debole e indifeso potrebbe essere uno sbaglio non solo a livello morale. Si parte dalla farsa, dalle battutine, si scende nel thriller e poi nell'horror. Così minuto dopo minuto la pellicola ci insinua in un vortice, magari scontato, ma ineluttabile, da cui non c'è via d'uscita, nonostante mille ancore ci vengano lanciate. Sarà tutto vero o tutto un sogno? A ogni modo, come ci ha ricordato di recente Le Streghe di Salem di Rob Zombie, non sempre chi è più debole, menomato o pazzo deve soccombere, o essere in automatico considerarlo come il buono.
Talk0

mercoledì 29 aprile 2015

Far East Film Festival 17 - martedì



La giornata di martedì al festival di Udine si è presentata abbastanza interessante, varia e a tratti gustosa. Il primo film che abbiamo visionato è The continent, cinese, opera prima di un idolo locale di nome Han Han, uno che scrive, fa musica, dibatte nei Talk-show e se ha tempo inaugura fontane. Per il suo debutto nella nobile arte non pugilistica, Han Han sceglie il Road Movie, buttandoci dentro qualcosa di autobiografico e innaffiando il tutto col gusto della commedia - tragedia dei sogni infranti. Un tontolone, un traffichino e un professore (indovinate chi sia l'alter-ego di Han Han), partono dal loro isolotto ameno - decadente per portare il professore (avete indovinato dove si cela Han Han immagino) a 4000 km lontano, verso la sua nuova vita e lavoro. Ma vogliono telare anche gli altri due e per suggello bruciano le loro case, distruggendo di fatto, per effetti del propano, mezzo villaggio. Perché il simbolismo è tutto.


Via i ponti col passato, il nuovo che avanza, Cina terra delle opportunità. Nel viaggio incontreranno diverse donne, ma prima si dimenticheranno il  tontolone in giro, perché fa riderissimo. La prima donna è una loro paesana che vive freneticamente nella Hollywood cinese cambiando d'abito a ogni inquadratura. E dopo scene riderissime li lascerà come sfigati. Poi l'intellettuale (avete capito chi è l'alter - ego di Han Han?) si invaghisce di una prostituta che t compare in stanza d'albergo prima ancora che la chiami al telefono, perché tanto la chiameresti lo stesso e fa riderissimo.
da qui parte una pantomima, una specie di truffa della prostituta per abortire e cose strane cinesi che trasformano per un po' la trama in una palla al cazzo noiosa sequenza narrativa. Ma poi il viaggio prosegue, tra sogni infranti e speranze speranzose e mal  riposte verso il genere umano tutto. La meta si avvicina in un continuo inno alla vita e al futuro, in genere tragico all'immediata prova dei fatti. E poi di botto il film finisce, nel momento in cui le scenette on the road iniziano a ingranare e pare di assistere davvero a un film divertente. Perché farà riderissimo i cinesi, ma non sempre gli occhi a palla.
Successo stratosferico in patria, folle esultanti. The continent è interessante spaccato della Cina di oggi, sognante e sincero, ben fotografato con lunghe inquadrature, della macchinina dei nostri eroi presa dall'alto, che ci piacciono, ci stimolano. LA storia è molto a "quadretti", i più pure divertenti. Mancano in modo imbarazzante "le palle", la volontà di scalfire un'aria tranquilla e un po' paracula che ammorba l'intero show. Probabilmente non si ha libertà creativa a cannone da quelle parti, dice qualcuno. Unica scena davvero figa e di rottura riguarda un missile - sonda - qualcosa erede cinese del Voyager. E lì ci si commuove e pure si applaude. Rimane una cosuccia divertente, ben recitata, un po' frammentaria e forse inconcludente, ma che proprio per questo ultimo aspetto possiamo guardare con un po' di affetto.

How to win a Checkers (Every Time) di Josh Kim
Ecco un film che difficilmente è stato prodotto dall'ente turismo thailandese. Perché lì non è tutto Muai Thai, Tony Jaa, elefanti e una lingua che fa sembrare tutti imitatori di Paperino. Ci sono ampi diritti per gli omosessuali e transgender, ma poco altro di positivo e nei ghetti la povertà è da paura  e a 21 anni hanno, giuro, qualcosa di simile agli Hunger Games. La leva è obbligatoria, ma va a estrazione in una lotteria della sfiga. Se becchi palla rossa vai a sparare e finisci male, se becchi la nera resti nella miseria. E nessuno scampa, giusto gli operati con gli ormoni in regola, due sovrappeso e tutti i malavitosi e ricchi in genere. Gli altri, anche se hanno babbo morto e vita da schifo, anche se sono monaci, se beccano la rossa partono. La storia parla di due fratelli, il più grande tiene la baracca con un lavoro da barista, il piccolo sogna di guidare le moto. Poi arriva per il grande il tempo della lotteria della morte, e il piccolo cerca di fargliela sfangare "come può".


Il film affronta prevalentemente il punto di vista delle coppie omosessuali e lo fa con garbo e tranquillità. Il fratello più grande ha un compagno ricco, tutte le donne della pellicola con approssimazione del 76% sono transessuali. La trama è interessante, la narrazione veloce, il mondo downtown thai è spaventoso, pieno di abusi, prevaricazioni, scene forti tanto per violenza che per connotazioni sessuali. Esce  lo spaccato di un paese dove i buoni muoiono e farsi "furbi" significa dannarsi a una vita per nulla bella. C'è rimpianto, rabbia ma anche tenerezza e n questo i giovani attori si dimostrano capaci, convincenti. Ci è piaciuto.

Helios di Sunny Luk e Longman. Giga - coproduzione action di Cina e Hong Kong.
E simo arrivati a quello che per noi tamarri è il pezzo forte della giornata. Un film grande, grosso e cattivo, pieno di effetti speciali e duemila personaggi in cui tutti menano tutti e a muovere i fili di una spaventosa caccia all'ordigno nucleare è un tizio che pare uscito dai cattivi di James Bond. Se gli americani lo scoprissero, lo copierebbero. E' automatico. Il fantomatico Helios incarica un ladro zarro carismatico (Chang Chen, che tutti avete sicuramente visto ne Il buono il matto e il cattivo) e una topa di livello stellare plus (Janice Man, che vi farà buttare dalla vostra cameretta il poster di Scarlett Johansson) di fregare un'arma nucleare tattica coreana da piazzare a Hong Kong. Si mettono insieme per bloccarli una task force di poliziotti/esercito/fotomodelli hong-kongesi, cinesi e coreani, ma quando si mette di mezzo la politica tutto va a rotoli, tutti si scannano ed Helios con i suoi personal avengers del male gongola.



Un po' disaster movie un po' action estremo di stampo quasi supereroistico, un po' thriller di spionaggio, un po' melodramma patriottico e un po' riflessione sui casinosi rapporti tra Corea Cina e Hong Kong, questo Helios è una bomba. Divertente, veloce, esagerato in ogni sua parte. La risposta intelligente agli ultimi Fast'n'furious potremmo dire, con una punta bondiana da rimirare, copiare, esportare. Di fatto potrebbe essere un film di Bond visto dalla parte della Spectre, dove gli eroi buoni abbondano, ma sono in sostanza carne da macello. Un Gundam visto dalla parte di Char Aznable. Viva i cattivi, potremmo urlare, anche perché carichi di quella intelligente ambiguità che ci spinge quasi a tifare per loro, laddove il resto è puro gioco di potere che macina per auto - conservazione i pochi eroi - martiri. Nutritissimo e di prima grandezza il cast, trama a orologeria d non farsi assolutamente spoilerare. Lo vogliamo, già da ora, in tutte le sale d'Italia e dell'universo. C'è pure una canzone di coda di stampo bondiamo, a farci godere fra trama intelligente, gnocca e chilata di proiettili e auto sfasciate.

Alleluja di Fabrice Du Weltz
Per la serie "e questo da dove sbuca" il festival fuori concorso ti piazza un film dalle tinte fortissime, coproduzione belga-francese. Una robetta che amerebbe anche il nostro amicone Nicolas Winding Refn (e magari il LArs Von Trier non bollito di quindici anni fa). Tratto da un'agghiacciante  storia vera, si mette n scena la relazione disfunzionale tra un gigolò e un'anatomopatologa fusi completamente di testa. Gli attori sono bravissimi, la telecamera è pazza nel suo modo di arrotolarsi su se stessa, sgranarsi e spararci in faccia primi piani, la sceneggiatura è ugualmente schizoide, imprevedibile e malata, con scene di feticismo abbinate a macelli del peggio torture porn e una malatissima scena musicale. Da brivido. Da avere. Un gioiello di cattiveria e stile che c'entrerà una sega con i film asiatici, ma che se avete amato Natural Born Killers quanto Gli Abissi della Follia di Stephen King dovete provare a vedere...
Talk0

martedì 28 aprile 2015

Far EastFilm Festival 17


Dal vostro inviato Talk0...

E anche quest'anno ci siamo anche noi! E anche quest'anno ci siamo giusto un po' in ritardo, da oggi! 
La kermesse del cinema pop asiatico in quel di Udine è evento ghiottissimo che non ci vogliamo perdere, nei limiti degli impegni lavorativi. Una occasione anche per fare due salti a Cividale del Friuli per prendere i dolcetti alcolici noti come "strucchi", ma questa è altra storia.
il festival senza di noi si è aperto a palla di cannone con quello che ci piace di più e non è poco. Dopo il concerto del grande Joe Hisaragi, autore degli score dei migliori film Ghibli e di Takeshi Kitano, del resto non poteva essere tutta discesa. Venerdì 24 c'è stata quindi l'apertura con una pellicola che a maggio arriverà anche in tutti i cinema italiani by Lucky Red: il documentario sullo studio Ghibli, The Kingdom of Dream and Madness. Imperdibile e un po' amaro visto lo stato attuale dello studio di Totoro. assolutamente da recuperare, cercare la pagina Facebook di Lucky Red per sapere in quali sale sarà proiettato.


Sempre il 24 è stato portato in sala il classicone kung fu diretto da Jackie Chan un po' di anni fa, Young Master, e non è la sola delle grandi pellicole restaurate e riproposte.
E' stata poi la volta di The Dragon Blade, di cui abbiamo già parlato e credo che abbia più di una possibilità di uscire in tutte le sale. Quel film in cui si narra della battaglia tra esercito romano e cinese con Jackie Chan, Adrien Brody e John Cusack, speriamo divertente e con un mare di botte ben coreografate per la regia di Daniel Lee.


Sabato è toccato all'imperdibile Once Upon a Time in China 2 con Jet Li, pellicola alla quale il Matrix dei Wachowskii deve più di una suggestione. Successivamente altro classicone: The Wah of the Dragon con Bruce Lee.
E domenica sono piovuti altri tre film di botte. Il roboante Kung Fu Jungle di Teddy Chen, Duel of the Death di Tony Ching e Righting Wrongs di Corey Yuen. Avremmo voluto davvero esserci! Andremo di recupero sfrenato. 
Lunedì poche botte di contro. Ma oggi è martedì e ci siamo anche noi!!
A risentirci presto. Molto presto!
Talk0

venerdì 12 settembre 2014

The Raid 2: Berandal - recensione home video!

autentico esempio di pop art, in ogni rettangolino Iko Uwais mena qualcuno...
Fino a ieri mi sentivo un solo al mondo: perché sono più o meno l'ultimo a vedere The Raid 2, ora che finalmente è disponibile in Blu Ray. Gente che è andata al Sundance in deltaplano. Gente che si è sparata i più criptici festival del cinema scandinavo. I parenti di Iko Uwais. Gente che era al Fareast di Udine del 2014 giusto una mezzora prima che io arrivassi, mannaggia a me. E in seguito un po' il resto del mondo. Ma ora il film è qui, Iko Uwais mi guarda dalla locandina stile pop art del blu ray che ho vicino alla tastiera. Serio, con tutta l'aria di rivolgersi a me (come anche voi avrete sicuramente notato dalla copertina, si rivolge a me) sembra dirmi: "Fallo, mettiti d'impegno e scrivi un cavolo di pezzo sul più grande action movie del secolo XXI". E io allora non posso sottrarmi, nonostante abbia le retine esplose dalla visione della pellicola e le lacrime agli occhi cadano sulla tastiera. Poi parto e vedo che sto scrivendo una pippa infinita sul significato del pugno visivo che fa davvero male, retrospettiva da Bruce Lee a Tony Jaa a Evans passando per Once Were Warriors con critichina allo stile di Yuen Woo Ping per destrutturalizzazione del pugno in supereeroistici voli a cacchio di cavi su visione wuxia ad uso pop corn movie scarsi... Una palla atroce che mi fissa da due giorni senza capo ne coda con il volto della copertina di Iko che mi guarda e scuote la testa. Così riparto da capo e mi riconcentro su quello che veramente dovrebbe essere parlare di questo The Raid 2. O almeno ci provo. Per una volta lascio da parte i preconcetti sulle locandine stronze, quelle che sono occupate per il novanta per cento da flani di recensori esaltati e dal solito Tarantino che urla "ho goduto duro". E quindi eccovi la locandina stronza di The Raid 2.

e finalmente anche un film di arti marziali ha una locandina stronza che elenca un mare di premi
Sorpresi da questi enormi paroloni in maiuscolo giallo? Nientemeno che il Dark Knight degli action movie (confermando implicitamente che Dark Knight come action movie era in effetti una mezza palla, pertanto...). E non vi ho detto che è un film di arti marziali di 150 minuti. Uno sproposito a leggerlo ma un tempo che alla visione pratica passa a tuono. Cioè, roba da Scorsese!! E fatta in Indonesia!! Da un gallese!! Bene. Ora vi ho fatto capire con chi diavolo avete a che fare. Se volete potete andare a rileggervi il vecchio articolo di The Raid per scoprire la storia di un tizio gallese che ha portato un sacco di soldi in Indonesia diventanto al contempo il regista action più cool e l'uomo da abbracciare ai party. Sempre.
Ora andiamo di sinossi. Che fino a qui è stato solo delirio...
Evans abbracciato dagli attori come fosse babbo natale...storia vera...
Sinossi: Dopo aver sgominato il megapalazzone infernale, la tana di Tama, Rama (Iko Uwais... poca fantasia con i nomi in Indonesia) è pronto a combattere la corruzione imperante a Jakarta. Con una nuova identità parte il round 2: viene quindi spedito in un carcere di massima sicurezza per diventare amicone del figlio un po' scemo di un grosso criminale locale, uno che ha il complesso di essere considerato dal babbo un bambinone.  Dopo due anni è fuori, pronto a seguire il rampollo criminale, a cui si è pure un po' affezionato, nell'intento di carpire qualcosa che possa aiutare la polizia non corrotta a gestire una complessa guerra criminale che coinvolge i locali, i Giapponesi e pure un mezzo arabo che si circonda di sgherri very cool che paiono usciti da un videogame.

Saranno mazzate, mazzate e mazzate per tutti. In confezione formato famiglia. Dopo aver dimostrato di saper girare mazzate in un palazzone Evans si sbizzarrisce girando mazzate all'aria aperta, mazzate in un micro bagno, mazzate in macchina, mazzate in metro, mazzate nel fango, mazzate in hotel, mazzate nei vicoli, mazzate dove vi pare. E sa farlo decisamene, dannatamente bene. Ma visto che non di sole mazzate si vive, il gallese fa il grande passo e per una volta o due deve aver detto al cast qualcosa di diverso da: "Oggi vi menate".

Uwais ribadisce che in questo momento lui è senza poche palle il numero1. ed ha ragione
E c'è la trama!!!! Dai, siamo seri, la trama non è in genere una cosa fondamentale in questo genere di film. Chi si lamenta del contrario davanti ad artisti marziali di livello spaziale che si esibiscono per ore volando e tumefacendosi ovunque è solo un sadico. Non si può andare a vedere The Protector e dire che è una stronzata perché Tony Jaa urla per due ore "Ridatemi il mio elefanteeeee!!!". Lo spettacolo deve essere necessariamente equilibrato con la performance. La trama è spesso quindi un pretesto per le parti action, un po' come i musicarelli di Nino D'Angelo hanno un andamento che permette di inserire nel contesto del film i pezzi migliori del caschetto dorato nazionale, a volte a magistrale implementazione della trama.


I film di Ewan c'è da dire che una trama, semplice ma onesta, ce l'hanno sempre avuta. Prendiamo Merantau. Una chicca, in The Raid 2, Iko si fa chiamare sotto copertura Yuda, come il protagonista di Merantau... lacrimuccia da parte di chi Merantau l'ha visto. Dicevamo, il film parlava di un ragazzotto della provincia che andava in città a fare fortuna, dove continuano a costruire case e non lasciano l'erba, non lasciano l'erba ( Celentano cit.). Seguono botte. In The Raid la trama era: "Entrate nel palazzone e giù a menarsi per due ore". Ma dietro a una semplicità schematica, Evans ha sempre piazzato qua e là dei colpi di genio. Il cattivone abbronzato di Merantau, il mitico Mad Dog di The Raid. Personaggi apparentemente usciti dal nulla, pura mimica di attori senza battute. Ma personaggi che ti ricordi. In The Raid 2 Evans utilizza la stessa tecnica, riuscendo in un istante a far cogliere il mondo che sta dietro a un personaggio. Moltiplica la formula, facendoci conoscere un considerevole numero di personaggi ben descritti in pochissimi tratti. Soprattutto scrive parti che non prevedono che l'attore meni. Ed è qui che scopriamo che Evans sa anche dirigere gli attori convenzionali e che questi regalano alla pellicola anche buone interpretazioni.  In più scrive una storia dove riesce a metterceli tutti dentro, senza fare troppi casini.  A essere cattivi si può dire che a un certo punto il film sembra un po' accartocciarsi, ma è questione di pochi minuti e tutto torna a girare alla grandissima, così bene che il 90% degli action moderni se lo sognano.

sedili reclinabili, climatizzatore,  stereo e ampio spazio per fare a botte
Filosofia anacronistica dell'action moderno: La prima grande sorpresa è vedere che Evans sa girare anche spettacolari scene di inseguimento, piene di stunt e acrobazie folli. Poi ci si inchina direttamente a lui quando si scopre che le auto diventano di fatto loro stesse armi da combattimento  se in mano al mitico Iko. Luoghi in cui fare a botte, dentro o sopra, oggetti da tirare contro l'avversario di anteriore o a portierate, carri da usare come in Ben Hur sull'autostrada. Si trova letteralmente di tutto, rigorosamente girato al meglio grazie a specialisti delle quattro ruote direttamente presi da Hong Kong.

classica situazione di attesa nei bagni di Milano
Ricordate le scene di lotta di Matrix 2, quelle uno contro centomila generate al computer? In Raid 2 vedrete davvero un numero assolutamente folle di gente che affronta incazzata contemporaneamente il nostro eroe. Scene elaborate ma dove si vede, sempre, chiarezza e precisione nell'esecuzione di mosse e contromosse. Scene frutto di un lavoro di limatura davvero encomiabile, tutte fatte da attori in carne ed ossa, magari supportati da qualche pacchetto di ketchup o pochi, pochissimi effetti. Il film è 100% artigianale, vecchia scuola e dopo gli ultimi anni per una volta non pare di vedere un cartone animato quando si è in sala per un action movie.

tanto fango, tante botte ma nemmeno una donna in bikini...peccato...
Tutte scene peraltro dotate di un alto tasso di splatter, motivo per cui la pellicola presenta un monitorio V.M.18. In un mondo in cui la violenza vende ma è in genere coperta dalla foglia di fico del Pg13, il film di Evans ha l'onestà intellettuale di riprodurre precisamente gli effetti dei colpi sul corpo umano. Ogni graffio rimane (alcuni ancora dal primo film), il sangue fiotta a fiumi e sempre in scenari prima chirurgicamente puliti, l'effetto di una fucilata a venti centimetri da una testa è un unico grande foro. Non ci sono esagerazioni come i corpi a "palloncino di sangue" dei primi due Expendables, non c'è l'ipocrisia del colpo solo mimato ma per una accelerazione di ripresa pare andato a segno tipico di Capitan America. Non c'è la cga che inganna l'occhio e dova a volte un ricercato, rassicurante, effetto di fasullo. La scelta di fare un film action in cui la violenza sia reale è decisamente coraggiosa e in controtendenza rispetto ai giorni odierni. Probabilmente è questo il motivo per cui The Raid 2 non è da noi nelle sale ma passa dai festival direttamente il home video. Ed è di nuovo la dimostrazione che se Evans avesse trovato anche i finanziatori per girare i suoi film in America, probabilmente girerebbe oggi pellicole differenti. E noi ci perderemmo lo spettacolo di alcune delle coreografie di combattimento più toste di sempre. 

Sì è lui!!!Il fratello gemello barbone di Mad Dog!!!e come sempre il professionista marziale più da paura
Botte e pistolettate: Yayan Ruhian è tornato a dirigere le coreografie di lotta anche per il secondo Raid e pare che questo incredibile artista marziale lavorerà anche al remake americano del primo film. Yayan è da sempre parte integrante delle pellicole di Evans, girando personalmente alcuni dei personaggi più fusi dell'immaginario del regista. Dopo il grande Mad Dog, Yayan Ruhian interpreta qui un nuovo personaggio, un letale homeless armato di megacoltellaccio. Un tipo carismatico con aura da samurai decaduto. Siccome The Raid 2 è più grosso e cattivo del primo capitolo, l'utilizzo di tecniche di lotta a mani nude e arma bianca è letteralmente moltiplicato e il mitico coreografo ha creato ad hoc nuove bizzarre coreografie per nuovi bizzarri personaggi. E per me il top di questa ricerca si traduce nei combattimenti di un paio di personaggi davvero fighi. 

 chiaro monito per tutti i maniaci che palpano il culo nella metro
Julie Estelle. Tra tanti ometti indonesiani bassini, bruttini e cattivini una bella donna, una che potesse anche fare qualcosa di diverso che tappezzeria, mancava. Julie è una ragazza davvero carina, con le sue forme minute e i grandi occhialoni da sole, peserà una trentina di chili. Yayan Ruhian le assegna un'arma abbastanza irregolare ma che riesce a compensare bene il gap del personaggio. Letali coltelli bifronte. Punta piatta per demolire, doppio uncino per affondare. Alla fine sembra una ballerina invasata uscita direttamente da Battle Royale, ma riesce sorprendentemente a essere quasi credibile, soprattutto perché Yayan le fa utilizzare nelle coreografie un numero sorprendente di colpi bassi. Le scene con lei sono spettacolari.

Questo tizio che prima di menare indica alla Babe Ruth dove lancerà la palla è un mito
Very Tri Yulisman è ugualmente tosto. Utilizza una mazza da baseball da allenamento, quelle in metallo per intenderci. Rapide successioni di colpi alternati. Non poteva mancare poi anche la palla da baseball, utilizzata con la mazza dimostrando una precisione da cecchino. Al di là delle particolarissime tecniche marziali si scopre però che anche Estelle e Very Tri hanno effettivamente qualcosa da dire come personaggi. Davvero una sorpresa.

Se conoscete i film di Evans sapete già che i pugnali a mezza luna offrono power-up tipo spade laser
Naturalmente non potevano che ricomparire i pugnali a falce, già adorati in Merentau, in una scena tutta loro. Se quindi il reparto armeria da il meglio di sé con gli strumenti da taglio, non vengono dimenticate le bocche da fuoco, realistiche nella resa, squisitamente personalizzate e dotate di "propria voce" per ogni personaggio in scena. Una accortezza alla John Woo che i cultori non potranno che apprezzare.
Home video: disco ricchissimo di extra e interviste, compreso un audio-commentario di Evans, coreografie test e cotillons. L'extra più bello è Gang War, una specie di cortometraggio con personaggi nuovi e autonomi che originariamente doveva essere collegato prima dell'ultima parte del film. Una sequenza lunga, completa, così bella, ricca e piena di combattimenti che potrebbe essere da sola il cuore di un film action a sé americano, un film action in cui non accade niente tranne la suddetta scena. Pura epica. Io non l'avrei mai tagliata al mondo.

Possibile locandina per The Raid 3.. ah ah ah ah ah ah, volevo usarla da anni ah aha ah...come? non fa ridere?

Il futuro: The Raid 2 continua il fortunato brand nella riscrittura del cinema action moderno, raccogliendo legioni di fan e premi ovunque vada. Dopo aver visto in questo capitolo due letteralmente tutto quello che anche solo nelle nostre fantasie potevamo immaginare, chissà cosa ci riserveranno i nuovi sviluppi di quello che a tutti gli effetti è ormai un marchio. La cannibalizzazione è dietro l'angolo. Il mercato americano vuole il "suo" The Raid e Evans e Yayan sono pronti a darglielo tanto dal lato della scrittura che delle coreografie. Business. Sarà interessante vedere cosa ne verrà effettivamente fuori in un mondo che va al contrario come l'America odierna. Dove i produttori vogliono di fatto dirigere loro i film, dove si girano film di zombie senza zombie, dove mezzo film viene buttato perché due idioti alla proiezione test hanno finito i pop corn prima dei titoli di coda e si annoiano. Sembra davvero paradossale ma per vedere oggi film di genere, quelli nati per fare cassa, per vederli come dovrebbero essere fatti, ci tocca davvero rivolgerci al mercato indipendente o a qualche popolo straniero come i Thailandesi o gli Indonesiani. Per poi vedere le pellicole ai festival, magari due ore dopo una mazzata di 15 ore di Kim Ki Duk sulla depressione delle piante bonsai. Ma il mondo va così.
Quello che è sicuro è che un The Raid 3 si farà. E la presenza nella pellicola accanto ad Iko Uwais di Tony Jaa ci fa pensare ad una bella amichevole Thailandia - Indonesia nello sport in cui oggi sono ai vertici della classifica. Chissà di cosa parlerà la trama...

UWAIS DOVE HAI MESSO IL MIO ELEFANTEEEEEEEEEE????!!!!
Talk0

giovedì 17 aprile 2014

Far East Film Festival di Udine, edizione 16 - cose belle


Dal 25 aprile al 3 maggio si tiene a Udine presso il teatro Nuovo Giovanni la sedicesima edizione del Far East Film Festival, golosissima occasione per vedere da noi le principali pellicole blockbuster asiatiche, i film di punta e non (solo) quelli riflessivi con il monaco che guarda la foglia staccarsi dall'albero e pensa al senso della vita in polpettoni da tre ore. Un appuntamento a cui da alcuni anni partecipo volentieri, vuoi per l'estrema cortesia degli organizzatori, vuoi per la bellezza e comodità del teatro, vuoi per la grande varietà delle pellicole presenti, vuoi per il frico. Quest'anno sono in cartellone moltissimi film interessanti e di seguito ve ne elencherò alcuni, giusto per farvi ingolosire e spingervi a fare un salto sul sito ufficiale, dove saranno fornite le indicazioni inerenti alla programmazione, per ora ancora in elaborazione

CLICCA QUI!!!!

Giusto dai trailer presenti su Youtube, eccovi quindi alcune delle proposte del festival da noi scelte a una prima occhiata e in linea con la tamarraggine del nostro blog. Ma ci sono anche film romantici e drammatici (alcuni dei quali non sono riuscito a caricare il trailer...) che vi invitiamo a scoprire da voi.

The Demon Within di Dante Lam, maestro incontrastato dell'action adrenalinico, qui in pellicola nerissima..


Unbeatable, sempre di Dante Lam... il nuovo The Warrior?


Firestorm di Alan Yuen con la superstar Andy Lau, mega-super-action-thriller alla Bruce Willis


As the lights goes out di Derek Kwok, interessante disaster movie


Bilocation di Mari Asano, thriller dalle venature soprannaturali che speriamo ci darà qualche brivido


The Snow White Murder Case di Nakamura Yoshiro, classico thriller di stampo hi-tech con giochino perverso alla base di terrificanti morti


Thermae Romae II di Takeuchi Hideki, sequel del divertente film presentato un paio di anni fa e tratto dall'omonimo manga di successo edito anche in Italia. In pratica la storia di come per creare le terme migliori i romani si siano ispirati alle terme giapponesi attuali grazie a particolari "viaggi nel tempo". Assurdo e spassoso.


The Terror Live di Kim Byung-Woo, interessante disaster-thriller


Cold Eyes di Kim Byung- Seo e Cho Ui-Seok, altro thriller mooolto interessante


Bene, per ora vi lasciamo ai trailer sicuri che una capatina in zona Udine durante il ponte del 25 aprile, se siete in zona, magari la farete. Noi delle "Conseguenze" saremo in loco e vi faremo sapere  : )

Talk0