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mercoledì 4 marzo 2020

I am Spank - la nostra recensione del nuovo fumetto di Chemello, Furini e Massaggia per Noise Press



Ai bambini piacciono i pupazzi e  qualche adulto eccentrico non dispiacciono i pazzi. Così, per scherzo e per gioco, qualcuno prende un pupazzo e lo si trasforma in pazzo. È la triste storia di Spank, coniglio di pezza beniamino dei bpiù piccoli, unita a quella del giovane attore che lo interpreta negli spettacoli per bambini. Un rapimento, una sostanziosa quantità di droghe psicotrope sparate in corpo e la maschera di Spank il coniglio attaccata per sempre al viso del suo interprete, con una colla chimica. E il pupazzo diventa pazzo, un giochino sadico, ad uso personale di sollazzo. Prima richiuso, ingabbiato e sfatto, Spank troverà forse la via di fuga per tornare nel suo mondo. Ma tornerà anche la mente?
Veloce, sporco e cattivo, in bianco e nero e blu malato alla Traffic di Soderbergh, arriva sul mercato per gli amici di Noise Press questo strano Spank. Un piccolo noir, forse un'origin story per dirla come nei fumetti di supereroi, di sicuro un attestato di bravura nell'arte del thriller a fumetti, che colpisce per l'idea originale e tiene il lettore attaccato fino alla fine, desideroso di leggerne ancora e al contempo scosso, ferito, con gli incubi. Lo stile grafico non cerca il conforto visivo, la coolness dei mille "conigli mannari" dei videogame e manga giapponese. Spank è sporco, è spaesato, ha occhi vuoti e tanta violenza in corpo. È un freak che si abbandona al lato più animalesco, che strappa le facce con le unghie, è un uomo morto e rinato come qualcosa di totalmente diverso. È angosciante e decisamente non adatto a un pubblico di impressionabili. È profondamente calato dal punto di vista visivo nell'underground e non si concede dettagli non legati ad angoscia, terrore, senso di impotenza. I am Spank è una storia"sgradevole", nell'accezione corretta che dovrebbe trasmettere la narrativa horror,  colpisce per immagini e testi e "te la porti a casa", ci ripensi, ti dispiace per la strana creatura che ti ha fatto incontrare. 


Davvero bravi  gli autori coinvolti, tutti  provenienti da quella promettente realtà editoriale online che è Dayjob Studio. Hanno confezionato un horror senza fronzoli e paiettes, dritto, sincero, anti-spettacolare, crudo, ruvido. Duro come un pugno in faccia, I am Spank ci trascina in un viaggio senza ritorno verso la follia. Un viaggio in cui non esistono eroi e in cui i cattivi non vengono sempre puniti. 
Arrivato su Facebook nel 2013, nel 2015 I am Spank ha fatto incetta di premi prestigiosi come la migliore autoproduzione, agli Audaci Awards, e la migliore opera di scuola americana, agli Indie Comics Awards. È quindi fantastico che ora, grazie a Noise Press, tutti possiamo gustarci questa piccola perla dell'horror indie. 
Di Federico Chemello e Massaggia consiglio anche il romantico e tragico  Restiamo Sdraiati qui per sempre, edito da Shockdom. Di Chemello e Furini, sempre per Shockdom, trovate anche il dramma a sfondo scolastico Dieter è morto. Sono opere successive a I am Spank, sempre pervase dal thriller, legate tra loro per rimandi tematici. Se vi piacciono le storie oscure ed entrate nel mood giusto leggendo una di queste opere, vi verrà voglia di leggerle tutte e già vi anticipo che ne vale la pena, che è stata una bella scoperta. 
Noise Press riporta in vita I am Spank e se vi piacciono le storie indie inquietanti ed horror dovreste provarlo. 
Talk0

venerdì 14 febbraio 2020

#Uomoincamicia - La nostra recensione del divertente fumetto edito da Noise Press



Porta una camicia sgargiante e da pugno nell'occhio come quelle Hawaiane. Le sue principali occupazioni sono bere cocktail e fumare. È troppo Figo e vanitoso per condividere con altri personaggi le vignette, tanto che compare sempre e solo lui al centro di tutto, con lievi baloons da chiacchiericcio indistinto sullo sfondo, dei quali comunque sta sempre attento, con l'orecchio teso. È superiore a tutto e tutti, incarnando un po' il "pistola", come si dice nel Nord Italia e come celebrano il Dogui, il Marco Ranzani ed epigoni. Odia tutti e odia tutto, da buon infelice autodistruttivo, sperando che la fatica dell'esistenza mediocre a cui è stato condannato finisca presto, a modo suo, in una nube infinita di sigarette e un mare di alcol, e in questo c'è molto del Ferreri della "Grande abbuffata".  
C'è un pezzo divertente nella versione online di Donna Moderna, firmato dalla bravissima e simpatica Sara Peggion, del 21.11.2014, intitolato Attente all'uomo in camicia, lo potete trovare facilmente in rete. 
C'è un passaggio che più o meno recita: [...] "da che mondo è mondo gli uomini scelgono abbigliamenti feticcio sui quali sarebbe meglio soprassedere. Anni fa un ragazzo mi si presentò con una camicia hawaiana che faceva urlare di dolore, ma che ben si accordava con la sua allegria: la prima cosa che ho fatto quando siamo andati a convivere è stato fargli sparire quello stock di orribili camicie da tropical pizza. Ora, svoltati i 40, sono dolcemente nelle mani di un ex ragazzo che gira con una felpa da dodicenne con la scritta The Best. È ridicola, non ho idea da che parte arrivi, ma gli sta così bene e gli piace così tanto da azzerare a sorpresa i miei istinti censori più sadici. E da farmi pensare che forse sono troppo invecchiata. O, credo, troppo innamorata". 


Forse è quindi solo una fase, un mood, "l'aria dei 30 anni". Il carattere può essere forse come una camicia, un abito mentale che fa pendant con un abito fisico, una sorta di moda che ci si autoimpone, magari non afferrando il modo in cui viene percepito il nostro look dagli altri. Mi ricordo ancora il mood da playboy del mio amico M. quando a venticinque anni e 18 ore di palestra a settimana sfoggiava per andare in discoteca una sorta di canottiera a reti larghe nude look. Era quella "cosa" a muoverne la psicologia, forse anche le camicie colorate hanno questo potere. Forse al nostro uomo in camicia manca di evolversi prima o poi, alla maniera dei pokemon, in uomo in felpa, probabilmente pagando i diritti d'autore a Sara Peggion. Forse deve trovare la donna giusta. Lo dico con una piccola speranza personale, perché ho avuto anch'io una camicia come la sua, ai miei tempi giovani ed ""alcolici"", quando inseguivo a pinacolada (io non ho mai retto più di una pinacolada, l'equivalente di un succo di frutta con l'alcol di mezzo babà piccolo) il discorso brillante che mi avrebbe fatto conquistare le donne e il mondo, in questo ordine. Non ci sono riuscito, ma il mood dell'uomo in camicia è anche il mio, il fatto di sentirsi "on fire" senza senso è anche il mio, il fatto di vivere in vignette che hanno posto me al centro senza che poi abbia elaborato battute sempre "così divertenti" è anche il mio. Allora l'uomo in camicia creato da Simone d'Angelo è vero, è universale, ci batte dentro al petto un po' a tutti. Ci rende invincibili quando ci immedesimiamo in lui per forza di carattere e cinismo, ci fa fare una risata quando lo guardiamo da lontano un po' più maturi, ridendo di lui e in fondo di noi stessi, magari ricordando: "Ammazza quanto eravamo cinici e fighi". Ovviamente può valere per noi come per "i nostri amici". Per questo il lavoro di Simone d'Angelo funziona in vari modi, pure in certe aree più criptiche che "solo i giovani" possono magari capire. L'uomo in camicia è quindi un tragico ma divertente omino un po' narciso, ma forse è più una questione di camicia, un mood dal quale forse può uscire. Gli si può voler bene all'uomo in camicia, tifare per lui, ridere con lui e di lui, ma come per tutte le opere umoristiche se il gioco può funzionare dipende dal lettore e dalla sua capacità di trovare simpatico il protagonista. Cercatelo in fumetteria, sfogliate qualche pagina e prendetevi magari un the prima di decidere, "conoscerlo un po'" questo uomo in camicia prima di portarvelo a casa (soprattutto se siete signorine). Se entrerete nel mood gusto sarà una lettura gustosa. 
Il volumetto si compone di piccole scenette in genere della durata di una facciata, con un filo conduttore "esistenzialista" di fondo, legato al fatto che il nostro a causa degli stravizi si sta autodistruggendo il fisico e "va bene così, anzi meglio!!" (che è comunque un sottotesto interessante da interpretare). Le tavole sono impreziosite da colori accesi e caldi, lo sguardo del nostro eroe, unico mattatore in scena (in una sorta di Camera café), è spesso sarcastico, il contenuto dei baloons è acidello, sulfureo. Ci si diverte o non ci si diverte affatto a seconda di come "si prende" il personaggio. Di sicuro incuriosisce, io ne vorrei sapere di più sull'uomo in camicia. Ci sono ancora infiniti uomini e camicie diverse da raccontare. 
Talk0

domenica 7 gennaio 2018

Ophidian : Avvento - Testi: Lucio Perrimezzi; Disegni: Francesca Follini





Veste di nero ed elegante, ha un'aria luciferina, si chiama Seth Frost, è un avvocato penalista e la punta di diamante dello studio legale di Andreas  Zohrr. La giuria si scioglie davanti alle sue arringhe, gli imputati dei delitti più efferati quando sono da lui patrocinato vengono assolti o subiscono solo pene lievissime. Per Zohrr, suo mentore e padre adottivo, Seth conosce molto bene la zona grigia che si trova tra il bene e il male. El Paria, il luchaderos che grazie a Seth è stato prosciolto da un'accusa di omicidio, gli è così grato che ha deciso di diventare il suo inquietante angelo custode personale, seguendolo ossessivamente come un'ombra ma il super avvocato ha problemi ben più gravi. Le sue mani sanguinano. Succede da un anno, lui cerca di nascondere come può queste circostanze ma il fenomeno ricapita sempre, nei momenti più inopportuni. Un monito alla sua condotta? Un segnale alieno da certificare al Cicap? È arrivata la santità? Ma le mani non sono l'unica stranezza, c'è uno strano uomo dai capelli bianchi che ogni tanto gli appare, lo minaccia e scompare. C'è qualcosa di grosso che lega Seth a questi eventi, qualcosa che trova fondamento in un passato di cui lui stesso non ha memoria, perché destatosi da un coma di cinque anni; non sa più chi fosse prima dell'incidente e qualunque fosse stato l'incidente che lo ha portato in coma. Qualcuno riuscirà però a fargli ricordare qualcosa, ma sarà doloroso e lo porrà al centro di una questione dai risvolti mistici. 


- Angeli e diavoli: Lucifer di Neil Gaiman, American Jesus di Mark Millar, Preacher e Chronicle of Wormwood di Garth Ennis, Sacro e Profano di Mirka Andolfo e questi sono solo alcuni esempi restando sulla carta stampata, se ci addentrassimo nei libri, televisione e cinema gli esempi sarebbero a migliaia e molte opere anche di successo. Perché il mistico ci piace, ci attira anche per un discorso culturale ed è il terreno più fertile per dei racconti di matrice fantasy. Perrimezzi centra un personaggio interessante, che ci ricorda un po' a prima vista il Keanu Reeves di un noto film di Taylor Hackford scritto da Andrew Neiderman per poi assumere, pagina dopo pagina, dei connotati originali, interessanti. Per lui non esiste un equilibrio netto nel mondo quanto un ordine scalare di situazioni grigie che viste da punti di vista diversi colorano in modo diverso un'azione. Seth non giudica, aiuta piuttosto a riflettere sui punti di vista e per questo è un buon avvocato ma anche un personaggio dalla mentalità estremamente aperta, così aperta da aver sovvertito con la sua esistenza l'ordine cosmico. E come è aperto di mente Seth, di larghe vedute, umani (anche se solo nominalmente) e fallaci sono anche gli altri personaggi che fanno capolino in questo racconto. Perfino qualcuno che sta nei piani davvero alti della fede riesce a dire "ho sbagliato" e questo dà all'opera una carica quasi rivoluzionaria. Tra angeli e diavoli si fa subito confusione ma si prendono le distanze da chi fa davvero paura: chi non ha alcuna paura di dividere il mondo in bene e male. È interessante trovare questa prospettiva obliqua in un fumetto horror dal taglio young adult, anche perché non si spreca troppo tempo in elucubrazioni filosofiche e tutto è presentato in modo semplice, diretto e divertente, con un ritmo narrativo in grado di offrire anche qualche sorpresa. I dialoghi sono sempre chiari e funzionali. Lo stile di disegno scelto da Francesca Follini mi ha ricordato in più punti le opere del compianto e mai troppo celebrato Steve Dillon. Figure chiare e spesso disegnate per intero,  che predominano sui fondali ed esprimono emozioni e movimenti sempre intellegibili e con la giusta mimica. Una composizione della tavola equilibrata e chiara, funzionale tanto ai dialoghi che alle scene di azione. Avrei forse preferito una diversa rappresentazione delle ali degli angeli, più classica e "piumata", ma parlo solo in merito al mio gusto personale. L'opera è in bianco e nero ma, seguendo la filosofia narrativa, presenta anche tutta una ampia gamma di sfumature di grigio. Questo tipo di arricchimento fa largo uso di retini e qualche volta di matite molto tenui. L'effetto funziona solo a tratti purtroppo quando si tratta delle sfumature a matita (e torno al discorso delle ali di cui sopra) ma nel complesso è un peccato veniale. 

Ophidian è solo all'inizio, ma dimostra di avere già carisma e una rappresentazione grafica molto valida. La trama è riuscita a spiazzarci con dei cambi di rotta interessanti e sale la curiosità di mettere le mani sui prossimi numeri. Un buon lavoro per la collana Dead Blood dell'etichetta Noise Press. Talk0

mercoledì 1 novembre 2017

The Steams

La Noise Press ci porta tra i vapori e marchingegni dell'epoca vittoriana Steam-punk e noi non vediamo l'ora di trovare i numeri di questa serie nelle fiere e in fumetteria 



- L'alto e il basso del vapore: Siamo in epoca vittoriana, in piena Londra. Tra strade brulicanti di gente fin su sugli Zeppelin, Lady Ward è una stupenda bond-woman dalla chioma rossa fuoco, aristocratica quanto letale, implacabile. Non fatevi ingannare dal cappellino alla moda e dal corsetto che la stringe in vita: nascondono più di una sorpresa hi-tech che le permette di tenere testa a psicopatici, mostri e pasticci bio-genetici. Nel suo mondo non c'è solo energia e vapore, nell'aria si respira la tecnomagia e proprio questa strana arte porterà la nostra eroina in un incarico pericoloso che va a scavare dove è meno protetta e armata, all'interno della sua storia personale. 
Lontano dai cieli e dai merletti dell'alta società, Azarov "l'orso" con i suoi muscoli e baffoni a manubrio combatte nella nobile arte della boxe incrociando i guantoni con gente che ha sostituito le braccia con innesti biomeccanici. Vorrebbe cambiare vita, vorrebbe realizzarsi, ma una simpatica canaglia come Clint lo trascina nottetempo in una serie infinita di guai da risolvere a cazzottoni. E Azarov mena quanto Bud Spencer in questo adrenalinico action al vapore



- Quando il fumo non è sempre una cosa negativa: Videogiochi come le saghe di Bioshock e Dishonored, film come I tre moschettieri di P.T. Anderson, gli Sherlock Holmes di Guy Ritchie, Laputa di Miyazaki. I fumetti  come Graystorm della Bonelli, Fullmetal Alchemist della Arakawa, Le sentinelle di Breccia e la lista è lunga. Un futuro "visto dal passato" con cieli resi plumbei dai costanti vapori immessi dalle fabbriche in cui lavorano, ammassati, gli operai dei ceti più umili. Gli stessi cieli solcati di notte dai dirigibili zeppelin dell'alta borghesia, dove si balla e beve degustando caviale. E mentre si creano nuovi imperi, mentre si costruiscono i primi robot a vapore a difesa dei ricchi, mente nascono città utopiche in cielo o sott'acqua magari già si attende, come nella originale Guerra dei Mondi di H.G. Wells (ambientato in epoca Vittoriana) che sarà presto nelle sale, l'arrivo degli alieni. Questo è lo steam-punk in tutta la sua forza a pistone. Un genere di racconto (sempre più meta-racconto) che ci fa riflettere per una volta non su quello che potremo essere in futuro ma su quello che avremmo potuto essere, oggi, se la società e la storia fossero girate in un modo diverso. Se avessimo investito più in tecnologia e meno in armi, se ci fossimo industrializzati al punto da corrompere anzitempo tutta la natura, se i mostri di Frankenstein avessero iniziato a girare le strade prima delle tre leggi della robotica di Asimov e delle pecorelle elettriche di Dick, ma al contempo nell'epoca madrina dei filosofi moderni. Lo steam punk è "ganzo" e ha pure molto seguito nelle fiere di settore al reparto cosplay anche per il look dei suoi personaggi, una combinazione di abiti altamente elaborati e contaminati da aggeggi bio-meccanici in bilico tra scienza e magia. L'arrivo nelle fumetterie e nelle fiere di settore di un'opera come The Steams della Noise Press è quindi più che accetta, quasi desiderata. Ci sono scenari infiniti da costruire con l'energia della polvere nera del carbone industriale più pregiato. The Steams è un fumetto che racchiude due storie, una spy story (I cui primi 4 numeri comporranno il racconto "I Wonder Who") dalle tinte fantasy e un action molto ironico sul valore dei pugni al tempo dell'acciaio (per ora in episodi autoconclusivi). 


Le storie della rossa agente segreto, su soggetto di Massimiliano Grotti e Luca Frigerio, per la sceneggiatura di Frigerio, ci hanno colpito per un intreccio intrigante che, tra citazioni bondiane, un pizzico di Shelley e un tocco di fantasy fa perdonare qualche asperità iniziale e mette molta voglia di leggere il seguito. I disegni di Umberto Giampà del primo numero, molto dettagliati nei paesaggi, costumi e personaggi, sono sontuosi e vertiginosi, dinamici e con la giusta nota splatter a rendere ipercinetica la tavola. I disegni di Davide Pandozy del secondo numero hanno un'interessante dinamicità e un non inferiore livello di dettaglio, inoltre qui i personaggi assumono delle pose che ne tirano fuori gli aspetti più ironici. I colori di Mattia Zoanni sono morbidi, tenui e perfetti per conferire l'atmosfera giusta all'opera, un po' dalle parti di Tim Burton. Da applauso le copertine. Sia quella del primo numero ad opera di Giampà e Zoanni che la seconda, di Qualano e Zoanni. Certo che se la protagonista andasse in giro  tra le tavole in pose altamente sexy come quella assunta sulla copertina del secondo numero ci sarebbe da rimanere ciechi...
La storia di Azarov, su soggetto e sceneggiatura di Paul Izzo e disegni di Daniele Cosentino è interessate per la vena malinconica dei protagonisti, la buona ironia che scaturisce dalle situazioni e che agisce da contrasto, e per i tanti cazzotti che vengono dispensati. Lo stile di scrittura come i disegni sono un po' acerbi all'inizio, ma si nota un bel miglioramento già dalla seconda storia.

The Steam è un progetto interessante frutto dell'impegno di giovani autori che si stanno facendo davvero le ossa. Talenti che stanno sbocciando. Ci sentiamo di promuovere l'impegno e i miglioramenti continui a cui assistiamo pagina dopo pagina e vi invitiamo alla lettura e scoperta di questo titolo, magari in concomitanza di qualche fiera importante e tra gli scaffali delle fumetterie. Noi abbiamo visionato per ora i primi due numeri e non vediamo l'ora di leggerne di più.
Talk0

giovedì 15 giugno 2017

Kabuki fight

Il piacere di un vecchio coin - op di fine anni '80, racchiuso in un fumetto one-shot della italiana Noise Press




Siamo in un presente alternativo, un mondo psichedelico e dai colori fluo in cui i combattenti del teatro Kabuki, novelli Street Fighters, infiammano le principali arene e  teatri. Sono eccentrici, sono letali, si vestono come negli anni ottanta. Hanno tutti una storia misteriosa alle spalle, mosse speciali da sbloccare conoscendo una combinazione di tasti, stage di combattimento personalizzati. Molti per una vita di eccessi e sopra le righe hanno problemi con le "blatte", il dispotico, ultra-corazzato e armato organismo di polizia. Altri sono in cerca di amici e parenti perduti, forse robotizzati o auto-robotizzati nella Città Marcia. C'è sempre un colpevole da trovare e un combattimento finale da intraprendere con lui prima del game over.  Lottatori con ventagli, esperti di Kung Fu, cyber-samurai, gladiatori partenopei e letali (il protagonista), tizi con artigli, tizi con maschere nere. C'è tutto in pacchetto completo di un picchia-duro. Fare dell'arte marziale la propria vita è la loro missione è unico scopo. Indossare armature strane fatte di razzi e acciaio, armarsi di spade sacre o di lame miracle blades e gettarsi sull'arena. Girare con il circo dei lottatori e ingaggiare continui combattimenti per infiammare l'arena: può essere il modo migliore, per questi nuovi gladiatori, di raccogliere le informazioni e trovare, tra una serie di lame, calci e un uppercut,  il senso della propria vita. Si uniscono  i puntini... tra uno scontro e l'altro. O, come accadeva con i videogiochi picchiaduro da combattimento da sala giochi, in una decina scarsa di minuti. 

I cieli digitali Sega rivivono in Kabuki Fight
Essenziale, puro. Questo è Kabuki Fight. Un videogame da leggere. Lo stile di disegno ricrea la plasticità dei colpi, studia costituzione ed esito di un colpo, e spesso va fuori dalle righe, cercando l'impatto visivo di quella strana combinazione di arte e pixel che stava in sala giochi. Ogni movimento è un piccolo omaggio / cult per nostalgici dei coin op, da Final Fight passando (obbligatoriamente) da Street Fighters per arrivare al Neo Geo. I colori, una tavolozza coloratissima e calda quanto i tramonti di Out - Run di Sega. La storia, vintage, la classica  iperbole raeganiana macho: i muscoli possono quasi tutto, l'intelligenza però spesso è utile (e lo dice il quantitativo di monetine che avete impiegato per arrivare a fine partita). È buffa questa ambivalenza della storia di essere da un lato mero pretesto ma dall'altro in qualche modo "canone" di quella non - letteratura da sala giochi che ogni avventore, anche se inconsciamente, non poteva fare a meno di amare (anche perché la storia ognuno se la creava in testa, univa i puntini e rendeva quanto più epica grazie all'immaginazione... erano altri tempi). Kabuki Fight ha tavole belle dense di azione (a volte pure troppa, nel senso di "sovraccarico"), una buona ironia e colori sfavillanti. 


È un prodotto destinato principalmente a chi è stato ragazzino negli ottanta e novanta e appare invero stranissimo, anche come linguaggio, per i più giovani. La narrazione poteva giovare di un numero maggiore di pagine, al punto che arriva ai titoli di coda con il fiato corto, ma potrebbe essere per me voluto, una specie di omaggio a quei giochi con tante botte e poche parole. C'è tutto un mondo vintage, carico di tocchi di classe. Ben potrebbe essere espanso in futuri capitoli. L'opera ha completamente sangue italiano e ci sono buone suggestioni da fumetto francese. L'azione, anche se sovraccarica è ricca,  è un po' schematica ma funziona, si distacca tantissimo dal modo di concepire action "alla orientale" (sopratutto in una certa legnosità di scandire le vignette... ma non è un problema grave). Alla fine un prodotto molto godibile, che soprattutto ai più vecchietti farà calare una lacrimuccia. 
Talk0

giovedì 2 marzo 2017

The Quest di Lorenzo Maglianesi

Medioevo fantasy o giù di lì.
Lo smilzo, ricchissimo e famosissimo,  truffatore John "due di picche", seduto al tavolo più luculliano e prestigioso della taverna-postribolo The Nirvana Inn, ha una storia da raccontare. Una storia che non può negarvi, soprattutto se siete delle poppute valchirie bionde semi-nude dagli occhi azzurri disposte a offrirgli una pinta di birra. Una storia di cui va fiero, quella che tutti gli chiedono, il racconto dei racconti del suo repertorio, l'incontro che gli ha cambiato la vita, quello con "il guerriero della leggenda", il mito vivente, il salvatore del mondo. Chi era la leggenda prima di essere la leggenda? Quali erano le sue aspirazioni, i pensieri più profondi, lo stile di vita? Jack lo sa. Come sa che è stato un incontro voluto dal caso, guidato dai suoi dadi-truccati fortunati e dalla sua ferrea volontà "professionale" di truffare con il gioco d'azzardo il più ricco pollastro disponibile. Un incontro dagli esiti piuttosto sanguinolenti.


Parte così questo primo libro di The Quest, scritto, disegnato e colorato dal bravo Lorenzo Maglianesi per la collana "Voice" della Noise Press. Un primo "shot" di un mondo narrativo fantasy goliardico, sanguigno e sexy dalle potenzialità illimitate e già in espansione con il capitolo The side Quest. Maglianesi attraverso il suo John "due di picche" ci bombarda di discorsi assurdi ed esilaranti degni della migliore osteria medievale, mentre con un tratto intrigante e amabilmente cartoonesco (che parte dal sognante stile di Adventure Time per arrivare all'action-slapstick-fantasy più estremo e "sbudelloso" di opere come Luther Strode o Rumble della Image Comics) costruisce un mondo ruspante e colorato in cui è facile perdersi tra i mille dettagli. Dalle strade di uno sfigato villaggio di provincia fin giù nella più zozza delle taverne, Maglianesi ama dissacrare (amandoli) i topoi del fantasy classico, smascherandone l'epoca di facciata tanto sul piano visivo che del racconto. La tavola è in genere ordinata, chiara, intellegibile, resa ancora più aggraziata da una colorazione calda e avvolgente. Con l'azione l'autore ingrana una marcia del tutto diversa, che culmina nell'esplosiva rumble dell'ultima parte dell'albo, caratterizzata per contrasto da uno stile cromatico nero più "rosso sangue". La scena rimane fluida ma accelera, così carica di linee dinamiche da farne percepire un snodata e dirompente potenza. Con onomatopee che letteralmente esplodono (come nella doppia splash page centrale) e le gabbie delle tavole che messa da parte la dimensione rettangolare si impennano e scompongono in parallelepipedi aguzzi come coltelli. Dettagli anatomici che volano in aria dopo violenti colpi di smembramento, sangue di colore nero che a fiotti oscura la colorazione della scena. Lo sconto è appagante, convulso, eccessivo. Cadono i freni inibitori e il buon senso dei personaggi in un unico bagno di sangue che poi di colpo, così come era iniziato, finisce. Fissiamo il pennacchio dell'armatura di un soldato spostarsi sulla visiera in un modo un po' idiota, quasi a conferirgli una ciocca di capelli blu, torniamo a vedere i colori pastello e la mattanza di un paio di tavole prima è dimenticata. Geniale. Puro humor nero. Dal punto di vista estetico ci hanno conquistato i tratti morbidi e semplici dei personaggi. Jack ha dei tratti lupeschi, che ci ricordano un po' la volpe di Zootropolis. L'eroe della leggenda è un amabile bambinone, un tizio grosso dall'aria paciosa e poco sveglia, ma nasconde dentro un Hulk incazzato. Maglianesi ama disegnare le forme femminili e ci regala, oltre a una discreta quantità di donnine stile Jessica Rabbit in pose intriganti, il personaggio ultra sexy Mira. Ironica, disinibita è in pratica nuda per metà fumetto per la gioia di tutti i lettori. 

La storia è semplice, narrativamente non ha troppe pretese se non il farvi divertire e ci riesce. La narrazione è veloce, i personaggi simpatici, molto carini e curati i disegni (sul modello delle BD), la vicenda autoconclusiva (ma già in espansione) e  intrisa di tanto humor nero quanto "poppe", la lettura globale risulta godibilissima. Non lasciatevi ingannare dall'aria paciosa che trasmette la copertina, questi personaggi "c'hanno la cazzimma" e si prestano a situazioni inaspettate. Sarà interessante vedere come il gruppo dei protagonisti, per ora una massa di allegri psicopatici, arriverà effettivamente a salvare il mondo. Ma questa è un'altra storia.

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