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domenica 7 novembre 2021

Tex romanzo a fumetti n. 13 “Snakeman” - il nuovo capolavoro grafico dell’argentino Enrique Breccia

 

Il popolo navajo ha per nemico un antico e potente stregone che sembra in grado di comandare i serpenti e pertanto viene chiamato “Snakeman”. La sua storia e il modo in cui ha contratto questi particolari poteri è raccontata come una favola nera, dove per una volta i navajo sono i cattivi. Snakeman è un vendicatore dai tratti metafisici il cui volto e mente assumono  una spietata estensione rettile. Forse è immortale, di sicuro è potente e ora guida un esercito dall’alto di una montagna, dove ha luogo la sua personale cittadella dei serpenti (un omaggio a Hordak dei Masters ma anche e soprattutto al fantasy di Frazetta). Non esistono secondo la leggenda persone mortali in grado di ucciderlo. È un po’ come il Corvo di Brandon Lee. Ma chi ha detto che Tex Willer, che presto si pone sulla strada di Snakeman, sia un comune mortale? 

Quando si parla del padre di Enrique Breccia, Alberto, “è subito Eternauta”. E non parlo solo dello straordinario romanzo grafico scritto da Oesterheld per i disegni di Alberto Breccia, ma anche della storica  testata italiana che prendeva nome proprio dall’Eternauta, lo pubblicava a puntate ma aveva al suo interno anche una delle più strabilianti raccolte del fumetto d’autore di sempre. Segrelles, Toppi, Eleuteri Serpieri, Corben, Moebius, Jodorowsky ed altri. Dalle bande dessinee al fumetto argentino, passando per underground in un’epoca visiva e tematica unica, pittorica, spesso iconoclasta nella sua pulsione a rappresentare corpi sensuali, muscolari, scolpiti su roccia quando fragili, inermi, costretti a vivere con “un gatto in bocca”. Fumetti potenti, spesso epici, spesso psichedelici. Ringrazio ancora Roberto, mio amico di sempre, per avermi fatto accedere ai misteri e tesori di quella testata antologica, ai tempi spesso da cercare più che in edicola presso le prime e fumose fumetterie. È incredibile come tutti gli autori passati per l’Eternauta siano diventati leggende, come di fatto è incredibile che tutte quelle opere siano ancora attualissime e facciano ancora oggi lustro di loro nelle fumetterie in edizione sempre nuova e sempre più lussuose. 


In Snakeman di Enrique Breccia, figlio di Alberto, c’è tutta la psichedelia, i corpi scolpiti e i mille dettagli visivi di quei leggendari numeri della collana contenitore “Eternauta”. Avevamo visto e apprezzato tantissimo Enrique già all’opera su Tex, nel Texole Captain Jack. È stato straordinario e la dimostrazione che la mela non è caduta certo lontana dall’albero. Captain Jack è un numero potente, con immagini cariche di azione e drammaticità, magnifici paesaggi e dettagli, ma come “tradizione della testata” (parlo del Texone) prive di quel colore che era la “cifra in più” non tanto per il fumetto Eternauta in sé (che era in bianco e nero, sebbene con un disegno espressionista potente, “materico”), quanto per il fascinoso caleidoscopio cromatico dell’antologico di cui sopra, per come i ricordi me lo hanno a lungo cullato. Così il posto migliore per vedere “l’atmosfera dell’Eternauta” non poteva essere che la testata Tex Romanzi a Fumetti, che nasce a colori proprio con una incredibile opera di Eleuteri Serpieri, dove la sabbia del deserto western assumeva la consistenza fangosa del suo mondo sci-fi Druuna. Enrique si scatena con tutta la psichedelia che ha in corpo. La storia scritta dal solito e bravo Boselli ha l’afflato giusto per ricevere un così suggestivo assalto visivo, tanto è piena di epica, malinconia e suggestive immagini sciamaniche. 

La storia parla di morte, di rimpianto, di “spirito”. Il principale filo conduttore è la malinconia dei fantasmi, che interagiscono ancora con noi in modo inaspettato nella vita di tutti i giorni, con una “presenza accogliente” quanto discreta. Siamo molto dalle parti di James O’Barr, anche per il modo in cui poi “i fantasmi cambiano pelle” ed entriamo nel mondo dei “dead-man”, gli spiriti della vendetta metafisici che da sempre si muovono tra i supereroi (come l’urbano Punisher su tutti, ma anche Spawn, il Ghost Rider e altri) ma anche tanto nel western (Django su tutti, ma anche il Lone Ranger, mille pistoleri di spaghetti western, Clint Eastwood ne Gli spietati e pure un immortale Danny Trejo in un gustoso trash-western degli ultimi anni. Ma forse anche il pistolero di Westworld di Ed Harris vorrebbe essere in questa banda…). Pistoleri “morti dentro” che non possono per questo più essere uccisi. Ed ecco che “cala la bomba”, direttamente anticipata dalla magnifica copertina sempre opera di Breccia. Tex re-indossa in questo numero per l’occasione il suo storico (e rarissimo!!!) aspetto da Dead-man. Diventa un pistolero scheletrico con lunghi capelli bianchi che agisce nell’ombra e terrorizza i suoi nemici. Un po’ Fantaman, un po’ Kriminal, un po’ Ghost Rider. Affronta questo Snakeman che ha denti e pelle da rettile, ama i sacrifici umani a base di fuochi e follia come il sacerdote di Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Di sicuro tutto appare psichedelico e sognante, con colori stroboscopici intensi che donano un’atmosfera da Apocalypse Now in cui non si risparmiano mai i pennarelli. Ogni tavola ha mille gradazioni, come ad omaggiare al cento per cento un altro tipo di spettro, quello della scala cromatica. 


Magnifico, davvero un piccolo capolavoro. È un peccato che duri così poco, poco più di 50 pagine come da tradizione di ogni fumetto della collana semestrale Tex - Romanzi a fumetti. Ma è un bel viaggio e alla fine si vorrebbe subito rituffarsi di nuovo a capofitto dall’inizio, gustare tre volte ogni dettaglio e la potenza di ogni scena. Voglio una maglietta con la copertina di questo volume, perché è straordinaria. 

Compimenti a Boselli e Breccia per questo nuovo viaggio. Semplice ma solido nella trama, carica di azione ma anche di una magnifica e tenera nota malinconia. Pazzesco nei disegni, davvero pazzesco. E non credo di avere altro da aggiungere. 

Talk0

lunedì 24 maggio 2021

Dragonero il ribelle n. 18 - Attacco a Vahlendart - e Dragonero n.19 - Il demone fuggiasco - doppia recensione!!

(Un’offerta promozionale imperdibile: Gli 80 anni di Sergio Bonelli Editore!!) Messaggio a tutti i fan Bonelli che ci seguono qui sul blog, disertando le pagine ufficiali (siete troppo buoni e un po’ folli, vi vogliamo bene)! Nei mesi di aprile e maggio si celebrano gli 80 anni della nostra amatissima casa editrice, la Sergio Bonelli Editore, e per festeggiare degnamente l’evento sono già piovute e pioveranno, in tutte le edicole e store online, da inizio aprile fino alle uscite previste entro per il 29 maggio, allegate ai principali fumetti, tante belle medagliette con incisi sopra  i volti dei principali eroi, comprimari e avversari di quasi tutte le più celebri testate bonelliane. Yeeah!!  Ad aprile con il numero 18 di Dragonero è allegata la medaglietta di Ian, nel numero di maggio c’è quella di Gmor. Collezionatele tutte nel magnifico raccoglitore con in regalo la medaglietta del primo mitologico eroe della casa: il grande “tizio del west”, primo di una serie sconfinata di “tizi del west” Bonelli, di nome Furio!! Le medagliette, mi dicono dalla regia,  non costituiscono una valuta parallela. Tenetele lontano dalla portata dei bambini. Vi preghiamo di non perderle, perché la Bonelli (forse?) non dispone di una zecca interna permanente.  Fine del messaggio promozionale. Allora, da cosa partiamo oggi? Trovato!

 

Partiamo dal numero 18.




(Sinossi fatta male). Riassunto delle puntate precedenti in una singola e comoda domanda: “Ma quando parte questa benedetta rivolta contro Leario, la Signora delle Lacrime, i maghi imperiali, il male assoluto, la cellulite e i dischi di Povia?“ La risposta è più inaspettata che mai, quanto pragmatica, e rientra nelle risposte politiche più classiche. È tipo: “Eeeh, ma questa cosa della rivolta si è già fatta in passato! Ma non ve lo ricordate?!!! È andata malissimo. Non ci abbiamo più i maghi da allora, una carneficina, una disorganizzazione tutta erondariana che non vi dico! E ora per ripartire dovremo chiedere i finanziamenti in prestito con i fondi del Next Generation Erondar ai nostri confinanti amici. Ma il piano Draghinero sarà un successo!! Più viverne ecologiche per tutti, nuove opportunità di lavoro agile con i banchi a rotelle tecnocrati, supporto psicologico e resilienza per i guerrieri barbari depressi di cui al numero 17 della testata. C’è di tutto, arriva presto e c’è giusto da tirare la cinghia un po’, pensare positivo, prima o poi arriverà la ripresa...”. Quella roba lì, insomma. Intanto però vediamo nei disegni che Gmor è diventato vecchissimo di colpo, da un albo all’altro, e iniziamo a pensare che la rivoluzione arriverà... all’anno del mai... ma teniamo duro!!! Con fiducia, cavolo!!! E con tanti punti esclamativi di ottimismo, tutti scritti in serie !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

(Questo numero mi ha depresso a livelli che non vi dico...non so se si capiva...). Questo nostro pezzo esce a maggio inoltrato, nonostante l’uscita in edicola del numero 18 sia di aprile. Ogni tanto capita per problemi di lavoro, difficoltà tecniche a reperire il fumetto, tuoni e fulmini, le cavallette, l’apocalisse, cani e gatti che vivono insieme, masse isteriche ecc. ecc. A questo giro devo però dire che sono riuscito a leggere il fumetto all’uscita o quasi, ma cercavo la giusta predisposizione psicologica per affrontarlo e “scardinarlo” con la chiave di lettura ironica che spesso piace ai lettori di questo blog. I temi trattati dal caro Vietti, l’autore del numero, mi hanno un po’ “buttato giù”, se vogliamo usare un eufemismo. Oppure mi hanno “demolito la voglia di vivere a botte di negatività”, se non vogliamo l’eufemismo. Non è che la negatività di un’opera mi spaventi a prescindere, anzi. Spesso tra me e un’opera nasce sempre una relazione chimica, frutto delle mie esperienze e del mio stato d’animo del momento della lettura. Io e questo numero 18 di Dragonero da subito “non giravamo bene”.  Roba di piatti rotti, abbandono di tetto familiare, lui che vuole tornare da sua madre... Sono così arrivato, di rimando in rimando, a recensirlo oggi, con il numero di maggio già presente in edicola da un po’, per guardare le cose in una prospettiva diversa e soprattutto “positiva”. Nel senso dell’incontro con il numero 19, più sbarazzino e divertente, che mi ha permesso di accettare di più il numero 18, “comprendere il suo dolore“ e...ok, sto andando troppo sulla psicanalisi e mi fermo. (mi viene pure in mente una gag del Drive In in cui Sergio Vastano, che interpretava uno studente fuoricorso della Bocconi “rifiutava il 18”, ma questa è un’altra storia).

Mi dispiace giusto non averlo recensito prima, questo 18, per la storia delle medagliette imperdibili raccontata qui sopra. Certo se avessi pubblicizzato la storia delle medagliette prima, magari qualcuno le andava a recuperare. Ma sullo store online di Bonelli, in fumetteria e pure in qualche edicola, il numero è ancora disponibile. Se occorresse faremmo per voi pure un assalto pacifico alla zecca Bonelli (se esiste davvero una zecca Bonelli). 

(Ma cosa è successo all’eroe del domani dell’Erodar? Per dirla alla Alan Moore...) È un po’ di tempi che Ian e gli eroi nostri beniamini stanno stringendo alleanze, creano fortini e passaggi sicuri, si inventano un uso creativo della tecnologia e della natura a scopo strategico, addestrano animali volanti, motivano le truppe. Poi prendono pure le cantonate sugli alleati, vanno in giro per i laghi lombardi in cerca di animali volanti, litigano, chiamano i nani a riparare la caldaia, cose così. In sintesi, lo scopo di questi 18 numeri finora usciti è  pianificare strategie di lungo termine cercando di sopravvivere nel medio. Sì ok, ma “quanto dura il lungo termine?“ Si potrà contrastare l’Impero “a un certo punto“? In tutto questo, quanto può essere inquietante il fatto che a narrare le storie della ribellione sia un orco Gmor super vecchissimo? Non è che la rivolta è durata un numero spropositato di anni e sembra che anche ora debba durare altri anni, parecchi anni, per giungere davvero a compimento (o ad una “riflessione in corso” d’opera stile dibattito sulla crisi di certi partiti nazionali)? Arriveremo a un punto in cui a narrare gli eventi sarà un Gmor diventato super super super stra-vecchio, che incespica nella barba e inizierà a essere sedotto dall’elfa/colf fino a che lei lo sposa, gli dilapida il patrimonio, i due finiscono per litigare sugli alimenti, gli vende di nascosto le spade da collezione su ebay e alla fine finiscono a Forum, condotto dalla Barbara Palombelli erondariana? Ecco, questi dubbi nel numero 18 un po’ si dissolvono. In negativo. Un po’ come la speranza di pensare che quel Gmor non fosse davvero vecchissimo, ma solo un po’ con la barba incolta per via di una recente fase hipster o magari invecchiato per gioco da una maledizione goliardica di Aura, di pochi mesi prima. 

Perché la rivoluzione non è ancora finita dopo pareeeeeeecchi anni, cacchio!!!!! E ci metto pure qui dei punti esclamativi extra !!!!!!!!

Magari però mi sto sbagliando, proprio in ragione del fatto che quello che sto leggendo, per via della medaglietta in “omaggio”, dovrebbe propriamente essere inteso come un numero celebrativo e possibile starting point per i nuovi lettori. Ce lo dice anche la copertina, del sempre bravissimo Gianluca Pagliarani, che ritrae il nostro eroe in posa plastica e sfondo neutro, come facesse la pubblicità della Nespresso, decontestualizzandolo dalla classica scena action presente come “tema” negli altri numeri. Quindi prendiamola anche così, nonostante quel Gmor stra-vecchio come narratore inizi un po’ a spaventarci, come quasi la constatazione che questo impero del male sia un po’ come la metafora del coronavirus. Come se “la ribellione“ fossimo noi in casa a leggere i fumetti con l’igienizzante mentre fuori c’è l’impero pandemico che circola libero. Non si può accelerare con un “liberi tutti”, andando in assembramento senza mascherina a occupare la capitale prima del tempo, prima che siamo abbastanza “pronti” per affrontarlo? Potrà Ian andare all’attacco, e noi godremo di storie “un po’ più positive”, quando la popolazione sarà vaccinata almeno al 60 per cento? Certo le similitudini tra questa narrazione e la particolare fase storica che stiamo vivendo abbondano e sono stimolanti (perché le storie migliori devono stimolarci), come di fatto il numero 18 è un numero comunque interessante per mille altri motivi.

(Quattro storie per quattro disegnatori) Come nei numeri precedenti la formula è quella di dividere l’albo in più sotto-trame, tutte scritte da Vietti ma affidandone i disegni ad autori diversi. 



Nella storia che è un po’ “il piatto forte”, disegnata da Vincenzo Riccardi, si parla di questa prima fantomatica “prova tecnica” di scontro totale nella capitale. Il racconto avviene prevalentemente a ritroso, dopo che il “fattaccio si è consumato“ per un mix di errori tattici, alleati troppo prudenti e alleati troppo frettolosi, nessuna conoscenza delle truppe nemiche sul campo. Questa analisi a posteriori, di stampo squisitamente fantasy-investigativo è avvincente, con tavole pullulanti di scene di massa (spesso disperate) e una spiccata ricchezza di dettagli negli scenari. 




Intrigante, action e misteriosa la storia della missione di Ausofer insieme all’elfa oscura, disegnata da una Ludovica Ceregatti che la immerge in ombre profonde e sinistre (alla Mignola) e in  magnifiche sequenza di combattimento con mostri tentacolari.

 


Più riflessiva e crepuscolare la storia di cornice, che riguarda l’incontro tra Gmor e Moldav, raccontata con tavole aggraziate e avvolte da un suggestivo paesaggio innevato ad opera di Cristiano Cucina (che già si è cimentato con successo su questo “scenario”). I toni tenui e pacati, “quotidiani”, della narrazione della vita del vecchio Gmor, vengono tradotti da Cucina in disegni rarefatti, sospesi, quasi “natalizi” (e che ricordano nella composizione i lavori di Will Eisner), che fanno di questo segmento quasi un “Grande freddo” (nel senso del film del 1983) fantasy. 




Un po’ più sconfortante (più per la rivelazione finale che per la sua struttura) la storia del viaggio di Yamara, stile “caccia al tesoro esotica” (alla Indiana Jones), ma tradotta in modo molto suggestivo dalle tavole di Fabio Babich, immerse in una atmosfera orientaleggiante davvero suggestiva, con scorci architettonici di civiltà passate davvero affascinanti e un pizzico di Max Max Oltre la sfera del tuono.

 

E ora, a grande richiesta, eccovi pure la recensione del numero 19! 



(Sinossi fatta male) C’è un nuovo giustiziere nell’Erondar. 



Ian e amici arrivano in un villaggio potenzialmente pericoloso, dove stazionerebbero dei mercenari al soldo dell’impero. Ma non c’è nessuno, tutto è deserto. Troppo misterioso. L’ideale sarebbe andare a chiedere consiglio ad Alben, replicando quei primi numeri di Dragonero in cui in sostanza si faceva un viaggio di 80 pagine in cerca del mago, girando per mezzo mondo di giorno e raccontandosi aneddoti intorno al fuoco di notte. Ian però taglia corto, prende una boccetta magica e la scaglia contro un muro. Dal liquame che rimane appiccicato e colante quanto il peggiore Rum di Caracas, si apre un passaggio dimensionale da cui esce Alben tutto incazzato. Il nostro eroe chiede al mago di fare una magia che faccia vedere cosa è successo prima della scomparsa generale di tutti. Un po’ come fa Starlord all’inizio del primo film dei Guardiani della galassia o fa Newt Scamander in Animali fantastici 2 o facciamo noi e Vasco Rossi con il tasto del rewind delle cassettine e delle vhs (cosa si perdono le nuove generazioni nate senza le cassette e vhs!!!). Alben fa partire il filmino e... sorpresa! La mattanza l’ha compiuta un abominio di tipo demone, che sembra aver però risparmiato la popolazione locale per concentrare la carneficina sui “cattivi”. Ma dove sarà finito adesso? Sarà un nemico pericoloso o un possibile alleato contro l’Impero? Ian si mette subito sulle sue tracce, decidendo di affidarsi al fiuto mistico della celebre poiana Ivy (che tutti amiamo quanto Edvige di Harry Potter).

 


Ma tutti lo indirizzano piuttosto verso una via investigativa più “diretta”. Cioè andare per una settimana da un monaco eremita amante di canzoni popolari e leggende orali, per uno studio e ricerca comparata di racconti su demoni “buoni” su base enciclopedica, seguendo il criterio delle “fonti più recenti”. Dopo aver conseguito un dottorato in lettere medievali, Ian trova la prossima tappa per la sua ricerca, ma potrebbero esserci delle sorprese lungo il cammino. 



(Una bella scazzottata, finalmente) Dopo il numero 18, ecco la bella “sferzata di ottimismo” che aspettavo. Un numero fatto di sana azione adrenalinica a base di asce volanti, di mostri, superpoteri e antieroi. Stefano Viertti ci mette al centro di una “caccia al mostro” dalle tinte horror, ben ritmata e imprevedibile. Ma la cosa più interessante sta a latere di questa decisamente divertente apoteosi action/horror, un po’ dalle parti di Go Nagai e un po’ in salsa Alien (non faccio spoiler, lo fa già Barbieri in terza di copertina...). 



La sorpresa improvvisa e gradita avviene quando Vietti, per bocca di Ian, arriva a dare voce alla domanda che più di tutte attanaglia i fan di Dragonero: “Ma Alben, nella vita, che cacchio fa? Ma perché quando c’è da menare non c’è mai? Ma perché se ne vaga per tutti gli agriturismo, i pub e bed and breakfast dell’Erondar in continuazione?”. È un bel dilemma in effetti, che richiederà prima o poi un approfondimento extra. Ma da una “piccola scossa”, il fatto che Ian se lo ponga parlandone a muso duro con il mago, con in mano, immaginiamo, una infinita nota spese che la “Ribellione SPA” sgancia periodicamente per le trasferte di Alben. I disegni di Giuseppe Matteoni trasmettono tutta la forza e la tensione che abbisognano alla storia. L’azione spesso prende il possesso di tutta la tavola, escludendo i balloons e lasciando il posto alla danza delle spade. 



A un certo punto il combattimento si scompone dalla sequenzialità temporale, per poi farsi una lotta verticale, dalla terra verso l’inferno. Tutto funziona a meraviglia e forse ci siamo guadagnati alla fine della lettura un nuovo comprimario, dall’animo oscuro, quasi una specie di imprevedibile “Venom“. Serie spin-off in arrivo?

Un numero incorniciato come sempre da una spettacolare copertina di Gianluca Pagliarani, che mi ha ricordato non so perché il classico Wrath of the demon per Amiga. 



(Finale) Quindi per scusarmi del ritardo nella recensione del numero 18, eccovi insieme le recensioni dei numeri 18 e 19. Il nostro eroe sta reclutando nuovi alleati e la ribellione all’impero sembra sulla giusta strada. Forse ci sarà il rimbalzo economico sperato e arriveranno i finanziamenti ad Ausofer per la sua impresa di ristrutturazione di fortini di montagna. Forse avremo nuove generazioni di maghi, forse saremo più “green” con le nuove viverne, forse la crisi dell’Erondar è destinata a risolversi e presto torneranno aperti a pieno regime i ristoranti di pesce di Solian. 

Noi come sempre, vi invitiamo con gioia a leggere anche il prossimo numero. 

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martedì 30 marzo 2021

Dragonero il ribelle n.17 - il sacrificio di Yannah - la nostra recensione

(Doverosa introduzione sonora)  quindi, citando il buon Rino Gaetano in uno dei suoi pezzi più celebri,“ la festa è finita (o) evviva la vita”? 

(Sinossi fatta male) Ricordiamo tutti noi fan di vecchia data della testata la faccenda del numero 33, la storia dei barbari contro i troll. Il popolo del nord di Yannah, l'amica di Ian che abbiamo conosciuto tutti noi fedeli fan nel numero 5 della testata “pre-ribellione” (oggi sento potente in nerdismo in me), al raduno degli scout, aveva poco dopo avuto a che fare con questi viscidi leoni da tastiera, che intasavano sempre più tutti i forum sul culturismo e il wrestling di cui i barbari erano assidui fan. Serviva un'azione radicale, perché dopo i troll sarebbero arrivate in zona pure le parabole di Radio signora delle lacrime, Real Time, Csaba della Zorza, Barbara d’Urso. Insomma: il male puro. Così Ian e Gmor sono intervenuti ad aiutare la principessa Yannah e il re, che per una antica, imparziale e saggia legge barbarica guidava il popolo nerboruto insieme ai ragazzini con cui da giovane giocava a calcetto. Era finita bene, Yannah era tornata a fare la scout confidando che la sua sorellina-gracilina iniziasse almeno a fare un paio di routine addominali al giorno. Oggi finalmente sapremo se sorellina-gracilina è pronta a cospargersi il corpo di olio come concorrere alle giovanili di Miss Olympia Erondariana, con la scusa che Ian è in zona per la storia solita della “ribellione“. I forzuti servono, ma pare che Radio signora delle lacrime abbia i ripetitori vicini e li stia già scoraggiando dalla pugna. Forse il saggio consiglio dei barbari amici del calcetto voterà contro l’annessione al “franchise della ribellione”, a questo giro. E dire che erano già pronte le magliette “Dragonero - il ribelle” di tutte le taglie, un vero spreco. Poi nella storia succederà  un qualcosa che non vi dico per non fare spoiler. Poi il fumetto si metterà  a parlare di altro, ossia di Alben che spreca il suo tempo tra le migliori birrerie artigianali dell’Erondar, con la scusa di “carpire informazioni utili alla ribellione” a tutti gli ubriachi che vede. Già lo abbiamo visto numeri fa girare per i migliori alberghi con spa e forno a legna, ci aspettiamo presto che il mago inizi a indagare per piadinerie e autogrill. Comunque, se prima sapevamo che Roney è uscito di testa, diventando strano e pazzo e con una mano forse demoniaca ora, grazia alle informazioni raccolte da Alben, sappiamo che Roney è effettivamente uscito di testa, diventando strano e pazzo, con una mano forse demoniaca. Glielo ha detto un tizio alla quinta rossa scura con tre luppoli, e lui ci crede. Il posto poi era pulito e la clientela simpatica, almeno 3 stelline sulla prossima guida scout del kraken rosso. Basterà questa nuova rivelazione a pianificare una articolata strategia di attacco per sgominare il male, come esposto in due vignette a pagina 98? 

(Cosa ci dice la copertina) Ho accolto con gioia l’invito del prode Barbieri, esposto nella solita paginetta prima della storia, a “non trarre facili conclusioni“ dopo aver guardato la copertina del sempre bravissimo Gianluca Pagliarani e aver letto il titolo del racconto firmato dal prode Vietti. Favoriamo qui di seguito la copertina. 



Del resto il buon Barbieri fa il misterioso sull’argomento per tutta la suddetta paginetta, prima ricordandoci che Yannah è stata una donna forte in un mondo di maschi dediti fieramente al calcetto, poi sottolineando che è tra i personaggi comprimari “di più lungo corso“, poi pubblicizzando  la nuova ristampa a colori cartonata commemorativa del n.33, l’avventura di Yannah, poi infilando in basso alla pagina Yannah che dice in una vignetta una frase così “incorniciata e commemorativa“ della sua filosofia di vita che racchiude veramente “tutto”. Potrebbe essere quasi una frase da mettere in futuro sotto una statua dedicata a Yannah, magari a Solian, al centro del futuro “piazzale Yannah”. Casualmente Luca Malisan, uno dei disegnatori di questo numero, ha già realizzato una magnifica statua commemorativa tridimensionale di Yannah, accessibile da questo link, per Istagram e Facebook. Quindi, posto che comunque Elton John sta probabilmente in questo momento lavorando a una cover di Gianna di Rino Gaetano, come andrà a finire la storia dal titolo: “Il sacrificio di Yannah”? Io banalmente fin dal mese scorso mi aspettavo una dipartita eroica e commovente come ai tempi in cui leggevo Fullmetal Alchemist, oppure quando da pischello guardavo la prima serie di Ken in guerriero. Magari qualcosa stile Sean Bean, un uomo che sa davvero come morire eroicamente e  tragicamente in quasi ogni pellicola o telefilm che interpreta. Ma per non fare spoiler di roba bella, che potrebbe piacere a tutti ma non tutti hanno ancora visto, voglio ricordare il personaggio che più di ogni altro mi ha commosso veder “dipartire” mentre guardavo un film spagnolo sugli zombie piuttosto scombinato, e che in genere non si fila nessuno. Addio Sponge John, che gli angeli possano apprezzare il tuo stile e la risata non travolgente 

Ma voglio andare oltre e cercare di interpretare fuori dagli schemi, dalla posizione dei personaggi sulla copertina, le diverse sfumature interpretative possibili del disegno. La prima cosa che mi viene in mente è la morte di Elektra per mano di Bullseye, nel celebre ciclo di Frank Miller.

Ma testa e gambe solo in posizione non corretta, ci sono due corpi ravvicinati ma è fuorviante, c’è una lama che trapassa. Insomma: Yannah non sembra colpita a morte come Elektra e due freccette conficcate magari di striscio non sono indicative. Potrebbe non essere una schiena di morte. Così penso al poster di Via col Vento 

C’è una somiglianza nella presa di Ian, ma l’espressione di Dragonero è diversa da quella di Rhett Butler. Sarà che mancano i baffi. Non credo sia quindi una scena romantica.

Poi penso alla scene “dammi un po’ di zucchero baby” de L’armata delle tenebre 



Ian ha la stessa espressione di Ash del reparto ferramenta in una scena un po’ tragica, i dubbi salgono. 

Infine penso a una figura del tango classica 



Sono più convinto in questo caso che “Yannah possa farcela“, forse stanno evitando le frecce a passo di danza, tipo Matrix, con un paio di ferite di striscio. Anche perché se fosse realmente morta avrebbe la postura di una diversa, più precisa e celebre figura del tango, arrivata a noi da Cianci in una coreografia di Ballando con le stelle 



Quale che sia il significato dell’immagine di copertina, speriamo di essere stati abilmente “trollati”, giusto per tornare alle azioni più tipiche dei nemici dei barbari del numero 33. Come speriamo che in un mondo fantasy certi eventi possano mutare di corso. Magari basta raccogliere le Dragonero Ball (marchio registrato) ed esprimere un desiderio. 

C’è da dire che quando un personaggio importante esce di scena, che sia un libro o un fumetto, spesso ci ricordiamo maggiormente di lui, diventa a volte il cardine stesso della filosofia di vita dei personaggi. Qualche volta andiamo pure a leggere le vecchie storie, un po’ ci commuoviamo e un po’ sappiamo che il suo contributo non è più realizzabile ai fini della trama, soprattutto quando era più importante che ci fosse. Sappiamo che altri dovranno colmare quel vuoto e sarà difficile farlo, così come accade un po’ nella vita reale. Certo, sempre che la storia di Vietti vada in quel verso! Perché potrebbe succedere di tutto, magari pure che la natura di alcuni “particolari avversari“ che emergono in una “particolare sequenza” ci tragga in inganno. 

(Verso il conflitto finale) Il numero 17 parla di come incassare un fallimento e l’ho pure comprato venerdì 13, quindi sfiga più fallimento. Nello specifico descrive il fallimento come quel momento in cui ci si ferma, ci si allontana dal gruppo e si finisce travolti dalla sfiga. Quando magari si pensava di avere ancora delle cartucce, di poter ribaltare il tavolo un’altra volta, di avere moralmente ragione nel campionato della vita. Ian si imbarca in una missione che sa da subito essere fallimentare, Gmor cerca un avvicinamento a Sera che comprende da subito poter essere fallimentare, Yannah parte dal suo villaggio in un momento decisamente fallimentare. Persino Roney decide di dedicarsi a una ricerca che potrebbe avere esiti fallimentari. Qualcuno direbbe “mancò la fortuna, non l’onore”, ma la “botta” arriva comunque, la sconfitta è davanti e guarda a come i nostri eroi riusciranno a rialzarsi. Se guardiamo a questo ciclo sulla ribellione come a un’unica storia, siamo ben oltre la prima parte (quella che i tecnici chiamano “tesi“) nella zona tra la seconda (della “Antitesi“) e terza parte (detta “sintesi“). Siamo nel cosiddetto “fondo”, il momento in cui crollano le certezze. Spesso il fallimento guida i peggiori caos cosmici interiori, alimentando il dubbio che a fare gli errori peggiori sia stato il comportamento dell’eroe, più che il “canonico agitarsi” del suo avversario di turno. È il momento in cui ci si sente più soli, si fanno gli sbagli irreparabili, si macina polvere. È il momento in cui persino i più audaci, come il popolo dei barbari, tremano, si defilano o comunque guardano con diffidenza al futuro. Ma è anche il momento in cui ci si lecca le ferite e ci si rialza, sapendo di contare almeno e solo su se stessi. Perfino quando sembra annunciata, manca una vera vittoria. Vietti anzi addensa le nubi nere su Dragonero, rende il nemico più forte, in grado di sovvertire le regole del gioco in modo scorretto (stile Funny Games di Haneke), porta gli eroi a disperarsi, riempirsi di rimorsi e cupezza. Dobbiamo da lettori sentirci tristi e ci riusciamo benissimo, pur consapevoli che la ruota prima o poi girerà. Siamo come quei gattini appesi ad un filo. 



Non sappiamo se nei prossimi numeri suonerà la carica della rimonta o dovremo rimanere ancora un po’ nell’inferno emotivo del fallimento, ma la tensione narrativa è quella giusta e sale una gran voglia di leggere le prossime storie. 

(Disegnare la sconfitta) Vietti, scegliendo una struttura narrativa asciutta e affilata, immerge per bene i nostri eroi in un mondo di disperazione che diventa ancora più vivido grazie ai disegnatori Alex Massacci, Luca Malisan e Fabrizio Galliccia. I gesti e le battute di Gmor per sdrammatizzare la tensione cadono nel vuoto, mentre l’orco guarda Sera con un’espressione incerta. 



L’abilità diplomatica di Ian viene annientata senza poter neanche essere esibita e l’eroe incassa con un sorriso triste il verdetto.



Il coraggio di Yannah la porta da nessuna parte, se non in un luogo dove si trova isolata dal gruppo, sola. 



Anche sul piano dell’azione più concitata, non c’è niente di davvero risolutivo o eroico e quando cadono i soldati nemici sotto le frecce di Sera, quello che vediamo è una ragazza felice dopo aver colpito un nemico al collo, senza cercare alcuna strategia alternativa. 



Le spadate pesanti e scomposte di Ian sono date con rabbia, uno sfogo brutale.



Non mancano belle sequenze di lotta con al centro Yannah che rotea la sua ascia, c’è un lungo flashback carico di mostri e diavoli, immerso in uno scenario quasi metafisico plumbeo  che rimanda al Berserk di Kentaro Miura. Il lavoro visivo gioca continuamente tra tragedia e horror e non è affatto male, ma l’espressività dei volti è la vera carta vincente di questo numero.

(Finale) Il nuovo numero di Dragonero è una bella coltellata per il lettore, da affrontare con cautela solo dopo un evento particolarmente felice, tipo la vincita all’enalotto. La storia di Vietti è forte e anche se sembra spezzarsi, dopo le prime 63 pagine, quando inizia una diversa fase narrativa, di fatto il tema-guida, legato al fallimento, continua fino alla fine dell’albo, offrendoci giusto una alternativa prospettiva “di campo”. La pagina finale ci proietta dritti nelle trame del numero 18 e in una nuova fase. Non è facile affrontare temi come la sconfitta e il fallimento, ma sono argomenti formativi importanti. I disegni di Alex Massacci, Luca Malisan e Fabrizio Galliccia riescono al meglio a fornire la giusta dimensione espressiva emotiva a questi temi, dipingendo i volti dei nostri eroi di una mimica convincente e struggente. Non mancano le classiche sequenze action e gli scenari più orrorifici, da sempre marchio di fabbrica della testata. Un buon numero. 

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mercoledì 17 marzo 2021

Dylan Dog n. 414 : Giochi innocenti - la nostra recensione



Cosa non ti combinano i bambini! Un attimo di distrazione e la piccola Allie sottrae alla “zia detective “ Ranja il cellulare e invia un videomessaggio di soccorso all’acchiappamostri Dylan Dog, illustrando una attività paranormale che avviene direttamente nella sua cameretta. Il nostro eroe, non appena riesce a vincere la sua tecnofobia, vede il video ed è subito pronto a investigare sulla infestata casa delle bambole della bambina. Solo che Allie è misteriosamente sparita nelle ultime ore e a quanto pare non è l’unica scomparsa a Londra negli ultimi tempi. Le vittime sono tutti bambini apparentemente sereni e ricchi di una creatività sorprendente, quanto poco utile, al di là dell’aspetto ludico, per affrontare il  mondo reale. L’oscuro rapitore è forse una vecchia conoscenza di Rania, il babau che l’ha perseguitata durante l’infanzia.



Giochi innocenti è una storia che parla di bambini e demoni, i misteri dell’infanzia e le strategie più idonee messe in campo dai genitori per affrontarli. Nel gustoso mix narrativo scelto da Paola Barbato c’è un po’ di Peter Pan e un po’ di Chatulu. Un po’ di psicologia dell’infanzia e un po’ di cosmic horror. Si respira quindi l’aria pesante e le scelte psicologiche più logoranti delle migliori pellicole sul rapporto genitori-figli di Scott Derrickson. Diventare grandi non è mai stato uno scherzo e spesso si procede nella realtà “a tentoni e gattoni” tra le dinamiche di assimilazione e accomodamento di Jean Piaget. Districarsi con un bagaglio valoriale che divide il mondo solo tra buoni e cattivi, spesso confondendo bene e male, non aiuta di certo la capacità decisionale di un bambino. Specie quando deve rispettare delle regole che non si comprendono. Fuggire “dal reale“ attraverso “il gioco” apre agli infiniti mondi della fantasia quanto dell’orrore, dove farsi inghiottire nei colorati e accondiscendenti mondi di Fortnite può essere rischioso, se non bene accompagnati, quanto valicare una dimensione oscura lovcraftiana. L’approccio interessante che usa la Barbato per sviluppare e risolvere la storia, specie sul piano dello sviluppo psicologico di bambini e “adulti”, risulta per questo particolarmente interessante, apparentemente contro-intuitivo, frutto di un'ottima intuizione sulle meccaniche educative. Il racconto parte lento, ma già dopo una ventina di pagine accelera, ci tira dentro e poi ci scaglia in zone sempre più oscure. Mostri tentacolari e spaventosi sono lì pronti a spiazzarci per quanto appaiano “docili” ma al contempo crudelissimi, assolutamente spietati; piacerebbero anche a Guillermo Del Toro. Il personaggio di Ranja ha un ruolo centrale nella vicenda e sarebbe interessante se la trama trovasse la possibilità di espandersi in numeri successivi della testata, perché ha delle belle potenzialità. Molto bella la copertina di Gigi Cavenago, in grado di sintetizzare al meglio la materia magica quanto sinistra del racconto. Molto interessanti i disegni di Paolo Martinello, validi nella descrizione del contesto realistico-urbano della parte investigativa, sorprendenti nelle tavole più oniriche e grottesche. Ci sono molti flashback e queste scene vengono gestite con una colorazione a matita intrigante, volta a caricarle di una atmosfera rarefatta, immergendo i personaggi, per lo più bambini e mostri, all’interno di un immaginario quasi favolistico. 



Giochi innocenti è un bel numero della testata, carico di atmosfera, che parte lento ma poi riesce ad accelerare e sorprendere. La storia nell’ultima parte prende dei contorni “infernali“ che gli appassionati dello splatter e dei mostri alla Clive Barker troveranno interessanti. Qualche genitore potrebbe forse trovare interessante dedicare qualche momento in più a stare insieme con i suoi bimbi, dopo la lettura. Un aspetto decisamente meritorio della narrativa della Barbato. Avanti così. 

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domenica 14 marzo 2021

Dylan Dog Color Fest 36 : Mister Punch - la nostra recensione

 


(Sinossi) Una multa non pagata, particolarmente salata, che avrebbe dovuto pagare l’amico Groucho, fa arrabbiare particolarmente il nostro eroe Dylan Dog. Per una strana serie di eventi i due si trovano a uno spettacolo di marionette di “Punch e Judy”, che si tiene sotto un tendone fuori città. Mister Punch è l’indiscusso mattatore dello show e ama randellare tutti gli altri personaggi mentre il pubblico muore dalle risate. Al termine dello spettacolo Dylan è ancora arrabbiato con Groucho e accetta una curiosa proposta della ragazza che raccoglie le mance: se vuole può liberarsi per sempre della persona che lo ha fatto infuriare, attraverso un rito, facendola sparire per sempre dal “palcoscenico della vita”. Per rabbia e con la convinzione che si tratti solo di una specie di rito scaramantico, Dylan segue la strana procedura e dal giorno dopo Groucho sparisce. Nessuno si ricorda di lui, Groucho non è mai esistito e di conseguenza la vita di Dylan è cambiata. Ma in negativo e solo il nostro eroe si ricorda ancora dell’amico. Tornato sotto il tendone di Mister Punch, Dylan scopre che Groucho ha ora una nuova vita e un nuovo corpo. È diventato una delle marionette di Mister Punch, che in realtà è un demone e da anni imprigiona gli esseri umani nei corpi di burattini, per arricchire il suo show. Se oscurerà le luci della ribalta al capocomico, Groucho potrebbe però  finire a pezzi. 



(l’uomo è come una marionetta i cui fili sono appesi alle stelle - Carlos S. Weise cit.) Lo sceneggiatore Giovanni De Feo scrive una storia che ha radici nella tradizione del teatro dei burattini e strizza l’occhio alle favole. Mister Punch è un personaggio che esiste davvero e sorprendentemente è proprio il “nostro” Pulcinella che, partito per fare fortuna all’estero, come molti illustri italiani, è approdato prima in Francia e poi in Inghilterra, barattando la mascherina nera e il vestito immacolato per un completo rosso sangue e diventando il protagonista principale negli spettacoli di Punch e Judy. Lei vittima e lui irritabilissimo carnefice, con bastone “d’ordinanza” che era già nelle mani dai tempi del Pulcinella “tradizionale”. Le marionette di fatto, fin dai primi pupari, hanno sempre avuto una passione per spade e mazzate, usate per fare epica quanto satira. L’aspetto per cui De Feo “fa bingo”, nel creare una delle storie di Dylan Dog più incisive e “orrorifiche” degli ultimi tempi, è considerare proprio in questa doppia lettura psicologica gli spettacoli di marionette: il fatto di essere attrattivi tanto per i personaggi e le vicende buffe, quanto per una specifica carica “violenta”. Una “violenza” parossistica, edulcorata, “innocua”, che accomuna gli spettacoli dei burattini ai pagliacci del circo, come alle comiche di Stanlio e Olio come di Chaplin, dove i poliziotti “brandiscono i manganelli” e i “calci nel sedere” sono una forma di comunicazione. Ma perché fa ridere il pubblico, più o meno da sempre, “mimare le contusioni”? Forse perché “ridiamo serenamente” delle sventure, come dei soprusi, quando sappiamo che sono palesemente finte, non ci toccano. Le commedie quanto gli horror moderni e i film di arti marziali, ma anche moltissimi videogame, vivono “anche” di questo: fornire alla nostra fantasia un carico di “violenza escapista” che possiamo impiegare per sfogarci/consolarci virtualmente, magari sognando di menare una persona che ci sta antipatica senza passare ai fatti, come fosse un sogno. È un po’ la sintesi di quanto accade quando una mamma dice al figlio discolo “come ti ho fatto, vorrei smontarti” (senza ovviamente passare alle vie di fatto e conseguenze penali),  pensando al figlio, pur inconsciamente, come a un bambolotto che può accendere e spegnere. “Oggettificandolo”, come di fatto è un oggetto, moralmente neutro, né buono né cattivo, né vittima né carnefice, una marionetta che “non è Pinocchio”. È sempre meglio che applaudire ai giochi gladiatorii dell’antica Roma perché il pupazzo non può soffrire, ma è comunque una meccanica comportamentale interessante, forse un retaggio medioevale, quando la “mimesi” del pubblico ricade su un carnefice, un po’ bullo e un po’ buffo, come le marionette armate di clava dei burattini, di cui Mister Punch è un esempio classico.

Marionetta stile Mister Punch dal Gobbo di Notre Dame della Disney


Una marionetta che ci porta a ridere quando saccagna di botte qualcuno sulla scena. Certo, potremmo pensare, magari Mister Punch “potesse davvero“ picchiare, con il sorriso sulle labbra, qualcuno che ci ha fatto un torto! Ma se lo facesse “sul serio”, “nel mondo del reale”? La soluzione dei problemi può consistere nell’abbatterli a randellate? De Feo “ribalta i burattini per vedere cosa hanno dentro” e in questa metafora ogni suggestione a quanto accade in una scena topica di Society di Brian Yuzna è puramente voluta. Forse c’è dentro della salsiccia, per accrescere l’effetto splatter più grandguignolesco, ma forse c’è dell’altro, qualcosa di più lovecraftianamente (uso spesso questa espressione di recente, sto vivendo un momento molto lovecraftiano) metafisico: la mano di un'entità superiore. Quella che guida la marionetta. È scoprire il trucco, svelare la mano del marionettista/burattinaio. La mano di un attore che può rappresentare con dei pupazzi, “interpreti”/strumento di scena, un racconto di fantasia. Un racconto che può diventare anche “interiore e personale”, quando i pupazzi sono utilizzati non per una rappresentazione teatrale ma per una terapia psicologica, per far esprimere a chi li muove, in questo caso non un attore, uno stato d’animo difficile da “intestarsi”. In questo caso i pupazzi si dice vengano usati come “oggetti transizionali” (consiglio un paio di film su questo uso dei pupazzi, sia implicito che esplicito: The Boy di William Ball e Mister Beaver di Jodie Foster. Ma potremmo estendere il concetto anche a Frank di Lenny Abrahamson. Ne riparleremo prima o poi). Questo porta a una riflessione ulteriore, che De Feo affronta con un ingegnoso ribaltamento di prospettive, su chi è il reale narratore che può “intestarsi la storia“, attraverso uno smascheramento del processo di oggettificazione nascosto dietro a ogni bambola o marionetta. Ma De Feo non si limita a questa suggestione. A volte, al di fuori dei casi sopra discussi, “trasformare le persone in oggetti“ è di fatto una pratica che molte persone fanno, qualche volta anche senza usare i bambolotti, sulla base di un disinvestimento emotivo. Come ci sono persone al mondo che accettano supinamente di essere trattate come oggetti, felici di assolvere ad almeno alcune funzioni per le quali sono momentaneamente investite dell’attenzione altrui. C’è insomma chi per davvero si sente ogni tanto un “pupazzo senza glorie”. Un bel magma per costruire una ottima trama horror. 





(un disegnatore di favole nere) Giulio Rincione possiede uno straordinario talento visivo, il migliore possibile per mettere in scena una storia come Mister Punch. Dalla trilogia dei Paperi dove ai testi era accompagnato dal fratello Simone, il disegnatore ha dimostrato una sempre più particolare propensione nella raffigurazione, spesso iper-realistica se non addirittura horror, di creature fantastiche proprie dell’immaginario dell’infanzia più noto, in primis quello sviluppato da Disney. Pupazzi, paperi e folletti si riempiono di rughe, occhi quasi umani, denti marci. Il pelo è arruffato e sporco, la “pelle di legno” scalfita e scheggiata, i costumi logori. È come vedere il figurante di una parata di Gardaland che si sta struccando dopo lo spettacolo: si toglie il sorriso che sfoggia per lavoro sotto una testa di polistirolo, svela un corpo anziano e acciaccato sotto il panciotto a cuscino che lo fa immaginare un eterno bambino, inizia a fumarsi una sigaretta (cosa che oggi per un pupazzo è peggio di ogni altra cosa). Queste creature “fantasticamente tragiche“ vengono rese da Rincione quasi tridimensionali, anche attraverso un uso spiccatamente pittorico del colore, per certi versi vicino ai lavori di Dave McKean, ma con una forte originalità nella composizione.  



Le tavole, ricche di dettagli e un uso peculiare dell’illuminazione, quando servono per descrivere azioni e sentimenti di quotidiana tristezza divengono grigie, realistiche, i colori si raffreddano. Quando si apre al mondo della gioia i disegni divengono stilizzati, caldi, avvolgenti. Quando si entra nelle zone più horror cala i nero, le luci divengono fuochi fatui, tutto assume contorni distorti e un “occhio di bue” illumina i volti più deformati e spaventosi. Tavole “umorali” letteralmente pazzesche, profonde e piene di sfumature, che quando in scena agiscono le componenti più fantasy mutano anche in un lettering che si sdoppia e rende sottile, si carica di colori aggressivi. Mister Punch appare a tutti gli effetti come una favola illustrata degli orrori, dove i burattini possiedono occhi umani, denti da demone e sotto il vestito budella e sangue. Ma Rincione con i suoi disegni ci trasmette che non c’è solo questo, perché dietro ai pupazzi più terrificanti può nascondersi anche una insperata umanità e gentilezza, rendendoceli così non solo più gradevoli, ma anche umani. Così una delle sue tavole più belle arriva quando uno dei mostri sulla scena irrompe in un pianto disperato che ne muta i tratti, svelandone la dolcezza interiore. Una piccola grande magia grafica.





(Giù il sipario). Il nuovo numero del Color Fest non è l’esordio di Rincione su Dylan Dog, ma di sicuro una delle sue prove più riuscite, viscerali. Il talento di questo disegnatore è straordinario e adattissimo alle atmosfere horror della testata. De Feo scrive una agrodolce favola horror, carica di spunti e ben ritmata, in grado di fare breccia anche tra gli storici lettori “della vecchia guardia” che ho il piacere di conoscere e mi hanno consigliato di parlarne qui. Davvero un buon numero. 

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