Il popolo navajo ha per nemico un antico
e potente stregone che sembra in grado di comandare i serpenti e pertanto viene
chiamato “Snakeman”. La sua storia e il modo in cui ha contratto questi
particolari poteri è raccontata come una favola nera, dove per una
volta i navajo sono i cattivi. Snakeman è un vendicatore dai tratti
metafisici il cui volto e mente assumono una spietata estensione rettile.
Forse è immortale, di sicuro è potente e ora guida un esercito dall’alto di una
montagna, dove ha luogo la sua personale cittadella dei serpenti (un omaggio
a Hordak dei Masters ma anche e soprattutto al fantasy di Frazetta). Non
esistono secondo la leggenda persone mortali in grado di ucciderlo. È un po’
come il Corvo di Brandon Lee. Ma chi ha detto che Tex Willer, che presto si
pone sulla strada di Snakeman, sia un comune mortale?
Quando si parla del padre di Enrique
Breccia, Alberto, “è subito Eternauta”. E non parlo solo dello straordinario
romanzo grafico scritto da Oesterheld per i disegni di Alberto Breccia, ma
anche della storica testata italiana che prendeva nome proprio
dall’Eternauta, lo pubblicava a puntate ma aveva al suo interno anche una delle
più strabilianti raccolte del fumetto d’autore di sempre. Segrelles, Toppi,
Eleuteri Serpieri, Corben, Moebius, Jodorowsky ed altri. Dalle bande dessinee
al fumetto argentino, passando per underground in un’epoca visiva e tematica
unica, pittorica, spesso iconoclasta nella sua pulsione a rappresentare corpi
sensuali, muscolari, scolpiti su roccia quando fragili, inermi, costretti a
vivere con “un gatto in bocca”. Fumetti potenti, spesso epici, spesso
psichedelici. Ringrazio ancora Roberto, mio amico di sempre, per avermi fatto
accedere ai misteri e tesori di quella testata antologica, ai tempi spesso da
cercare più che in edicola presso le prime e fumose fumetterie. È incredibile
come tutti gli autori passati per l’Eternauta siano diventati leggende, come di
fatto è incredibile che tutte quelle opere siano ancora attualissime e facciano
ancora oggi lustro di loro nelle fumetterie in edizione sempre nuova e sempre
più lussuose.
In Snakeman di Enrique Breccia, figlio di Alberto, c’è tutta la
psichedelia, i corpi scolpiti e i mille dettagli visivi di quei leggendari
numeri della collana contenitore “Eternauta”. Avevamo visto e apprezzato
tantissimo Enrique già all’opera su Tex, nel Texole Captain Jack. È stato
straordinario e la dimostrazione che la mela non è caduta certo lontana
dall’albero. Captain Jack è un numero potente, con immagini cariche di azione e
drammaticità, magnifici paesaggi e dettagli, ma come “tradizione della
testata” (parlo del Texone) prive di quel colore che era la “cifra in più” non
tanto per il fumetto Eternauta in sé (che era in bianco e nero, sebbene con
un disegno espressionista potente, “materico”), quanto per il fascinoso
caleidoscopio cromatico dell’antologico di cui sopra, per come i ricordi
me lo hanno a lungo cullato. Così il posto migliore per vedere “l’atmosfera
dell’Eternauta” non poteva essere che la testata Tex Romanzi a Fumetti,
che nasce a colori proprio con una incredibile opera di Eleuteri Serpieri, dove
la sabbia del deserto western assumeva la consistenza fangosa del suo mondo
sci-fi Druuna. Enrique si scatena con tutta la psichedelia che ha in corpo. La
storia scritta dal solito e bravo Boselli ha l’afflato giusto per ricevere un
così suggestivo assalto visivo, tanto è piena di epica, malinconia e suggestive
immagini sciamaniche.
La storia parla di morte, di rimpianto, di
“spirito”. Il principale filo conduttore è la malinconia dei fantasmi, che
interagiscono ancora con noi in modo inaspettato nella vita di tutti i giorni,
con una “presenza accogliente” quanto discreta. Siamo molto dalle parti di James O’Barr, anche per il
modo in cui poi “i fantasmi cambiano pelle” ed entriamo nel mondo dei
“dead-man”, gli spiriti della vendetta metafisici che da sempre si muovono tra
i supereroi (come l’urbano Punisher su tutti, ma anche Spawn, il Ghost Rider e
altri) ma anche tanto nel western (Django su tutti, ma anche il Lone Ranger,
mille pistoleri di spaghetti western, Clint Eastwood ne Gli spietati e pure un
immortale Danny Trejo in un gustoso trash-western degli ultimi anni. Ma forse
anche il pistolero di Westworld di Ed Harris vorrebbe essere in questa banda…). Pistoleri “morti dentro” che non possono per questo più essere uccisi.
Ed ecco che “cala la bomba”, direttamente anticipata dalla magnifica copertina
sempre opera di Breccia. Tex re-indossa in questo numero per l’occasione il suo
storico (e rarissimo!!!) aspetto da Dead-man. Diventa un pistolero scheletrico
con lunghi capelli bianchi che agisce nell’ombra e terrorizza i suoi nemici. Un
po’ Fantaman, un po’ Kriminal, un po’ Ghost Rider. Affronta questo Snakeman che
ha denti e pelle da rettile, ama i sacrifici umani a base di fuochi e follia
come il sacerdote di Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Di sicuro tutto
appare psichedelico e sognante, con colori stroboscopici intensi che donano
un’atmosfera da Apocalypse Now in cui non si risparmiano mai i pennarelli. Ogni
tavola ha mille gradazioni, come ad omaggiare al cento per cento un altro tipo
di spettro, quello della scala cromatica.
Magnifico, davvero un piccolo
capolavoro. È un peccato che duri così poco, poco più di 50 pagine come da
tradizione di ogni fumetto della collana semestrale Tex - Romanzi a fumetti.
Ma è un bel viaggio e alla fine si vorrebbe subito rituffarsi di nuovo a
capofitto dall’inizio, gustare tre volte ogni dettaglio e la potenza di ogni
scena. Voglio una maglietta con la copertina di questo volume, perché è
straordinaria.
Compimenti a Boselli e Breccia per
questo nuovo viaggio. Semplice ma solido nella trama, carica di azione ma anche
di una magnifica e tenera nota malinconia. Pazzesco nei disegni, davvero
pazzesco. E non credo di avere altro da aggiungere.
(Un’offerta promozionale imperdibile:
Gli 80 anni di Sergio Bonelli Editore!!) Messaggio a tutti i fan Bonelli che ci
seguono qui sul blog, disertando le pagine ufficiali (siete troppo buoni e un
po’ folli, vi vogliamo bene)! Nei mesi di aprile e maggio si celebrano gli 80
anni della nostra amatissima casa editrice, la Sergio Bonelli
Editore, e per festeggiare degnamente l’evento sono già piovute e
pioveranno, in tutte le edicole e store online, da inizio aprile fino alle
uscite previste entro per il 29 maggio, allegate ai principali fumetti, tante
belle medagliette con incisi sopra i volti dei principali eroi,
comprimari e avversari di quasi tutte le più celebri testate bonelliane.
Yeeah!! Ad aprile con il numero 18 di Dragonero è allegata la medaglietta
di Ian, nel numero di maggio c’è quella di Gmor. Collezionatele tutte nel
magnifico raccoglitore con in regalo la medaglietta del primo mitologico eroe
della casa: il grande “tizio del west”, primo di una serie sconfinata di
“tizi del west” Bonelli, di nome Furio!! Le medagliette, mi dicono dalla
regia, non costituiscono una valuta parallela. Tenetele lontano dalla
portata dei bambini. Vi preghiamo di non perderle, perché la Bonelli (forse?)
non dispone di una zecca interna permanente. Fine del messaggio promozionale.
Allora, da cosa partiamo oggi? Trovato!
Partiamo dal numero 18.
(Sinossi fatta male). Riassunto delle
puntate precedenti in una singola e comoda domanda: “Ma quando parte questa
benedetta rivolta contro Leario, la Signora delle Lacrime, i maghi imperiali,
il male assoluto, la cellulite e i dischi di Povia?“ La risposta è più
inaspettata che mai, quanto pragmatica, e rientra nelle risposte
politiche più classiche. È tipo: “Eeeh, ma questa cosa della rivolta si è già
fatta in passato! Ma non ve lo ricordate?!!! È andata malissimo. Non ci abbiamo
più i maghi da allora, una carneficina, una disorganizzazione tutta erondariana
che non vi dico! E ora per ripartire dovremo chiedere i finanziamenti in
prestito con i fondi del Next Generation Erondar ai nostri confinanti amici. Ma
il piano Draghinero sarà un successo!! Più viverne ecologiche per tutti, nuove
opportunità di lavoro agile con i banchi a rotelle tecnocrati, supporto
psicologico e resilienza per i guerrieri barbari depressi di cui al numero 17
della testata. C’è di tutto, arriva presto e c’è giusto da tirare la cinghia un
po’, pensare positivo, prima o poi arriverà la ripresa...”. Quella roba lì,
insomma. Intanto però vediamo nei disegni che Gmor è diventato vecchissimo di
colpo, da un albo all’altro, e iniziamo a pensare che la rivoluzione
arriverà... all’anno del mai... ma teniamo duro!!! Con fiducia, cavolo!!! E con
tanti punti esclamativi di ottimismo, tutti scritti in serie
!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
(Questo numero mi ha depresso a livelli
che non vi dico...non so se si capiva...). Questo nostro pezzo esce a maggio
inoltrato, nonostante l’uscita in edicola del numero 18 sia di aprile. Ogni
tanto capita per problemi di lavoro, difficoltà tecniche a reperire il fumetto,
tuoni e fulmini, le cavallette, l’apocalisse, cani e gatti che vivono insieme,
masse isteriche ecc. ecc. A questo giro devo però dire che sono riuscito a
leggere il fumetto all’uscita o quasi, ma cercavo la giusta predisposizione
psicologica per affrontarlo e “scardinarlo” con la chiave di lettura ironica che
spesso piace ai lettori di questo blog. I temi trattati dal caro Vietti,
l’autore del numero, mi hanno un po’ “buttato giù”, se vogliamo usare un
eufemismo. Oppure mi hanno “demolito la voglia di vivere a botte di
negatività”, se non vogliamo l’eufemismo. Non è che la negatività di un’opera
mi spaventi a prescindere, anzi. Spesso tra me e un’opera nasce sempre
una relazione chimica, frutto delle mie esperienze e del mio stato d’animo del
momento della lettura. Io e questo numero 18 di Dragonero da subito “non
giravamo bene”. Roba di piatti rotti, abbandono di tetto familiare,
lui che vuole tornare da sua madre... Sono così arrivato, di rimando in
rimando, a recensirlo oggi, con il numero di maggio già presente in edicola da
un po’, per guardare le cose in una prospettiva diversa e soprattutto
“positiva”. Nel senso dell’incontro con il numero 19, più sbarazzino e
divertente, che mi ha permesso di accettare di più il numero 18, “comprendere
il suo dolore“ e...ok, sto andando troppo sulla psicanalisi e mi fermo. (mi
viene pure in mente una gag del Drive In in cui Sergio Vastano, che
interpretava uno studente fuoricorso della Bocconi “rifiutava il 18”, ma questa
è un’altra storia).
Mi dispiace giusto non averlo
recensito prima, questo 18, per la storia delle medagliette imperdibili
raccontata qui sopra. Certo se avessi pubblicizzato la storia delle medagliette
prima, magari qualcuno le andava a recuperare. Ma sullo store online di
Bonelli, in fumetteria e pure in qualche edicola, il numero è ancora
disponibile. Se occorresse faremmo per voi pure un assalto pacifico alla zecca
Bonelli (se esiste davvero una zecca Bonelli).
(Ma cosa è successo all’eroe del domani
dell’Erodar? Per dirla alla Alan Moore...) È un po’ di tempi che Ian e gli eroi
nostri beniamini stanno stringendo alleanze, creano fortini e passaggi sicuri,
si inventano un uso creativo della tecnologia e della natura a scopo
strategico, addestrano animali volanti, motivano le truppe. Poi prendono pure
le cantonate sugli alleati, vanno in giro per i laghi lombardi in cerca di
animali volanti, litigano, chiamano i nani a riparare la caldaia, cose così. In
sintesi, lo scopo di questi 18 numeri finora usciti è pianificare
strategie di lungo termine cercando di sopravvivere nel medio. Sì ok, ma
“quanto dura il lungo termine?“ Si potrà contrastare l’Impero “a un certo
punto“? In tutto questo, quanto può essere inquietante il fatto che a narrare
le storie della ribellione sia un orco Gmor super vecchissimo? Non è che la
rivolta è durata un numero spropositato di anni e sembra che anche ora debba
durare altri anni, parecchi anni, per giungere davvero a compimento (o ad una
“riflessione in corso” d’opera stile dibattito sulla crisi di certi partiti nazionali)?
Arriveremo a un punto in cui a narrare gli eventi sarà un Gmor diventato super
super super stra-vecchio, che incespica nella barba e inizierà a essere sedotto
dall’elfa/colf fino a che lei lo sposa, gli dilapida il patrimonio, i due
finiscono per litigare sugli alimenti, gli vende di nascosto le spade da
collezione su ebay e alla fine finiscono a Forum, condotto dalla Barbara
Palombelli erondariana? Ecco, questi dubbi nel numero 18 un po’ si dissolvono.
In negativo. Un po’ come la speranza di pensare che quel Gmor non fosse davvero
vecchissimo, ma solo un po’ con la barba incolta per via di una recente fase
hipster o magari invecchiato per gioco da una maledizione goliardica di
Aura, di pochi mesi prima.
Perché la rivoluzione non è ancora finita
dopo pareeeeeeecchi anni, cacchio!!!!! E ci metto pure qui dei punti esclamativi extra !!!!!!!!
Magari però mi sto sbagliando, proprio
in ragione del fatto che quello che sto leggendo, per via della medaglietta in
“omaggio”, dovrebbe propriamente essere inteso come un numero celebrativo e
possibile starting point per i nuovi lettori. Ce lo dice anche la copertina,
del sempre bravissimo Gianluca Pagliarani, che ritrae il nostro eroe in posa
plastica e sfondo neutro, come facesse la pubblicità della Nespresso,
decontestualizzandolo dalla classica scena action presente come “tema” negli
altri numeri. Quindi prendiamola anche così, nonostante quel Gmor stra-vecchio
come narratore inizi un po’ a spaventarci, come quasi la constatazione che
questo impero del male sia un po’ come la metafora del coronavirus. Come se “la
ribellione“ fossimo noi in casa a leggere i fumetti con l’igienizzante mentre
fuori c’è l’impero pandemico che circola libero. Non si può accelerare
con un “liberi tutti”, andando in assembramento senza mascherina a occupare la
capitale prima del tempo, prima che siamo abbastanza “pronti” per affrontarlo?
Potrà Ian andare all’attacco, e noi godremo di storie “un po’ più positive”,
quando la popolazione sarà vaccinata almeno al 60 per cento? Certo le
similitudini tra questa narrazione e la particolare fase storica che stiamo
vivendo abbondano e sono stimolanti (perché le storie migliori devono
stimolarci), come di fatto il numero 18 è un numero comunque interessante per
mille altri motivi.
(Quattro storie per quattro disegnatori)
Come nei numeri precedenti la formula è quella di dividere l’albo in più
sotto-trame, tutte scritte da Vietti ma affidandone i disegni ad autori
diversi.
Nella storia che è un po’ “il
piatto forte”, disegnata da Vincenzo Riccardi, si parla di questa prima
fantomatica “prova tecnica” di scontro totale nella capitale. Il racconto
avviene prevalentemente a ritroso, dopo che il “fattaccio si è consumato“ per
un mix di errori tattici, alleati troppo prudenti e alleati troppo frettolosi,
nessuna conoscenza delle truppe nemiche sul campo. Questa analisi a posteriori,
di stampo squisitamente fantasy-investigativo è avvincente, con tavole
pullulanti di scene di massa (spesso disperate) e una spiccata ricchezza
di dettagli negli scenari.
Intrigante, action e misteriosa la
storia della missione di Ausofer insieme all’elfa oscura, disegnata da una
Ludovica Ceregatti che la immerge in ombre profonde e sinistre (alla Mignola)
e in magnifiche sequenza di combattimento con mostri tentacolari.
Più riflessiva e crepuscolare la storia
di cornice, che riguarda l’incontro tra Gmor e Moldav, raccontata con tavole
aggraziate e avvolte da un suggestivo paesaggio innevato ad opera di Cristiano
Cucina (che già si è cimentato con successo su questo “scenario”). I toni tenui
e pacati, “quotidiani”, della narrazione della vita del vecchio Gmor, vengono
tradotti da Cucina in disegni rarefatti, sospesi, quasi “natalizi” (e che
ricordano nella composizione i lavori di Will Eisner), che fanno di questo
segmento quasi un “Grande freddo” (nel senso del film del 1983) fantasy.
Un po’ più sconfortante (più per la
rivelazione finale che per la sua struttura) la storia del viaggio di Yamara,
stile “caccia al tesoro esotica” (alla Indiana Jones), ma tradotta in modo
molto suggestivo dalle tavole di Fabio Babich, immerse in una atmosfera
orientaleggiante davvero suggestiva, con scorci architettonici di civiltà
passate davvero affascinanti e un pizzico di Max Max Oltre la sfera del tuono.
E ora, a grande richiesta, eccovi pure
la recensione del numero 19!
(Sinossi fatta male) C’è un nuovo
giustiziere nell’Erondar.
Ian e amici arrivano in un villaggio
potenzialmente pericoloso, dove stazionerebbero dei mercenari al soldo
dell’impero. Ma non c’è nessuno, tutto è deserto. Troppo misterioso. L’ideale
sarebbe andare a chiedere consiglio ad Alben, replicando quei primi numeri di Dragonero in cui in sostanza si faceva un viaggio di 80 pagine in
cerca del mago, girando per mezzo mondo di giorno e raccontandosi aneddoti
intorno al fuoco di notte. Ian però taglia corto, prende una boccetta magica e
la scaglia contro un muro. Dal liquame che rimane appiccicato e colante quanto
il peggiore Rum di Caracas, si apre un passaggio dimensionale da cui esce Alben
tutto incazzato. Il nostro eroe chiede al mago di fare una magia che faccia
vedere cosa è successo prima della scomparsa generale di tutti. Un po’ come fa
Starlord all’inizio del primo film dei Guardiani della galassia o fa Newt
Scamander in Animali fantastici 2 o facciamo noi e Vasco Rossi con il tasto del
rewind delle cassettine e delle vhs (cosa si perdono le nuove generazioni nate
senza le cassette e vhs!!!). Alben fa partire il filmino e... sorpresa! La
mattanza l’ha compiuta un abominio di tipo demone, che sembra aver però
risparmiato la popolazione locale per concentrare la carneficina sui “cattivi”.
Ma dove sarà finito adesso? Sarà un nemico pericoloso o un possibile alleato
contro l’Impero? Ian si mette subito sulle sue tracce, decidendo di affidarsi
al fiuto mistico della celebre poiana Ivy (che tutti amiamo quanto Edvige di
Harry Potter).
Ma tutti lo indirizzano
piuttosto verso una via investigativa più “diretta”. Cioè andare per una
settimana da un monaco eremita amante di canzoni popolari e leggende orali, per
uno studio e ricerca comparata di racconti su demoni “buoni” su base
enciclopedica, seguendo il criterio delle “fonti più recenti”. Dopo aver
conseguito un dottorato in lettere medievali, Ian trova la prossima tappa per
la sua ricerca, ma potrebbero esserci delle sorprese lungo il cammino.
(Una bella scazzottata, finalmente) Dopo
il numero 18, ecco la bella “sferzata di ottimismo” che aspettavo. Un numero
fatto di sana azione adrenalinica a base di asce volanti, di mostri,
superpoteri e antieroi. Stefano Viertti ci mette al centro di una “caccia al
mostro” dalle tinte horror, ben ritmata e imprevedibile. Ma la cosa più
interessante sta a latere di questa decisamente divertente apoteosi
action/horror, un po’ dalle parti di Go Nagai e un po’ in salsa Alien (non
faccio spoiler, lo fa già Barbieri in terza di copertina...).
La sorpresa improvvisa e gradita avviene
quando Vietti, per bocca di Ian, arriva a dare voce alla domanda che più
di tutte attanaglia i fan di Dragonero: “Ma Alben, nella vita, che cacchio fa?
Ma perché quando c’è da menare non c’è mai? Ma perché se ne vaga per tutti gli
agriturismo, i pub e bed and breakfast dell’Erondar in continuazione?”. È un
bel dilemma in effetti, che richiederà prima o poi un approfondimento extra. Ma
da una “piccola scossa”, il fatto che Ian se lo ponga parlandone a muso duro con
il mago, con in mano, immaginiamo, una infinita nota spese che la “Ribellione
SPA” sgancia periodicamente per le trasferte di Alben. I disegni di Giuseppe
Matteoni trasmettono tutta la forza e la tensione che abbisognano alla storia.
L’azione spesso prende il possesso di tutta la tavola, escludendo i balloons e
lasciando il posto alla danza delle spade.
A un certo punto il
combattimento si scompone dalla sequenzialità temporale, per poi farsi una
lotta verticale, dalla terra verso l’inferno. Tutto funziona a meraviglia e
forse ci siamo guadagnati alla fine della lettura un nuovo comprimario,
dall’animo oscuro, quasi una specie di imprevedibile “Venom“. Serie spin-off in
arrivo?
Un numero incorniciato come sempre da
una spettacolare copertina di Gianluca Pagliarani, che mi ha ricordato non so
perché il classico Wrath of the demon per Amiga.
(Finale) Quindi per scusarmi del ritardo
nella recensione del numero 18, eccovi insieme le recensioni dei numeri 18 e
19. Il nostro eroe sta reclutando nuovi alleati e la ribellione all’impero
sembra sulla giusta strada. Forse ci sarà il rimbalzo economico sperato e
arriveranno i finanziamenti ad Ausofer per la sua impresa di ristrutturazione
di fortini di montagna. Forse avremo nuove generazioni di maghi, forse saremo
più “green” con le nuove viverne, forse la crisi dell’Erondar è destinata a
risolversi e presto torneranno aperti a pieno regime i ristoranti di pesce di
Solian.
Noi come sempre, vi invitiamo con gioia
a leggere anche il prossimo numero.
(Doverosa introduzione sonora) quindi,
citando il buon Rino Gaetano in uno dei suoi pezzi più celebri,“ la festa è
finita (o) evviva la vita”?
(Sinossi fatta male) Ricordiamo tutti
noi fan di vecchia data della testata la faccenda del numero 33, la storia dei
barbari contro i troll. Il popolo del nord di Yannah, l'amica di Ian che
abbiamo conosciuto tutti noi fedeli fan nel numero 5 della testata
“pre-ribellione” (oggi sento potente in nerdismo in me), al raduno degli
scout, aveva poco dopo avuto a che fare con questi viscidi leoni da tastiera,
che intasavano sempre più tutti i forum sul culturismo e il wrestling di cui i
barbari erano assidui fan. Serviva un'azione radicale, perché dopo i troll
sarebbero arrivate in zona pure le parabole di Radio signora delle lacrime, Real
Time, Csaba della Zorza, Barbara d’Urso. Insomma: il male puro. Così Ian e Gmor
sono intervenuti ad aiutare la principessa Yannah e il re, che per una antica,
imparziale e saggia legge barbarica guidava il popolo nerboruto insieme ai
ragazzini con cui da giovane giocava a calcetto. Era finita bene, Yannah era
tornata a fare la scout confidando che la sua sorellina-gracilina iniziasse
almeno a fare un paio di routine addominali al giorno. Oggi finalmente sapremo
se sorellina-gracilina è pronta a cospargersi il corpo di olio come concorrere
alle giovanili di Miss Olympia Erondariana, con la scusa che Ian è in zona per
la storia solita della “ribellione“. I forzuti servono, ma pare che Radio
signora delle lacrime abbia i ripetitori vicini e li stia già scoraggiando
dalla pugna. Forse il saggio consiglio dei barbari amici del calcetto voterà
contro l’annessione al “franchise della ribellione”, a questo giro. E dire che
erano già pronte le magliette “Dragonero - il ribelle” di tutte le taglie, un
vero spreco. Poi nella storia succederà un qualcosa che non vi dico per
non fare spoiler. Poi il fumetto si metterà a parlare di altro, ossia di
Alben che spreca il suo tempo tra le migliori birrerie artigianali
dell’Erondar, con la scusa di “carpire informazioni utili alla ribellione” a
tutti gli ubriachi che vede. Già lo abbiamo visto numeri fa girare per i
migliori alberghi con spa e forno a legna, ci aspettiamo presto che il mago
inizi a indagare per piadinerie e autogrill. Comunque, se prima sapevamo che
Roney è uscito di testa, diventando strano e pazzo e con una mano forse demoniaca ora, grazia alle informazioni raccolte da Alben, sappiamo che Roney è
effettivamente uscito di testa, diventando strano e pazzo, con una mano forse
demoniaca. Glielo ha detto un tizio alla quinta rossa scura con tre luppoli, e
lui ci crede. Il posto poi era pulito e la clientela simpatica, almeno 3
stelline sulla prossima guida scout del kraken rosso. Basterà questa nuova
rivelazione a pianificare una articolata strategia di attacco per sgominare il
male, come esposto in due vignette a pagina 98?
(Cosa ci dice la copertina) Ho accolto
con gioia l’invito del prode Barbieri, esposto nella solita paginetta prima
della storia, a “non trarre facili conclusioni“ dopo aver guardato la copertina
del sempre bravissimo Gianluca Pagliarani e aver letto il titolo del racconto
firmato dal prode Vietti. Favoriamo qui di seguito la copertina.
Del resto il buon Barbieri fa il
misterioso sull’argomento per tutta la suddetta paginetta, prima
ricordandoci che Yannah è stata una donna forte in un mondo di maschi dediti
fieramente al calcetto, poi sottolineando che è tra i personaggi comprimari “di più lungo corso“, poi pubblicizzando la nuova ristampa a
colori cartonata commemorativa del n.33, l’avventura di Yannah, poi infilando
in basso alla pagina Yannah che dice in una vignetta una frase così
“incorniciata e commemorativa“ della sua filosofia di vita che racchiude
veramente “tutto”. Potrebbe essere quasi una frase da mettere in futuro sotto
una statua dedicata a Yannah, magari a Solian, al centro del futuro “piazzale
Yannah”. Casualmente Luca Malisan, uno dei disegnatori di questo numero, ha già
realizzato una magnifica statua commemorativa tridimensionale di Yannah,
accessibile da questo link, per Istagram e Facebook.
Quindi, posto che comunque Elton John sta probabilmente in questo momento
lavorando a una cover di Gianna di Rino Gaetano, come andrà a finire la storia
dal titolo: “Il sacrificio di Yannah”? Io banalmente fin dal mese scorso mi aspettavo
una dipartita eroica e commovente come ai tempi in cui leggevo Fullmetal
Alchemist, oppure quando da pischello guardavo la prima serie di Ken in
guerriero. Magari qualcosa stile Sean Bean, un uomo che sa davvero come morire
eroicamente e tragicamente in quasi ogni pellicola o telefilm che
interpreta. Ma per non fare spoiler di roba bella, che potrebbe piacere a tutti
ma non tutti hanno ancora visto, voglio ricordare il personaggio che più di
ogni altro mi ha commosso veder “dipartire” mentre guardavo un film spagnolo
sugli zombie piuttosto scombinato, e che in genere non si fila nessuno. Addio
Sponge John, che gli angeli possano apprezzare il tuo stile e la risata non
travolgente
Ma voglio andare oltre e cercare di
interpretare fuori dagli schemi, dalla posizione dei personaggi sulla
copertina, le diverse sfumature interpretative possibili del disegno. La prima
cosa che mi viene in mente è la morte di Elektra per mano di Bullseye, nel
celebre ciclo di Frank Miller.
Ma testa e gambe solo in posizione non
corretta, ci sono due corpi ravvicinati ma è fuorviante, c’è una lama che
trapassa. Insomma: Yannah non sembra colpita a morte come Elektra e due
freccette conficcate magari di striscio non sono indicative. Potrebbe non
essere una schiena di morte. Così penso al poster di Via col Vento
C’è una somiglianza nella presa di Ian,
ma l’espressione di Dragonero è diversa da quella di Rhett Butler. Sarà che
mancano i baffi. Non credo sia quindi una scena romantica.
Poi penso alla scene “dammi un po’ di
zucchero baby” de L’armata delle tenebre
Ian ha la stessa espressione di Ash del
reparto ferramenta in una scena un po’ tragica, i dubbi salgono.
Infine penso a una figura del tango
classica
Sono più convinto in questo caso che
“Yannah possa farcela“, forse stanno evitando le frecce a passo di danza, tipo
Matrix, con un paio di ferite di striscio. Anche perché se fosse realmente
morta avrebbe la postura di una diversa, più precisa e celebre figura del
tango, arrivata a noi da Cianci in una coreografia di Ballando con le
stelle
Quale che sia il significato
dell’immagine di copertina, speriamo di essere stati abilmente “trollati”,
giusto per tornare alle azioni più tipiche dei nemici dei barbari del numero
33. Come speriamo che in un mondo fantasy certi eventi possano mutare di corso.
Magari basta raccogliere le Dragonero Ball (marchio registrato) ed esprimere
un desiderio.
C’è da dire che quando un personaggio
importante esce di scena, che sia un libro o un fumetto, spesso ci ricordiamo
maggiormente di lui, diventa a volte il cardine stesso della filosofia di vita
dei personaggi. Qualche volta andiamo pure a leggere le vecchie storie, un po’
ci commuoviamo e un po’ sappiamo che il suo contributo non è più realizzabile
ai fini della trama, soprattutto quando era più importante che ci fosse.
Sappiamo che altri dovranno colmare quel vuoto e sarà difficile farlo, così
come accade un po’ nella vita reale. Certo, sempre che la storia di Vietti vada
in quel verso! Perché potrebbe succedere di tutto, magari pure che la natura di
alcuni “particolari avversari“ che emergono in una “particolare sequenza” ci
tragga in inganno.
(Verso il conflitto finale) Il numero
17 parla di come incassare un fallimento e l’ho pure comprato venerdì 13,
quindi sfiga più fallimento. Nello specifico descrive il fallimento come
quel momento in cui ci si ferma, ci si allontana dal gruppo e si finisce
travolti dalla sfiga. Quando magari si pensava di avere ancora delle cartucce,
di poter ribaltare il tavolo un’altra volta, di avere moralmente ragione nel
campionato della vita. Ian si imbarca in una missione che sa da subito essere
fallimentare, Gmor cerca un avvicinamento a Sera che comprende da subito poter
essere fallimentare, Yannah parte dal suo villaggio in un momento decisamente
fallimentare. Persino Roney decide di dedicarsi a una ricerca che potrebbe
avere esiti fallimentari. Qualcuno direbbe “mancò la fortuna, non l’onore”, ma
la “botta” arriva comunque, la sconfitta è davanti e guarda a come i nostri
eroi riusciranno a rialzarsi. Se guardiamo a questo ciclo sulla ribellione come
a un’unica storia, siamo ben oltre la prima parte (quella che i tecnici
chiamano “tesi“) nella zona tra la seconda (della “Antitesi“) e terza parte
(detta “sintesi“). Siamo nel cosiddetto “fondo”, il momento in cui crollano le
certezze. Spesso il fallimento guida i peggiori caos cosmici interiori, alimentando
il dubbio che a fare gli errori peggiori sia stato il comportamento dell’eroe,
più che il “canonico agitarsi” del suo avversario di turno. È il momento in cui
ci si sente più soli, si fanno gli sbagli irreparabili, si macina polvere. È il
momento in cui persino i più audaci, come il popolo dei barbari, tremano, si
defilano o comunque guardano con diffidenza al futuro. Ma è anche il momento in
cui ci si lecca le ferite e ci si rialza, sapendo di contare almeno e solo su
se stessi. Perfino quando sembra annunciata, manca una vera vittoria. Vietti
anzi addensa le nubi nere su Dragonero, rende il nemico più forte, in grado di
sovvertire le regole del gioco in modo scorretto (stile Funny Games di
Haneke), porta gli eroi a disperarsi, riempirsi di rimorsi e cupezza. Dobbiamo
da lettori sentirci tristi e ci riusciamo benissimo, pur consapevoli che la
ruota prima o poi girerà. Siamo come quei gattini appesi ad un filo.
Non sappiamo se nei prossimi numeri
suonerà la carica della rimonta o dovremo rimanere ancora un po’ nell’inferno
emotivo del fallimento, ma la tensione narrativa è quella giusta e sale una
gran voglia di leggere le prossime storie.
(Disegnare la sconfitta) Vietti,
scegliendo una struttura narrativa asciutta e affilata, immerge per bene i
nostri eroi in un mondo di disperazione che diventa ancora più vivido grazie ai
disegnatori Alex Massacci, Luca Malisan e Fabrizio Galliccia. I gesti e le
battute di Gmor per sdrammatizzare la tensione cadono nel vuoto, mentre l’orco
guarda Sera con un’espressione incerta.
L’abilità diplomatica di Ian
viene annientata senza poter neanche essere esibita e l’eroe incassa con un
sorriso triste il verdetto.
Il coraggio di Yannah la
porta da nessuna parte, se non in un luogo dove si trova isolata dal gruppo,
sola.
Anche sul piano dell’azione più
concitata, non c’è niente di davvero risolutivo o eroico e quando cadono i
soldati nemici sotto le frecce di Sera, quello che vediamo è una ragazza felice
dopo aver colpito un nemico al collo, senza cercare alcuna strategia
alternativa.
Le spadate pesanti e
scomposte di Ian sono date con rabbia, uno sfogo brutale.
Non mancano belle sequenze di
lotta con al centro Yannah che rotea la sua ascia, c’è un lungo flashback
carico di mostri e diavoli, immerso in uno scenario quasi metafisico
plumbeo che rimanda al Berserk di Kentaro Miura. Il lavoro visivo gioca
continuamente tra tragedia e horror e non è affatto male, ma l’espressività dei
volti è la vera carta vincente di questo numero.
(Finale) Il nuovo numero di Dragonero è
una bella coltellata per il lettore, da affrontare con cautela solo dopo un
evento particolarmente felice, tipo la vincita all’enalotto. La storia di
Vietti è forte e anche se sembra spezzarsi, dopo le prime 63 pagine, quando
inizia una diversa fase narrativa, di fatto il tema-guida, legato al
fallimento, continua fino alla fine dell’albo, offrendoci giusto una
alternativa prospettiva “di campo”. La pagina finale ci proietta dritti nelle
trame del numero 18 e in una nuova fase. Non è facile affrontare temi come la
sconfitta e il fallimento, ma sono argomenti formativi importanti. I disegni
di Alex Massacci, Luca Malisan e Fabrizio
Galliccia riescono al meglio a fornire la giusta dimensione espressiva emotiva
a questi temi, dipingendo i volti dei nostri eroi di una mimica
convincente e struggente. Non mancano le classiche sequenze action e gli scenari
più orrorifici, da sempre marchio di fabbrica della testata. Un buon numero.
Cosa non ti combinano i bambini! Un
attimo di distrazione e la piccola Allie sottrae alla “zia detective “ Ranja il
cellulare e invia un videomessaggio di soccorso all’acchiappamostri Dylan Dog,
illustrando una attività paranormale che avviene direttamente nella sua
cameretta. Il nostro eroe, non appena riesce a vincere la sua tecnofobia, vede
il video ed è subito pronto a investigare sulla infestata casa delle bambole
della bambina. Solo che Allie è misteriosamente sparita nelle ultime ore e a
quanto pare non è l’unica scomparsa a Londra negli ultimi tempi. Le vittime
sono tutti bambini apparentemente sereni e ricchi di una creatività
sorprendente, quanto poco utile, al di là dell’aspetto ludico, per affrontare
il mondo reale. L’oscuro rapitore è forse una vecchia conoscenza di
Rania, il babau che l’ha perseguitata durante l’infanzia.
Giochi innocenti è una storia che parla
di bambini e demoni, i misteri dell’infanzia e le strategie più idonee messe in
campo dai genitori per affrontarli. Nel gustoso mix narrativo scelto da Paola
Barbato c’è un po’ di Peter Pan e un po’ di Chatulu. Un po’ di psicologia
dell’infanzia e un po’ di cosmic horror. Si respira quindi l’aria pesante e le
scelte psicologiche più logoranti delle migliori pellicole sul rapporto genitori-figli
di Scott Derrickson. Diventare grandi non è mai stato uno scherzo e spesso si
procede nella realtà “a tentoni e gattoni” tra le dinamiche di assimilazione e
accomodamento di Jean Piaget. Districarsi con un bagaglio valoriale che divide
il mondo solo tra buoni e cattivi, spesso confondendo bene e male, non aiuta di
certo la capacità decisionale di un bambino. Specie quando deve rispettare
delle regole che non si comprendono. Fuggire “dal reale“ attraverso “il
gioco” apre agli infiniti mondi della fantasia quanto dell’orrore, dove farsi
inghiottire nei colorati e accondiscendenti mondi di Fortnite può essere
rischioso, se non bene accompagnati, quanto valicare una dimensione oscura
lovcraftiana. L’approccio interessante che usa la Barbato per sviluppare
e risolvere la storia, specie sul piano dello sviluppo psicologico di bambini e
“adulti”, risulta per questo particolarmente interessante, apparentemente
contro-intuitivo, frutto di un'ottima intuizione sulle meccaniche educative.
Il racconto parte lento, ma già dopo una ventina di pagine accelera, ci tira
dentro e poi ci scaglia in zone sempre più oscure. Mostri tentacolari e
spaventosi sono lì pronti a spiazzarci per quanto appaiano “docili” ma al
contempo crudelissimi, assolutamente spietati; piacerebbero anche a Guillermo Del
Toro. Il personaggio di Ranja ha un ruolo centrale nella vicenda e sarebbe
interessante se la trama trovasse la possibilità di espandersi in numeri
successivi della testata, perché ha delle belle potenzialità. Molto bella la
copertina di Gigi Cavenago, in grado di sintetizzare al meglio la materia
magica quanto sinistra del racconto. Molto interessanti i disegni di Paolo
Martinello, validi nella descrizione del contesto realistico-urbano della parte
investigativa, sorprendenti nelle tavole più oniriche e grottesche. Ci sono
molti flashback e queste scene vengono gestite con una colorazione a matita
intrigante, volta a caricarle di una atmosfera rarefatta, immergendo i
personaggi, per lo più bambini e mostri, all’interno di un immaginario quasi
favolistico.
Giochi innocenti è un bel numero della
testata, carico di atmosfera, che parte lento ma poi riesce ad accelerare e
sorprendere. La storia nell’ultima parte prende dei contorni “infernali“ che gli
appassionati dello splatter e dei mostri alla Clive Barker troveranno
interessanti. Qualche genitore potrebbe forse trovare interessante dedicare
qualche momento in più a stare insieme con i suoi bimbi, dopo la lettura. Un
aspetto decisamente meritorio della narrativa della Barbato. Avanti così.
(Sinossi) Una multa non pagata,
particolarmente salata, che avrebbe dovuto pagare l’amico Groucho, fa
arrabbiare particolarmente il nostro eroe Dylan Dog. Per una strana serie di
eventi i due si trovano a uno spettacolo di marionette di “Punch e Judy”, che
si tiene sotto un tendone fuori città. Mister Punch è l’indiscusso mattatore
dello show e ama randellare tutti gli altri personaggi mentre il pubblico muore
dalle risate. Al termine dello spettacolo Dylan è ancora arrabbiato con Groucho
e accetta una curiosa proposta della ragazza che raccoglie le mance: se vuole
può liberarsi per sempre della persona che lo ha fatto infuriare, attraverso un
rito, facendola sparire per sempre dal “palcoscenico della vita”. Per rabbia e
con la convinzione che si tratti solo di una specie di rito scaramantico, Dylan
segue la strana procedura e dal giorno dopo Groucho sparisce. Nessuno si
ricorda di lui, Groucho non è mai esistito e di conseguenza la vita di Dylan è
cambiata. Ma in negativo e solo il nostro eroe si ricorda ancora dell’amico.
Tornato sotto il tendone di Mister Punch, Dylan scopre che Groucho ha ora una
nuova vita e un nuovo corpo. È diventato una delle marionette di Mister Punch,
che in realtà è un demone e da anni imprigiona gli esseri umani nei corpi di
burattini, per arricchire il suo show. Se oscurerà le luci della ribalta al
capocomico, Groucho potrebbe però finire a pezzi.
(l’uomo è come una marionetta i cui
fili sono appesi alle stelle - Carlos S. Weise cit.) Lo
sceneggiatore Giovanni De Feo scrive una storia che ha radici nella tradizione
del teatro dei burattini e strizza l’occhio alle favole. Mister Punch è un
personaggio che esiste davvero e sorprendentemente è proprio il
“nostro” Pulcinella che, partito per fare fortuna all’estero, come molti illustri
italiani, è approdato prima in Francia e poi in Inghilterra, barattando
la mascherina nera e il vestito immacolato per un completo rosso sangue e
diventando il protagonista principale negli spettacoli di Punch e Judy. Lei
vittima e lui irritabilissimo carnefice, con bastone “d’ordinanza” che era già
nelle mani dai tempi del Pulcinella “tradizionale”. Le marionette di fatto, fin
dai primi pupari, hanno sempre avuto una passione per spade e mazzate, usate
per fare epica quanto satira. L’aspetto per cui De Feo “fa bingo”, nel creare
una delle storie di Dylan Dog più incisive e “orrorifiche” degli ultimi tempi, è considerare proprio in questa doppia lettura psicologica gli spettacoli di
marionette: il fatto di essere attrattivi tanto per i personaggi e le vicende
buffe, quanto per una specifica carica “violenta”. Una
“violenza” parossistica, edulcorata, “innocua”, che accomuna gli spettacoli dei
burattini ai pagliacci del circo, come alle comiche di Stanlio e Olio come di
Chaplin, dove i poliziotti “brandiscono i manganelli” e i “calci nel sedere”
sono una forma di comunicazione. Ma perché fa ridere il pubblico, più o meno da
sempre, “mimare le contusioni”? Forse perché “ridiamo serenamente” delle
sventure, come dei soprusi, quando sappiamo che sono palesemente finte, non ci
toccano. Le commedie quanto gli horror moderni e i film di arti marziali, ma
anche moltissimi videogame, vivono “anche” di questo: fornire alla nostra
fantasia un carico di “violenza escapista” che possiamo impiegare per
sfogarci/consolarci virtualmente, magari sognando di menare una persona che ci
sta antipatica senza passare ai fatti, come fosse un sogno. È un po’ la sintesi
di quanto accade quando una mamma dice al figlio discolo “come ti ho fatto,
vorrei smontarti” (senza ovviamente passare alle vie di fatto e conseguenze
penali), pensando al figlio, pur inconsciamente, come a un bambolotto
che può accendere e spegnere. “Oggettificandolo”, come di fatto è un oggetto,
moralmente neutro, né buono né cattivo, né vittima né carnefice, una
marionetta che “non è Pinocchio”. È sempre meglio che applaudire ai giochi
gladiatorii dell’antica Roma perché il pupazzo non può soffrire, ma è comunque
una meccanica comportamentale interessante, forse un retaggio medioevale, quando la “mimesi” del pubblico ricade su un carnefice, un po’ bullo e un po’
buffo, come le marionette armate di clava dei burattini, di cui Mister Punch è
un esempio classico.
Marionetta stile Mister Punch dal Gobbo di Notre Dame della Disney
Una
marionetta che ci porta a ridere quando saccagna di botte qualcuno sulla scena.
Certo, potremmo pensare, magari Mister Punch “potesse davvero“ picchiare, con
il sorriso sulle labbra, qualcuno che ci ha fatto un torto! Ma se lo facesse
“sul serio”, “nel mondo del reale”? La soluzione dei problemi può consistere
nell’abbatterli a randellate? De Feo “ribalta i burattini per vedere cosa hanno
dentro” e in questa metafora ogni suggestione a quanto accade in una scena
topica di Society di Brian Yuzna è puramente voluta. Forse c’è dentro della
salsiccia, per accrescere l’effetto splatter più grandguignolesco, ma forse
c’è dell’altro, qualcosa di più lovecraftianamente (uso spesso questa
espressione di recente, sto vivendo un momento molto lovecraftiano) metafisico:
la mano di un'entità superiore. Quella che guida la marionetta. È scoprire il
trucco, svelare la mano del marionettista/burattinaio. La mano di un attore che
può rappresentare con dei pupazzi, “interpreti”/strumento di scena,
un racconto di fantasia. Un racconto che può diventare anche “interiore e
personale”, quando i pupazzi sono utilizzati non per una rappresentazione
teatrale ma per una terapia psicologica, per far esprimere a chi li muove, in
questo caso non un attore, uno stato d’animo difficile da “intestarsi”. In
questo caso i pupazzi si dice vengano usati come “oggetti transizionali” (consiglio un paio di film su questo uso dei pupazzi, sia implicito che
esplicito: The Boy di William Ball e Mister Beaver di Jodie Foster. Ma potremmo
estendere il concetto anche a Frank di Lenny Abrahamson. Ne riparleremo prima o
poi). Questo porta a una riflessione ulteriore, che De Feo affronta con un
ingegnoso ribaltamento di prospettive, su chi è il reale narratore che
può “intestarsi la storia“, attraverso uno smascheramento del processo di
oggettificazione nascosto dietro a ogni bambola o marionetta. Ma De Feo non si
limita a questa suggestione. A volte, al di fuori dei casi sopra discussi,
“trasformare le persone in oggetti“ è di fatto una pratica che molte persone
fanno, qualche volta anche senza usare i bambolotti, sulla base di un
disinvestimento emotivo. Come ci sono persone al mondo che accettano
supinamente di essere trattate come oggetti, felici di assolvere ad almeno
alcune funzioni per le quali sono momentaneamente investite dell’attenzione
altrui. C’è insomma chi per davvero si sente ogni tanto un “pupazzo senza
glorie”. Un bel magma per costruire una ottima trama horror.
(un disegnatore di favole nere) Giulio
Rincione possiede uno straordinario talento visivo, il migliore possibile per
mettere in scena una storia come Mister Punch. Dalla trilogia dei Paperi dove
ai testi era accompagnato dal fratello Simone, il disegnatore ha dimostrato una
sempre più particolare propensione nella raffigurazione, spesso iper-realistica
se non addirittura horror, di creature fantastiche proprie
dell’immaginario dell’infanzia più noto, in primis quello sviluppato da Disney.
Pupazzi, paperi e folletti si riempiono di rughe, occhi quasi umani, denti
marci. Il pelo è arruffato e sporco, la “pelle di legno” scalfita e scheggiata,
i costumi logori. È come vedere il figurante di una parata di Gardaland che si
sta struccando dopo lo spettacolo: si toglie il sorriso che sfoggia per lavoro
sotto una testa di polistirolo, svela un corpo anziano e acciaccato sotto il
panciotto a cuscino che lo fa immaginare un eterno bambino, inizia a fumarsi
una sigaretta (cosa che oggi per un pupazzo è peggio di ogni altra cosa).
Queste creature “fantasticamente tragiche“ vengono rese da Rincione quasi
tridimensionali, anche attraverso un uso spiccatamente pittorico del colore,
per certi versi vicino ai lavori di Dave McKean, ma con una forte originalità nella composizione.
Le tavole, ricche di dettagli e un uso
peculiare dell’illuminazione, quando servono per descrivere azioni e
sentimenti di quotidiana tristezza divengono grigie, realistiche, i
colori si raffreddano. Quando si apre al mondo della gioia i disegni divengono
stilizzati, caldi, avvolgenti. Quando si entra nelle zone più horror cala i
nero, le luci divengono fuochi fatui, tutto assume contorni distorti e un
“occhio di bue” illumina i volti più deformati e spaventosi. Tavole “umorali”
letteralmente pazzesche, profonde e piene di sfumature, che quando in
scena agiscono le componenti più fantasy mutano anche in un lettering che si
sdoppia e rende sottile, si carica di colori aggressivi. Mister Punch
appare a tutti gli effetti come una favola illustrata degli orrori, dove i
burattini possiedono occhi umani, denti da demone e sotto il vestito budella e
sangue. Ma Rincione con i suoi disegni ci trasmette che non c’è solo questo,
perché dietro ai pupazzi più terrificanti può nascondersi anche una insperata
umanità e gentilezza, rendendoceli così non solo più gradevoli, ma anche umani.
Così una delle sue tavole più belle arriva quando uno dei mostri sulla scena
irrompe in un pianto disperato che ne muta i tratti, svelandone la dolcezza
interiore. Una piccola grande magia grafica.
(Giù il sipario). Il nuovo numero del
Color Fest non è l’esordio di Rincione su Dylan Dog, ma di sicuro una delle sue
prove più riuscite, viscerali. Il talento di questo disegnatore è straordinario
e adattissimo alle atmosfere horror della testata. De Feo scrive una agrodolce
favola horror, carica di spunti e ben ritmata, in grado di fare breccia anche
tra gli storici lettori “della vecchia guardia” che ho il piacere di conoscere
e mi hanno consigliato di parlarne qui. Davvero un buon numero.