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venerdì 7 febbraio 2025

Noi contro loro (Jouer avec le feu): la nostra recensione del film drammatico di Delphine e Muriel Coulin, con protagonisti Vincent Lindon (vincitore per l’interpretazione della Coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia), Stefan Crepon e Benjamin Voisin


Francia dei giorni nostri.

Pierre (Vincent Lindon) fa il ferroviere e lavora di notte alla manutenzione dei binari,  tra campi nel nulla avvolti nel buio più profondo, maneggiando un bengala segnaletico rosso o sopra un convoglio tecnico, per sostituire i cavi elettrici usurati o assestare i chiodi lungo il tracciato. 

Dopo la morte della moglie Pierre si occupa come può della casa, cerca di fare “il meglio possibile” per la crescita dei suoi figli: Felix (Benjamin Voisin) e Louis (Stefan Crepon). Felix, chiamato da tutti “Fus”, in onore della sua passione per il calcio (Fussbal, in tedesco), è un ragazzo solare e un discreto giocatore. Ha provato a studiare per fare il metalmeccanico e seguire le orme paterne ma senza grandi risultati. È iperprotettivo e quasi materno nei confronti del fratello più piccolo, che lui chiama “Loulou”. 

Louis è timido e così studioso che presto sarà ammesso alla Sorbona: sarà allora che Fus e Pierre dovranno cercare di convivere insieme senza scannarsi. Perché Fus è stato visto di recente dai colleghi di Pierre insieme a un gruppo di estrema destra, legato alla tifoseria calcistica. Un gruppo violento, che avrebbe alzato le mani su un corteo di lavoratori durante una manifestazione. 

Per Fus sono solo “amici con cui si diverte la sera”, non lo coinvolgono “in quelle cose”. In fondo li conosce da sempre, erano suoi compagni di scuola e di curva.  

Pierre troppo presto giudica Fus come “parte di un branco” e scontro dopo scontro inizia a perdere il rapporto con suo figlio. Fus torna sempre più tardi la notte o non torna per nulla. Appare spesso ubriaco e ascolta tutto il giorno musica disco a tutto volume, quando non la balla in qualche rave party. 

Inizia a esprimersi in modo livoroso con chiunque frequenti la loro casa per aiutare LouLou negli studi, specie i “bravi ragazzi dell’Università”: li giudica troppo distanti dai problemi della gente comune, “fighetti”. Pierre lo tiene costantemente a freno, spesso in modo brusco e autoritario. 

Alla fine tutto ciò che li tiene uniti è solo l’affetto per Louis e poco altro.

Un giorno Pierre segue Fus da lontano, in auto, dopo l’ennesimo litigio. Lo vede entrare in quella fabbrica abbandonata che spesso di notte guarda da lontano nei suoi turni di manutenzione ai binari.

Fus entra, Pierre lo segue e scopre un luogo brulicante di gente che si allena, balla e addirittura combatte all’interno di una specie di gabbia, a mani nude. Pierre si mette a un margine della gabbia e osserva il figlio tra la folla a bordo ring, sull’altro lato. Fus urla e sbava, inneggia alla morte del combattente più debole. Ha gli occhi iniettati di odio e lacrime. Pierre va via con lo sguardo assente, ormai considera suo figlio come morto.

Certo per il padre esistono ancora dei “riflessi di Fus”: nei momenti in cui stanno ancora tutto insieme a Louis, nei pomeriggio della domenica. Quando, un po’ ubriachi, giocando a calcetto nel piccolo campetto costruito in giardino, tirando rigori in una piccola porta di metallo costruita al fianco di un paio di altalene. Quando posano insieme sorridendo per le foto della festa per LouLou. Quando la loro squadra segna allo stadio per la grande partita per cui da tempo hanno preso i biglietti. 

Quando tutto insieme preparano i bagagli per il trasferimento di Louis in un appartamento in affitto vicino alla Sorbona la macchina di Pierre è così carica di mobili che non c’è spazio nemmeno per uno spillo: solo Pierre può accompagnare LouLou. Fus scherza cercando di rimanere attaccato alla portiera dall’esterno, per una decina di metri: vuole a tutti i costi andare via con il fratello e infine ruzzola buffamente,  lo saluta con la mano e con un sorriso mentre si allontana. 

Pierre rientra a casa e trova Fuz coperto di lividi e sangue. 

Pestato duro in una resa dei conti. 

Lo accudisce meccanicamente, ma in fondo lo sente già come un estraneo. 

Sangue e indifferenza continueranno a tenere sempre più distanti padre e figlio, fino a esiti molto drammatici. 

Fino a che pure uno dei ricordi della vita felice nel passato, la porta da calcio del giardinetto, viene anche lei trasformata in un oggetto di “lotta politica” tra “noi contro loro”: diventando una spranga d’acciaio. 


Con Jouer avec le feu, letteralmente “giocare con il fuoco”, le sorelle registe e sceneggiatrici Delphine e Muriel Coulin arrivano alla loro terza pellicola cinematografica. Molto legate alla produzione di documentari, con il loro primo film, 17 ragazze, uscito nel 2011 e ispirato a un reale fatto di cronaca, le due autrici confermano il loro interesse per i temi sociali più legati al presente, i più “urgenti” per comprendere la realtà che ci circonda. 

Il titolo italiano di quest’opera, Noi contro loro, sintetizza in pieno l’argomento centrale del film: specchio delle tensioni sociali figlie dell’attuale clima politico francese (ma pure italiano). Ci viene raccontato un mondo in cui non può che cadere nel nulla ogni ricerca di dialogo o di “possibile mediazione”, tra chi “la pensa politicamente in modo differente”. Che si invochino fantasmi del passato o si dia ascolto al “rispettivo gruppo di amici”, che ci si affidi alla nostalgia o al nichilismo, i personaggi dell’opera di Delphine e Muriel Coulin sono (pre)destinati a camminare da soli verso un futuro che li vede “divisi e nemici”, “Noi contro loro”. Pur di fatto facendo parte della stessa famiglia nucleare e quindi essendo loro tre insieme “un Noi”, come urla inascoltato il personaggio di Louis, in uno dei momenti più stringenti della pellicola. 

Pierre e Fuz vagano invece solo tra foto e ricordi, senza il coraggio di guardarsi negli occhi, con la convinzione reciproca di avere davanti l’immagine distorta, di un padre o un figlio, che si ritengono ormai “già morti”. 

Entrambi vivono un lutto struggente, quanto quasi inspiegabile. 

Le due registe non fanno sconti a entrambe le “fazioni in gioco”: la violenza fisica e psicologica è intesa equamente, ripartita tra chi “si crede buono” e chi storicamente “non può essere che il cattivo”. Le botte, gli insulti e il sangue arrivano da destra come da sinistra, con pari rancore, paranoia e “squadrismo”, come tra estremisti ultras di squadre di calcio. 

Allo stesso modo le fragilità emotive e le “buone intenzioni”, che hanno radici in un disagio sociale che il racconto prende in prestito direttamente dalla cronaca, sono ben ripartire tra tutti i personaggi sulla scena: mettendo bene in evidenza una complessità di vedute che le due registe sanno maneggiare con cura e rispetto di tutte le parti in causa. Come dovrebbero fare i migliori autori, ma anche i giornalisti.

Vincent Lindon, quasi per predestinazione, continua qui a interpretare personaggi complessi e dolenti, conferendogli grande umanità e umiltà, un animo tormentato quanto malinconico. Un personaggio splendidamente imperfetto, “vivo”.

Benjamin Voisin, che impersona Fus, dimostra di essere un giovane attore davvero straordinario e versatile, raccontandoci qui un personaggio in continua trasformazione: tra il ragazzino e l’adulto, tra l’ingenuità e la ferocia. 

Il personaggio del bravo Stefan Crepon ha un ruolo più piccolo ma determinante: è quasi un “collante sociale” tra il fratello e il padre. Una voce sempre gentile e premurosa, ma che proprio per questa gentilezza, in una storia che racconta con disincanto la realtà attuale, non può che essere una voce sussurrata. Tragicamente poco più che una “comparsa inascoltata”, all’ombra di un conflitto ideologico.

L’ultima pellicola di Delphine e Muriel Coulin è molto cruda e struggente, “pragmatica” ed essenziale come il miglior cinema sociale del fratelli Dardenne. 

Interpreti molto bravi, una messa in scena sempre realistica, ma che in alcuni frangenti sa essere anche evocativa, quasi “mistica”: come nelle scene notturne, tra binari illuminati da bengala rossi e rave party dal colore blu elettrico. 

È un film duro, che fa molto riflettere e conquista facilmente l’attenzione degli spettatori.

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lunedì 1 maggio 2023

L’innamorato, l’arabo e la passeggiatrice (Viens je t’emmene - Nobody’s hero): la nostra recensione della commedia surreale di Alain Guiraudie con Jean-Charles Clichet, Noemie Lvovsky e Ilies Kadri

Francia centrale dei giorni nostri, nella più media delle cittadine medie: Clemont-Ferrand. Anche se per i canoni più tradizionali di bellezza non sembrerebbe possibile, il trentacinquenne Mederic (Jean-Charles Clichet), il più medio degli uomini medi, quando indossa la sua tutina da runner colorata fosforescente è in grado di sprigionare un fascino quasi inarrestabile. Così, in tutta sicurezza, nel mezzo della sua corsetta quotidiana nella parte più collinare del paese, si avvicina alla cinquantenne Isadora (Noemie Lvovsky) mentre per strada sta esercitando la professione più vecchia del mondo. Con la faccia tosta e quella tutina aderente che non è che valorizzi chissà quali forme, Mederic le chiede di diventare suo amante fisso, per sempre e gratis. Le propone un comodo incontro, che dovrà essere assolutamente pure lui gratuito, per saggiare la sua “ars amatoria” in modo obiettivo, senza impegno, provare per credere. Le dice poi che lui preferisce che le donne non concedano il loro amore per soldi e in pratica si offre lui come suo “Toy boy”. Colpisce nel segno. Lei accetta, lo invita per la sera stessa nell’hotel dove abitualmente esercita e quasi alla fine della serata Mederic esce dalla stanza dopo alcune spericolate acrobazie erotiche compiute con dovizia di passione e totale spirito di altruismo per Isadora, e pure pagato. Il “quasi” è d’obbligo, perché di fatto la serata si è tecnicamente interrotta “sul più bello”, “coitus interruptus”, con l’arrivo del marito di Isadora, Gerard (Renaud Rutten) che si è accertato che la moglie stesse bene dopo che il telegiornale ha trasmesso la notizia di un attentato terroristico nella zona, nei presi della statua di Vercingetorige a cavallo di Place de Jaude. Pensando che il tizio fosse un cliente, il marito senza scomporsi si è scusato e ha chiesto alla donna di “ridargli l’obolo”, per correttezza, prima di andare via. Questo “amore sospeso” rimane come nell’aria, imprigionato, mentre la cittadina si appresta a fare i conti di colpo con il terrorismo e “la paura degli sconosciuti”. Giunto a casa, Mederic incontra sul pianerottolo un ragazzo islamico che dorme per terra, Selim (Ilies Kadri). Si è rifugiato sotto il portico per ripararsi dal temporale, chiede la possibilità di poter sostare almeno al coperto per la notte nel corridoio del palazzo, non farà storie e all’alba non lo vedrà mai più nessuno. Mederic acconsente, nonostante nutra forti sospetti sul fatto che lui possa essere uno dei terroristi che stanno cercando alla tv. Compassionevole ma pragmatico, l’uomo “vestito da jogging che sa amare” cerca di denunciare Selim una buona mezz’ora dopo, ma appena arrivano le guardie prova senso di colpa, si sente un po’ infame. Così quando il giorno dopo ritrova Selim sotto casa, già rilasciato, sempre sul suo pianerottolo mentre ancora piove, decide di ospitarlo di nuovo, mentre i vicini dello stabile inizino a rumoreggiare. Mederic lo fa un po’ per pena e un po’ per indagare “meglio della polizia” sulla sua assoluta colpevolezza, magari frugando nella sua roba mentre il ragazzo fa una doccia. Non si trova niente di concreto ma Mederic di notte fa gli incubi. Si vede in sogno nudo come l’ultima volta davanti a Isadora, ma è a casa sua, con il soggiorno improvvisamente pieno di gente araba che lo ha ormai adibito a moschea. Lo fissano e poi lo afferrano, lo sollevano come Gesù in croce e lo lanciano fuori dal terrazzo verso il basso, a spiaccicarsi sul pianerottolo. Prima dell’impatto si sveglia, ma il giorno dopo e successivi si fa presto evidente l’incapacità totale dell’uomo di mettere alla porta Selim. Forse per quella bolla di “amore sospeso” dei gironi prima, il ragazzo piano piano, prima sul divano e poi suo letto, si installa da lui e non vuole più andar via. Al contempo Mederic non vuole smettere di rinunciare a Isadora e al loro discorso interrotto, cosi cerca più volte e poco fruttuosamente di incontrarla clandestinamente con l’aiuto dei portieri del motel. Appena si trovano i due fanno scintille, anche nel confessionale della chiesa, ma la donna gli viene più e più volte portata via da un marito diventato improvvisamente sempre più geloso, spalleggiato dall’invadente e ossessivo ispettore  di polizia che è suo vicino di casa (Patrick Ligardes). Con Selim in casa e Isadora inafferrabile, Meredic deve pure sfuggire lui stesso alle lusinghe della bella ma invadente Florence (Doria Tillier), una futura collega di lavoro ossessionata con le start-up digitali, per cui non esiste alcuna differenza tra lavoro e vita privata. Vuole stare sempre con lui, al bar ma pure a casa sua, pure di notte, a lavorare o anche solo per stare insieme, per sempre. È una donna bellissima, ma è decisamente invadente. Sotto al palazzo arrivano presto pure dei ragazzi stranieri che vogliono linciare Selim perché ritengono sia proprio quel pericoloso terrorista che stanno ancora cercando, alimentando un clima sempre più ai ferri corti con vicini di casa che amano essere pesantemente armati (Michel Masiero) e sparare dalla finestra con bocche da fuoco enormi contro ogni tipo di straniero. La casetta di Meredic si troverà presto al centro di uno tsunami.


Alain Guiraudie  ama creare film in cui i personaggi (qui decisamente “forattiniani”) girano nudi ma innamorati: come se l’amore fosse la corazza definitiva contro le intemperie del tempo e dello spazio, contro le paranoie e le oppressioni sociali. L’amore diventa un linguaggio che supera la logica, supera la morale, l’estetica, il buon senso e l’amor proprio, stravolgendo in positivo ogni conflitto. In un dialogo-tipo qui un personaggio può dire “Mi dispiace, amo un’altra persona e non trovo corretto che io e te iniziamo ora una relazione clandestina” e l’altro può rispondere seraficamente “Ok, va bene, io non sono minimamente gelosa/o, andiamo pure a casa tua e chiama pure lei/lui”. Poi in un crescendo “rossiniano” può aggiungere “Ma chiama anche i vicini di casa, gli amici, i colleghi, due tramvieri, dei domatori di serperti: facciamo una cosa in 75, stasera, a casa tua, ci divertiamo un botto!!”. È un linguaggio rivoluzionato volto all’“amore presente”, dove tutto è finalizzato solo all’espletamento della voglia di stare insieme e condividere affetto “a tutti o costi”. È un linguaggio che sorprende e poi contagia tutti i personaggi, che può essere irradiato anche dal più inconsapevole degli uomini qualunque come il nostro Mederic. Un uomo che di fatto poi si spaventa del “tanto, troppo amore”, ma che da principio è lui per primo ad aver dato inizio a  questa sorta di “incantesimo”. Proprio quando con la sua tutina attillata da jogging convince Isadora ad amarlo non per soldi o opportunismo o “esclusività”, ma solo perché è bello amarsi. Anche Isadora, contagiata da questo desiderio di amare incondizionato si “riapre all’amore” a 360 gradi, dimenticandosi di ogni limite “alla passionalità”. Questo capita anche a Selim, che si ritrova “senza sapere un perché” sempre sotto lo stesso pianerottolo, il sentimento “passa” a Florence che di colpo non vuole più parlare di lavoro (ma non diventa meno invadente), destabilizza un Gerard che teme più di tutto di non poter essere amato in modo “esclusivo” da qualcuno, perché non conosce una diversa forma di amare. Tutti finiscono prima o poi, con intenzioni più o meno comiche o surreali, per gravitare nell’appartamento di Mederic (quasi uno scenario-unico, ispirato a Guiraudie dal tradizionale “teatro del boulevard”), che come la casetta con giardino di Madre! dì Aronofsky diventa in qualche modo il simbolo di “tutto il mondo” o per lo meno della “Francia di oggi”. Una Francia ideale in cui il più medio degli uomini medi vuole amare una persona (Isadora) senza “degradarla ad oggetto”, vuole accogliere un ragazzo straniero (Selim) senza averne paura, vuole provare ad accettare la “modernità” (simboleggiata dal personaggio di Florence, che segue il dettame della “start-Up nation” promossa da Macron) di un mondo del lavoro che “per socialità” non distingue più tra tempo utile e libero tempo (o se ne frega del tutto), vuole accettare vicini di casa che conosce a stento e che si appellano al “suo altruismo” per risolvere i problemi. Tra il dire e il fare interviene in modo spiazzante “L’amore/linguaggio unico”, che sovverte anarchicamente tutto e tutti, rendendo i personaggi simili a palline del flipper impazzite e lasciando che la storia parta per le tangenti più impensabili, alla ricerca di equilibri e ri-equilibri impossibili, titanici ma pure tragici, con cui convivere con i problemi del presente. Da questo approccio si arriva a una messa in scena ardita e stralunata, gioiosamente caotica e divertente, sorretta da attori molto versatili e sempre pronti nell’interpretare le continue pieghe umorali dei personaggi. La storia si smonta e rimonta più volte, seguendo uno sviluppo sempre originale quanto imprevedibile, tenendosi perennemente sul margine tra commedia e tragedia. Il film dura sui cento minuti ma volano in un attimo, tante sono le suggestioni e situazioni che a cascata si vengono a creare, con un sempre intelligente spirito ludico quanto satirico. Sorprendente anche la forte carica erotica di molte scene che coinvolgono Clichet e Lvovsky, un autentico inno gioioso alla body-positivity. 


Il nuovo film di Alain Guiraudie è un viaggio divertente e stranissimo in compagnia di personaggi stralunati quanto “unici”. Molto bravi tutti gli interpreti, sorprendente il modo in cui la storia riesce più volte a cambiare pelle, prendendo strade spesso surreali. Guiraudie sceglie di parlare della Francia di oggi attraverso una commedia e ci tiene attaccati allo schermo un po’ curiosi e un po’ timorosi, ma sicuramente divertiti, dall’inizio alla fine.

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sabato 29 aprile 2023

Mon Crime - La colpevole sono io: la nostra recensione del divertente “giallo giudiziario” di Francois Ozon, con protagoniste principali Nadia Tereszkiewicz, Rebecca Marder e Isabelle Huppert

Parigi, 1935. La giovane e avvenente attrice bionda Madeleine (Nadia Tereszkiewicz) e la giovane e avvertente avvocatessa mora Pauline (Rebecca Marder),  vivono insieme e squattrinate in un fatiscente appartamento in affitto, con già alcune mensilità non pagate sul groppone. Per le strade c’è la crisi economica e i clienti dello studio legale sono soliti pagare con cibo e non con banconote, anche perché “chi ha il soldi” non si rivolge a un “avvocato donna”. Di contro non c’è lavoro in qualche produzione cinematografica di spicco nemmeno per Madeleine, a cui arrivano solo proposte da “intrattenitrice per locali notturni”, se non proprio proposte oscene fatte e finite. La bionda torna giusto in mattinata dalla ennesima proposta indecente, presentatale da un arzillo produttore che ha anche allungato le mani costringendola a scappare dalla sua abitazione anzitempo. Madeleine è così depressa e indignata che vorrebbe usare la sua vecchia pistola “per difesa personale” per spararsi un colpo e farla finita con questa grama vita, ma Pauline la tira su con la proposta di una serata insieme al cinema che risolleva il morale generale. Nei giorni che seguono gli inquirenti riportano ai giornali che proprio quel produttore cinematografico è morto con un colpo della stessa pistola dell'attrice e nella sua abitazione non c’era all’epoca nessun altro al di fuori di Madeleine. Anche perché il giudice istruttore (Fabrice Luchini) ha in quei giorni già scientificamente escluso dalle dinamiche dell’omicidio tutti i facoltosi “amici sospettabili” che ha in comune con il produttore, depennando dalla lista persone che i testimoni avevano visto letteralmente andare e venire più volte dal luogo del crimine. La giovane attrice, del tutto estranea ai fatti ma già “colpevole perfetta”, rischia decisamente grosso. Ma con un brillante e ardito piano della sua amica avvocatessa Pauline può anche “rischiare grosso di diventare famosa”. La strategia difensiva comporta il riconoscere al cento per cento il reato come legittima difesa all’abuso sessuale del produttore, trasformando Madeleine nel dibattimento in una specie di eroina dai solidi principi e dal cristallino talento artistico: una innocente che si è ribellata a un sistema di potere maschilista ormai degradato e corrotto da abusi e nepotismi. Male che vada, a Chicago le “donne assassine” in quei giorni stanno diventando più famose delle star del cinema, con i loro processi che sono più seguiti dei più esclusivi eventi mondani. Potrebbe succedere con un po’ di fortuna anche con il “pubblico di Parigi”, magari. Madeleine si farà in previsione forse qualche anno di carcere, arriverà quasi sicuramente una riduzione di pena per buona condotta e poi giungerà in ogni modo il sicuro successo come star del cinema. Una Madeleine già nel ruolo di “femme fatale” accetta il piano. Si aprono le danze giudiziarie, l’avvocatessa fa le sue arringhe, l’attrice commuove la giuria e il pubblico, il pubblico ministero compare arcigno e dozzinale. Siamo solo all’inizio e già arrivano sulla vicenda le prime pagine delle testate giornalistiche e fioccano per l’attrice le proposte di lavoro, tra cui diventare la star incontrastata della nuova stagione teatrale. Le due amiche in breve tempo, al netto di qualche momento di tensione, diventano famosissime e ricercate. Possono ora comprare una casa più grande con i domestici tutta per loro e avere contratti e clienti che non pagano più con il pesce. Ma qualcuno rimasto nell’ombra (Isabelle Huppert) e che ha invidiato tutto questo “repentino successo” ha deciso di farsi vivo, rivendicando l’assoluta paternità dell’omicidio del produttore. Chi sarà il vero colpevole e vero idolo del gossip per via di un omicidio? 


Francois Ozon, uno dei registi più originali, prolifici e interessanti del cinema francese, a qualche anno da 8 donne per un delitto torna al suo cinema più disimpegnato e leggero, “ludico” quanto teatrale. Mon Crime è un film con attori brillanti e una narrazione “frizzantina” che gioca con divertimento sul fascino ambiguo con cui da sempre la  “cronaca nera” seduce il grande pubblico, rendendo nell’immaginario gli imputati non dissimili a degli attori protagonisti di un film thriller. Ozon gioca tra realtà e finzione e coglie l’occasione della cornice storica anche per parlare di come venivano affrontati nel passato temi a lui cari come la parità dei diritti e l’uguaglianza di genere, più volte esplorati anche di recente nella sua filmografia più “drammatica”. Lo fa sempre con estrema leggerezza e sorniona “complicità” nei riguardi delle due “trasgressive” protagoniste, che emblematicamente capovolgono la loro situazione sociale proprio “accettando proficuamente” una ingiustizia alla quale non potevano forse opporsi. Fabrice Luchini nel ruolo del “parzialissimo”, altero e goffo giudice istruttore “a salvaguardia della morale e degli amici” è davvero esilarante mentre si esibisce in alcune delle sue più caricaturali “facce sconvolte e pensose”. Il processo diventa a tutti gli effetti un palco teatrale in cui anche gli spettatori assurgono al ruolo di un coro greco. Un coro che va poi a sdoppiarsi e duplicarsi in uno gioco di specchi, quando vicende simili a quella giudiziaria diventano oggetto di una successiva rappresentazione teatrale con interprete principale sempre Nadia Tereszkiewicz. All’improvviso entra in scena anche il personaggio di Isabelle Huppert e Ozon le costruisce intorno un riuscito alone simile alla Gloria Swanson di Viale del Tramonto. Le carte si mischiano ulteriormente e la “realtà dei fatti” si ricostruisce di nuovo, in modo sarcastico quanto divertente. L’atmosfera generale si mantiene sempre su un registro gioioso, accostandosi stilisticamente a un film “sugli equivoci-reinterpretati” come Oscar, un fidanzato per due figlie di John Landis. 

Il nuovo film di Francois Ozon è una pellicola leggera leggera, dalla forti influenze teatrali, ideale per una serata rilassante nel segno dell’ironia e della satira di costume. Bravi tutti gli interpreti, interessante il modo in cui la trama con in esercizio di stile si sposti dal piano reale al piano processuale, fino ad arrivare al piano della rappresentazione “artistica dei fatti” per poi tornare a “riscrivere tutto facendo il giro”. Ozon conferma il suo grande talento nell’intrattenere il pubblico in modo sempre versatile quanto interessante: un cinema qui in grado di sposare la leggerezza ai temi sociali di attualità. 

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venerdì 10 marzo 2023

Un uomo felice (Un homme heureux): la nostra recensione della commedia francese di Tristan Seguela che affronta con garbo e ironia le tematiche gender

 


Jean (Fabrice Luchini) è il sindaco conservatore di un paesino con un grosso problema. L’età media dei suoi elettori è salita troppo e alle prossime comunali questi porterebbero morire prima di entrare alle urne per votarlo. È tempo quindi di cambiamenti, si è aperta una fase di transizione. Bisogna essere “più social” aprendo magari un profilo tik tok e postando momenti di vita quotidiana per ammiccare alle nuove generazioni. Lo slogan deve inneggiare al futuro veicolando messaggi come “avanti, sempre più avanti!”. Certo un andare “Avanti, sempre più avanti!” con la classica postilla gattopardesca del politico conservatore, che vede “il futuro buono solo se bene ancorato con la tradizione”, ma comunque questo dà vita a una campagna che per Jean deve essere fresca, dinamica, davvero moderna. Bisogna poi cercare di contrastare un concorrente troppo giovane, troppo aitante, troppo omosessuale dichiarato e per questo “troppo moderno”.

Riusciranno i Tik Tok di Jean in cui il sindaco cucina con la moglie un piatto tipico o parla a elettori ottuagenari durante una escursione mattutina nel mercato rionale a farlo diventare di colpo per spirito di modernità un beniamino delle nuove generazioni?

Anche Edith (Catherine Frot), moglie fedele di Jean da trent’anni e madre dei suoi tre figli ha un problema. L’età avanza e sente che è necessario per lei fare qualcosa prima che sia troppo tardi. È tempo di cambiamenti, è tempo di transizione. Vuole parlare con qualcuno di come realmente si sente, vuole conoscere nuove persone. Vuole ancora bene a suo marito, gliene vorrà sempre e non nega il suo passato, ma si trova dentro un percorso personale ormai per lei chiaro da tempo, che deve andare avanti, sempre più avanti. Edith si sente un uomo in un corpo di donna. Non è stato facile né immediato comprenderlo e ora non sa se può comunicare questo stato d’animo a Jean: perché per lui potrebbe essere qualcosa di “troppo moderno”.


I due si incontrano in un ristorante e con un po’ di e whisky in corpo Edith si dà coraggio e racconta al marito quello che sta passando. L’amico omosessuale Gerald (Gregoire Bonnet), con cui da qualche tempo gioca a golf, ha convinto Edith nel fare questo passo e ora lei è intenzionata ad arrivare alla transizione sessuale e diventare uomo. Jean rimane esterrefatto, prende anche lui un whisky, dice alla moglie di pensarci con molta calma e va via arrabbiato da solo. La sera rincasa per primo e si mette a guardare i filmini di quando loro erano giovani e felici al mare con i figli, con Edith che era bellissima e femminile come solo nei suoi sogni. Edith lo raggiunge, è vestita con un completo da uomo firmato, i capelli tirati all’indietro chiusi da un codino e dei baffoni appiccicati sopra le labbra. Sembra un narcotrafficante. I due parlano e trovano in qualche modo un compromesso. La moglie sa che per l’orientamento politico del partito di Jean una situazione del genere può essere complicata e decide di essere al suo fianco e sostenerlo in pubblico “come donna”, almeno fino alla elezioni. Dopodiché Jean dovrà rispettare il suo orientamento sessuale e lei dovrà ritenersi libera di fare la transizione. Per Jean lei precisa che ci sarà sempre, non cambieranno molte cose. Accordatosi, la coppia inizia ad affrontare le rispettive transizioni. Dopo essere stata a un gruppo di sostegno di persone Lgbtq+ ha capito il suo orientamento sessuale con precisione: si sente un uomo in un corpo di donna a cui piacciono gli uomini. Quindi Edith si sente gay e ama Jean da gay, volendo continuare a stare con lui anche quando avrà il nuovo corpo. Il sostegno di una nuova amica che ha fatto la transizione come Carol (Camille Le Galle) le dà forza e la fa sentire accettata. Il marito messo alle strette da una campagna che non va da nessuna parte accetta la situazione, pur comunicando segretamente ai suoi amici che penserà al divorzio subito dopo la tornata elettorale, a patto che Edith sia al suo fianco pubblicamente, a partire da un video di Tik Tok in cui insieme cucinano qualcosa.  Edith vuole però farsi chiamare Eddy, vuole avere il tempo per comunicare il suo cambiamento ai figli e vuole subito partire con gli ormoni e un personal trainer. Tutto sembra funzionare salvo qualche inaspettato contrattempo ormonale da nascondere all’ultimo momento, fino a che una sera, mentre è in auto, Eddy buca una gomma e chiama Jean in suo soccorso. Eddy con i suoi baffoni è molto spaventato dell’accaduto e contento dell’aiuto di Jean lo bacia con passione Jean sotto le telecamere dell’autovelox. Il giorno dopo l’immagine del sindaco conservatore che bacia di notte un uomo fa il giro della città. Mentre Jean in piena crisi di panico si trincea nel bagno dell’ufficio e chiede di non parlare con nessuno per nessuna ragione, Eddy decide di rispondere sui social con un video in cui spiega il suo amore per il sindaco, le difficoltà di sentirsi in un corpo sbagliato per molti anni e la gioia di poter essere amati dai propri cari in un momento delicato come la transizione. I consensi e le approvazioni per questo coming out subito si fanno sentire. Forse ora anche la campagna di Jean è diventata “troppo moderna” e forse anche per questo ora il sindaco ha una possibilità di vittoria. Ma l’idea di conservare il matrimonio e dover presto andare a letto “con un uomo” un po’ spaventa il vecchio sindaco. Come andranno a finire le elezioni comunali e il rapporto tra Jean ed Eddy? Questi cambiamenti “politici e fisici” saranno in grado di influire su una storia d’amore che dura da oltre trent’anni?


Il regista del divertente Chiamate un dottore! (trasposto anche in una brillante pellicola italiana con Diego Abatantuono e Frank Matano, Una notte da dottore, già recensita sul blog) dirige una straordinaria coppia di attori comici in un film scritto da Guy Laurent (autore della fortunata serie Non sposate le mie figlie!) e Isabelle Lazard (autrice del thriller giudiziario Un’intima convinzione). Fabrice Luchini (tra le sue interpretazioni Alice e il sindaco, La Corte, Uomini e donne istruzioni per l’uso)  e Catherine Frot (tra le tante pellicole La cena dei cretini, Quello che so di lei, Un figlio all’improvviso) trovano fin dalla prima scena una grande intesa e complicità, che dà luogo a dialoghi esilaranti in cui i tempi comici sono sempre perfetti, ma anche a uno sviluppo emotivo dei personaggi non banale, romanticamente malinconico e dotato del giusto garbo per trattare dei temi attuali quando complessi come la transizione di genere. Fa piacere in un momento storico in cui il cinema sta ancora timidamente “prendendo le misure” per affrontare le tematiche LGBTQ+, spesso con effetti così grossolani da rendere quasi “antipatiche” delle persone che si vorrebbero invece integrare a livello sociale, che arrivi una pellicola in grado di dare più spazio ai sentimenti e meno alle etichette e ruoli di genere. Come in Non sposate le mie figlie!, al di là di ogni differenza culturale, fisica e di stile di vita, la pellicola di Seguela sembra dirci che è l’amore il vero “collante sociale naturale”. Un amore o amicizia che nasce nel quotidiano dall’incontro con persone che vivono la sessualità come solo una delle loro molte e uniche caratteristiche. La “stessa persona in un corpo diverso”, per citare la Tilda Swinton di Orlando, come una moglie che magari un giorno ti chiede di condividere la schiuma da barba, fino a che diventa nei giorni successivi un gesto meccanicamente spontaneo. Un ottimo messaggio rivolto alla inclusività che Seguela veicola anche con il piccolo ma centrale personaggio di Carole, interpretato da Camille Le Gall: un tecnico nucleare la cui transizione a donna in fondo non ha minimamente cambiato le relazioni umane con i colleghi, al di là di alcune “battutine da caserma” nei primi tempi. C’è poi naturalmente il tema della transizione “al nuovo a tutti i costi” di una politica in cerca di consensi, che satiricamente cerca di cavalcare l’onda della modernità e delle tematiche di genere in un modo che è puramente di facciata, dando vita a siparietti gustosamente sulfurei quanto amaramente attuali in cui il personaggio di Luchini amabilmente sguazza, con la costante paura che in video la moglie appaia più forte e mascolina di lui. Si può quasi parlare sarcasticamente di una “virilità politica frustrata”, che ha per il personaggio del sindaco quasi più peso di una virilità domestica ormai negli anni caduta in disuso e il film sa giocare e riflettere su questa semplificazione, sapendola problematizzare con gusto. Il personaggio di Catherine Frot invece dopo una vita da casalinga, moglie e madre riscopre di avere un corpo al di là di un “ruolo sociale”. Un corpo per lei del tutto nuovo, da accudire e allenare fisicamente ma anche psicologicamente. Un corpo che se nelle prime scene può apparire anche comicamente buffo, per via di quei baffoni finti a manubrio appiccicati con la colla e per l’improvviso “atteggiamento da macho” che Edith cerca di adottare. Ma è un corpo che in poco tempo riesce ad adattarsi e prendere una forma più definita, attraverso un percorso che viene illustrato con cura anche sul lato emotivo. Verso la fine della vicenda Edith diventa a tutti gli effetti Eddy e anche Jean deve in qualche modo cambiare, anche se nel modo più maldestro e confuso possibile. È in questo punto che la pellicola forse non riesce a trovare una giusta dimensione al di là del precedere “scontro tra transizioni”, andando ad apparecchiare una fase finale un po’ irrisolta e forse troppo veloce ma comunque interessante, che potrebbe magari essere un ponte per una pellicola futura. Del resto Non sposate le mie figlie! è già al terzo film e continua a esplorare con leggerezza e sarcasmo le tematiche sull’integrazione razziale e culturale. Un uomo felice “2” potrebbe fare un percorso analogo esplorando ulteriormente le tematiche gender e offendo nuovi aspetti su cui riflettere in modo ironico. La commedia francese ad ogni modo si conferma una ottima fucina per raccontare il sociale attraverso l’intrattenimento.


Il film di Tristan Seguela è una pellicola divertente e veloce con un cast di attori brillanti, molto affiatati e coinvolti nella parte. Le tematiche di genere vengono rappresentate inizialmente in un modo buffo ma mai caricaturale, andando a sviluppare nel corso della pellicola una narrazione ricca di interessanti punti riflessione per leggerle attraverso un atteggiamento positivo e inclusivo. La satira di Seguela ha molte assonanze anche con i recenti gattopardismi della politica italiana e questo offre ulteriori occasioni di divertimento per il pubblico. La parte finale forse può risultare un po’ troppo veloce, ma questo non toglie che si possa correggere il tiro in un auspicabile secondo capitolo.

Un uomo felice è una scelta ideale per una serata in cui ci si volte divertire al cinema con una commedia che riesce bene a ragionare con leggerezza su temi di grande attualità. 

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venerdì 11 marzo 2022

Parigi - Tutto in una notte (Le Fracture): la nostra recensione del film che “porta in ospedale” la Francia dei giorni nostri.

  


Qualcosa si è rotto, nel rapporto di coppia tra una fumettista (Valeria Bruni Tedeschi) e la sua agente (Marina Fois). Qualcosa si è rotto anche nella voglia di un camionista (Pio Marmai) di confrontarsi con la classe politica, prendendo apposta un giorno di ferie per partecipare ad una manifestazione. Sono ferite interiori ma anche fisiche, quelle che portano la fumettista e il camionista a un metro di distanza, nel reparto di ortopedia di un ospedale di provincia, sotto le brusche ma amorevoli cure della infermiera Kim (Aissatou Diallo Sagna), durante una notte in cui infuria a Parigi una lotta senza quartiere tra polizia e gilet gialli. L’ospedale è in pieno overbooking, con le barelle stipate nei corridoi, la gente che urla, pazienti di psichiatria agitati che aspettano in un angolo le pillole per stare tranquilli e la polizia alle porte, a caccia dei manifestanti che si nascondono nei reparti. Le infermiere cercano per lo meno di essere “efficaci”, se in tutto quel marasma non riescono ad essere almeno “gentili”. La struttura è al collasso e sembra che pure i muri fatiscenti del sottotetto non ce la facciano più e da un minuto all’altro siano sul punto di crollare, sotterrando tutti. Bisognerà avere i nervi d’acciaio per sopravvivere alla notte, ma i francesi sono ben addestrati all’arte dell’umorismo e seguono fedelmente la massima secondo cui ridere è il modo più elegante per affrontare la disperazione.

 


È successo per davvero, alla regista Catherine Corsini e alla sua compagna produttrice Elisabeth Perez, di trovarsi per caso una notte in un ospedale di periferia per una causa banale, ma che le ha immerse in un attimo tra la gente “più povera e incazzata con la politica”, in un ventre di Parigi non dissimile dagli scenari raccontati da Hugo e Zola. Scenari ben rievocati in questo Le fracture dalle scenografie claustrofobiche di Toma Baqueni, dalla fotografia dai colori sfuocati e soffocanti di Jeanne Lapoirie e dalla colonna sonora “urbana” del pop rock di ROB. In un’intervista legata alla produzione del film, regista e produttrice raccontano di come ritrovarsi in quell’ospedale allo sfascio abbia offerto loro un’ispirazione folgorante per parlare della Francia del 2022: ripensare al loro passato di attiviste dei diritti sociali e della parità di genere e immergersi con i problemi che smuovono oggi le piazze parigine, nello specifico piazze occupate dai nuovi movimenti dei gilet gialli della De Pen. Le fracture parla così di ortopedia e ossa rotte ma anche di come una Parigi spezzata e divisa politicamente tra “troppo poveri e troppo borghesi” cerchi di riagganciarsi insieme, riscoprendosi un corpo unico di persone unite sotto la stessa bandiera in un ospedale di provincia, sotto le amorevoli ma stressate mani delle infermiere di un pronto soccorso. Una sanità pubblica gratuita francese, che nel film qualcuno dei nuovi manifestanti dubita essere davvero gratuita per tutti, che assurge quasi a simbolico ultimo baluardo dell’unità nazionale. La vicinanza nel dolore, dove ricchi e poveri sono a fianco nella stessa corsia, “unisce e ricuce” emotivamente le persone, crea tra loro una spontanea empatia. La regista e la produttrice per rendere il loro ospedale un luogo ancora più realistico hanno deciso di reclutare nella pellicola come attori, dei medici e infermieri veri, che tutti i giorni vivono a contatto con la periferia, in strutture per lo più fatiscenti e inadeguate. Così a sorpresa, come nel neorealismo, è arrivata sul set a interpretare il personaggio di Kim una infermiera autentica,  Aissatou Diallo Sagna, dando prova di grande spontaneità, umanità e soprattutto di una energica forza interiore. Una intensità e compostezza che testimoniano il grande sangue freddo e spirito di sacrificio necessario a queste persone per intraprendere una professione tanto bella quanto complicata. Se l’infermiera svolge un imprescindibile ruolo di cura e “pacificazione” tra i degenti assiepati nelle corsie, scatenano tra loro autentiche scintille i personaggi interpretati dai bravi e affiatati Valeria Bruni Tedeschi e Pio Marmai. La prima dà voce alla fumettista Raf, un personaggio pieno di curiosità e passione, dalla disarmante dolcezza e fragilità. Una eterna “sognatrice-bambina” che tutto osserva e disegna, petulante quanto piena di slanci affettuosi, buffa quanto a volte insostenibile nei lamenti, spaventata dagli altri quanto desiderosa di aiutarli. Marmai dà corpo a Yann, un uomo forte, arrabbiato e rumoroso, che continuamente fugge su una sedia a rotelle per l’ospedale, nel timore che la polizia lo trovi da un momento all’altro e lo incarceri, per il suo ruolo attivo in una manifestazione nei toni andata “troppo oltre”. Yann è agitato e rissoso, ma se messo nella condizione di parlare con calma rivela una forte etica, spirito di sacrificio, perfino dolcezza. Apparentemente agli antipodi, in una notte da inferno piena di fumogeni, urla e muri che cadono, Raf e Yann per uno scherzo del destino si incontrano, si scontrano e infine “dialogano”, scoprendosi persone più simili di quello che immaginino. È qui che il film diventa davvero interessante, “importante”, cristallino quanto onesto sul piano del messaggio politico quanto sociale. La Corsini, dopo pellicole molto belle con al centro donne forti del passato, riesce a fare con questa pellicola qualcosa che in Italia farebbe tremare le mani di molti registi al solo pensiero: parlare di politica attuale facendo nomi e cognomi, dando voce alle passioni ma anche ai dubbi, sottolineando le forze quando le crepe di un paese complesso come la Francia. Mi auguro che presto anche in Italia “torni in vita” un cinema di denuncia di questo tipo.



Ma Le Fracture è anche un film pieno di ritmo, ironia e autoironia, sullo stile del miglior cinema Francese. L’ospedale è un luogo tetro ma anche folle, carico di gente che vive nella quotidianità dell’assurdo (il fatto di fare turni da 11 ore consecutive per mancanza di personale rende tutto assurdo di suo) e raccontandosi l’assurdità quotidiana dei personaggi che incontrano. 

Il nuovo film di Catherine Corsini viaggia veloce, è pieno di spirito e sa calarci con gentilezza e onestà nel piccolo inferno in terra di un ospedale di provincia, insieme a delle persone molto simpatiche quanto “autentiche”, che sanno andare al di là dei preconcetti. Decisamene un modo fresco e accattivante per parlare e riflettere sull’attualità, che speriamo sia seguito da altre pellicole. 

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