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lunedì 13 luglio 2026

Supergirl: la nostra recensione del cinecomic diretto da Craig Gillespie, con protagonisti Milly Alcock, David Corenswet e Jason Mamoa


Sinossi

Kara (Milly Alcock) indossa perennemente occhialoni scuri, un’aria trasandata e sballata, un sorriso solare ma malinconico. Il sorriso di chi non sembra più capace di prendere sul serio niente e nessuno. Lei e Clark (David Corenswart) sono gli ultimi superstiti del pianeta Krypton, dopo che questo è stato distrutto dall’instabilità del suo nucleo. “Clark il nerd”, il boy-scout perfetto, è finito sulla Terra che era ancora un bambino in fasce, è cresciuto in una famiglia umana che lo ha adottato e solo di recente ha scoperto nel sue origini, da quando si sono manifestati in pieno i super poteri tipici della razza kryptoniana. Ora lavora come reporter per un giornale di Metropolis e usa i suoi poteri per fare del bene, indossando il mantello di Superman. Il passato di Kara è qualcosa di completamente “diverso”. Il futuro una tela bianca confusa. Anche lei ha “qualcosa di simile a un mantello”, stipato male nell’armadio della piccola “astronave-Van” che momentaneamente usa come casa. Un luogo piccolo, disordinato e accogliente, pieno di a varie cianfrusaglie, una raccolta di film di Bogart, merendine e cereali, varie bottiglie di superalcolici e i “giochini” del suo cagnolino Krypto. È sempre divertente giocare con Krypto, lanciandogli una palla da riportare nel vuoto dello spazio. Con la sua piccola astronave, la ragazza vaga insieme al suo Krypto per i peggiori bar e localacci della galassia, cercando i luoghi che le permettano di ubriacarsi. I kryptoniani, se bagnati dai raggi di un sole giallo, sono dotati di un fattore di guarigione straordinario, possono volare, sono  fortissimi, quasi invincibili ed espellono le sostanze nocive in pochi secondi. Ma alla presenza di un sole rosso, la loro forza e resistenza diventano poco più che quelle di un umano, permettendogli “per lo meno” di ordinare un whisky  senza che faccia lo stesso effetto del latte. 

Kara predilige i pianeti con sole rosso, perché “riuscire a non pensare” è diventato troppo importante: a costo di finire in bettole piene di alieni bavosi che ti sparano in faccia il loro moccio, dove può capitare di condividere una birra spaziale con i peggiori fuorilegge della galassia, spesso in balia di creature cento volte più forti di lei. 

Un giorno Kara si trova in un bar vicino a una catena montuosa di un pianeta qualunque, ovviamente con sole rosso, per bere e ballare musica “dance revival” all’interno di un suo personale “maxi-tour” per la celebrazione dei suoi 23 anni. È arruffata e accartoccia come sempre, con gli occhialoni neri che fissano il vuoto, quando una ragazzina, armata di spada, fa spegnere la musica.

Si chiama Ruthye Marye Knoll (Eve Ridley) ed è l’ultima sopravvissuta di una famiglia di costruttori di spade. L’unica a essere stata lasciata in vita dal terribile Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts) e dai suoi briganti, perché ai suoi occhi “irrilevante”, prima di derubarla di tutto e dare fuoco alla sua casa. 

Ruthye ha occhi di fuoco e vuole vendetta. Offre l’ultima spada del suo clan a chi la aiuterà nell’impresa. In un secondo viene derubata da un alieno senza scrupoli. La piccola riporta nella mente di Kara un sentimento che pensava ormai archiviato da tempo: una sorta di “tenerezza”. Decide di aiutarla, attirandosi subito le cattive intenzioni di Krem e i suoi. I briganti rubano l’astro-Van (nello spazio una assicurazione furti è indispensabile), colpiscono il suo cagnolino Krypto con un dardo avvelenato, cacciano in corpo a Kara una gran voglia di infuriarsi. Magari “da sobria”.

Kara e Ruthye partono insieme per uno stranissimo “viaggio spaziale on the road”:  in cerca di Krem e un antidoto per Krypto. Attraverseranno pianeti su uno sgangherato “pullman spaziale”, stipato di tutte le più strane e moleste creature pendolari dell’universo. Incontreranno ladri di “diligenze spaziali”, pochi amici, scopriranno che Krem dispone di un intero pianeta pieno di briganti con cattive intenzioni ai suoi ordini e cerca nello spazio “donne”, per dare alla vita nuovi ai briganti delle future generazioni. È per Kara forse l’occasione di “fare qualcosa di buono”.

Ma sullo stesso cammino troverà, con intenzioni e obiettivi simili, anche il cacciatore di taglie Czarniano Lobo (Jason Mamoa). Una montagna di muscoli enorme, spaventosa quando imprevedibile, che viaggia nel cosmo con il suo Chopper seminando morte e distruzione come un tornado. Sarà un loro nemico o un alleato? Di sicuro la nuova amicizia con Ruthie, così piccola, testarda e piena di determinazione, sta iniziando a cambiare la “prospettiva sul mondo” di Kara. Diventerà anche lei una “super boy scout” come Clark?


Ma chi è Supergirl?

Superman: un supereroe di origine aliena con un corpo a prova di proiettile in grado di volare alla velocità del suono, super muscoli che possono sostenere a mani nude un grattacielo, occhi azzurri che sparano laser, polmoni che permettono di respirare senza problemi nello spazio profondo e possono generare piccoli tornado, solo “soffiando intensamente”. Poteri immensi quanto “standard” per chiunque sia nato sul pianeta Krypton, nelle mani di un eroe dal cuore così puro che può sfruttarli solo a difesa dei più deboli, solo quando è strettamente necessario. Ma se questi poteri non fossero una “sua esclusiva”?  

Se esiste “un altro Superman” o magari una Supergirl? 

Questo interrogativo iniziò a farsi largo per la prima volta nel maggio 1943, tra le pagine nel numero 60 del leggendario “Action Comics”, ipotizzando uno scenario in cui i super-poteri sarebbero finiti momentaneamente alla storica fiamma di Clark Kent, Lois Lane, dopo una trasfusione di sangue. Nel 1949 sulla testata “Superboy”, che presentava storie di Superman da giovane (un po’ come la serie tv Smallville), il nostro eroe incontrava una donna che sembrava avere super poteri come i suoi…ma era solo la finzione di un gioco di prestigio. Il tema di una Supergirl tornò nell’agosto del 1958, sulle pagine del numero 123 della testata “Superman”, in un racconto in cui il buffo coprotagonista fotografo Jimmy Olsen, servendosi di un “totem magico”, creava, ancora in questo caso “solo momentaneamente”, una super-donna in grado di aiutare il super protagonista in una situazione di emergenza. 

Le idee c’erano, ma erano tutte abbastanza delimitate, “a termine”, provvisorie. Fino a che arrivò qualcuno che presentò Supergirl come un personaggio effettivo, autonomo e originale. Era Kara e possedeva gli stessi superpoteri in quando cugina kryptoniana quasi coetanea di Clark/Kal-El/Superman. Figlia dello scienziato Zor-El, fratello del padre di Superman Jor-El, era scampata alla distruzione del pianeta natale grazie a una cupola per le emergenze climatiche costruita dal padre nella città-stato di Argo. Era stata infine anche lei mandata sulla Terra come il cugino, ma la sua astronave aveva preso un altro percorso e destino: cadendo davanti alla porta in un orfanotrofio. Solo dopo alcuni anni, ideali per “giustificare” la sua iniziale assenza sulla scena, sarebbe diventata come il cugino una delle eroine più celebri. 

Supergirl nasceva così “ufficialmente”, come Kara, nel maggio del 1959, grazie alla penna  di Otto Binder e le matite di Al Plastino, sul numero 252 della celebre testata “Action Comics”. Fu un successo. 

Un successo che già nel 1959 spingeva timidamente a esplorare nei fumetti tematiche “gender”. Al punto che solo sette mesi dopo, nel gennaio 1960, con il numero 78 della testata “Superboy”,  fu il giovane Superman stesso (con ingenuità ma anche anticipando temi che sono ancora “caldi” 66 anni dopo) a “trasformarsi in una super-ragazza”, almeno per un giorno. 

Intanto Supergirl cresceva di popolarità come co-protagonista di varie storie, fino a che nel 1972 riuscì a ottenere una propria testata autonoma. 

Nel 1985 il personaggio venne poi “ucciso”, all’interno del mega crossover: Crisi sulle terre infinite. Un evento dai risvolti narrativi “drammatici”, quanto editorialmente “pratici”. Un ciclo di storie che serviva per rilanciare e riorganizzare tutti i fumetti DC Comic, tagliando magari qualche testata economicamente in perdita. La testata di Supergirl “chiudeva”, ma era già scritto che prima o poi “una Supergirl” sarebbe tornata: magari in una forma “nuova” che la avrebbe resa più interessante per il pubblico. 


Nello specifico, in pochi anni, saremmo andati incontro a ben tre nuove “versioni”. Nel 1988, con le storie scritte da John Byrne, “divenne Supergirl” Matrice, una forma di vita artificiale creata da Lex Luthor. Se il supercattivo Lex Luthor non poteva avere i poteri che tanto invidiava a Superman, poteva dimostrarsi quasi “innamorato” di questa Supergirl. Nel 1996, grazie al fumettista Peter David e al disegnatore Gary Frank (celebre coppia che avrebbe scritto anche il classico La psicanalisi di Hulk), fu il turno di Linda Denvers: una ragazza terrestre che “fondendosi con Matrice”, diventava la nuova supereroina. Nel marzo 2003 a rivendicare il titolo di Supergirl fu invece Cir-El: una donna venuta dal futuro, convinta di essere la figlia di Clark Kent e Jois Lane (qualcosa di “mefitico” quando già familiare, almeno a chi guardava in tv Sailor Moon). Dal 2006, a partire da una run sulla testata Superman-Batman, i piani alti di DC Comics decisero di “reintrodurre ufficialmente” il personaggio di Kara Zor-El, la cugina kyriptoniana di Superman, sebbene con alcune piccole “variazioni narrative”, come le circostanze del suo arrivo sulla Terra. Un ritorno alle origini che dal 2006 sta ancora “reggendo” 20 anni dopo, che dimostra ancora una volta quanto il personaggio sia ancora “giovane”, gioiosamente imprevedibile e indefinito, in grado di apparire spesso in modalità originali. 

Dal punto di vista cinematografico, il personaggio di Supergirl iniziò a interessare  a partire dagli anni ‘80.   


Secondo una prima stesura, Supergirl avrebbe dovuto esordire al cinema nel 1983, insieme al villain Braniac, al fianco del mai troppo compianto Christopher Reeve, nel pasticciato, ma buffo (grazie a Richar Pryor), Superman III di Richard Lester. Il progetto cambiò in corso d’opera, ma la nostra eroina trovò subito un film fanciullesco  e pieno di romanticismo  “tutto suo”, nel 1984: Supergirl - la donna d’acciaio, per la regia di Jeannot Szwarc. Per interpretarla venne scelta la biondissima e  innocente Helen Slater: il volto adatto per un film dichiaratamente “per ragazze”, frizzantino, iper colorato quanto innocuo, gioiosamente camp.

Arrivando più vicini a giorni nostri, fin all’inizio del “DC Movie Universe” inaugurato da Zack Snyder e il suo Man of Steel nel 2013, un progetto su Supergirl venne messo in cantiere. 

Dal 2015 al 2021 Supergirl ha goduto parallelamente di una serie TV prodotta da CBS, creata da Greg Berlanti, Ali Alder e Andrew Kreinsberg, considerata come una sorta di “espansione” delle serie tv su Green Arrow e Flash. Una serie “leggera”, con più di una assonanza, a partire dalla presenza nel cast dell’attrice Teri Archer, con la storica serie tv Lois & Clark - le nuove avventure di Superman, andata in onda dal 1993 al 1997. Qui per impersonare Kara è scelta la biondissima e autoironica Melissa Benoist, che ne fa anche “lavorativamente” un personaggio quasi “parallelo” a Clark Kent, spesso invischiato in trame “intergalattiche” gustosamente alla Man in Black

Ma per ritrovare Supergirl sul grande schermo,  avremmo dovuto aspettare il 2023 e il film The Flash. È una versione dell’eroina del tutto nuova, “alternativa” e  spiazzante, decisamente diversa da quella classica. Tragica, marziale, disperata. Con corti capelli corvini, in catene, piena di rabbia e voglia di rivalsa: una creatura aliena ferita e pericolosa, solo in attesa di tornare a “mordere”. Un personaggio quasi Shakespeariano, interpretata da una tosta e bravissima Sasha Calle, pronto a farsi largo, da grande co-protagonista (al fianco del Batman di Michael Keaton), nella spettacolare, “tragica e inevitabile”, battaglia finale “multi-dimensionale” del complicato, sfortunato ma divertente, The Flash di Andy Muschietti.

Un anno fa, nel 2025, dopo il “reboot” dell’Universo cinematografico DC a firma James Gunn, abbiamo ritrovato al cinema una nuova Supergirl, ancora una volta “diversa”. Una sorridente e un po’ sballata “festaiola intergalattica”, con il volto di una bionda, disordinata e arruffata Milly Alcook: una attrice straordinaria che si era da poco fatta notare anche per la serie HBO House of the Dragon. Faceva capolino solo sul finale del bellissimo e malinconico Superman, riuscendo in due soli minuti a rubare la scena al bravo David Corenswart: non solo per il buffissimo e “strano comportamento affettuoso” che manifestava nei confronti del cane Krypto, ma anche per dettagli più sottili e enigmatici. Kara poteva essere “solo” una festaiola intergalattica? A rispondere a questa domanda,  il nostro film del 2026: primo “film titolare” di Supergirl dopo 32 anni. 


La sceneggiatrice Ana Nogueira, per DC Comics e Warner già al lavoro sul prossimo film dei Teen Titans e un progetto relativo a Wonder Woman, ha scelto di adattare liberamente, per il grande schermo, una delle versioni più moderne e amate del personaggio. Quella del celebre ciclo a fumetti in 8 numeri, uscito nel 2021/2022, a firma Tom King e Bilquis Evely: Supergirl : la donna del domani. Una serie (che oggi Panini Comics ristampa in formato lusso) che, fin dal titolo, avrebbe riportato alcuni “richiami tematici forti” alla celebre saga a fumetti di Superman a firma Alan Moore: Che cosa è successo all’uomo del domani?. Una saga, che per il regista di Supergirl Craig Gillespie (regista anche del disneyano Crudelia, dell’horror Fright Night e del folle Lars e la ragazza tutta sua) sembrava ispirarsi al western Il grinta, portato sullo schermo prima da John Wayne e poi dai fratelli Coen. Una storia dalla forte componente “intima/introspettiva”, che portava la nostra eroina, con tanta autoironia e un po’ di disperazione, in giro per “pianeti sporchi e cattivi”: non-luoghi spaziali/decadenti come le bettole di Star Wars, rugginosi/alcolici/western, in storie tra il tragico e il crepuscolare. Pianeti futuribilmente arrugginiti e sporchi, pieni di alieni eccentrici, risse e tragedie dietro ogni angolo. Luoghi ideali per incontrare alcuni dei personaggi più assurdi e terrificanti del DC Universe. Gente come Lobo. Tim King avrebbe voluto far comparire proprio in questa run a fumetti il cacciatore di taglie Lobo, ma all’epoca non gli fu permesso dalla produzione. Al cinema avremo quindi una versione 2.0 di quella storia. 



Ma chi è Lobo?

Un po’ come Krypton, il pianeta di Superman e Supergirl, esisteva un tempo nell’universo il pianeta Czarnia. Un luogo all’avanguardia per cultura, arte e scienza, abitato da persone tecnologicamente evolute, quasi immortali, aristocratiche, generose e illuminate. Tutti perfetti, tranne “l’eccezione che conferma la regola”, la pecora nera, l’unico “vero ribelle”: Lobo. 

Krypton è stato distrutto dall’instabilità del suo nucleo e da una classe politica tronfia che non voleva “vedere il problema”. Czarnia è stato fatto detonare, con esplosioni atomiche “a grappolo”, direttamente da Lobo. Un Lobo particolarmente “contento” di vendicarsi così dei suoi concittadini e mettersi nella condizione ideale di iniziare una vita spensierata e indipendente, da “biker dello spazio”. 

Una montagna di muscoli. Un covo sporco di capelli ispidi e disordinati che  nascondono un volto dai lineamenti perennemente in ombra, illuminato solo da penetranti occhi rosso sangue e dalla fiamma di un sigaro. La pelle bianco-bluastra di un cadavere, spesso ricoperta da borchie, catene arrugginite, cartucciere di polvere da sparo, coltelli da macellaio ancora sporchi, mitragliatrici e ogni genere di arma “grossa e cattiva”.

Violento, viscido e grezzo, del tutto insensibile a ogni forma di compassione o empatia, allergico alle più basilari regole di convivenza intergalattica, Lobo sceglie di essere controvoglia un cacciatore di taglie: per ricavare quei quattro crediti che bastano per riempire il serbatoio della sua moto spaziale, comprarsi nuovi sigari, birra, qualche “compagnia per adulti” e i “crostini”. Crostini per i suoi delfini spaziali da compagnia e il suo bulldog. Oltre che amante degli animali, Lobo sostiene di essere una “persona di parola”, anche se spesso interpreta le promesse in modo  “esotico”. Non è decisamente tipo da romanticismo, unicorni e politicamente corretto. Negli anni, nella sua “lista di criminali”, consegnati rigorosamente “morti”, per lo più a pezzi, è rientrato anche Babbo Natale e tutti gli aiutanti elfi (nella miniserie Paramilitary Christmas Special del 1990), ma anche la persona che più di tutte gli ha rovinato la vita: la sua ex maestra delle elementari (nella miniserie Lobo The Last Czarnian, del 1990). Una volta Lobo è stato ucciso (in Lobo’s Back, nel 1992) ma ha fatto “così casino” nell’Aldilà, seminando morte e disperazione tra inferno e paradiso, che “da quelle parti non ce lo vogliono più”: al punto da aver siglato un contratto che Lobo che, in caso di morte, le autorità ultraterrene sono costrette a  resuscitarlo subito, anche se con il corpo ridotto in poltiglia.

Il fattore di guarigione Czarniano farà il resto.

Certo all’inizio, “non era così cattivo”. Parliamo editorialmente del 1983, anno in cui il personaggio, creato da Roger Slifer sui testi di quel genio mai troppo celebrato Keith Giffen, esordiva nel numero 3 della testata Omega Men, come “membro scomodo” di un super gruppo di poliziotti spaziali, spesso impegnati in missioni “alla Star Trek”. Burbero e con poteri di auto-guarigione “utili al gruppo”, quasi una specie di Wolverine, caratterialmente era però decisamente troppo complicato da gestire. Sebbene nel maxi-evento Crisi sulle Terre Infinite del 1985 il personaggio “sopravvisse” e piacque al pubblico tanto da comparire in seguito come anti-eroe sui fumetti della Justice League, presto ai piani alti decisero di metterlo in un “freezer editoriale”, fino agli anni ‘90. Anni in cui Keith Giffen e Grant, “ragazzacci inglesi” che avevano reso grande il Giudice Dredd, ottenuta per meriti sul campo “totale carta bianca”, riuscirono a ingaggiare il disegnatore cult (nonché batterista Metal) Simon Bisley, convincendolo a creare insieme a loro un fumetto di Lobo con storie totalmente fuori di testa, strapiene di parolacce e non-sense, completamente punk per il tratto febbrile e i colori acidi, spaventosamente splatter (roba da tavolo operatorio), assurdamente intrise di cattiveria e umorismo nerissimo. Il “Lobo definitivo”, il più amato/temuto/ricordato, ma che nessuno da lì a tre anni avrebbe più avuto il coraggio/follia di replicare a fumetti.

Piuttosto hanno provato a renderlo “family friendly”, quasi slap-stick, con zero violenza e zero parolacce. Innocuo e per lo più “sopra le righe”, lo resero nei cartoni animati della Justice League alla stregua di un ridicolo epigono del “diavoletto della Tazmania” dei Looney Toons. Nel frattempo il ciclo di Grant, Bisley e Giffen viene periodicamente ristampato integralmente: diventando un vero cult.

Nessuno ha avuto il “coraggio” di portare al cinema un personaggio sul genere di Lobo, ma ci hanno “fantasticato” in molti. Qualcuno prima aveva immaginato un Lobo con il volto di Danny Trejo. Anni dopo qualcun altro, dice la leggenda non confermata, era riuscito a ingaggiare proprio Jason Momoa per la parte. Momoa che alla fine era stato “dirottato” su Aquaman, creando di fatto un Aquaman vincente quanto inedito: l’Aquaman più vicino a Lobo che si potesse immaginare. Era destino che Momoa “tornasse” a impersonare l’ultimo Czarniano e oggi già si parla di un film “stand alone”, tutto su Lobo, rigorosamente vietato ai minori, splatter e scorretto come il fumetto anni ‘90 di Giffen, Grant e Bisley. Roba che poteva succedere solo dopo i grandi risultati su schermo di un eroe parimenti “controverso” come Deadpool. Roba che poteva succedere in Warner solo con le gestione del Comics DC Universe di un matto come James “I guardiani della galassia” Gunn. Un visionario gentile, amante dei personaggi di carta un po’ strani, estremi e meno mainstream, che una volta passato in DC aveva fortemente voluto raccontare una “sua versione” della “Suicide Squad”: la più disperata, cattiva, insensata, ironica, splatter e malinconica possibile. Riuscito a farsi approvare successivamente un “suo” Superman, ha tirato fuori dal cilindro, come coprotagonista, altri personaggi meravigliosamente strani e di nicchia come Metamorpho e la Lanterna Verde Guy Gardner, interpretata da Nathan Fillon. Un supereroe, quest’ultimo, che molti qui in Italia si ricordano di aver conosciuto per la prima volta, come guest-star, proprio dei fumetti di Lobo. E tutto magicamente “torna”. La presenza di Lobo in Supergirl è quindi una specie di super antipasto di quello che potrebbe aspettarci in futuro. 



In Sala

Il nuovo film di Supergirl arriva nelle sale non tradendo l’anima “Hardcore” e per “fan di vecchia data” che caratterizza tutte le produzioni di James Gunn. Ritroviamo anche qui, come ne I guardiani della Galassia,  rugginose case-astronavi stipate da strani coinquilini e piene di chincaglierie. Bettole spaziali fumose e pericolose, in cui si può ascoltare il meglio della produzione rock/disco terrestre. Personaggi inquietanti, pieni di borchie e piercing, in genere cattivissimi,  che vivono come pirati spaziali e non sono minimamente in cerca di redenzione. Antieroi strani, “perdenti volenterosi”, spesso alla stregua di “freak”: “falliti in cerca di redenzione” ai quali non si fa troppa fatica a volere bene, come la nostra Supergirl, perché riescono a trasudare eccentricità quando umanità. 

In più, grazie all’interessante approccio alla scrittura della sceneggiatrice Ana Noriega, il racconto prende la felice forma di una “origin story decostruita”. Il personaggio, spesso trincerato in una sorta di “armatura cinica”, riesce a svelare al meglio, con “piccole fiammate emotive”, spesso inattese, il suo reale carattere e sentimenti. Sentiamo quasi “cadere la maschera”, quando ci troviamo davanti a questi piccoli flashback frammentati, che riescono al meglio a rendercela un personaggio unico quanto tragico e che vanno “inseriti nel giusto ordine”. Complicata, tenera e sbruffona, eroica come autodistruttiva, già adulta ma ancora molto bambina, più “fragile” di quando lei stessa mai ammetterebbe, la Kara interpretata dalla bravissima Milly Alcock è uno dei personaggi più convincenti e profondi che si possano trovare nei recenti cinecomics. 

Kara è un personaggio davvero ben scritto e interpretato ed è davvero originale il modo in cui Craig Gillespie, enfatizzando sulla interazione con il personaggio “giovane e puro” di Eve Ridley, sia riuscito effettivamente a rinnovare senza tradire lo “spirito originale” dello scorbutico e amabile “cavaliere acciaccato” del western Il Grinta. Ma ci sono anche momenti narrativi di profonda introspezione, di “caduta e rivalsa”,  in cui la pellicola riesce a volare pure dalle parti di un altro grande western: Un dollaro d’onore con Dean Martin. Come nei frangenti più crepuscolari della trama, quelli in cui si riflette sul destino di “essere ormai soli”, figli di un mondo che non esiste più, viaggiano felicemente dalle parti de Il Cavaliere Elettrico con Robert Redford. 

È stranissimo ma esaltante, vedere così “attuale” un genere ormai dimenticato come il western, messo al servizio dei cinecomics. 

Anche se veniamo portati a spasso per i pianeti per tutto il tempo, sembra sempre di percorrere le strade di una Route 66 di frontiera: con tutti i sogni di libertà e disincanto che questa tratta ha ispirato ai registi dei Western, come a Dennis Hopper per il suo Easy Rider (che di fatto possiamo considerare anche lui un western crepuscolare). 

Tra viaggi e assalti alla diligenza, bar trucidi, predoni senza scrupoli, Supergirl ci regala anche un cattivo “davvero cattivo”. Certo meno affascinante del Sentenza di Lee Van Cleef, Krem delle Colline Gialle, con il volto di Matthias Schoenaert, sa mettere davvero paura. Pirata spaziale, trafficante di organi ed esseri umani, leader carismatico implacabile con la pelle d’acciaio, Krem è sempre due passi avanti alla nostra eroina, non fa mai battute, sottopone le sue vittime a continui giochi mentali sadici, gode della incapacità degli altri di essere brutali quando lui lo è con loro. Un cattivo fiero, sanguinario e senza possibilità di redenzione. Un cattivo verso il quale, come ne Il Grinta, la sua principale piccola vittima, Ruthye, dopo mille angherie, dovrà cercare di trovare un briciolo di pietà, per non “sporcare il candore della sua anima” e scendere sul suo stesso piano di “disumanità”.  Un rebus psicologico quasi impossibile, la grande “sfida morale” che il film approccia con grande tatto e disincanto, scegliendo vie non banali ma neppure facili. 


E poi c’è ovviamente Lobo, Easy Rider trucido, cacciatore delle taglie western 2.0. Carismatico e scostante, perfettamente integrato nelle atmosfere crepuscolari della pellicola, amabilmente brusco e scorretto come lo volevamo. Certo “ne volevamo di più”: lo volevamo “più cattivo”, più sulla scena principale, più controverso, splatter, anarchico. Quando Momoa ha interpretato per il film Fast X il villain Dante Reyes, quel personaggio esagerato e fuori dagli schemi era già “Lobo al 120%”. Qui invece è quasi che Lobo si metta da solo da parte, “”da signore””, per dare il giusto respiro alla storia di caduta e redenzione di Kara. Ma Lobo tiene tutto costantemente “sotto controllo”, “vigila” a pochi passi dall’azione e può così intervenire con tutta la sua potenza distruttiva, quasi come un deus ex machina. Ma quando decide di entrare davvero in azione, in una maxi rissa o a bordo del suo chopper volante, dispensando esplosioni e distruzione, sa essere davvero carismatico e protagonista. In alcuni frangenti più che Lobo potrebbe quasi sembrare un felicissimo epigono di Bud Spencer. Perché Bud Spencer nei western, e Supergirl a tutti gli effetti “è” un western, ha sempre funzionato benissimo.

Invece un po’ costretto, in una parte forse troppo piccola, è  il Superman di David Corenswet. Ma riesce comunque a ritagliarsi almeno una scena davvero interessante: quella del suo primo incontro con Kara. Davvero tenera e commovente.


Commento finale 

Supergirl ci è piaciuto molto. Bellissimi pianeti polverosi, bellissima colonna sonora pop rock vintage “James Gunn Style”. È un film decisamente “più piccolo” del precedente Superman, con meno azione roboante, effetti speciali psichedelici e scontri con creature grandi come palazzi. È invece un western crepuscolare on the road che convince, per la particolare cura della scrittura, la “giusta polverosità“ degli scenari, ma soprattutto per la bravura di tutto il cast, tra cui spicca una interprete meravigliosa come Milly Alcock. Una attrice in grado di rendere Kara un personaggio davvero indimenticabile. Se le scene action funzionano bene, le scene drammatiche portano la narrazione a un livello davvero più alto e spesso inedito per i cinecomics.

Nasce così una Supergirl come non l’avevamo mai vista. Non vediamo l’ora di vederla tornare in azione. 

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giovedì 9 giugno 2022

Black Adam: il primo trailer in italiano

 

 

Dal regista dell’ottimo Jungle Cruise, dritto in uscita per ottobre, il nuovo film dei supereroi DC Comics appare fin dal primo trailer godurioso, con una buona effettistica, tanta ironia e un The Rock in pienissima forma. Piena forma e regalità che sembra riprendere dai suoi esordi cinematografico ne La Mummia 2, dritto dal minaccioso character del Re Scorpione che omaggiava Ray Harryhauser (chi dice che fosse brutta cg e non gloriosa stop motion futuristica è una brutta persona) dando corpo ad un antieroe muscolare quanto dark. Trama ancora blindata, ma che fin qui sembra coinvolgere nel modo più spettacolare possibile i supereroi della Justice Society, tra Hawkman e il Dottor Fate. Immaginiamo almeno un cameo di Shazam, visto che nei fumetti Black Adam è intriso della stessa “lore”. Non vediamo l’ora di saperne di più e ci godiamo l’attesa. 

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venerdì 4 marzo 2022

The Batman : la nostra recensione del film di Matt Reeves con le belle musiche di Michael Giacchino e poco altro di bello

 

È notte a Gotham City. Piove e tutto è buio o illuminato di rosso, serioso e poco divertente come nella run di Daredevil scritta da Brian Michael Bendis e disegnata da Alex Maleev. Per le strade si vive un lungo halloween di paura e violenza, vicino parente della bomba sociale deflagrata nel finale di The Joker di Tod Phillips (anche se il tempo e contesto sono diversi). La polizia latita, la gente comune fugge, bande armate pitturate come in The Purge impazzano, devastano e si filmano per le storie di Instagram. Poi il cielo si illumina di una seconda luna e tutti i “malvagi” tremano, abbandonano le armi, il bottino e le vittime e si disperdono confusamente. Perché quello che appare, sottolineato da una marcia solenne e funerea composta da Michael Giacchino, è l’occhio di Batman (Robert Pattinson) che tutto osserva e giudica: il Bat-segnale. Si può vedere per chilometri e chilometri ma è segno che il vigilante di Gotham può essere a pochi metri da chiunque e arrivare implacabile, coperto dalle ombre, pronto a colpire, protetto dai proiettili dalla sua armatura nero pece. Un paio di scaramucce e il supereroe da molti ribattezzato onorificamente il “detective” appare sulla scena di un crimine, su espresso invito del commissario Gordon (Jeffrey Wright). È stato ucciso un pezzo grosso della politica a pochi giorni dalle elezioni, come successo anni addietro a Thomas Wayne (Luke Roberts), e per questo il vigilante di Gotham si sente particolarmente coinvolto, mentre scruta ogni dettaglio della stanza con le sue lenti a contatto hi-tech e riceve da Gordon una busta misteriosa con all’interno un indovinello, a quando pare espressamente indirizzata al vigilante dal presunto assassino. È un nemico? Un ammiratore? Qualcuno che conosce la vera identità dell’uomo pipistrello? Di sicuro, è il messaggio di qualcuno che vuole giocare con Batman, coinvolgendolo in una caccia al tesoro mortale che lo porterà a incrociare la strada con il faccendiere Oswald Cobblepott (Colin Farrell), la ladra Selina Kyle (Zoe Kravitz) e il padrino di Gotham Carmine Falcone (John Turturro). Sebbene ancora giovane e inesperto, Batman potrà contare sull’aiuto del suo fido maggiordomo, nonché  ex soldato delle forze speciali, Alfred (Andy Serkis).


Matt Reeves, regista di Cloverfield, del remake americano di Lasciami Entrare e del secondo e terzo film dell’ultima saga del Pianeta delle scimmie, scrive e dirige questo “The Batman”, presentato come primo tassello di una nuova trilogia cinematografica volta a rilanciare e rinnovare il mito di uno dei più celebri e amati supereroi della DC Comics. Un film dedicato espressamente e unicamente a Batman mancava nelle sale dal 2012 (anno di Il cavaliere oscuro - il ritorno per la regia di Christopher Nolan e con interprete Christian Bale), ma il personaggio creato da Bob Kane e Bill Finger in seguito è apparso comunque più volte, impersonato da Ben Affleck, in molte pellicole legate all’universo DC (da Batman v Superman del 2016, ma si dice sarà presente anche nel nuovo film di Flash previsto in uscita proprio quest’anno). Si era parlato inizialmente di un The Batman scritto, diretto e interpretato dallo stesso Affleck, peraltro reduce all’epoca della regia dello stupendo Argo, ma quella produzione ha subito imprevisti di ogni tipo, l’avvicendamento di Matt Reeves alla regia e infine il tutto è stato dirottato su questo progetto, di fatto del tutto autonomo e slegato al DC Universe quanto il Joker di Todd Phillips. Joker ci presentava una società allo sfascio per via della corruzione e di un eccessivo divario tra ricchi e poveri, pronta ad accogliere come suo simbolo un vendicatore anarchico e autodistruttivo. The Batman ci presenta una società già sfasciata e corrotta dalla quale forse può rialzarsi, piano piano, un eroe positivo. Forse ancora troppo inesperto, ma con delle potenzialità, in un mondo poco super-eroico e anzi piuttosto realistico e tristanzuolo. Se volete vedere gente che vola e che si mena con alieni robotici, questo The Batman non è fin dall’inizio il vostro film, aspettate piuttosto Black Adam con Dwayne Johnson. Qui un approccio più “terra terra” ci sta ed è anzi impostato in modo carino. Questo The Batman è un eroe spettinato e spelacchiato che per avere la bat-caverna sub-affitta una stazione abbandonata della metro, che ama viaggiare su una bat-mobile zarra che sembra più una Dom Toretto-mobile e che soprattutto, come capita a molti giovani che stanno imparando ad essere adulti (e quindi non a quel tipo di Batman descritto da Frank Miller più volte con l’aggettivo unico di “smart”), “fa le cazzate”. Nelle zuffe prende un sacco di botte affidandosi troppo all’armatura. Durante le indagini dimentica di avvicinare una testimone-chiave preferendo seguire una sventola in latex (Zoe Kravitz in latex è tanta roba). È pronto a credere alle parole di un criminale appena conosciuto. È un bat-ragazzino ed è tanto, tanto arrabbiato con il mondo. Non si presenta come “io sono Batman”, ma come “io sono vendetta” (come segno di una sana adolescenza benedetta da qualche buona lettura di Alan Moore). Il Batman dì Affleck era grosso, incattivito dalla vecchiaia, sarcastico e dalla mano pesante. Il Batman di Pattison è alto ma gracilino, con le idee ancora confuse su cosa vuole fare da grande, introverso e più intento ad usare le mani per aggrapparsi a qualcosa (spesso per non cadere da due o tre piani) più che per menare. Quando prova a volare fa quasi tenerezza, con quella tuta alare prese da Decathlon. Pattinson va bene, perché non esiste un “solo” Batman e un solo modo di interpretarlo. C’è stato il Batman dilaniato dalla ricerca della giustizia di Bale. Il Batman nichilista di Michael Keaton che faceva saltare in aria i pagliacci, il Batman narcisista in analisi di Val Kilmer (con per psicologa una sexy Nicole Kidman!!), il Batman paterno di Adam West e George Clooney. Personalmente ritengo che il migliore di tutti i Batman sia in realtà un fake-Batman, ossia il Big Daddy di Nicolas Cage, dal film/fumetto Kick Ass, con al seguito la sua piccola e agguerritissima Hit-Girl (Cloe Grace Moretz, la migliore fake-Robin/Nightwing di sempre). Ma Pattinson è in fondo un buon “giovane Batman” alla fine, sulla linea del giovane Batman di David Mazouz della serie tv Gotham e anche lui in qualche modo legato positivamente “nel percorso di crescita” da una Cat-Woman, che in Gotham era Camren Bicondova mentre in The Batman è Zoe Kravitz. Come nella serie Gotham diventano centrali nella narrazione il losco club gestito dal vanitoso Pinguino, il sottobosco criminale dei boss Maroni e Falcone, il piccolo mondo dietro al distretto di polizia, la figura paranoide a tinte fosche dell’enigmista. Geniale l’idea di fare dell’enigmista quasi (censura permettendo) un epigono di Saw-l’enigmista di James Wan, o del Simon Says di Die Hard 3, dando vita a sfide per l'eroe in cui la stessa urbanistica di Gotham un personaggio a sé. È un film lungo sulle tre ore tonde The Batman e di sicuro si prende tutto il tempo che vuole per costruire un mondo complesso e articolato. Ed eccoci al nodo dolente, che va al di là delle ottime intenzioni del soggetto di base e di tutta la lussuosa cornice del progetto, andando ad evocare idealmente in qualche modo una delle celebri famiglie criminali di Ghotam: Maroni. Perché vedere questo The Batman ti fa venire “due maroni” grossi come palloni aerostatici. Bella la fotografia di Greig Fraser, con quelle cromie tra il bianco, il nero e il rosso che tanto mi ricordavano il Daredevil di Maleev, ma tre ore tutte ambientare di notte tra il nero, il rosso e il bianco, sono davvero tante. Non si avverte una “sana” claustrofobia stile Blair Witch di Wingard, quanto una mancanza di altre idee visive. Va bene la “luce”, che fa largo idealmente al buio e al “sangue”, in una scena che ricorda il Godzilla di Edwards: ma serviva “qualcosa di più” dell’idea di “infinita notte al neon” per lo più mutuata dal non indimenticabile Daredevil con Ben Affleck. Interessanti le coreografie dei combattimenti, per lo più ruvidi e confusi, ma tre ore di combattimenti al buio ruvidi e confusi e sotto la pioggia sono troppi, così come non è possibile appassionarsi a degli inseguimenti in auto, con la suddetta pioggia notturna battente e virata di rosso protagonista assoluta, dove abbiamo una visibilità dell’azione pari a un costante muro di nebbia. A questo aggiungiamo un incedere narrativo pachidermico, che spesso si incastra su se stesso nella “caccia alla talpa” peggio sviluppata di sempre, con tanto di enigmi e giochi di parole tradotti abbastanza malamente in italiano, e vediamo che siamo ben lontani da un potenziale film auspicato in cui c’è Batman che incontra Saw - l’enigmista, che incontra Die Hard 3. Ma anche fregandocene delle aspettative (che in fondo è poca cosa) e sposando in pieno questa idea di Batman fieramente anti-spettacolare, buio, triste, adolescenziale, ruvido, tutto piovoso e rosso, The Batman è noioso. Mortalmente noioso. Con l’ultima ora che quando arriva (cioè quando sembra che hai già passato mezza giornata al cinema) sembra dirti: “Guarda che durerò ancora parecchio, fidati!! E guarda che sarò fino alla fine un film antispettacolare, buio, piovoso, azione confusa, inseguimenti con la nebbia, con luci rosse, colonna sonora pomposa e ritmo mooooooolto riflessivo. Perché sono un film coerente fino alla fine, io!!”. 


The Batman è “bello, ma non balla”, per parafrasare una frase celebre. Il film di Reeves non riesce drammaticamente  a uscire dalle suggestioni espresse nei due minuti del suo trailer. La trama gira spesso su se stessa in modo macchinoso, l’azione risulta poco chiara per evidenti (e controverse) scelte di regia, la durata risulta abbastanza poderosa (cosa che in una visione casalinga può essere magari aggirata/spuntata da una fruizione “a puntate”). Il soggetto di un “Batman realistico e ruvido” nonostante tutto rimane molto interessante, come la scelta del cast e delle ambientazioni. Un soggetto così interessante, unito a un attore protagonista che di anno in anno è sempre più bravo, potrebbe far chiudere un occhio o due sulle magagne del film di Reeves, magari nella prospettiva che nei seguiti si aggiusti il tiro. Allo stato attuale, la visione di The Batman risulta piuttosto impegnativa, non esattamente appagante e sinceramente noiosetta, ma se siete dei super super super fan di Pattinson o di Batman magari passerete sopra a queste magagne. 

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lunedì 9 agosto 2021

Suicide Squad - Squadra Suicida: la nostra recensione del nuovo film di James Gunn


(Premessa doverosa: è un film vietato ai minori) Suicide Squad è un film per un pubblico adulto, pieno di sangue, tette, battute a sfondo sessuale e decapitazioni. Certo non è solo “tutto qui”, c’è anche della sana ironia, una punta di critica sociale costruttiva, una bella vena sentimentale e malinconica, perfino delle parentesi “sognanti” in grado di smuovere anche i cuori più di ghiaccio. Ma sangue, tette, battute a sfondo sessuale e decapitazioni finisce che te le ritrovi un po’ ovunque alla fine dei 130 minuti della pellicola, anche se tutto è così estremo e assurdo “da fare il giro”, consegnando agli appassionati di fumetti “estremi e non” uno degli spettacoli più spassosi e appaganti degli ultimi anni. Però trovo giusto almeno avvisare quanti amano andare a vedere con i propri bimbi i film di supereroi al cinema, che per me sono i padri migliori del mondo, delle peculiarità “estreme“ della nuova pellicola del bravissimo regista dei Guardiani della Galassia, che oggi privo della supervisione Disney è davvero “scatenato”, come ai tempi in cui lavorava per la casa editrice indipendente Troma, patria dei film pieni di tette, sangue,  battute sporche e decapitazioni “a uso ridere”. Un modo di vedere i fumetti e la vita non adatto a un pubblico di 6 anni, ma che può essere “tutto giusto” per lo spettatore adolescente-tipo, pronto ad apprezzare la magia del cinema espressa dai film in cui si spara e squarta con in sottofondo battute a sfondo sessuale, in quanto unica espressione freudiana di tutto il tormento ormonale della magica età in cui si hanno i brufoli e le prime cotte. Un momento rituale verso l’età adulta in cui i supereroi di riferimento non sono più Spiderman e Flash, ma gli anti-supereroi Lobo e Deadpool e, con onore, anche le storie più scorrette, come questa di Gunn, della Suicide Squad. Che belle le case editrici che non ci trattano tutti solo come dei bambini e creano film/fumetti che ci accompagnano, con temi ad hoc sviluppati per differenti fasce di età, verso la maturità! Sono un po’ come Paolo Bonolis, che da Bim Bum Bam ci ha poi insegnato ad ammirare la bellezza delle tette in Ciao Darwin per poi in seguito parlarci del Senso della Vita. Così quando la divina Margot Robbie in una battuta del film dice: “Mi piace la pioggia, è come se gli angeli si facessero le seghe su di noi”... beh, tutto torna. Il senso della vita, che spesso è precluso ai film non vm18, ci viene svelato... Ma di cosa stavo parlando? Ah, sì: non ci portate al cinema i bambini di sei anni o aspettatevi per lo meno che citino alla maestra, all’ora del dettato, battute su pompini, seghe, esperienze anali, rapporti incestuosi o con madri di persone sconosciute, cacca, pipì e vomito.  Fine della premessa. 

 


(Sinossi fatta male) Nel mondo in cui vivono superoi come Batman e Wonder Woman, la Suicide Squad è un gruppo ultra segreto che opera per il Governo americano in missioni “scomode”. È composto da supercriminali che decidono di collaborare con la giustizia in cambio di uno sconto della pena, ma entrare in squadra è quasi sempre una pessima idea. Il nome “Squadra suicida” non è infatti stato scelto a caso e anche se alcuni supercattivi sono di fatto riusciti a rivaleggiare con Flash o Lanterna Verde, il governo si premura di affidargli missioni ai limiti delle possibilità di sopravvivenza. Nota triste a margine: i supercriminali seri in genere non si fanno “comprare” e in questi gruppi finiscono per lo più mezze tacche, scapestrati e pazzi. Scartine solitamente patetiche in cerca magari di una piccola possibilità di essere “eroi”, per lo più destinata ad andare in fumo insieme alla loro integrità fisica. La nuova missione dell’esercito di “expendables” di Amanda Waller (Viola Davis, sempre perfetta nella parte della grigia e spietata direttrice governativa) ha per meta l’isola sud americana di Corto Maltese e Hugo Pratt apprezzerebbe. Qui la dittatura locale sta pasticciando con delle stelle marine assassine di natura forse aliena, che potrebbero dare più di un grattacapo ai sevizi segreti americani. Servirà una squadra omicida extra-extra large, per far fronte a un numero assurdo di militari, villici locali posseduti e resi zombie da stelle marine assassine in formato piccolo  e pure gigantesche “stelle marine assassine-Kaiju” alte come palazzi. Servirà tanta carne di cannone, così tanta che la Waller decide di dividere la Suicide Squad in più “gruppi suicida”, in una missione che ha però sempre la logica malata del 30 vs 20.000 di un videogame.

Dal consueto gioco al massacro esce momentaneamente il cecchino hi-tech Deadshoot (Will Smith ha chiesto una pausa per impegni concomitanti ma dalle ultime indiscrezioni è pronto a tornare in futuri film), finito chissà dove, ed entra a questo giro il misconosciuto ma equivalente Bloodspot (l’ottimo Idris Elba), sempre un cecchino hi-tech, ma che dicono una volta abbai quasi steso Superman con una pallottola di Kriptonite. Da tempo vive da recluso-modello scontando la sua pena, è un tipo a posto che vuole voltare pagina, ma la Waller lo desidera in campo così tanto che lo costringe ad entrare in squadra sotto il ricatto di mandare in carcere a vita sua figlia, finita in una brutta situazione penale. 



La supercriminale Harley Queen (la sempre più “divina” Margot Robbie, il vero grande motivo per ri-guardare il precedente Suicide Squad), già sopravvissuta a mille battaglie con la Suicide Squad e di recente “co-fondatrice” delle Birds of Prey (il vero unico motivo per riguardare Birds of Prey) è di nuovo in squadra, finita dentro per un reato di “sicurezza stradale” qualsiasi. Ma per lei distruggere stati canaglia con esplosivi in testa e su tutto il corpo è come andare in gita il fine settimana a Gardaland e tutto va bene. Di nuovo caposquadra, unico non-criminale del gruppo e forse l’anima più pia/fessa di tutte, torna il sempre più disincantato, più underdog e meno boy-scout  Rick Flag (Joel Kinnaman, qui più simpatico che nel primo film). Ha un buon ascendente sulle scartine della Suicide Squad, una visione del mondo positiva ed è effettivamente difficile volergli male. Mentre è facilissimo pensare male del nuovo nerboruto e parecchio ottuso supersoldato Peacemaker (John Cena, una vera rivelazione, il ruolo che potrebbe farlo sfondare come fu per Bautista con Drax, sempre in un film di James Gunn), un gigante rozzo ma inaspettatamente buffo. Non si può invece che tifare forte per la ragazza che sa guidare mentalmente i topi, nickname Ratcatcher (interpretato dalla dolce Daniela Melchior, con Ratcatcher1, il padre, che nei flashback ha il volto dell’ormai amatissimo e lanciatissimo Taika Waititi, il personaggio più poetico e sognante della vicenda ). Non si può che volere un pupazzetto pelouche dell’uomo-squalo King Shark (in originale doppiato da un divertito Sylvester Stallone in vena di “io sono il PRIMO Groot, quello per adulti”, quasi in competizione a distanza con Vin Diesel), anche se spesso lo vedremo smembrare e ingurgitare persone con i suoi teneri occhietti buffi. Non si potrà che tifare fortissimo pure per l’eccentrico mutante spara-pois colorati Polka-Dot Mam (David Dastmalchian, che incarna cosi a pieno l’essenza di un personaggio da Suicide Squad da diventarne un simbolo, davvero da applausi), la cui vita è stata rovinata da una madre luciferina davanti a cui scomparirebbe pure Darkseed. Avremo tanto amore anche per il cecchino albino Savant (l’ amatissimo Michael Rooker, attore-feticcio di Gunn), per il mutante “allungabile” T.D.K.  (l’amatissimo Nathan Fillon, altro attore-feticcio di Gunn), per il tronfio ma fiero lancere Javelin (Flula Borg, intenso quanto “giallo”), per l’uomo-donnola Weasel e l’eccentrico Calendar Man (interpretati entrambi da Sean Gunn, fratello del regista, che si porta sempre dietro come suo attore-feticcio per piccole parti), per il sempre amato e pazzerello Captain Boomerang (Jai Courtney) e tanti altri. Tante altre scartine, pronte a raccontarci la loro storia, farci esaltare e divertire, ma per cui non potremo mai affezionarci troppo. Perché sarà davvero una strage, fin dall’inizio, ancora ai titoli di testa. Sarà una piccola, sanguinolenta e nerissima sfilata di super-tizi colorati che continuamente esplodono cose fino a che finiscono per esplodere loro stessi, in uno dei più sanguinolenti (e divertenti) film di superoeroi per adulti mai girato. Riuscirà qualcuno a sopravvivere e a dimostrare di poter essere, nonostante tutto, un eroe?

 


(La “nuova” Suicide Squad di James Gunn) Tornano al cinema gli umanissimi “losers“ del DC Universe, dopo che il capitolo 1 della serie, a firma “David Ayer + 20 altri tizi” era riuscito nonostante tutto a riscuotere un buon successo di pubblico. Ne avevamo già parlato a suo tempo, dell’immenso casino produttivo in cui si era ficcata questa pellicola. In sintesi, la Dc voleva un film serio, ma poi esce Deadpool per la Fox e di colpo tutti vogliono un film sbarazzino e il cambio di rotta avviene all’ultimo momento, in post-produzione, quando in pratica tutto è già girato, con il regista che viene estromesso perché contrario a questa nuova linea e con la produzione che affida il montaggio finale al team misconosciuto che ha confezionato il secondo trailer del film, quello “buffo” ed economicamente ritenuto più vantaggioso. Non contenta, la DC farà qualcosa di simile al film della Justice League, ma ne riparleremo a suo tempo, quando mi deciderò a recensire la Snyder Cut uscita nel 2021. Sta di fatto che il film esce “un casino”, con personaggi che non riescono mai ad essere troppo seri o troppo buffi, con un montaggio allucinante e pure con effetti visivi “così così”. Nonostante tutto è però un film divertente, l’idea della Suicide Squad è affascinante e ancora più affascinante è Margot Robbie nel ruolo di Harley Queen, che riesce quasi da sola a rendere non solo digeribile ma quasi discreto tutto il polpettone. C’era anche Will Smith, ma in versione “mi è morto il cane”. Un paio di cameo di Batman e Joker e tutti erano felici. 

Oggi invece si può “ri-partire bene” con James Gunn e le cose vanno davvero benissimo. Il tono è chiaro fin da subito, gli attori sanno cosa fare e lo fanno al meglio, amalgamandosi bene, la trama ha un senso anche solo a livello di “rapporto di potere” (una delle principali e giustificate critiche “per addetti ai lavori” della prima pellicola). Se avete letto la sinossi qua sopra avrete già notato che mi sono sperticato di lodi per gli attori. Ottimo John Cena, molto valido come di consueto Idris Elba, straordinaria e stralunata Margot Robbie. Eroe e personaggio dell’anno lo spara-pois di David Dastmalchian. Magnifico Taika Waititi sul suo monologo sui topi, che diventa il momento più alto del film. Giganteschi gli effetti speciali messi in scena, appagante e costante l’azione e soprattutto un plauso per il “tono” dell’operazione, ossia la scelta di farne un fumettone per adolescenti-adulti, sporco, cattivo e sboccato. Un film i cui si parla di eroismo, erotismo ma anche di fragilità, di morte, di sconfitte, di crudeltà imposte dall’alto. Satira e sbudellamenti, topi pelosi e polvere, matti e teneri squali mangiateste. C’è tutto il disgusto e l’amore per l’estremo che “ti fa smuovere” e che un film per tutte le età non può avere. È un vero film per adolescenti-adulti che negli anni ‘80 avrebbero guardato lo zio Tibia (e poi magari Smaila), avvolti in quella “puzza della roba degli adulti”, come lo fu il dittico di Deadpool prima che Deadpool entrasse in Disney con quella specie di favola di Natale. Mi piace ancora di più il fatto che questo Suicide Squad sia arrivato dopo un Wonder Woman 1984, che è rivolto a un pubblico di bambini, da uno Snyder’s Cut Justice League rivolto ai “vecchi nerd” (ma non a tutti, non a me) e ad un Joker, che è rivolto a un pubblico di adulti-adulti. Era la strada per trattare i fumetti indicata dalla Fox e una alternativa possibile alla creazione di un multiverso come la Marvel Disney, che ha pur i suoi meriti di continuità e stile. Qui sul blog non si tifa per Dc o Marvel, ma solo per i bei film di cui questo Suicide Squad di Gunn è un ottimo esempio. 130 e passa minuti che volano in un attimo e la voglia di vederne subito un altro. Certo non è per tutti e se non vi piaceva troppo la rappresentazione della violenza (pur così esagerata da essere fumettosa), le parolacce e le allusioni sessuali, è meglio che vi rivolgiate ad altri cinefumetti. Ma se siete alla ricerca di divertimento “forte” il nuovo film di Gunn è quello che fa per voi. In attesa che qualcuno resusciti la X-Force, è una bella giornata per gli amanti dei fumetti più sporchi e cattivi. 

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mercoledì 23 settembre 2020

Ue’ raga, è arrivato il trailer del film del Batman, quello nuovo. Stasera tutti alla gintoneria e alla mezza “operazione spago” dalla Tati!

 


Il Batman è uno fuori fuori, ma c’hai il grano. Si veste bene ed è il bello come il tizio di Twilight perché è interpretato dal tizio di Twilight (non so se rendo). Ha un macchinone paiura sicuro linea esclusive limited da emirato. Veste costumino in pelle del Dolce con accessori Fendi Fendi. Poi combatte chi si veste male ed è solo per questo mito totale.

Ma soprattutto IL Batman (The Batman con il “The” davanti per prima volta, adoooro) è finalmente un raga vero, uno con la faccia giusta che si può divertire all’Hollywood più figo, quello di Milano, con i “raghi” più giusti di corso Como. Uno che alle due di notte dopo aver giocato con il pinguino te lo trovi dal porchettaro.

Andiamo al succo del trailer. Robert Pattinson mi ha convinto come ipotetico Batman dai tempi di Cosmopolis di Cronenberg e mi è piaciuto come attore anche in Lighthouse di Eggers. Quando l’ho visto per la prima volta con il costume dell’uomo pipistrello fatto su misura per lui ho pensato “forse devo vederlo per un altro paio di volte... forse al cinema in movimento ha il suo perché. Quando ho visto la batmobile ho pensato più o meno la stessa cosa, ma questo non è il punto... anzi un po’ sì, lo è e mi spiego: Batman è la massima gallina dalle uova d’oro in ambito supereroi. È normale e legittimo proporlo in modo sempre diverso e accattivante, spiazzando anche il pubblico con intuizioni di design nuove ma accattivanti, astutamente nascoste fino alla fine in trailer pieni di immagine scure e confuse stile il Daredevil di Mark Steven Johnson con Ben Affleck. Il problema è che questo trailer sembra tutto un maxi omaggio a Daredevil di Mark Steven Johnson con Ben Affleck, maniacale come lo Psycho di Van Sant, non sembra farina del bravo Matt Reeves del Pianeta delle Scimmie 2 e 3, qui anche sceneggiatore. E non mi convince neanche se si sono dannati a scrivere in Italiano ogni bigliettino che compare nel trailer, compreso lo scontrino Esselunga di Alfred, per lisciarmi il pelo.



Però devo dire che questo progetto mi affascina e nonostante trovi questo primo trailer una bruttura senza senso di sicuro mi hanno già convinto ad andare in sala. Andy Serkis come Alfred. Colin Farrell novello pinguino e già con la “fame giusta”. Paul Dano potrebbe non dirvi molto come nome e possibile genio del crimine come Enigmista, ma guardate cosa fa a Daniel - Harry Potter - Redcliffe in Swiss Army Man e immaginate cosa potrebbe voler fare a Robert - Cedric Diggory - Pattinson. Fossi nell’attore che ha interpretato Ron inizierei a tremare per una futura collaborazione con Dano. Nel cast anche Zoe Kravitz novella Cat-Woman, Peter Sarsgaard, John Turturro, sembra davvero difficile lamentarsi! L’unico cosa che un po’ mi intimorisce è forse tornare a Gotham, dopo averla percorsa in lungo e in largo in troppi film, videogiochi, fumetti e serie tv. Già visti il manicomio, la fun house, il locale del Pinguino, il distretto di polizia, il porto, l’ospedale, il quartiere dei night, la bat-caverna. Serve un po’ di “magia” per renderla “nuova” per l’ennesima volta questa città e spero che il film di Reeves sappia sorprendermi. Va bene, per ora diciamo che è tutto. Ci si risente con gli aggiornamenti di questo “IL” Batman nel 2021! 

Intanto ho visto pure il trailer di Wonder Woman e temo siano riusciti nell’impresa di rendere la mia amatissima Kristen Wiig una Cheetah molto più inquietante quanto i gatti anatomicamente inquietanti di Cats. Ho paura a riguardare il trailer.

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lunedì 21 settembre 2020

Il primo trailer del film sulla Suicide Squad diretto da James “Guardiani della galassia” Gunn


Uscirà il 2021, per ora c’è solo un lungo elenco del cast accompagnato da disegni colorati e la certezza che James Gunn, qui in veste di regista e sceneggiatore come in Guardiani della Galassia, voglia far dimenticare al mondo l’esistenza del primo, maldestro, film dedicato agli anti-eroi DC a firma David Ayer + “i tizi del trailer buffo” (mamma, quanto mi fa male rinverdire tutta la faccenda... se volete sul blog ne abbiamo parlato secoli fa QUI). Ritorna naturalmente Margot “Harley Queen” Robbie, ritorna Viola Devis, ritorna il Captain Flagg di Joel Kinnaman e pure il Captain Boomerang di Jay Courtney. Il resto del cast è rivoluzionato e comprende nomi come John Cena, Peter Capaldi e Idris Elba nel ruolo del “nuovo Deadshot”. Essendo un film di Gunn, erano immancabili, a parte il fratello Sean, un paio di suoi attori “feticcio” come Michael Rooker e Nathan Fillion, entrambi provenienti dalla sua horror Commedy a base di vermi spaziali Slither. Nel gruppo anche Taika Waititi, che probabilmente farà qualcosa di folle e stralunato come solo lui sa fare. Gunn ha preso un fumetto come I guardiani della galassia, ossia il super-gruppo Marvel più inavvicinabile e “nerd-only” e ne ha fatto una delle punte di diamante dell’universo cinematografico Marvel - Disney con stile, cuore e interpreti favolosi. Sappiamo che presto tornerà per i Guardiani “capitolo 3”, ma per ora non vediamo l’ora di seguirlo in questa nuova avventura. E lo dico da suo fan dai tempi dei film di Scooby Doo con Matthew “Scream” Lillard. 

Per ora solo un trailer veloce con la “formazione in campo”. Non vediamo l’ora di conoscere aggiornamenti a riguardo. 

In fondo non può essere peggio di di Birds of Prey...

Forse.

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martedì 18 febbraio 2020

Birds of pray e la fantasmagorica rinascita (emancipazione) di Harley Quinn - la nostra recensione



Siamo nella Gotham City di Batman, nei quartieri popolari, qualche mesetto dopo gli avvenimenti di Suicide Squad. La squinternata supercriminale Harley Quinn (Margot Robbie), dopo aver salvato il mondo è tornata in libertà e a delinquere, fino a che "si è mollata con Joker". Dotata di superforza e riflessi fulminei a seguito di un bagno nel fantomatico acido Ooze, sostanza che al contempo l'ha fatta impazzire, Quinn cerca ora una nuova ragione di vita, aggiornando il suo biglietto da visita con competenze da dog-sitter e mercenaria, mentre passa le serate sul divano a deprimersi per l'abbandono ingurgitando schifezze insieme alla sua nuova iena di nome Bruce. Il fatto di non essere più la donna del Joker le ha fatto inoltre perdere ogni privilegio di cui godeva nel mondo criminale, motivo per cui ha h24 una lista infinita di persone che vogliono farle la pelle per dei torti subiti appena la vedono. Non aiuta poi il fatto che la condotta giornaliera della nostra arlecchina preveda furti, sostanze allucinogene e violenza gratuita in quella che fino a poco prima era piena spensieratezza, con il tasto mentale della follia che non è in grado di spegnere in alcun modo. Diventa presto per Harley un sogno anche solo riuscire a mangiare il suo panino preferito senza che sia inseguita da un matto con una brugola, le sparino o cerchino di arrestarla. Le cose non vanno decisamente bene e volgono al peggio quando attira l'attenzione di Maschera Nera (Ewan McGregor), un malavitoso che la coinvolge nella caccia ad una bambina (Ella Jay Basco) di nome Cassandra Cain (che per chi non mastica fumetti diventerà la più recente BatGirl). La piccola, su cui Maschera Nera ha presto fatto pendere una taglia astronomica, fa piccoli furtarelli e si è da poco intascata un diamante molto prezioso, in grado di dare accesso a uno sconfinato tesoro. Nella caccia al diamante verranno presto coinvolte anche la cantante di night club (Jiurnee Smollett-Bell) Dinah Lance (che presto diventerà per i non addetti ai lavori la super-eroina Black Canary), vicina di casa di Cassandra, la misteriosa vigilante con balestra che si fa chiamare "La cacciatrice" (Mary Elizabeth Winstead) e la dura detective Montoya (Rosie Perez), una delle poche poliziotte per bene della città (che come sanno gli appassionati dei fumetti erediterà per un periodo pure l'identità del superdetective senza volto Question). Riuscirà Harley in tutto questo casino a superare la crisi da abbandono e a trovare nuove ragioni di vita?


Nei fumetti che compongono la cosiddetta Batman-Family viene dato molto spazio ai personaggi femminili, da Batwoman a Harley Quinn, passando per Gotham Sirens e naturalmente Birds of Prey. Se agli inizi questi mondi di carta erano il paradiso dei maschietti per quanto erano colmi di affascinanti ragazze coperte di latex in pose sexy, con il tempo sono arrivate le lettrici, le autrici dedicate, le femministe, le rappresentanti dei movimenti omosessuali e di recente le attiviste del MeToo, andando a riempire questi contenitori pop di suggestioni più complesse sulla femminilità, i diritti delle donne e il loro ruolo nel mondo. Si è arrivati all'estremo in senso opposto? Per alcuni aspetti sì, come la riduzione quasi chirurgica di ogni aspetto legato a una rappresentazione pur ingenuamente sessualizzata della donna, in quanto argomento oggi storicamente "spinoso" (alla faccia della supposta "leggerezza dei fumetti", sono temi serissimi in America ). 
Per altri aspetti invece si è arrivati a qualcosa di bello e inedito, complesso a livello psicologico ma attraente, come la Harley Quinn di Margot Robbie. Qualcuno la può giustamente vedere come una variante del Deadpool di Ryan Reynolds, per la chiacchiera infinita e la capacità inventiva di fracassare gambe e braccia di chi le si pone davanti, ma anche per un mondo interiore non banale, dolente, tragico, che viene allo stesso modo esorcizzato da un comportamento volutamente sopra le righe. Sono entrambi personaggi che dietro alle tutine colorate e al glitter nascondono incubi in bianco e nero come gli anti-eroi di Natural Born Killer. Harley ha poi a livello psicologico intrapreso un serio percorso di autodistruzione e annientamento a favore del partner, ha per lui abbracciato la follia dimenticando di essere stata una seria psichiatra o è stata forse la sua eccessiva empatia come psichiatra la molla per li cambiamento, al di là del fantasmagorico bagno di "rinascita" nell'Ooze.  È più corretto e vicino all'argomento principale di questo film il sottotitolo originale americano del film, che parla della "emancipazione di Harley Quinn", piuttosto che della "rinascita" che è già avvenuta. Harley è chiamata qui ad emanciparsi, a staccarsi dalla sudditanza dal vecchio partner a livello mentale cercando un nuovo equilibrio. Joker non c'è più, anche perché il Joker di Leto non esiste più e il Joker di Phoenix vive in una specie di universo parallelo, Harley deve farci i conti perché fin dall'inizio si è definita una "Arlecchina" e un servitore non può vivere senza un padrone, "non si definisce" senza un padrone, come il samurai che diventa ronin ed è condannato a vagare senza meta. È "una spalla" senza un protagonista da seguire e la  Robbie in questo si comporta in modo molto sofisticato, rifugge il centro della scena, cerca contesti corali, vuole stare sullo sfondo e che sia di fatto un altro a sobbarcarsi il ruolo dell'eroe. Il suo percorso, pur doloroso, è riuscire a mettersi al centro dell'immagine, riappropriarsi della sua vita riconoscendone il valore non solo "ancillare", in un modo per certi versi speculare a quello dell'Arthur di Joaquin Phoenix, dove anche qui un bambino, nello specifico una bambina, giocherà un ruolo chiave (e nel futuro indosserà un simile costume da pipistrello). Nel mentre che questo processo avviene, per altro molto bene grazie alla straordinaria bravura della Robbie di creare un personaggio complessissimo quanto "limpido", succedono nella pellicola avvenimenti che non portano particolari guizzi. 


La regista Cathy Yan tratteggia una interessante Black Canary, una stralunata Cacciatrice, una Cassandra Cain in piena fase di ribellione adolescenziale ma non riesce a gestirne bene il timing su schermo per svilupparle al meglio. Il cattivo di McGregor e la sua spalla sono un po' da barzelletta e al contempo, salvo la sgargiante fotografia e un paio di trovate visive nei combattimenti, manca il sense of wonder di trovarci in un mondo di supereroi, mostri e mutanti. Gotham è un po' indefinita e stranamente cupa nell'ultima parte del film, i costumi delle nostre eroine sono realmente bruttissimi nella loro ossessione di essere a-sessualizzati e nella fiera delle braghette ampie e giacchette mascoline riescono nell'impossibile impresa di far apparire "sciattine", con poco seno e pure la panza delle donne bellissime come la Robbie e la Winstead. Non riesce questa "mortificazione" estetica giusto nel caso della Smollett-Bell, in quanto ultra-strato-gnocca di millesimo livello che  apparirebbe da urlo anche se ricoperta da spazzatura, ma gli sforzi per rendere meno appariscenti possibili dei corpi da pin-up ci sono tutti e a livelli francamente poco giustificabili. La trama decide di essere inutilmente labirintica nella prima parte del film, con mille intrecci temporali da gestire come i pezzi di un puzzle che urlano un po' la voglia (sconclusionata) di citare i topoi di Tarantino. A causa di questo inutile casino si arriva un po' stremati al secondo tempo, con possibili occasioni per addormentarsi in sala proprio allo scontro finale, complici dei combattimenti un po' loffi e guizzi più visivi che di contenuto, non fosse per la Robbie, che davvero ce la mette tutta per conquistarci il cuore. McGregor diventa con l'avanzata del film sempre più un funzionale orpello estetico, è un peccato.
Tiriamo le somme. Margot Robbie tiene da sola insieme il film come fece ai tempi di Suicide Squad, sono che la trama qui è più semplice e i personaggi più facili da comprendere, con il contraltare che molti sono meno ispirati. La fotografia mutua molto da Suicide Squad, ma cerca soluzioni visive più uniformi. La messa in scena delle sequenza action gode di alcune intuizioni divertenti come lo stile di lotta della nostra arlecchina, una specie di pooldance wrestling, la foga per l'overkilling della cacciatrice e le favolose gambe di Canary spesso impiegate in prese articolari. Il finale è un po' stanco ma tutto sommato ordinato. 
Birds of Pray ecc. ecc. è un film carino che affronta in modo non scontato il tema della emancipazione e per il resto cerca di fare bene i compiti, riuscendo nella rappresentazione delle sequenze action, imbroccando alcune trovare umoristiche e di caratterizzazione, ma dimostrandosi un po' ordinario nel resto dello spettacolo. Buono l'accompagnamento sonoro, ricco quanto quello di Suicide Squad. Alla fine ci si può divertire per un minutaggio complessivo non troppo asfissiante, purché non si abbiamo particolari pretese di spettacolarità cui il film per questioni di budget non può ambire. Se avete gradito il primo Suicide Squad non ci sono motivi validi per perdersi Birds of Prey, se non lo avete particolarmente amato qui avete un film meglio gestito nel suo insieme, privo delle scene più non-sense (ma nel complesso non troppo distante da Suicide Squad). Se amate Margot Robbie siete già in sala a prescindere da tutto e fate bene, l'attrice di Tonya ci regala una nuova ottima prova. 
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