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lunedì 24 maggio 2021

Dragonero il ribelle n. 18 - Attacco a Vahlendart - e Dragonero n.19 - Il demone fuggiasco - doppia recensione!!

(Un’offerta promozionale imperdibile: Gli 80 anni di Sergio Bonelli Editore!!) Messaggio a tutti i fan Bonelli che ci seguono qui sul blog, disertando le pagine ufficiali (siete troppo buoni e un po’ folli, vi vogliamo bene)! Nei mesi di aprile e maggio si celebrano gli 80 anni della nostra amatissima casa editrice, la Sergio Bonelli Editore, e per festeggiare degnamente l’evento sono già piovute e pioveranno, in tutte le edicole e store online, da inizio aprile fino alle uscite previste entro per il 29 maggio, allegate ai principali fumetti, tante belle medagliette con incisi sopra  i volti dei principali eroi, comprimari e avversari di quasi tutte le più celebri testate bonelliane. Yeeah!!  Ad aprile con il numero 18 di Dragonero è allegata la medaglietta di Ian, nel numero di maggio c’è quella di Gmor. Collezionatele tutte nel magnifico raccoglitore con in regalo la medaglietta del primo mitologico eroe della casa: il grande “tizio del west”, primo di una serie sconfinata di “tizi del west” Bonelli, di nome Furio!! Le medagliette, mi dicono dalla regia,  non costituiscono una valuta parallela. Tenetele lontano dalla portata dei bambini. Vi preghiamo di non perderle, perché la Bonelli (forse?) non dispone di una zecca interna permanente.  Fine del messaggio promozionale. Allora, da cosa partiamo oggi? Trovato!

 

Partiamo dal numero 18.




(Sinossi fatta male). Riassunto delle puntate precedenti in una singola e comoda domanda: “Ma quando parte questa benedetta rivolta contro Leario, la Signora delle Lacrime, i maghi imperiali, il male assoluto, la cellulite e i dischi di Povia?“ La risposta è più inaspettata che mai, quanto pragmatica, e rientra nelle risposte politiche più classiche. È tipo: “Eeeh, ma questa cosa della rivolta si è già fatta in passato! Ma non ve lo ricordate?!!! È andata malissimo. Non ci abbiamo più i maghi da allora, una carneficina, una disorganizzazione tutta erondariana che non vi dico! E ora per ripartire dovremo chiedere i finanziamenti in prestito con i fondi del Next Generation Erondar ai nostri confinanti amici. Ma il piano Draghinero sarà un successo!! Più viverne ecologiche per tutti, nuove opportunità di lavoro agile con i banchi a rotelle tecnocrati, supporto psicologico e resilienza per i guerrieri barbari depressi di cui al numero 17 della testata. C’è di tutto, arriva presto e c’è giusto da tirare la cinghia un po’, pensare positivo, prima o poi arriverà la ripresa...”. Quella roba lì, insomma. Intanto però vediamo nei disegni che Gmor è diventato vecchissimo di colpo, da un albo all’altro, e iniziamo a pensare che la rivoluzione arriverà... all’anno del mai... ma teniamo duro!!! Con fiducia, cavolo!!! E con tanti punti esclamativi di ottimismo, tutti scritti in serie !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

(Questo numero mi ha depresso a livelli che non vi dico...non so se si capiva...). Questo nostro pezzo esce a maggio inoltrato, nonostante l’uscita in edicola del numero 18 sia di aprile. Ogni tanto capita per problemi di lavoro, difficoltà tecniche a reperire il fumetto, tuoni e fulmini, le cavallette, l’apocalisse, cani e gatti che vivono insieme, masse isteriche ecc. ecc. A questo giro devo però dire che sono riuscito a leggere il fumetto all’uscita o quasi, ma cercavo la giusta predisposizione psicologica per affrontarlo e “scardinarlo” con la chiave di lettura ironica che spesso piace ai lettori di questo blog. I temi trattati dal caro Vietti, l’autore del numero, mi hanno un po’ “buttato giù”, se vogliamo usare un eufemismo. Oppure mi hanno “demolito la voglia di vivere a botte di negatività”, se non vogliamo l’eufemismo. Non è che la negatività di un’opera mi spaventi a prescindere, anzi. Spesso tra me e un’opera nasce sempre una relazione chimica, frutto delle mie esperienze e del mio stato d’animo del momento della lettura. Io e questo numero 18 di Dragonero da subito “non giravamo bene”.  Roba di piatti rotti, abbandono di tetto familiare, lui che vuole tornare da sua madre... Sono così arrivato, di rimando in rimando, a recensirlo oggi, con il numero di maggio già presente in edicola da un po’, per guardare le cose in una prospettiva diversa e soprattutto “positiva”. Nel senso dell’incontro con il numero 19, più sbarazzino e divertente, che mi ha permesso di accettare di più il numero 18, “comprendere il suo dolore“ e...ok, sto andando troppo sulla psicanalisi e mi fermo. (mi viene pure in mente una gag del Drive In in cui Sergio Vastano, che interpretava uno studente fuoricorso della Bocconi “rifiutava il 18”, ma questa è un’altra storia).

Mi dispiace giusto non averlo recensito prima, questo 18, per la storia delle medagliette imperdibili raccontata qui sopra. Certo se avessi pubblicizzato la storia delle medagliette prima, magari qualcuno le andava a recuperare. Ma sullo store online di Bonelli, in fumetteria e pure in qualche edicola, il numero è ancora disponibile. Se occorresse faremmo per voi pure un assalto pacifico alla zecca Bonelli (se esiste davvero una zecca Bonelli). 

(Ma cosa è successo all’eroe del domani dell’Erodar? Per dirla alla Alan Moore...) È un po’ di tempi che Ian e gli eroi nostri beniamini stanno stringendo alleanze, creano fortini e passaggi sicuri, si inventano un uso creativo della tecnologia e della natura a scopo strategico, addestrano animali volanti, motivano le truppe. Poi prendono pure le cantonate sugli alleati, vanno in giro per i laghi lombardi in cerca di animali volanti, litigano, chiamano i nani a riparare la caldaia, cose così. In sintesi, lo scopo di questi 18 numeri finora usciti è  pianificare strategie di lungo termine cercando di sopravvivere nel medio. Sì ok, ma “quanto dura il lungo termine?“ Si potrà contrastare l’Impero “a un certo punto“? In tutto questo, quanto può essere inquietante il fatto che a narrare le storie della ribellione sia un orco Gmor super vecchissimo? Non è che la rivolta è durata un numero spropositato di anni e sembra che anche ora debba durare altri anni, parecchi anni, per giungere davvero a compimento (o ad una “riflessione in corso” d’opera stile dibattito sulla crisi di certi partiti nazionali)? Arriveremo a un punto in cui a narrare gli eventi sarà un Gmor diventato super super super stra-vecchio, che incespica nella barba e inizierà a essere sedotto dall’elfa/colf fino a che lei lo sposa, gli dilapida il patrimonio, i due finiscono per litigare sugli alimenti, gli vende di nascosto le spade da collezione su ebay e alla fine finiscono a Forum, condotto dalla Barbara Palombelli erondariana? Ecco, questi dubbi nel numero 18 un po’ si dissolvono. In negativo. Un po’ come la speranza di pensare che quel Gmor non fosse davvero vecchissimo, ma solo un po’ con la barba incolta per via di una recente fase hipster o magari invecchiato per gioco da una maledizione goliardica di Aura, di pochi mesi prima. 

Perché la rivoluzione non è ancora finita dopo pareeeeeeecchi anni, cacchio!!!!! E ci metto pure qui dei punti esclamativi extra !!!!!!!!

Magari però mi sto sbagliando, proprio in ragione del fatto che quello che sto leggendo, per via della medaglietta in “omaggio”, dovrebbe propriamente essere inteso come un numero celebrativo e possibile starting point per i nuovi lettori. Ce lo dice anche la copertina, del sempre bravissimo Gianluca Pagliarani, che ritrae il nostro eroe in posa plastica e sfondo neutro, come facesse la pubblicità della Nespresso, decontestualizzandolo dalla classica scena action presente come “tema” negli altri numeri. Quindi prendiamola anche così, nonostante quel Gmor stra-vecchio come narratore inizi un po’ a spaventarci, come quasi la constatazione che questo impero del male sia un po’ come la metafora del coronavirus. Come se “la ribellione“ fossimo noi in casa a leggere i fumetti con l’igienizzante mentre fuori c’è l’impero pandemico che circola libero. Non si può accelerare con un “liberi tutti”, andando in assembramento senza mascherina a occupare la capitale prima del tempo, prima che siamo abbastanza “pronti” per affrontarlo? Potrà Ian andare all’attacco, e noi godremo di storie “un po’ più positive”, quando la popolazione sarà vaccinata almeno al 60 per cento? Certo le similitudini tra questa narrazione e la particolare fase storica che stiamo vivendo abbondano e sono stimolanti (perché le storie migliori devono stimolarci), come di fatto il numero 18 è un numero comunque interessante per mille altri motivi.

(Quattro storie per quattro disegnatori) Come nei numeri precedenti la formula è quella di dividere l’albo in più sotto-trame, tutte scritte da Vietti ma affidandone i disegni ad autori diversi. 



Nella storia che è un po’ “il piatto forte”, disegnata da Vincenzo Riccardi, si parla di questa prima fantomatica “prova tecnica” di scontro totale nella capitale. Il racconto avviene prevalentemente a ritroso, dopo che il “fattaccio si è consumato“ per un mix di errori tattici, alleati troppo prudenti e alleati troppo frettolosi, nessuna conoscenza delle truppe nemiche sul campo. Questa analisi a posteriori, di stampo squisitamente fantasy-investigativo è avvincente, con tavole pullulanti di scene di massa (spesso disperate) e una spiccata ricchezza di dettagli negli scenari. 




Intrigante, action e misteriosa la storia della missione di Ausofer insieme all’elfa oscura, disegnata da una Ludovica Ceregatti che la immerge in ombre profonde e sinistre (alla Mignola) e in  magnifiche sequenza di combattimento con mostri tentacolari.

 


Più riflessiva e crepuscolare la storia di cornice, che riguarda l’incontro tra Gmor e Moldav, raccontata con tavole aggraziate e avvolte da un suggestivo paesaggio innevato ad opera di Cristiano Cucina (che già si è cimentato con successo su questo “scenario”). I toni tenui e pacati, “quotidiani”, della narrazione della vita del vecchio Gmor, vengono tradotti da Cucina in disegni rarefatti, sospesi, quasi “natalizi” (e che ricordano nella composizione i lavori di Will Eisner), che fanno di questo segmento quasi un “Grande freddo” (nel senso del film del 1983) fantasy. 




Un po’ più sconfortante (più per la rivelazione finale che per la sua struttura) la storia del viaggio di Yamara, stile “caccia al tesoro esotica” (alla Indiana Jones), ma tradotta in modo molto suggestivo dalle tavole di Fabio Babich, immerse in una atmosfera orientaleggiante davvero suggestiva, con scorci architettonici di civiltà passate davvero affascinanti e un pizzico di Max Max Oltre la sfera del tuono.

 

E ora, a grande richiesta, eccovi pure la recensione del numero 19! 



(Sinossi fatta male) C’è un nuovo giustiziere nell’Erondar. 



Ian e amici arrivano in un villaggio potenzialmente pericoloso, dove stazionerebbero dei mercenari al soldo dell’impero. Ma non c’è nessuno, tutto è deserto. Troppo misterioso. L’ideale sarebbe andare a chiedere consiglio ad Alben, replicando quei primi numeri di Dragonero in cui in sostanza si faceva un viaggio di 80 pagine in cerca del mago, girando per mezzo mondo di giorno e raccontandosi aneddoti intorno al fuoco di notte. Ian però taglia corto, prende una boccetta magica e la scaglia contro un muro. Dal liquame che rimane appiccicato e colante quanto il peggiore Rum di Caracas, si apre un passaggio dimensionale da cui esce Alben tutto incazzato. Il nostro eroe chiede al mago di fare una magia che faccia vedere cosa è successo prima della scomparsa generale di tutti. Un po’ come fa Starlord all’inizio del primo film dei Guardiani della galassia o fa Newt Scamander in Animali fantastici 2 o facciamo noi e Vasco Rossi con il tasto del rewind delle cassettine e delle vhs (cosa si perdono le nuove generazioni nate senza le cassette e vhs!!!). Alben fa partire il filmino e... sorpresa! La mattanza l’ha compiuta un abominio di tipo demone, che sembra aver però risparmiato la popolazione locale per concentrare la carneficina sui “cattivi”. Ma dove sarà finito adesso? Sarà un nemico pericoloso o un possibile alleato contro l’Impero? Ian si mette subito sulle sue tracce, decidendo di affidarsi al fiuto mistico della celebre poiana Ivy (che tutti amiamo quanto Edvige di Harry Potter).

 


Ma tutti lo indirizzano piuttosto verso una via investigativa più “diretta”. Cioè andare per una settimana da un monaco eremita amante di canzoni popolari e leggende orali, per uno studio e ricerca comparata di racconti su demoni “buoni” su base enciclopedica, seguendo il criterio delle “fonti più recenti”. Dopo aver conseguito un dottorato in lettere medievali, Ian trova la prossima tappa per la sua ricerca, ma potrebbero esserci delle sorprese lungo il cammino. 



(Una bella scazzottata, finalmente) Dopo il numero 18, ecco la bella “sferzata di ottimismo” che aspettavo. Un numero fatto di sana azione adrenalinica a base di asce volanti, di mostri, superpoteri e antieroi. Stefano Viertti ci mette al centro di una “caccia al mostro” dalle tinte horror, ben ritmata e imprevedibile. Ma la cosa più interessante sta a latere di questa decisamente divertente apoteosi action/horror, un po’ dalle parti di Go Nagai e un po’ in salsa Alien (non faccio spoiler, lo fa già Barbieri in terza di copertina...). 



La sorpresa improvvisa e gradita avviene quando Vietti, per bocca di Ian, arriva a dare voce alla domanda che più di tutte attanaglia i fan di Dragonero: “Ma Alben, nella vita, che cacchio fa? Ma perché quando c’è da menare non c’è mai? Ma perché se ne vaga per tutti gli agriturismo, i pub e bed and breakfast dell’Erondar in continuazione?”. È un bel dilemma in effetti, che richiederà prima o poi un approfondimento extra. Ma da una “piccola scossa”, il fatto che Ian se lo ponga parlandone a muso duro con il mago, con in mano, immaginiamo, una infinita nota spese che la “Ribellione SPA” sgancia periodicamente per le trasferte di Alben. I disegni di Giuseppe Matteoni trasmettono tutta la forza e la tensione che abbisognano alla storia. L’azione spesso prende il possesso di tutta la tavola, escludendo i balloons e lasciando il posto alla danza delle spade. 



A un certo punto il combattimento si scompone dalla sequenzialità temporale, per poi farsi una lotta verticale, dalla terra verso l’inferno. Tutto funziona a meraviglia e forse ci siamo guadagnati alla fine della lettura un nuovo comprimario, dall’animo oscuro, quasi una specie di imprevedibile “Venom“. Serie spin-off in arrivo?

Un numero incorniciato come sempre da una spettacolare copertina di Gianluca Pagliarani, che mi ha ricordato non so perché il classico Wrath of the demon per Amiga. 



(Finale) Quindi per scusarmi del ritardo nella recensione del numero 18, eccovi insieme le recensioni dei numeri 18 e 19. Il nostro eroe sta reclutando nuovi alleati e la ribellione all’impero sembra sulla giusta strada. Forse ci sarà il rimbalzo economico sperato e arriveranno i finanziamenti ad Ausofer per la sua impresa di ristrutturazione di fortini di montagna. Forse avremo nuove generazioni di maghi, forse saremo più “green” con le nuove viverne, forse la crisi dell’Erondar è destinata a risolversi e presto torneranno aperti a pieno regime i ristoranti di pesce di Solian. 

Noi come sempre, vi invitiamo con gioia a leggere anche il prossimo numero. 

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martedì 30 marzo 2021

Dragonero il ribelle n.17 - il sacrificio di Yannah - la nostra recensione

(Doverosa introduzione sonora)  quindi, citando il buon Rino Gaetano in uno dei suoi pezzi più celebri,“ la festa è finita (o) evviva la vita”? 

(Sinossi fatta male) Ricordiamo tutti noi fan di vecchia data della testata la faccenda del numero 33, la storia dei barbari contro i troll. Il popolo del nord di Yannah, l'amica di Ian che abbiamo conosciuto tutti noi fedeli fan nel numero 5 della testata “pre-ribellione” (oggi sento potente in nerdismo in me), al raduno degli scout, aveva poco dopo avuto a che fare con questi viscidi leoni da tastiera, che intasavano sempre più tutti i forum sul culturismo e il wrestling di cui i barbari erano assidui fan. Serviva un'azione radicale, perché dopo i troll sarebbero arrivate in zona pure le parabole di Radio signora delle lacrime, Real Time, Csaba della Zorza, Barbara d’Urso. Insomma: il male puro. Così Ian e Gmor sono intervenuti ad aiutare la principessa Yannah e il re, che per una antica, imparziale e saggia legge barbarica guidava il popolo nerboruto insieme ai ragazzini con cui da giovane giocava a calcetto. Era finita bene, Yannah era tornata a fare la scout confidando che la sua sorellina-gracilina iniziasse almeno a fare un paio di routine addominali al giorno. Oggi finalmente sapremo se sorellina-gracilina è pronta a cospargersi il corpo di olio come concorrere alle giovanili di Miss Olympia Erondariana, con la scusa che Ian è in zona per la storia solita della “ribellione“. I forzuti servono, ma pare che Radio signora delle lacrime abbia i ripetitori vicini e li stia già scoraggiando dalla pugna. Forse il saggio consiglio dei barbari amici del calcetto voterà contro l’annessione al “franchise della ribellione”, a questo giro. E dire che erano già pronte le magliette “Dragonero - il ribelle” di tutte le taglie, un vero spreco. Poi nella storia succederà  un qualcosa che non vi dico per non fare spoiler. Poi il fumetto si metterà  a parlare di altro, ossia di Alben che spreca il suo tempo tra le migliori birrerie artigianali dell’Erondar, con la scusa di “carpire informazioni utili alla ribellione” a tutti gli ubriachi che vede. Già lo abbiamo visto numeri fa girare per i migliori alberghi con spa e forno a legna, ci aspettiamo presto che il mago inizi a indagare per piadinerie e autogrill. Comunque, se prima sapevamo che Roney è uscito di testa, diventando strano e pazzo e con una mano forse demoniaca ora, grazia alle informazioni raccolte da Alben, sappiamo che Roney è effettivamente uscito di testa, diventando strano e pazzo, con una mano forse demoniaca. Glielo ha detto un tizio alla quinta rossa scura con tre luppoli, e lui ci crede. Il posto poi era pulito e la clientela simpatica, almeno 3 stelline sulla prossima guida scout del kraken rosso. Basterà questa nuova rivelazione a pianificare una articolata strategia di attacco per sgominare il male, come esposto in due vignette a pagina 98? 

(Cosa ci dice la copertina) Ho accolto con gioia l’invito del prode Barbieri, esposto nella solita paginetta prima della storia, a “non trarre facili conclusioni“ dopo aver guardato la copertina del sempre bravissimo Gianluca Pagliarani e aver letto il titolo del racconto firmato dal prode Vietti. Favoriamo qui di seguito la copertina. 



Del resto il buon Barbieri fa il misterioso sull’argomento per tutta la suddetta paginetta, prima ricordandoci che Yannah è stata una donna forte in un mondo di maschi dediti fieramente al calcetto, poi sottolineando che è tra i personaggi comprimari “di più lungo corso“, poi pubblicizzando  la nuova ristampa a colori cartonata commemorativa del n.33, l’avventura di Yannah, poi infilando in basso alla pagina Yannah che dice in una vignetta una frase così “incorniciata e commemorativa“ della sua filosofia di vita che racchiude veramente “tutto”. Potrebbe essere quasi una frase da mettere in futuro sotto una statua dedicata a Yannah, magari a Solian, al centro del futuro “piazzale Yannah”. Casualmente Luca Malisan, uno dei disegnatori di questo numero, ha già realizzato una magnifica statua commemorativa tridimensionale di Yannah, accessibile da questo link, per Istagram e Facebook. Quindi, posto che comunque Elton John sta probabilmente in questo momento lavorando a una cover di Gianna di Rino Gaetano, come andrà a finire la storia dal titolo: “Il sacrificio di Yannah”? Io banalmente fin dal mese scorso mi aspettavo una dipartita eroica e commovente come ai tempi in cui leggevo Fullmetal Alchemist, oppure quando da pischello guardavo la prima serie di Ken in guerriero. Magari qualcosa stile Sean Bean, un uomo che sa davvero come morire eroicamente e  tragicamente in quasi ogni pellicola o telefilm che interpreta. Ma per non fare spoiler di roba bella, che potrebbe piacere a tutti ma non tutti hanno ancora visto, voglio ricordare il personaggio che più di ogni altro mi ha commosso veder “dipartire” mentre guardavo un film spagnolo sugli zombie piuttosto scombinato, e che in genere non si fila nessuno. Addio Sponge John, che gli angeli possano apprezzare il tuo stile e la risata non travolgente 

Ma voglio andare oltre e cercare di interpretare fuori dagli schemi, dalla posizione dei personaggi sulla copertina, le diverse sfumature interpretative possibili del disegno. La prima cosa che mi viene in mente è la morte di Elektra per mano di Bullseye, nel celebre ciclo di Frank Miller.

Ma testa e gambe solo in posizione non corretta, ci sono due corpi ravvicinati ma è fuorviante, c’è una lama che trapassa. Insomma: Yannah non sembra colpita a morte come Elektra e due freccette conficcate magari di striscio non sono indicative. Potrebbe non essere una schiena di morte. Così penso al poster di Via col Vento 

C’è una somiglianza nella presa di Ian, ma l’espressione di Dragonero è diversa da quella di Rhett Butler. Sarà che mancano i baffi. Non credo sia quindi una scena romantica.

Poi penso alla scene “dammi un po’ di zucchero baby” de L’armata delle tenebre 



Ian ha la stessa espressione di Ash del reparto ferramenta in una scena un po’ tragica, i dubbi salgono. 

Infine penso a una figura del tango classica 



Sono più convinto in questo caso che “Yannah possa farcela“, forse stanno evitando le frecce a passo di danza, tipo Matrix, con un paio di ferite di striscio. Anche perché se fosse realmente morta avrebbe la postura di una diversa, più precisa e celebre figura del tango, arrivata a noi da Cianci in una coreografia di Ballando con le stelle 



Quale che sia il significato dell’immagine di copertina, speriamo di essere stati abilmente “trollati”, giusto per tornare alle azioni più tipiche dei nemici dei barbari del numero 33. Come speriamo che in un mondo fantasy certi eventi possano mutare di corso. Magari basta raccogliere le Dragonero Ball (marchio registrato) ed esprimere un desiderio. 

C’è da dire che quando un personaggio importante esce di scena, che sia un libro o un fumetto, spesso ci ricordiamo maggiormente di lui, diventa a volte il cardine stesso della filosofia di vita dei personaggi. Qualche volta andiamo pure a leggere le vecchie storie, un po’ ci commuoviamo e un po’ sappiamo che il suo contributo non è più realizzabile ai fini della trama, soprattutto quando era più importante che ci fosse. Sappiamo che altri dovranno colmare quel vuoto e sarà difficile farlo, così come accade un po’ nella vita reale. Certo, sempre che la storia di Vietti vada in quel verso! Perché potrebbe succedere di tutto, magari pure che la natura di alcuni “particolari avversari“ che emergono in una “particolare sequenza” ci tragga in inganno. 

(Verso il conflitto finale) Il numero 17 parla di come incassare un fallimento e l’ho pure comprato venerdì 13, quindi sfiga più fallimento. Nello specifico descrive il fallimento come quel momento in cui ci si ferma, ci si allontana dal gruppo e si finisce travolti dalla sfiga. Quando magari si pensava di avere ancora delle cartucce, di poter ribaltare il tavolo un’altra volta, di avere moralmente ragione nel campionato della vita. Ian si imbarca in una missione che sa da subito essere fallimentare, Gmor cerca un avvicinamento a Sera che comprende da subito poter essere fallimentare, Yannah parte dal suo villaggio in un momento decisamente fallimentare. Persino Roney decide di dedicarsi a una ricerca che potrebbe avere esiti fallimentari. Qualcuno direbbe “mancò la fortuna, non l’onore”, ma la “botta” arriva comunque, la sconfitta è davanti e guarda a come i nostri eroi riusciranno a rialzarsi. Se guardiamo a questo ciclo sulla ribellione come a un’unica storia, siamo ben oltre la prima parte (quella che i tecnici chiamano “tesi“) nella zona tra la seconda (della “Antitesi“) e terza parte (detta “sintesi“). Siamo nel cosiddetto “fondo”, il momento in cui crollano le certezze. Spesso il fallimento guida i peggiori caos cosmici interiori, alimentando il dubbio che a fare gli errori peggiori sia stato il comportamento dell’eroe, più che il “canonico agitarsi” del suo avversario di turno. È il momento in cui ci si sente più soli, si fanno gli sbagli irreparabili, si macina polvere. È il momento in cui persino i più audaci, come il popolo dei barbari, tremano, si defilano o comunque guardano con diffidenza al futuro. Ma è anche il momento in cui ci si lecca le ferite e ci si rialza, sapendo di contare almeno e solo su se stessi. Perfino quando sembra annunciata, manca una vera vittoria. Vietti anzi addensa le nubi nere su Dragonero, rende il nemico più forte, in grado di sovvertire le regole del gioco in modo scorretto (stile Funny Games di Haneke), porta gli eroi a disperarsi, riempirsi di rimorsi e cupezza. Dobbiamo da lettori sentirci tristi e ci riusciamo benissimo, pur consapevoli che la ruota prima o poi girerà. Siamo come quei gattini appesi ad un filo. 



Non sappiamo se nei prossimi numeri suonerà la carica della rimonta o dovremo rimanere ancora un po’ nell’inferno emotivo del fallimento, ma la tensione narrativa è quella giusta e sale una gran voglia di leggere le prossime storie. 

(Disegnare la sconfitta) Vietti, scegliendo una struttura narrativa asciutta e affilata, immerge per bene i nostri eroi in un mondo di disperazione che diventa ancora più vivido grazie ai disegnatori Alex Massacci, Luca Malisan e Fabrizio Galliccia. I gesti e le battute di Gmor per sdrammatizzare la tensione cadono nel vuoto, mentre l’orco guarda Sera con un’espressione incerta. 



L’abilità diplomatica di Ian viene annientata senza poter neanche essere esibita e l’eroe incassa con un sorriso triste il verdetto.



Il coraggio di Yannah la porta da nessuna parte, se non in un luogo dove si trova isolata dal gruppo, sola. 



Anche sul piano dell’azione più concitata, non c’è niente di davvero risolutivo o eroico e quando cadono i soldati nemici sotto le frecce di Sera, quello che vediamo è una ragazza felice dopo aver colpito un nemico al collo, senza cercare alcuna strategia alternativa. 



Le spadate pesanti e scomposte di Ian sono date con rabbia, uno sfogo brutale.



Non mancano belle sequenze di lotta con al centro Yannah che rotea la sua ascia, c’è un lungo flashback carico di mostri e diavoli, immerso in uno scenario quasi metafisico plumbeo  che rimanda al Berserk di Kentaro Miura. Il lavoro visivo gioca continuamente tra tragedia e horror e non è affatto male, ma l’espressività dei volti è la vera carta vincente di questo numero.

(Finale) Il nuovo numero di Dragonero è una bella coltellata per il lettore, da affrontare con cautela solo dopo un evento particolarmente felice, tipo la vincita all’enalotto. La storia di Vietti è forte e anche se sembra spezzarsi, dopo le prime 63 pagine, quando inizia una diversa fase narrativa, di fatto il tema-guida, legato al fallimento, continua fino alla fine dell’albo, offrendoci giusto una alternativa prospettiva “di campo”. La pagina finale ci proietta dritti nelle trame del numero 18 e in una nuova fase. Non è facile affrontare temi come la sconfitta e il fallimento, ma sono argomenti formativi importanti. I disegni di Alex Massacci, Luca Malisan e Fabrizio Galliccia riescono al meglio a fornire la giusta dimensione espressiva emotiva a questi temi, dipingendo i volti dei nostri eroi di una mimica convincente e struggente. Non mancano le classiche sequenze action e gli scenari più orrorifici, da sempre marchio di fabbrica della testata. Un buon numero. 

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sabato 27 febbraio 2021

Dragonero il ribelle n. 16: Il volo delle viverne - la nostra recensione!



(Sinossi fatta male) Ce lo chiede l’Erondar: il futuro deve essere più green. Allora mettiamo da parte quei palloni aerostatici tecnocrati spaziosi ma sicuramente inquinanti e diamo il ben tornato ai mezzi di trasporto aereo a trazione animale più amati: le viverne! Guadagniamo una vita più all’aria aperta, favoriamo l’allevamento sostenibile a chilometro zero e con tutta la cacca di viverna che pioverà dall’alto dei cieli su terreni coltivabili potremmo, perché no, dare una spinta pure a un'agricoltura che possa tornare fieramente alle sementi biologiche. Canticchiando “dalle pietre sonore non nasce niente, ma dalla pupù di viverna nascono i fior”, adattando liberamente “Via del campo” di De Andrè, il nostro Ian decide così il nuovo ambizioso obiettivo per dare slancio alla ribellione, la svolta ecologista. Si immagina già milioni di posti di lavoro nel florido ed esaltante campo dell’inseminazione assistita e addestramento delle viverne da battaglia. Perché chiunque nell’Erondar, di nascosto, ambisce a estrarre secondo tradizione, a mano, da “megapolli volanti“, maschi e in cattività, il seme che sarà, sempre a mano, fatto fecondare nei pertugi più inenarrabili di una viverna femmina. Che nella pratica è un'attività avventurosa simile a riempire il serbatoio di una Freccia Tricolore mentre si attorciglia in volo acrobatico. Uno sporco lavoro ma che permette poi di avere le viverne addestrate che tutti sognano, con cavalcature confortevoli di tappeto naturale fatto di calde e accoglienti piume che manco la lana Merinos. Mettere in soffitta le vecchie, dure e poco ergonomiche cavalcature di sauro per una viverna è un investimento che dà solide certezze. 



Certo, dopo che nel numero 51 del fumetto gli elfi oscuri hanno buttato giù il mega-allevamento imperiale di viverne di Roccabruna, quello gestito dal cugino di Krang delle Tartarughe Ninja, bisogna cercare altrove i polli volanti, andare sul territorio, cercare i nidi. Così Ian, sua sorella e Gmor prendono spavaldamente la versione tecnocrate di un traghetto turistico del lago di Como e partono per la classica gita per anziani del sabato mattina presto, a fare bird-watching. La travolgente missione fa sentire Ian così vecchio, che già nelle prime pagine si ritrova di colpo con un calo della vista, che gli impone l’uso di un paio di  occhiali di fortuna. Allo stesso modo Gmor si trova con evidenti problemi di memoria a breve termine a non ricordare eventi di neanche un pomeriggio prima, che gli vengono prontamente riproposti in un flashback il cui contenuto dimentica prima della fine della narrazione. Prima che Myrna incominci ad accusare i primi segni dell’artrite, l’arzilla comitiva giunge a destinazione: un eco-parco tutto per le viverne, gestito, guarda tu il caso, proprio dal cugino di Krang delle Tartarughe Ninja, quello che non vedevamo da tanto tempo. Ma il vecchio amico avrà ancora voglia di maneggiare il seme di viverna tra le parti anatomicamente più intime di questi megapolli, come un funambolo appeso ad un aeroplano?



(Chi ha detto “Chocobo”?) C’è tutta una letteratura fantasy in tema di “allevamento di qualcosa”,  che sfiora I racconti di Terramare, Harry Potter, Shannara ed Eragon, passa per i giochi di ruolo alla Final Fantasy, incrocia Avatar e naturalmente insegna “Come allevare e accudire un drago”. La storia proposta da Luca Enoch per questo numero ci porta giusto dalle parti dei romanzi di Cressida Cowell, trasposti in sala da Dreamworks nella saga Dragontrainer, anche se gli animali fantastici in questo caso sono coperti da piume. Anche qui ci sono creature più grandi che fungono da guida del branco, c’è un nido gigantesco e possiamo godere di raffinate scene di comunicazione inter-specie e combattimento aereo frutto della collaborazione tra la creatura e chi la cavalca. Ma il racconto sa offrire un piano in più, ossia la prospettiva di guardare tutto il mondo di Dragonero dall’alto. Come quando nel classico gioco di ruolo giapponese si “sblocca” la possibilità di spostarsi velocemente tra luoghi lontani della world-map, spesso a cavallo di un drago. 



(La notte vola) Torniamo a un certo punto della narrazione alla fine del numero 51 e scopriamo “cosa è successo dopo” alla imponente viverna conosciuta come la Grande Madre. La vediamo in viaggio verso una nuova casa, sorvolare luoghi che abbiamo imparato a riconoscere negli anni di pubblicazione del fumetto. È molto bello e ci fa tornare alla memoria quella world map che capeggiava nel primo periodo della testata su ogni numero e che oggi ci manca un po’ di più. Intanto la trama della ribellione avanza, le pedine dello scacchiere si spostano e iniziano ad affiorare le strategie più nascoste, spie e rivelazioni che rendono il quadro ancora più affascinante. È un bel racconto, che si divide paritariamente tra azione e sviluppo dei personaggi, dando il giusto spazio a una figura complessa e sfaccettata come l’allenatore di viverne. Un racconto carico di infinite e magnifiche viverne, disegnate con dovizia di dettagli da uno straordinario Salvatore Porcaro che riesce a infondere in loro la stessa potenza, fierezza plastica e aggressività delle creature fantasy disegnate dal recentemente scomparso, ma indimenticabile, Richard Corben. Sono creature vive, guizzanti nelle loro muscolature tese, al contempo leggere come gazzelle e feroci come tigri mentre si librano nell’aria e si gettano in picchiata su una preda. Per metterci idealmente nella prospettiva di questi nobili animali, Porcaro estremizza la “gabbia bonelliana”, lavora sulla verticalità e vertigine delle tavole, come sceglie di allargare all’infinito l’orizzonte visivo attraverso inquadrature allungatissime, oltre il formato “cinemascope”. Siamo in volo come Icaro verso il sole e il pericolo di cadere ci viene costantemente evocato dal “buio” di tavole fortemente inchiostrate, dense, poco luminose, cariche di ombre opprimenti che ci portano psicologicamente dritti a precipitare nel nero del suolo. L’oscurità è onnipresente, ma nelle tavole più liriche e “magiche” riesce a sfumarsi e scomporsi in nebbia, attraverso un complesso uso delle ombreggiature a mano. L’azione è costantemente racchiusa in questa tensione tra cielo e terra, luce e buio. Se una viverna sotto il sole appare come una sorta di angelo, quando rimane all’ombra di una caverna acquista i contorni inquietanti di un demone e così fanno anche i personaggi di questa storia, solari o cupi a seconda dei giochi di luce di Porcaro. 

(Coda) Facendo leva su un tema un po’ insolito e su tavole “vertiginose” quanto ricchissime di dettagli, il numero 16 di Dragonero - Il Ribelle ci ha appassionato e portato in luoghi nuovi quanto conosciuti. La macro-trama si sta muovendo a passi sempre più spediti e non vediamo davvero l’ora di affrontare la lettura dei prossimi numeri. 

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domenica 24 gennaio 2021

Dragonero il ribelle n. 15 - L’inaccessibile fortezza - la nostra recensione!

 



Cosa serve ancora alla rivoluzione, dopo gli alleati, i covi, i cavalli, il servizio di spedizione veloce con pietre sonore, i palloni tecnocrati, gli artefatti che potenziano i maghi e la nebbia mistica che nasconde tutto agli imperiali? Ma ovviamente un sistema di illuminazione stradale mistico truffaldino tipo quello dell’autostrada pedemontana! Tu fai la tua strada, il navigatore tace, finisci all’improvviso nella luci blu di quella strada pedemontana maledetta e ti arriva a casa la multa. Cosa potrebbe far incazzare di più Leario di finire anche nell’Erondar nella trappola della pedemontana, perdendo di colpo gran parte dei fondi imperiali per colpa delle multe? Il nostro Dragonero si fa sempre più diabolico. Sarà colpa del sangue di drago?

Ad ogni modo tocca tirare i cavi per convogliare l’elettricità mistica della pedemontana e Briana e il ragazzetto elfo vanno in zona per fare l’allaccio abusivo. Ma non hanno fatto i conti con l’ENEL, l’Ente Nani Erondariani Liberi. I ribelli sono mesi che usano i passaggi sotterranei dei nani scroccando a ufo il loro servizio di comunicazione di qualità e l’ottimo servizio clienti: è ora che almeno sottoscrivano l’abbonamento plus premium, con cui Gmor potrebbe anche vedere Masterchef. A scopo di caparra precauzionale, un mini-esercito nanico (ma non facciamo ironia...) decide di rapire Briana e il ragazzetto, in attesa che Ian effettui la sottoscrizione presso un centro accreditato ENEL, a tasso vantaggiosissimo. Di contro, con abilità a mercanteggiare + 6, Ian propone ai nani di danneggiare con la loro collaborazione il loro principale operatore concorrente del servizio di gallerie sotterranee. Si decide così di assaltare la fortezza sotterranea di Dundan, unica città del sottosuolo creata non dai nani. Anche per una questione “”morale“”, diciamo. Se tutto va bene ci scappa pure tre mesi di banda larga tecnocrate, ma la città è presidiata da maghi militari in grado di alterare la realtà e rendere il viaggio un incubo proiettato su schermo in in wi-fi disposti tra i mille Rivoli dei labirinti cittadini. Se la caveranno?

Mi immagino il buon Vietti nel momento di concepire questa scoppiettante vicenda, che prende le mosse dal classico intreccio del “film di rapina”, mentre come me cerca di capire qualcosa del nuovo abbonamento internet, resosi necessario per esplosione della vecchia linea. Mi vedo come lui che saltello tra tre installatori che mi invadono casa e mi riempiono la testa di cifre, codici d’accesso, abbonamenti vantaggiosi che non ho chiesto ma, oh, sono nel “pacchetto base”. Sono momenti in cui un Varliedarto al proprio fianco può fare la differenza. Ad ogni modo in questo nuovo numero il popolo degli amabili scavatori baffuti torna in cattedra, insieme alle loro magnifiche città dalle architetture geometriche dall’aspetto austero e imponente, insieme alle loro asce e armature pesanti. Vediamo i nani e i nostri eroi ficcarsi dentro un’avventura che si srotola nel sottosuolo, tra canali d’acqua nascosti, cunicoli labirintici oscuri, torri di guardia allertate ovunque e stanze del tesoro inespugnabili. Se avranno il bottino dovranno poi “portarlo via” e la soluzione per farlo nel modo più silenzioso e indolore possibile e la sub-quest dentro la quest (perdonate i termini da tecnicismo nerd. Sapete, sto riprendendo in mano Zombicide e... ne riparleremo sul blog!). L’unico rammarico sul piano della storia è che l’azione entra nel vivo solo a metà volume, dopo una sequela infinita (pur suggestiva) di trekking tra un luogo e l’altro (Clerks 2, cit.), al netto di un bellissimo flashback dedicato a Briana, depotenziando il timore dei fantomatici e più volte minacciati maghi militari. Questi possono creare una specie di limbo onirico legato alla conformazione di Dunmon, ma tale prodigio tanto atteso si apre e chiude in modo frettoloso, anche se “intenso” in una precisa sequenza onirica, con queste truppe che cadono quasi subito senza riuscire a entrare in scena (ma in una sequenza visiva bellissima, quasi da illustrazione di Manuale di D&D, ad opera del bravissimo Fabrizio Galliccia). Tuttavia il divertimento come sempre, anche se un po’ compresso, non manca!

Sul piano grafico, il numero si avvale come i precedenti del talento di più disegnatori. 

Emanuele Gizzi illustra gran parte della prima metà del racconto conferendo ai personaggi uno stile dinamico ed espressivo, descrivendo un mondo per lo più a toni scuri illuminato fiocamente da bracieri. In più punti risplendono per ricchezza di dettaglio le costruzioni sotterrane dei nani, ma le tavole più belle sono per me quelle dedicate a un fugace momento “all’aria aperta”: una corsa notturna a cavallo, all’ombra delle fronde di una sterminata foresta e sotto l’occhio vigile di uomini armati di arco. 




Fabrizio Galliccia ci porta sui corsi d’acqua che affluiscono nella città sotterranea di Dunmon. La poca luce riflette i contorni delle armature dei nostri eroi scoprendone nelle sfumature i dettagli. Il luogo è claustrofobico, l’acqua appare torbida, plumbea, le architetture antiche come il mondo, quasi l’interno di una creatura gigantesca. 



Fabio Babich si occupa delle suggestive scene, tra il sogno e l’incubo, scaturite dalla magia che evoca il limbo di Dunmon. I bordi delle favole si contornano di nero, gli ambienti si fanno trasparenti lasciando emergere una fisicità ed espressività dei personaggi che ricorda molto i lavori di Magnus. 



La copertina di Pagliarani è molto bella e per me ricorda il livello delle torri di Super Ghouls’n’Ghost su Super Nintendo 



La ribellione sta crescendo e numero dopo numero stiamo entrando nel cuore dell’azione, con le fila degli eserciti che si espandono e con un livello di tensione sempre più forte. Arriveremo presto a un mega scontro. Forse. Intanto questo numero di Dragonero risulta una lettura piacevole e ricca di bellissime tavole. 

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giovedì 24 dicembre 2020

Dragonero il ribelle n. 14: Ricercati! - la nostra recensione


Mondo di Dragonero, anni dopo il corrente ciclo narrativo. Il vecchio Gmor con la sua badante elfica si appresta a una delle classiche “quest” dei vecchietti comuni: aspettare che arrivi il fabbro per sistemare una porta, seppur fantasy, che possa metterlo al sicuro dai rivenditori della Folletto, seppur fantasy, che da sempre spiano maligni i vecchietti oltre l’uscio di casa, nell’ombra. Nel mentre, per ammazzare il tempo, il nostro orco del fuori si dedica come tutti i vecchietti a un po’ di amarcord, scrivendo per la sua autobiografia alcuni momenti epici della sua giovinezza, quando era bello, ribelle, amava i Beatles e i Rolling Stones. Il primo dei suoi entusiasmanti racconti riguarda il momento di quando i ribelli sono riusciti ad aprire la loro prima linea di Deliveroo. Una specie di Amazon erondariano con capannone centrale e una linea di riders pallone-aerostatico-muniti. La seconda storia riguarda un suo viaggio nell’estremo oriente in cui ha fatto a botte con roba tipo ninja, in cui ha incontrato una tizia armata di accette con una missione che ora a ripensarci non si ricorda bene, quindi la tronca lì e si mette come tutti i vecchietti alle 19.40 a guardare la Ghigliottina all’Eredità Erondariana. La terza storia è la classica faccenda del nerd tecnocrate con una torre abbandonata, con in cantina un mosto tentacolare con cui girare i classici anime porno giapponesi degli anni ‘90. Solo che quelle cose nel 2020 non si fanno più, così come non si trovano più i programmini zozzi stile “La bustarella” in tv sui canali locali (i vecchietti spesso non affrontano internet per queste cose), quindi il mostro tentacolare va menato in onore del politically correct. Arriverà in tempo il fabbro, prima che Gmor passi a raccontarci di quella volta che è stato in coda alle poste a pagare l’IMU?

Ci sentiamo tutti un po’ come il vecchio Gmor, in questi giorni. Impossibilitati a vedere il futuro causa protrarsi di pandemia, ci buttiamo nelle confortanti braccia dell’amarcord, rimembrando i momenti pur difficili da cui siamo però usciti. Così questo numero di Dragonero a firma Vietti, magari scritto ancora in un’epoca precedente all’era Covid, diviene attualissimo, ci parla di noi in casa a guardare a un nemico invisibile oltre il vialetto, magari recuperando un paio di film di kung Fu in televisione, rileggendo i manga e... scusate sono uscito un attimo a ritirare un pacchetto pervenutomi con un pallone aerostatico tecnocrate... dicevamo? 

Ritorno sul pezzo. Il buon Vietti confeziona una storia antologica che pur pregna delle malinconie di questo momento diverte, è piena di inseguimenti e soprattutto si mette al totale servizio di un team di disegnatori molto validi. Ben quattro, tutti molto originali nell’approccio e stile. Artisti che Vietti con generosità e capacità nel trovare talenti, sa far risplendere, ideando per loro gli scenari più congeniali.



Cristiano Cucina cura la storia che fa da cornice, quella con Gmor anziano. Fa un bellissimo uso dei chiaroscuri virando più sul lato chiaro, le sue tavole trasmettono un senso di gelo, che descrive al meglio uno scenario naturale quasi asettico, spoglio. Gmor ha un viso scavato, dolente, il mood dell’azione è quasi contemplativo, lento, ma c’è tra le pieghe delle tavole una nota scura, quasi “sporcata” nelle sfumature, che conferisce alla composizione una piccola e febbricitante vena horror.



La storia del “trattato commerciale“ è di Antonella Platano, diventa presto un lungo e adrenalinico inseguimento a piedi tra i viottoli e saliscendi di una città medioevaleggiante di stile europeo, curata nei dettagli quasi mattone per mattone. È evidente un sapiente uso dei retini, che dona alle figure umane bardate di corazza una qualità visiva quasi marmorizzata, alla Segrelles, che ci fa sentire il peso dei corpi, la forza di gravità e conseguente vertigine che riesce a trasmettere la tavola.




Vincenzo Riccardi cura la storia con guest star la rasta con due asce. La cornice è una cittadina di stile orientale inerpicata tra le montagne, brulicante di costruzioni arroccate e strade pullulanti di persone. Sembra di trovarsi in un film wuxia come La tigre e il Dragone di Ang Lee. Le figure diventano sempre più pittoriche, alla maniera di Lone Wolf and Cub, nelle scene di azioni. La colorazione è densa e carica di ombre.



Ludovica Ceregatti disegna la storia della torre. Il suo tratto è spigoloso ma molto cinetico, a volte trascina nelle inquadrature in modo quasi convulso. Lo stile delle figure ricorda i lavori di Sean Gordy Murphy. Le scenografie labirintiche, piene di cunicoli, scale e botole, richiamano i lavori a Tsutomu Nihei. 
È un mix molto interessante. 
Visivamente monto vario, a livello di storia un po’ frammentario ma gustoso, il nuovo numero di Dragonero ci è piaciuto e ci ha divertito, anche se si avverte in questa fase del mensile un po’ di staticità nella gestione dei macro-eventi, pur in ottica fantasy di world-building che accomuna tutta l’epica del genere. Sarà che un nemico come Leario e la Signora delle Lacrime ci stanno molto antipatici e non vediamo l’ora che i nostri eroi si confrontino con loro. Talk0