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mercoledì 17 marzo 2021

Dylan Dog n. 414 : Giochi innocenti - la nostra recensione



Cosa non ti combinano i bambini! Un attimo di distrazione e la piccola Allie sottrae alla “zia detective “ Ranja il cellulare e invia un videomessaggio di soccorso all’acchiappamostri Dylan Dog, illustrando una attività paranormale che avviene direttamente nella sua cameretta. Il nostro eroe, non appena riesce a vincere la sua tecnofobia, vede il video ed è subito pronto a investigare sulla infestata casa delle bambole della bambina. Solo che Allie è misteriosamente sparita nelle ultime ore e a quanto pare non è l’unica scomparsa a Londra negli ultimi tempi. Le vittime sono tutti bambini apparentemente sereni e ricchi di una creatività sorprendente, quanto poco utile, al di là dell’aspetto ludico, per affrontare il  mondo reale. L’oscuro rapitore è forse una vecchia conoscenza di Rania, il babau che l’ha perseguitata durante l’infanzia.



Giochi innocenti è una storia che parla di bambini e demoni, i misteri dell’infanzia e le strategie più idonee messe in campo dai genitori per affrontarli. Nel gustoso mix narrativo scelto da Paola Barbato c’è un po’ di Peter Pan e un po’ di Chatulu. Un po’ di psicologia dell’infanzia e un po’ di cosmic horror. Si respira quindi l’aria pesante e le scelte psicologiche più logoranti delle migliori pellicole sul rapporto genitori-figli di Scott Derrickson. Diventare grandi non è mai stato uno scherzo e spesso si procede nella realtà “a tentoni e gattoni” tra le dinamiche di assimilazione e accomodamento di Jean Piaget. Districarsi con un bagaglio valoriale che divide il mondo solo tra buoni e cattivi, spesso confondendo bene e male, non aiuta di certo la capacità decisionale di un bambino. Specie quando deve rispettare delle regole che non si comprendono. Fuggire “dal reale“ attraverso “il gioco” apre agli infiniti mondi della fantasia quanto dell’orrore, dove farsi inghiottire nei colorati e accondiscendenti mondi di Fortnite può essere rischioso, se non bene accompagnati, quanto valicare una dimensione oscura lovcraftiana. L’approccio interessante che usa la Barbato per sviluppare e risolvere la storia, specie sul piano dello sviluppo psicologico di bambini e “adulti”, risulta per questo particolarmente interessante, apparentemente contro-intuitivo, frutto di un'ottima intuizione sulle meccaniche educative. Il racconto parte lento, ma già dopo una ventina di pagine accelera, ci tira dentro e poi ci scaglia in zone sempre più oscure. Mostri tentacolari e spaventosi sono lì pronti a spiazzarci per quanto appaiano “docili” ma al contempo crudelissimi, assolutamente spietati; piacerebbero anche a Guillermo Del Toro. Il personaggio di Ranja ha un ruolo centrale nella vicenda e sarebbe interessante se la trama trovasse la possibilità di espandersi in numeri successivi della testata, perché ha delle belle potenzialità. Molto bella la copertina di Gigi Cavenago, in grado di sintetizzare al meglio la materia magica quanto sinistra del racconto. Molto interessanti i disegni di Paolo Martinello, validi nella descrizione del contesto realistico-urbano della parte investigativa, sorprendenti nelle tavole più oniriche e grottesche. Ci sono molti flashback e queste scene vengono gestite con una colorazione a matita intrigante, volta a caricarle di una atmosfera rarefatta, immergendo i personaggi, per lo più bambini e mostri, all’interno di un immaginario quasi favolistico. 



Giochi innocenti è un bel numero della testata, carico di atmosfera, che parte lento ma poi riesce ad accelerare e sorprendere. La storia nell’ultima parte prende dei contorni “infernali“ che gli appassionati dello splatter e dei mostri alla Clive Barker troveranno interessanti. Qualche genitore potrebbe forse trovare interessante dedicare qualche momento in più a stare insieme con i suoi bimbi, dopo la lettura. Un aspetto decisamente meritorio della narrativa della Barbato. Avanti così. 

Talk0


domenica 14 marzo 2021

Dylan Dog Color Fest 36 : Mister Punch - la nostra recensione

 


(Sinossi) Una multa non pagata, particolarmente salata, che avrebbe dovuto pagare l’amico Groucho, fa arrabbiare particolarmente il nostro eroe Dylan Dog. Per una strana serie di eventi i due si trovano a uno spettacolo di marionette di “Punch e Judy”, che si tiene sotto un tendone fuori città. Mister Punch è l’indiscusso mattatore dello show e ama randellare tutti gli altri personaggi mentre il pubblico muore dalle risate. Al termine dello spettacolo Dylan è ancora arrabbiato con Groucho e accetta una curiosa proposta della ragazza che raccoglie le mance: se vuole può liberarsi per sempre della persona che lo ha fatto infuriare, attraverso un rito, facendola sparire per sempre dal “palcoscenico della vita”. Per rabbia e con la convinzione che si tratti solo di una specie di rito scaramantico, Dylan segue la strana procedura e dal giorno dopo Groucho sparisce. Nessuno si ricorda di lui, Groucho non è mai esistito e di conseguenza la vita di Dylan è cambiata. Ma in negativo e solo il nostro eroe si ricorda ancora dell’amico. Tornato sotto il tendone di Mister Punch, Dylan scopre che Groucho ha ora una nuova vita e un nuovo corpo. È diventato una delle marionette di Mister Punch, che in realtà è un demone e da anni imprigiona gli esseri umani nei corpi di burattini, per arricchire il suo show. Se oscurerà le luci della ribalta al capocomico, Groucho potrebbe però  finire a pezzi. 



(l’uomo è come una marionetta i cui fili sono appesi alle stelle - Carlos S. Weise cit.) Lo sceneggiatore Giovanni De Feo scrive una storia che ha radici nella tradizione del teatro dei burattini e strizza l’occhio alle favole. Mister Punch è un personaggio che esiste davvero e sorprendentemente è proprio il “nostro” Pulcinella che, partito per fare fortuna all’estero, come molti illustri italiani, è approdato prima in Francia e poi in Inghilterra, barattando la mascherina nera e il vestito immacolato per un completo rosso sangue e diventando il protagonista principale negli spettacoli di Punch e Judy. Lei vittima e lui irritabilissimo carnefice, con bastone “d’ordinanza” che era già nelle mani dai tempi del Pulcinella “tradizionale”. Le marionette di fatto, fin dai primi pupari, hanno sempre avuto una passione per spade e mazzate, usate per fare epica quanto satira. L’aspetto per cui De Feo “fa bingo”, nel creare una delle storie di Dylan Dog più incisive e “orrorifiche” degli ultimi tempi, è considerare proprio in questa doppia lettura psicologica gli spettacoli di marionette: il fatto di essere attrattivi tanto per i personaggi e le vicende buffe, quanto per una specifica carica “violenta”. Una “violenza” parossistica, edulcorata, “innocua”, che accomuna gli spettacoli dei burattini ai pagliacci del circo, come alle comiche di Stanlio e Olio come di Chaplin, dove i poliziotti “brandiscono i manganelli” e i “calci nel sedere” sono una forma di comunicazione. Ma perché fa ridere il pubblico, più o meno da sempre, “mimare le contusioni”? Forse perché “ridiamo serenamente” delle sventure, come dei soprusi, quando sappiamo che sono palesemente finte, non ci toccano. Le commedie quanto gli horror moderni e i film di arti marziali, ma anche moltissimi videogame, vivono “anche” di questo: fornire alla nostra fantasia un carico di “violenza escapista” che possiamo impiegare per sfogarci/consolarci virtualmente, magari sognando di menare una persona che ci sta antipatica senza passare ai fatti, come fosse un sogno. È un po’ la sintesi di quanto accade quando una mamma dice al figlio discolo “come ti ho fatto, vorrei smontarti” (senza ovviamente passare alle vie di fatto e conseguenze penali),  pensando al figlio, pur inconsciamente, come a un bambolotto che può accendere e spegnere. “Oggettificandolo”, come di fatto è un oggetto, moralmente neutro, né buono né cattivo, né vittima né carnefice, una marionetta che “non è Pinocchio”. È sempre meglio che applaudire ai giochi gladiatorii dell’antica Roma perché il pupazzo non può soffrire, ma è comunque una meccanica comportamentale interessante, forse un retaggio medioevale, quando la “mimesi” del pubblico ricade su un carnefice, un po’ bullo e un po’ buffo, come le marionette armate di clava dei burattini, di cui Mister Punch è un esempio classico.

Marionetta stile Mister Punch dal Gobbo di Notre Dame della Disney


Una marionetta che ci porta a ridere quando saccagna di botte qualcuno sulla scena. Certo, potremmo pensare, magari Mister Punch “potesse davvero“ picchiare, con il sorriso sulle labbra, qualcuno che ci ha fatto un torto! Ma se lo facesse “sul serio”, “nel mondo del reale”? La soluzione dei problemi può consistere nell’abbatterli a randellate? De Feo “ribalta i burattini per vedere cosa hanno dentro” e in questa metafora ogni suggestione a quanto accade in una scena topica di Society di Brian Yuzna è puramente voluta. Forse c’è dentro della salsiccia, per accrescere l’effetto splatter più grandguignolesco, ma forse c’è dell’altro, qualcosa di più lovecraftianamente (uso spesso questa espressione di recente, sto vivendo un momento molto lovecraftiano) metafisico: la mano di un'entità superiore. Quella che guida la marionetta. È scoprire il trucco, svelare la mano del marionettista/burattinaio. La mano di un attore che può rappresentare con dei pupazzi, “interpreti”/strumento di scena, un racconto di fantasia. Un racconto che può diventare anche “interiore e personale”, quando i pupazzi sono utilizzati non per una rappresentazione teatrale ma per una terapia psicologica, per far esprimere a chi li muove, in questo caso non un attore, uno stato d’animo difficile da “intestarsi”. In questo caso i pupazzi si dice vengano usati come “oggetti transizionali” (consiglio un paio di film su questo uso dei pupazzi, sia implicito che esplicito: The Boy di William Ball e Mister Beaver di Jodie Foster. Ma potremmo estendere il concetto anche a Frank di Lenny Abrahamson. Ne riparleremo prima o poi). Questo porta a una riflessione ulteriore, che De Feo affronta con un ingegnoso ribaltamento di prospettive, su chi è il reale narratore che può “intestarsi la storia“, attraverso uno smascheramento del processo di oggettificazione nascosto dietro a ogni bambola o marionetta. Ma De Feo non si limita a questa suggestione. A volte, al di fuori dei casi sopra discussi, “trasformare le persone in oggetti“ è di fatto una pratica che molte persone fanno, qualche volta anche senza usare i bambolotti, sulla base di un disinvestimento emotivo. Come ci sono persone al mondo che accettano supinamente di essere trattate come oggetti, felici di assolvere ad almeno alcune funzioni per le quali sono momentaneamente investite dell’attenzione altrui. C’è insomma chi per davvero si sente ogni tanto un “pupazzo senza glorie”. Un bel magma per costruire una ottima trama horror. 





(un disegnatore di favole nere) Giulio Rincione possiede uno straordinario talento visivo, il migliore possibile per mettere in scena una storia come Mister Punch. Dalla trilogia dei Paperi dove ai testi era accompagnato dal fratello Simone, il disegnatore ha dimostrato una sempre più particolare propensione nella raffigurazione, spesso iper-realistica se non addirittura horror, di creature fantastiche proprie dell’immaginario dell’infanzia più noto, in primis quello sviluppato da Disney. Pupazzi, paperi e folletti si riempiono di rughe, occhi quasi umani, denti marci. Il pelo è arruffato e sporco, la “pelle di legno” scalfita e scheggiata, i costumi logori. È come vedere il figurante di una parata di Gardaland che si sta struccando dopo lo spettacolo: si toglie il sorriso che sfoggia per lavoro sotto una testa di polistirolo, svela un corpo anziano e acciaccato sotto il panciotto a cuscino che lo fa immaginare un eterno bambino, inizia a fumarsi una sigaretta (cosa che oggi per un pupazzo è peggio di ogni altra cosa). Queste creature “fantasticamente tragiche“ vengono rese da Rincione quasi tridimensionali, anche attraverso un uso spiccatamente pittorico del colore, per certi versi vicino ai lavori di Dave McKean, ma con una forte originalità nella composizione.  



Le tavole, ricche di dettagli e un uso peculiare dell’illuminazione, quando servono per descrivere azioni e sentimenti di quotidiana tristezza divengono grigie, realistiche, i colori si raffreddano. Quando si apre al mondo della gioia i disegni divengono stilizzati, caldi, avvolgenti. Quando si entra nelle zone più horror cala i nero, le luci divengono fuochi fatui, tutto assume contorni distorti e un “occhio di bue” illumina i volti più deformati e spaventosi. Tavole “umorali” letteralmente pazzesche, profonde e piene di sfumature, che quando in scena agiscono le componenti più fantasy mutano anche in un lettering che si sdoppia e rende sottile, si carica di colori aggressivi. Mister Punch appare a tutti gli effetti come una favola illustrata degli orrori, dove i burattini possiedono occhi umani, denti da demone e sotto il vestito budella e sangue. Ma Rincione con i suoi disegni ci trasmette che non c’è solo questo, perché dietro ai pupazzi più terrificanti può nascondersi anche una insperata umanità e gentilezza, rendendoceli così non solo più gradevoli, ma anche umani. Così una delle sue tavole più belle arriva quando uno dei mostri sulla scena irrompe in un pianto disperato che ne muta i tratti, svelandone la dolcezza interiore. Una piccola grande magia grafica.





(Giù il sipario). Il nuovo numero del Color Fest non è l’esordio di Rincione su Dylan Dog, ma di sicuro una delle sue prove più riuscite, viscerali. Il talento di questo disegnatore è straordinario e adattissimo alle atmosfere horror della testata. De Feo scrive una agrodolce favola horror, carica di spunti e ben ritmata, in grado di fare breccia anche tra gli storici lettori “della vecchia guardia” che ho il piacere di conoscere e mi hanno consigliato di parlarne qui. Davvero un buon numero. 

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lunedì 17 febbraio 2020

Dylan Dog n.401: L'alba nera - la nostra recensione




Londra, ai giorni nostri di un mondo che è (forse) il nostro. 
I morti parlano! (Cit). Nello specifico possono parlare i cadaveri all'obitorio di persone che dovrebbero essere morte da giorni ma a cui hanno ficcato una forbice negli occhi poche ore prima, perché misteriosamente ancora vive e forse pericolose. Nelle mani di un ricercatore abile si potrebbe forse ricavare qualcosa come la formula per rianimare i morti, ma la posta in gioco è alta, perché quel morto con la forbice degli occhi potrebbe rialzarsi di nuovo. Ma possono esistere gli zombie? Per Scotland Yard è meglio credere ai terroristi che ai non morti, questioni di politica del territorio. Per l'ex moglie del cadavere risorto e rimorto è meglio che gli zombie esistano, per non finire in carcere con l'accusa di omicidio, ma c'è un detective a Londra che può aiutare a scagionarla. Il suo nome è Dog, Dylan Dog. Sui quaranta, belloccio, barbuto, ex poliziotto, forse alcolista, amante del cinema horror e fantasy, probabilmente pazzo. Esercita e vive in Craven Road insieme a un assistente silenzioso e risoluto, cicciottello e senza baffi, che ripete costantemente e ossessivamente una sola parola (ma che ha moltissime variazioni di significato che solo Dylan sembra riconoscere): "'Gna". Tra oscuri uomini luciferini, mogli di non morti e agenti di polizia rissosi come ex moglii in cerca di terroristi, il nostro Dylan riuscirà a salvarci dai morti viventi?
C'era una volta Dylan Dog, oggi c'è ancora Dylan Dog. Forse. 


La meteora e il numero 400 lo hanno cambiato, Il personaggio si è quasi fuso e sovrapposto al leggendario Dellamorte Dell'amore, si è riassemblato rileggendo diversamente lo storico numero 100. In sintesi "riparte". Come fosse un remake o un reboot o un sequel o qualcosa di diverso, Dylan riparte "rigenerato in modo bizzarro", come capita al Doctor Who ogni tot anni. Con lui cambiano parzialmente il suo mondo e le sue relazioni, forse per i sei mesi su cui si dipanerà questa singolare saga o forse per più tempo, per me con l'unica certa sicurezza che Recchioni sta facendo qualcosa di nuovo e molto divertente, sinceramente spassoso, mentre una parte del fandom è di nuovo sul piede di guerra per le troppe modifiche allo status quo che dall'inizio della sua gestione si susseguono a flusso continuo. Com'è quindi questo nuovo e barbuto Dylan Dog? Assomiglia un po' al vecchio Morty di Rick e Morty, è un uomo che ne ha passate tante, ha la mente ridotta in pezzi ma proprio per questo è tanto folle quanto geniale. È un Dylan "da tre sedute di psicanalisi minime a settimana", la cura più easy per tutto quello che ha scoperto su se stesso e sopportato negli ultimi numeri, ultima la consapevolezza, alla Deadpool, che viene dal numero 400, di trovarsi il protagonista di un fumetto. È questo l'inizio di un percorso, come ho già scritto pianificato per almeno sei uscite, peraltro è davvero difficile prevederne gli sviluppi, non vedo letteralmente l'ora di sfogliare i prossimi numeri.
Questo quattrocentouno si presenta con una elegante copertina dorata, i disegni sono di un Corrado Roi molto ispirato, i testi di Recchioni sono davvero divertenti, carichi di umorismo. C'è molto World building, il Focus per ora è farci familiarizzare con il nuovo status dei personaggi, c'è un gustoso e spiazzante colpo di scena finale. Per ora è un viaggio intrigante, sulla storia, che muove i passi richiamando lo storico numero 1, ci sarà occasione di approfondire nelle successive uscite. Del resto le rigenerazioni sono dei processi lenti quanto affascinanti. 
Talk0

giovedì 28 novembre 2019

Dylan Dog n.400 - "E ora, l'apocalisse! " - la nostra (non) recensione del fumetto scritto da Roberto Recchioni e illustrato da Angelo Stano e Corrado Roi




Prima che nelle edicole, che lo accarezzeranno verso Natale, il numero 400 ha fatto sfoggio di sé a Lucca 2019 e poi nelle librerie con un volume rilegato di ampio formato, impreziosito di interviste di approfondimento e di una copertina dai toni bianchi (che mi si è già sporcata per la mia sbadataggine) con una bella illustrazione, in rilievo, al centro, molto evocativa. 
Il numero quattrocento, come tutti i centenari, è un numero altamente celebrativo. Un lungo omaggio a Tiziano Sclavi e a tutto il mondo pop e letterario di cui sono da sempre imbevute le pagine delle avventure di Dylan Dog. Recchioni, autore del numero e attuale curatore della testata, sta compiendo a livello artistico quello che è per me un lungo viaggio di riconoscimento e valorizzazione della cultura pop, affiancandola e facendola dialogare con la cultura più classica e riconosciuta. L'intero mondo letterario, cinematografico, musicale, anche videoludico, che ormai è noto e "codificato patrimonio" di un ampio numero di appassionati come solo la rete internet riesce oggi a connettere (un tempo le citazioni dovevi saperle trovare, oggi sono un tesoro non più nascosto), diviene per Recchioni parte di un codice narrativo, un linguaggio che racconta storie nuove assemblando "elementi narrativi già sviluppati" in opere già note. Come in un collage, se serve una frase per descrivere una situazione specifica e un film o un libro presenta quella "frase perfetta" Recchioni la usa, anche e soprattutto perché è una frase la cui forza è già riconosciuta. È un unico processo di re-invenzione e omaggio del materiale originale, attraverso la certificazione diretta della fonte di ispirazione nelle note a fine libro (come accade nelle tesi universitarie, le fonti sono tutte riportate). Nel recente R.S.D.I.U.G. (Roma sarà distrutta in un giorno), scritto e disegnato da Recchioni ed edito per Feltrinelli, i brani del gruppo Il muro del canto strutturano narrativamente gran parte dei passaggi "emotivi" di un racconto che parla di un mostro Kaiju che attacca Roma e i suoi abitanti. Recchioni fa una playlist dei brani del Muro del canto che più lo colpiscono e crea su quello il linguaggio narrativo del libro, ci crea il resto intorno. Ha fatto qualcosa di simile ma al contrario il compianto Akab, quando dopo aver visto dei disegni di Squaz ha pensato di legarli e costruirci una storia intorno, dando origine a quel piccolo gioiello de La Soffitta, ora distribuito da Oscar Ink. Con E ora l'apocalisse Recchioni crea una storia che è puro citazionismo Pop, della stessa natura se vogliamo di Horror Paradise, il numero 48 della testata, uscito nel 1990. Giusto mettendo la formula "sotto steroidi". Ai tempi di Italia 90 non c'era internet, Sclavi con Dylan Dog faceva conoscere al lettore un mondo Pop nascosto, che poi si è tradotto in guide ai film horror allegati agli albi speciali annuali, per poi gloriosamente tradursi in un festival annuale come il Dylan Dog Horror Fest. Quando un numero di Dylan Dog citava un film, che eravamo sicuri di aver visto solo in sei anche se spesso non era vero, ci sentivamo come degli eletti. In volumi come Horror Paradise comparivano personaggi come Alien e Rambo (leggermente modificati), con Dylan che affrontava il secondo e chiosava caustico: "E dire che il primo film mi era anche piaciuto". Da ragazzino adoravo Sclavi per la conoscenza che infondeva a noi piccole merdine. 


Ma come si può sentire a "citare" un autore di Dylan Dog adesso, nel 2019, quando quella conoscenza magica ce la offre già internet e comunque "Sclavi era Dio e voi non valete nemmeno la metà" scritto in ogni bagno virtuale della rete? E arriviamo al punto di questo 400, che di fatto prende più che di petto questo tema del "successore non all'altezza del mito", se vogliamo il vero filo narrativo nascosto a tutta la gestione Recchioni del personaggio. Il vero motivo dei cloni spaziali di Dylan, dei Bloch pensionati e trasferiti, dei matrimoni ambigui ma politically correct da pubblicizzare con cover misteriose, dei mille cross-over con altri eroi Bonelli gothic-classic-action (mancava solo il crossover con Il comandante Mark) e della dannata, gigantesca meteora. Recchioni è nudo davanti alle aspettative del pubblico che dopo un anno di countdown, Giuda Ballerino, si aspetta davvero l'apocalisse. Per difendersi l'autore si corazza di cultura pop come Kevin Smith che snocciola frasi leggendarie da Star Wars, perché sa che quelle per chiarezza e carisma sono il massimo e lui non vuole offrirci meno del massimo. Parte con un "Sapete? Apocalisse come Apocalypse Now?" e non finisce più, arrivando a citare Bennato (perché per la cultura pop quelle non sono parole da Peter Pan ma la colonna sonora dello scenario cartonato dello spot dei cellulari con Gaia Bermani Amaral). In un gigantesco collage narrativo e visivo di "mattoni pregiati uniti in nuove forme" (i più bravi non avranno grossi problemi a scoprire le fonti citate dallo stesso Recchioni a fine volume, siano esse di cultura alta o più pop), prende così vita il numero 400, una roboante storia intima sull'essere e dover essere del personaggio dei fumetti per il suo lettore. Un argomento già accarezzato dal sempre più bello, lettura dopo lettura, In fondo al male, il numero 351 scritto da Ratigher. Un argomento per molti lettori scomodo, perché li espone, "li scruta dentro" in un dialogo che non tutti possono o vogliono affrontare perché il fumetto deve essere "mondo a parte", escapismo. 
In molti sentono sulla pelle un brivido, un deja-vu di quando Gualdoni citava Elio e le storie tese. Più ci avviciniamo alla fine, più si avverano i presagi ampiamente palesati fin dalle prime pagine, quando ancora si pensava che fosse "solo" un omaggio a Horror Paradise
Non vi voglio dire altro perché "la botta" voglio vi arrivi dritta in faccia, facendovi sbarellare, sorprendere, magari gridare al genio o decidere di imbracciare il forcone, le torce e andare insieme a occupare il civico 38 di via Buonarroti a Milano. Se il nuovo corso di Dylan Dog si proponeva di far parlare di più del personaggio, l'obiettivo è centrato. La tecnica per innovare le storie è forse poco ortodossa ma decisamente efficace e nel bene o nel male comunque memorabile. Il 400 si ricorderà comunque. 
Quando si era pensionato Bloch con il numero 338 ero rimasto un po' sconvolto dai "modi" in cui era avvenuto quel cambiamento. Nel 400 avviene un cambiamento che trovo intrinsecamente più onesto. Anche se disperato, anche se ha il sapore di una "resa" del meccanismo narrativo tradizionale, anche se è l'ennesima dimostrazione che anche gli autori più gettonati, come Brian Michael Bandis e Mark Millar, non trovino terreno per costruire del nuovo senza per forza distruggere un vecchio corso ritenuto troppo "invadente", "già saturo". Ma dietro il pop citazionista spinto, dietro questo "complesso dell'impostore" che Recchioni si cuce con una umiltà profonda nascondendosi da Rock star trasgressiva, c'è vero amore. Amore che può essere distruttivo come quando Bendis come autore si confessava al pubblico, che lo criticava per come aveva strapazzato la vita sentimentale del vigilante Marvel, rispondendo: "Io amo Daredevil e far soffrire Matt è l'unico modo autentico che conosco per fare in modo che anche voi lo amiate". Ma comunque amore, qualcosa che può tenerci lontani dalla recchioniana Mater Morbi, che ci vuole distrutti e corrotti dall'interno. Il numero 400 non poteva non dare un piccolo spazio anche a lei, come non poteva chiudere tutto. 
Ci sarà un 401, 402, 403 ecc. la storia continua ed è pronta a sorprendere ancora. 
Cambiando argomento, i disegni. Roi e Stano sono da paura qui sul 400. I disegni sono bellissimi e profumano di Corto Maltese (dire di Pratt pareva meno elegante per questioni onomatopeiche), di Breccia, di Crepax, ogni tanto pure di Miller e ed Eduardo Risso. La peculiare struttura narrativa a "gabbie infrante" permette ai disegnatori di sperimentare cose assurde e fuori dagli schemi, con personaggi che quasi finiscono per cadere sul bordo di una pagina. Il formato da libreria è una scelta vincente per queste tavole straordinarie, ricche di dettagli, dotate di una spazialità ariosa e spesso spassose, dinamiche, strabordanti di sorprese visive. 
Godetevelo questo 400, lasciate che si distilli in voi per una ventina di minuti dopo la lettura, "state al suo gioco" . Io ci ho visto dietro un estremo e crudele atto d'amore. Ma pur sempre un atto d'amore. Talk0

domenica 27 ottobre 2019

Dylan Dog speciale 33, Il pianeta dei morti - Saluti da Undead - Testi di Bilotta e disegni di Bacilieri




- Riassunto delle puntate precedenti: Siamo nella Londra "futuribile" del Pianeta dei Morti, dove il mondo è mezzo impazzito e invaso da creature simili a zombie chiamate Ritornanti. I ritornanti, feroci ma ingenui, alla perenne ricerca di carne umana servita al sangue per sostenersi, sono lo specchio di una dis/umanità di margine che pare l'involuzione fisica e mentale dalle fasce sempre più povere e dimenticate della popolazione (che vanno dai molto poveri e arriva alla working class fino a chi abita nelle piccole province). L'umanità conseguente ai ritornarti, non mutata ma impazzita si esprime in tre "filoni": immemori, flagellanti e "astenuti". I quieti e schivi Immemori vivono in riserve protette da alte mura, in un perenne stato allucinatorio fornito gratuitamente che nega la realtà e offre l'illusione di stare bene in un finto mondo realizzato con set cinematografici che replicano quello vero. I feroci e distruttivi Flagellanti sono fanatici dall'indole terroristica che compiono continue scorribande e distruzioni. Armati e più o meno organizzati, credono che iniettarsi nel corpo il sangue dei ritornanti, somministrato nelle giuste dosi, non li farebbe impazzire ma anzi conferirebbe la vita eterna. Per ora sembrano pochi, ma stanno aumentando di numero. Gli astenuti si astengono dalla pazzia e vivono più o meno come prima, considerando i ritornanti alla stregua di una classe sociale poco abbiente. 
Il Dylan Dog di questo "futuro" è un uomo distrutto. Dopo che il mondo "gli ha dato ragione" e ha creato sul suo modo di lavorare con i ritornanti la "polizia dell'incubo", una specie di corpo di social worker che si occupa dello studio e possibile reinserimento sociale del ritornanti. Ma il nostro eroe è stato al contempo afflitto da molti lutti, primo fra tutti la scomparsa dell'amico Groucho, rivelatosi di fatto il "paziente zero dei ritornanti", che Dylan non ha avuto cuore di uccidere, dando il via all'epidemia. L'inquilino di Craven Road si è quindi ritirato a vivere in una casa vicino a un cimitero e poi, stanco di sparare ai non-morti, si è ritirato presso gli immemori. Si è scontrato con il vecchio nemico Xabaras, che di lì a poco avrebbe fondato la setta dei flagellanti, le ha prese e dopo una lunga degenza in ospedale, mentre qualcuno di a lui vicino ma non conosciuto (probabilmente suo figlio) ha continuato la guerra al suo posto, è tornato a Londra. 


- Sinossi:  Undead è un paesino di provincia non troppo distante da Londra, qui i ritornanti vivono una non-vita fatta di routine lente e monotone che ha poche differenze da quella precedente. Una vita "felice", non fosse che la carne non sta più al suo posto sulla faccia, non fosse che le case sono distrutte, non fosse per i pericoli insiti nel vicino bosco, dal quale delle strane luci sembrano rapire la popolazione senza lasciare traccia. Dylan con il nuovo commissario capita dalle parti di Undead in cerca dei flagellanti e rimane quasi vittima di un'orda di ritornanti, evitata per un soffio grazie all'intervento dei ritornanti di Undead, che lo traggono in salvo e lo curano. Per nulla violenti, si fanno aiutare da Dylan per scoprire l'origine delle strane luci del bosco. 


- Bacilieri e i suoi zombie dal volto umano. Sono passati 20 anni da quando Paolo Bacilieri esordiva in casa Bonelli, principalmente come disegnatore, sul Napoleone di Ambrosini, ma ha anche una carriera non-bonelliana più lunga e non meno stimolante, anche come autore completo, di cui voglio citarvi le opere più giocosamente erotiche, ristampate di recente da Coconino Press, Zeno Porno e Fun, ma anche cose folli e stralunate come Palla, pubblicate da Hollow Press. Bacilieri possiede un tratto di disegno riconoscibilissimo, che rilegge il classico realismo cinematografico "bonelliano" sotto l'occhio alla Linea Chiara di Herge'. Per certi versi mi ricorda Magnus. Le sue tavole hanno una composizione che se in superficie risultata apparentemente stilizzatata, con figure umane dai tratti quasi caricaturali, nasconde una ricchezza infinita di dettagli ed espressività. I disegni di Bacilieri sono "vividi", hanno una particolare eleganza nella scelta delle inquadrature e perfetti per dare volto alle emozioni anche di personaggi difficilmente "espressivi" come gli zombie. I suoi ritornanti hanno così una cifra emotiva spaventosamente umana, se non quasi burtoniana, rimandando dritto si fantasmi di BeetleJuice. Dovrebbero spaventarci e invece Bacilieri ce li rende teneri. Non per questo l'albo risulta carente di splatter e azione, che arrivano entrambe in dosi copiose, su sequenze di più pagine. Personalmente ammiro lo stile di Bacilieri ma riconosco che non essendo "classico" per molti lettori di Dylan Dog deve essere prima assaporato, compreso, risultando al colpo d'occhio meno "performante" di quanto, nei dettagli, effettivamente sia. Sono disegni da degustare, non da ingurgitare in pochi secondi. Per me è uno stile che a volte sa richiamare un certo tipo di miniature medioevali, a volte riesce ad essere pura street art, mi affascina. 


- Bilotta e il suo "non" walking dead: il pianeta dei morti fin dall'inizio è scritto e ideato da Alessandro Bilotta, una delle penne più interessanti del fumetto italiano moderno. Piango ancora la prematura chiusura di Mercurio Loi, incolpandomi di non aver avuto il tempo di parlarne sul blog. Bilotta è un diamante pazzo, uno che sa giocare con i generi letterari alti e bassi e fare jazz con loro, creando qualcosa di unico e al contempo "suo", riconoscibile. Se fosse nato in Giappone godrebbe di pari fama rispetto a Shinichiro Watanabe, perché l'unica opera che come struttura narrativa trasgressiva, anarchica e malinconica mi ricorda Cowboy Bebop è proprio Mercurio Loi. Ma torniamo al Pianeta dei morti. Con tutta la sana e geniale follia che lo contraddistingue, Bilotta negli ultimi numeri ha ribaltato tutta la storia e poi la ha rimessa in carreggiata. Non voglio farvi "spoiler retroattivo", ma se avete letto gli ultimi due numeri sapete cosa intendo. Questo Benvenuti ad Undead è una ripartenza a tutti gli effetti, al punto da citare direttamente e "aggiornare" il numero 1 di Dylan Dog, cogliendo l'occasione per presentarci tra le fila dei flagellatori qualcuno di davvero inaspettato. Bilotta come sempre non procede per niente dritto, si prende i suoi tempi, mette al centro della narrazione la vita di una piccola famiglia di non-morti che vive "felice" giorno dopo giorno mentre attende di "non esistere più". Il loro timore, quello delle "luci del bosco", alla fine è quanto di più umano e semplice si possa concepire, ma al contempo assume connotazioni nuove, inedite e inaspettate rispetto alla nostra concezione dei ritornanti. Ritornanti che compiono una evoluzione interessante e sotto traccia già spianata dagli ultimi lavori di Romero. Non è una questione di razze, non è una questione di territori. Il mondo del pianeta dei morti affronta il problema di trovare un linguaggio comune perché le diverse "fazioni" possano creare insieme un futuro condiviso. Solo che gli immemori non vogliono parlare con nessuno e negano a se stessi la conoscenza, i flagellanti vogliono dominare secondo una supposta religione che si "giustifica" nell'eliminazione del prossimo, chi rimane "tranquillo" (che siamo "noi") pensa che il mondo non sia cambiato più di tanto dopo l'arrivo dei non morti, spera che lo Stato intervenga facendo quello che già più o meno faceva prima per aiutare le classi più deboli, accetta che qualche strage ad opera di zombie si compia allo stesso modo in cui si accettano gli incidenti stradali. I ritornanti sono invece il futuro. Dopo essere stati ferocemente "bambini", in questo nuovo episodio vediamo i ritornanti forse crescere (come ci aveva fatto intuire l'episodio di Groucho di due numeri fa), diventare adulti. O per lo meno veniamo a sapere che una convivenza è possibile. Solo che il loro linguaggio non è ancora comprensibile a tutti gli umani, come la loro fame non è spesso comprimibile, come il potere che li muove appare "misterioso". Sono un nuovo popolo da scoprire, di cui tutti gli altri popoli presto o tardi, volenti o nolenti, faranno parte. Forse. Bilotta fa anche questa volta della buona fantascienza sociale. Ironizza/fa critica sul fanatismo allo stesso modo in cui l'ultimo Tarantino ironizza sulla setta di Manson. Ironizza/fa critica sull'immobilismo placido ma confortante dei paesi di provincia, accoglie la non banale metafora della fine dell'adolescenza con l'inizio del disfacimento del corpo. 
Finale: Bilotta dietro una trama solida/solita di stampo "investigativo" che si legge in un fiato ci coccola delle mille suggestioni e umori di cui è sempre più pregno il suo mondo narrativo. Bacilieri sa raccogliere la sfida di rappresentare una dis/umanità gentile quanto sofferente e riempie le pagine di azione e sentimento, tra boschi quasi fatati, le immancabile scene di sparatorie e splatter e il calore di piccole case diroccate piene di famiglie "alternative". Un numero davvero buono. 
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giovedì 24 agosto 2017

Dylan Dog dal n. 369 al n. 371: mini recensioni!


Graphic Horror Novel si apre con un uomo rinchiuso in un bagno, spaventato e sotto shock. Nelle tasche ha degli oggetti che potrebbero fargli ricordare qualcosa e le pareti del bagno, a piastrelle bianche tutte uguali, sembrano i layout di un fumetto ancora da disegnare. L'uomo ha un pennarello e inizia a disegnare su una delle piastrelle bianche. Si accorge di essere bravo, di essere probabilmente un fumettista, e da lì vede che riesce meccanicamente a ricostruire, vignetta dopo vignetta, tutti gli eventi passati, che si trasferiscono dalla mente alle piastrelle con un ordine che non pensava di poter esprimere. In questa storia tracciata sui muri scopre di essere un artista di graphic Novel horror di grido. Inizia a ricordare che qualcuno aveva iniziato a realizzare davvero i delitti che lui inventava sulle pagine a fumetti e che per questo si era rivolto al nostro Dylan Dog. La parte di storia che riguarda il disegnatore nel bagno è disegnata da Bacilieri, con il suo tratto essenziale ed espressionista, semplice ma tormentato. La storia "disegnata sul muro" è invece realizzata dalle matite del duo storico Montanari e Grassani, con il loro stile ultra-codificato e apprezzato. La storia è di Rathiger, è più lineare della sua In fondo al male ma ugualmente singolare e potente. Non vi dico la fonte letteraria, alta, a cui viene strizzato l'occhio per non rovinarvi il piacere della sorpresa, ma il rimando mi è piaciuto molto. L'inizio che vi ho sopra raccontato è davvero folgorante e dalla interessante caratura satirica (una storia a fumetti può nascere anche tra le mattonelle di un bagno pubblico) ed è la base ideale per parlare della forza che scaturisce a volte per "magia" dalle pagine di un fumetto come di tutte quelle persone che partecipano alla realizzazione di un opera ma il cui nome non compare mai al pubblico. È un divertente gioco di specchi in cui è facile finire stregati e Rathiger è un bravo ammaliatore. Il personalissimo stile di Bacilieri si conferma interessante nella sua capacità di trasmettere tensione attraverso disegni semplici e quasi caricaturali. I suoi personaggi hanno paura e riescono a trasmetterlo come pochi altri. A Montanari e Grassani non si può dire nulla per puro timor reverentialis, ma la staticità ricercata delle loro tavole funziona ancora a dovere. Un numero interessante.


Il terrore. C'è un bambino di origine islamica che va in giro per Londra con una valigetta misteriosa. Ed è subito panico. Poco importa se nella valigetta c'è il suo progetto di scienze per un concorso locale, poco importa se a sollevare l'allarme terroristico è uno degli insegnanti della sua scuola, che dovrebbe almeno conoscerlo. Parte la paranoia e Londra si blocca e riempie di autopattuglie, carri armati, aerei e posti di blocco. Sembra di stare in un film di John Landis, in cui i tanti personaggi - macchietta che si avvicendano sono ottimi per una critica satirica. Dylan entra nel marasma forse spinto dal quinto senso e mezzo e affronta così uno degli incubi più attuali di questo momento. Un incubo contro il quale l'arma più potente non può che essere l'ironia, a meno di non voler mettere a ferro e fuoco il mondo. Ed è giusto che questa arma funzioni almeno nei fumetti, per non perdersi troppo d'animo e riuscire a mantenere uno spirito positivo per i tempi futuri. Esorcizzare paure di questa portata non è mai facile, ma è altrettanto importante che i fumetti ogni tanto abbiano il coraggio di trattare temi scomodi come questi. Gabriella Contu scrive con mano leggera, mette al primo posto i sentimenti e ha a cuore far respirare nonostante tutto un clima di integrazione razziale. La sua storia ha il sapore di una commedia anni '80 ma la paura aleggia nell'aria. C'è satira ma non è ridanciana, i terroristi ci sono e rimangono sinistramente impuniti. Non è una favola, ma invita ad un modo più proficuo di valutare il problema. Con la buona ambizione di dirci che se ci fosse maggiore comunicazione e comprensione tra le persone si farebbero forse meno sbagli e si avrebbe meno paura. Molto buoni i disegni di Casertano, che si deve essere studiato alla perfezione tutte le principali strade di Londra. Chi la conosce può ritrovarsi nell'intero percorso che compie il ragazzino durante il racconto. Molte le scene di massa, dettagliatissimi i fondali. I personaggi hanno  una forte mimica facciale di stampo umoristico e questo si sposa al meglio con l'impostazione del racconto. Certo l'ironia su certi temi potrebbe essere per qualcuno ancora troppo prematura. È di sicuro più confortevole per molti lettori parlare di mostri classici che di problemi reali... e di fatto già nel numero successivo.



Arriva il Dampyr. In piena estate 2017 arriva il crossover tra le serie Dampyr e Dylan Dog. La prima parte viene pubblicata sulla collana regolare di Dylan Dog, la seconda sulla collana di Dampyr. Per ogni uscita è stata creata una doppia copertina ad hoc da collezione. Il risultato è che in poche ore il numero di Dampyr, che da sempre arriva in edicola con meno copie, si è drammaticamente esaurito a causa di collezionisti compulsivi. Per di più, essendo agosto e metà delle edicole chiuse,  per molti si è aperta una sconfortante caccia a vuoto, tamponata come possibile dal canale Facebook di Bonelli che si rendeva disposto su segnalazione a rinfoltire le copie.  A Settembre magari andrà meglio con la ricerca, ma sta di fatto che l'operazione ha effettivamente avuto la sua eco. Ma di cosa parliamo nello specifico? Di una storia in due parti in cui un leggendario re vichingo (lo stesso su cui l'History channel ha improntato la fortunata serie TV Vikings) diventato vampiro minaccia di occupare la Londra odierna. E questo in barba ad un accordo con la plenipotenziaria figura grigia conosciuta dal pubblico dylaniato come John Ghost. Sembra che sia una cosa privata, una questione personale riguardate una donna (dal nome pare proprio la moglie del re), e non c'è verso di fargli cambiare idea. Una torma di vampiri vichinghi è già pronta a fare i danni a Londra ma non solo i nuovi arrivi in città. Direttamente dalla truzzolandia (è assolutamente truzzo nel look questo tipo) è arrivato anche il Dampyr, un tizio vestito male con aria truce che con suo il sangue versato sulle pallottole e un paio di compagni d'armi parimenti truci è in grado di tenere testa anche ai vampiri più coriacei. Il Dampyr passa mesi interi a combattere vampiri in giro per il mondo, vive praticamente nel secondo tempo di Dal tramonto all'alba di Robert Rodriguez. La donna che cerca il re vichingo a sua volta cerca Dylan Dog per motivi oscuri e questa circostanza fa sì che l'indagatore dell'incubo incontri il Dampyr e che tra i due, dopo una tazza di tè, nasca un sodalizio per fermare l'occupazione della capitale inglese. Sarà guerra, ma saprà il nostro eroe londinese tenere testa a schiere infinite di vampiri vichinghi? La prima parte di questa storia, quella ospitata da Dylan Dog, è molto "dampyresca". L'universo narrativo creato da Boselli viene innestato nel mondo sclaviano con logiche sensate grazie ad una felice intuizione di Recchioni. Ne viene fuori un action bello tirato, pieno di mostri e proiettili che volano ovunque. Dylan sembra all'inizio un po' fuori posto ma i due eroi imparano presto a coordinarsi. Se le cose dovessero andare bene nel secondo numero, Dylan potrebbe poi avere dalla sua parte un alleato credibile in caso di eventuale conflitto contro la sua neo-nemesi John Ghost. Un bel deus ex machina pesantemente armato (un po' come avere Capitan Harlock nella risoluzione dell'anime di Galaxy 999). Certo il mondo di Dampyr declina l'horror in un modo diverso, più action e dalle parti di Blade Underworld. I vampiri conosciuti da Dylan sonno diversi, più malinconici e meno armati. Ma non è una formula incompatibile a priori e il tasso di splatter non è per nulla disprezzabile. Io colpevolmente non mi sono mai troppi avvicinato all'ammazzavampiri di Boselli, di cui per altro ho letto dei bei numeri di Tex (credo che il meglio lo dia con le storie molto lunghe, quelle che si dipanano su più numeri), e questa potrebbe essere l'occasione giusta per dare un'occhiata. Ho amici che lo seguono regolarmente e ne sono entusiasti. Il cattivo di turno è una bella intuizione che mescola sapientemente storia (o leggenda) e fantasia. Essendo un fan della serie Vikings trovo che la trasformazione in vampiro del celebre condottiero calzi a pennello. Bigliardo disegna molto bene questo numero quantomai sovraffollato da scene di massa e scenografie action complesse. Il tutto è molto divertente ma per esprimere un giudizio più completo aspetto di visionare in qualche forma la seconda parte dell'avventura. Di sicuro questi esperimento di crossover a monte di numeri speciali concepiti ad hoc è qualcosa di interessante e molto utile alle edicole e alle tirature dei fumetti.

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mercoledì 23 agosto 2017

Dylan Dog dal n. 366 al n. 368: mini recensioni!



Dopo il numero scritto e disegnato da Ambrosini, eccoci davanti a uno scritto da Secchi (figlio d'arte, di Bunker,  molto promettente) e disegnato da Puccioni: Il giorno della famiglia. E non è un numero meno strano! L'assunto è una banda di ragazzacci cattivi intenzionata a collezionare cadaveri per truccarli (il come sta a voi scoprirlo), vestirli e assemblarli al fine di ricostruire la copertina di Sgt. Pepper's dei Beatles. Potete pure rileggere più volte la frase che ho appena scritto ma vi giuro che non sembrerà meno folle. Lo trova folle anche il fantasma di una giovane ragazza, che contatta la medium più nota di Londra e mette così il nostro indagatore dell'incubo sulle tracce di questi svitati, scovandoli nella provincia. Finito il momento di esaltazione per la stralunata idea di partenza, ci troviamo a mio parere dinnanzi a un numero molto ben disegnato ma piuttosto verboso, depotenziato e inespresso. Troppe belle premesse e promesse non mantenute. I ragazzacci sono simpatici e abbastanza "fuori", ma noi passeremo più tempo sommersi dai baloons giganteschi partoriti da un vecchietto dolente e logorroico. La tentazione di saltarli è fortissima, anche perché gli sprazi di azione che poi sopraggiungono non sono male. Inutile per me citare Charles Manson e i fab four, inutile partire da un assunto originale e accattivante come il significato di "famiglia" se poi il tutto si riduce a una esecuzione lenta e poco attraente che culmina in un finale privo di mordente. Non mi ha preso, lo dico anche come mio limite personale. Ho fatto fatica a leggerlo. Avrei gradito cattiveria in più, avrei trovato interessante uno scontro / confronto generazionale rimasto solo accennato, avrei apprezzato più splatter e soprattutto meno, meno di quel vecchietto petulante... ma quell'idea iniziale, cavolo, era pura dinamite. Saper partorire trovate di questo tipo, roba da "necro-pop-art", non è da tutti e aspetto con entusiasmo il nuovo lavoro di Secchi. Va "calibrato" ma gli auguro il meglio per il prossimo lavoro, il potenziale c'è. Mi inchino a Puccioni, artista già noto ai fan di Julia, per la sua capacità di tratteggiare personaggi espressivi e ambienti ricchi di dettaglio. Io penso che l'approccio qui da lui usato verta più al giallo che all'horror, ma rimane un ottimo lavoro. 


La ninna nanna dell'ultima notte, il numero successivo, è una vera sorpresa, probabilmente la migliore storia della Baraldi finora, disegnata da un Corrado Roi gigantesco. Siamo dalle parti di Sinister e viene affrontato in modo molto coraggioso un tema scottante e impopolare (scomodissimo), il valore e la forza delle fiabe. La cito spesso, ma è una cosa in cui credo, è una scena di Nightmare - Il nuovo incubo. La protagonista sta leggendo Hansel e Gretel al figlio, arriva al momento in cui i fratellini devono mettere la strega nel forno e si ferma. Dice: "Adesso basta, questa scena è troppo violenta!". Il bambino allora la incalza: "Continua, è importante!". I mostri esistono, i pericoli esistono. La madre cerca di non infettare e spaventare il figlio con la rappresentazione di una violenza. Il figlio cerca risposte a un mondo che intuisce violento, ma che è impreparato ad affrontare. La violenza fa parte della vita e deve essere fatta conoscere per insegnare quanto sia sbagliata. Ma come farlo al meglio? Perché di suo, senza filtri morali, la violenza è adrenalina, è potere, è sinistramente affascinante. Ai giorni nostri la violenza delle fiabe così come nei cartoni animati viene epurata e nullificata con l'illusione di preservare per sempre i bambini sotto una campana di vetro. La fiaba perde il valore educativo e rimane solo intrattenimento. Non c'è più il bene o il male, solo stronzi pupazzetti felici del cazzo. Questo è tremendo, perché così le favole sono solo sterile fuga in mondi immaginari, peraltro tutti uguali e senza mordente, noiosi per lo scopo "altro" di far magari appisolare il pupo. Le fiabe, che sono in fondo la versione moderna dei racconti davanti al fuoco, erano concepite per preparare i più giovani alla violenza che c'è nel mondo. Il loro scopo era far scegliere la strada giusta, evitare i pericoli e saper riconoscere il bene dal male. Ma come fare in modo che le fiabe insegnino il coraggio e non trasmettano solo la paura? È uno dei più grandi misteri dell' "educare", ma è una battaglia che ogni buon genitore non dovrebbe eludere. Il racconto della Baraldi parla esattamente di questo. Di bambini che, come in Sinister, si avvicinano al culto della violenza senza sapere esattamente cosa sia, a causa della noia e della indifferenza che vedono da parte dei genitori nei loro confronti. Scoprono che è adrenalina, che li rende indipendenti, forti e uniti. Come fermarli? La soluzione a questa situazione, con derive orrorifiche ben gestite, è semplice quanto brillante, dolorosa ma necessaria, assolutamente "impopolare". Ma è questo l'horror come deve essere. È questa la materia magmatica e scomoda che si deve aver il coraggio di maneggiare. Interessante come il nostro eroe per questo caso si metta a dialogare con un operatore sociale, come la pedagogia esplori l'horror. La Baraldi fa un grande lavoro nella descrizione psicologica dei personaggi e crea una figura, il marionettista, davvero immensa, tragica e romantica, necessaria quanto terrorizzante. Il nostro Dylan appare combattuto come non mai nella scelta della decisione più giusta. E così in fondo mi sono sentito pure io come lettore, anche grazie al mondo di incubo costruito da un Roi quantomai tetro e ispirato ( la parte finale nel Lunapark è eccezionale). 


Il passo dell'angelo. C'è una storia horror che mi ha da sempre buttato addosso una paura maledetta, il cartone animato: Il grande sogno di Maya. Protagonista è questa giovane attrice masochista che incontra un'insegnante quantomai sadica ossessionata dalla perfezione totale assoluta. Entrambe sono pazze terminali ovviamente e vivono di drammi esistenziali assurdi e continui al ricerca di quel "non si sa cosa (che sia un colpo speciale, una danza, una interpretazione, un bonsai) eseguito da Dio". Tana delle tigri? Troppo piena di ottimismo a confronto. Avete presente Il Cigno nero di Darren Aronofsky? Non è niente al confronto, troppo autocompiaciuto nel simbolismo. Pensate a Whiplash di Damien Chazelle? Siete forse più vicini, ma lì la pazzia è più sana... forse. In questo Dylan Dog, scritto da un Gigi Simeoni autore completo, ho trovato quella follia tipica di "Il sogno di Maya", arricchita da un'ambientazione folgorante stile Dario Argento prima maniera. L'ossessione per la rappresentazione artistica definitiva, qui incarnata nella capacità di eseguire in danza il fantomatico passo dell'angelo, si sposa alla perfezione con le atmosfere horror architettate da Simeoni. Quindi c'è una scuola di danza classica esclusiva, c'è una maestra intransigente depositaria della perfezione artistica definitiva, ci sono delle allieve che scompaiono nel nulla. Allieve forse distratte e poche coinvolte nell'impegno necessario, ma pure allieve allieve provette. Dylan indaga sotto copertura, ma senza tutù. Peccato, sarebbe stato spettacolare. Il passo dell'angelo fa molto horror anni '70, dalle parti di Phenomena Suspiria (ma con una punta moderna alla Del Toro), e Simeoni ci fa respirare a piene mani dentro quegli ambienti austeri e asettici popolati da da giovani donne e consunti mostri. Il ritmo narrativo funziona, il versante grafico fa il resto. È una storia semplice ma che funziona bene, diverte e lascia l'occhio appagato. È meno potente di Nel fumo della battaglia, forse uno dei suoi numeri recenti migliori, ma mi ritengo soddisfatto. 

Continua...

martedì 22 agosto 2017

Dylan Dog dal n. 363 al n. 365 - mini recensioni!

Ciao a tutti, come va?! È un po' di tempo che mancano sul blog recensioni di fumetti Bonelli e i miei mega-piani per un recupero integrale dei numeri passati si sono per ora spiaccicati contro mille problemi di coordinamento lavorativo. Ma in futuro le cose potrebbero cambiare, incrociamo le dita! Nella speranza di tappare quindi i buchi, (prima o poi) provo a fare una sintesi di come ho trovato Dylan negli ultimi tempi, per l'esattezza dalla nostra ultima  recensione dello sclaviano (e magnifico) Dopo un lungo silenzio


Abbiamo scoperto in Cose Perdute (che mi fa automatico eco in Cose preziose di King) qualcosa in più sull'infanzia di Dylan, sulle sue vacanze dagli "zii" (di cui sappiamo poco e nulla) e sui suoi amabilissimi amici immaginari. Si può dire in sintesi della storia che nella giovinezza il nostro eroe non badasse davvero molto alle donne... e nemmeno alla PlayStation! Simpatiche ombre tenebrose, bambine immaginarie e probabilmente affogate, cloni specchiati e immancabili orsetti infernali. Altro che il simpatico mr Bing Bong di Inside Out, Dylan da fanciullo nella scelta degli amici inventati era più creepy di Tim Burton, così che era gracilino, solo e vulnerabile, con difficoltà a cogliere le differenza tra la realtà e la fantasia. Già un sognatore. Il Dylan adulto di contro, da cui parte il racconto, guarda a quel bambino con lo stesso stupore dei lettori di vecchia data. Si era dimenticato di quegli sfavillanti e malinconici tempi andati fino a che qualcuno, dal passato, torna a visitarlo in quel di Craven Road. Il numero scritto da Paola Barbato funziona bene, soprattutto quando esplora i toni della favola dark. Si legge veloce, incuriosisce, ha un buon ritmo e dà vita a personaggi davvero suggestivi, con tutte le potenzialità e il fascino per tornare in futuro a fare capolino nella serie. C'è pure una bella citazione a Nightmare Nuovo Incubo, mia ossessione/amore personale. Molto belli i disegni di Freghieri, vividi e dettagliati. La campagna assolata che costituisce l'ambientazione principale  ha tutti gli stilemi i colori e luoghi del gotico americano e il "monster design" degli amici immaginari di Dylan è molto riuscito, subito riconoscibile. E poi c'è un Dylan bambino che è un vero amore.


Passiamo quindi a Gli anni selvaggi, il numero che racconta di quando un giovane Dylan, prima di inseguire mostri, prima di entrare in polizia, gestiva una incasinata rock band, i Bloody Hell. Da adesso sappiamo che quando Dylan impreca con il suo "Bloody Hell" si perde negli incubi personali scaturiti da quel periodo, fatto di troppo spray per capelli e coca cola. Barbara Baraldi è probabilmente una rockettara vissuta nel mito delle hair/glam/metal band della West Coast (chissà se ci ho preso...) e costruisce intorno al nostro giovane eroe un piccolo universo rock che grida Motley Crue (ci sono, mi pare, passaggi simili nel libro "The Heroine Diary" di Nikki Sixx) da tutti i pori. È una storia Glam e anche un po' teen, parecchio hair: la musica bella e maledetta si incastra nella vita spericolata di chi la scrive e suona perennemente sudato e laccato nei capelli. Nella ascesa e discesa dei Bloody Hell tutto ha il sapore della soap opera piuttosto "sporca" classica nella storia dei gruppi West coast. Il pacchetto classico che comprende relazioni disfunzionali tra Manager preoccupato e cantante egocentrico, tra batterista introverso e chitarrista eclettico, tutti contro il bassista carismatico, tutti contro i fan e la società che non capisce (vedere Almost Famous di Cameron Crowe oppure il divertentissimo Frank di Lenny Abrahamson). Ci sono i musicisti che dormono uno sopra l'altro in posti luridi dominati dalle blatte (Nikki Sixx le combatteva con un lanciafiamme ricavato dallo spray per capelli con l'innesto di un accendino e così ha dato fuoco a diverse abitazioni), c'è l'ostentazione per il look, le fan infoiate strappamutande, l'alcol, le pasticche, altro alcol e altre pasticche (Ozzy dopo aver bevuto troppo usava uscire da macchine in corsa rotolando nel deserto circostante), gli applausi, i "sono un Dio dorato!!". Tutti  "ci credono un casino" e sono nel mood noiosamente fighi e disperati, desiderosi di crocerossine che gli salvino l'anima. Tutti i gruppi finiscono poi ovviamente nello stesso modo: crisi, gelosie, rimpianti a cui si aggiunge qui un piccolo ingrediente soprannaturale, come la formula dylaniata vuole. La Baraldi in tutto questo marasma "metal finto maledetto" sfoggia una scrittura comunque attenta, innaffia di citazioni musicali gustose (che lascio agli intenditori), ma soprattutto punta a ricreare al meglio quel turbine di emozioni, sentimenti e confusione che è l'adolescenza. E non è un merito da poco. È una storia di rapporti personali e speranze infrante per egoismo, è più di tutto una storia di amicizia tra adolescenti scritta con un registro che è attuale per gli adolescenti d'oggi. Non c'è solo cornice ma anche spontaneità dei dialoghi, e la Baraldi si conferma scrittrice promettente e in crescita, attenta ai registri lessicali dei più giovani. C'è l'horror, ma non aspettatevi Morte a 33 giri, anche se magari ne ha le intenzioni. Nicola Mari si conferma un disegnatore ideale per le sceneggiature della Baraldi. Accanto a un intreccio che segue le regole dei young adult abbiamo disegni ultra-dettagliati e sognanti con protagoniste figure dai lineamenti allungati che per movenze e look strizzano un occhio e anche due alle produzioni shoyo. Lo young Dylan sfoggia pure un sexy collarino nero e ha un appeal tutto suo con il co- protagonista dell'opera. È chiaro che sia un numero maggiormente pensato per un pubblico femminile, ma potrebbe essere una bella sorpresa anche per gli altri. Chiaro che potrebbe non essere per tutti. A ogni modo chi non ama disegni sognanti e contesti attraenti principalmente per un pubblico femminile, nonché una scrittura che non nasconde una forte sensibilità femminile, è avvisato. Ma se Dylan ha tante lettrici non ci trovo nulla di male in un lavoro di questo tipo, anzi. 


Dopo quattro storie (comprese quella di Recchioni e Sclavi) che hanno indagato a modo loro sul passato di Dylan Dog, facendo un'opera di ret-con che ha incuriosito, sorpreso e forse pure spaventato (anche alcuni fan di vecchia data che conosco e saluto), torniamo, con Cronodramma, scritto e diretto da un grande Ambrosini con "guest Star" alle matite Walter Dell'edera, un po' agli albori della gestione di Recchioni, quando con quel 337, Spazio Profondo, indagavamo la possibilità di conoscere dei Dylan diversi creati da visioni diverse del personaggio. Ci sono due Dylan in questa storia, che vivono in realtà diverse. La trovata interessate è poi che i due mondi sono anche disegnati con stile diverso da dell'edera e Ambrosini. Quello di Dell'edera è più "fumettoso", quasi caricaturale. Quello di Ambrosini è più squadrato e tagliato con l'accetta, più cupo. Il mondo "canonico" ci racconta una storia che ha a che fare con una scrittrice famosa perseguitata dal fantasma di una bambina che le impedisce di uscire dalla sua abitazione. Nell'altro, con un Groucho molto più alternativo del solito, la missione del nostro eroe è quella di riportare una bambina sperduta a casa. Sulla vicenda che si intreccia mano a mano, aleggia un terribile killer, un complotto e un destino mai così indeterminabile. Ambrosini che qui parla di rimpianti e della difficoltà di comunicare tra le persone (con gli altri e con se stessi), è forse meno cupo che nel recente Lacrime di pietra e scarica sul racconto tutta la sua vena più surreale, quella che ha espresso al massimo con la sua serie Napoleone. Rimane una prosa lunare, criptica e dolente. Il risultato è interessante, strano, ambiguo, lineare all'inizio quanto complicato ad una rilettura. Una storia - rebus da leggere e rileggere che mi ha invischiato per diverso tempo rigettandomi più volte all'inizio, anche con "crudeltà", alla scoperta di una interpretazione diversa che non arriva. Una storia malinconica, amara  e sofferta, nascosta e mascherata da una patina surreale che la rende quasi euforica, fatta della stessa stoffa dei sogni. Ambrosini non lascia mai indifferenti, ci fa scavare nei personaggi che racconta e disegna, ci fa ispezionare le rughe dei volti dei suoi personaggi e ci fa giocare con le sue tavole come sulla settimana enigmistica, alla ricerca di elementi curiosi e spesso nascosti come i suoi curiosi e muti pupazzi animati. Dell'edera riesce con il suo tratto ad alleggerire il tono generale, senza dimenticare che nel suo "mondo" abbiamo inoltre un Groucho che mangia canarini vivi e porta occhiali da sole. Decisamente strano quanto intrigante. Un numero davvero bello. 

Continua...