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lunedì 7 marzo 2022

Halloween Kills - la nostra recensione per l’uscita in home video!

 


È ancora la notte di Halloween del 2018, siamo ancora nella cittadina di Haddonfield, New Jersey, contea di Camden. Sono passati letteralmente solo due minuti dall’epilogo del precedente capitolo della saga, saga “resuscitata” dal regista David Gordon Green e dai ragazzacci della cerchia di Seth Rogen e James Franco. Vendetta è fatta! Dopo i fatti di sangue indicibili di quell’Halloween del 1978 e dopo anni e anni di preparazione “militare”, il piano definitivo per eliminare “l’ombra della strega” si è compiuto. La casa brucia e le tre agguerritissime “final girls” della famiglia Strode hanno vinto contro il terribile Michael Mayers (James Jude Courtney), lasciandolo intrappolato nella gabbia metallica allestita nel seminterrato in cui alla fine è caduto, dove il mostro è destinato a finire in cenere. Laurie (Jamie Lee Curtis) è ferita gravemente, ma insieme alla figlia Karen (Judy Greer) e alla nipote Allyson (Andi Matichak) si trova già su un’ambulanza, diretta verso l’ospedale locale, mentre da lontano si sente l’inconfondibile suono di una sirena. È la sirena dei vigili del fuoco ed è diretta verso la casa-trappola. Laurie urla disperata, perché qualcuno potrebbe “inavvertitamente” salvare Michael e far ripartire l’incubo. Ma la nostra eroina non può fare niente e sviene, perde i sensi e presto si trova nella sala operatoria con le budella di fuori, mentre Michael riemerge dalle fiamme e inizia a fare a pezzi prima i vigili del fuoco e poi, con metodico incedere, quasi tutta la popolazione locale. Michael è “ovunque”, le notizie sui suoi avvistamenti rimbalzano e tutta la cittadinanza, specie chi già nel 1978 era stato “vittima collaterale” (i pochi sopravvissuti) della sua violenza, lo cerca per fargliela pagare. È il caos più assoluto. C’è chi prova ad affrontarlo impreparato e rimane goffamente ucciso. C’è chi prova a combatterlo seriamente, crivellandolo di colpi e bastonate, ma ugualmente senza esito, vedendoselo sempre rialzare. Michael sembra immortale, uccide e scompare, fino a che a certo punto è tutta Haddonfield a dargli la caccia, furiosa, per le strade principali, tra gente che viene schiacciata dalla folla, forze dell’ordine ridotte all’impotenza e una lista di vittime e danni alla città in costante incremento. Quando finirà la mattanza?



Siamo al secondo film del rilancio targato Blumhouse della seria carpenteriana  Halloween, ad opera di David Gordon Green, con  già in produzione e previsto per la notte di Halloween del 2022 il capitolo finale, per ora con il titolo provvisorio di Halloween ends. Nonostante i molti seguiti, soft reboot (Halloween 20 e seguito) e reboot (Halloween di Rob Zombie e seguito) a cui è andata incontro negli anni la saga creata da John Carpenter, i film di David Gordon Green, considerano come unico predecessore narrativo solo il primo film, quello del 1978  (secondo la nuova moda/prospettiva dei “re-quel” esposta anche nell’ultimo Scream). Il passaggio-chiave del secondo capitolo della “saga classica”, la rivelazione che il mostro Michael è il fratello della final girl Laurie, non c’è più, ma in Halloween Kills il capostipite viene più volte non solo citato, ma anche “integrato” nella trama attraverso dei flashback realizzati ex novo. Come conseguenza di questa soluzione narrativa è un’emozione rivedere in nuove scene il dottor Loomis, interpretato dallo scomparso e mai dimenticato Donald Pleasence. Il nemico mortale di Michael, seppur in digitale, “riprendere vita” e con lui tutti i vecchi interpreti, in uno straordinario lavoro di cesello e ampliamento narrativo dei fatti di quella “notte del 1978”, con in più alcuni degli attori coinvolti nella pellicola originale che tornano, seppur invecchiati, protagonisti degli eventi di questa “notte del 2018”. Halloween si fa quindi ancora più saga corale, quasi dalle parti di alcuni romanzi gotico-rurali di Stephen King. Il regista David Gordon Green aveva già dimostrato con il bellissimo Joe la sua capacità di gestire “piccoli mondi kinghiani di provincia” e qui è ancora più bravo, dando voce a un gran numero di personaggi, ognuno con il suo giusto spazio e il giusto arco narrativo. Il trio delle protagoniste della precedente pellicola “sta un po’ in panchina”, in attesa di scatenarsi immaginiamo nel prossimo film. Se questo aspetto magari farà storcere il naso ai milioni di fan di Jamie Lee, questi si potranno consolare con lo spettacolo dell’intera cittadina di Haddonfield che imbraccia forconi, fucili e motoseghe e muove guerra unita contro il mostro. Un mostro che più il tempo e la mattanza proseguono più diventa però sempre più grosso, implacabile, inarrestabile. Ognuno vuole “la sua vendetta”, ma nessuno ha davvero la preparazione mentale e militare delle tre eroine del film precedente. Così c’è chi appena vede il sinistro Michael inciampa e si spara da solo. C’è chi prova a usare i “mezzi giusti” ma finisce ugualmente male nello scontro diretto. C’è chi si immobilizza dalla paura. C’è chi inizia a inseguire per strada uno che “sembra Michael” e la cosa divertente (ma resa intelligentemente tragica da Gordon Green) è che molti non sanno nemmeno “come sia fatto Michael “e iniziano a cacciare col forcone il primo tizio dall’aria losca che incrociano a caso. Poi, in un delirio sempre più vertiginoso, si arriva all’epica. Con tutto il paesino di Haddonfied, dai giovani ai vecchietti, che come un blob kamikaze incede in massa contro il mostro a testa bassa, incurante delle vittime collaterali, accerchiandolo senza dargli una via d’uscita e vomitandogli addosso tutto il piombo e furore del New Jersey. Ma Michael sta fermo, cade e si rialza, va al contrattacco e inizia a falciare chiunque, uno contro mille, spazzandoli per aria a mucchi di cinque persone, come Sauron nel prologo del Signore degli Anelli


Il “bodycount”, ossia la “serie di uccisioni”, che diviene quasi “componente narrativa” in uno slasher-movie (nella classica “ritualità nella morte delle vittime” tanto studiata in meta-film come Scream e Cabin in The Wood), è in Halloween Kills completamente “rotto”. Per chi ama questo aspetto “sanguigno” degli horrror (ma anche dei film di Rambo) la pellicola di David Gordon Green si dimostra davvero generosa, creativa, variamente grandguignolesca, imperdibile. Ma “c’è di più” oltre ai mari di emoglobina che intasano i tombini delle strade di Haddonfield di Halloween Kills, qualcosa di più “profondo e potente”. Negli slasher in genere è il mostro “a cacciare” le sue vittime, fino a che la “più pura”, la “final girl”, riesce a sconfiggerlo. Qui nel film di Green manca la “purezza della final girl”, con la conseguenza che le ex- vittime “che cercano di farsi carnefici” provano a rilanciare violenza con violenza, senza poter avere la stessa “testa” di un killer, soprattutto nella gestione di quella terribile rabbia (che è del killer, non loro) che le ha invase. È umano che agiscano di impulso, è umano che piangano mentre brandiscono un bastone, è umano che scivolino, si ostacolino a vicenda, si calpestino e si blocchino inorridite o facciano qualcosa di molto stupido, per poi tornare a piangersi addosso. Secondo quello che ci suggerisce uno snodo narrativo specifico, non si può vincere il male con la rabbia, se non riuscendo a contenere questa frenesia autodistruttiva. Il mostro si nutre di rabbia e non si può così distruggere, ma forse si può “sgonfiare”, scorgendo “l’uomo dietro la maschera del mostro”, delegittimandolo come catalizzatore di rabbia. Avendo pietà di lui. È una suggestione interessante, che ci rimanda al tema della necessità di una “società più empatica” e gioca un po’ sullo stesso “campo da gioco” dello Stephen King di It quanto di Cose Preziose. È qualcosa che potrebbe avere senso anche nel modo di affrontare questi terribili giorni dove la guerra è alle nostre porte. David Gordon Green ci invita a guardare (come “gruppo” e non come “singoli”, perché è in questo che trova senso il passo in avanti corale della pellicola) oltre l’immagine che abbiamo del mostro, per sconfiggerlo con l’unica arma di cui lui non potrà mai disporre: la pietà. Una pietà che deriva dal vedere il mostro come parte lui stesso della società, da portare davanti alla legge per i suoi crimini e non da ammazzare in strada come un cane. In alternativa (e nella pellicola sembra abbastanza chiaro), il mostro diventa quasi un dio alimentato dalla paura che scaturisce anche solo dal nominarlo. Ma ci vuole tanta fatica a scorgere il volto umano dietro al mostro e la scena più emblematica (e bella) arriva quando Michael si trova senza maschera e la folla si ferma e aspetta che la reindossi di nuovo, prima di continuare a colpirlo e sparargli. È una scena molto strana, c’è quasi una pietosa ipocrisia nel concedere al mostro di rimpossessarsi del suo “feticcio”, quando invece risulta più comodo e pratico “colpire la maschera”, per non preoccuparsi dell’uomo che ci sta sotto. 


Halloween Kills mi è piaciuto, l’ho trovato un film divertente, movimentato e stra-pieno di azione e sangue finto. Le intuizioni narrative lo trasformano quasi in un originale disaster-movie ed è una via decisamente nuova, inconsueta per uno slasher. Il cast è molto vario e molto stimolanti e differenti le “situazioni horror” che vengono a crearsi, spesso scaturite da un modo intelligente di rileggere il materiale già presente in tutta la saga filmica di Halloween (dai registri narrativi più seriosi a quelli più ironici, quasi in modo antologico). Il fatto di non avere un personaggio “principale” nella vicenda l’ho trovato un approccio interessante, funzionale al capitolo intermedio di questa saga, ma il mio è in questo un giudizio personale. 

Qualcuno non ha gradito i ri-maneggiamenti e integrazioni con il film di Carpenter del '78 e la lesa maestà per i fan duri e puri ci può stare. Anche perché Gordon Green va più dalle parti di King che di Carpenter e questo può piacere come non piacere. 

Chi non ha gradito il film precedente, in genere non ha apprezzato neanche questo e già immagino non gli piacerà il prossimo. 

Io mi sento con la carica giusta per attendere l’epilogo della vicenda nel 2022. Allora credo che avrò una visione più completa della vicenda e potrò apprezzare maggiormente la bontà l’insieme. Per ora la giostra mi ha abbastanza soddisfatto e soprattutto mi ha divertito un casino. 

Talk0

sabato 29 gennaio 2022

Grand Isle: la nostra recensione di un piccolo thriller “sexy” con Nicolas Cage


America, intorno agli anni ‘80,cittadina di Grand Isle. Ma chi è così pazzo da voler riparare il cancelletto di casa, quello in legno, basso e verniciato di bianco stile Peanuts, attaccato con un paio di chiodi e lo sputo, quando è previsto che arrivi di lì a tre ore un maledetto uragano? Perplessità a parte, questo tizio paga 200 dollari ed è l’uomo giusto per quel bietolone in bolletta di Buddy (Luke Benward), che in un caldo pomeriggio si presenta per il lavoro sotto il porticato del reduce del Vietnam Walter (Nicolas Cage). Non è che i due “si prendano tantissimo”. Walter è un simpatico sociopatico che dopo i primi convenevoli si mette a giocare al tiro al bersaglio con il suo fucile, facendo esplodere bottiglie di vetro a pochi centimetri dalla testa di Buddy, perché lo trova “irritante”. Buddy di suo è in effetti un cretino irritante, perché si è presentato sul luogo di lavoro vestito come l’idraulico dei film porno e non fa nulla per non attirare “un po' troppo” l’attenzione della milf ultra-arrapata moglie di Walter, Fancy (KaDee Strickland). 

La situazione è tipo questa che segue. Con Francy che sculetta fino alla staccionata in lingerie trasparente dicendo a Buddy: “La vedo tutta sudato, se vuole gliela do”. Con Buddy che risponde: “è davvero molto succosa la sua…limonata”. Con Walter che subito dopo esplode qualche colpo contro le bottiglie, cercando di uccidere “per sbaglio” il bietolone. Il tono è questo fino a quando arriva “a sorpresa” l’uragano e il nostro Buddy è costretto a passare la nottata presso la allegra coppietta in una casetta che pare il set di Psycho. Riuscirà il nostro eroe a trombare o a farsi impallinare o un mix delle due cose?


Stephen Campanelli nel 2019 è al suo terzo film da regista ma è una specie di leggenda come cameraman fin dagli anni ‘80, diventando presto collaboratore fisso di Clint Eastwood, di tutti i suoi film dai Ponti di Madison County del 1995 fino all’ultimo Cry Macho del 2021. Nel 2019 il grande Nicolas Cage, tra il film con cui combatte con un coguaro su una nave (Primal) e quello in cui combatte contro un alieno a colpi di arti marziali in un bosco (Ju Jitsu), decide di partecipare a questo strano thrillerino “vagamente erotico” per interpretare un interessante pazzo misogino e malinconico, che appare da subito decisamente nelle sue corde. Walter è rabbioso, bipolare e sempre armato, forse proprio per compensare una vita davanti alla quale si sente impotente, tradito e abbandonato: “castrato dalla società”. Cage lo fa muovere nell’ombra come un mostro, quasi fosse un personaggio uscito da Non aprite quella porta, giocando sui continui sbalzi di “umore e amore” che costantemente scatena tra le quattro mura di questa villetta di campagna cigolante e piena di sinistri lucchetti alle porte. KaDee Strickland, attrice nota per lo più per serie televisive come Private Practics, interpreta un personaggio non meno di impatto: una moglie ambigua quando complice e “doppio perfetto” del personaggio di Walter. C’è grande intesa tra Cage e la Strickland e i due si scambiano sovente il ruolo di mattatori sopra le righe, per lo più ai danni del povero Luke Benward che davanti a loro appare sempre più come un topolino con cui giocare, da amare o spaventare a seconda del “modo scelto” per farlo impazzire. Cage esibisce i suoi fucili e il suo sigaro, la Strickland guêpière, vestiti trasparenti e un trucco da diva del burlesque. Fancy, sentimentalmente frustrata esprime con queste armi una carnalità incandescente e bulimica, alla continua ricerca di relazioni e contatti. Deve poter sedurre con lo sguardo, coccolare e abbracciare come una madre, muovere sberle come donna ferita, ma il film spesso non glielo concede. Francy viene perennemente castrata nella femminilità non solo dalla trama ma anche “artificialmente”, da un montaggio che letteralmente taglia le situazioni più spinte e cerca di adombrare le anatomie più birichine. La sensualità persiste ma sottotraccia, come i segreti che si celano tra gli scantinati della casa. L’ambientazione è molto bella, stimolante e visivamente ricca: frutto dell’indubbio bagaglio tecnico del regista. La componente horror/thriller arriva da suggestioni inizialmente pruriginose, un po’ come nella celebre fiaba di Barbablù, e per questo l’essere solo “vagamente erotico” è senza dubbio il peccato mortale della pellicola. Tra eros e thanatos, Grand Isle gioca su un senso di castrazione e insoddisfazione continua, che affligge la coppia protagonista e progressivamente si propaga al piccolo paesino fino a coinvolgerci come spettatori, in un finale che appare “per noi” anche “narrativamente castrato”, involuto quanto tragico. Un finale forse un po’ “tagliato via”, negli ultimi 10 minuti. 

Anche se può essere una scelta “creativa” coerente, seguire questa “strada della castrazione”, con un po’ più di scene erotiche e di azione Grand Isle poteva risultare un prodotto più completo, appagante e memorabile. Allo stato attuale la pellicola rappresentata più un esercizio di stile in attesa di futuri lavori più a fuoco, ma questo non toglie che la visione possa risultare gradevole. 

Campanelli porta in scena un piccolo thriller ben confezionato sul lato tecnico quanto forse un po’ acerbo nella narrazione, che ogni tanto procede a strappi e non sa appagare al meglio le aspettative dello spettatore. Sicuramente un b-movie, ma con buoni interpreti e un buon ritmo, con un Cage oscuro e straripante e una Strickland da sogno. L’intesa tra i due è un piccolo spettacolo che premia dei novanta minuti di visione. 

Talk0

Nota di Stile: Cage esibisce per il suo veterano del Vietnam sociopatico una pelata con capello lungo e baffoni da biker anni ‘70 da antologia.

lunedì 20 settembre 2021

Malignant - il nuovo gioiellino horror di James Wan


Siamo negli anni ‘90, in una clinica situata in un lugubre maniero sulla collina. Ha i calzini con sopra un orso disegnato, lo chiamano Gabriel, ha il superpotere di incasinare le linee elettriche e riesce a parlare attraverso le frequenze radio. Sembra un bambino ma è pericolosissimo. La dottoressa Weaver (Florence McKenzie) lo chiama “tumore” e insieme al suo staff ha deciso di porre fine alle sue cure in una notte di urla e sangue. Sono passati alcuni anni e incontriamo Madison (Annabelle Wallis), una ragazza che non è molto fortunata in amore. È incinta per la terza volta, finora non è riuscita a ultimare la gravidanza e in qualche misura è sicuramente colpa del suo manesco compagno Derek (Jack Abel). Dopo l’ennesimo alterco casalingo un’ombra misteriosa decide di intervenire e mentre Madison è a letto uccide Derek. La ragazza vede come in sogno l’accaduto e sempre in sogno sarà testimone di altri delitti compiuti dalla misteriosa ombra (ha le movenze della controfigura- star Zoe Bell, ben nota a chi segue il cinema di Tarantino). Tra i due sembra esserci un misterioso legame che ha radici nel passato, in un periodo precedente all'adozione di Madison di cui la ragazza non ha quasi memoria. Di sicuro sentendo la voce dell’ombra la ragazza ricorda un nome: Gabriel. 


C’era una volta James Wan, geniale sceneggiatore e director di opere horror a bassissimo budget con il pallino dei polizieschi e dei mostri classici. Ha creato non solo film brillanti e ben girati, ma ha da questi tratto autentici “franchise” come Saw, Insidious, The Conjuring. Una autentica gallina dalle uova d’oro per gli studios che se lo contendono, da Blumhouse a Warner a Lions Gate, o fanno affidamento sulla sua Label, Atomic Monster. Si è anche dimostrato un autentico pigmalione, facendo splendere o affidando lavori di punta ad autori giovani come Leigh Whannell, Corin Hardy, David S.Sandberg, Michael Chaves. Poi le major hanno iniziato a proporgli imprese enormi come il Fast and Furious più difficile di tutti (quello che ha dovuto far fronte alla morte improvvisa di Paul Walker), come il lancio della serie di Aquaman (che nonostante il bravo Momoa non è esattamente il supereroe più facile da gestire). Per Fast and Furious ha dovuto fare miracoli e si è dimostrato un comandante forte e affidabile. Per Aquaman è riuscito a donare alla pellicola un fascino camp alla Flash Gordon che permette di ritenere colorato e leggero un balenottero paiettato di tre ore. E poi gli hanno inflitto pure il prossimo Aquaman 2, con tutti i fan duri e puri di Wan che hanno commentato in coro: “Ma che due palle!!!”. Perché Wan è uno bravissimo negli horror e thriller, uno che ha una passione per il cinema di genere alla Tarantino, e gli tocca sempre delegare e delegare la conduzione dei “suoi film” per sopraggiunti impegni da blockbuster. La supervisione e la sceneggiatura, come la produzione in genere, le gestisce sempre Wan, ma il tempo per schierarsi lui come regista è tiranno. Così la saga di Insidious dal capitolo tre l’ha passata al suo co-autore del cuore Whannell, The Conjuring 3 è toccato a Chaves. Se Whannell se l'è cavata bene, non ho ancora sperimentato il lavoro di Chaves fino ad ora, un po’ per “paura” di come sta diventando l’universo cinematografico di Conjuring ad essere franco. Gary Dauberman non è riuscito benissimo a passare dalla scrittura alla regia con Annabelle 3, confezionando un prodotto simpatico ma lungi da Annabelle 2. Le recensioni di Conjuring 3 che finora ho letto sono semplicemente devastanti e anche se sono tra quelli che avevano apprezzato La LLorona non è che l’abbia trovata un film riuscitissimo. Avrei voluto tanto che la serie “principale” di The Conjuring rimanesse con la regia di Wan, ma ci stavano gli Aquaman!! Così, un po’ di straforo tra una giga produzione e l’altra, ecco che Wan fa il miracolo e trova il tempo di mettere insieme questo film con micro budget, girato in mezz’ora, super camp e super citazionista per gli amanti duri e puri dello slasher anni ‘80 quanto (bellissima sorpresa) dei gloriosi horror Italici di Dario Argento e Mario Bava. E io sono così, ancora a scatola chiusa, mi commuovo. Mi ero commosso a vedere dietro a The Nun l’amore per i classici Hammer, mi commuovo oggi a vedere in questo Malignant influenze da Nightmare on Elm Street quanto da Profondo Rosso e Demoni. Citazioni che vanno dalle inquadrature ravvicinate delle armi del villain alla dimensione onirica. Dalla musica onnipotente e pompata ai bagni di sangue splatter. Wan aggiunge alla salsa un po’ di J-horror ma la ricetta tiene, non diventa incoerente. C’è anche un pizzico di Light Out e funziona. 


Malignant parte lento, assomiglia a molte altre pellicole e non sorprende come colpi di scena. Ma l’adrenalina sale, sale veloce e tutto diventa una giostra. Bellissimo il mostro per trucco prosterico, costume quasi vittoriano, morfologia e capacità di attacco. Zoe Bell si è superata nella performance action e ci riporta ai suoi fasti ginnici in Kill Bill. Bellissimo il mondo sotterraneo, riuscite le fasi oniriche, semplice ma chiara la messa in scena. Malignant sembra davvero un film del 1987 uscito oggi, sarebbe stato benissimo nella rassegna dei film dello zio Tibia per la sua leggerezza, genuina eccessività nella messa in scena, voglia di spaventare quando divertire il pubblico offrendo “tutto ciò che piaceva a quel pubblico”. Voglio metterlo idealmente in una Double vision vicino al film di Wan dedicato ai pupazzi, Dead Silence. Molto brava l’attrice principale, “volutamente da slasher” l’interpretazione stereotipata dei poliziotti interpretati da George Young e Michole Briana White. Jaqueline McKenzie ha una parte breve ma intensa, da vera Scream queen. Molto carina Maddie Hasson, che irrompe sulla scena, in un grigio ospedale dove è ricoverata la protagonista, vestita come una principessa delle favole perché “lavoro in un ristorante per bambini”. Dona molto leggerezza alla narrazione, quasi immolandosi a “linea comica”. Alla fine le si vuole bene. 

Mi è piaciuto, parecchio. È un filmetto solido, divertente, con un bel mostro e una buona atmosfera. È anche un film che “non fa l’arrogante”, non si risparmia per dare il via ad un franchise diluendo le idee e lanciando ponti a sviluppi futuri. È un film semplice “fatto per divertire”, circostanza che ne dà quasi una mosca bianca in sala. Non so quanto sia corretta l’affermazione di Wan sul fatto che Malignant sia “la sua risposta a Frozen della Disney”, ma il rapporto tra i personaggi della Wallis e della Hasson in effetti ha un po’ della complicità tra Elsa e Anna. Tranquilli però, il film vira presto in zona sbudellamenti e sinistre inquadrature splatter argentiane.

Speriamo che in futuro James Wan possa fare a tempo pieno questo tipo di film. Qui sembra davvero essere tornato a divertirsi come un tempo e i fan ringraziano. 

Talk0


sabato 3 agosto 2019

Aquaman- la nostra recensione "saltata"




- Me ne ero dimenticato: Mi pare di non aver trovato la recensione indietro nel blog. Forse ho sognato di farla, forse mi sono dimenticato proprio, il fatto è che il film è bello che uscito da un po', lo trovate in homevideo in tutti i formati, è estate e i film ambientati nell'acqua per qualcuno sono lo spettacolo ideale. Insomma, possiamo parlarne direi, magari in poche righe "tanto per", con voi che già sapete tutto della trama e tutto il resto. 
Ma per chi non sa di cosa parlo due righe di trama le scrivo. 
- micro-sinossi scazzata: Un tempo una regia di Atlantide (una sempre più plasticosa Nicole Kidman) esce dall'acqua e si innamora del tizio del faro (Temuera Morrison di Once where warriors, mica bruscolini). Ne nasce un frugoletto (Jason Mamoa, anche se a essere pratici nasce un po' più piccolo di Mamoa ed è interpretato comunque in un formato più piccolo, un ometto sui 10 anni, da Otis Dhanji). Poi la regina torna ad Atlantide una volta che viene sgamata, il tizio del faro cresce il frugoletto come un motociclista tamarro mentre un insegnante di nuoto atlantideo (Willem Dafoe) cerca di farne una specie di eroe come l'Hercules della Disney. Il frugoletto, di nome Arthur, fin da piccolo parla con i pesci (un po' come Harry Potter che parlava ai serpenti, spunto interessante), cosa che fa riderissimo i compagni di classe sottovalutando che questo potrebbe esporli alle fauci degli squali alla prima gita al mare della classe. Poi avviene quella storiaccia del film sulla Justice League con Batman che va a cercare Arthur, lo convince a diventare un supereroe ecc. Dopo quei fatti (che non è che si incastrino benissimo con la trama di questa pellicola) una atlantidea gnocca (Amber Heard) arriva da Arthur. Questa, con i suoi boccoli rossi come Ariel la sirenetta Disney (ma non quella del futuro live-action) lo convince ad andare sotto il mare perché il fratellastro (Patrick Wilson) sta pensando di fare cose pazze con Dolph Lundgren per affondare la terraferma. C'è da calmare il fratello, trovare una arma leggendaria, riunire le popolazioni sottomarine sotto un'unica bandiera, rivendicare il trono e in genere fare tutto quello che si fa nel secondo tempo del Re Leone Disney, sempre che il Re Leone Disney sia realizzato come il film di Flash Gordon del 1980 per la regia di Mike Hodges. 


- Capitan Findus: "Aquaman sucks". Questo è il verdetto senza appello che esprimeva il massimo media nerd-chic del passato recente, The Big Bang Theory. Un personaggio insulso della DC che è la versione scema del Namor Marvel, il "tizio che sembra un surfista anni '50, vestito con un costume di merda, che parla con i pesci e nuota a cavallo di un cavalluccio marino". Anche se Aquaman ha goduto negli anni di ottime storie e ottimi autori, per l'immaginario comunque sempre e solo questo ha rappresentato, nonostante l'idea di fondo di un eroe che vive e combatte nelle profondità marine sia sempre stata accattivante. Anche nella serie Entourage, che parlava della vita di un giovane attore e del suo staff di amici, a un certo punto arrivava la proposta di un ruolo da protagonista in un film su Aquaman. Il regista scelto era nientemeno che James Cameron, che in Entourage recintava se stesso!! Sa solo il Signore cosa poteva essere un film reale su Aquaman diretto da Cameron, ma il nostro eroe ormai è su Pandora e lì probabilmente ci starà fino alla fine dei suoi giorni. Torniamo a noi. Non potendo contare su Cameron si doveva almeno cercare di svecchiare il buon Aquaman e i producers Warner Bros. ebbero un'idea geniale. Non ho chiari i dettagli ma credo che sia andata più o meno così. Chiamarono Mamoa, che andava in giro ancora come Kahl Drogo del Trono di Spade, per interpretare un villain storico dei fumetti, l'anti-eroe Lobo. Per essere vicino a Lobo, a Mamoa bastava coprirsi di borotalco e un paio di lenti a contatto rosse. La pettinatura, il giubbotto in pelle, le borchie e il fare da spaccone se li portava direttamente da casa. Era vincere facile. Poi a sorpresa il costumista deve avergli portato il vestito da sirenetto di Aquaman, quella schifezza arancione e verde da Cavaliere dello Zodiaco tarocco. Immagino abbia usato una pistola per costringerlo a indossarlo. La cosa ha funzionato, Mamoa dava un bel po' di virilità a quel personaggio e si trovava così bene nella schifezza arancione e verde da innamorarsene all'istante, mandare selfie di se stesso conciato in quel modo a tutti gli amici, iniziare a dichiarare guerra alla Marvel per il più fico supereroe cinematografico che sarebbe apparso, lui. Il risultato fu che in Justice League Aquaman era decisamente tra i personaggi meglio riusciti e nonostante il flop della pellicola si poteva scommettere ancora su di lui. Il vero effetto speciale di Aquaman non era più l'idea di creare un incredibile regno sommerso. Il vero effetto speciale era diventato Mamoa. Un omone enorme dallo sguardo da buono, truzzo a non finire ma irresistibile, contagioso, con una carica selvaggia che da spessore alla sua fisicità. Serviva il regista giusto e la storia giusta.


- James Wan, l'uomo degli horror low-budget: quando tra mille scelte la Warner Bros tirò fuori James Wan, io mi sono incazzato come un facocero. Già era stato "prestato" una alle produzioni ad alto budget con Fast and Furious e si stava sviluppando un trend per me senza senso. Wan ha creato Saw-l'enigmista, la serie The Conjuring con i suoi mille spin-off, la serie Insidious. È un re Mida delle produzioni piccole, amante dell'horror più classico della Hammer e Universal, abituato a contesti in cui è libero di gestire tutto nei più piccoli particolari. Cosa c'entra con le mega-produzioni? Non è uno come Cameron che dirige 600 persone, Wan lavora in genere con 10 persone e produce, produce tanto e in genere bene. Nel tempo di realizzare un film come questo Aquaman, Wan poteva fare quattro pellicole che avrebbero nell'insieme incassato altrettanto se non di più, a un decimo del costo di produzione. Film horror in genere, che a me piacciono tanto proprio per il suo stile retrò, la sua cura nei dettagli, i buoni interpreti. Perché usare Wan per Aquaman quando c'è "pincopallino"? Perché lo sappiamo, più ci sono soldi in ballo più il regista ha le mani legate e chi dirige effettivamente è chi paga, il regista finale "deve" essere un pincopallino che esegue. Perché Wan, ed è già la seconda volta che lo dico, se non la terza? 
Perché Wan alla fine l'esperienza di dirigere un prodotto con tanti soldi alle spalle la vuole fare. E pure i fan come me devono "starci". Con Fast and Furious 7 (190 milioni di investimento) la sfida era passare dai film con fantasmi a due ore di inseguimenti con le auto, con tutti gli espertoni -produttori che avrebbero detto a Wan come doveva fare il suo lavoro. La sfida nella sfida, che avrebbe fatto tremare le mani a qualsiasi produttore che avesse voluto mettere parola nella pellicola, consisteva per Wan nell'integrare nelle scene il povero Paul Walker, scomparso prematuramente a metà delle riprese realizzate. Il risultato fu per me eccelso e la dimostrazione ulteriore che serve un regista di razza per affrontare problemi non comuni. Con Aquaman (budget di 200 milioni, ma non confermati ufficialmente) la situazione però era diversa dal solito. Justice League aveva incassato meno del previsto, poteva essere che per una volta WB non cercasse un pincopallino qualsiasi e volesse dare un po' di carta bianca al regista. Come avrebbe speso Wan tutti quei soldi? 
- Aquaman come il sogno di un bambino che gioca con i pupazzetti sulla spiaggia in estate: Aquaman è un film sentimentale su una "sirenetta" che si innamora di un uomo del faro, da loro nasce un figlio a metà tra due mondi che deve trovare una propria identità. Aquaman è un film alla Indiana Jones, sulla ricerca di uno strumento magico in giro per il mondo, risolvendo enigmi e superando trappole. Aquaman è un disaster-Movie in cui la superficie è perennemente in balia di anomale onde marine che portano ovunque caos e distruzione. Aquaman è un film di fantascienza, su dei pirati hi-tech che derubano sottomarini e un giorno incontrano gli atlantidei, creature forse più avanzate di loro. Aquaman è un film horror su delle creature delle profondità oceaniche che vivono nel buio e di notte assaltano le navi dei più sfortunati. Aquaman è un film "sandalone" in cui in una civiltà sottomarina non troppo diversa dall'antica Roma, la successione al trono è decisa da dei combattimenti in arene gladiatorie. Aquaman è un film alla Flash Gordon, in cui le diverse razze di un universo fantasy sottomarino si alleano per scontrarsi contro un re tiranno. Aquaman dura 2 ore e 19 minuti, ma se così non fosse non si capiva come potevano starci nella pellicola tutte queste cose. 
Aquaman è tutte queste cose. 


Wan gioca la carta più temeraria di tutte, quelle del "voglio fare tutto". Il primo ostacolo che incontra è che i soldi per gli effetti speciali non bastano mai. Se nel "colpo d'occhio" la pellicola risulta davvero "ricca" visivamente, nei particolari (e pure in alcune sequenze più esposte, come la sequenza ambientata in Italia), gli effetti visivi sono un po' "tirati via". Il secondo problema, che se vogliamo è più secondario e coperto dalla ironia e auto-ironia imperante nella pellicola, è che Mamoa è un bravo ragazzone, ma sta a fatica in una trama che prevede un po' di introspezione. Il terzo problema è che a mettere dentro tante cose, non è che nella trama tutto si incastri alla perfezione.
Il resto fila tutto liscio. Anzi, il resto gira dannatamente bene!!!! Aquaman è tra i migliori cinecomic del periodo pre-End Game e in assoluto, anche per gli incassi ottenuti, il migliore cinecomic della DC dell'ultimo periodo. Wan sembra divertirsi un mondo e Mamoa è il suo avatar. Gli fa fare di tutto, dai selfie con i motociclisti fino a indossare una armatura d'oro. Lo fa essere spaccone e forse "crudele con i cattivi" (come con Mantha), aspetto per cui lo vediamo più umano e meno perfetto di un eroe medio. Lo fa essere vulnerabile, lo fa essere grezzo, lo fa essere epico. Nella perenne e coloratissima giostra su cui Wan lo colloca, Aquaman evolve prendendo non sempre la via più scontata e alla fine della pellicola, in uno scontro sottomarino di proporzioni gigantesche, kitsch quanto incredibilmente elaborato e lungo, Aquaman ci fa saltare sulla poltrona urlando. Dimenticando gli effetti speciali "così così", dimenticando del tutto che sono due ore e mezza di film. È come se Wan avesse nove anni e prendesse in mano un pupazzetto di Aquaman che la mamma gli ha preso alla bancarella perché ci giochi sulla sabbia, prima del bagno in mare. Wan gli fa vivere tutte le avventure possibili che solo l'immaginazione di un bambino di 9 anni potrebbe immaginare e capire. Anche io al cinema mi sono ritrovato a sentirmi con Wan su quella spiaggia, mentre mi raccontava le storie che aveva in testa e muoveva il pupazzetto di Aquaman facendo versi strani e ogni tanto lanciandolo in aria. Mi è sembrato di avere i suoi stessi riferimenti nella mia immaginazione, scene che potevano essere tratte da Indiana Jones. Scene prese da film come Creatura degli abissi e Leviathan. Scene gioiosamente kitch alla Flash Gordon. Sono davvero tornato un po' bambino ed è stato bello, mi ha fatto dimenticare come tutto il film sia in fondo solo un colorato gioco di rimandi ad altre cose, altri film, storie e fumetti. È riuscito a convincermi perché è stato un "bel gioco". 
-Conclusione: Aquaman è un film divertente e scacciapensieri ideale per una serata calda d'estate con il ventilatore a palla. Ha avuto il merito di farmi tornare per un attimo bambino, cosa che non è sempre facile alla mia età. Se togliamo la patina luccicosa e sgargiante che avvolge la pellicola, compaiono degli effetti speciali non sempre adeguati, una storia un po' sfilacciata è molto attori sotto-sfruttati (come Dafoe e Morrison) o in parti non troppi convincenti (Patrick Wilson). Il fumettone si rivela a tutti gli effetti quelli che è, una storia semplice che regge bene grazie a un ritmo indiavolato e a una varietà di scenari e situazioni davvero invidiabile e in alcuni casi non scontata. È un film di "grana grossa", non votato agli eccessivi approfondimenti psicologici, ma che dimostra in qualche modo "cuore". Qualche volta sembra di assistere a un film di Bud Spencer, e lo dico assolutamente in positivo. 
Se volete evadere una sera, tra finti mondi sommersi e simapaticissimi quanto finti atlantidei in computer grafica, con magari la possibilità di sentirvi un po' bambini, Aquaman può essere la scelta giusta tra i film estivi di squali, sottomarini e con Dolph Lundgren (pure qui presente, in versione tritone, per tutti i fan). Dopo la visione, è d'obbligo un tuffo in piscina o nella vasca da bagno. Non proverei invece a fare conversazione con i pesci dell'acquario, non danno troppa soddisfazione. 
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martedì 29 gennaio 2019

Shark - il primo squalo: da ora in home video il nuovo e inaspettato kaiju movie con Jason Statham




Un istituto di ricerca delle profondità marine ultra hi-tech, situato vicino alla ridente Sanya Bay,  (roba che Riccione può solo accompagnare) sta per fare una scoperta scientifica straordinaria: sotto il mare c'è il mare. 
Specifico, sotto il mare c'è una specie di "bolla d'aria" che divide il primo a noi noto mare da un secondo a noi misterioso, pieno di esseri preistorici e giganteschi. Un mare di kaiju!!! 
E come in ogni kaiju movie che si rispetti, come  in I Zenborg e ne I cavalieri del tempo, degli eroi facenti parte di una "fortezza della scienza" si apprestano a esplorare questo secondo mare, con astronavine/tank/giocattoli-scala 1-1/mezzi "da collezione veri" come cingolati armati di trivelle, sottomarini da sbarco truppe e soprattutto alianti di profondità fichissimi, coloratissimi, pieni di oblò, leve e missili, NOS alla Fast'n'Furious, che sfoggiano dei buffi nomi di battaglia tipo "Captain bubble". 

Come attività collaterale, la fortezza della scienza dispone di un parco acquatico sottomarino stile Lo squalo 3, ossia il parco a tema più figo di tutti i parchi a tema filmici. C'è un bel magnate, cioè il tizio buffo con occhiali che fa la vittima designata ne La casa dei 1000 corpi di Rob Zombie, che cura il progetto e ci tiene tanto (Rainn Wilson... non sapevo avesse un nome...). Ci sono al lavoro un sacco di donne toste e bellissime interpretate da donne toste e bellissime come Ruby Rose, Jessica McNamee e Bingbing Li. C'è la carismatica presenza di uno scienziato giapponese interpretato con autorità e impegno da Winston Zhao. Ci sono un mucchio di personaggi buffi che sembrano Boss e soci dal cast di supporto di Mazinga Z. C'è una amabile bimba orientale superintelligente con le scarpette che si illuminano e alucce da fatina vezzosamente portate in spalla come in Old Boy, interpretata dalla carinissima Shuya Sophia Cai. C'è un medico rancoroso e porta-sfiga, che in film come questi non può mancare per contratto, interpretato da Robert Taylor. Ci sono i fondi, c'è l'equipaggio più figo, ci sono le armi.
La prima missione è un disastro.


Nel mare popolato di kaiju i nostri eroi ci trovano inaspettatamente i Kaiju, nello specifico uno squalo preistorico gigante, il Megalodonte. Meg per gli amici, come da titolo originale del film in inglese, da noi Shark il primo squalo per timore di attrarre in sala le fan di Meg Ryan su un film autobiografico a lei dedicato. Ma intanto il film senza Meg Ryan inizia. Due dei mezzi/giocattoli-colorati finiscono subito malissimo, alla deriva nel secondo mare, con il Meg che gli carica contro ogni volta che da questo esco luci colorate. Della mecha/trivella/wire-less con cingolati rotanti non sapremo più nulla. Forse qualche appassionato di anime giapponesi ha scoperto il secondo mare, l'ha trovata e se l'è fottuta. Dal mini sottomarino con all'interno due vittime sacrificabili e la ex moglie di Jason Statham (la McNamee) parte un messaggio di SOS a cui può rispondere solo Jason Statham. Statham potrebbe risolvere la situazione in un lampo. Perché interpreta un ex comandante di sottomarini usati in missioni estreme ed eroiche e perché, beh, è Statham. Ma Jason non risponde al telefono. Si è fatto una ridente casetta in oriente, proprio  sopra ad un bar open h24 e passa la giornata in infradito a sorseggiare birra taiwanese o girare in motorino in un paese che è il suo parco-giochi dove fa quello che vuole stile GTA a livello esperto. Irremovibile, dopo un minuto è già in mare ad aiutare la ricerca della moglie dispersa all'interno di un mini-sottomarino colorato e a prevenire l'arrivo di Meg a Sanya Bay, luogo di vacanze da sogno in cui comunque Meg arriverà nell'ultima mezz'ora di film, popolato da personaggi mitici come "il bambino grassottello con i ghiaccioli" e il cane "Pipin" (animale straordinario al pari del gabbiano "Steven Segal" in Paradise Beach). 


Non ci credeva nessuno, nessuno sapeva che cavolo di film sarebbe venuto fuori, ma Jon Turtletaub, un regista che ha a curriculum Cool Runnings - 4 sotto zero, i due National Treasure e L'apprendista stregone (tutta roba che amo alla follia) c'aveva questa strana voglia di Mazinga che gli pulsava nelle vene (come lo chiamate voi un sottomarino che sembra un Brain Condor con tanto di braccia semi-robotiche?) e oggi si parla già di Meg 2


La mente vortica ai quei film anni ottanta come Leviathan e Creatura dagli abissi, ma il clima è decisamente più scanzonato, il ritmo sempre divertente, gli attori simpatici. Non è un film esplicitamente splatter, cosa che ci saremmo pure aspettati da un film di squali e minacce marine varie e che forse si accusa in modo negativo, ma c'è davvero tanta carne da mettere al fuoco, una confezione di lusso e un intero universo sottomarino da esplorare che la produzione, se davvero "furba", dovrà gestire nel modo più matto possibile. Insomma, il Meg è grosso, divertente nella sua travolgente fisicità e inarrestabilità. Statham è un po' Akab e un po' Toretto e funziona sempre benissimo, il cast femminile è da urlo (la Bingbing è da urlo e dà credibilità e spessore incredibile al suo personaggio). Ne vogliamo di più, vogliamo andare più a fondo del secondo mare, vogliamo vedere nuovi squali giganti e mostri marini stile Lockness (e perché no pure degli atlantidei) e nuove astronavine colorate con missili, braccia bioniche e... e magari componibili insieme in una specie di robottone!! Insomma, un film Asylum stile Lo squalo a 10 teste incontra il robo-colosso ma fatto così bene e con tanta cura e credibilità "formale" che fa il giro. Per me è una l'ideale per divertirsi in una serata qualsiasi. Se volete qualcosa da vedere con gli amici dopo una pizza, Shark il primo squalo è una scelta niente male. 
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giovedì 8 marzo 2018

La signora dello zoo di Varsavia: da oggi in DVD/Blu ray



Varsavia, intorno prima metà del 1900, Storia vera. Lo zoo cittadino è un luogo rigoglioso e accogliente dal 1929, grazie alle amorevoli cure della direttrice, Antonina Zabinski (Jessica Chastain) della sua famiglia e dello staff. Lei, bellissima come una principessa Disney mentre con la sua bici ispeziona il parco, sa parlare con gli animali, li aiuta nei momenti più difficili con terapie motivazionali, si prende cura del loro habitat e della loro alimentazione. E poi si butta, si toglie le scarpe con il tacco e va sull'erba a soccorrerli e consolarli come una madre incurante di rischiare costantemente di essere calpestata/divorata/mutilata. Sempre con il sorriso sugli occhi e con la decisione nei modi. Incredibilmente, si comporta bene anche con gli esseri umani, è una moglie devota di un marito depresso (Johan Heldenbergh) e madre esemplare di un bambino un po' rompicoglioni. Dopo averla vista aiutare a partorire una elefantessa in una specie di incontro nel fango, il direttore dello zoo di Berlino, Lutz Heck (Daniel Bruhl) lì in visita inizia a fantasticare sul fatto che Varsavia e quella donna sono dei posti magici per curare e allevare gli animali più improbabili. Sembra tutto molto zuccherino e gioioso, ci si aspetta parta un numero musicale da un momento all'altro. Poi arriva la guerra. Varsavia è bombardata, lo zoo semi-distrutto con gli animali a spasso per tutta la città. Poi arrivano i nazisti a portare via gli animali dello zoo più preziosi per metterli a Berlino. Lasciano lì gli animali poco pregiati ma poi cambiano idea, "'ché il mangime costa", e vanno a eliminarli a mitragliate. La famiglia di Antonina non se la passa bene, ma se la passano male pure gli ebrei nel ghetto poco distante da lì. Ed ecco l'idea, propongono al direttore dello zoo di Berlino, che ormai vive lì in pianta stabile, di poter utilizzare la struttura dello zoo per allevare maiali destinati al rancio delle truppe. Concordano che utilizzeranno gli avanzi del ghetto per dare da mangiare ai suini. In realtà tutto questo è un sistema per far uscire e nascondere le persone del ghetto nei sotterranei dello zoo. Il direttore è contento del nuovo business delle costolette messo in piedi e svela la possibilità / il suo sogno personale  di utilizzare il posto anche per l'allevamento di un bisonte asgardiano estinto da due secoli, il cosiddetto "uri", ottenibile per lui incrociando bisonti a vanvera. E questa è sempre Storia vera. Il marito di Antonia gli dà istintivamente del cretino e si rischia che tutti vengano mitragliati contro un muro in tre minuti, ma poi la faccenda si sgonfia. Il business parte, insieme a tutta una macchina organizzativa per far espatriare in sicurezza gli inquilini del ghetto. Ma il nemico è sempre vigile e ogni passo falso può essere fatale.
- "Nazisti. Io la odio questa gente" (Indiana Jones. Cit.). Il regista Niki Caro porta in scena l'Olocausto con una storia di coraggio e passione dove la bellezza, soprattutto interiore, riesce a vincere anche la follia più sconsiderata. Il personaggio di Jessica Chastain, ormai diva per carisma al pari della Blanchett e Theron, si muove come un angelo tra le macerie della guerra portando colore e calore nei più bui e disperati dei nascondigli, senza sembrare mai artificiale (inizio della pellicola a parte) o sopra le righe. E se all'inizio della pellicola si teme il coma diabetico, tutto successivamente assume una forma più bilanciata e per nulla stucchevole. Ci si commuove, spesso, ma non si ha mai l'impressione che quelle lacrime vengano estorte. È un film sincero con un intreccio preciso e chiaro, con attori in ottima forma tra cui mi va di citare un Daniel Bruhl in un ruolo non banale. Una pellicola che mi sento di consigliarvi, a patto che abbiate pronti un po' di fazzoletti. 
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mercoledì 7 marzo 2018

Thor Ragnarok : La nostra recensione in contemporanea con l'uscita in DVD - Bluray



Sinossi fatta male: Dopo Sokovia e Ultron (Eventi narrati in Avengers age of Ultron), a "pugni fermi",  tutti i supereroi erano andati pacifici a casa di Burton (non Tim ma Cliff), a fare il brunch. Un attimo dopo a Thor (Chris Hemsworth) gli "squilla il martello", mi sbianca ed è tutto un: "Devo scappare... la fine del mondo... c'ho il cannellone asgardiano sul fuoco e i parenti a cena... faccio tardi e poi Lady Sif si incazza... vi chiamo io... devo fare cose e vedere gente, magari fare a botte con un tizio... poi vi dico". Gira il martello e zooom! Sparito tra le stelle. Dove sarà andato? Manco lui lo sa. Quando ad Asgard diverso tempo dopo glielo chiedono, perché c'era da supporre fosse quella la prima meta del suo viaggio, lui evasivo è tutto un: "Boh... ci stavano delle gemme, dovevo visitare pianeti, tutto un giro che non vi dico... ma eccovi la testa di Surtur!! Ho killato il demone distruttore tre minuti fa mentre ascoltavo i Led Zeppelin a palla (contributo sonoro che da solo vale il biglietto al cinema) e ora lui non può diventare gigantesco e distruggere il pianeta di Odino... peccato perché da vedere sarebbe stata una scena davvero figa (giuro che dice più o meno così!!)". Thor chissà dove è finito, è decisamente cambiato dai tempi in cui, come scriveva una Susanna Agnelli celtica ipotetica: "vestivamo alla norrena". Gli asgardiani lo guardano e pensano: "è stato sulla terra, negli USA se guardiamo le cartoline, chissà cosa ha mangiato lì al posto del muflone spaziale, chissà che cultura ha trovato!! " E infatti il Dio del tuono è cambiato parecchio. Ha salvato più volte il pianeta azzurro, ha scoperto la birra locale, è diventato famoso e ora lo riconoscono per strada, si contende con Stark le notizie di gossip. E ovviamente ora, svenduto il forbito lessico shakespeariano per cui a Brooklyn lo prendevano tanto per il culo, parla come un tredicenne terrestre malato di social media. Praticamente un tronista della De Filippi. Roba da far spezzare il cuore a un antropologo multiculturale. Comunque ora Thor è a casa, ad Asgard, ma anche lì qualcosa è cambiato. L'autostrada spaziale del Bifrost ha un nuovo casellante. Via il possente Heimdall (Idris Elba) per questioni di poca affinità con la nuova corrente politica (sarebbe stato figo un spin-off in cui andava a collaborare con il team di Smetto quando voglio di Sybilla) ora a spostare lo spadone multidimensionale è Skurge (Karl Urban), un soldatino di terza fila che apprezza il ponte dell'arcobaleno più per le sue potenzialità di import - export pluridimensionale. Vuole farci una specie di Amazon norreno. Sul trono di Asgard poi c'è Loki (Tom Hiddleston), che fintosi Odino (Antony Hopkins) per anni governa mollemente il paese, perdendosi in rappresentazioni teatrali di basso profilo con protagonista Matt Damon. In modo un po' rocambolesco, Thor e Loki si incontrano. I due fratelli dovranno andare insieme in cerca del padre, ormai autoesiliatosi sulla Terra. Per trovarlo dovranno  partecipare alla classica marchetta aziendale  per pubblicizzare  un supereroe minore e in seguito si troveranno a combattere contro Hela (Cate Blanchett) la dea della morte nonché, come la telenovela  "Il segreto" insegna, loro sorella. Ma prima Thor verrà per un incidente con il Bifrost dirottato su un pianeta - discarica gestito da un tizio bizzarro amante dei gladiatori, l'antico (Jeff Goldblum). Qui, ridotto in schiavitù da una mercenaria misteriosa (Tessa Thompson), dovrà scontrarsi nell'arena contro un suo vecchio amico terrestre, enorme, generalmente arrabbiato e dalla pelle verde (Mark Ruffalo). 



- Da Dio del Tuono a Zio del Tuono. Terzo film Marvel/Disney su Thor, ventesimo e passa film del Marvel Cinematic Universe, dopo il tono cupo ma non riuscitissimo del Thor - Dark World di Alan Taylor la serie sferza in zone più vicine alla commedia cosmica di stampo "guardianidellagalassiano" ma senza dimenticare una forte componente action. Alla regia Taika Waititi. Il pubblico si divide, gli incassi premiano comunque alla grande. Chi si indigna non lo digerisce proprio il tono scanzonato del nuovo Thor, e probabilmente non apprezza (o nemmeno conosce) la montagna di fumetti sul personaggio dal tono più scanzonato. Editorialmente Thor per me può benissimo essere dark fantasy da leggere ascoltando epic metal quanto qualcosa di più disimpegnato, al punto che nei fumetti si trasforma pure in rana parlante, ma alla fine è tutta questione di gusti. Gli orfani di un personaggio alla Conan il barbaro  per me possono comunque per il momento dirottarsi sull'Aquaman di Mamoa, intravisto in Justice League e in estate pronto a fare il mattatore del suo film stand alone,  diretto da James Wan. Certo per me (oggi i "per me" sono tanti) fa strano sentire Thor parlare così "gggiovane" dopo aver letto per anni fumetti in cui il personaggio "eloquiva" in modo così ampolloso e shakespeariano da avere addirittura i dialoghi nei ballons scritti in un font "cirillico". Ma la nuova formula funziona e "può essere". Il personaggio cinematografico nasce, citando una celebre run di Straczynski, come un alieno piovuto nella campagna americana e non a Covent Garden, durante una rappresentazione del Macbeth, per poi essere accudito da una compagnia teatrale di impronta post-ottocentesca. Quindi è normale che parli come un americano medio, che legga (e sia protagonista!!) dei giornali di gossip, che combatta "con i colleghi di lavoro" e non con "sodali falangi di arditi fratelli in arme". Il cambiamento c'è ma non cambia di fatto quello che Thor è sempre stato, un guerriero contento di fare il guerriero, amante delle bevute e delle belle donne. Ci sono più scene buffe e battute dal simpatico al terribile ma lo spettacolo è garantito. Merito di un divertito e divertente  Hiddleston, merito di un folle e ultra sopra le righe Goldblum, merito di un esilarante e spaesatissimo Ruffalo. Merito di una gigantesca Cate Blanchett che gioca, inguaiata in vestitino e pose sexy,  a interpretare Hela come la Rita Repulsa / Miss Dronio "versione metal" della situazione, prendendosi in giro e definendo il tono generale (magnifico / spassoso come "tratta" in guanto dell'infinito che Odino teneva nella sua collezione ad Asgard, chiudendo in un secondo le mille speculazioni dei fan su quel misterioso oggetto). 


Tessa Thompson ci piace, ruba la scena un po' a tutti grazie ad un personaggio che riesce ad essere divertente, tragico, "rotto", epico quanto trash. Speriamo di rivederla presto. Non male nemmeno Urban. Il film passa veloce, è pieno di scontri esagerati ma divertenti, ha una colonna sonora bella a dire poco. È leggero, tornando a quanto detto già sopra. Questo può magari irritare qualche fan dei fumetti più "metallari" sul tonante, ma si sposa benissimo con le capacità degli attori messi in campo. Hemswoth su tutti, che ha dei perfetti tempi comici oltre a una considerevole montagna di muscoli. Waititi riesce a dare un tocco "artigianale" alla produzione,  qualcosa da "ricco b-movie " alla Grosso Guaio a Chinatown. È quasi chirurgico nel cercare il modo migliore per dissacrare e distruggere il potenziale pathos di una scena, ci mette a contatto con la sua visione dei fumetti dei supereroi: prodotti che prima di tutto devono finire tra le mani dei ragazzini, magari da leggere in compagnia dei fratelli più grandi. Il risultato finale è interessante, per certi versi sorprendente, e fa di questo Thor numero 3 la giusta parentesi leggera prima del tragico super - crossover firmato fratelli Russo (che la leggerezza non sanno manco come si scrive) che piomberà nelle sale a maggio 2018. Se cercate l'epica, siete però all'indirizzo sbagliato. 
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martedì 27 febbraio 2018

Vita da vampiro - What we do in the shadows


La recensione della Horror - comedy di Jamaine Clement e Taika Waititi - una bella idea per una "doppia visione" insieme all'imminente home video di Thor Ragnarok



- Sinossi fatta male: Com'è la vita di un vampiro? Un perenne e struggente dramma greco sul tormento del sangue, la seduzione decadente, la lotta contro la luce e contro altre similari creature tragiche, licantropi in primis? Forse. Certo qualcosa di vero c'è, di sicuro i film a qualcosa si ispireranno, ma quella non è davvero la routine di tutti i giorni. Per la maggior parte  i vampiri potranno poi essere di fatto dei solitari e decadenti nobili che vivono in castelli diroccati, ma c'è tra loro gente che ha cercato di modernizzarsi e, per esempio, ha scelto di andare a vivere insieme in un appartamento in Nuova Zelanda. Non sempre le cose sono facili, soprattutto quando i vampiri sono nati in epoche diverse. Ti ritrovi in casa un vampiro di ottocento anni che parla poco, dorme in cantina e non pulisce mai la sua stanza dal sangue e viscere delle sue prede. Se c'è un uomo del Medioevo, quello potrebbe amare vestirsi con terribili pellicciotti alla Vin Diesel, esibirsi in terribili balletti folcloristici e non avere nessun rispetto per i turni di pulizia in cucina. Se hai in giro un vampiro "ribelle e dannato", questo potrebbe considerare eccitante raccontarti di come ami trasformarsi di notte in un cane per fare sesso nel parchetto. Se poi c'è un vampiro dandy vittoriano amante del pulito, preparati perché potrebbe facilmente deprimersi se quando morde al collo una vittima, pur essendosi premurato di coprire i mobili per non sporcarli, gli capita di beccare una arteria che schizzerà  irrimediabilmente di sangue tutta l'abitazione. 

In effetti i vampiri moderni hanno anche più problemi che i "classici". Se non vengono invitati, i vampiri non possono entrare nei locali notturni e, se vestono e si comportano come dei matusa, nei locali più fighi non li fanno proprio entrare. Dei servitori poco attenti possono fare casini con la spedizione della bara e il vampiro può girovagare per anni come un bagaglio abbandonato. E poi le donne che chiedono sempre di essere trasformate in immortali, le trasformazioni che con l'età non funzionano più bene, i problemi a rimorchiare le vittime con internet, i nuovi vampiri che fanno i fighetti come in Twilight, quei Rompipalle fanatici dei cacciatori di vampiri... Insomma, ci sono un sacco di casini per i vampiri moderni. Certo i licantropi se la passano pure peggio, con i loro corsi per il controllo della rabbia, i pantaloni della tuta che si rompono nella trasformazione; l'uso delle parolacce che scalda troppo gli animi quindi è vietato. Ma stiamo sui vampiri. Per capire come se la passano davvero una piccola troupe ha deciso di realizzare un documentario per svelare una volta per tutte cosa fanno questi figuri mentre stanno all'ombra del mondo.


- La miglior commedia horror da un casino di tempo e manco me la fate uscire al cinema? "Chi diavolo è Taika Waititi? Portatemi la sua testa!! Thor non può essere buffo!! Thor un dio metal!" Questo è un po' il commento più pacato dello spettatore fan-indignato-medio dopo la visione del cinecomic Thor Ragnarok, diretto proprio da Taika Waititi. Il fan-indignato-medio probabilmente è uno che ha magari saltato le storie di Peter Milligan, Walter Simonson, Garth Ennis, Mark Millar (omissis)... e quindi, impreparato, ci è rimasto male al fatto che Thor potesse "anche" essere un eroe divertente. Chi non è uscito di sala da fan-indignato-medio invece si è divertito parecchio con l'approccio action/comedy dell'ultimo Thor (alcune scene sono per me davvero spassose), andando a ricercare magari qualche altra opera di Waititi in home video, senza trovarla. Ci viene incontro Midnight Factory, che va a recuperare questo What we do in the shadows, tradotto in modo scarsamente fantasioso e opaco in Vita da vampiro. Ed è una bomba, ve lo anticipo già da ora, uno dei film più divertenti che ho visto negli ultimi anni. Waititi e Clement prendono almeno quattro degli archetipi vampireschi più noti (diciamo anche cinque, ma non voglio fare spoiler). Il vampiro Viago (Waititi stesso) e il vampiro Deacon (Jonathan Brugh) sono i dandy decadenti alla Ann Rice, il vampiro Vladislav (Clement stesso) è il succhiasangue per antonomasia di Bram Stoker, il vampiro Petyr (Ben Fransham) è un pelatone sinistro dalle parti di Murnau, il vampiro Nick (Cori Gonzales-Macuer) con la sua voglia di volare per aria e vestirsi da ragazzino sembra uscito dall'opera migliore di Joel Shumacher e ama "giocare con il cibo" come i "ragazzetti" di Stephanie Meyer. Insomma, qui stiamo facendo la summa e la sintesi della storia della letteratura e del cinema "vampirico", con un'ironia e genio non inferiori a quelli di Wright e Pegg in Shaun of The dead e quasi in zona Mel Brooks. Perché non si scappa, tra momenti di finta epicità, vita comune e satira pungente, i nostri vampiri sono tutti degli amabili cretini, perennemente fuori dal loro tempo, goffi, pure teneri, molto autoironici e con i piedi così piantati per terra che te li potresti trovare in coda alle poste. Si ride e a fine visione si vuole ricominciare, in loop, segnandosi le battute più divertenti e i momenti più scemi. 
C'è un'assurda musica gitana di sottofondo, stile Bregovic, che unita a una scenografia e a costumi amabilmente dimessi fanno sembrare di trovarsi in un film di Kusturica. C'è poi la tecnica di ripresa e lo stile narrativo da mokumentary, che continua a inseguire una assurda logica realistica (anche con una tecnica di ripresa artigianale ma rocambolesca, per quanto "buffa") che non fa che accrescere la ilare follia del tutto. C'è una scena, quando i vampiri per picchiarsi tra di loro si trasformano in piccoli e incazzati pipistrellini grandi quanto palline da tennis (e che si comportano quasi di conseguenza), che è da mettere di diritto nell'antologia del cinema. Ma il film di cose così ne è pieno. Se non siete degli eterni "musoni", questo è un film da non perdere per nessun motivo. C'è ironia, tenerezza, molta "umanità", attori davvero bravi è una regia serrata, complice e divertita. In fondo anche in Thor Ragnarok Waititi fa lo stesso. Prende degli dei spaziali fuori dal tempo e li caccia nel nostro mondo moderno, mettendoli davanti al fatto che ora "vivono lì ". E se sono conosciuti e amati come delle rockstar (sulla Terra e non) è naturale che inizino a sentirsi tali, rinnovino il loro lessico e inizino a ragionare sul fatto che ora sono quasi dei wrestler, destinati a combattere prima o poi con un tizio verde. Vederli passare "da divinità a wrestler" per alcuni spettatori è stato un passo troppo grosso, ma per me ha favorito a mettere in luce l'umanità dei personaggi. Esattamente come accade a questo manipolo di sfigati e dolcissimi vampiri che vivono sotto lo stesso tetto in Nuova Zelanda. 
Midnight Factory confeziona un bell'home video, con all'interno l'ormai consueto libricino pieno di curiosità sulla produzione della pellicola. L'immagine è molto buona, peccato che oltre il trailer non ci siano altri extra sul disco. Ma il fatto che sia arrivato in Italia (al di fuori del circuito dei festival), seppur in stra-ritardo, è una vera manna. 
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