giovedì 30 gennaio 2025

The Brutalist: la nostra recensione del film di Brady Corbet, con protagonista Adrien Brody, prodotto da A24, che racconta la storia di un moderno “costruttore di piramidi”

Sinossi: All’inizio è solo buio e rumore.

Uomini che in massa urlano e piangono, strisciando in avanti, facendosi largo tra i corpi accalcati lungo le pareti di un tunnel stretto, simile a un budello. Nella testa di László Toth (Adrien Brody) rimbombano però, più forti, le parole delle lettere della moglie Erzsébet (Felicity Jones). Parole di coraggio che si sovrappongono al caos. 

Una sirena irrompe e avvolge ogni altra voce o pensiero. Gli antidolorifici spostano László verso una luce vicina, oltre la soglia. Il viaggio in nave è finito, c’è il sole, la brezza marina. 
Ha davanti ai suoi occhi, maestosa, una specie di “divinità moderna”, la cui figura è opera dello scultore Auguste Bartholdi insieme all’architetto Gustave Eiffel: Statua della Libertà.

È immensa e accogliente, ma al primo colpo d’occhio a László appare come “al contrario”, “girata”, “storta”.

Forse un presagio.

Ma intanto László ride, urla e piange come un bambino venuto al mondo, nel “nuovo mondo”. La sua voce si unisce al coro di tutti gli altri che sono lì e come lui hanno alle spalle un campo di concentramento, pur trattenendone le cicatrici. Sono felici e sovrastano le sirene. 
Il 1947 segna un nuovo inizio e una nuova vita, ma da trascorrere ancora “in attesa”: il momento in cui anche sua moglie, ancora prigioniera, potrà ricongiungersi a lui. I contatti saranno difficili quanto trovare degli intermediari: servirà molto tempo.

László prende intanto un accogliente autobus per Philadelphia, che lo porta a casa del cugino Attila (Alessandro Nivola): nel vicino futuro un letto caldo e un negozio di forniture per ufficio da gestire insieme.

La moglie di Attila, Audrey (Emma Laird), americana e cattolica, non è però molto contenta di questo nuovo ospite, segaligno, dall’aria strana e trasandata. Attila stesso sull’insegna del negozio usa un nome “camuffato”: bisogna “integrarsi” e un po’ nascondersi ancora, sebbene dietro ai sorrisi del sogno americano.

László era comunque un noto architetto della Bauhaus, con tanto di opere presenti e osannate su libri e riviste.

Il suo nome attira ancora l’attenzione e arriva così a Harry (Joe Alwyn), figlio primogenito del grande industriale Harrison Lee Van Buren (Guy Pearce). Insieme alla sua sorella gemella Maggie (una Stacy Martin un po’ taciturna), Harry sta organizzando una sorpresa per il compleanno del padre: la ristrutturazione completa del suo studio con biblioteca, posto nell’area più periferica di un’autentica reggia.

Carta bianca, quasi nessun limite di spesa e la possibilità di disporre dei migliori materiali e operai. Tempi di realizzazione strettissimi.

Per Attila è l’occasione di una vita. Per László la possibilità di creare di nuovo qualcosa con la sua testa e le sue mani.

Sperimentando con punti di luce “a strapiombo” e vani a scomparsa.

Incorporando gli spazi con lo stile “essenziale”, quasi “scheletrico”, delle moderne sedie per ufficio, “ora in vetrina”, anche nel negozio di Attila.

I due dedicano giorno e notte ai lavori. Spostano personalmente e forse distruggono accidentalmente mosaici, rivoluzionano l’ambiente trasformandolo in una enorme trincea, ridono e sgobbano, bevono. Ogni tanto, di nascosto, László riprende quegli antidolorifici che durante il viaggio lo hanno aiutato e lo fanno ancora stare bene. Lo fanno sentire più lucido nella creazione e l’opera trova una sua forma, personale quanto “potente”.

È in piena notte che irrompe nel piccolo cantiere Harrison Lee Van Buren. L’uomo vede ovunque solo caos e disordine, si sente personalmente “offeso” dalla presenza di stranieri che stanno lavorando per lui la notte.

László gli risulta subito scortese anche perché lo trova non esattamente “in sé”. Vuole cacciare tutti all’istante, ma prima devono sistemare, riordinare e chiudere tutto. Non è felice, vorrebbe che tutto tornasse esattamente come prima, ogni libro al suo posto. Ma non è possibile. Così sbraita e agita i pugni.

Di fatto i lavori erano quasi ultimati e vengono portati a termine già la mattina dopo, ma con nessuna paga né rimborso, a monte di un investimento già sostanzioso, minacce di cause legali di risarcimento danni.

Maggie prende la palla al balzo per far buttare fuori di casa il cugino strano del marito: insinua che abbia allungato anche le mani su di lei.

Attila chiude la porta della sua casa e László inizia a vivere di fortuna e miseria, tra i poveri della città, dormendo in casermoni per l’accoglienza dei senza tetto, trovando lavori occasionali da manovale. 
Ogni tanto entrando in una sinagoga, per avere informazioni della moglie attraverso una rete di conoscenze.
Incontra nel suo quotidiano sempre più gli antidolorifici, ma trova anche un amico: Gordon (Isaach de Bankole’), un operaio di colore che dorme a fianco della sua branda in dormitorio, cercando a stento di far sopravvivere, con gli avanzi della mensa, un bambino di pochi anni che tiene sempre stretto al petto.

Nel futuro di loro due c’è la costruzione di un Bowling e a László non dispiace: ha in passato realizzato altre opere pubbliche come piscine, scuole, biblioteche, ma mai un Bowling. 
Ma ecco che ricompare davanti a lui Harrison Lee Van Buren.

È raggiante.

Lo studio nuovo che non voleva e non ha pagato, realizzato da questo “famoso architetto ungherese sopravvissuto ai campi di concentramento”, è stato fotografato e messo su una rivista d’arte. 
L’industriale ammette di aver “agito di impulso”, in quanto affranto per il grave stato di salute della madre Margaret, che proprio in quella notte scellerata stava morendo. Invita l’architetto a casa sua per un evento di gala e riconoscimento pubblico del suo valore artistico, in cui lo presenterà a tutta la principale élite di Philadelphia. Anticipa dei soldi.

László accetta, stringe mani, sorride.

Durante la festa Harrison Lee Van Buren conduce tutti i suoi ospiti sul ciglio di una collina.

Lì dichiara di voler costruire un enorme monumento dedicato alla madre scomparsa. Un centro polifunzionale con chiesa, piscina, palestra, stadio, biblioteca e sale per incontri. Sarà enorme e aperto a tutti, complesso e moderno, ma anche qualcosa di profondamente bello rispetto ai classici casermoni dell’edilizia americana: “artistico”. László sarà incaricato personalmente del progetto e scopre la cosa sul momento, su quella collina.

Non può sottrarsi, è tutto già predisposto, compresa una casa per lui e la moglie, appena riusciranno a portarla in America.

Erzsébet arriva nel nuovo mondo presto, ma ridotta a uno straccio a causa della osteoporosi: su una carrozzina sospinta dalla nipote Zsófia (Ariane Labed), a sua volta rimasta muta dopo l’esperienza nel campo di Dachau.

Cose che si potrebbero aggiustare con il tempo e le giuste cure. Il tempo passa.

Il rampollo Harry jr inizia a girare con insistenza intorno a Zsófia e non è contento di essere respinto: come se la generosità fosse gratis.

I contatti di Harrison Lee Van Buren permetterebbero a Erzsébet di tornare a lavorare come giornalista, sui maggiori quotidiani di New York, ma questo diventa motivo di litigi continui con il marito.
Fino a che l’architetto ungherese non ha più tempo per gli affetti, gli screzi, giochi di soldi e poteri. 
Ormai sospinto solo dalla morfina, vive subendo ogni ritardo e intoppo dei lavori come una ferita lancinante e personale: vuole pagare di persona tutti gli intoppi ed errori di quei lavori, a costo di non guadagnare niente. L’industriale cinicamente acconsente.

Ormai Laszlo è sempre più irritabile e assente. 

Non pensa ad altro se non alla costruzione di quella che, giorno dopo giorno, ha sempre più l’aspetto di una moderna piramide in cemento. Il suo tributo a un moderno faraone, dispotico e umorale come quelli della Bibbia, ma anche la sua opera più maestosa, “essenziale”, imponente.

Vorrà ricoprirla di marmi di Carrara personalmente scelti nel cuore della montagna.

Vorrà legare insieme le strutture con un dedalo di gallerie sotterranee.

Vorrà che l’edificio appaia, a chi lo visita, stretto e altissimo, non solo imponente ma “trascendente”.

Predisporrà che la croce della chiesa appaia dall’alto, direttamene sull’altare, disegnata dal riflesso fuggente del sole, spostandosi a determinate ore del giorno.

Il significato di tutto questa dedizione e sacrificio personale sarà forse spiegato, un giorno, sui libri di architettura moderna.

 


La costruzione artistica di un colossal: Nel 2018 iniziava la produzione del nuovo film di Brady Corbet, dopo il successo della sua seconda pellicola, Vox Lux. Ad affiancare il regista nella sceneggiatura c’è ancora la sua compagnia Mona Fastvoid.

C’è molto interesse intorno al progetto e giravano diversi nomi di grandi star: l’opera puntava a offrire uno sguardo visionario sulla deriva moderna del sogno americano, con afflati quasi “biblici”. 
I lavori inizialmente previsti per il 2020 slittarono all’estate del 2021 e poi slittarono di nuovo, fino alla seconda metà del 2022. Il corona virus mieteva molte vittime tra tutti coloro che sono coinvolti nella lavorazione e la pellicola iniziava a mutare, acquisendo quasi l’aria di un film maledetto. 
Le riprese iniziarono ufficialmente a Budapest solo nel 2023, nel mese di marzo, per poi spostarsi in Toscana, a Carrara e finire a maggio.

Per le immagini si sceglieva un formando difficile e affascinante come il VistaVision: 35mm, ma anche con copie nell’estensione di lusso a 70mm. Secondo il regista per avere lo stesso fascino “panoramico” delle pellicole degli anni ‘50 come Ben-Hur, ma pure il formato voluto da Tarantino per il western Hateful Eight. Come Hateful Eight, The Brutalist sarebbe stato proiettato con una pausa tra il primo e secondo atto, di quindici minuti, con in sottofondo un accompagnamento musicale, come avveniva stilisticamente nei cinema per i grandi film del passato. 
La fotografia del britannico Lol Crawley, anche lui assiduo collaboratore di Corbet, puntava a mettere in risalto un’America in perenne costruzione e trasformazione, “fatta e disfatta” di cantieri, binari e ciminiere, brulicante di “men at work” e all’ombra di una natura “fangosa”, “maligna”. Un mondo di “luce riflessa”, artefatto, cemento plumbeo e grigio, sgraziato e ingentilito solo dai tramonti e le luci artificiali della sera. Un mondo in netto contrasto con la solarità e geometria delle “montagne scavate” di Carrara: quasi un luogo metafisico, di scambio, artistico e di comunione, direttamente con le radici “più benigne” della natura. 
La colonna sonora di Daniel Blumberg, nella rosa dei candidati agli Academy Awards, che sarebbe stata in seguito definita “elegante e muscolare”, sceglieva un ampio uso di sonorità jazz di trombe e pianoforte, mischiando questo stile con tamburi e corni (se vogliamo non lontani dalle sonorità dei lavori di Christopher Nolan), alla ricerca di un senso epico quando avvolgente, da “vecchia Hollywood”. 
Per i primi dieci minuti del film veniva composta una potente overture con sonorità alla Stravinskj.


Daniel Blumberg è un artista poliedrico e in questo caso, oltre alla colonna sonora, prendeva parte, insieme al dipartimento artistico, anche alla costruzione visiva delle “architetture brutaliste digitali” del film.

La post-produzione e il montaggio opera di Dávid Jancsó sono lunghi e accurati, durano oltre un anno. 
Uno specifico programma di intelligenza artificiale è stato implementato sui disegni tridimensionali, per calcolare, in un modo realistico e sostenibile nel mondo reale, la fisica delle strutture più imponenti.

Perché di fatto, nonostante la magia del cinema, la fedeltà e accuratezza storica della pellicola di Brady Corbet, László Toth “non è mai esistito”. La pellicola non è una biografia.

László Toth non è mai esistito: il protagonista della nostra storia, l’architetto ungherese “brutalista” László Toth, è a detta dei realizzatori un personaggio di fantasia, modellato però sulle vite e opere di artisti reali, molti dei quali collegati direttamente con la Bauhaus, ma con in comune, in alcuni casi, anche l’origine ebraica, quanto tristemente la circostanza di essere stati deportati nei campi di concentramento. Vengono citati da Corbet Marcel Breuer, Paul Rudolph, Erno Goldfinger e László Moholy-Nagy, che in qualche modo qui “convivono insieme” nello stesso corpo, descrivendo in modo affascinante un unico percorso, umanamente quanto artisticamente coerente.

Quello che segue nel paragrafo è quindi un breve, semplificato e superficiale, “percorso orientativo for Dummies”, per poter apprezzare alcune delle “suggestioni e suggerimenti visivi” offerti dalla pellicola, anche strettamente funzionali a fini narrativi. Uno “spunto sgangherato”, per poi esplorarle in proprio, nelle sedi più consone, qualora il tema risulti interessante.

Le opere di László Toth relative al design di interni, nello specifico le sedie dello studio di Harrison Lee Van Buren, sono probabilmente ispirate ai lavori dell’architetto modernista Marcel Breuer. Come László era ungherese, ma approdò in America prima, nel 1937. Le sue sedie, la Wassily Chair e la Cesca Chair, formate da sottili tubi di metallo piegati e integrati con stoffe a taglio rettangolare, eleganti quanto perfette per una produzione industriale in serie, sono state collocate negli studi della IBM e diventate di fatto parte dell’estetica moderna degli uffici contemporanei. 
Le imponenti e rigide linee esterne degli edifici, geometriche e spigolose, che quasi sembrano costruite con “enormi mattoncini lego ante-litteram” (di fatto blocchi prefabbricati che arrivavano via treno, da assemblare in loco), possono ispirarsi a opere come il Yale Art & Architecture Building, di Paul Rudolph. Un architetto, pittore e musicista, figlio di un prete metodista itinerante nell’America del Sud, che spesso lo faceva girare con sé. Viaggi visivi ed emotivi che hanno stimolato la sua curiosità verso la fusione di diversi stili architettonici, dai più antichi ai moderni, fino a volerli “sintetizzare insieme”.

László potrebbe invece condividere con Ludwig Mies Van der Rohe la sua passione per le rocce e i marmi. Per Mies un retaggio dal lavoro paterno, per il personaggio creato da Corbet il simbolo del legame con un amico scultorie di Carrara. Da qui l’utilizzo nell’architettura del marmo come componente di “tramite”, tra uomo e natura, passato e presente. Si dice che spesso, per descrivere i suoi lavori, Mies usasse gli aforismi “less is more” e “Dio è nei dettagli”: due frasi che hanno molto in comune con il modo di affrontare la vita e l’arte di László.

Con Erno Goldfingher il nostro protagonista potrebbe invece condividere la verticalità vertiginosa, che legava i popolari “Tower Block” del primo con, nella finzione, “la torre centrale” del monumento dedicato a Margaret.

Infine, il nostro architetto potrebbe condividere con László Moholy-Nagy l’idea ancora sperimentale per quei tempi di “art of light”: se vogliamo una “rivisitazione” dell’uso della luce del mosaico, ma che si affida solo alla “luce naturate” e istallazioni in grado di “filtrarla”, (facendo di fatto entrare la natura nell’elemento artistico), proiettandola sulle superfici con la logica delle ombre cinesi. 

Soprattutto nella descrizione narrativa di queste ultime suggestioni artistiche, relative a Meis, Erno Goldfingher e László Moholy-Nagy, il regista arriva infine a delineare, sul finale del film, un’idea specifica e profonda del “progetto artistico” dì László. Un progetto che ci viene “svelato” nella sua ispirazione umana e ambizione “sociale”, insieme a una definizione puntuale del termine “brutalismo”, in un modo molto originale quanto diretto, struggente. Un modo che in fondo ricollega l’arte, alla vita dell’artista, in modo profondo.

Una “definizione” che ci porta a una comprensione nuova del personaggio stesso, ma che starà allo spettatore scoprire in sala, in uno dei finali più originali, inaspettati e intriganti.



Uomini e dei:
The Brutalist presenta una terna di attori principali che hanno già puntualmente ricevuto le candidature come Miglior Attore (Adrien Brody), Miglior ruolo di supporto maschile (Guy Pearce) e Miglior suolo di supporto femminile (Felicity Jones). Ma del resto The Brutalist ha già fatto incetta di tantissimi riconoscimenti, premi e nomination.

Brody, che ha avuto un insegnante personale di ungherese per parlare con l’accento più corretto, torna a impersonare un uomo complicato e solo, che riesce per lo più a esprimersi attraverso la sua arte, come ai tempi de Il pianista di Polanski.

László lotta costantemente con le sue visioni: preferisce “dialogare con gli assenti” piuttosto che affrontare le persone nel presente, sembra preferire la matematica alla politica. Sempre più spesso, fugge cinicamente dalle sue responsabilità “umane”, in modo compulsivo quanto doloroso. 
Il personaggio di Felicity Jones ci viene presentato come un angelo dalle ali spezzate, che il nostro protagonista può ancora accogliere e accudire, ma che non è più in grado di amare. László la sospinge da dietro la sua carrozzina, senza di fatto quasi mai incrociarne sguardo e parole. Si sottrae ai pochi momenti di dolcezza che lei teneramente richiede, vede come pericolose per lei tutte le occasioni di uscire di casa o sottrarsi al riposo. Lei è più di un angelo spezzato e Felicity Jones ce la descrive tanto fragile quanto tenace: vuole combattere, perché ha ancora molto da dire e forse ha le stesse motivazioni del marito. Se László si è ridotto a parlare “solo con la sua arte e con nessun altro”, lei da giornalista ha bisogno di tornare a scrivere, denunciare le iniquità, dare un senso a tutta la sofferenza che ha subito, ma anche all’ipocrisia della “accoglienza americana”. La sua arma, tragicamente spuntata ma potente, rimane il dialogo. 

Sono come due pianeti distanti, riuniti alla corte di un imprenditore/padrone ambiguo, gigantesco quanto vanaglorioso, affamato dei “monumenti e riconoscimenti” che “insieme” possono offrirgli.

Guy Pearce ci ha già abituati a personaggi che hanno incarnato sul grande schermo l’idea di un potere assoluto quanto corrotto, come il Peter Weyland della saga di Alien. Creature mosse da pura ambizione, quasi capaci di amare e odiare allo stesso tempo e con pari “ferocia”, paterne e maligne, perennemente irrisolte, aristocraticamente “superiori” per privilegi di sangue. Il suo Harrison Lee Van Buren si muove sostenendo un sorriso cordiale di facciata alla Walt Disney, che trattiene a fatica, perennemente in lotta con un destino che non lo vuole “al centro dell’universo”, nonostante tutti gli sforzi che lui mette in atto per farsi amare. Si crede sinceramente una specie di divinità e il suo primo sacerdote è genuinamente il figlio Harry, interpretato dal bravo Joe Alwyn. Rubicondo quanto arrogante, goffo quanto cattivo, Harry vive nell’ombra, tra un rimprovero e l’altro, purché quell’immagine paterna non venga infranta e lui possa continuare a godere della sua vicinanza. Ma Harry alla fine non possiede una sua identità: è più simile a “un braccio del padre”, pronto a colpire, nel caso qualcuno lo minacci. Una “sua estensione”, una marionetta. Il resto dei personaggi è simile a un coro silenzioso, per lo più come il personaggio traumatizzato di Zsófia. Ma un coro subito pronto a prendere voce come nelle tragedie greche, “farsi branco”, appena le circostanze lo permettono e il sorriso di condiscendenza non fa più parte del loro dress-code: soprattutto quando uno straniero rifiuta di sottomettersi, cambiare nome e usanze e abbracciare “l’american way” come unico modello culturale. Come nel caso di Attila e Audrey.

All’ombra del grande sogno americano, che promette a tutti indistintamente progresso e possibilità infinite di emergere, troviamo quindi tutti gli elementi più classici della tragedia greca: fusi insieme con originalità e una grande messa in scena dal sapore simbolico: in uno spettacolo che prima di tutto riesce a parlare di arte, in modo nuovo quanto accattivante, profondo.

Finale: The Brutalist è una esperienza cinematografica monumentale: per la sua incedibile durata di 3 ore e 35 minuti, per la grandiosità dei paesaggi descritti nella bellezza dei 70mm panoramici come Ben-Hur, per le scene enormi e brulicanti di persone al lavoro come Metropolis di Lang, per le musiche avvolgenti e prolungate come la prima overture, all’inizio del film, che dura oltre 10 minuti da sola e ci “proietta nell’azione come in un quadro”, come l’incipit di Salvate il soldato Ryan.

A una messa in scena “faraonica” non potevano che corrispondere toni e personaggi non da meno: dalla caratura “biblica”, da tragedia greca. Personaggi complessi e spigolosi, titanicamente disperati, anche perché Shakespearianamente anche in lotta con i propri fantasmi, ossessioni e ambizioni.

A questo Bradley Corbet aggiunge la creazione di un mondo stimolante ed “erudito”, dove l’espressione artistica è di fatto centrale a tutto: un “potere”, che alimenta “sogni di immortalità” ma in grado di farci accedere anche alla dimensione inconscia, trasformandosi in “memoria” e “speranza”.

È difficile avvicinarsi a The Brutalist senza venirne affascinati.

Ogni comparto tecnico e artistico riesce a esprimersi al meglio, mettendosi al servizio di una “visione” di cinema unica, originale, complessa quanto imponente.

Ma “l’imponenza della messa in scena” è una caratteristica che va sempre mediata: con la sensibilità dello spettatore, ma anche materialmente nei termini “pratici”, di tempo e impegno, che uno è in grado di “offrire all’opera”.  

Certo è tempo ben speso.

Se cercate un film “gigantesco in tutte le sue parti”, di “quelli da Oscar”, qui lo avete trovato. 


Talk0 

mercoledì 29 gennaio 2025

Le occasioni dell’amore (Hors-saison): la nostra recensione del film romantico/drammatico di Stephane Brize, con protagonisti di Guillaume Canet e Alba Rohrwacher

Francia dei giorni nostri. L’attore cinquantenne Mathieu (Guillaume Canet) raggiunge un hotel a cinque stelle sulla costa della Bretannia (il film è girato a Morbihad e dalle parti della penisola di Quiberon), per una vacanza di tutta salute. Camera singola, spa, piscina, una spiaggia quasi tutta per lui a pochi passi e per vicini di stanza solo alcuni vecchietti. Tutti i vantaggi di un soggiorno “fuori stagione” per assaporare malinconicamente  quel “mare d’inverno” celebrato dalla Berté. 

Tempo per riflettere e magari capire come funziona quella strana “macchinetta del caffè espresso” che insieme ad arance di benvenuto è a sua disposizione in camera:  una creatura dispotica e rissosa, che bolle senza elargire caffè. 

L’importante è un po’ morire/dormire, forse sognare. Soprattutto “dimenticare” la storiaccia di quel one-man show a teatro, scritto, prodotto e interpretato da lui, ma che lui all’ultimo, poche ore prima, ha disertato per una strana, ancestrale paura. 

Lui è un attore amatissimo che viene dal cinema e forse ritrovarsi a teatro, per la prima volta, davanti al pubblico e senza poter rifare una battuta sbagliata, lo ha atterrito. O forse lo atterriscono i primi capelli bianchi che con insistenza stanno invadendo la sua testa. 

Dal cellulare arrivano continui vocali della segretaria, della produzione, della moglie. Tutti felici e propositivi sul fatto che “tutto si riaggiusta, ti aspettiamo, tieni duro!”. Mathieu non vuole rispondere a nessuno e magari, tra una maschera al cetriolo e la piadina con le bolle, palestra e il rilassamento sensoriale,  esplorare il piccolo paesino caratteristico a due passi della struttura. Che tanto per una volta non ci sarà nessuno, a chiedere autografi, strette di mano, “come va, campione?!!” e selfie. 

Purtroppo per l’attore, la sua fama è granitica pure nel cuore dell’inverno più solitario in un paesino di vecchietti, disperso nel nulla e nella nebbia. 

Un selfie condiviso su Instagram mentre sta facendo un massaggio drenante e si attiva una rete di intelligence, che in mezza giornata porta davanti alla camera del suo albergo una sua ex, Alice (Alba Rohrwacher).

Ex promessa della musica, ex ragazza della porta accanto quando ancora non era famoso, quindici anni prima. Ora la musica lei la frequenta solo come insegnante, per bambini un po’ restii e arcigni nei confronti di un pianoforte. Vivendo magari “piccoli rancori” nei confronti di un futuro che non è andato per il verso giusto, giusto con un “piccolo velo” di disperazione. 

Ma intanto c’è la gioia di rivedersi, sorridere, ripensare ai ricordi felici e magari provare ad avvicinarsi di nuovo. 

Mathieu non si sottrae, anche perché ha capito, dopo due giorni, che a stare a fissare il mare d’inverno, cercando di cavare un caffè da una macchinetta dispotica e distopica, ci si rompe un po’ le palle. 

È noioso pure incontrare sulla spiaggia un tizio che ignora il fatto che sia l’attore più famoso di Francia, a pensarci! E allora coccole siano, seppure un po’ amare, tra un bicchier di vino e un caffè, tirando fuori “i vari perché” lui si trovi lì, “adesso”, davanti a una ex: sorridente quanto infelicemente sposata, carina ma un po‘ sfiorita. 

Il piano giornaliero, messo da parte l’acqua -gym con i vecchietti, diventa “coccole, riflettere e magari rileggere”: specie quella piccola sceneggiatura che voleva tanto interpretare e ha messo in un cassetto.

L’attore riprova a sorridere e apprezza l’occasione di ricaricarsi, seppur “di entusiasmo riflesso”. 

Ci sono “solo lui e lei”, nelle serate di ballo liscio dei vecchietti ospiti dell’albergo.

Almeno fino a che, inevitabilmente e irrimediabilmente, la donna del suo passato gli attribuirà tutte le colpe dirette e indirette della vita deprimente che sta vivendo ora. 

Il fatto di averla lasciata, di essere uno che butta via le persone come fazzoletti di carta, il fatto che in fondo a lui “non freghi niente di niente”, che sta pure invecchiando male…

Compresa la colpa massima : “averla fatta sognare”, quando stavano insieme. 


Il Mathieu del bravo Guillaume Canet ha lo stesso sguardo vacuo e “perso” dello Stephen Dorff dì Somewhere, film del 2010 di Sofia Coppola.

Incarna l’attore in pieno “spleen alla francese”. Un po’ triste, un po’ meditativo e un po’ malinconico, si trascina come un “bambolotto assonnato”, tra la spa e la piscina, facendosi “fare di tutto”: dalla maschera al cetriolo ai massaggio più dolorosi. Certo la location è da cartolina e in fondo pure lo spettatore inconsciamente vorrebbe “annoiarsi come lui” o come Bruno Barbieri in 4 Hotel. Poi però incontra il personaggio di Alba Rohrwacher, che ha lo stesso “fascino pressante/respingente” di Glenn Close in Attrazione Fatale di Adrian Lyne. Lei è carina, subito cordiale, subito disponibile, subito sensibile, altruista, super positiva, energizzante, trascinante… L’ideale per ricaricarsi, se stai in uno stato di ultra spleen alla francese, ma “appena ricaricati“ qualcuno da cui fuggire a gambe levate, senza mai voltarsi, perché sicuro ti insegue armata e forse con l’intento malcelato di “impagliarti”: per tenerti sempre a casa sua nel soggiorno.  

La chimica e i “pericoli” cui incorre questa “gioiosa coppia” sono un po’ questi, ma l’ambientazione, noiosissima ma confortevole fino al paradosso, “aiutano” e Stephane Brize infine confeziona qualcosa di simile a una love story, con momenti anche molto divertenti. 

Una love story “fuori tempo massimo”, ma che diventa interessante e “tenera” anche grazie alle musiche composte dal bravo cantautore Vincent Delerm. 

Mathieu e Alice si incontrano così dopo 15 anni e ci appaiono quasi felici, mentre provano sciarpe colorate prese al mercatino locale, tra i tantissimi vecchietti sorridenti che li circondano. 

Attori carini e affiatati, una location interessante anche per farci delle vacanze, musiche romantiche alla “Love Story” e una storia semplice, rassicurante, ma piena di piccoli spunti che rendono la pellicola la scelta adatta per un pubblico in vena di “romanticherie”: tranquille e un po’ attempate.

Se vi ritrovate nella definizione e cercate un momento di romantico distacco dai problemi della quotidianità, Le occasioni dell’amore è il perfetto film rilassante e rassicurante, da vedere sorseggiando una cioccolata calda, in una giornata di pioggia. Magari vi ritroverete in una sala piena tanti vecchietti che sorridono felici. Magari è l’occasione per fare nuove amicizie.

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martedì 28 gennaio 2025

Una notte a New York (Daddio): la nostra recensione del film “on the road” scritto e diretto da Christy Hall, con protagonisti Sean Penn e Dakota Johnson

America dei giorni nostri, in una fredda notte d’inverno sotto Natale. 

All’aeroporto JFK di New York la giovane, affascinante e ben truccata Girlie (Dakota Johnson) prende il taxi del barbuto e brizzolato Clark (Sean Penn),  per tornare nel suo quartiere, a Midtown Manhattan, tra la 44esima e la 9. 

Girlie è una viaggiatrice abituale, conosce la tariffa fissa dei taxi e la media estenuante di quel viaggio notturno: almeno due ore nel traffico incasinato dell’autostrada prima di immergersi tra i palazzi, sempre che non ci siano incidenti. 

Clark ama giocare con la musica jazz e chiacchierare: dice che è contento che la sua cliente non stia attaccata tutto il tempo al telefono come il 99% degli altri. Anche se di fatto qualcuno cerca di continuo di mandare a Girlie dei messaggi sconci, che vengono annunciati da una vibrazione silenziosa. Parole irrispettose, richieste di foto imbarazzanti che la fanno arrossire e ticchettare nervosa le dita sulla borsa. Qualche volta il suo sguardo si fa di colpo triste. 

Clark percepisce, stempera il clima e i due entrano in intimità: “per ammazzare il tempo”, ufficialmente. Domande facili: sul lavoro, la città e il viaggio. Luoghi comuni e senso della vita. 

Girlie racconta di lavorare con i dati e i computer. Clark è sicuro di capire bene la gente e la sfida a scoprire dettagli delle rispettive vite. Lei si chiude un po’ a riccio, quando l’argomento diventa troppo personale, ma sente che il suo interlocutore è una brava persona: anche a giudicare dalle foto di famiglia che fanno capolino intorno al volante.

Intanto i messaggi silenziosi al telefono continuano, sgrammaticati e intrusivi. La nuova vicinanza a Clark diventa a tratti quasi opprimente, specie quando il traffico si congestiona e sono fermi, con i pompieri arrivati a spegnere qualche incendio e le ambulanze in azione. 

Il taxista scende a sgranchirsi, la cliente rimane seduta, in silenzio, a fare amicizia con una ragazzina al finestrino di una macchina a fianco della loro, sempre in coda. C’è pure la pioggia: ticchetta sul tettuccio, rende i rumori ovattati. Il paesaggio è descritto solo da luci artificiali sgranate, sporadiche. 

Lei si calma, lui torna in auto e si scusa se è stato troppo diretto, irritante, provocatorio. Il viaggio riprende, la calma è ristabilita, si arriva con tranquillità anche a parlare di “primi appuntamenti”, di “sesso”. 

La diversità di età è evidente, Clark potrebbe essere suo padre, ma la sincerità e ironia con cui discutono abbattono ogni barriera. Fino a che Clark si sente davvero per lei, almeno per un po’ o almeno per quella sera, una figura paterna. 

Allora il tassista le chiede direttamene chi sia, quella persona che sta messaggiando con lei con insistenza, tanto la farla soffrire, mentre lei sta tornando a casa per il Natale.

È un uomo sposato con figli. Un uomo che la tratta da amante e non vorrebbe mai farci altro. Un uomo che quella sera, forse perché ha bevuto, è particolarmente nervoso, insistente, sboccato e sgradevole. Le manda solo messaggi, senza chiamarla, perché è insieme ai suoi figli in età scolare, mentre pretende di avere all’istante, da lei,  delle nuove foto delle sue tette.

Se Clark può fare qualcosa in questo momento è ascoltarla. Magari raccontandole dei mille errori che ha commesso nella sua vita, se lei vorrà chiederglielo. Magari raccontandole che a lui è capitato di innamorarsi di persone che gli hanno voluto davvero bene. Anche se al primo appuntamento gli hanno vomitato nel taxi. 

C’è tempo per raccontarsi tante cose “belle e sincere”.

Del resto c’è ancora traffico, il viaggio è lungo ma il tassametro è fisso: il JKF ha la tariffa bloccata. 


Una notte a New York segna l’esordio alla regia di Christy Hall, la sceneggiatrice dell’acclamato It’s end with Us con Blake Lively. 

È un road movie dalla forte “anima teatrale”, girato in 16 giorni, per lo più su un palcoscenico con degli schermi LED che proiettavano il “percorso tra il traffico” del taxi. 

La fotografia di Phedon Papamichael (Walk the line, Nebraska) trasmette la freddezza del mondo esterno quanto il calore, accogliente, che i due personaggi vivono in una vettura che diventa progressivamente “un mondo a parte”, quasi una “bolla emotiva.” 

La colonna sonora dell’ottimo Dickon Hinchliffe, artista molto apprezzato qui alla prima prova con il cinema, presenta molti pezzi al pianoforte, jazz e soul, rilassanti e ben ritmati, che a loro modo riescono bene a dialogare di contrappunto, in modo sempre accattivante, con le battute della sceneggiatura. 

Lo spettacolo è comunque principalmente costituito dalla alchimia che Sean Penn e Dakota Johnson sono riusciti a trovare sul set, grazie alla ottima direzione della Hall. 

Le parole e gli argomenti fluiscono in modo spontaneo e diretto, creando una miscela di assonanze e contrasti che cambiano più volte il ritmo della narrazione, facendoci più volte dimenticare la “staticità dichiarata” alla base della messa in scena. I personaggi evolvono, cambiano “maschera”, diventano taciturni come evitanti,  sbagliano e si scusano, ridono e si sfottono. Cercano di comprendersi senza sovrapporsi, dimostrando una “educazione al dialogo” che, sembra suggerirci la Hall (attraverso il personaggio “dell’amante”), è sempre più difficile trovare in una modernità fatta di “interazioni lampo” attraverso i social. Una modernità agile e sintetica fatta per lo più di “battutine”, che dietro una apparente immediatezza e simpatia possono celare un profondo cinismo, magari una “immaturità latente”, magari portare dal nulla a grosse incomprensioni.

Invece in una notte di pioggia, tra il traffico e gli incidenti, “chiusi in un taxi”, sembra ancora possibile incontrare qualcuno e senza filtri, foto o emoticon “parlarci”: magari qualcuno che possa capire senza giudicare. Christy Hall ci fa credere che sia possibile e il suo piccolo film è il “compagno ideale”, per riscaldare i cuori in queste serate invernali. 

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lunedì 27 gennaio 2025

Solo per una notte (Laissez-Moi): la nostra recensione di un piccolo, bellissimo film “romantico e drammatico”, diretto da Maxime Rappaz

Ogni martedì Claudine (Jeanne Balimar) mette la sua vita di sarta in pausa, si trucca e indossa un vestito bianco. 

Prende con il sorriso un treno che la porta tra le montagne della Svizzera, cantone di Valais, nei pressi di una gigantesca diga da cui si ricava energia elettrica. 

Costeggia questa enorme montagna d’acqua e prende un trenino più piccolo, per salire ancora di quota: dove si trova un grande albergo, frequentato per lo più da commessi viaggiatori. Parla con il portiere, accede al ristorante e qui sceglie un uomo, tra i tanti uomini soli ai tavoli. 

Uomini dall’aria rassicurante, preferibilmente gentili e curati, magari con una storia interessante da raccontarle sul loro lavoro o della città da cui vengono. 

Si siede davanti a loro a colazione e tutti parlavo volentieri con lei, anche per vincere quella strana solitudine di trovarsi soli tra i monti, con davanti una bella donna e un cappuccino. 

Dalle risposte lei “sceglie”, li accompagna in una stanza e si concederà a loro. 

Nessuno dice di no. Ma è solo per una volta, solo per una notte. 

Il mattino dopo, come loro riprenderanno il viaggio, lei ripartirà da sola con il trenino e poi con il treno, verso casa. Facendo però tappa davanti a una buca delle lettere, dove depositerà una lettera. Una lettera rivolta a suo figlio Baptiste (Pierre-Antoine Dubey), che non ha mai incontrato suo padre, vive con lei e si sposta su una sedia a rotelle. Nella lettera, scritta a mano, che puntuale arriva il giorno dopo, Claudine si finge suo padre e racconta a Baptiste dove si trova nel suo lungo viaggio lontano da casa, da commesso viaggiatore: aggiungendo dettagli che riguardano la vita e la città dell’uomo che lei ha incontrato nell’hotel, solo per quella notte.

La vita riprende, ciclica e invariata, fino al successivo martedì: lo stesso vestito bianco, lo stesso viaggio, hotel e incontro con uno sconosciuto gentile, il ritorno e la lettera. Claudine è stanca della sua vita da sarta e delle difficoltà di accudire da sola un ragazzo adulto con forti invalidità, ma continua a negarlo a se stessa. 

Si richiude in quella “strana vacanza” del martedì, per “tirare avanti”, come una dipendenza. Come se un giorno l’acqua trattenuta dalla grande diga non riuscisse a essere più contenuta, esondasse e tutto potesse finire: senza altri significati profondi, trascinandola dentro. 

Un giorno però le cose cambiano. Claudine nella sua solita passeggiata verso l’hotel nota un uomo che fa delle rilevazioni per la diga: è un ingegnere, si chiama Michael (Thomas Sarbacher). Ogni tanto lo ritrova sul trenino. Qualche volta all’hotel. È come se ci fosse sempre stato, durante i suoi viaggi tutti uguali, come un elemento sullo sfondo, un dettaglio sfuocato ma sempre presente. 

Un giorno Michael la avvicina. La invita per un caffè. Parlano molto e si incontrano altre volte. Cenano, camminano, qualche volta vanno pure in quella stanza d’albergo. Un giorno l’ingegnere la porta sotto la diga, nel posto dove lavora, nel cuore della struttura da cui si ricava l’energia Idroelettrica. Da un oblò le fa scrutare quella massa d’acqua potente e ancestrale, in grado di distruggere ogni cosa in pochi secondi quanto di dare energia. Un'energia che si più “gestire e non subire”. 

Claudine cerca di mettere un po’ da parte Michael, che inizia a chiedere dettagli sulla sua vita e su suo figlio, che prospetta di vivere insieme a lei magari “altrove”, in un’altra nazione.  

Torna al suo “rito del martedì”, anche se gli uomini che incontra non le danno più le stesse emozioni. 

La preoccupa Baptiste, che ormai è adulto e necessiterebbe di essere seguito, come internato, in un istituto che periodicamente già frequenta. Un posto carino e dove potrebbe farsi amicizie, ma che per lei significherebbe “abbandonarlo”. La preoccupa la paura di sentirsi inutile come madre, come inadeguata come donna.

Fino a che la vita le imporrà di prendere delle scelta, ma Claudine non potrà più “scappare” in un hotel tra le montagne. 


Maxime Rappaz scrive e dirige un film perfetto in ogni meccanica narrativa e visiva, come un orologio svizzero. 

Si può leggere a più livelli, stimola il dibattito, “non mette d’accordo gli spettatori” sulla giusta interpretazione da dare a ogni evento. 

Cosa cerca Claudine? 

Un amore passeggero? 

È vittima di una forma di “dipendenza”, che non riesce ancora a chiamare con quel nome? 

Cerca un padre per Baptiste a partire dai modi gentili e dalle domande-test che lei somministra nel bar di un hotel a sconosciuti? 

Non vuole accettare che Baptiste diventi un uomo e lei non possa più prendersene cura da sola, come ha fatto fino ad ora, “mettendo in pausa” le sue aspirazioni? Cerca solo una lenta autodistruzione non essendo in grado di affrontare direttamente i problemi? 

Oppure cerca proprio il momento in cui, messa alle strette dagli eventi, dovrà per forza dare una direzione precisa alla sua vita?  

Domande che si affastellano nel personaggio interpretato dalla brava Jeanne Balimar in modo inconscio, mentre si muove indecisa tra affrontare o scappare dai problemi. 

Domande che si pone mentre cammina tra paesaggi da sogno, imponenti quanto “pacifici”, avvolti da una natura lussureggiante, eterna: ma che fa sentire tutti “più piccoli”, davanti alla grandezza del mondo in cui siamo immersi. 

Domande che si pone in quelle “vacanze/boccata d’aria del martedì”, mentre si concede le carezze e l’affetto di uno sconosciuto, che magari a fine notte, con “pragmatismo, un po’ di cinismo e realismo”, vorrebbe pagarla come una prostituta. 

Domande impellenti e raggelanti,  a cui “non può fuggire”, quando si trova davanti a Baptiste o Michael, che non sono per lei “persone qualunque”: al punto di sentirsi quasi “soffocare”. 

Emozioni che sa esprimere al meglio un'interprete straordinaria come Jeanne Balimar: sensuale quanto fragile, risoluta quanto materna. In Solo per una notte il suo personaggio si mette più volte a nudo, fisicamente e psicologicamente, in modo spontaneo quanto struggente. Molto bravi anche Thomas Sarbacher e Pierre-Antoine Dubey, che riescono a costruire due personaggi sfaccettati, pieni di qualità e difetti che li rendono autentici, “problematicamente realistici”.

Maxime Rappaz confeziona un piccolo grande film che è davvero un peccato lasciarsi sfuggire.

Un film che aiuta a pensare sul tempo, sulla sessualità e sull’amore, sulla volta ogni tanto di prendersi una vacanza da tutto e da tutti i problemi. Magari ogni martedì.

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domenica 26 gennaio 2025

10 giorni con i suoi: la nostra recensione del terzo capitolo della saga comico-familiare di Alessandro Genovesi, con protagonisti Fabio De Luigi e Valentina Lodovini

Nella Roma dei giorni nostri continuano le disavventure della famiglia Rovelli. Li abbiamo conosciuti nel 2019, nel film 10 giorni senza Mamma. Li abbiamo reincontrati nel 2020 in 10 giorni  con Babbo Natale

Papà Carlo (Fabio De Luigi) lavora part-time nel supermercato Family Market ed è sempre iperprotettivo, iperemotivo, ipersbadato. 

Mamma Giulia (Valentina Lodovini) ha lasciato il lavoro da avvocato che la stressava tanto e ha cominciato a dedicarsi con più serenità alla famiglia: anche se rimane ancora pragmatica, ruvida, parecchio stressata e con il viziaccio di tenersi “tutto dentro”. 

La figlia più grande Camilla (Angelica Elli) ha lasciato un po’ da parte le paranoie da teen aver e ormai viaggia lontano: presto inizierà a frequentare l’università in Puglia, condividendo un appartamento con un ragazzo, Antonio, per in quale è tutta cuoricini. 

Il figlio di mezzo Tito (Matteo Castellucci) continua a prendere la vita in modo “giocoso e scoordinato”: sempre in cerca di un luogo in cui isolarsi con cuffie e cellulare, sempre pronto a sfoderare un carattere politicamente scorretto e introverso. Ribelle a modo suo. 

La piccola di casa, Bianca (Bianca Usai), continua invece il suo percorso di bambina ipergiudiziosa e disincantata, spesso dovendosi accollare il ruolo di unica persona adulta di tutta la famiglia: quella che “si scusa in pubblico” per il comportamento dei suoi familiari.

Tutto il gruppo è ora intento nei preparativi del viaggio on the road/vacanza collettiva/trasloco di Camilla in Puglia. Ma poco prima Giulia scopre a 45 anni di essere ancora una volta incinta. L’ultima volta di anni ne aveva 35 ed era stato qualcosa di non programmato. Quando nascerà il secondo figlio non programmato, la precedente non programmata ormai inizierà le scuole medie e Giulia ha “bisogno di tempo” e la collaborazione di tutti i suoi cari, per prendere la decisione giusta. 

Non la aiuta, il fatto che ogni volta che per caso, indirettamente, “si parla di bambini”, tutta la sua famiglia se ne esca con esternazioni terrificanti. Carlo teme di vedersi di nuovo coperto da cacca, fluidi corporei e notti insonni. Carlotta e Tito non ne hanno nessuna voglia, tanto sono assorbiti dal loro “presente”, ma pure la piccola Bianca, che poco tempo prima sperava di avere in regalo una sorellina, dice solo: “ormai sono cresciuta, era un sogno ingenuo”. Giulia è atterrita, con già le prime “voglie e nausee” che iniziano a manifestarsi:  tra la guida un po’ scoordinata di Carlo e un pranzo di pesce che proprio non ne vuole sapere di “uscire dal lato giusto”.

Ma non staranno benissimo pure tutti gli altri, una volta che avranno conosciuto i genitori del timido e remissivo Antonio (Gabriele Pizzurro): papà Claudio (Dino Abbrescia) e mamma Mara (Giulia Bevilacqua), oltre ovviamente al fratellino Mario. 

Vivono in un villone infinito immerso nel verde della Puglia, con i domestici con il turbante in testa, sulle tavole un carico infinito di pesce fritto e dolcetti, barche, interi pascoli di bovini ed extra vari. Non hanno mezzo grammo oltre il peso forma, perché praticano tanto sport, dalla corsa alla roccia, alla pesca subacquea.  

Lui è un imprenditore brizzolato e affermato, a differenza del precarissimo Carlo, che ama vivere a contatto della natura “assaporando tutte le emozioni sulla pelle”: al punto da fondersi quasi eroticamente con un albero per entrare in empatia con lui. Gioiosamente egocentrico, ama condividere le sue passioni “estreme” con i suoi amici. Lei, architetto di interni ambiziosa quanto a tratti surreale, è profondamente passionale e incline alla rabbia, malcelata dietro a sorrisi accomodanti. Spesso idealizza il suo uomo come una specie di divinità greca, ma solo a fasi alterne. Il più piccolo, Mario, è un ragazzino cupissimo e occhialuto, con alle spalle già diversi campionati mondiali per le migliori costruzioni di Lego: vive cinicamente il mondo che lo circonda e si trova incredibilmente benissimo a dialogare con Bianca. 

Antonio è un ragazzo a modo, ma troppo succube di Camilla: al punto da cadere nei più classici “trabocchetti femminili”, che dal nulla creano le crisi più profonde incolpando di tutto il compagno. Il periodo che vivranno insieme si dividerà tra parti di vitellini, cene e pic-nic sulla spiaggia, la continua necessità di sincerarsi che Camilla starà bene a vivere ora in avanti in quel mondo pugliese così lontano da Roma. 

Ci sarà spazio pure per la tradizionale cerimonia religiosa locale, supportata da un parroco locale piuttosto sadico (con il volto dell’irresistibile Marcello Cesena) che per tutta la via crucis prenderà a frustate il povero figurante che ricoprirà i panni di Gesù. Ruolo che andrà ovviamente a Carlo, in quanto cedutogli altruisticamente da Claudio. Carlo, vestito solo di una specie di perizoma marrone, capelli posticci e una corona di spine, dovrà portare una croce pesantissima per tutta la città, seguito dalla banda, da figuranti incappucciati rossi e sotto ovviamente una pioggia incessante di frustrate. 

Riuscirà Giulia a rivelare di essere incinta alla sua famiglia “senza traumatizzarla”? 

La convivenza tra Antonio e Camilla inizierà con il piede giusto o tutta la famiglia se ne ritornerà a Roma? 

Riuscirà Carlo a dimostrare a Claudio di non essergli da meno, anche se di questa “sfida” non importa molto a nessuno?


Dopo due pellicole divertenti e ben calibrare per un pubblico di famiglie che ha risposto molto bene al progetto, Alessandro Genovesi torna il sala per il capitolo numero tre. 

Formula che vince non si cambia: ancora una volta abbiamo così una trama leggera, garbata e divertente. Un De Luigi stralunato mattatore e una Lodovini dolcemente incasinata. Un trio di giovani attori sempre più bravi, anche perché in grado di presentarci dei personaggi credibili anche sul piano psicologico, all’interno di un cinema italiano in cui “fare il bambino sulla scena” è qualcosa di spesso “strano e sviante”. 

Se la chimica all’interno della famiglia Rovelli funzionava e funziona, ora Genovesi “rilancia e raddoppia”, raccontandoci anche la famiglia del ragazzo di Camilla, Antonio. 

De Luigi e Abbrescia, il “super timido” contro il “passionale”, sono così splendidamente opposti da essere complementari, regalando i momenti più gioiosamente surreali del film: come la scena della nascita del vitellino.  Abbrescia è travolto in una specie di monologo sulla “vita che viene al mondo, tra le sue braccia”, mentre conforta la mucca accarezzandola e fissandola negli occhi sorridendo. De Luigi al contempo è con tutto il braccio inserito dentro la suddetta mucca, venendo ricoperto di sostanze di ogni genere, come in una specie di horror splatter. 

Che dire poi della scena sopra citata del “contatto fisico con l’albero”? E della scena della processione e di come si combini alla ricerca “dell’estasi mistica tramite il dolore”, che il personaggio di Abbrescia offre a quello di De Luigi come “sensazione imperdibile da provare nella vita”? 

A latere di questi momenti gioiosamente comici, la pellicola riesce anche a esplorare tematiche più profonde. Lo fa attraverso il personaggio di Valentina Lodovini, che si confronta di nuovo con la maternità e il suo corpo che cambia, abbassando ulteriormente “l’armatura emotiva” che all’inizio della saga il suo personaggio possedeva. Con ironia e sarcasmo, attraverso le “opinioni di pancia” di tutti i personaggi sulla scena, si indaga davvero su tutti i “luoghi comuni” che oggi frenano la voglia di avere un figlio. Un tema delicatissimo, ma che Genovesi riesce a stemperare grazie a dei personaggi ben scritti e bravi interpreti. 

Infine Genovesi ci racconta “dei più piccoli”: i personaggi di Bianca e Mario e il loro modo, del tutto soggettivo, di guardare il mondo. Spesso è un modo di vedere la realtà più “pensoso” dei loro genitori, ma al contempo “la realtà che il circonda” li sa avvolgere in un'atmosfera gioiosa e buffa, resa particolarmente colorata e “innocua” dal comparto sonoro, rendendoli quasi simili ai personaggi dei fumetti dei Peanuts di Schulz.

10 giorni con i suoi è quindi un mix di molte suggestioni e spunti interessanti, ma che nell’insieme funzionano e interagiscono ancora bene con il piccolo universo familiare creato nel 2019 da Genovesi. 

I fan della saga si troveranno a loro agio e apprezzeranno le nuove avventure. 

I nuovi arrivati troveranno un prodotto curato, che sa parlare dell’essere figli e genitori con leggerezza e molto humor. 

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sabato 25 gennaio 2025

Wolf Man: la nostra recensione del nuovo “horror psicologico” di Leigh Whannell per Blumhouse, con protagonisti Christopher Abbott, Julia Garner e la piccola e bravissima Matilda Firth


Sinossi: Siamo nel 1995, nel periodo invernale. Tra i boschi raggelati dell’Oregon, padre (Sam Jeager) e figlio vanno a caccia di cervi, armati di fucile fin dalle prime luci dell’alba. 

Il ragazzino è ancora inesperto, cercando un punto di osservazione migliore si allontana dal genitore. 

Il padre lo riprende arrabbiato, dopo averlo cercato fino in fondo valle, quando uno strano grido/ringhio/ruglio li scuote e sospende la ramanzina. Qualcosa o qualcuno si avvicina. E se fosse un “ruglio” si parlerebbe di un orso. Padre e figlio trovano difesa e nascondiglio in un piccolo rifugio per cacciatori: una specie di cassone in legno costruito in cima a un albero, scalabile con una scaletta, dal quale poter sparare come da una terrazza. 

Stanno acquattati, coperti dal legno, ma la creatura è vicina, enorme: il suo “respiro” disegna delle nuvolette nell’aria a pochissimi metri da loro. Dalle loro teste. Bisogna stare in silenzio. Aspettare e sperare. 

Poi la creatura attacca e il padre spara. 

La fuga per il ragazzino è confusa. Si ritrova in una piccola baita con il genitore intento a comunicare con qualcuno in una stanza piena di radio, televisioni e apparecchiature strane. Papà parla di qualcuno che è “tornato nella zona” in modo preoccupato, come se facesse parte di un gruppo di sorveglianti che ora è in allarme.

Una cosa appare chiara. 

Il padre è stato morso.

Siamo nel 2003 a San Francisco e Blake (Christopher Abbott) fa lo scrittore e in genere “quello che può” per essere il miglior padre possibile per la piccola Ginger (Matilda Firth). Il suo matrimonio con la giornalista Charlotte (Julia Garner) procede sempre più a rotoli verso le carte della separazione. Lei è troppo assente dalla famiglia per questioni di lavoro, invidia il rapporto di Blake con Ginger e qualche volta, proprio per questo, si sente una “cattiva madre”. Meglio distruggere tutto. 

La situazione cambia nella prospettiva di una strana e inaspettata vacanza insieme, nell’Oregon. Hanno dichiarato la morte presunta del padre di Blake, Grady, scomparso da oltre dieci anni senza lasciare traccia tra i boschi, poco dopo che questi era stato morso durante una battuta di caccia. 

Blake deve andare in loco, in quella baita piena di monitor e la radio, a raccogliere le poche cose rimaste dal padre e rivivere il più grande trauma di quando era piccolo. Charlotte e Ginger sono con lui: modalità svogliata. 

Il viaggio è tranquillo, l’arrivo inaspettato e tremendo: una creatura dalla forza incredibile li assale, quando sono ancora nel loro furgone. Finiscono fuori strada, cadono in un piccolo dirupo. Il veicolo gira su se stesso ma si blocca su un lato, sospeso, incastrato a pochi metri da terra tra i rami di alcuni alberi. Madre e figlia cercano di liberarsi dalle cinture: escono dal finestrino, si siedono precariamente sul lato del furgone per il momento al sicuro. 

Blake è meno fortunato.

La creatura pelosa salta. La creatura riesce a infrangere il vetro e a graffiarlo. La stessa sorte del padre, negata dalla logica e mai confessata a nessuno, inizia a palesarsi, rapidamente.


Il mostro è lontano, la famiglia ha raggiunto la baita, ma un altro mostro sta nascendo. Blake inizia a stare male, mentre il suo corpo inizia a mutare, lentamente ma senza sosta. Cadono capelli e denti, dolori lancinanti agli arti e schiena, vomito. Mamma e figlia cercano di stargli vicino, assisterlo e tranquillizzarlo con sorrisi e carezze, ma l’uomo a tratti sembra non riconoscerle, tenta di aggredirle. Di colpo non è più in grado di articolare le sue stesse parole e prova a comunicare a fatica, tratteggiando lettere su un foglietto. Fino a quando non ha più dita ma zampe.

Fuori dalla baita la creatura è invece molto attiva, vuole entrare a tutti i costi e sbranare chi è al suo interno. Per salvarsi, madre e figlia dovranno scoprire la natura della strana baita in cui si trovano e sfruttare tutte le sue risorse per sopravvivere. 

Presto dovranno avere a che fare con due uomini lupo. Ma uno, forse, si ricorderà ancora di loro e cercherà di aiutarle, scontrandosi con l’altra creatura e la propria nuova natura, fino a che i suoi ultimi barlumi di umanità glielo permetteranno.


Un nuovo uomo lupo: Torna al cinema uno degli autori più interessanti e prolifici nel panorama dei “film di genere” degli ultimi anni:  Leigh Whannell. 

Attore, Sceneggiatore e Regista, Whannell ha scritto tra le varie cose il primo, incredibile copione di Saw - L’enigmista: un film thriller, su giustizieri e trappole mortali, dalla fortissima vocazione teatrale, che vedeva sulla scena due soli interpreti per tutta la durata della storia. Uno di questi due attori era proprio Whannell, la regia era dell’astro nascente dell’horror James Wan. Successo istantaneo e Whannell che scriverà e produrrà l’intera saga di Saw, scrivendo e producendo in parallelo anche la fortunatissima saga di Insidious. Una serie di film su fantasmi e medium, che si affrontano in un “aldilà” dai contorni quasi “Fulciani”, in cui Whannell è spesso sulla scena come attore: interpretando il ruolo dell’“acchiappa fantasmi” Specs, che insieme al suo socio Tucker costituisce una amatissima coppia tragicomica.

Dopo aver creato queste saghe, da cui sono fiorite nuove icone del genere horror, Whannell ha scelto di “reinventare” alcuni personaggi classici. In Upgrade, del 2018, ha ripensato i “cyborg” alla luce delle ultime tecnologie che si stanno sviluppando per migliorare la vita ai diversamente abili. Nel 2020, con The Invisible Man, che di fatto sembra avere una ambientazione comune ad Upgrade, ripensava al classico personaggio della Universal con lo stesso approccio “fedele alla tecnologia”: il protagonista non diventava invisibile con una pozione che ne altera anche l’umore, ma attraverso una tuta ottica che registrava e trasmetteva le immagini davanti e dietro di lui, di fatto mimetizzandolo come un camaleonte evoluto. 

Dopo The Invisible Man, la Universal ha puntato fortissimo su Whannell proprio perché riesumasse il suo prematuramente cancellato “Monster-verse”: una saga che dopo Dracula Untold e The Mummy era stata interrotta proprio per il flop della seconda pellicola. 


Ci si aspettava da Whannell non di meno che una “nuova forma 2.0” dell’uomo lupo. Magari una creatura digitale legata alla rete, magari una evoluzione/degenerazione delle componenti cybernetiche di Upgrade.

I fan cercavano spasmodicamente in rete le prime immagini dell’uomo lupo 2.0: fantasticando se fosse fedele all’originale del 1941, più vicino ai lavori di Rick Baker di inizi '80 per L’ululato o Un lupo mannaro americano a Londra, magari una revisione del lupo secondo Sommers (Van Helsing) o di Joe Johnson (il Wolf Man del 2010 con Del Toro e Anthony Hopkins).

È stato pure avvistato un nuovo uomo lupo per un parco a tema e Whannell ha dovuto smentire tutto, dire “aspettate”, precisare “la mia trasformazione vedrete che sarà mooooooolto leeeeeeenta”.   

Ma Wolf Man sarebbe andato in una direzione ancora diversa e inaspettata.

Co-sceneggiatrice di Wolf Man è infatti questa volta Corbett Tuck, moglie di Whannell dal 2009 e (come da tradizione di famiglia) nel 2010 attrice già in Insidious

Un uomo lupo aggiornato alla “crisi di coppia”: Si dice che Whannell abbia fatto un elenco di tutte le cose che riteneva “superate” dei film con gli uomini lupo. Si dice che Corbett Tuck abbia espunto anche le cose che Whannell aveva “salvato”, perché questa pellicola trattasse di un argomento horror unico, che Blumhouse effettivamente e colpevolmente aveva ancora ignorato: la crisi della coppia tradizionale. 

Cose tipo: “Chi arriva tardi la sera e la cena non è pronta”. “La tata con il tassametro”. Oppure “oggi vai tu a prendere i bambini a scuola che io ho yoga”. “Ma i nonni non ci sono mai?” Oppure “Le scarpe da calcetto nuove?” Ma anche “Oggi lo aiuti tu con il compito di Storia”.  Il classico “Ti sei dimenticato di andarlo a prendere a Judo”. Senza scordare l’imperituro “Odio il mio capufficio/ lavoro e mi sfogo odiando te, nelle quattro ore che siamo insieme”. Da ultimo, ma non ultimo: “io non so cosa voglio dalla vita e quindi è colpa tua”. 

Certo ci sono film specifici e riuscitissimo sul tema, come il recente Anatomia di una caduta o i cult Kramer contro Kramer, Mrs. Doubtfire, La guerra dei Roses…Ma vuoi mettere il potenziale orrorifico della crisi di coppia declinato a film Horror: quando al posto di una litigata particolarmente tossica vedi uno della coppia che si trasforma in lupo mannaro direttamente e senza troppe parole? Ma vuoi poi declinare questo concetto allo stato terrificante del dibattito pubblico sulla crisi di coppia oggi: dove l’uomo viene in pratica crocifisso in quanto è “il male” sempre e comunque? 

Ammettetelo, avete già un brivido lungo la schiena. L’ideatore di Saw l’enigmista non è mai stato tanto cattivo come qui, che scrive insieme a sua moglie, tra divertimento e critica della quotidianità.


Sì, ok, ma il lupo?: il lupo c’è ed è tutto realizzato da dei truccatori favolosi: il designer delle protesi Arjen Tuiten e la key artist Pamela Goldammer. A dire il vero abbiamo “più lupi ibridati”, in ragione alla dichiarazione di Whannell di realizzare una trasformazione moooooolto lenta, che si estende quasi per tutta la durata del film, ma sono tutti caratterizzati da dei trucchi molto azzeccati e a tratti davvero truculenti. All’inizio la forma e l’aggressività ricordano l’Antropophagus di Joe D’Amato, con tanto di voglia di “sbranarsi da solo”. Verso la fine si sviluppa una forma ossea e muscolare “canina” molto carina, resa benissimo anche nei momenti di “corsa”. Ovviamente i lupi mannari come da tradizione hanno la “super forza”, che viene molto ben descritta da ottimi effetti speciali. Non banale neanche la preparazione di Abbott alla parte, che ha riguardato lo studio approfondito di film come Shining, La Mosca, La Cosa, Under The skin

Davvero ben riuscito anche tutto il “territorio di caccia” del lupo, realizzato in una vasta foresta della Nuova Zelanda “camuffata da Oregon”, con la bellissima fotografia di Stefan Duscio che ne esalta colori e foschie. C’è molta azione (anche descritta visivamente in un modo sempre chiaro e preciso) ed è anche divertente, sanguinolenta e piena di colpi di scena. 

Finale: una trama interessante e forse “più cattiva” del previsto, che se vogliamo in tutti i sensi “castra” quel senso di “violenza esplosiva” tipica dei film sui lupi mannari. Bellissima la location e pure gli effetti. Molto bravi i tre attori coinvolti, che hanno in mano lo sviluppo di personaggi se vogliamo semplici ma non banali. È un vero piacere guardare le scene che coinvolgono Abbott con la piccola Matilda Firth, perché i due attori hanno sviluppato un vero e proprio “linguaggio emotivo”, che esplora il rapporto padre e figlia attraverso dei gesti specifici, dalla grande carica simbolica quanto emotiva. Un lavoro molto avanzato sul piano psicologico. Brava anche la Garner, che incarna al meglio le difficoltà di un mamma in carriera che ha perso i contatti con il suo lato più materno.

Whannell ancora una volta ha stupito, scompigliando le carte in tavola e trovando una chiave di lettura diversa dal consueto. Blumhouse in qualche modo “si riprende”, dopo un periodo di luci e ombre. Ma se il dibattito recente sui problemi di coppia vi spaventano troppo, questo forse non è il film che fa per voi. Fa troppa paura.

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