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lunedì 12 febbraio 2024

Il mondo dietro di te: la nostra recensione del film “paranoico” scritto e diretto da Sam Esmail per Netflix, con protagonisti Ethan Hawke, Julia Roberts e Mahershala Ali

Un week end da sogno in una villa da sogno. Niente più e niente di meno, tutto pre-pagato e chiavi in mano, a nemmeno un’ora dalla città, avvolti dalla natura e abbracciati dal sole e dal mare. 

Tutto fila liscio per la famiglia che ha sottoscritto il pacchetto completo (Ethan Hawke e Julia Roberts, i genitori di un adolescente in crisi ormonale e di una bimba super appassionata della serie tv Friends), ma da subito accadono cose strane. 

Internet non prende più, un'enorme petroliera si arena quasi in faccia a loro mentre sono sulla spiaggia causando il panico generale. C’è gente che fa incetta di beni di prima necessità svuotando gli scaffali del supermercato (Kevin Bacon). L’aria è pesante. 

La sera,  con una scusa strana, il proprietario della casa dei sogni (Mahershala Ali)  bussa alla porta con la figlia adolescente e chiede asilo alla famiglia ospite. Nel lussuoso attico del centro di New York dove vive non funziona più l’ascensore, lui non riesce a fare le scale per via di una storta e tutti gli alberghi sono senza camere libere. Inizia una convivenza strana di alcune ore, tra legittimi dubbi e paranoie, fino a che tutti i vicini spariscono lasciando vuote le loro abitazioni, dei cervi iniziano in branco ad assieparsi nei pressi della villa, dal cielo cadono aerei dritti sulla spiaggia privata, misteriosi droni lanciano volantini rossi con scritte in cinese, automobili Tesla con il pilota automatico impazziscono e rendono impossibile la fuga in autostrada con incidenti a catena. 

Forse c’entrano gli hacker e dei raffinati virus che nel tempo sono evoluti al punto da infettare anche i satelliti e le comunicazioni. C’è uno strano rumore periodico che fa pensare all’utilizzo di raggi termici sperimentali russi. Forse è un gioco di potere i cui frutti arriveranno a quegli squali dell’alta finanza che il padrone della villa frequenta come consulente. Forse al di là dei boschi e del relativamente piccolo mondo felice dove i nostri eroi convivono è già in atto la terza guerra mondiale. Fortuna che tutte le ville di lusso sono dotate di bunker, telefoni satellitari, piscine idromassaggio. 

Non resta che aspettare o provare ad “agire” in qualche modo. 


E così un giorno Sam Esmail, lo show-runner della premiata serie tv Mr.Robot e cantore di storie intrecciate tra paranoia, complotti informatici e Corporations diaboliche, venne ingaggiato da Netfix per un lungometraggio.  

Una pellicola attraverso la quale rileggere l’atomizzazione regressiva della collettività umana, conseguenza diretta del periodo Covid. Un rinnovato timore quasi medioevale per gli “altri”. Una bassissima fiducia nel futuro “pur radioso” delle intelligenze artificiali, più natura e auto elettriche. La consapevolezza di essere soli e nudi nel mondo, esposti a dolori e malattia, come dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, ma senza sapere chi è il “dio che muove le carte”. 

“Io sono Borg, la resistenza è inutile”. È così che una delle specie aliene più temibili della serie tv Star Trek, gli zombie-cyborg Borg, si presentava, con fare indifferente, davanti a una razza umanoide da reprimere, inglobare e uniformare nella loro mente-alveare, per infine “assimilarla”. 

La logica del “grande complotto” raccontata da lI mondo dietro di te è la stessa: generalizza e confonde tutte le minacce e le paure fino a suggerire che non esiste per i nostri piccoli protagonisti una soluzione finale differente dalla resa incondizionata, a cui seguirà inevitabilmente, per ricompensa, un piccolo placebo per tirare avanti: una “gioia preconfezionata e grammata”. Una piccola (e senza fare spoiler pure geniale, riconosciamolo!) iniezione di felicità periodica con il sapore emotivo della favola rassicurante, a cui con nostalgia aggrapparsi per tirare avanti . 

“La resistenza è inutile" fa così più paura anche del perentorio grido di battaglia Dalek “sterminare!!”, con il quale i più classici nemici del Doctor Who, nella serie tv omonima, in fondo si “limitano a ridurre in cenere” qualunque cosa o persona gli si presti davanti. Ma senza schiavizzarla e renderla parte di una specie di Matrix che si autoalimenta tra isolamento e paure, racchiudendo ogni essere umano in piccole bolle felici. 


Nel film di Esmail ritornano così tutti i tempi complottistico-psicanalitici cari all’autore, inseriti in un mondo strano quanto abbagliante, per spettacolarità e follia, che sembra trovarsi in un universo non distante dal Lost di J.J.Abrams. Ogni suggestione visiva e sonora arricchisce di informazioni e suggestioni lo spettatore, trascinandolo in un rebus complesso. C’è molta azione e mistero nella piccola zona vacanze al centro del mondo “che esplode” e in parte da questo “protetta”, come avviene anche nel magnifico film Il cielo brucia di Petzold, ancora nel circuito delle sale. 

È un mondo che però si vive spesso dentro la testa ed esasperazione dei personaggi, specie tra le strette pareti di una casa, tra due famiglie. Come  in una pellicola home invasion a “ruoli incrociati”, dove vittime e invasori si confondono, dove tutti gli attori coinvolti dimostrano di saper giocare bene tra i registri della confidenza e della diffidenza, costruendo balletti emotivi anche molto forti e vividi, frutto anche di una buona dose di improvvisazione. 

La pellicola coinvolge e trascina dentro al suo microcosmo elaborato chirurgicamente per spiazzare e confondere, eradicando ogni speranza e giungendo a un epilogo dove forse qualcuno riderà e qualcuno coglierà l’amarezza. Dove tutto si svela e semplifica, con gioiosa autorassegnazione. Come accadeva in Funny Games di Michael Haneke. Sta a noi decidere di ridere insieme o meno ai carnefici. 

Sam Esmail sembra si sia nuovamente divertito con molto gusto a scherzare con intelligenza e cinismo con il potere e la tecnologia. Si conferma un ottimo costruttore di mondi e uno straordinario direttore di attori: in grado di esplorare nel dettaglio l’’interiorità umana quanto le più folli teorie complottistiche. Abbiamo molto bisogno in questo momento storico di registi intelligenti e “cattivi” come lui. 

Talk0

venerdì 29 dicembre 2023

Maestro: la nostra recensione del film Netflix diretto e interpretato da Bradley Cooper, sulla vita del grande compositore Leonard Bernstei

Una vita vissuta attraverso il costante filtro della musica, travolti dalla gioia e dalle emozioni della composizione e poi della direzione, trasformando il proprio corpo in un diapason emotivo. Sempre sollecitati e innamorati dalle note, forse più spesso travolti dalla passione, ma umanamente in cerca comunque di un equilibrio, un punto fermo e un porto sicuro. Per il musicista Leonard (Bradley Cooper) quel punto di sostegno è la cantante e attrice Felicia (Carey Mulligan). Sono insieme fin dall’inizio del loro percorso professionale, tenero e lontano come un film in bianco e nero, poi ancora insieme e sposati in un mondo ultra colorato e quasi psichedelico, pieno di fama, allori ed eccessi. 

Leonard e Felicia si sostengono come quando, prima giovanissimi e poi anziani, giocano a sedersi, sull’erba nel parco, schiena contro schiena, senza guardarsi negli occhi. Certo spesso “cercano i loro occhi”, come quando lui termina un concerto e lei è dietro le quinte. Si cercano, si guardano e sorridono tra mille persone come prima cosa, come se tutti gli applausi venissero solo dopo quella tacita approvazione, la più importante condivisone della gioia. Però l’equilibrio della coppia sta anche nell’abbassare quegli sguardi nella loro vita di tutti i giorni, educando gli occhi ad abbassarsi e guardare oltre, tenersi distanti, accettando di non soffermarsi sui molti tradimenti “quasi compulsivi” di lui. Un po’ per quieto vivere, un po’ perché le persone come Leonard, così a stretto contatto con l’arte e per questo in grado di creare musiche meravigliose, sono qualcosa di così inestimabile che quel “dono” sembra venire prima di tutto il resto. 

Poi certo succede che il meccanismo si rompa, che il sostegno reciproco si spezzi e che le vite dei due si allontanino, pur rimanendo nostalgicamente ed emotivamente vicine, fonte di ispirazione e tenerezza reciproca. 


Maestro è un film che ancora una volta ci parla di come dietro a un grande uomo ci sia una grande donna, disegnando un percorso umano, artistico ed emotivo che si srotola lungo una intera esistenza. Un percorso che ha molto a che fare con la musica e i musical più famosi del nostro tempo. 

Se in un botta e risposta mi si dice: “Leonard Bernstein”, subito rispondo West Side Story intonando la melodia di tutte le canzoni più emblematiche del fantastico musical. Quindi, stesso giochino: “Maestro - il film su Leonard Bernstein” la mia mente ha pensato all’istante “West Side Story - come Bernstein ha creato il musical” e, oltre a canticchiare le canzoni aggiungo anche un passo di danza! E invece no... Maestro è un film gradevole, molto ben recitato e altrettanto ben diretto che racconta la vita amorosa di Bernstein. I suoi successi musicali vengono citati molto lontanamente, soprattutto il West Side Story. Quindi totale delusione per una fan (leggermente) invasata come me! Ma pazienza!! Bradley Cooper è strepitosamente uguale al Maestro, soprattutto la voce è impressionante. Ma, d’altra parte, Bradley è bravissimo qualsiasi cosa faccia, quindi gli piace vincere facile. Il film ha tutto quello che ci si aspetta da lui: lui che si aggira in mutande, lui che dà di matto, lui che commuove fino alle lacrime…

Molto brava Carey Mulligan, il cui personaggio sostiene amorevolmente quanto pragmaticamente ogni vulcanico stato d’animo del compositore, costruendo con Cooper una intesa che ricorda quella tra Geoffrey Rush e Lynn Redgrave in Shine

Il film ha un andamento un po’ convulso nella prima parte, ma diviene sempre più lineare e ordinato verso la metà della pellicola, dove arriva a definirsi chiaramente come un “film a due”, con tutto il mondo al di fuori della coppia che rimane volutamente distante e indefinito. 

Sicuramente da vedere, però subito dopo consiglio la visione di West Side Story e, per i fan più accaniti, su Youtube si trovavano le lezioni di Leonard Bernstein (utili anche per apprezzare lo straordinario lavoro di Cooper nell’immedesimazione anche puramente “fisica”)… oltre che la registrazione di una riedizione con Josè Carreras e Kiri Te Kanawa del mio amato West Side Story.


BeeGis e Talk0

lunedì 30 ottobre 2023

Nuovo Olimpo: la nostra recensione del nuovo film di Ferzan Ozpetek per Netflix

 


C’era una volta a Roma, negli anni settanta della contestazione, il cinema Nuovo Olimpo. Era una piccola sala fumosa e riservata, gestita da una signora di nome Titti (Luisa Ranieri), con la stessa voce calda di Anna Magnani e i capelli e trucco come la cantante Mina. 

All’Olimpo si proiettavano retrospettive e film d’essai, ma il pubblico principalmente frequentava la sala per gli incontri clandestini al buio, che spesso sfociavano in piccole fughe d’amore tra i corridoi e i bagni. 

È all’Olimpo che si incontrarono la prima volta Pietro (Andrea De Luigi) ed Enea (Damiano Gavino). Il primo uno studente di Medicina, a Roma per assistere la madre malata in ospedale. Il secondo uno studente di cinema che lavorava tra i set di Cinecittà. Proprio pochi giorni prima, durante le riprese di un film per le strade romane, i due avevano incrociato il loro sguardo, per una frazione di secondo, ma adesso erano seduti, vicini, nella sala di Titti. La chimica iniziò subito a fare il suo corso mentre girava un film in bianco e nero, l’avvicinamento fu immediato. Enea, per indole il più irruento, pensava di travolgere Pietro con due parole, conquistarlo e poi portarlo nel bagno, prima che si formasse la solita coda troppo lunga di avventori. Pietro, spiazzandolo, lo fermò invece nei corridoi: voleva prima parlarci per davvero e conoscerlo, non gli bastava la passione di un attimo. Non rimaneva tempo tanto per la passione come per mangiare insieme una pizza, nessuno poteva andare nella casa dell’altro, i due decisero di aggiornarsi a un nuovo incontro. 

Giunto alla sua casa in affitto da universitario, dove Enea divideva il letto con la sua amica, collega di corso e amante di sempre Alice (Aurora Giovinazzo), il ragazzo passò tutta la notte a raccontarle di quanto fosse bello, affascinante e diverso da tutti, il ragazzo che aveva incontrato per caso nel pomeriggio. Alice accettava spesso l’esuberanza dell’amico e ascoltava con piacere, e una punta di invidia, i suoi racconti di passione con altri uomini. Pietro nel frattempo stava al capezzale della madre che dormiva sedata, preoccupato per una situazione clinica aggravatasi e con la voglia inconscia di uscire di lì, pensare ad altro. 

I due ragazzi tornarono al Nuovo Olimpo e iniziarono una frequentazione assidua, durante la proiezione di film che non avrebbero seguito con la dovuta attenzione, un po’ frustrando la programmazione di Titti. Enea un giorno entrò in possesso, grazie ad amici di amici, delle chiavi di un'abitazione romana del centro e decise di passarci una sera con Pietro, che fu invitato a seguirlo seguendo una specie di mappa. I due proprio lì, in un luogo aristocratico pieno di quadri, tappeti e sculture, entrarono in intimità per davvero. Si scambiarono carezze e baci e in un attimo si trovarono nudi sulla magnifica terrazza, come statue di marmo sotto il cielo romano, davanti ai fori del centro storico. 

Nell’esplorazione della casa trovarono in dispensa solo della marmellata e decisero prima di assaggiarla e poi di usarla in un lungo gioco erotico, in soggiorno, cospargendosela sul corpo e imboccandosi a vicenda. 

Fu più tardi, dopo tutta questa passione e sul calare della notte, che i due iniziarono seriamente a parlare di un possibile futuro, da costruire insieme. 

Per il prossimo incontro Pietro avrebbe voluto portare Enea in una trattoria, perché alla fine non avevano ancora mangiato insieme e parlato con calma seduti a un tavolo. Aveva prenotato in un posto dopo la visita in ospedale, ma la storia ebbe un esito diverso. 

Enea era molto attivo politicamente e la sua presenza da oratore era richiesta in un corteo di protesta, che si sarebbe tenuto proprio quello stesso giorno, nella zona dell’Olimpo. Anche se il ragazzo fece di tutto per sottrarsi allo scontro con i poliziotti, decidendo di restare infine all’interno del cinema durante le cariche, la manifestazione arrivò alle porte del locale, portandosi dietro fumogeni e tafferugli. Titti rimase impietrita, immobile dietro la cassa nella strenua difesa della sala del Nuovo Olimpo, mentre veniva a mancare la corrente e il caos saliva dal vicolo adiacente. Pietro, giunto al cinema nella speranza di incontrare un Enea in ritardo per il loro incontro, venne travolto dalla polizia e rimase ferito al punto da dover essere ricoverato in ospedale. 

Anni dopo Pietro, tornato a vivere lontano da Roma, era diventato medico e aveva sposato la veterinaria Giulia (Greta Scarano). 

Enea aveva continuato a seguire la sua passione per il cinema, diventando un regista di successo. Alice era ancora al suo fianco, un po’ come amica, un po’ come amante, ma ora pure collaboratrice alla sceneggiatura e assistente. Tuttavia Enea non l’aveva mai sposata, come non aveva mai fatto mistero in pubblico e attraverso le sue opere della sua omosessualità, che anzi ha sempre cercato di rappresentare al meglio in modo positivo, cercando di rompere i tabù e frenando così, con l’arte, le forti discriminazioni che aveva anche lui subito da giovane. In fondo lo faceva anche per Titti, che attraverso l’Olimpo aveva creato nel cinema una realtà dove era possibile incontrarsi senza pregiudizi. In fondo lo faceva anche per Pietro, che non aveva mai più risentito. 

Proprio nella sua opera prima Enea non ha avuto dubbi sull‘importanza di mettere in scena una storia molto realista quanto sensuale, in perfetta antitesi con quello che il cinema mostrava in quel periodo, in cui due giovani si amavano e arrivavano a fare sesso completamente nudi, giocando con della marmellata. Era qualcosa che lui aveva vissuto in prima persona e non ci vedeva niente di sporco o scandaloso: solo il ricordo felice di un grande amore, forse il sul primo vero amore, che si era interrotto all’improvviso nelle circostanze burrascose di una manifestazione. 

Parlava di amore, non di amore omosessuale. 


Giulia e Pietro videro il film insieme a un gruppo di amici un po’ disturbati e ilari all’idea di guardare al cinema per la prima volta due uomini nudi che giocavano in una lunga scena con della confettura. Giulia si ricordava vagamente che in fondo pure al marito era capitato di finire in un tafferuglio a Roma quando era ragazzo, in un momento storico non troppo lontano da quello raccontato nel film, ma il marito, un po’ imbarazzato, non fece alcun accenno sul fatto che il personaggio della pellicola fosse ispirato a lui. Però Pietro da quel momento si sentì spinto a tornare a Roma, a cercare Enea, partendo proprio da dove lo aveva conosciuto, il cinema Nuovo Olimpo. Giulia capiva che qualcosa era cambiato da prima, ma non sapeva cosa fare. 

La sala da anni non ospitava più rassegne o retrospettive ma si era specializzata, come molte negli anni ‘80, nella proiezione di film porno. Era ancora frequentata da molte facce che il medico si ricordava bene dopo tanti anni, come alla cassa, quasi per niente invecchiata, c’era sempre Titti. Tra i ragazzi che giravano tra i soliti corridoi fumosi c’era “Molotov”, un vecchio attivista amico di Enea, che però non lo vedeva da quelle parti da molto tempo, da quando aveva avuto successo. 

Gli anni passarono ancora e Pietro ed Enea in qualche modo continuano a cercarsi tra le persone dell’Olimpo e senza mai incrociarsi, con quasi il pudore e la paura di provare a incontrarsi direttamente e forse essere di intralcio l’uno alla vita dell’altro. 

Il ricordo del loro amore reciproco si dimostrava comunque sempre forte.

Un giorno di quasi trent’anni dopo il loro primo incontro, sul set di una pellicola, Enea si ferì agli occhi a causa dell’esplosione di un effetto speciale e, per vie traverse, finì proprio sotto i ferri di Pietro, specializzatosi nel tempo in chirurgia oculare. Enea incontrò così il suo primo amore, mentre si trovava ancora bendato e non era certo di riconoscere la sua voce, come temeva che il medico fosse solo un omonimo. Pietro avrebbe voluto esporsi e rivelarsi, ma era troppo timido per farlo per le paure che lo avevano attanagliato da anni. Riusciranno Enea e Pietro a riguardarsi negli occhi, dopo tanto tempo? Le persone intorno a loro cercheranno di aiutarli ? 


Il regista Ferzan Ozpetek si mette a nudo in un film dal forte sapore autobiografico, dedicato a persone reali che nella narrazione diventano i personaggi di una storia molto intima e garbata, quanto forte e malinconica. Una storia in cui un cinema, uno dei tanti e gloriosi cinema che un tempo popolavano le grandi città, diventa un luogo di passioni proibite, che forse storicamente non sarebbero state accettate a cielo aperto. Passioni da vivere in segreto, come “protette” all’ombra dei grandi classici della settima arte, grazie a esercenti che sono stati per qualcuno come Ozpetek parte di una gioiosa famiglia allargata, magari scombinata ma calorosa, disposta a confidarsi e supportarsi quando più serve. La straordinaria, stralunata e malinconia Titti, interpretata qui da Luisa Ranieri come un travolgente mix tra Anna Magnani e Mina, è ispirata a una persona vera. Titti è un po’ una “mamma chioccia” per tutti gli innamorati clandestini dell’Olimpo e conserva con cura ricordi e confessioni, elargisce consigli e biglietti omaggio. Attraverso la storia di Titti e del suo cinema, come in Empire of Lights di Sam Mendes, ripercorriamo anche la malinconica parabola di troppe sale cinematografiche cittadine, prima luoghi d’arte, poi luoghi “peccaminosi” e infine luoghi quasi abbandonati a favore di un cinema più commerciale. Luoghi che hanno accompagnato la vita di molte persone e di cui oggi si spera possano tornare i fasti, proprio in quanto posti di incontro tra l’arte e le persone, forse ora troppo poco fumosi,  in un periodo che ci vede sempre più chiusi in casa, assorbiti dai social.

Come Titti e il suo cinema, anche il personaggio di Alice è ispirato a una persona vera, che è stata sempre al fianco del regista, amandolo teneramente anche di un amore non corrisposto, diventando però sua “complice”, nonché  parte di quella famiglia allargata che spesso l’autore ha rappresentato nel suo cinema come un “luogo altro” rispetto alla famiglia di origine. Un luogo di comprensione e ascolto che nei film del regista di origine turca ha sempre avuto per epicentro una figura a volte materna e a volte “sorella maggiore”, cui ha spesso dato il volto la solare e accogliente attrice Sierra Yilmaz. Possiamo quasi dire che sia Titti quanto Alice trasmettano qui lo stesso “calore” dei personaggi della Yilmaz, forse per la prima volta “scomponendolo”. Tanto Luisa Ranieri che Aurora Giovinazzo hanno saputo cogliere a pieno “l’aura protettiva” che emanano i loro personaggi, pur velandosi di una malinconia che spesso li relega quasi “dietro le quinte”, come dei genitori in perenne attesa che i figli grandi, “un po’ distratti”, tornino qualche volta a trovarli per farsi coccolare. 

Anche Ozpetek stesso in Nuovo Olimpo vuole essere chiaro e diretto sui suoi sentimenti e passioni, senza negarci anche i suoi lati meno “belli”, per mezzo di un Damiano Gavino che lo impersona con garbo, misura e un tocco di humor, come Mastroianni spesso prestava il volto su schermo a Fellini. Attraverso Enea, Ozpetek parla direttamente del forte valore politico e sociale delle sue opere, a volte ponendo il personaggio direttamente al centro di una conferenza stampa sul suo cinema. Attraverso Enea parla della sua difficoltà di esprimere sentimenti oltre l’arte, racconta delle sue pulsioni giovanili quasi compulsive e della sua determinazione a diventare qualcuno che potesse un giorno permettersi di avere una casa, che sfociasse su una di quelle bellissime terrazze romane con il tempo diventate parte attiva della sua poetica: forse il “nuovo” luogo di incontro della sua ideale “famiglia allargata” dopo il cinema Olimpo e l’appartamento condiviso da universitario. 


Il personaggio di Pietro riflette invece quanti un tempo, anche per il clima sociale dell’epoca, non sono stati in grado di vivere appieno il loro amore, di fatto diventando comunque “felici”, ma intimamente sempre rimanendo legati al rimpianto. La scelta di Pietro di ricominciare a ragionare sul suo amore passato diviene nel film prima di tutto un percorso di accettazione personale, che coinvolge la sua famiglia positivamente, in un ruolo attivo, proprio per il suo bene. Andrea De Luigi riesce bene a dare corpo ai tormenti quanto alla forzata compostezza e calma apparente del suo personaggio, che in opposizione a Enea sembra perennemente travolto da un senso del dovere che lo trova sempre inadeguato, alla continua ricerca di una stabilità che quasi viene prima dei sentimenti. Proprio in antitesi alla forte identità con cui sono costruiti i personaggi, De Luigi e Gavino cercano sulla scena sempre di farli “mediare”. Smussare le spigolature di Pietro ed Enea li porta progressivamente ad avvicinarsi, in un balletto degli opposti alla continua e impossibile ricerca di un completamento e cambiamento di prospettive di vita “a favore dell’altro”. Pietro “si chiude” e va in cerca di Enea, di nascosto, per tutta la vita in un cinema. Enea cerca Pietro attraverso la sua arte, in un film più che in un luogo preposto, per fare sì che “altri Pietro”, o il “suo” Pietro, in futuro non si chiudano allo stesso modo e possano essere più felici. È in questo dialogo a distanza, fatto di luoghi isolati, cinema e di lettere consegnate in ritardo di anni, che il film riesce a parlarci anche della vulnerabilità e disincantato dei sentimenti, toccando corde di una raffinatezza platonica non distanti dalle opere di Wong Kar-wai. Di fatto Ozpetek ci ha spesso parlato, proprio come Kar-wai, di amori le cui tracce si nascondono dietro a dei quadri, tra foto nascoste e memorie, ma qui il livello rimane ancora più sottile, quasi rarefatto. 

Nuovo Olimpo è un film pieno di passione e tumulto, attese infinite e rimpianti giusto mitigati da un tocco di ironia e buoni sentimenti. È uno dei film più personali del regista di origini turche, forse il suo film di “sintesi”, dove il filo rosso che lega spesso le sue opere si intreccia in modo più evidente con la sua storia personale, portando a nudo senza filtri le sue passioni e tormenti. Molto bravi tutti gli interpreti, tra cui si segnala una bravissima Luisa Ranieri. Come sempre in Ozpetek bellissime e piene di colori brillanti la fotografia e le location, come molto raffinato l’accompagnamento sonoro, realizzato come sempre di nomi importanti della canzone italiana come Mina. 

Un Ozpetek apparentemente diverso, senza filtro e con disincanto, politico quanto malinconico. Ma che riesce presto a colpire come nei suoi più amati lavori, dimostrando di essere ancora il regista più bravo a raccontare i sentimenti al di là dei tabù. 

Talk0

venerdì 9 dicembre 2022

Pinocchio di Guillermo del Toro: la nuova pellicola di Netflix, dal 4 dicembre nelle sale, ispirata al celebre personaggio di Collodi e (forse) alla Stop Motion di Will Vinton

 


C’era una volta, in un paesino di montagna dell’Italia dell’inizio del ‘900, un bambino di nome Carlo, figlio di un falegname vedovo di nome Geppetto (in originale con la voce di Adam Bradley). Carlo voleva seguire la strada del padre e lo aiutava nella creazione di un crocifisso in legno nella chiesetta locale, quando degli aerei da combattimento a corto di carburante, per “alleggerirsi” e arrivare fino alla base, decisero di liberarsi della loro bombe. Carlo aveva ancora in mano la pigna che aveva deciso di piantare per creare il suo personale “albero per fare i giocattoli”, quando la piccola chiesa esplose e Geppetto rimase solo. Il falegname piantò la pigna di Carlo in alta montagna e iniziò a perdere ogni interesse per il suo futuro, incominciando a bere. Anni dopo un grillo istruito e girovago (in originale con la voce di Ewan McGregor, che sarà anche il narratore di tutta la vicenda) cercava una casa in cui soggiornare e la trovò all’interno dell’albero di Carlo, ma subito dopo, in una notte piena di fulmini, Geppetto in preda a rabbia e disperazione decise di abbatterlo. Il falegname portò a casa il tronco e colpendolo con forza, tritandolo, sminuzzandolo, levigandolo e fissandolo a martellate con dei chiodi che ne facessero uno scheletro, diede così forma a un burattino che chiamò “Pinocchio”. Sfinito ma soddisfatto, andrò a coricarsi. Quella notte la signora dei boschi (in originale con voce di Tilda Swinton), una creatura che viveva tra il mondo dei vivi e quello dei morti e aveva particolarmente a cuore Geppetto, non volendo più vedere l’uomo in quello stato decise di dare vita a quel burattino. Perché diventasse una persona per bene, in grado di discernere il bene dal male, la signora chiese all’istruito grillo di stargli vicino, come maestro personale. Il giorno dopo Geppetto, sorpreso e un po’ spaventato alla vista di quella creatura di legno che lo chiamava “padre” (con la voce in originale del giovane attore Gregory Mann), si muoveva da sola sinistramente come un ragno e non faceva che distruggere la sua bottega con azioni inconsulte, decise di rinchiuderla in casa. Fino a che Pinocchio non riuscì a scappare e riapparire davanti a Geppetto in chiesa, durante la funzione, tra i fedeli che terrorizzati lo guardavano come un demone e il podestà (Ron Perlman) che invece lo osservava con interesse: come una strana e potente arma magica da presentare a Mussolini. Nei giorni che seguirono Geppetto cercò più volte di farlo “rigare dritto”, offrirgli una istruzione e considerare sempre più Pinocchio come un bambino vero, pari a suo amato figlio Carlo, ma il compito gli risultò particolarmente gravoso. Fino a che Pinocchio, per aiutare economicamente il padre, divenne la star dello spettacolo itinerante di marionette del losco Barone Volpe (Christoph Waltz) e della sua scimmia “Spazzatura”. Presto Pinocchio, seguito da Geppetto e dal Grillo di paese in paese senza che i due riescano a raggiungerlo, avrebbe incontrato anche Mussolini e forse il suo destino. Riuscirà Pinocchio a riabbracciare Geppetto e a farsi amare da lui come un bambino vero e non sono come “rimpiazzo” di Carlo? 


Tra le mani di Guillermo del Toro e i maghi della stop motion rinasce a nuova forma il Pinocchio di Collodi, simile nella sostanza ma differente nel contesto. Abbiamo ancora negli occhi il cupo e “anticato” Pinocchio di un Garrone ancora attaccato a Il racconto dei racconti, già lontanissimo dal Pinocchio disneyano di Zemeckis del 2022 (il primo con un Geppetto “vedovo”), ma il burattino dell’opera originale negli anni (e secoli) si è declinato e aggiornato più volte. Ci sono stati autori che hanno smontato e rimontato il contenuto del romanzo di Collodi, attualizzandolo o espandendolo o rendendolo qualcosa di nuovo. Chi abbracciandone le suggestioni più satirico/sociali, come il fumettista Vincent Paronnaud. Chi privilegiandone gli aspetti più favolistici dell’opera come Disney ma anche Dreamworks. C’è stato chi si è avventurato nella fantascienza portando l’elemento umano nella macchina, laddove “c’è del Pinocchio” in Astroboy di Osamu Tezuka quanto nel David di A.I. di Spielberg, ma anche “estremizzando” in Roy Batty di Blade Runner, nel Ranxerox di Tamuburini/Liberatore e nel Tadashi di Galaxy Express di Matsumoto. In quanto alla “forma” abbiamo avuto dei Pinocchio disegnati “fatti di carne” (Ausonia), Pinocchio interpretati su schermo da attori adulti (come Benigni), dei Pinocchio realizzati con effetti speciali pratico/manuali (celebre quello di Rambaldi) o computer grafica (con il Pinocchio di Shrek), abbiamo avuto un “Burattino senza fili” alla scoperta delle pulsioni adolescenziali protagonista di una celebre canzone di Elio e le storie tese. Ora siamo arrivati a questo nuovo e sfolgorante film in stop-motion fortemente voluto, da anni, da Guillermo del Toro. È un Pinocchio che seguendo la particolare poetica del regista messicano non poteva che  prendere vita in un modo sanguigno, rumoroso, cruento e spaventoso: quasi “prometeico” nelle meccaniche di fulmini e viti che lo accomunano dalla creatura di Frankenstein di Mary Shelley. È un Pinocchio che vive come la piccola protagonista de Il labirinto del fauno all’interno di un cupo e tumultuoso periodo bellico, più fatto di incubo che magia, in cui può per qualcuno essere visto come un’arma, uno strumento inumano rinato dopo un sacrificio di sangue come il Kyashan della Tatsunoko. È un Pinocchio a stretto contatto spirituale con il culto dei defunti dei paesi latini, con rimandi alla stop motion de Il Libro della vita (prodotto da Del Toro) e La sposa cadavere, abituato a parlare con una “fata turchina” che è a tutti gli effetti una raffigurazione della Morte nemmeno troppo dissimile da come sempre Del Toro la rappresentava in Hellboy: The Golden Army. Il pescecane, seguendo l’amore di Del Toro per Lovecraft non poteva che essere una creatura tentacolare alla Chtulhu, il grillo non poteva che  avere dei rumori sinistri simili alla creatura di Mimic


Ma soprattutto per Del Toro doveva essere un Pinocchio “reale”, realizzato nel 2022 ancora in legno, con una tecnica antica che permette di scolpirne i sentimenti a mano, da veri “Geppetti”. Pinocchio in piena era digitale sceglie di rinasce “vintage”, come pura “marionetta cinematografica”, creatura in stop-motion che viene realizzata affettuosamente, come si faceva 50 anni fa, per lo scrivente  in diretto omaggio a uno dei più noti “Geppetti“ della clay-Animation, Will Vinton. A partire dal pupazzo in stop motion di Geppetto, che dal volto e movenze caricaturali ma estremamente umane richiama visivamente il protagonista di Le avventure di Mark Twain, la sfortunata opera di Vinton del 1985 realizzata all’apice della sua arte. Altri personaggi richiamano invece pupazzi animati della versione odierna di quelli che furono i Vinton Studios, la società Laika (nata a cavallo della realizzazione de La sposa cadavere di Tim Burton per volere della “famiglia Nike”), come il Conte Volpe, che per struttura, colori e movenze sembra uscito dritto da Boxtrolls, e come il dinamico Spazzatura, che riprende moltissime movenze e dettagli della scimmia di Kubo

La scelta della stop motion non è quindi casuale ed è interessante, laddove così sullo schermo, con la magia del cinema, prendono vita davvero ”marionette senza fili”. Le immagini in stop motion ci appaiono da spettatori in rapida successione, “vive”, ma in realtà richiedono agli animatori un lavoro di costruzione di giorni e giorni, continua rimodellazione e riposizionamento di personaggi e set, con ogni singolo movimento ed emozione scolpita per dare corpo a 60 fotografie di pellicola al secondo, con precisione e amore infinito. Per una tale magia era necessario che molto dello “spirito artigianale” di Vinton albergasse tra gli animatori di questo nuovo Pinocchio, che non a caso sono stati scelti tra i geniali autori del dissacrante tv show Robot Chicken, lo studio americano ShadowMachine, quanto tra gli inglesissimi maestri del Jim Henson Studios dei Muppets e The dark Crystal. Studi di esperti che si sono gettati a capofitto contemporaneamente nel progetto (per dimezzare i tempi) già da diversi anni, in quello che a tutti gli effetti, per gli alti costi della stop-motion è stato considerato un “Production hell”, fino a che Pathé e Netflix sono entrati nella partita, insieme anche a nomi come Daniel Radcliffe, che si è avvicinato all’opera prima come attore e poi come produttore. Un ulteriore tocco “alla Del Toro” è arrivato dalle musiche del compositore di La forma dell’acqua Alexandre Desplat, ma il regista messicano ha saputo anche distanziarsi dal suo mood malinconico e donare all’opera un tocco di “vivacità e freschezza”, affidandosi per i testi all’estro del canadese Patrick McHale, uno degli autori-chiave del fenomeno Adventure Time. Il risultato dell’unione di tutte queste suggestioni e artisti ha dato vita a qualcosa di davvero unico e sorprendente, originale quanto fortemente attuale, vitale quanto crepuscolare. Un’opera diversa nello sviluppo dei personaggi ma affine nello spirito con il testo di Collodi. Il burbero Mangiafuoco viene mixato con la scaltrezza della Volpe, dando vita a un “Conte Volpe” particolarmente seduttivo quanto cinico, più esperto di propaganda che di marionette. Il paese dei balocchi diviene il “paese della guerra”, dove i bambini sono spinti da sogno di grandezza e eroismo a diventare non asini ma carne da cannone. La cultura cattolica e la Storia entrano in dialettica con la favola quasi “collidendo contro Collodi”,  in forme che Collodi stesso ai tempi ha sapientemente schivato (con la metafora, trasformando i personaggi di potere in creature dai contorni zoomorfi) e che oggi invece è interessante e attuale affrontare. Mette un certo brivido ascoltare il personaggio di Mussolini, pur reso buffo e caricaturale dall’animazione, che a un certo punto dice: “Mi sono sempre piaciuti i pupazzi”. È un Pinocchio che apre a molte riflessioni su cosa comporti, ieri come oggi, essere considerati da qualcuno come un burattino: “una testa di legno” da manovrare più che ascoltare nelle sue reali inclinazioni come un libero essere umano. Per chi segue e insegue il burattino “ribelle” c’è in ballo sempre un “tornaconto”, che può essere emotivo come nel caso di Geppetto, quanto prettamente politico, socialmente o economicamente desiderabile. Nella costruzione di queste dinamiche narrative giocano molto bene in lingua originale, come performer vocali, Bradley ma anche Perlman e Waltz, senza dimenticare il ruolo fortemente ascetico di Tilda Swinton (dovessero girare dei film su Ghandi o il Dalai Lama oggi segnerebbero per interprete principale la Swinton). Poi ad alleggerire il carico arriva Patrick McHale e il suo umorismo (il pescatore sembra uscito dritto da Adventure Time), ci sono le sequenze più improntate sull’azione e la meravigliosa chimica che si sviluppa tra il piccolo e “squillante” Pinocchio di Mann e l’affannato Geppetto Bradley, c’è lo “spaesamento operoso” del divertente Grillo di McGregor. 


Una nota anche sulla poderosa e accurata ricostruzione del periodo storico, con un numero incredibile di dettagli realizzati con pignoleria, dalle architetture ai manifesti dell’epoca, dai veicoli ai vestiti. Un lavoro davvero immane quanto visivamente appagante che coinvolge ogni minimo fotogramma di girato. 

Il nuovo Pinocchio di Del Toro è denso di contenuti e amore per l’opera originale, pur reinventandosi in un contesto del tutto diverso. È realizzato con cura nei più minimi dettagli, dalla storia ai pupazzi e scenari, vantando un cast tecnico e artistico di alto livello e per molti versi è una lettera d’amore all’Italia. Come molti dei lavori di Del Toro può apparire come una favola gotica, un racconto dark che forse potrebbe spaventare i più piccini, ma in fondo anche il Pinocchio di Collodi era pieno di tocchi dark (ma ovviamente “non solo”). La maggior parte delle fiabe non ritoccate nel 1900 sono dark, ma in effetti per i suoi contenuti l’opera di Del Toro  per i più piccoli necessita di una visione guidata. L’invito è comunque di vedere il film magari in compagnia di un adulto, meglio se un genitore o insegnante che aiuti per lo meno a contestualizzare il periodo storico in cui è ambientata la vicenda. 

Questo Pinocchio profondo quanto divertente, malinconico quanto estremamente dinamico è la più brillante dimostrazione di quanto il burattino di Collodi sia ancora un personaggio attuale e importate per “l’arricchimento umano” delle nuove (e vecchie) generazioni. Del Toro con questo film firma una nuova meravigliosa lettera d’amore per il personaggio. 

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