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venerdì 15 luglio 2016

It follows - lo abbiamo visto, ma per fortuna solo al cinema


Sinossi fatta male: America provinciale contemporanea ma un po' vintage, che è di moda (in questi ricorda un po' il Babadook). I nostri eroi sono ragazzi verso la fine della adolescenza, quasi fuori dall'essere "teen-agers", sul calare degli spaventosi 19 anni. Quella dolce e incosciente età tra il bambino e l'adulto alimentata dalla voglia di diventare subito grandi, abbattere tutti i paletti ultra protettivi imposti dal mondo dei genitori, voler fuggire fuori a esplorare il mondo. La voglia di indipendenza, la voglia e la possibilità di farsi una birra o di vedere i film vietati, la voglia della macchina e la voglia del sesso, ri-scoperto e apprezzato dopo che maldestramente e "scientificamente" lo si è incrociato da bambini, in quelle "rivistacce porno vintage" abbandonate da qualcuno, dove appariva roba illogica e buffissima. Persone messe in posizioni strane che in una curiosa ginnastica nudista si incastravano come i lego e che facevano un sacco ridere, ora non lo fanno più. Più si diventa grandi più si trovano sexy quegli strani riti, in armonia con un corpo sodo, spaziale e in piena esplosione ormonale come quello di Jay, la bellissima protagonista di questa pellicola interpretata da Maika Monroe (attrice e surfista, ci racconta imdb). Jay che ha il fisico da modella di intimo ma che è ancora bambina. Jay che gioca a fare la sirenetta passando le ore più calde della giornata a fare "cif ciaff" nella piscina di plastica sotto casa. Jay che subito dopo, a piedi scalzi, ancora bagnata, va in giro per casa mezza nuda, coperta da un micro asciugamano e nient'altro addosso, con esposte delle chilometriche gambe da puro infarto, irretendo l'amico di infanzia, il nerd, sensibile, coscienzioso e pure parecchio sfigato Paul (Keir Gilchrist... Brutto, sfigato e dal nome impronunciabile ). Paul che si trova a casa sua su quel divano a giocare con la sorella più piccola di Jay aspettando solo queste sue celestiali visioni. Paul che spera, da vero servo della gleba, che l'amicizia di lunga data con Jay possa un giorno, magari presto, consentirgli di accedere a quello che poco cela quel micro asciugamano di cui sopra. Illuso. Jay guarda già lontano, verso Hugh (Jake Weary). Più bello di Paul. Con la macchina figa che non ha Paul. Dall'aria maledetta e misteriosa che non ha Paul. Jay si trucca da adulta per Hugh non avara di rossetto e ombretto, si mette lo smalto rosa sbriluccicante che trasforma le unghie in caramelle al lampone, indossa il vestitino corto vedo-non vedo che si può levare in due mosse. Non importa se Hugh è strano e forse inquietante. Hugh è figo, un aspetto che smerda la capacità cognitiva di quasi ogni donna diciannovenne e non. Hugh potrebbe essere un killer, un agente della folletto, un collezionista di orecchie ma è figo e Jay ha deciso che va bene. Insieme vanno al cinema, a uno spettacolo ovviante vintage. Poco dopo sono su un prato al chiaro di luna, appartati nell'auto di Hugh. Qui il ragazzo scatena tutta la passione che è in lui. Sedici secondi di pura passione dopo, Jay sdraiata sull'auto con le braccia a penzoloni verso il prato, con le sue unghie che sembrano caramelle al lampone che accarezzano l'erba, riflette sul fatto che il romanticismo, il "diventare grandi e farsi il ganzo, quello giusto=Figo" lo aveva pensato come diverso. Lunghi abbracci in riva al mare, baci gentili e non succhiotti sul collo, raccontarsi tutta la propria vita scambiandosi le smemo e un fuggire dalle regole di casa, dalla scuola e da tutti, insieme all'uomo dei sogni, liberi nel mondo, facendosi forza in due contro il sistema, in colesterolo, le tasse. Scriversi FTW con un tatuaggio sulla schiena, come in quel film con Mickey Rourke. No aspetta, questa ultima cosa andava di moda nel 94... 


Comunque. I sedici secondi di Hugh non devono essere stati il massimo della vita. Jay è ancora sul sedile posteriore dell'auto a rimuginare sulla poco spettacolare fine della sua fanciullezza quando Hugh, da vero signore, la anestetizza con il cloroformio. Ne usa poco e lo fa male. Hugh è un coglione anche come psicopatico. Ma è Figo. E' per questo che le ragazze escono con lui. La ragazza si risveglia legata a una sedia a rotelle in quello che pare un ospedale o comunque un grosso edificio abbandonato. E' imbavagliata e legata. A questo punto Hugh inizia a parlare come in quei film giapponesi con una ragazzina con i capelli sugli occhi, quella roba che alle ragazze non è mai piaciuta e che nelle sale è durata poco. Roba da nerd. Jay è spaventata, ma forse di più adirata per aver trovato l'uomo sbagliato basandosi solo sull'aspetto fisico. Ma è un pensiero che dura sei secondi, poi torna a pensare a quanto sia Figo. Hugh, come uscito da un manga, parla di una strana maledizione che si trasmette con il sesso, un ricordino che le ha passato senza sensi di colpa in quei sedici secondi di cui sopra. Per lui comunque impegnativi (anche perché i "Fighi", nota per il genere femminile tutto: "ce l'hanno piccolo"). La maledizione prevede che la vittima, cioè Jay, venga perseguitata a morte da una misteriosa entità che cambia più volte aspetto. A vederla è solo la vittima, mentre al resto del mondo appare invisibile. L'entità, chiamiamola "clamidia-zombie", segue  la vittima ovunque nel mondo, cercando sempre di raggiungerla. Se la raggiunge la vittima muore. Ci sono poi tutta una serie di regole comportamentali che lascio a voi scoprire per non rovinarvi il film. C'è un dettaglio, presente già nel trailer, che svela ulteriormente la buona fede dietro al piano di Hugh. Se vuole la ragazza, glielo dice esplicitamente, può levarsi il clamidia-zombie "dandola via" a qualcun altro, aggiungendo: "Cosa che per te sarà più facile". Sedotta, abbandonata, maledetta e trattata da mignotta. Ma il succo è: a questo punto Jay ha capito quanto sono stronzi i fighetti. Quindi si troverà un ragazzo per bene come Paul, che le vorrebbe bene, non parlerebbe per deliri, la accompagnerebbe a fare shopping tutti i sabati, le curerebbe il giardino, spazzatura, il bagno intasato e la pulizia della sua cacchio di piscina di gomma? E che soprattutto non la infetterebbe, dettaglio importante, con una specie di clamidia zombesca, frutto di sesso occasionale con una sconosciuta? Certo, potrebbe farlo, ma in giro c'è Greg (Daniel Zovatto). Più figo di Paul, con la macchina che non ha Paul, bello e misterioso come non lo sarà mai Paul. Con tutta una serie di casini in casa che non ha Paul. Un nuovo amore per Jay è quindi in vista, ma il problema secondario (anche se non troppo) rimane ed è la maledizione del "coso che ti segue", il frutto della sua prima, "spettacolare", "consapevole", "appagante" e "romanticissima" esperienza di vita. Una clamidia-zombie da combattere insieme ai suoi amici più cari. Perché Hugh nel mentre si è dato alla macchia. Riuscirà Jay a sopravvive all'essere che "ti segue"? 



Un nuovo modo di fare horror. 
Sorprendente! Il nuovo film di David Robert Mitchell, regista giovane che ha sempre avuto un occhio di riguardo nel trattare i temi adolescenziali, è l'autentica sorpresa di questa estate cinematografica. Come va di moda oggi, è vintage. Gli anni ottanta si respirano a pieni polmoni, attraverso la splendida fotografia con colori caldi e un po' acidi, attraverso una scenografia che fatta da villini di legno, muscle car e catafalchi come unici dominatori delle strade, piccoli supermercati e soggiorni con la tv che trasmette solo film in bianco e nero stile Ai confini della realtà. Se non fosse per un palmare che per un secondo fa capolino,  vediamo la stessa provincia americana che pare uscire dai "Goonies". E c'è pure, a scopo scena buffa, la stessa bicicletta per bambine goffamente rubata in quel film da un adolescente Matt Dillon. Come sottofondo una colonna sonora elettronica da film horror, anche lei vintage (suona come qualcosa dei Goblin, ma pre simile al tema di Supercar), ad opera dei Disasterpeace, semplicemente bellissima quanto aliena in questo 2016.



Un montaggio azzeccato, alla Wes Craven,  e non un solo minuto morto per tutta la durata della pellicola.

Attori bene nella parte, nulla di sconvolgente ma azzeccati. Tra loro svetta un bellissima Maika Monroe che già ci immaginiamo all'assalto di Hollywood, che ci ha ricordato per la sensuale ingenuità la Juliette Lewis di Dal Tramonto all'Alba. La Monroe riesce a magnetizzare l'attenzione su di lei, qualche volta persino oscura il mostro "che ti segue", la vera trovata registica di Mitchell, un babau che si muove seguendo schemi inediti e che potrebbe essere già pronto per mille altre pellicole. L'intrigante sceneggiatura, anch'essa ad opera di Mitchell, è una autentica bomba a orologeria volta a nascondere e sublimare, incuriosire e depistare circa i poteri e le ragioni di questa entità metafisica. L'entità "nasce nelle parole" e solo dopo compare, attesa, riuscendo comunque a spaventare nonostante l'anticipazione. Ricorda in questo il demone fuori dalla tavola calda di Mulholland Drive di David Lynch. Stiamo tutti ad attenderlo e poi lui inevitabilmente arriva, aspettato come il treno delle 18.00. Il mostro non parla, cambia forma (e ogni forma potrebbe avere istinti diversi), non è stupido, raggiunge sempre la sua vittima, è lento ma può attaccare all'improvviso, si può stordire ma di rialza, non dorme mai. Può essere facilissimo da riconoscere o può mimetizzarsi completamente, la sua origine è tuttora ignota. Un rebus insondabile. Forse un fantasma o demone vendicativo dalle parti dei J-horror, forse un alieno, forse un esperimento mentale. Unica certezza è il modo in cui si "trasmette", il sesso. Il tabù massimo del genere slasher, la pratica che dettava la condanna immediata per i ragazzini che avevano a che fare con Freddy o Jason nei puritani Stati Uniti anni '80, qui, 36 anni dopo, rimane il peccato originale, l'impurità che uccide la giovinezza, ma di riflesso è anche il modo in cui si può combattere il male. Insomma negli slasher di una volta non si poteva fare nulla, soprattutto il sesso, come ci ricordava il Fake - trailer di Wright-Penn legato a Grindhouse



Ora invece possiamo gridarlo con tripudio e gioia



E quindi il sesso diviene la metafora perfetta dell'ingresso nella vita adulta, la fine dell'innocenza. Un evento però molto meno bello di come sembrava, una prova iniziatica insoddisfacente. Sesso che non c'entra nulla, dai fatti narrati, con l'amore, inteso come un "sentimento scomodo ma utile". La maledizione svilisce e in qualche modo riesce a uccidere l'amore, lo cannibalizza, se ne serve in modo utilitaristico. Un falso amore usato letteralmente per tradire il prossimo e lasciarselo alle spalle, una volta "salvo dal mostro", come una presenza sporca, un fardello scomodo. E la pellicola ci dice fra le righe che così devono rimanere le cose, se si vuole sopravvivere. A meno che non si sia intenzionati a lottare, pur con armi spuntate, contro un essere metafisico. Per sempre, titanicamente. Incredibile come con una scrittura così a prova di bomba possiamo fare a meno di tutta quella serie di effetti speciali di cui oggi siamo abituati. It follows spaventa, tantissimo, non con salti continui dalla sedia ma con un malessere che si insinua di più scena dopo scena, fino a diventare insostenibile, fino a portarci la tensione fuori dalla sala. A casa ci si ripensa e ci si innamora di questa pellicola. Si chiudono gli occhi davanti alle piccole ingenuità che presenta, ci si affeziona al gioco intellettuale di inquadrare il mostro, definirlo. Si vorrebbe vedere il seguito, che non è ancora stato pianificato ma è nell'aria, il grosso successo internazionale ricevuto lo esige. Anche se non servirebbe, anche se il film può concludersi benissimo così, l'entità che segue, come uno zombie della clamidia ma forse anche qualcosa di più, è un personaggio troppo bello per non essere ulteriormente esplorato. Come sarebbe criminale non vedere più sullo schermo la lolita Maika Monroe, ingenua e sensuale, ferita e sconfitta, una delle più belle scream Queen degli ultimi anni. 



Ma vogliamo davvero vederlo al cinema d'estate alle nove di sera?: Quando arrivi nel cinema ti accoglie la locandina di It follows con un flano da annali del cinema. "Non pensa. Non ha pietà. Non si ferma". Quello che subito ti viene in mente sono quei ragazzetti di merda che giorno dopo giorno infestano sempre di più gli horror al cinema. Parlano tutto il tempo di cazzi loro, urlano ogni due scene come fossero sulle giostre e commentano ad alta voce, facendo i versi con la bocca. Sono sempre con quei cellulari accesi a faro che rompono i coglioni accecando  fino a 300 metri, e che quando non illuminano direttamente nei vostri occhi vengono usati più  canonicamente per parlare, in lunghi giri di telefonate che: "Fanculo chi è al cinema, dobbiamo organizzare il calcetto domani". Inoltre ruminano popcorn infiniti che alla fine smerdano sul pavimento. E poi l'ultima frontiera, che non avevo ancora sperimentato e non credevo esistesse: i vestiti e braccialetti "con i campanelli". Giuro, sarò diventato vecchio e intransigente, ma ho sempre meno voglia di andare al cinema, soprattutto a vedere gli horror, fino a che questo è il pubblico medio che ci trovo. Avevo quindi (e ho sempre) una paura stra-fottuta del buio in sala, il momento topico in cui compaiono e appoggiano la loro scarpa da ginnastica sudata sopra il vostro poggiatesta. Questa volta mi è andata abbastanza bene, ma il livello di guardia lo si sta passando già da un po'. Per questo film vi consiglio di evitare le ore di punta quindi, anche perché merita dannatamente di essere visto su grande schermo ed è un bellissimo regalo quello che ci ha fatto Midnight Factory mettendocelo in programmazione. E' un film immersivo, sexy, enigmistico, anche ironico. Andate a vederlo, perché ne vale la pena, ma prendete degli accorgimenti per vederlo tranquilli e potervi così calare al meglio nelle immagini. 
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mercoledì 22 giugno 2016

The neon demon - il nuovo film di Nicholas Winding Refn, nelle sale ora, grazie a Midnight Factory


Jesse (Elle Fanning) è l'incarnazione della bellezza. Prendetelo come dato di fatto e passiamo oltre. Quando entra in una stanza irradia tutto con una luce calda stile telecamere di Paola Ferrari e tutti rimangono folgorati e in adorazione. Sicura del suo "potere", Jesse arriva a Hollywood per sfondare come modella. Il fotografo Dean (Karl Glusman) la ritrae plastica, sdraiata su un divano e con la testa aperta in due dopo un brutto massacro a sfondo familiare. Perché la ama. Le foto arrivano alla gente che conta e in qualche misura c'entra pure la truccatrice  Ruby (Jena Malone), che si definisce ai party la "custode" di una villa gigantesca, probabilmente la villa vacanze di Satana. Che burlona. Anche Ruby la ama. Forse è per questo che la sera trascina Jesse in locali perversi insieme a due modelle - mostro tristi e pericolose completamente rifatte in silicone che vorrebbero solo ucciderla di invidia per i suoi occhioni a cerbiatto e fisico da principessa Disney con allegati gli uccellini che le volano intorno quando cammina. L'amore per Refn fa fare cose di questo tipo. Ma Jesse è positiva sul futuro, per questo continua a vivere, sicura e tranquilla, nel lurido e fatiscente motel di periferia gestito dell'inquietante Hank (Keanu Reeves): rissoso alcolista, ricattatore per diletto, forse un assassino, di sicuro un pedofilo, probabile stalker. Però Hank è uno che ispira fiducia e di cui ci si affeziona. Almeno secondo Jesse e per... Nessun altro sulla Terra. Motivo per cui non lo denuncia quando una sera, rincasando, Jesse trova nella sua camera non uno scarafaggio, non un topolino, non un ramarro ma una cacchio di dannata tigre africana di 6 metri che ha tipo sventrato ogni sua proprietà. Lei dice: "Ma come cavolo è entrata?". Hank dice: "Ce l'hai messa tu perché sei una perversa e mi ripagherai i danni". Si vede che anche Hank la ama. Di fiore in fiore Jesse finisce, dopo aver duedipiccato un ragazzino troppo dolce, per colpire l'immaginazione del misterioso e spietato fotografo Jack (Desmond Harrington), un tizio che si accompagna a una enorme e inquietante valigia nera ripiena di solo Dio sa cosa. Vuole stare solo con Jesse, butta fuori tutti dal suo studio fotografico e apre la valigia. Me estrae una vernice dorata sicuramente cancerogena da spalmare sulla pelle delle modelle, comprata al Lidl. Jesse è felice di essere ricoperta come una statuina degli Academy Awards. Jack l'ha vista e l'ha scelta  e questo provoca reazioni pazzesche e inconsulte alle altre modelle. Perché in questo film le modelle sono gente che passa tutto il giorno a essere scartata ai provini perché troppo vecchia, troppo sfigata, troppo con le orecchie in fuori. 


Jesse invece è "nuova", è "fresca", non è rifatta o adulterata chirurgicamente e in un mondo che apprezza il biodegradabile è un valore non da poco. Ma siccome le modelle hanno saltato la terza asilo per il loro primo servizio di intimo, non ci arrivano al fatto che non se le caga più nessuno perché sono vecchie e in fondo sempre le solite tre modelle che si presentano a tutti i provini. Perché giuro che è così, Refn mette sempre le solite 3 modelle di gomma a ogni provino. Così le mannequins pensano che Jesse abbia tipo un asso nelle manica sovrannaturale per aggiudicarsi le passerelle. Se Jesse ha un qualche potere, loro vogliono averlo per poter brillare come lei. E per scoprire il suo mistero sono disposte a frequentarla, cosa invero facilissima in una Los Angeles in cui vivono letteralmente 6 persone in tutto, seguirla assiduamente ovunque è mal nascondendo il fatto di odiarla o forse di amarla. 
Poi un bel giorno a Jesse arriva la grande occasione e il suo potere, la sua bellezza, il neon demon (una sorta di mood da "super figa di legno siderale" che ha l'aspetto grafico di un triangolo colorato volante preso di peso dalle scene più fantasy di Conan il Distruttore o dalla Valle dei Re di Gardaland) potrebbe cambiare e travolgere la sua vita. Chi si aggiudicherà il cuore di Jesse? 

Frammenti di trama, suggestioni, una rincorsa labirintica a interpretare tessuti narrativi non abbinati. Scene che dovrebbero seguire logicamente ad altre scene ma che si perdono, non arrivano proprio sullo schermo. Un vero sbattimento, visto che mi aspettavo più una roba di donne vampire in reggicalze che si menano e fanno cosacce tra una doccia e l'altra. Mai dare retta ai trailer. Il film si fa "vestito" (guarda che metaforone ti trovo, da sobrio, alle 18.39 del pomeriggio, cercando di elevare la discussione) giocando di contrasti ed emozioni forti, cercando un senso nell'insieme più che nei singoli componenti. A sfruttare il materiale, ossia la matassa di argomenti solo accennati che compone il "film", cinicamente si poteva tirare fuori una serie tv. Magari con scene zozze di vampire sotto la doccia, che non era male come spunto di partenza. Si è scelta invece la carta un po' stronza dell'oggetto misterioso, ma di sicuro culto, "facciamo il film strano che dice e non dice", anche se probabilmente non appagherà gli sforzi produttivi dei realizzatori ora, tra trent'anni se ne parlerà ancora. Forse. E' stata una scelta alla fine giusta? Di seguito un po' di cavolate a caso sul tema. Di sicuro è stata una scelta impopolare e originale.


Pochi giorni fa parlavamo di cinema alimentare di lusso, presentando l'ultima pellicola di Tarantino ad uscire in Blu Ray come un hamburger di lusso, gustoso, appagante, magari intoppante ma irrinunciabile. Tarantino pesca il meglio dalla cinematografia di genere, impone il suo timbro di garanzia su temi anche desueti o proprio fuori moda e per magia quei temi, i film da cui ha preso ispirazione, ritornano attuali, diventano "cool" . Così ti trovi a vedere il suo Django per poi correre a riguardare il Django originale insieme a mezza chilata di altri spaghetti western. Vedi Kill Bill e ti fiondi su Hero, prodotto guarda caso anche da Tarantino. Oggi non ci distanziamo troppo, metaforicamente, ma qui si fa l'inverso. Refn vuole scioccare e non accomodare. The Neon demon è quindi qualcosa di liquido nella nostra immaginazione, quasi uguale al classico Bloody Mary che, con tutti i suoi estimatori e detrattori, trovate in tutti i bar, quasi ovunque. Un cocktail raffinato e strano forte. Solo apparentemente "da donne" per via della sua caratteristica pseudo- salutista, offerta da quel gambo di sedano che spesso lo accompagna. Un cocktail, più simile al sugo per la pasta per la sua preponderante componente di pomodoro, che gioca sull'effetto (sorpresa che non è sorpresa) dolce-salato e sull'allegoria visiva del sangue, un feroce aspetto cremisi. Il Boody Mary è deciso al gusto, per nulla accomodante. Dalla preparazione agli ingredienti, come da quello che si è mangiato due minuti prima, il  Bloody Mary può variare dell'80% nel piacervi o meno, spesso varia in peggio. La Vodka e' al 30% e come sua natura sembra solo di passaggio, "semplice come acqua" scende in due sorsate e poi attacca alle spalle. Il limone, 10%, avvolge di freschezza e per un istante ricordiamo il ghiacciolo che prendevano al bar della spiaggia, ci sentiamo a casa, ma dura poco,subito arriva il tabasco insieme al sale e al pepe, a ricordarci che non stiamo bevendo Coca Cola ma, appunto, il sugo della pasta, che questo è un mix insolito, pungente e per nulla dolce, e che in fondo non sappiamo perché cacchio l'abbiamo ordinato, non fosse per quel suo nome "che fa gore", accattivante. Infine, insieme alla salsa worcestershire arriva, come un treno merci, il succo di pomodoro, il 60% del mix, il piatto forte, qualcosa di veramente alieno per chi non ha mai provato il succo (e può non piacere) e lo sperimenta solo ora con la vodka (e può non piacere peggio). E' un cocktail classico, c'è chi lo ama, c'è chi lo prende solo per dire "io bevo Bloody Mary", affascina anche se come effetto primario spesso indispone. Se lo proverete poi con elementi non di qualità, come un succo pomodoro di marca scarsa, non vorrete più avvicinarvi a lui per il resto dei vostri giorni. Ma se vi piace, tornerete per un altro giro. Insomma, si ama o di odia e spesso nemmeno lo si capisce. E questo vale incredibilmente per molte pellicole di Refn. Hanno nomi d'impatto forte. Sono fiere di essere "fuori dal coro". Sono apparentemente lineari nell'andamento, ma ci si "ubriaca subito" e la storia prende strade strane e impreviste. Infine si accetta tutto e ci si bea della loro stranezza fino in fondo, ma la ricetta potrebbe andare di traverso alla fine, lasciando un saporaccio. Refn non vuole piacere, non vuole accomodare. Refn vuole stupire, spesso a tutti i costi. 


Non manca in The Neon Demon un animo citazionista, attento e devoto. Ci sono richiami "autunnali" a Lynch (Mulholland Drive), la perfezione geometrica di Argento (Suspiria), la famelicità alimentare di Suskind (il Profumo), la plastica "d'animo" dei Vanzina (Sotto il vestito niente), la "merda" intellettuale di Altman (Pret-a-Porter), il fantasy estetizzante di Zemekis (La morte ti fa bella), la mistica religiosa della bellezza estrema del corpo di Ferretti (La carne), la "fame di cervelli" di Romero (La notte dei morti viventi), i non-luoghi di periferia di Hitchcock (Psycho), la staticità esistenziale di chi offre di se sempre e solo un'immagine di (S) Coppola (Somewhere), la cattiveria nei rapporto relazionale di Von Tier, il rigore nella rappresentazione di Van Sant. Refn è bravissimo con la cinepresa, gli attori sono bravissimi, tutto funziona e bene formalmente, ma rimane a livello di suggestione, si punta all'opposto della refenzialità, ricercando inedite fragranze e modi nuovi per cullarvi sensorialmente con l'avvolgente colonna sonora di Cliff Martinez e la fotografia di Natasha Braier. Ci sono buchi narrativi, ma ci sono fieramente. Refn nemmeno vuole che "capiate troppo", che arriviate a definire una pellicola che per vocazione anarcoide sfugge da un qualsiasi incasellamento, anche di massima. E' un film dolce? E' un film amaro? E' una commedia? Un horror? Un dramma esistenziale? Una love story? Una unica ed essenziale, evidente e ingenua, metafora sulla bellezza come costrutto sensuale/ sessuale/ alimentare? The neon demon è "così come è", originale quanto narrativamente nudo, iconoclasta, ruvido. E pure altezzoso e stronzo, crasso e labirintico. Ma  se siete fortunati, se siete abbastanza suggestionabili e quindi suggestionati dal suo fascino, se il sole è in trigono con Urano e la vostra giornata felice, sarà il film stesso a parlarvi a livello neurale, intimo, suggerendovi che avete voi il potere (forse) di vederci dentro tutto quello che volete. 


Come nei film di Tarantino (impossibile non far rincorrere idealmente all'infinito Refn e Tarantino) si avverte che c'è molta più storia di quanto non appaia su schermo, che i personaggi hanno vissuti che travalicano la pellicola. Ma nella nuova pellicola di Refn sembrano non esserci confini storici e immaginifici, narrativamente può esserci davvero "di tutto" . All'apparenza è davvero uno splendido contenitore vuoto, finemente lavorato e attraente, che può assumere un significato diverso - altro (bello-brutto) solo a seconda di quello che lo spettatore vuole ficcarci dentro. Minore è la vostra voglia immaginifica (anche momentanea, fate conto sia un giorno in cui "non siete in vena"), minore lo sforzo di giocare con i pochi tasselli che ci vengono forniti per costruire il  puzzle che di fatto è la trama di The Neon Demon, minore è il fascino chi il film saprà sprigionare. Insomma: se nutrite in seno un "horror vacui" alimentato da anni di pellicole che dicono e spiegano tutto, specialmente americane (e comunque se siete in cerca di un film leggerino da dormicchiare) The neon demon potrebbe non fare per voi. Finireste a elencarne enigmisticamente solo le stranezze della trama. Potrebbe essere tutto un rincorrersi di "Ma cosa è successo tra il punto a e il punto b? " oppure "Cosa voleva dire quel personaggio dicendo che fa quel certo lavoro?", "Che cosa sta facendo allo specchio quel personaggio? Cosa c'entra la luna?". Un continuo riempire forsennato di buchi neri narrativi, dei quali il regista è conscio e fiero. Un incoerente sforzo di ricerca di una logica di cui anche allo stesso regista frega pochissimo. Refn butta carne al fuoco e se ne sbatte delle risposte: "Trovatevele da soli!", sembra dire, "Dategli voi un senso!". Certo che può essere frustrante un film che ricerca il suo senso dagli occhi e dalla testa di chi lo guarda, ma in fondo non è così per le immagini di un capo di moda che vediamo (soprattutto le donne) su una rivista? Separiamo la modella dal vestito, compiamo una astrazione essere-apparire. Guardiamo un capo di abbigliamento per come andrà bene a noi, con i nostri accessori e la nostra incredibile personalità. E magari irritandoci, quel giorno che lo sfoggeremo in una serata importante, se qualcuno, diversissimo da noi e con una "classe assente" ne porta in pubblico uno identico a tre metri da noi, "accomunandoci", "svilendoci", "parificandoci" a lui? La moda vive di soggettività, individualismo, e Refn adatta il cinema a questo concetto. Refn sembra quasi nascondersi dietro a una etichetta di moda, come si intuisce nei titoli di testa. Ed è traumatico per chi nei film cerca sicurezze, "bolle di sapone sotto controllo di vite alternative", scottarsi con una visione così radicale e non lineare. Così potreste uscire di sala frastornati e irritati, cercando conforto in uno sguardo amico che vi possa aiutare a capire "cosa cacchio ho appena visto?" oppure (se il sole è in trigono con Uran, dicevamo...) potreste essere ludicamente e  sinceramente contenti per il giocattolo strano che vi è appena stato regalato. Allora può essere una commedia nera? Se bendisposti rispondereste: "Sì, e funziona". Potrebbe essere un horror? "Sì, e funziona". Potrebbe essere una storia d'amore non corrisposto? "Sì', e funziona alla grande". Ma non ci sono buchi narrativi? "Sì, ma li ho riempiti io, divertendomi". Refn non fa prigionieri. Ma prendete The neon demon dal lato sbagliato (lo ri-sottolineo perché mi pare vero) e lo odierete da subito e per sempre. Pur riconoscendogli un certo fascino formale, una recitazione interessante, quelle favolose musiche da paura e quella luce tutta particolare, tra il mistico e l'artificiale, che ricopre ogni scena. Strano e con un nome Figo come il Bloody Mary, il succo di pomodoro con vodka che vi fa guardare strano da tutti gli avventori della birreria, intenti magari a ridervi addosso. Ve la sentire di tentare la sorte? Per me ne vale la pena. L'insieme è originale come poche altre cose sulla piazza. Se amate Refn non devo certo io convincervi, ma se di Refn avete visto solo Drive vi consiglio prima di vedere Solo Dio perdona, che con questo The Neon demon ha molto in comune, costituisce quasi un dittico uomo-donna. Andateci comunque informati e non nell'attesa di un horror con tante tette o fareste la fine di Nelson che in una celebre puntata dei Simpson's va a vedere Il pasto nudo di Cronemberg unicamente perché è un film vietato ai minori... Forse magari un porno...



A tutti gli altri buona visione...
Talk0

lunedì 18 aprile 2016

The neon demon


Il nuovo film di Nicolas Winding Refn arriva in Italia grazie a Midnight Factory l'8 giugno!

Koch Media e Lucisano Media Group portano nelle nostre sale The Neon Demon, l'attesissima, misteriosa e nuova fiammante pellicola di Nicolas Winding Refn. Ci arriva in tempo zero, con l'etichetta Midnight Factory, a brevissima distanza dal festival di Cannes, dove è in concorso e dove ovviamente noi tiferemo per lei. Perché Refn è pazzo e sexy, brutale e poetico, scarno e dadaista, ateo e profondamente religioso. Un regista che come pochi riesce a traghettarci in strani mondi paralleli per un paio d'ore e il prezzo di un biglietto. Dal dramma carcerario al noir, dal dark fantasy alla tragedia greca Refn ci racconta di uomini e donne, piccoli e tragici, che giocano con la pazzia rincorrendo amore e vendetta, onore e morte. In questi luoghi visivi si possono incontrare esseri immortali da un occhio solo tenuti al guinzaglio da bambini, uomini che per la troppa voglia di libertà marciranno per sempre in carcere, criminali martiri per amore e, forse, si può incontrare lo stesso Dio, che è asiatico, non ride mai e ama esibirsi al karaoke. Pochi film, facili da recuperare in toto anche grazie alle nuove riedizioni (la trilogia di Pusher torna disponibile, in uscite separate, dal 20 aprile in dvd,  il resto si scova senza troppi problemi in dvd e blu ray).


Certo Refn si ama o si odia, e infatti ai Festival funziona solo a giorni alterni, non fa prigionieri. Ha tutti i vizi delle più grandi rockstar della cinepresa e relativi detrattori. Ma è come pochi potente nella messa in scena e le immagini delle sue opere hanno quella mistica proprietà in virtù della quale riescono a imprimersi nelle retine. Ve lo abbiamo già detto e lo ribadiamo, noi aspettiamo i lavoro di Refn con la gioia dei regali di Natale .Le musiche qui sono di nuovo di Cliff Martinez, autori degli ipnotici viaggi sonori di Drive e Solo Dio perdona. La direttrice della fotografia è Natasha Braier, il cui ottimo lavoro di recente abbiamo apprezzato nel meraviglioso, e assolutamente da recuperare, The Rover di Michod. Al montaggio il Matthew Newman, solidale con Refn dai tempi del rocciosissimo Bronson. Il cast è molto ricco, da Elle Fannig a Keanu Reeves, da Christina Hendricks a Jena Malone. Lo scenario del film è un mondo della moda quantomai attraente e inquietante, una fornace in cui vengono cannibalizzate da regole perverse giovani e bellissime donne, che si troveranno a un passio dalla follia se non peggio. Dalle immagini sembra spaventoso quanto glaciale nella perfezione plastica delle scene,  il glam - horror definitivo, dove l'estetica patinata delle sfilate di moda incontra il rosso sangue. Siamo già in fibrillazione. L'8 giugno è vicino. 
Talk0

sabato 5 settembre 2015

Green Inferno - dal 25 settembre il film "perduto" di Eli Roth arriva finalmente al cinema.


Nel 2013 Eli Roth portava al Festival del Cinema di Toronto la sua nuova pellicola, girata a distanza di 6 anni dalla sua ultima prova di regia, Hostel 2. Il film omaggiava un florido filone italico, trashone e anni '70, i film sui cannibali di Lenzi e Deodato. Era girato in Perù, in terre incontaminate e tra popoli che vivevano ancora a contatto con la natura. Per dimostrargli quanto gli voleva bene, leggenda vuole che Eli Roth trovasse un televisore, un dvd e della corrente e facesse vedere a questi nativi il primo film che in assoluto avrebbero visto nella loro vita. Il capolavoro di Ruggero Deodato, archetipo di mille slasher movie e precursore del found foutage mille anni prima di Blair Witch Project e Paranormal Activity, il film dopo il quale potreste diventare vegetariani, il film con tante tette, tanto sangue e Luca Barbareschi. Cannibal Holocaust. Troppo assurdo per essere vero?


Sembra che i nativi apprezzassero, invocassero i grandi spiriti e decidessero di benedire la pellicola. Roth girava con in testa Deodato, ma senza la parte found foutage, senza parecchie tette, senza Barbareschi e con un'impostazione più leggera in genere. Si faceva aiutare per il make up da un team creato dal guru Greg Nicotero.
Negli effetti di make up da Il giorno degli Zombie del 1985 a Walking Dead oggi. Riempiva la pellicola di sangue finto e arti tagliati, dirigeva un cast di giovani promesse (tra cui la bellissima attrice cilena Lorenza Izzo, che rivorrà nel suo nuovo film Knock Knock con Keanu Reeves) e grandi caratteristi (Richard Borgi, già visto in Hostel 2 come splendido capitalista bastardo che qui torna come splendido capitalista bastardo) co-sceneggiava con il talentuoso, cupo Guillermo Amoedo, prendeva per un'immagine cruda quanto sgargiante il direttore della fotografia Antonio Quercia, sceglieva Manuel Riviero per lo score (anche loro riconfermati in Knock Knock).
A Toronto il film non veniva capito. Nascevano mille problemi distributivi e la pellicola, schedulata per il 2014 scompariva nel nulla con la fama di film eccessivo e maledetto. Ma dopo mille traversie i cannibali di Roth riescono arrivare e il 25 saranno nelle nostre sale grazie a Koch Media. 

Ma di cosa parla questo controverso film?


Perù. Ogni giorno ettari ed ettari della Foresta Pluviale scompaiono. Cattivi capitalisti stranieri vogliono costruirci sopra dei McDonald's e parcheggi di McDonald's, a perdita d'occhio. Non sono in pericolo solo gli alberi, di fatto il polmone verde del nostro pianeta, ma anche le popolazioni locali, la loro cultura e il loro futuro. Ma dei ragazzi bianchi americani non ci stanno, armati di Smart Phone andranno in loco e denunceranno i capitalisti in streaming su youtube. Faranno sentire al mondo il loro dissenso abbracciando alberi e tutti si uniranno nel girotondo della pace sulle spiagge del pianeta contro il capitalismo e le guerre. Il piano è solido, gli zaini pronti e le canzoni di Battisti saranno tutte cantate unpluged, con le chitarre a fare da colonna sonora. Peccato che l'aereoplanino su cui sono stipati con tutto il loro amore finisca in una tempesta e caschi in mezzo alla foresta tropicale. I giovani si salvano e sono ben contenti di intraprendere delle tavole rotonde con i locali sull'equilibrio perduto tra uomo e ambiente e i suoi influssi sulla poesia intimista slava. Peccato che i villici che incontrano li scambino piuttosto per carne di piccione. In fondo sono bianchi e sono arrivati dal cielo. Così mentre i nostri parlano di lotta operaia ed espressionismo tedesco, i villici passano il tempi a condirli di erbe e aromi per poi passarli al girarrosto. Uno alla volta. E come recita il flano italiano della pellicola, "nessuna buona azione rimarrà impunita". Riusciranno i nostri peace-warriors a scappare o al limite superare con i nativi delle evidenti divergenze culturali e culinarie? Riusciranno poi a non venire impallinati dalle guardie delle losche corporations disbosca - foreste?
Eli Roth è "cattivo" nel senso buono del termine. Il suo cinema, tanto come regista che come attore, sembra plasmato sul concetto: "anche se hai le migliori intenzioni, non rompere le palle a casa degli altri o ne pagherai le conseguenze". I ragazzini di Cabin Fever andavano a fare casino in un paese tranquillo e finivano male. I ragazzini di Hostel volevano comprare i corpi delle donne dell'est europa e diventavano a loro volta spezzatini di carne. In Inglorious Basterds è Roth stesso, come attore, a interpretare l'Orso Ebreo e a ribadire ai soldati crucchi con una mazza da baseball che era meglio se non si mettevano contro la sua gente. Con Green Inferno Roth si scaglia contro il buonismo e pacifismo da due soldi, quello fatto per pulirsi la coscienza per poi tornare a vivere la propria vita il giorno dopo. Alla fine chi fa vera beneficenza sa che comunque ogni gesto di solidarietà, anche se non costante e interessato, è sempre meglio di nulla. Ogni manifestazione è virtualmente in grado di smuovere le coscienze, se arriva alle persone giuste. Ma Roth si mette volontariamente scomodo, di traverso, non riesce a vedere il bicchiere comunque mezzo pieno. Il "restate a casa vostra" urla ancora forte. Negli anni '70 con Cannibal Holocaust si indagava sul limite del visivamente accettabile. Si accettava di vedere in televisione documentari in cui animali mangiavano altri animali, si accettava di vedere persone di culture diverse e primitive che vivevano ancora ai giorni nostri. Ma quando Deodato inquadrava gli indigeni che uccidevano gli animali per mangiarli, come facevano tutti i giorni nella realtà, gli stomaci e le coscienze si rivoltavano, anche di più di quanto si vedevano uomini  (pur nella finzione qui) uccisi e squartati dai cannibali. In più il film metteva a una certa in primo piano la telecamera, un occhio indagatore e senza filtri, a ribadire che pur nella finzione e pur nella ributtante messa in scena quello poteva essere vero. Come detto, Green Inferno si scarica di tutte le tensioni e controversie  che animavano Cannibal Holocaust, è un film molto più semplice e per bene. Nemmeno tutta la macelleria splatter che potreste desiderare da una pellicola di questo genere. Ma funziona ed è pure divertente. Le atmosfere sono più cool che vintage (abbiamo già fatto ieri questo discorso su L'uomo con i pugni di ferro), i cannibali sono pittati con colori sgargianti, il film è visivamente patinato e le location bellissime. Ci sentiamo un po' dalle parti di Apocalypto di Mel Gibson, magari con più colori. I giovani attori sono appropriati e i nativi davvero inquietanti. La trama è semplice e non nasconde di volersi espandere, tanto che un Green Inferno Beyond pare già scritto, anche se per ora è nel cassetto magari per i problemi distributivi di cui sopra, magari per l'esigenza di incassare con un film più commerciale, quel Knock Knock con Keanu Reeves per cui Roth ha confermato quasi tutte le maestranze e tecnici conosciuti nella produzione di Green Inferno. Knock Knock che pare una specie di Funny Games con una vittima che si fa abbindolare da due ragazze lascive. E torna il Roth - censore di brutti costumi, quelli stessi alla base di Hostel.
Chissà se Green Inferno in Italia farà il botto e riporterà i nostri giovani registi a spolverare il cannibal movie. Sarebbe interessante, fuori tempo magari, ma stimolante. 
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martedì 1 settembre 2015

Sinister 2 - la nuova clip mostra cosa tocca fare ai babau pur di restare "moderni"


La scena è famigliare, iconica. Il mostro è dietro le spalle del protagonista, si riflette dietro lo schermo del computer che lui sta usando per indagare proprio su di lui. Noi lo vediamo avvicinarsi, lui no. Ma in qualche modo lo avverte con la coda dell'occhio. In molti film questa variante del "nascondino" si gioca con uno specchio; John Landis si bullava di aver inventato questa scena, riciclata e riciclata se non "omaggiata" nel suo Un lupo mannaro americano a Londra. Il mostro si avvicina sempre di più ogni volta che si abbassa lo sguardo, come Bob in Twin Peeks, come gli angeli nemici del Doctor Who, come in Pulse, come in The Ring. Ma c'è un dettaglio nuovo ed inquietante.
Il bagul, il demone di Sinister, sembra essersi tecnologizzato. Non più una macchina da presa per filmini anni sessanta. Ha scoperto nel primo film le nuove telecamere e ora sembra del tutto intenzionato ad aprire un sito internet.
Basta sangue di vergine sui muri delle case delle vittime per richiamare il suo simbolo satanico. Si è impegnato, ha studiato Photoshop, fatto due bozze, pasticciato con i template e ha creato il suo logo personale da cui si accede al suo blog. In sostanza è questo che fa Bagul nella clip. Si avvicina alla tastiera del portatile della vittima per indirizzarlo alla sua pagina web.
Il babau del Blumhouse creato da Derrickson, il nuovo portabandiera dei mostri old school lancia così la sfida agli scarsi micro-babau dell'era digitale. Quella tigre da tastiera di Smiley (bruttissimo e qui la nostra recensione) e ai fantasmini di Skype di Uninvited. Bagul li cita e li sfotte come già fecero, nella storia dell'horror, Freddy prima e Jason poi. Sembra dire "Volete la tecnologia negli horror? Mettetemi i like!!"


Il secondo film di Sinister, in uscita tra un paio di giorni già si fa amare.
Il cast è solido e le credenziali ottime e se volete (qui il link) abbiamo già pubblicato uno speciale in tema. Ma questo video dai risvolti comici ci ha fatto riflettere e pensare ad altri mostri del passato che hanno cercato di modernizzarsi, di essere tecnologicamente avanzati per stare al passo dei tempi.
E non possiamo partire che dal demone pettinato male che si chiamava Trickster


Il film è Brainscan ed è tutt'oggi fighissimo. Il Trickster si impegna nella programmazione di un videogame ultra realistico che mette il giocatore nei passi di un assassino. E ovviamente il suo fine è far compiere ai giocatori degli omicidi veri. È il 1994 e l'attorucolo protagonista è il marcio Edward Furlong, a cui dobbiamo perle come Cimitero Vivente 2 e Arachnoquake. No, non ammetterò mai che era pure in Terminator 2. Io ho una versione speciale in cui lui è spixellato come nei film porno giapponesi.
Trickster si fa un fondo così, applica nel 1994 una grafica da paura anche per il 2015, fotorealismo. Si è davvero dannato l'anima per quella resa grafica. Ma forse c'è un trucco. Vi lascio al recupero compulsiva del film. Non ne resterete delusi.
Un'altra che ha provato a giocare con la tecnologia è la contessa Elizabeth Bathory.


Il film è lo schizzatissimo Stay Alive, del 2006. Un autentico guilty pleasure per il sottoscritto. La Bathory crea un videogame con grafica da playstation 2, un survival horror multi giocatore. Chi muore nel gioco, muore anche nel mondo reale. L'unico modo per sopravvivere è finire il game, che reinterpreta in qualche modo la storia reale della Bathory e infine batterla come Boss finale.
La cosa pazzesca è che chi si è incaricato di portare sullo schermo questo progetto non ha la più pallida idea di cosa sia un videogioco o un videogiocatore. Il classico padre distratto che vede il figlio giocare con "le cassette della playstation" per sei secondi per poi andare a guardare il telegiornale. Non si capisce per esempio se il gioco sia in prima o terza persona. Che sarà per i non addetti una stronzata, ma per chi gioca, ovvero il 90% di chi poi vede il film, è un problema. Logica vorrebbe che sia un gioco in prima persona, che ognuno gioca su schermo personale perché il punto di vista è corrispondente all'area di tutto lo schermo. Ma allora perché quattro persone poi giocano insieme in soggiorno su uno stesso, unico mega schermo in cui si muovono gli avatar di tutti come in un film? E perché i gamer sono tutti rappresentati come dei cerebrolesi nerd, resi giusto un po' hipster dal posterone di "Steamboy" che sovrasta la sala? E perché gli attori si limitano a girare a caso i tasti del joypad con espressioni da pazzo. Manco loro hanno mai visto un videogame? Non si pretende magari dai sottopagati attori di Teen -horror vadano come De Niro a vivere a contatto di un barbone per tre mesi per entrare nella parte. Ma questi non lo hanno mai visto un bambino al centro commerciale davanti ad una console? Mistero. Alla fine il film riesce comunque a essere divertente. Divertente per me e basta in tutto il mondo, immagino. E io guardo con affetto schifezze indicibili. Visto che solo a nominare questa "cosa" ci sono persone che impazziscono urlano prese da conati di vomito continui. Però la Bathory alla fine, per me, un game divertente lo ha fatto. Fosse uscito pari pari su ps2, con grafica in prima persona (perché nell'altra modalità a multi giocatore è impossibile) io glielo avrei pure comprato.
Bagul per ora ha creato solo il logo del suo sito. Sembra tutto contento del risultato ma ama troppo pasticciare con le telecamere. Fare il regista di filmati veramente horror e non porcherie. Ma chi può dirlo, magari in futuro pure lui potrebbe dedicarsi al colorato mondo dei videogames.
Dai primi di settembre Sinister 2 è nelle sale. Il nostro special sul film lo trovate qui, un paio di pagine indietro nel blog. Presto arriverà anche la nostra recensione. 
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