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lunedì 27 giugno 2022

2030 fuga dal futuro - scappa dalla Nuova America (The Humanity Bureau): la nostra recensione di una “roba”…davvero bruttina…con protagonista Nicolas Cage

 


Nel 2030 immaginato nel 2017 da dei tizi canadesi sedicenti “autori di cinema”, l’America e il mondo intero non se la passano benissimo. Tra inquinamento, scarsità di cibo, crisi economica, guerre e malattie sono rimaste poche persone, per lo più divise tra ricchissime, poverissime e fesse. Per salvare la baracca si è costituito e ha preso un sacco di potere l’Humanity Bureau, un ente ””assistenziale”” il cui scopo è far girare per l’America i suoi agenti su auto nere, armati pesantemente, in cerca di chi è meno abbiente. Lo scopo è quello di deport… cioè: “invitare” questa gente che non fattura abbastanza in un fantastico posto pieno di speranze e possibilità chiamato “nuovo paradiso”. Nessuno poi sembra più voler tornare indietro da nuovo paradiso, nessuno che da lì mandi una cartolina o un selfie, nessuno che telefoni: deve essere quel tipo di posto bellissimo tipo Gardaland in cui ti diverti così tanto h24 che non hai più un minuto libero per pensare al resto del mondo, per anni e anni. Noah Kross (Nicolas Cage), che evidentemente fa parte della popolazione dei fessi, lavora per il Bureau da anni e davvero non capisce perché i poveri preferiscano vivere di stenti nelle baraccopoli bevendo urina piuttosto che andare gioiosamente in questo nuovo paradiso “fatto apposta per loro”, più o meno dal nulla e non si sa con che soldi, che manco lui non ha mai visto. Giorno dopo giorno Noah si sente però sempre più fuori posto nel suo ruolo da “”“assistente sociale”””, anche se dovrebbe essere tutto ok: in fondo abita come gli atri agenti in un attico a Las Vegas ripieno di quadri milionari e sostanzialmente tutto il giorno va in giro su una corvette nera a sparare alla gente povera che non vuole andare a nuovo paradiso. Brutta bestia la depressione. Mentre arpiona con un amo da pesca un Monet che tiene in salotto, Noah pensa: “Ma quanto era bello quando qui era tutta campagna e si potevano pescare i lavarin sul molo? Forse il mondo non è finito e tutti sono felici in Canada. Bisogna andare in Canada e da lì ragionare lucidamente sul fatto che un nuovo paradiso per i poveri potrebbe pure essere una bufala a fini politici”. Il Canada salverà tutti, ma non paiono della stessa idea gli amici di Noah, che vogliono continuare a vivere a Las Vegas facendo il bagno vestiti nelle piscine degli alberghi per ricconi e continuare a sparare ai poveri.

Ma cosa diavolo ho visto? 


2030 ecc. ecc. è un film di fantascienza realizzato con tre auto, due magazzini, una casetta di legno di periferia, effetti speciali del discount e dieci attori. Più tre cappotti in pelle alla Matrix a nolo. Una roba post-apocalittica soft, che più che Mad Max pare un film vagamente western del pomeriggio di rete 4 ambientato nella campagna del Nevada. La storia fa un po’ il verso a Seven Sisters di Wirkola con Noomi Rapace, ma ne è la versione da super - hard a- discount senza nemmeno una Noomi Rapace a offrirci le sue grazie. E in Seven Sisters, in piena opulenza, oltre a infinite scene d’azione e ottimi effetti speciali anche 7 Noomi Rapace a offrirci le loro grazie, e che cavolo!!

Come spesso accade, non è chiarissimo il modo in cui Nicolas Cage sia entrato nel progetto di questo strampalato film canadese. Sappiamo che il nostro eroe ha un bulimico bisogno di recitare e devono averlo adescato in un autogrill, agitandogli davanti agli oggi il copione di questa roba mentre stava mordendo un Camogli. Lui non ha resistito e tre giorni dopo il film era già stato fatto, probabilmente utilizzando parenti e amici del regista come cast e fornitori di location, due auto a nolo e tre pistolette liquidator, un paio di stanze di motel. Cage prova a “cagizzare tutto”, si sbraccia in over-acting e cerca di portare a casa il risultato comunque, ma il contesto di lavoro è modestissimo e privo di guizzi, salvo sporadici squarci di “assurdo” come “la pesca in soggiorno” e salvo una scena che sì, è da incorniciare. In questa scena un ragazzino ruba dalla tasca del “cattivo” il suo occhio di vetro, che inizia a saltellare fino a cadere sotto una grata. Il cattivo vorrebbe sparargli, perché è lì per quello e ci sono già cadaveri di altri cattivi ovunque, ma prima aspetta che il ragazzino, che si dimostra di colpo servizievole, gli riporti l’occhio, scendendo sotto la grata e di fatto dileguandosi. Da lì, mentre il cattivo aspetta, il bimbo segue le gallerie e sbuca da un tombino vicino alla macchina di Cage, con cui fugge prima di rischiare di essere investito. Puro non - sense. Peccato che non ce ne sia abbastanza e la storiella sia davvero atroce (con un colpo di scena che fa davvero piangere per la tristezza della scrittura). Fossi stato in Cage avrei denunciato tutta la produzione di 2030 per rapimento, ma il nostro è un uomo di gran cuore e questa pellicola la potete ora trovare in streaming. Da maneggiare solo se vi trovate in gravissima crisi di astinenza da Nicolas Cage e non avete in casa nient’altro che questo film con lui. Se capitate in questo scenario vi consiglio comunque di giocare il giorno dopo al lotto, perché l’universo è in debito con voi di qualcosa. 

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lunedì 25 aprile 2022

Left behind - la profezia: la nostra recensione di un film pomeridiano tipo “a Casa per Natale” che di colpo diventa disaster movie con Nicolas Cage pilota di aerei infedele

 


Il pilota di linea Rayford Steele (Nicolas Cage) “non c’ha la fede”, nel senso che prima di decollare mette l’anello che lo lega al sacro vincolo del matrimonio nel cassettino dell’auto, che rimane al parcheggio dell’aeroporto. Con l’intento altamente fedifrago di passare il weekend a Londra a fare le cosacce con la hostess gnocca Hattie (Nicky Whelan) durante il concerto degli U2, come un sedicenne. È la prima volta che Ray pensa anche solo lontanamente e ipoteticamente di violare la sacralità del vincolo coniugale e cornificare la moglie, la ultra-cattolica oltranzista Irene (Lea Thompson). Ma per come vanno le cose in questo film sono entrambi, lui potenziale porco e la hostess potenziale sgualdrina, esseri dannati destinati all’inferno anche solo “per il pensiero intrusivo”. Come destinata all’inferno senza passare dal via è anche la figlia di Irene, Chloe (Cassi Thompson), perché ereticamente non sopporta più che la madre parli tutto il giorno “di Dio e apocalisse” da mesi, di fatto (cioè, “come erroneamente penserebbe solo un infedele e sodomita”) distruggendo il suo matrimonio ed esasperando lei e il fratellino. Ma destinato all’inferno è pure Bucky (Chad Michael Murray), un giornalista televisivo che non accetta le pacate e puntualissime critiche costruttive di una fanatica ultra-cattolica, incrociata all’aeroporto, che lo attacca urlando pretendendo che nei telegiornali si parli solo dell’apocalisse e della fine della razza umana. Ma capita anche ogni tanto che non parliamo di inferno e dannazione eterna per qualche minuto: quando il film sembra di fatto tenerci molto a presentarsi anche come una di quelle pellicole del pomeriggio di rete 4 stile Natale in vacanza, in cui sotto le note di una inconfondibile musichetta natalizia i personaggi parlano di buoni sentimenti, di comprensione e amore assoluto. Con la fotografia smarmellata e il glucosio che si accumula sui bordi della pellicola, mentre tutti fanno la fila in libreria per comprare i libri sulla apocalisse da cui il film è tratto. Quando usciamo da quella libreria dal sapore di “messaggio promozionale”, iniziando magari a realizzare che stiamo forse vedendo Una promessa è una promessa, tutto cambia di nuovo, perché il film “deve arrivare al dunque” e dopo aver “cazziato” gli infedeli e i maledetti si deve passare al piatto forte. Quando arriverà l’apocalisse, i credenti più credenti, puri e rispettosi delle sacre scritture, scompariranno di botto, da tutto il mondo, all’unisono, lasciando sul luogo della “smaterializzazione” solo gli indumenti che indossavano, perfettamente stirati e inamidati. Chi non si smaterializzerà in quanto “miscredente o credente non abbastanza convinto” dovrà sopravvivere almeno per sette anni, prima di un possibile “riconteggio” come “fedele che ora ci crede veramente e non potenziale peccatore occasionale“, alla fine del quale chi non scompare salta per aria insieme alla terra, per la gloria del regno dei cieli. 


L’idea della produzione della pellicola, basata sui testi di autori che sembra guidino anche una specie di setta ultra-religiosa oltranzista che produce tutta l’operazione, sarebbe di fare più film su questi “peccatori” che rimangono per sette anni a “giocarsela per la purificazione”. Ma questo “primo capitolo” (di 16 romanzi!!!!!!), con alcune analogie pure con la bella serie tv The leftovers di Damon Lindelof, si limita a illustrare il momento della grande sparizione dei super-super-fedeli, che di fatto avviene con delle conseguenze abbastanza devastanti. Tipo “cosa succede” se qualcuno dei super-super-super fedeli disgraziatamente scompare mente era alla guida di un’auto, un tir carico di carburante o di un aereo o se è addetto alla sicurezza di una centrale atomica in un momento delicato. Left Behind arriva quindi prestissimo ad essere un disaster movie, più alla Asylum che alla Ronald Emmerich, in cui muoiono male un numero imprecisato di maledetti infedeli, in tamponamenti a catena, esplosioni e crisi di panico. Con il nostro Nicolas Cage che deve cercare di far atterrare un aereo come in quei film in cui “cadono gli aerei” tipo Airport ed epigoni, dopo che dallo stesso aereo sono scomparsi per “smaterializzazione” il capitano, parte dell’equipaggio e dei passeggeri. Se nella cabina di pilotaggio, cercando di evitare il peggio, “volano le Madonne” (e ricordiamo che è pure la blasfemia ad aver messo nei cazzi i nostri protagonisti), tra le poltroncine si crea il classico “presepe da disaster movie a tema aereo che cade”. C'é qualcuno che se la prende con il classico ragazzo mediorientale” e per questo sicuro terrorista”, c’è la madre che impazzisce perché le si è smaterializzato il figlio e ora brandisce una pistola se non glielo ridanno, c’è il giornalista che riprende e documenta tutto, c’è la persona di colore con il ruolo comico, c’è Martin Klebba che fa Martin Klebba. Grande stima per Martin Klebba, grande carisma. La figlia di Cage è invece a terra, in un film tutto suo stile L’ombra dello scorpione triste, ma realizzato con il budget di tre happy meal, con l’intento di girare a caso, piangere, cercare di entrare in comunicazione con il padre e infine permettergli un atterraggio stile Die Hard 2 dei poveri. Riusciranno i nostri eroi ecc.ecc.? 


Diretto da Vic Armstrong, di professione stuntman ma saltuariamente director di alcuni episodi di quella serie tv ABOMINEVOLE che si chiamava Le avventure del giovane Indiana Jones, Left Behind è tratto da una serie di romanzi scritti da Tim LaHaye e Jerry B.Jenkins. Dallo stesso libro, nel 2000, è stato tratto pure un terribile film Franco-Canadese con protagonista Kirk "Genitori in Blue Jeans" Cameron, con generati pure ben due terribili seguiti direct to video. Filmetti poco convinti e remunerativi che sono poi il motivo che ha fatto dire agli autori: “fermi tutti, chiamiamo Nicolas Cage e lo stunt-man del giovane Indiana Jones e ripartiamo alla grandissima con un reboot. Magari con Martin Klebba” Come ci finisce Cage in questa roba? Pare per fare contento suo fratello Mark Coppola, prete e ultra-fan dei libri di LaHaye e Jenkins. Cage è fatto così: è un generoso. Se al fratello piacevano i Muppets, Cage con un costume di stoffa sarebbe stato la rana Kermit nel film successivo del franchise, a costo di sequestrare la troupe e Franz Oz per tre giorni vestito e armato da Big Daddy. Klebba invece dopo il Grande e potente Oz stava vivendo un 2014 di alti e bassi in attesa di Jurassic World e davanti alla prospettiva di un film con Cage ha pensato, come farebbe chiunque: “perché no?”. Ma tornando al franchise di Left Behind, anche questo reboot alla fine è stato considerato un mega disastro dalla critica ed è stato totalmente ignorato al botteghino, al pari del film di Cameron. Ma piacque molto agli autori dei libri, che lo hanno subito lodato come “miglior film di sempre sul tema della smaterializzazione del super fedeli”, pure meglio di Facciamola Finita di Seth Rogen e Evan Goldberg e di Segnali dal futuro, sempre guarda caso con protagonista Nicolas Cage. Di pari passo con questo entusiasmo, gli autori per qualche giorno parvero pure convintissimi di girarci altri dodici sequel almeno. Purtroppo ad oggi sembra che non vedremo mai altri capitoli di questa variante ultra-cattolica è un po’ tristanzuola dell’Ombra dello scorpione con Nick Cage. Ma in fondo, per davvero, “chi può dirlo?”. Di fronte alla struggente maldestra bellezza da “disaster movie del pomeriggio di rete 4” che Left Behind irradia, io un altro lo proverei pure a girare, con lo stesso budget. Cage si sente per tutto lo spettacolo abbastanza in palla, rincorrendo da vicino la performance da provetto pilota di linea “dannato” di Denzel Washington, nel Flight di Zemeckis, aggiungendoci quella punta di “paura del misticismo” per cui lo abbiamo adorato ne Il prescelto. Quando il suo personaggio inizia a capire che è la fine del mondo come descritta nelle scritture che leggeva ossessivamente la moglie, reagisce come un ragazzino che si trova a scuola dopo essersi dimenticato che c’era la verifica di matematica e noi siamo con lui, soffriamo con lui. Ed è struggente. Struggente ma anche “tenero”, quando lo vediamo prepararsi per la notte del “peccato” più timida e indecisa di sempre. Cage, che è alla fine l’unico a credere che il film non sia una robetta da pomeriggio con “l’aereo che cade” (quanti film così hanno girato? Possiamo parlare di sotto genere trash vintage?) riesce, con il suo folle e amabile estro, a dare “un senso” ad un cast che Martin Klebba a parte di certo non brilla. È il vero e unico capitano della baracca. Con il povero Chad Michael Murray di One Tree Hill (ma anche della Maschera di cera al fianco di Paris Hilton) che non riesce a stargli dietro nonostante tutto il suo armamentario di faccette corrucciate “impercettibilmente diverse”. Molto carina però alla fine anche Nichy Whelan nel ruolo della “meretrice fedifraga volante” e una menzioncina dobbiamo pure concederla alla sbarellatissima Lea Thompson (la storica “mamma giovane” di Ritorno al futuro) nel ruolo della moglie ultra-ultra fedele. Un po’ incolore Cassi Thomson nel ruolo della figlia di Cage, anche se la scena della sparizione del fratellino davanti a lei, con i “resti” che si tramutano in vestiti perfettamente stirati e inamidati mentre quest’ultimo corre verso di lei per abbracciarla in un centro commerciale, è da antologia del neo trash. Dopo Shyamalan che in E venne il giorno si inventa l’aria killer, i super fedeli che si riducono a vestitini stirati nei momenti più improbabili, per andare immaginiamo nudi e puri verso l’infinito (cosa che un film del genere non ci farebbe vedere di certo), sono un vero must. 

Left Behind è un film amabilmente assurdo e sgangherato, sorretto per lo più dalla performance di un Cage che ci crede tantissimo (e dove non ci crede abbastanza compensa con il mestiere) e da tonnellate di vestiti stirati “nel ruolo di colpo di scena spirituale”. C’è aria di Asylum in ogni inquadratura e questo potrebbe spingere qualcuno a vederlo a ruota con cose tipo il film delle tarantole di lava con il tizio di Scuola di Polizia o il sempre esaltante show degli squali volanti di Ian Ziering. Gustatevelo così: con la voglia di assurdo che vi pulsa in petto, cervello spento e magari ingaggiando con gli amici una gara di shottini alcolici: ogni volta che compaiono vestiti stirati al posto di persone. Buon intervallo. 

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lunedì 4 aprile 2022

Looking Glass: la nostra recensione di un piccolo film thriller voyeuristico con Nicolas Cage

Il motel dei Gufi Notturni, sulla statale 55 a due passi da Las Vegas, è il luogo di incontro ideale se si cerca amore clandestino con donne corpulente o incontri allucinati con cattivissime mistress bisessuali amanti di frustini. Con camere isolate e abbastanza pulite, parcheggio interno accessibile anche ai camion e una bella piscina esterna con annesse sdraio, è il posto migliore per appartarsi e c’è pure un piccolo extra per chi gestisce la baracca. Una comoda ed ergonomica postazione per guardoni dietro lo specchio della stanza numero 10, nascosta tra le tubature sopra il magazzino. Un luogo che il vecchio gestore sosteneva di aver ricavato per “esperimenti sociali” nello studio delle relazioni delle coppiette clandestine, senza essere però mai riuscito a divulgare un testo scientifico sull’argomento. 

Lo sceriffo locale, Howard (Marc Blucas), è un tipo abbastanza invadente che gira per il motel come un calabrone, pretende di avere caffè gratis alle sei di mattina e di essere intrattenuto h24 mentre racconta storie truci. Lo staff della attigua officina sembra particolarmente sinistro e mai effettivamente al lavoro, con meccanici dai tratti lombrosiani che preferiscono in ogni momento fissare la strada e il motel in modo ossessivo con ghigni malefici. La donna delle pulizie, Eva, fa entrare dentro chiunque e conosce solo una parola con cui gestisce ogni tipo di conversazione: “bueno”. Il vecchio proprietario, l’anziano “scienziato sociale” Ben (Bill Bolender), ha venduto la proprietà di colpo, con un annuncio su una rivista, ed è subito sparito in modo misterioso, risultando rintracciabile solo in modo complicato in luoghi ameni del deserto attraverso dei giri di telefonate. Ma nonostante tutte queste cose e una clientela effettivamente non proprio di lusso, i Gufi Notturni potrebbe essere il perfetto luogo tranquillo in cui una coppia in crisi dopo un lutto inaspettato, Ray (Nicolas Cage) e Maggie (Robin Tunney), può pensare di “ricominciare”. Un nuovo lavoro e forse una nuova vita. Lui è  occhialuto, malandato, scazzato ma lavoratore. Un tuttofare un po’ misogino ma che si può svegliare all’alba e tirare le due di notte. Lei è attiva nel gestire le scartoffie ma una totale Rompipalle. Insieme si completano e “tengono botta”. Almeno fino a quando una notte Ray trova nella piscina esterna, per l’occasione grondante sangue, un maiale squartato e “farcito” con un biglietto di carta con sopra scritto solo un nome misterioso: Crissy. Chi è o era Crissy? Ha a che fare con la veloce sparizione dello scienziato sociale? È il nome della mistress che dispensa frustate o del donnone corpulento che allieta i camionisti locali? È tutto uno scherzo di quei mattacchioni psicopatici della rimessa d’auto? Non sarà una scusa per lo sceriffo di iniziare delle indagini e non andare mai più via dall’hotel? Sia come sia, “Crissy“ dà comunque inizio a una escalation di fatti strani e inaspettati “più del solito”, scoprendosi essere il nome di una donna che sembra essere stata trovata morta proprio in quella piscina, alcuni mesi prima. Ma è anche l’inizio di una nuova crisi di coppia, visto che Ray è sempre più attratto e attivo nello spiare la vita delle altre persone da dietro quel sordido vetro misterioso, nascosto tra i tubi, di cui la moglie è del tutto all’oscuro. Chissà che proprio quella stanza segreta potrà essere la chiave per risolvere ogni problema. Ma probabilmente finirà malissimo. 


Musica Cronenberghiana, paesaggi notturni illuminati al neon, le anonime camere di un motel tutte uguali e fatiscenti e un’atmosfera malsana, sensuale quanto pericolosa, in cui tutti si sentono osservati da qualcuno, genericamente pazzo. Sono questi gli elementi alla base di questo piccolo, piccolissimo thriller, che strizza l’occhio a La finestra sul cortile con James Stewart (mi scuso con gli eredi di Hichcock per averlo tirato in causa) e in qualche modo “ri-specchia” il meccanismo narrativo alla base di un’altra celebre pellicola dello stesso anno: 7 sconosciuti a El Royal di Drew Goddard (mi scuso con lui e famigliari per averlo tirato in causa). C’è un po’ di giallo e mistero venato di una leggerissima e timidissima aura “trasgressiva” in questo senso. Più che sugli abbastanza artificiali e poco “spiati” show a base di frustini, la pellicola sembra focalizzarsi sulle chiappone tristi amate da un malinconico camionista che amerebbe Elim Kusturica (mi scuso con Emil, famiglia e popolo balcanico per averli tirati in ballo). C’è un po’ la voglia di giocare con l’assurdo urbano che tanto ama Lynch (mi scuso con Lynch per averlo tirato in ballo). C’è in questo magari un po’ di quello straniamento del dover “vivere in un non-luogo fatiscente” che ci riporta a Barton Fink dei Cohen (mi scuso con i fratelli Cohen e con la moglie di uno di loro, Francis McDormand che potrebbe offendersi per il paragone), con quel giovane John Turturro (mi scuso con il grande attore per averlo citato) che continua a re-incollare la carta da parati che si scolla mentre John Goodman (mi scuso con questo altro grande attore per averlo citato) lo fa impazzire. Cage si sente molto Barton Fink qui e Blucas con il suo sorriso, presenza inquietante e brocca di caffè sempre in mano è il suo Goodman. Lui ha la brocca e Cage prima o poi “sbrocca”, come da tradizione dei suoi personaggi cinematografici più amati. È chiamato a incarnare qui il più classico degli everyman alla John Cusack (Cusack che nella sua carriera “non farà il Cusack” nel Cacciatore di Donne, proprio con a fianco Cage, sarà il destino? ), il bravo ragazzone di famiglia trascinato dal caso in una realtà kafkiana (mi scuso con gli eredi di Kafka per il paragone) carica di tragici matti e sinistri predatori in agguato, ma Cage si inventa un film tutto suo. Il suo Ray è spettinato, ha sempre l’aria di uno che ha dormito poco e non è particolarmente “buffo”, prenderebbe a calci dei ragazzini. Si comporta con gli avventori con un misto di supponenza e fastidio, si arrabbia con i poliziotti e con chi lo guarda storto, si fa subito sgamare dalla mistress, è fumantino perché non scopa. È losco e umanamente antipatico e forse anche per questo più interessante della media dei protagonisti che ci si aspetta da una pellicola del genere. Ci si affeziona a questa sua imprevedibilità e lo si segue nelle “umane disgrazie” che lo portano ad avvicinarsi fantozzianamente ad un mondo proibito che presto lo soverchia, lo ribalta e gli fa abbassare la cresta. Di certo il nostro eroe non viene quasi in nulla compreso o assecondato da una moglie monolitica. Una Robin Tunney vista in The mentalist che qui si cuce addosso un personaggio un po’ monocorde e petulante, acidino e poco propenso all’intimità, ma che alla fine è l’unico personaggio davvero risoluto e risolutivo della vicenda. Non c’è intesa tra loro e va bene così. Con Ray che non tromba e va a sublimare costruendo oggetti in legno nel magazzino, prima di scoprire il posto per le “ricerche sociologiche”. 

Marc Blucas esce da Braw in The cell 99 con Vince Vaughn e arriva il Looking Glass con la stessa grinta, schiantandosi contro un Cage che a poco lo ignora e va bene così, perché il film è tutto matto. Il regista Tim Hunter, con alle spalle molti episodi di Breaking Bad, Carnivale e Law & Order, non  dirige molte pellicole (se sono tutte così ci sarà un motivo), ma ha mestiere (almeno quello). La storiella scritta da Jerry Rapp è forse il vero tallone d’Achille di Looking Glass, insieme a una produzione poco lungimirante che punta al filmetto del pomeriggio mentre avrebbe fatto faville con Tinto Brass (mi scuso con Tinto Brass per averlo tirato in ballo nella recensione di questo filmetto). Questo è Looking Glass, spogliato delle buone intenzioni. È un thriller potenzialmente erotico che non vuole essere troppo thriller erotico. È una storia surreale-esistenziale che non vuole essere troppo surreale. È come un motel sull’autostrada che guardiamo di sfuggita certi di non doverci fermare e di cui poi ci dimentichiamo puntando al Camogli del primo autogrill. È un peccato perché Cage e Blucas sono in forma e Hunter ha tanta voglia di girare lucine soffuse e stanze di albergo sinistre, strapiene di personaggi matti alla Lynch (mi scuso di nuovo con il signor Lynch e famiglia per averlo citato nuovamente). Ma non ce ne è abbastanza, è mancato qualcosa, è tutto troppo trattenuto. Servivano più tette, più maiali in piscina e nelle stanze del motel, più carte da parati che si sciolgono, più donne delle pulizie che dicono “bueno” (cosa farebbe Tarantino con un personaggio come Eva? La nuova Jacky Brown forse… e mi scuso anche con Tarantino ecc. ecc..) e più camionisti affascinati dai sederi corpulenti. Qualche volta anche Cage non ce la fa. È una cosa con cui dobbiamo fare i conti ma che non ci fa desistere dall’adorare Cage comunque. Ci sarà sempre un altro film all’orizzonte con lui protagonista e potrebbe essere un capolavoro dell’assurdo. Looking glass è troppo normale. 

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venerdì 18 febbraio 2022

211- Rapina in corso: La nostra recensione di un filmetto poliziesco con Nicolas Cage e suo figlio Weston Coppola Cage, caratterizzato da una strabiliante e grandguignolesca dose di splatter


Massachusetts, America. La più sconvolgente impresa della mattinata del poliziotto quasi in pensione Mike Chandler (Nicolas Cage) e del suo sbarbato partner Steve MacAvoy (Dwayne Cameron) sembra essere portare sulla loro volante un bimbetto di 15 anni di nome Kenny (Michael Rainey), per fargli scontare una “”abbastanza sovra-dimensionata”” punizione scolastica. L’idea geniale della scuola in concerto con la municipalità sarebbe infliggere, all’unico ragazzo di colore e omosessuale della scuola, abituale vittima di bullismo da parte di ragazzini più grandi e bianchi, un “tour” sulle zone della città da evitare perché troppo a rischio per la delinquenza, facendolo sedere sul posto dell’auto dove si tengono di solito i criminali (ed esponendolo quindi a tutta la criminalità locale “in azione”). Ma come può funzionare davvero questo sistema senza stimolare invece un sentimento di “vendetta sociale”? Misteri del Massachusetts, ma anche una buona occasione per parlare dei problemi del bullismo e della velata presenza di problemi razziali in un film di “sparamenti”, il che non è mai un male… ma andiamo avanti. Capita che il dinamico duo di poliziotti, rispettivamente suocero scorbutico e genero amorevole, finiscano insieme al “ragazzino in tour sulle strade della malavita” dentro alla più sanguinolenta rapina del decennio e tutto diventi un casino di corpi che esplodono carichi di c4, macchine crivellate, urla e terrore in diretta tv. I rapinatori sono un commando di super-mercenari, pompati, barbuti e incazzati, nonché armati di tutte le armi del mondo e di battute da cattivi dei cartoni animati. Vogliono i soldi, uccidere tutti e si chiamano rispettivamente: Rob, Hyde, 3 e Luke (manco c’ha un nome il terzo, come i fratelli “dos” e “tres” di Fantasmi da Marte di Carpenter). Di loro non sapremo molto altro, se non che questi “scappati da un film di Steven Seagal” ci vengono introdotti nella primissima scena del film, che pare a tutti gli effetti un mini-filmaccio di Steven Seagal ambientato in estremo oriente, tra petrolieri cattivi, turbanti e contractor, dove vengono “truffati” e bramano vendetta derubando “quello che gli spetta” nella banca del paesino del Massachusetts di cui sopra. Come potevamo esserci tanti soldi in contanti nella banca del paesino del Massachusetts non ci è dato saperlo di preciso, prendiamolo come un dato di fatto del modo oscuro in cui agiscono i “crudeli poteri forti”. I nostri “Villains” sono ovviante anche l’obiettivo di una super agente segreta gnocca da paura dell’Interpol, (interpretata da Alexandra Dinu) che sembra stia in un film diverso a sua insaputa, per il quale sfoggia molte graziose sciarpette. 


Ma la cosa più importate è che tra i villains c’è anche il tizio di nome Luke, che assomiglia a un ciccio Costantino della Gherardesca reincarnato in uno degli ZZtop, che è interpretato niente meno che dal figlio reale del solo e unico Nicolas Cage, il più grande attore vivente. È sempre bello vedere quando recitano insieme padre e figlio o in qualche modo si “passano il testimone”. Nicolas e il figlio Weston li abbiamo già visti insieme nel 2005 (in una particina piccolina piccola) in Lord of War. Nel 2014 (in una parte più consistente) in Rage - Tokarev, Weston interpretava la versione giovane del personaggio di Nick, un po’ come succede oggi con il giovane Gandolfini in Tutti i santi di New Orleans. Ma il “piccolo” Weston, che è appunto grosso come un armadio e di professione principale musicista black metal, (ed è anche piuttosto grandicello, in quanto figlio di una relazione giovanile di Cage con la modella Christina Fulton) ha accompagnato babbo Nick qualche volta pure scrivendo o cantando parte della colonna sonora dei suoi film, come in Drive Angry del 2011, Joe del 2013 e Vendetta - una storia d’amore del 2017. È interessante a livello artistico ma anche psicanalitico che in 211 - Rapina in corso Cage interpreti il ruolo del poliziotto compassato ma anche del ”padre assente” di Lisa, interpretata da Sophie Skelton, con il suo “vero figlio” (nato prima dei cinque matrimoni di Cage e senza essere battezzato con il nome di un supereroe) che di fatto rivesta il ruolo del criminale. Nella sua vita personale Cage si sarà sentito come un padre poco presente (molti padri lo fanno)? Cage avrà riportato questo sentimento in 211 come spunto emotivo per caratterizzare il suo personaggio? Sarà questa pellicola di sparatorie, botti e sanguinamenti un ideale “transfert cinematografico” tra Nick e Weston? Cage, che è stato Ghost Rider, Spider-Man (solo voce), Superman (solo voce) e Big Daddy (che è più fico di Batman), potrà affrontare il suo figlio che qui gli si contrappone nel ruolo di un Villain? E perché questo mi sta ricordando la storia del Cappuccio Rosso e Batman (in contrapposizione alla storia di Big Daddy e Hit Girl)? Ma perché vi parlo del rapporto psicologia/arte e di deliri meta-fumettistici e non delle sacrosante sparatorie che dovrebbero contraddistinguere un film del genere? Vi sento, cari i miei lettori. Vi sento supplicare: “Dove sono i botti? Quanti sono i botti? Valgono il biglietto del film, i botti?”. E se vi dicessi che il personaggio di Lisa, nel mezzo della vicenda, si scopre essere incinta, elevando 211 ad un film di rapine a tema genitorialità difficile + vittime del bullismo + problemi di integrazione razziale + futuri figli di poliziotto che nascono con sopra il lettino una giostrina fatta di piccole volanti della polizia? Ok, ho capito. Parliamo un po’ di botti e squartamenti. Esattamente dal minuto 39, salva l’intro alla Steven Seagal e un paio di scene preparatorie volte a introdurre giubbetti antiproiettili, fucili d’assalto, bombe e anche la super poliziotta sexy Sarah (Amanda Cerny), si scatena l’inferno. 


La rapina “parte piano” con il diversivo di disintegrare una tavola calda per dirottare lì polizia e soccorsi, ma davanti all’auto dei villains c’è Nick Cage all’attacco. Giusto subito dopo aver confortato il piccolo Kenny sul fatto che si può dire di no a un mondo di bulli e xenofobi e omofobi. Cage scende dall’auto di pattuglia perché vuole fare la multa al rapinatore che è parcheggiato davanti alla banca fuori dalle strisce blu e come reazione innesca una folle sparatoria con decine di vittime collaterali inermi tra cui molte vecchiette, incidenti a catena e incipiente futura apocalisse cittadina. L’ospedale in un lampo si prepara ad accogliere le decine di morti e feriti sbudellati della caffetteria, dopo che questa è esplosa malissimo come fosse un barattolo di carne e lamiere. Nel contempo in direzione della banca perché allertati da Cage, unico uomo in campo sotto il fuoco nemico, arrivano decine di blindati della polizia in armamento da guerra urbana. Anche qui mi sembra strano tutto questo armamento per un paesino del Massachusetts, ma sarà tutto frutto di una strategia del terrore voluta dai poteri forti… Manca solo Chuck Norris e tutti iniziano a sparare come se non ci fosse un domani. Con il figlio di Nick Cage, ciccio della Gherardesca ZZ top,  che sta per sparare alla testa del padre con un Barrett!!! Le armi in campo si fanno sempre più grosse e rumorose, passando dalle pistole ai fucili d’assalto tattici. Cage ha la pistola di ordinanza, ma ha attiva l’opzione “colpi infiniti", come usasse un trucco dei videogame. Poi arriva la SWAT. Come andrà a finire?


Scritto e diretto da York Shackleton, uscito nel 2018, questo 211 - rapina in corso è tratto da una storia vera (così dicono, spero di no) ed è il classico filmetto di rete 4 del pomeriggio che non ti aspetteresti. Quello che inizia come una puntata di Don Matteo e finisce come Black Hawk Down. Nel mezzo tutti i luoghi comuni sulla pensione, le spalle di colore che non arrivano alla fine del film, i cattivi super cattivi di un certo film di genere anni 80/90 (con il plus di una immotivata quanto surreale iper-violenza alla Paul Verhoeven) e un Nicolas Cage con gli occhiali da sole in modalità terminator. Se vi “prende bene”, un filmetto divertente proprio nel suo essere retorico, esageratissimo e pieno di azione. Con in più quella suggestione del rapporto padre-figlio che stuzzica e rende la salsa più piena, in attesa che anche Kal-El Cage diventi grande e accompagni papà Nicolas al cinema. Perché in fondo quanto è bello ogni tanto andare al cinema con papà? Solo che Cage lo fa “a modo suo”, da dentro lo schermo. Chuck Norris approverebbe questa pellicola. 

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mercoledì 9 dicembre 2020

Monster Trucks - la nostra recensione di una variante del maggiolino tutto matto per il pubblico del North Dakota

 

 


Un impianto di trivellazione scava così in profondità da trovare un mondo sommerso, da cui spuntano fuori delle creature tentacolose e pucciose disegnate dal tizio di Lilo & Stich, Dragon Trainer e Wuba. Una creaturina, più per indole che per stazza, scappa. Si scatenano dei Men in black su dei monster truck a setacciare tutta la fangosa zona di prossimità. Nel mentre ogni ragazzo sogna di guidare un Monster truck sul fango, anche il nostro protagonista restaura un Monster truck mentre lavora dallo sfascia carrozze a svariati Monster Truck. Poi, sorpresa, anche la creatura aliena si scopre che ama i Monster Truck, perché se ne “indossa uno” e inizia a guidare felice sul fango come un Monster Truck vero. Forse tritandosi qualche arto poliposo ogni tanto, perché sarebbe inevitabile, ma felice, roba da allungare i tentacoli e fare Spiderman, correre sui tetti, inseguire ragazzine a cavallo in una love story interspecie. E tra un inseguimento e l’altro con i men in Black con il Monster Truck e qualche sfida con il bulletto della scuola e il suo Monster Truck, cosa ci può scappare per il gran finale? Chi dice una bella gara sul fango di Monster Truck? Vi ho detto che il mostro del Monster Truck fa per tutto il film versetti che paiono scoregge?

Se amate i Truck non siete in cerca di un film come questo, ma di uno spiazzo fangoso dove sgommare con il Truck. Per tutti gli altri questo proposto da Dreamworks è un onesto film per ragazzini di stampo anni ‘80, con piccola love story dentro e i paesaggi country del North Dakota. Il protagonista ha naturalmente un background doloroso e cerca la rivalsa, il suo amico tentacoloso lo capisce, c’è la musica dolce mentre nuota nel laghetto di notte, nel suo “abito Truck” con i fari accesi. Presto arriveranno un altro paio di tentacolosi pucciosi, probabilmente ne sarebbero arrivati pure altri se il film avesse avuto successo e ora parleremmo della saga di Monster Truck, magari a carattere corsaiolo contro altre auto mutanti. Poteva essere l’anello di congiunzione tra Scooby Doo e Il Maggiolino tutto matto. Avrebbe magari aperto la strada di un crossover con le tartarughe ninja e gli Street Sharks, ma non è andata così. Sarà che in Italia e resto del mondo dopo la stagione di The Grave Digger nessuno si fuma più il fascino del Truck con le ruote grosse. Spariti dalla tv più veloce della Mountain Dew dai supermercati. 

Peccato perché ai bambini, target di riferimento non oltre i 12 anni direi, piace questa creaturina tentacolosa con gli occhioni dolci. Gli effetti visivi sono carini, la storia, semplice ma carina, con qualche gustoso inserto da Kaiju Movie, prosegue dritta e senza intoppi. Anche i giovani attori sono simpatici e meno appiccicaticci e bambinosi del solito (è noto ai lettori Il mio viscerale odio per i ragazzini-attori-americani). Il regista Chris Wedge dopo i cartoon digitali L’era glaciale, Robots (quello da noi doppiato da Facchinetti) ed Epic, incappa in questo suo primo film con attori dal vivo e tonfa. Forse colpa anche di un budget così così. Ci fosse stato Michael Bay magari avevamo un nuovo Transformers e qualcuno che avrebbe saputo combinare meglio tentacoli e teen-agers... ma questa è un’altra storia e se siete del target di questo Monster Trucks probabilmente non potete ancora capirla. Se avete 6- 12 anni avete però trovato qualcosa da vedere con il papà la sera, per poi giocare con le macchinine sul tappeto. 

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giovedì 4 luglio 2019

Ti presento Patrick - la nostra recensione del film sul carlino che piacerà molto alle vostre mogli, madri, sorelle e nonne




Sarah, un'insegnante single e un po' fuori forma, goffa e demotivata, che vive in un piccolo appartamento con un padrone di casa un po' stronzo, riceve in eredità dalla nonna il carlino Patrick. Da lì un'iniezione di fiducia senza pari, due spasimanti che se la contendono, una barca su cui vivere, un importante scopo professionale e morale facilmente raggiungibile e, ovviamente chilometri di verde e natura incontaminata in cui trascorrere le giornate nel migliore equilibrio corpo-mente possibile. E tutto grazie a un cagnolino che per la prima parte del film disintegra casa e sporca tutto, pur vestito spesso in completini adorabili.
C'è una chiara macro-categoria filmica che posso riassumere liberamente come "robe da donne che per lo più piacciono a mia madre, ma anche a mia sorella, difficilmente a me". Sono per lo più quei film del pomeriggio di rete 4 in cui le persone vivono problemi di vita in genere poco traumatici, scoppia l'amore tra coppie in genere depresse ma pronte a "riaprirsi alla vita", si "respira l'aria pulita" di ambientazioni ricche di verde, corsi d'acqua, cortesi vicini di casa e concittadini accoglienti e sorridenti. Tutto passa sotto un sole splendente e se c'è, per rispetto di un minimo di drammaturgia, qualche "microscopica sfida" che attende i protagonisti, la soluzione della stessa non occupa più di 6 strazianti minuti. Tutti vivono in regge faraoniche che curano personalmente in quanto "persone a servizio e altre forme di schiavitù sono bandite", tutti fanno sempre festa, se c'è uno stronzo prima della fine del film è diventato una brava persona. Mia madre parla in questi casi di "un film bello", nell'accezione di un film "Film bello con persone e posti belli, tranquillo, rilassante, positivo, senza sparatorie o alieni ed ammazzamenti, con la trama non troppo difficile da seguire (che se ti addormenti comunque sai che finisce bene) ". La materia di Rosamund Pilcher per intenderci, cui qui, nel film di cui parliamo oggi, si innesta florido (in quanto variante già "rodata", il classico"pet-movie". Il cucciolo o "animale-amico", che sia cane, gatto, cavallo o orca assassina, anche se i tempi di Free Willy sono passati), piace. Un  professore di psicologia una volta mi ha spiegato che è proprio una questione di "memoria genetica": in presenza di neonati e animali da compagnia, salvo gravi traumi personali a monte, tutti noi esseri umani siamo propensi a volerli coccolare, abbracciare, proteggere. È una combo letale contro la quale in pubblico femminile medio non ha speranze, spesso servita da una regia di stampo televisivo ritmata da una colonna sonora stile Amedeo Minghi in Fantaghirò. Le donne accolgono a braccia aperte questo tipo di prodotto quanto la programmazione di Food Network o Pomeriggio 5. Ti presento Patrick è a tutti gli effetti quello che per mia madre è un "bel film", e non fatevi ingannare dalla caratterizzazione della protagonista inglesina goffa stile Bridget Jones: i film di Bridget Jones o Sex and the city stanno in un diverso campionato perché sono "troppo sessualmente e lessicalmente accesi" e per questo non restituiscono la pace sensoriale/ esistenziale di circa un'ora e mezza che può fornire di solito un film "di genere bel film per mia madre". Allo stesso tempo, Ti presento Patrick è lontano da cose come Beethoven, Io & Marley o Hachiko dove il "pet" innesta meccanismi di convivenza ed empatia anche disfunzionali o tragici. Il pubblico dei film di "genere bel film" non vuole incazzarsi o deprimersi nel primo pomeriggio, del resto, o passerebbe a guardare chi ha in studio la Balivo. Questo filone di film è puro oro per la televisione italiana e quindi va analizzato ci gli occhi del pubblico che ha deciso di andarlo a vedere dopo la visione del trailer o solo la locandina. Ti presento Patrick quindi, anche considerandolo parte di questo particolare "genere", funziona. Non ci sono buchi di trama né particolari complicazioni della suddetta. Si lascia guardare grazie a un minutaggio non troppo eccessivo e a un ritmo non troppo soporifero. Gli attori sono simpatici e seguono tutti una "evoluzione al positivo" completa. È pieno di verde, di cuccioli, barche su splendenti corsi d'acqua e gente cordiale. E poi c'è il carlino. Con la sua facciotta buffa, dall'aria sempre malinconica. Le zampettine che saltellano, il codino batuffoloso. E i vestitini da "padrino" e "bay watch". Quando è il scena il buon Patrick ruba la scena a tutti e va ad insidiare per tenerezza nelle top ten il gattino Goose di Captain Marvel. Ti presento Patrick è un film di fascia pomeridiana di rete 4, godibile nella sua riconoscibile e "tranquillizzante" cornice di genere. L'impostazione generale è quella di un prodotto televisivo medio di genere, perfetto da degustare tra il caffè e la pennichella pomeridiana. 
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lunedì 24 luglio 2017

Black Butterfly - il nuovo thriller crepuscolare con Antonio Banderas, tra Misery non deve morire e Brokeback Mountain... forse.



Antonio Banderas è uno scrittore arrivato al fatidico momento della "pagina bianca", il crack mentale in virtù del quale le idee sono finite, i creditori sono alla porta e l'editore incomincia a dimenticarsi il suo indirizzo mail. È nel mezzo del nulla della sterminata campagna americana per concentrarsi, ogni tanto va al baretto / tavola calda per rifocillarsi e provarci non Piper Perabo (che da Le ragazze del Coyote Ugly ha sempre il suo perché), la disperata agente immobiliare, con lo scopo impossibile di vendergli casa (che Banderas tiene così disordinata che pare sempre abbia appena combattuto con un Grizzly). L'agente letterario  lo chiama riferendosi a mail, contratti e cambiamenti ai capitoli richiesti dall'editore che però non arrivano mai: sai l'ultimo temporale, sai l'adsl che non prende, sai il computer con i virus. Banderas combatte, come Jack Torrence, usa pure una macchina da scrivere vintage, ma non ce la fa proprio: il mattino non ha l'oro in bocca. Ma ecco arrivare la svolta, e meno male, perché sono dieci minuti che vediamo Banderas di profilo mentre immobile guida un'auto, mangia o cerca di scrivere... pare di trovarsi in Somewhere di Sofia Coppola e io sto già prenotando un volo per l'America per andare a uccidere Sofia Coppola. Ma ecco, appunto, il cambiamento. Mentre sta per andare al baretto, Banderas incontra per la strada il classico bifolco con furgoncino e voglia di farti incazzate come in Duel di Spielberg. Dopo aver rischiato la vita più volte Banderas arriva al baretto e poco dopo il bifolco parcheggia nella sua stessa piazzola, entra, lo insulta e gli mette quasi alle mani addosso non fosse per un ragazzetto (Jonathan Rhys- Meyers, autentico attoraccio di razza canina) interviene, seda il bullo e esce dal baretto con sacco sulla spalla verso i boschi in stile telefilm di Hulk. Banderas lo segue, Banderas vuole ringraziarlo. Lo carica in macchina pochi metri dopo, vede che è un senza casa come Hulk e gli propone una doccia a casa sua, poi un pasto, poi una birra, poi un letto che fuori sta piovendo, poi la possibilità di fare il bagno nudo nella sua piscina all'aperto... sapete come finiscono queste cose, no? Mezza giornata e il ragazzetto gli ha già riassettato casa, gli ha dato speranze per il futuro, un po' di psicoanalisi e pacche sulle spalle ed ecco che Banderas gli dà in mano il suo ultimo manoscritto, gli dice che è lammerda ma in fondo alla sua opinione ci tiene, arriva a raccontargli di lui, ex moglie, sogno americano finito ecc. ecc. Il giorno dopo il ragazzetto si convince che effettivamente il manoscritto è lammerda. Ed ecco la grande idea inquietante: "Banderas, scrivi di noi! Scrivi di quando stavi per andare al baretto e incontravi per la strada il classico bifolco con furgoncino e voglia di farti incazzare come in Duel di Spielberg. Dopo aver rischiato la vita più volte arrivavi al baretto e poco dopo il bifolco parcheggiava nella tua stessa piazzola, entrava, ti insulta e ti metteva quasi alle mani addosso non fosse per me (Jonathan Rhys- Meyers, autentico attoraccio di razza canina) che intervenivo, sedavo il bullo e uscivo dal baretto con sacco sulla spalla verso i boschi in stile telefilm di Hulk. Mi seguivi, mi volevi ringraziare. Mi caricavi in macchina pochi metri dopo, vedevi che ero un senza casa come Hulk e mi  proponevi una doccia a casa sua, poi un pasto, poi una birra, poi un letto che fuori stava piovendo, poi la possibilità di fare il bagno nudo nella tua piscina all'aperto... sai come finiscono queste cose, no? Mezza giornata e ti avevo già riassettato casa, ti avevo dato speranze per il futuro, un po' di psicoanalisi e pacche sulle spalle ed ecco che ti mi davi in mano il suo ultimo manoscritto, mi dicevi che era lammerda ma in fondo alla mia opinione ci tenevi, arrivavi a raccontarmi  di te, ex moglie, sogno americano finito ecc. ecc. Non è un cavolo di incipit sconvolgente?". E Banderas: "No, è una palla scontata che mi pare di aver già letto due volte negli ultimi dieci minuti!!! A chi può fregare questa roba?? Ci si aspetterebbe al massimo che nasca una relazione gay tra noi due e non è una cosa che attualmente voglio scrivere, visto che i tempi di Ferrara e Bigas Luna sono finiti e da vent'anni campo come testimonial del Mulino Bianco!!". Ma il ragazzetto incalza: "Ma no! Esci dalla tua visione egomaniacale!!! Racconta di me!!! Tipo quel film con Tom Selleck e Pavlina Porizkova!!!". "Eeh??". "Ma sì, quello che lui fa lo scrittore, c'ha la crisi creativa e si ritrova in casa una gnocca, un po' come me, per la quale non sa se essere attratto o spaventato. Chissà chi è, chissà da dove viene, chissà in che pericoli lo condurrà, non è una figata??". "No, non lo è per niente!!! È roba già vista in tutte le salse, da Misery non deve Morire a The Guest di Adam Wingard... e tu non sei né Katie Bates né Dan Stevens. Ma ci sarà un cavolo di motivo per chi uno fa lo scrittore per lavoro e un altro no? Ma idee originali ne hai?" . "E se invento cose assurde su omicidi mai sviluppati né intuiti prima, un'indagine, botte, legal thriller e finisce poi che era tutto un..." . "Non dirlo!! Non dirlo assolutamente o la sala si svuota già da adesso!! Non dirlo o ci vengono a linciare!!!! E poi è un'idea del cavolo!!!" . Il simposio continua un po' per tutto il film... fino a che, non sapendo che canovaccio copiare, si arriva a copiarli un po' tutti.



- E dire che non sarebbe stato nemmeno così male... avevamo le foreste americane da western crepuscolare, avevano un attore a cui si chiedeva di raccontare in scena (in fondo) la parabola discendente della sua stessa vita, avevamo una traccia sulla quale si poteva scrivere davvero di tutto, dai rapimenti alieni alla commedia scurreggiona passando dal drammatico al romantico al thriller, si poteva toccare pure l'horror. E si butta via più o meno tutto. Rhys- Meyers, e non mi importa se è stato Enrico VIII nei Tudors, è un cagnaccio. Dai a Cesare: "Un belloccio cagnaccio". E questo è un film a due, un film che Banderas non può sostenere da solo, nonostante ci provi e riesca ad essere a tratti convincente. Peccato, perché bastava un attore più performante per dare sapore alla pietanza, così invero piuttosto deludente. La storia parte bruttarella, statica, affaticata ma il secondo tempo è davvero imbarazzante, roba da film TV del pomeriggio di rete 4. Si prendono idee a caso e non le si sviluppa a dovere lasciando nello spettatore un senso di incompleto e farraginoso. Anche l'inclinazione sentimentale che poteva nascere tra i due co-protagonisti è solo accennata e subito cassata ed è un peccato, sarebbe stata una nota originale. Tuttavia Banderas è da salvare assolutamente. Il suo scrittore in crisi è dolente, appesantito, perennemente sbronzo e malinconico. Sembra una persona vera con un interessantissimo lato oscuro (alla fine del film una certa domanda non può che balenarvi e sarà inquietante). I paesaggi sono mozzafiato e le scenografie sono perfette, funzionali. Si direbbe un compito fatto bene, non fosse appunto per una sceneggiatura deludente e un Rhys Mayers da dimenticare, che per tutta la pellicola recita nel mood del bulletto odioso. Un'occasione mancata. 
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giovedì 31 dicembre 2015

Gods of Egypt - primo trailer del film in uscita a febbraio!! Ed è una tamarrata fotonica!!!



Alex Proyas, uno dei registi che più ho amato negli anni novanta, da The Crow a Dark City, torna finalmente al cinema con quello che a tutti gli effetti è Scontro tra Titani 3. Mitologia usata con disinvoltura, effetti speciali a manetta, tamarroide tamarritudine che spruzzava da tutti i pori, tutti volevano girare il guilty pleasure sandalone ma cacchio... erano finite le idee. A dire il vero, non che le avessero cercate a fondo... Avevano giusto giocato a God of War per playstation riciclando un film in stop motion con civetta meccanica degli anni '70... Così si sono decisi a cambiare ambientazione, con Sam Wartinghton che ha continuato per anni a dire a parenti e amici che avrebbe fatto il capitolo tre, una tristezza che non vi dico. Hanno scelto come le vacanze di natale di Boldi e De Sica di ambientate tutto in Egitto. Se andrà bene e finiranno le idee hanno già confermato Cortina con un una scena di capodanno con gli sciatori e fiaccole che manco in Al Servizio Segreto di Sua Maestà e XXX. Ma ora l'obiettivo è appunto l'Egitto e ci stanno le divinità egizie che si menano in armature transformers ultracolorate. Scelta logica per gli attori, Jamie Lannister (Nicolaj Coster-Waldau) del Trono di Spade televisivo e Leonida di 300 (Gerald Butler). Proprio egiziani tipici, che con le tuniche dorate stanno una bellezza. C'è pure Geoffrey Rush che dopo aver visto nei Titani sputtanarsi Liam Neeson e Ralph Finnes ha gridato: "Pure io!!" "Ti faremo vestire da fesso scintillante!!".


Brenton Thwaites, l'attorucolo con i sopracciglioni da scemo di Maleficient è nel cast e porta ancora i sopracciglioni da scemo.
Gli sceneggiatori sono gli stessi di Dracula Untold e di The last witch Hunter, la produzione, come per i Titani, è ricchissima. La credibilità di questo Egitto mi ricorda un noto video di Katie Perry.

Ma il fatto vero è che non sto più nella pelle per l'attesa pur sapendo che sarà qualcosa di enarrabile. So già che con scuse patetiche andrò a vederlo tre volte al cinema e avrò il blu ray 3D appena sarà stampato. E' più forte di me, quando vedo tanta mano sicura che guida verso una palese porcheria, nasce in me un sentimento non dissimile dall'amore e so che vorrò bene a questo film anche se sarà l'esatta porcheria che furono i Titani. Certo non più bruttino però, brutto il giusto va bene, troppo è da evitare. 

Da Il trono di spade all'antico Egitto con sobrietà. Il gonnellino dorato per me andrà un casino in spiaggia quest'anno!

Mi rincuora la presenza di Proyas, parecchio. Certo che Dark City è del '98 e Il Corvo del '94. Di più recente solo il bruttino Io Robot con Smith e una cosa con Nick Cage e la fine del mondo con gli alieni che mi sono scordato esistesse fino a sei secondi fa. Ma la mano è sempre buona, le scene di azione le sa girare, tifiamo per lui. Questo primo trailer è come l'intero progetto, destabilizzante. Non so cosa si sono fumati i produttori per dare l'ok. Ma io so che sarò a vederlo. Male che vada mi ammazzerò dalle risate. Speriamo. 
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mercoledì 5 agosto 2015

Joker - Wild Card : da oggi al cinema!


Cosa c'è di più rinfrescante in questa torrida estate di un film di Simon West con Jason Statham?
Il regista un tempo noto per Con Air è come noi un autentico fan della star britannica, al punto da creare su misura per lui adattamenti di lusso di classici film action del passato. Era successo con The Mechanic - Professione: Assassino, nel quale Statham indossava i panni del mercenario - mentore interpretato nel 1972 da Charles Bronson. E le cose sono andare così bene che nel 2016 uscirà il seguito Mechanic: resurrection. Succede oggi con Joker -Wild Card, in cui Statham indosserà il doppiopetto da bodyguard col vizio del gioco che nel 1986 indossò Burt Reynolds.
Anche questa volta West ha voluto i testi sacri originali e ha cucito su Jason una parte quanto più fedele al film di riferimento. E si può notare come la sceneggiatura del 1986 (il film si chiamava Heat ed è arrivato da noi con il titolo di Blackjack) riesca ancora a essere divertente e attuale. Aggiornata e resa interessante, oltre che dalla performance di uno Statham al meglio, dalla presenza di un cast che annovera Stanley Tucci, Sofia Vergara e Milo Ventimiglia. C'è anche il giovane Angarano, che duetta perfettamente con Statham in una specie di rapporto padre-figlio.
Las Vegas. Una Las Vega figa come ai tempi di Ocean 11. Statham è un'esperta guardia del corpo, letale e acrobatica. Ex soldato, ex persona rispettabile ex di tutto. Comunque un  duro. Ma anche uno scarsissimo giocatore al tavolo verde. Di quelli incalliti fino all'autodistruzione. Per questo salta di padrone in padrone un po' come Clint Eastwood in Per un pugno di dollari.
Fa di tutto, compresi incontri di carte combinati, medita vendetta per chi lo ha spennato e per chi gli ha voluto bene ed è sempre pronto alla rissa. Il perfetto antieroe con tante palle ma che per quel brutto viziaccio non riesce ad andare da nessuna parte. Una canaglia alla quale ci si affeziona. Il film riesce a essere carino anche per chi apprezza di vedere al cinema sostenute partite a carte. Del resto nella sterminata carriera dello sceneggiatore William Goldman, tra Il Maratoneta e Misery non deve morire, figura anche il divertente Maverick con Mel Gibson.



Questo Joker arriva in piena estate come una gradita sorpresa. Del resto la stagione più calda nel nostro bel paese non lesina mai qualche film di Statham, pellicole che nella folla della programmazione italiana hanno in questo periodo tutte le sale giuste (magari climatizzate) in cui esprimersi al meglio. Ed è un vero piacere vederlo in forma in sequenze ad alta gradazione di spettacolarità, magari non troppo lunghe come vorremmo ma sicuramente appaganti. Come per l'originale di Reynolds, Joker riesce sempre a tenere un registro leggero, smussando nel possibile la potenziale cupezza di alcune situazioni. Rimane un film rivolto a un pubblico adulto ma per i fan di Statham c'è da divertirsi.


Quindi, anche quest'anno, non abbandonate le sale cinematografiche in autostrada. Se la programmazione dei film più blasonati va in ferie o ad assediare le stazioni balneari e i festival, ma voi dovete stare a casa per il lavoro, ecco la soluzione alla calura. Nel multisala climatizzato vicino a casa vostra potreste sempre trovare film divertenti e ben realizzati come questo Joker. O preferite stare a casa a combattere le zanzare e guardare le repliche di Montalbano?
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venerdì 8 maggio 2015

Far East Film Festival - Il gran finale!


E siamo a sabato. Ultima giornata di festival. Con qualche bella sorpresa e qualche conferma. La conferma è che la commedia filippina non fa per noi, è decisamente l'incarnazione del "male" insieme alla commedia greca, spagnola e francese. C'è chi l'ama comunque, ma noi qui la si salta sereni. Non ce ne vogliate, preferiamo spettacoli diversi, come ad esempio una lavanda gastrica.

Unsung Hero di Masaharu Take è una commedia giapponese dalle forti inclinazioni action. Ed è una vera bomba! In pratica la versione Power Rangers di The Wrestler!!!
Honjo è il classico combattente "rosso", il capo, e anche sul lavoro, nella serie live action per ragazzi Dragon Four, viene da tutti chiamato "leader" per autorità, professionalità e cuore. Solo che lui è di fatto il leader di una schiera infinita di combattenti - stunt-men senza nome, quelli che una volta che l'attore vero e "fighetto" si trasforma divengono la sua controfigura, in genere con un casco in testa. Ad attori fotomodelli si alternano quindi, a spaccarsi le ossa, gli eroi stunt-men, che con una specie di codice del samurai vivono l'intera vita anche oltre la carriera. Si parte da mostro gommoso "cattivo", si passa a fare l'eroe e si vive con stoicismo il ruolo, perché se uno non è abbastanza "alto" per essere il ranger rosso, potrà a vita ambire solo al giallo o, peggio, al rosa. Hanjo, come tutti gli stunt-men, sogna di vedere per una volta il suo volto, il suo nome in cartellone, senza il casco. E sembra che una versione cinematografica di Dragon Four sia pronta per il grande schermo. Solo che all'ultimo viene scelto per la parte "a viso aperto" un attore - fotomodello - fighetto. Il leader dovrà quindi insegnare a costui come ci si comporta da veri eroi in calzamaglia, compresi gli allenamenti e lo stile di vita di chi abbraccia la grande famiglia dei live action per ragazzi. Gente disposta a tutto perché i loro calci volanti entrino nel cuore delle nuove generazioni.


Sono richieste indagini, vi faremo sapere, perché c'è qui dietro molta storia degli spettacoli live action giapponesi. Lo spettacolo è invece bellissimo quanto disarmante. Il mondo degli stunt è duro, carico di lividi e brutte lastre e quasi non riconosciuto in Giappone, visto poi nel mondo quasi come una cosa strana (che strana di fatto lo è. Davvero).
A Hong Kong per lo meno le stelle marziali si vedono in volto e non combattono dinosauri rosa. Il film poi ha un finale fantastico, da panico, indimenticabile, in cui il nostro eroe accetta, per andare incontro a un regista - bambinone americano, a un lungo stunt senza cavi, senza cgi e senza materassi di protezione. Una scena pazzesca che lancia nell'Olimpo delle scene pazzesche questa pellicola. Bravissimi gli attori, straordinari gli artisti marziali coinvolti e ci sono scene e pupazzi stile Power Rangers... una figata cosmica.

Forget me not di Kei Horie è una tenera storia d'amore dalle forti vene malinconiche. Azusa Oribe è una ragazza altruista che fa volontariato in un centro che cura gli anziani, è solare e gentile con tutti, ma ha per uno strano caso del destino, su di lei una maledizione. Le persone non si ricordano di lei, la dimenticano in poco tempo. Anche se compare nei registri della scuola, anche se ha una casa dove abita, nessuno si ricorda di lei. Per questo riesce a vivere solo con i vecchietti che perdono la memoria.Un giorno Azusa incontra un ragazzo e spera di potersi innamorare di lui. Ma lui riuscirà a non dimenticarla?

Il regista Kei Horie ribalta con venature fantasy il classico filone degli "amori smemorati" che per di più mettono in scena i brutti effetti di una malattia terribile come l'Alzheimer. Un argomento caldo, purtroppo, che il cinema ha anche il dovere di trattare. Qui funziona tutto al contrario e forse l'impatto può sembrare diverso, ma il problema affrontato è il medesimo.
Horie dirige splendidi interpreti e molto astutamente non lascia che il tutto si risolva come nelle favole, perché è come se la realtà bussi alla porta. Interessante, curioso, il segno che il giovane regista farà sicuramente parlare di nuovo di sé. Buona la messa in scena, dal piglio investigativo quanto surreale; meriterebbe una seconda visione.

E siamo all'ultimo film del festival, un kolossal bellico di Hark Tsui che si basa su una storia vera, a sua volta già rappresentata nel teatro tradizionale e cita a piene mani capolavori come Indiana Jones.
The Taking of Tiger Mountain.
Cina, 1946. L'esercito giapponese non c'è più ma sulle montagne, nelle vecchie roccaforti, si annidano schiere e schiere di briganti al soldo del fantomatico lord Falco. L'esercito popolare di liberazione è in caccia, ma il nemico è terribile quanto il freddo e la ristrettezza delle provviste. Ma a dare man forte ai soldati arriva una superspia di nome Zhang Hanyu, che pare Sean Connery da giovane. Questo riuscirà a infiltrarsi tra le file nemiche per trovare un varco nella impenetrabile fortezza di lord Falco. Ma per giungere alla meta dovrà dimostrare il suo coraggio, affrontando una spaventosa tigre gigante. La posta in gioco è alta, lord Falo brama una mappa con i vecchi avamposti militari cinesi. Se la missione fallisse ci sarebbe in giro un nuovo War Lord. Con le situazioni più classiche del war movie (da Ryan in poi passando per John Woo) condite dalle mega - trappole ambientali dei film di samurai come 13 Assassins, arricchite da un clima sempre teso e minaccioso, come nei migliori western e uno spruzzo da Indiana Jones (uno così eccessivo da essere inteso dalla stessa pellicola come un what if), l'ultimo film del gigante Hark Tsui spacca di brutto. 


Grande ritmo, mirabolanti trovate visive, un'azione incessante realizzata da super soldati rotanti e incazzati contro brutti ceffi che paiono usciti da Ken il Guerriero. C'è sì la sotto - trama con il bambino perduto che fa un po' melo, c'è sì l'infermierina action, c'è ovviamente una valanga di patriottismo alla Michael Bay e un unico abbraccio di storia passata e presente sull'orgoglio  militare cinese. Ma il film è figo e divertente, tra tizi che si lanciano dalle montagne con gli sci, a carri armati che scatenano frane, falchi orbi mangiatori di carne umana e assurde bombe fatte in casa che fanno più danno del plastico, un combattimento con la tigre da storia del cinema. C'è poi un ricercato effetto tridimensionale dell'azione che mi fa pensare che non fosse male la versione 3D. 
148 minuti che volano via in un attimo, davvero galattico! Questo se non lo portano ufficialmente in Italia è un delitto. Ci si può leggere dietro politica e quant'altro, ma se mi hanno propinato Pearl Harbour di Bay, io voglio vedere questo, che è cento volte più divertente e meglio girato. Viva i rollercoaster! Dall'ultimo Avengers a questo The Taking of Tiger Mountain. Non poteva esserci finale migliore a questa splendida rassegna di cinema pop asiatico. E' stato un anno all'insegna dell'action, gli horror ci hanno poco colpito e i film drammatici e comici si sono dimostrati niente male. Bello anche l'impegno nel proporre i documentari, in una collocazione oraria interessante e con una scelta di temi intrigante. E' stato bello esserci!
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