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mercoledì 22 dicembre 2021

Death Shield volume 3 - la nostra recensione


(Riassunto delle puntate precedenti) Nella città di Shin si erge la Shield Tower, sede della più importante e prestigiosa società fornitrice di guardie del corpo, la Life Shield. Ma al di sotto della Shield Tower si cela una torre speculare, sede della misteriosa Death Shield. La Death Shield ha per clienti persone in genere potenti e pericolose, che vivono in modo molto rischioso e di conseguenza possono qui fare affidamento su agenti speciali dotati di un potere unico: la precognizione. I precognitivi hanno un istinto supersviluppato, simile a quello di certi animali feroci, che permette loro di anticipare di qualche secondo una minaccia mortale imminente. Se addestrati a dovere, questi rari e preziosi soggetti possono riuscire anche a contrattaccare e ribaltare le situazioni più disperate. I servigi della Death Shield sono costosi e riservati a pochi. Trovare un precognitivo e addestrarlo è un incarico difficile, anche perché le persone che hanno tutto questo potere spesso hanno un animo instabile. Il giovane Kaito, precognitivo a capo della sezione Death Shield, possiede metodi di ricerca e reclutamento spietati e spesso non ha la giusta calma per trattare con i nuovi membri. Incontra così un giorno il promettente precognitivo Kris con una ricerca sul territorio. Lo testa e lo recluta, gli instilla la determinazione per diventare uno degli agenti migliori. Ma si fa odiare da lui. Così Kris, che meno di quattro mesi prima era un ragazzo normale e sorridente, impacciato e in cerca di lavoro alla fine degli studi, diventa un assassino a sangue freddo. Un uomo capace di uccidere a ripetizione degli innocenti come fossero “oggetti”, pur di attirare l’attenzione di Kaito e vendicarsi su di lui. Compiuta la sua vendetta, Kris viene scelto a sorpresa come nuovo capo della Death Shield dal misterioso Magus. 


Il fumetto scritto da Luca “Mangaka96” Molinaro e disegnato da Giorgio Battisti partiva da un’ottima idea di base che ricordava in qualche modo il classico Il mio nome è Remo Williams (o i combattimenti di Sherlock Holmes di Guy Ritchie per i più giovani), mischiando in modo “filosofico” sparatorie e arti marziali. I disegni, che ricordavano un po’ lo stile sobrio degli anime anni ‘90 (stile la serie basata su Virtua Fighters) erano molto stilizzati nei fondali ma appropriati per la messa in scena di una trama dai risvolti “mistey/investigativi/introspettivi”, un po’ dalle parti di Death Note. Il ritmo narrativo era spigliato, la scelta di seguire il racconto dal punto di vista di un personaggio misterioso ma “amichevole” come Kris interessante e al contempo “spiazzante”, specie quando il ragazzo iniziava a sbarellare diventando un killer quasi inconsapevole, la vittima di un gioco di potere che gli aveva fatto il lavaggio del cervello e prosciugato ogni senso morale. Una vittima che per lo più vive isolata dagli altri e si commuove solo a guardare un cielo stellato, che arriva a riconoscere nell’esistenza umana solo una acritica scalata al potere, ben rappresentata dalla “torre da scalare”, dai piani interrati fino alla cima, in cui si svolgono gran parte degli eventi. Potere per potere. Donne-trofeo ideali oggetti del “sé glorioso” narcisistico. La visione utilitarista della vita altrui che arriva all’oggettivizzazione più totale, quando vengono uccise delle persone a caso perché fungano da “messaggio sms”. La più semplice quando perfetta immagine della deriva del pensiero liberista che avvolge da due secoli la società occidentale. Veniva davvero voglia di divorarlo, il fumetto. Capitolo dopo capitolo. Se tutto funzionava abbastanza bene nel primo numero, con il secondo, nonostante l’affiorare di alcuni “problemi”, la voglia di andare in fondo alla trama non calava. C’erano di fatto molte ingenuità, come descritto nel nostro precedente articolo legato al manga, causate in parte dalla giovane età degli autori, come dalla voglia di stupire a tutti i costi. Ma si avvertiva anche la sensazione del grande potenziale di crescita di entrambi gli autori, che aspettavamo di cogliere in questo terzo volume. 

Ed eccoci al volume 3.


(Death Shield volume 3 di 4 complessivi). Kaito, capo della Death Shield è caduto dalla cima del palazzo e viene dichiarato morto. Magus, capo della Life Shield e capo “di tutto”, offre a sorpresa a Kris il perdono assoluto da tutti i suoi misfatti e gli offre il posto di Kaito. Il ragazzo, ebbro di potere, accetta. 

Kris è il nuovo capo del Death Shield, la società ha un approccio più “amichevole” rispetto a quello che aveva adottato Kaido per il reclutamento, arrivano buoni risultati, il successo, il riconoscimento, donne e navi sulle quali fare feste faraoniche. Ma Kris non è felice e pensa che l’unico modo per esserlo sia andare ancora più in alto nella torre, alzare l’asticella del suo status, defenestrare Magnus e prendere il suo posto. Poi boh, magari non si accontenterà neanche di quello, ma per ora non pensa ad altro. Ma ecco che arriva una situazione alquanto surreale, buffa quanto illuminante. C’è qualcun altro che vuole far fuori Magnus e mettere a capo della baracca Kris e Kris è d’accordo! Ma quando questo gruppo decide di agire, Magnus ha deciso spontaneamente di cedere tutta la baracca a Kris, perché molto ammalato, perché lo stima e perché non vede nessun altro in quel ruolo. Di colpo la “foga di potere” di Kris si inclina, ma ed ecco che accade il “patatrac”. Un patatrac che ci fa nuovamente riflettere sulle capacità di Kris di prevedere gli eventi… Ma soprattutto che ci apre dubbi su quale sia il vero piano di Magnus. Perché questi ha accettato senza battere ciglio che Kris uccidesse Kaito per poi affidargli le chiavi del potere? 

Con il numero tre del manga, Mangaka96 si prepara a “chiudere la storia” con il prossimo capitolo, forse in modo troppo frettoloso. Abbandona così una trama orizzontale possibile e fatta di nuove missioni e nuovi personaggi e va al succo, all’intrigo di potere centrale all’intreccio. Il numero tre diventa così un thriller con solo una parte finale dedicata all’action e ai superpoteri. Viene aperta con poca convinzione una veloce linea narrativa sullo sfruttamento scientifico dei precognitivi, arriva un plot twist molto “prevedibile” e il “cast” dei personaggi viene sostanzialmente a ridursi a tre persone in croce, due secondari e alcune comparse senza volto. La questione della “scalata al potere” è così ripida che fagocita ogni altra linea narrativa ed evoluzione logica e psicologica, al punto che nel lettore-tipo possono insorgere le classiche domande “arrabbiate” di chi vede un mondo narrativo ridursi ad una linea retta. Domande tipo: “Irrompere in una torre fantascientifica piena di soldati con poteri precognitivi, armati ma in grado di uccidere anche a mani nude, può essere davvero più facile che entrare in una discoteca protetta da un buttafuori?. Oppure: “Tra telecamere di sorveglianza, agenti di ronda e un sistema gps sottocutaneo che di fatto monitora e rende impossibile la fuga di chi sta dentro, possono mancare anche solo 2 telecamere in bianco e nero che controllino il cancello all’ingresso come quelle che ha il mio vicino di casa?”. Oppure: “Possibile che si accorgano del casino seguente all’assalto, con tanto di elicotteri e sparatorie,  solo tre persone, quando invece dovrebbe partire un allarme generale? Possibile che nessuno dei precognitivi della torre, che sono centinaia, abbia la precognizione di un assalto e di conseguenza nessuno faccia qualcosa?”. Sembrano davvero  tutte domande la cui risposta avrebbe richiesto almeno altri tre numeri del fumetto. Numeri che  però forse gli autori non potevano o non potranno sviluppare per ragioni che non conosciamo. È un peccato che alla fine Death Shield, con un potenziale action alla “Matrix”, ci cali mestamente in un mondo “piccolo”, abitato letteralmente da tre persone. Un piccolo mondo abitato da persone con “superpoteri” che si palesano solo quando l’autore si ricorda. Un mondo in cui le persone precognitive perdono tempo a calcolare al millimetro la distanza di chi si trova in una stanza, per cercare una strategia o vie di fuga, e poi si espongono su un balcone all’aperto al mirino di cecchini di cui ignorano la reale intenzione. 



Tutto questo è “recuperabile” con il quarto volume? Scaturirà una riflessione sulle inspiegabili ingenuità di personaggi che l’autore vuole continuamente presentarci come super-intelligenti? 

Un po’ voglio crederlo. Un po’ voglio credere che Death Shield diventi una apologia sul potenziale sprecato per la troppa ambizione e una critica sociale a un mondo che sembra nutrirsi solo sull’ambizione di potere. 

Di fatto ci sono nel terzo volume anche aspetti positivi. Il personaggio di Kaido assume un senso più ampio e ci potrebbero essere ulteriori sorprese per il futuro. La ragione reale per cui Magnus agisce getta una nuova luce sui reali fini per cui potrebbe esistere la torre. La paranoia e la difficoltà di autocontrollo di Kris anche “a causa dei suoi poteri” ci rimandano ad alcune figure di newtype della saga di Gundam

Questo numero “taglia corto e semplifica”, forse anche per sopraggiunte esigenze editoriali, ma possiede comunque un buon ritmo narrativo. I disegni di Battisti sono più solidi e convincenti e  una trama fatta più di thriller che di azione si sposa maggiormente  al suo stile. Migliora la caratterizzazione grafica dei personaggi, compare a sorpresa un interessante mecha design, il lavoro sui fondali è più convincente. Le scene d’azione della parte finale sono concitate ma interessanti, davvero “fighe”. 

Meno convincente del primo volume, decisamente meglio del secondo, per ora sospendo il giudizio su questo volume tre in attesa della  lettura del numero finale, in attesa di una svolta che lo completi. Segnalo per ora come comunque il progetto risulti piacevole a una lettura non troppo analitica e ogni tanto sia davvero in grado di sorprendere in modo genuino. Se Death Shield è il primo banco di prova di questi giovani autori, la prossima opera potrà di certo volare più in alto. Correggendo al meglio le asprezze ora evidenti, mettendo più a fuoco i punti di forza. Stando più sui personaggi e il loro mondo e meno sul senso universale che l’opera dovrebbe avere. Ma sono quasi aspetti che si possono aggiustare perché gli autori li vedo abbastanza “vicini” a quell’esito.  Avanti così. 

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mercoledì 26 maggio 2021

Quintessential Quintuples di Negi Haruba, un manga per puri di cuore un po’ arrapati


La vita è grama e per tirare avanti nel Giappone Moderno un ragazzo del liceo di nome Futaro, di umili origini, deve studiare, lavorare e dare le ripetizioni ogni santo giorno. Ma come vede Futaro il futuro? Poco male, quando un riccone decide di commissionargli ripetizioni limitless non di una, non di due, non di tre, ma addirittura di tutte le sue cinque figlie, tutte gemelle e tutte gnocche. Differenziate dalla pettinatura, le cinque sono tutte pronte a capitolare prima o poi ai piedi di Futaro, al punto che fin dalle prime tavole del fumetto noi già sappiamo che lui di lì a poco se ne sposerà una. Il gioco è però capire con chi delle cinque sarà scelta, posto che pure se ce la fanno vedere con l’abito da sposa non è così evidente chi sia. Sarà quella con i capelli a caschetto che perché nata due minuti prima delle altre si sente sorella maggiore, ama il teatro e frequenta ragazzacci? Sarà la patatona maldestra coi ciuffi a coniglietto, che ama lo sport ed è troppo altruista? Sarà la menosa precisetti con i codini, un po’ brusca ma in fondo tenerona? Sarà quella che un po’ remissiva con la pettinatura che le copre gli occhi, che vive nel suo mondo portando perennemente le cuffie, amando i racconti storici? Sarà quella con le stelline per ferma-capelli, che non si capisce esattamente cosa pensi, è complicata e forse sogna di fare l’insegnante? Io non lo so e l’autore cerca continuamente di confondere le carte in modo stimolante, architettando quasi un intreccio mistery. 

Le gemelle si scambiano le pettinature, compiono azioni personali di rilievo sentimentale senza palesare la loro identità, ce le fanno vedere da piccole quando tutte sono pettinate uguali. La sposa futura di Futaro è indefiniti ma inesorabile, con “lei” che racconta a ritroso, dal giorno del matrimonio fino giù a quel periodo in cui si sono incontrati, un’infinità serie di “ti ricordi quella volta che io...?” che inquadra ogni singolo capitolo del manga. Un po’ alla How I meet your Mother, se vogliamo. Il gioco funziona così bene e la scrittura è così stimolante che gli appassionati si sono scatenati in Giappone in veri e propri fan club dell’una o dell’altra gemella. Alla fine Futaro è il classico ragazzo super-medio, super-noioso, super-senza-carisma di moltissima della produzione manga odierna, per lo più un avatar moscio buono per tutte le stagioni in cui il lettore può immedesimarsi. Ma le gemelle sono sempre peperine e i disegni ci permettono lungamente di fantasticare tra le loro curve, seppure in una cornice grafica molto elegante, per nulla volgare ma abbastanza “interessante” da immaginarsi che qualche real-doll, con le fattezze di una delle cinque, venga fabbricata nelle più sordide cantine di Osaka per finire poi nelle mani di qualche oscuro omino con una forte solitudine, ad allietare la sua stanzetta umidiccia. E con questa nota soave agli indubbi meriti grafici dell’opera di Negi Haruba, diventata nel 2019 anche anime di successo a firma della Tezuka Productios, devo dire che mi sono decisamente divertito nel leggere i 14 volumi editi da J-Pop, in una bella edizione realizzata con la classica cura che la casa Milanese riserva ai suoi prodotti. Ogni tanto ho “accusato il colpo“, soprattutto quando la vena sentimentalosa dell’opera andava su canali per me troppo diabetici e autoreferenziali, ma alla fine l’ho trovata frizzantina al punto giusto, scacciapensieri e ben curata. Chi sarà la sposa futura di Futaro lo lascio a voi, nella magra constatazione che io fino alla fine comunque “non l’ho beccata”. Talk0

sabato 18 gennaio 2020

Attica - il nuovo fumetto Bonelli, firmato da Giacomo Bevilacqua. Ed è un manga!!!




Attica è il paradiso, ma forse è anche l'inferno. È forse il luogo migliore in cui vivere di tutto il pianeta, il più ecologico, sostenibile, tecnologico, ma è riservato, per pochi, servono un sacco di soldi e il visto non lo concedono a tutti. E poi ci stanno le mura, mura altissime che separano questo piccolo mondo esclusivo per pochi eletti dalla masnada dei poveri, arroccati in infinite casette-baraccopoli proprio a ridosso di quelle mura, quasi fino alla sommità.
La giovane Kat "scandaglia", come dice il suo account da detective hi-tech, "scandaglia in rete", cerca sui profili dei social e trova mariti infedeli con conti all'estero, trova le doppie identità del vostro vicino di casa, scopre la verità. Una piccola somma extra e le clienti di Kat potranno avere tutto di tutto del "bastardo traditore", l'accesso alle sue mail, le password. Solo che per gabbare i dati Kat deve essere molto vicina all'obiettivo a volte, cosa che la porterà a trovarsi in una strana situazione al terzo o quarto piano di un parcheggio, a fronteggiare un marito manesco che sembra sempre più simile a un mostro mutante. 
Nello stesso parcheggio c'è però anche Aiden, un calmo e altruista maestro di kung-fu che, senza nemmeno sapere lui come, diventa Foxtail, una specie di Power Ranger dalla personalità acida e schizoide. Foxtail ovviamente si scontrerà contro il marito manesco che sembra sempre più simile a un mostro mutante, e questo sarà l'inizio di una avventura che porterà Kat e Aiden proprio ad Attica, per dare seguito alla profezia di un ragazzino che si è ribellato a Ito, il tiranno locale, con un discorso accorato tenutosi in un mercato rionale, rigorosamente sopra una cassetta della frutta. 


Ok questo è il "magma", con varie omissioni che lascio a voi scoprire, del primo numero di questo arrembante e sorprendente nuovo fumetto dell'autore di A Panda piace. Si parla (per ora) di una miniserie da 6, distribuita nel circuito delle fumetterie, che a tutti gli effetti vuole presentarsi come "manga", per tematiche e impostazione delle tavole, in primis un alto e ben gestito uso dei retini, passando per una caratterizzazione molto Kawai dei personaggio e una gestione molto dinamica delle scene action. Bevilacqua, che qui scrive e disegna, fin dai tempi di A Panda piace era chiaro avesse un amore sconfinato per il disegno e la cultura orientale, che spesso ha saputo ibridare, far proprio e reinventare, con la classe e proprietà di linguaggio della cucina fusion. I suoi personaggi sono stilizzati ma dalle movenze ed espressività chiarissime. Nelle scene "di calma" si avverte la fragranza della commedy della Rumiko Takahashi, nelle scene action c'è la leggibilità dei movimenti e velocità di Akira Toriyama, ogni tanto appaiono rivoluzionari misteriosi con i pugni al cielo che profumano di Eichiro Oda. Qualche ceffo ricorda i sogni più organici di Takaya Yoshiki. I suoi paesaggi urbani scorrono fitti e dettagliati nella skyline come in Katzuhiro Otomo, per poi scendere sulle strade, sempre con lo stesso ma diverso  "gusto anni '80", nei negozietti e vicoletti di Tsukasa Hojo. Ma tutto quanto è fuso, reinventato e fatto proprio da Bevilacqua, è una evoluzione naturale del percorso di A Panda piace, che pure a me qui piace, e tanto pure!! Come mi era piaciuto il suo numero de Le Storie, Lavennder, che in senso diverso si ispirava a Manara, Crepax e ai fumetti di Scorpio, pur rimanendo nella gestione della tavola, nel gusto e stile riconoscibile, il suo stile. Confesso di essermi ritrovato, come ai tempi di Lavennder, trascinato in Attica dalla quinta pagina fino alla fine, tutto di filato. Le prime pagine però, mannaggia. Troppi dati e troppa poca voglia di leggerli, una autentica peperonata per antipasto che taglia le gambe. Resistete e il fumetto si aprirà a voi come un fiore, apprezzerete la raffinata struttura circolare degli eventi, assaporerete i primi scampoli di una storia, invero piuttosto fosca, che per ora si contorna in modo intrigante. Kat e Aiden appaiono già come personaggi ben tratteggiati, con un interessante e misterioso passato alle spalle, con un proprio modo peculiare di stare sulla scena, con il loro buffo e contorto modo di relazionarsi. Kat "scandaglia" e guarda tutti i dettagli in modo maniacale come il Sherlock di Cumberbatch, ma riesce comunque a ficcarsi nei casini. Aiden ha questo fare da maestro zen super positivo, ma si trasforma in un supereroe che è di fatto un cinico stronzo, esilarante. Gli altri personaggi sono ancora molto misteriosi, ma si segnala un luciferino uomo d'affari con occhiali e denti da squalo, che forse sa volare con un ombrello come Mary Poppins. 
La storia è ancora troppo sfumata per ragionarci sopra, ho gradito moltissimo l'azione e la caratterizzazione del personaggi, lo stile visivo che passa dal quasi minimale e umoristico dei personaggi all'ultra dettagliato degli scenari e veicoli non è male. Se le good vibratios proseguiranno ve lo farò sapere, tra poco dovrei avere tra le mani anche i capitoli 2 e 3. 
Un plauso alla Bonelli che ha accolto questa nuova sfida editoriale confezionando un prodotto ben curato e accattivante, scegliendo anche un canale qualche volta difficile per i grandi numeri come le fumetterie. Mi piacerebbe che in furori Attica facesse il botto e arrivasse in edicola, magari insieme a una serie animata a farne da traino. Bevilacqua ha confezionato quello che per ora è un piccolo gioiellino, che speriamo si confermi e alzi la posta con il numero 2. 
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sabato 7 dicembre 2019

Jagan (titolo originale Jagaaaaaaaaaaaaaan, titolo inglese il più sobrio Jagaaan"): la nostra recensione dei primi numeri del manga scritto da Muneyuki Kaneshiro disegnato da Kensuke Nishida




Shintarou è un poliziotto di quartiere timido e costantemente bullizzato dai colleghi e pure dagli stessi delinquenti. Per questo sviluppa un'indole arrendevole, ma che lo porta a sogni ad occhi aperti in cui vuole uccidere tutti, pur conscio del fatto che è un poliziotto e ama il suo lavoro più di ogni cosa. Un giorno, come in Magnolia di P.T.Anderson, iniziano a piovere rane dal cielo. In quanto di origine aliena, le rane pazze iniziano a "entrare nei corpi" delle persone, trasformandole in "uomini guasti" che, in ragione della propria specifica indole, mutano anche esteticamente in mostri "specifici". In pratica, una persona che era solita essere aggressiva a parole può mutare in una creatura che per gran parte del corpo è composta da una lingua allungabile per metri e metri, coperta di denti aguzzi dappertutto. Sì, può ricordare roba che accadeva in Sailor Moon.
Una rana si impossessa anche del nostro poliziotto, facendolo mutare in una specie di uomo-arma dalla mano-pistola piuttosto fallica, votato alla distruzione di ogni uomo guasto. Un supereroe che prenderà il nome di "Jagan"! Ad aiutarlo nell'impresa di search 'n' destroy di uomini guasti, compare un gufetto superdeformed stile animale buffo dei cartoni animati di maghette. Il gufetto dice di essere una specie di poliziotto spaziale, racconta la storia degli uomini guasti al nostro eroe e fornisce a Jagan un modo per rallentare la sua trasformazione progressiva e inevitabile in uomo guasto, un particolare oggetto da masticare. Si tratta di sfere nere che il gufo "espleta dalla sua parte posteriore" una volta che un uomo guasto viene sconfitto e lui si è mangiato la rana pazza al suo interno. Riuscirà Jagan a sopravvivere e a sterminare gli uomini guasti malvagi? Con il tempo al nostro si uniranno altri uomini guasti non malvagi, formando una sorta di team di supereroi tutti fuori di testa, disfunzionali, con manie suicide e roba così. Tutto sommato non saranno granché utili ai fini della trama, ma faranno sentire Jagan meno solo e daranno un'impennata alla sua ritrovata fiducia per un genere umano che, guarda sfiga, si sta dimezzando a causa dei mostri.
Riuscirà Jagan a vincere per lo meno la sua depressione cronica? 


Vengono in mente le raccapriccianti mutazioni di uomini in diavoli e la volontà di questi di coalizzarsi in gruppi di Devilman di Go Nagai, c'è un lato psicologico che si esaspera e riplasma la forma fisica delle come in Homunculus di Yamamoto e come i Meganoidi di Daitarn 3. C'è una componente weird splatter-alien come in Kiseiju di Iwaaki, che combina esseri pucciosi a schifezze visive inenarrabili, c'è una umanità allo sbando ma ancora ironica nello sguardo e matta negli intenti come in I am a Hero di Hanazama. C'è un lato erotico, sempre presente e raccapricciante come in Last Man di Egawa. Non è un'opera adatta ai minori, ma questo manga, con tutte le derivazioni che in qualche modo lo rendono un bel mix, diverte un sacco. L'azione è concitata e si muove di escalation in escalation, puntando al risultato visivo più esagerato ed estremo numero dopo numero. Gli scontri sono pieni di tattiche folli alla Jojo che riescono a essere ben gestite. La componente narrativa è ricca di ironia ma gli eventi sono spesso grotteschi, estremi e tragici. Tranne forse il protagonista, il cast è del tutto esposto all'umore dell'autore, che spesso sembra decidere chi eliminare come R.R.Martin. Lo stupore dei primi numeri sembra attenuarsi sui canoni del battle shonen e mi auguro che sia solo una fase non "tutto il resto della narrazione". Per ora mi sto divertendo ancora, speriamo duri.
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martedì 26 novembre 2019

Aposimz: la nostra recensione del numero 1 del nuovo manga di Tsutomu Nihei




In un mondo futuristico incasinato e deprimente diviso in mega-strutture labirintiche in cui sono o quasi tutti morti o zombificati o diventati degli strani pupazzi coreografici, dei tizi sfigati cercano di sopravvivere ad altri tizi bene armati e forse altolocati, vampiri o nazi o roba così. Ci stanno le robottine pieghevoli gnocche che si trasformano in cavallette parlanti, c'è un'arma che può trasformare il protagonista (dal nome che non mi ricordo come si scrive e non ho capito come si pronuncia) come Ultraman per pochi minuti (riducendolo però il resto del tempo della sua vita in una specie di zombie orribile), almeno finché ha in corpo placenta o Giauss che può ricaricare bevendo l'urina della sua personale robottina pieghevole gnocca di nome Titania (unico nome che mi ricordo). Il che fa sorgere un po' di schifo nel nostro eroe, che preferisce alimentarsi di vermoni fallici stile Tremors di cui questo schifo di mondo è pieno, ma la robottina poi lo convince: "Guarda che è tutta roba naturale, è filtrata e piena di idroliti e poi io sono un robot, pensami come un distributore di Coca Cola". Al che tutto ok, urina di robottina tutta la vita, se non che per diventare più forte e sconfiggere vampiri o nazi, o quello che sono questi cattivi, il nostro eroe deve sconfiggere i più deboli, incamerarne l'energia schiacciandoli come acini d'uva da cui fuoriesce però vomito, sangue e piscio e poi bersi il tutto. A un certo punto il nostro eroe vomita e non è che noi lettori stiamo meglio. 
Sono tornato a leggere Nihei, non lo facevo dai tempi di Abara e non lo facevo con continuità dai tempi di Blame!. Ho saltato Knight of Sidonia per dare una botta di allegria alle mie letture, ma con questo Aposimz è tornata la curiosità. Ho provato ad abbandonarlo in fumetteria, poi ci ho ripensato, era finito, l'ho cercato in altre fumetterie, mi è scattato qualcosa. Se era bravo a livello visivo in Blame!, qui è quasi mostruoso, nel senso migliore del termine. Dai disegni carichissimi di nero e contrasti di retino, qui è tutto lattescente, quasi scolpito a precise e sintetiche pennellate. È qualcosa da vedere, difficile da descrivere. I suoi personaggi poi sono sempre un po' quelli, una specie di manichini deformi pieni di armi e cartucciere, spade e armature medioevali, tizi che gli è appena morto il gatto. Gli scenari sono sempre tubi, cunicoli, fogne e quanto di più claustrofobico immaginabile, ma amabilmente ariosi e organici grazie alla scelta visiva lattescente, da affrontare in pagine e pagine di trekking muto, fino a che l'autore ogni venti pagine decide che possa succedere qualcosa, tipo l'urina di robottina. Ma visivamente è tutto fighissimo, gli scontri sono apocalittici, la tensione è a pacchi, muoiono decine di protagonisti senza che ci si ricordi il nome di tutti (anche perché Nihei sceglie nomi impronunciabile "perché sì"), ci sono un sacco di robe cyber-punk altisonanti che rendono apparentemente profonda la narrazione, tra città meccaniche e imperi pseudo-religiosi, cavalieri-frame centenari e proiettili che possono perforare le macro-strutture del mondo. Alla fine è lo stesso mondo di Blame! colorato diverso, ma il numero mi ha preso dalla prima all'ultima pagina, monopolizzandomi per una trentina di minuti che mi sono goduto uno dopo l'altro. Planet Manga confeziona un prodotto eccellente di cui aspetto fin da ora il seguito, gioioso di potermi tornare a deprimere come al bei tempi di Blame! Ora scusatemi per quest'ultima vena felice, del tutto fuori luogo considerato questo manga.
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lunedì 25 novembre 2019

Mad chimera world: la recensione del numero 1



In un mondo futuristico strano e bizzarro ogni cosa ha le tette. Case con le tette, rocce con le tette, mostri con le tette, cieli a tette, dichiarazioni dei redditi a tette. Pure le zanzare hanno le tette!! È quindi anche un po' tutto un fumetto con le tette, se voleste coprirle una a una con un bikini a penna ci mettereste più tempo che a completare il settimanale del Sudoku. La gente in questo fumetto è strana. Sono tutti mezzi polpi o mezzi insetti, ci stanno i cyborg così a caso, ci sono mostri grandi e mostri piccoli. Tutti con le tette. Ci sono in giro anche i maschietti comunque, solo che le donne hanno il controllo e il potere assoluto, cacciano i maschi, si riproducono con loro e poi li accoppano come fanno le mantidi religiose. Di contro i maschi, che da questo punto di vista sono totalmente atei (assaporare la battuta...) si nascondono. Anzi, non potendo sottostare alla libido cercano di uscire dal buio fulminei, trombarsi queste pericolosissime donne nude, spesso mutanti e pericolosissime, mentre sono distratte per poi scappare e mimetizzarsi di nuovo. Solo che prima dell'attacco vengono sgamati, perché anche se si mimetizzano in una pianta all'avvicinarsi di una donna si rigonfiano le parti basse del tronco. E allora il manga diventa la festa del rigonfiamento, accompagnato dai volti tristi di chi è in questo stato, perché significa che stanno per morire inevitabilmente per mano di una donna. Questo manga l'ho letto "tetto" di un fiato, vergognandomi un po' come un maledetto, perché la sessualità c'è (noooooo, non lo avevo immaginato!!!), ma è usata per delle gag cretine a ripetizione, un po' come il classico Porompompin di quel pazzo di Makoto Kobayashi. Solo che l'autore è quel pazzo di Seishi Kishimoto, autore di 666 Satan, che si diverte a creare un ibrido strano ficcando in contesto un po' fantasy un po' futuristico e tutto scemo, scontri senza senso alla Berserk e una storia di amicizia tra un uomo e una donna. Con l'uomo che si traveste da donna per non essere ucciso e per aumentare l'assurdo si esprime in continue pose sexy da lolita "con sorpresa". Con la donna che è una amazzone mezza bionica che per combattere si deve staccare un braccio, trasformarlo in spada e menarci qualsiasi creatura con tette che avverte la presenza dell'uomo, vuole farselo e poi ucciderlo. Come comprimari, a turno, dei cosi buffi e creepy con la testona superdeformed e il pacco perennemente gonfio. Saranno 4 numeri, questo è il primo, non immagino degli sviluppi ma voglio lasciarmi sorprendere. È disegnato incredibilmente bene, c'è un'ottima composizione della scena tanto sui lati umoristici che in quelli action, esasperati fino all'eccesso con favolose splash-page. Non è adatto ai minori (noooooooo!!! Ma dai??? Davvero???) ma se volete farvi un paio di sane risate e godere di un contesto così esagerato e senza un perché dovete provare a leggerlo.
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venerdì 30 agosto 2019

Death shield: la nostra recensione dei primi due volumi del manga Made in Italy di Mangaka96 (Luca Molinaro) e (Jojo) Giorgio Battisti




- I "manga non giapponesi": il manga è diventato con gli anni un media culturale importante. Lo stile di disegno tipico dei fumetti giapponesi ha incantato il mondo e anche in Italia, patria del fumetto Bonelliano,  si producono molti fumetti che per stile e narrativa si ispirano al Sol Levante. Tra i miei autori preferiti (anche di) "manga italiani" c'è Lrnz con Golem e Astrogamma (ma ho amato alla follia anche il suo Monolith, è autore versatilissimo), Luca Vanzella e Luca Genovese con Beta, Vincenzo Filosa con con il suo Figlio Unico. Poi ci sono autori che si trovano benissimo anche a disegnare con uno stile "anime", come Boban Pesov che in Nazivegan Heidi ha ripreso lo stile dell'anime degli anni '70 pensato da Yoichi Kotabe. Come Igort, che omaggia Tezuka nel suo Yuri. Del resto anche il glorioso mensile bonelliano Legs Weaver ha spesso utilizzato disegni di ispirazione manga. Oggi scrivere magna in italiano è meno strano di quello che sembrava trent'anni fa, ha meno l'aria di un prodotto "tarocco" e, anzi, reca la consapevolezza di potersi inserire in un filone della letteratura a fumetti a sé. Oggi vi parlerò di un manga italiano e forse vi parlerò di un altro manga italiano di qui a poco. Dal mio punto di vista è un genere molto difficile da gestire senza apparire "finti", dei fanboy di una cultura lontana e in parte inaccessibile. Chi riesce meglio nei manga non giapponesi è chi evita di ricalcarne gli stereotipi culturali e va al succo delle storie, al loro valore più universale. 


- "Bruttino" o solo "ingenuo", ma con alto potenziale:  È per me difficile prendere in mano e ragionare su un prodotto simile. Mi mette un po' in imbarazzo. L'imbarazzo può declinarsi nel senso di una necessaria condiscendenza da applicare forzosamente (ma senza cattiveria) alla visione obiettiva del prodotto, in ragione della inesperienza e giovane età di autori che comunque, dietro a parecchie mancanze, nascondono delle indubbie potenzialità. L'imbarazzo può rivolgersi, con meno condiscendenza, a Shockdom, che non ha saputo guidare con un supervisore interno i due autori, evitando che uno magari si imponesse sull'altro (cosa che per me è avvenuta) ed evitando di conseguenza al fumetto di cadere nei più vistosi difetti in termini di dialoghi, di credibilità dei personaggi, di messa in scena dell'azione. Bastava poco per togliere da Death Shield la patina di ruvidezza e pruriginosità che avverto, ma può essere che fosse una scelta consapevole della casa editrice, anche in ragione del pubblico principale cui l'opera è stata destinata. Mangaka96 e JoJo sono due famosi youtubers con alle spalle fan che li conoscono e apprezzano i loro lavori. Fan che avrebbero comunque comprato a scatola chiusa qualunque cosa che sentissero genuinamente legato, anche nelle ingenuità, ai due autori. Ed è un vero peccato, perché Death Shield, se curato di più da Shockdom, poteva offrire molto di più di quello che effettivamente è, tanto dal punto di vista visivo che contenutistico. 
Cercherò di analizzare Death Shield, conscio e fiducioso del fatto che dietro a questo titolo il potenziale c'è davvero e che molte cose che ho avvertito come poco curate si possono ancora cambiare in corso d'opera, nei prossimi numeri in uscita dal 2020 e in una eventuale seconda edizione.  


-  Il contesto, in positivo: Alla base di Death Shield c'è un'idea di fondo davvero non male, con un suo fascino oscuro, con delle implicazioni narrative e visive non banali che potrebbero portare allo sviluppo di un racconto dal sapore "nolaniano", sul senso del tempo e sul ruolo dell'uomo al suo interno. 
In breve la trama di base dalle primissime pagine, senza particolari spoiler. 
Esistono persone che sanno prevedere gli eventi di morte che li riguardano in una frazione di tempo che gli permette di evitarli. Qualcuno di "losco e potente" si è accorto di loro e ha deciso di sfruttarli. Queste persone speciali vengono quindi in qualche modo scovate  e "forzosamente" addestrate in stato di semi-reclusione da un'organizzazione, la Death Shield, che li intende usare come "guardie del corpo" da affiancare a ricchi criminali in situazioni ad alto rischio per l'incolumità.
Strappati dalla loro precedente vita, questi "speciali" (se fossimo in un gioco di ruolo giapponese li chiamerei "counters") vivono all'interno di una enorme struttura/fortezza dall'aspetto asettico, dove le relazioni umane sono limitate e concentrate al solo momento dei pasti, all'addestramento e alle missioni sul campo. 
La capacità di manipolare il tempo viene quindi incatenata a un ambiente di vita dove ogni aspetto è prevedibile, in cui il tempo è contingentato, ciclico, rinchiuso nei ritmi scanditi da un timer che, a seconda delle ore della giornata, permette agli speciali, perennemente osservati dalle telecamere, di utilizzare un ascensore che, a seconda dei dati inseriti in un chip sottocutaneo, li dirige a piani diversi della struttura per svolgere attività prefissate. La ribellione è evitata da un complicato gioco di schemi che impediscono che si trovino più di due o tre persone nello stesso luogo. 
La storia segue le vicende di un ragazzo, Kris, prelevato dalla Death Shield mentre era in cerca di lavoro al termine di un percorso di studi universitari. Insieme a lui veniva prelevata una ragazza che Kris aveva iniziato a conoscere da alcuni giorni. 
È una trama stimolante, peccato che la maggior parte dei dettagli sopra esposto siano presentato sotto forma di un pensante spiegone di quattro pagine che compare un po' a tradimento nel terzo capitolo. A ogni modo il manga ha l'indubbio merito di leggersi veloce e "stimolare". Si muovono molte domande nella testa del lettore. 
Quali saranno le basi in ragione delle quali la Death Shield seleziona i suoi agenti? Sono davvero persone qualsiasi questi agenti? Sono in qualche modo stati "creati"? Sono delle persone "morte e poi risorte" come in Gantz? Quante sono le spie che si muovono tra gli agenti, per sorvegliarli? Qualcuna di queste spie si può confondere con i loro amici? In cosa consiste davvero l'addestramento? Quali effetti sociali può avere sul lungo periodo lo stato di reclusione cui sono sottoposti, alternato a uno stile di vita che stimola l'insorgere di azioni violente? È possibile che anche le ribellioni siano in qualche modo previste e magari accettate in vista di selezionare gli agenti più letali? 
Death Shield è "tutto sospeso", fa dubitare di ogni pagina e dietro le apparenti illogicità della trama potrebbe nascondersi una svolta narrativa interessante.


- Il contesto, in negativo: Death Shield è "tutto sospeso", fa dubitare di ogni pagina e dietro le apparenti illogicità della trama potrebbe "non" nascondersi una svolta narrativa interessante. Ma questo per ora non possiamo ancora saperlo. Come direbbe il mio amato Arthur Block: "Se non è rotto non ripararlo". E alla fine di davvero irreparabile al mondo non c'è nulla, figuriamoci i fumetti. Può essere benissimo che molti dei difetti che ho riscontrato nella mia lettura non si riveleranno tali in ragione di nuove pagine di futura pubblicazione che aggiusteranno il tiro. 
Tuttavia, allo stato della seconda uscita, dal punto di vista narrativo, riscontro per il mio particolare gusto tre aspetti critici: un linguaggio molto povero, troppa fretta nella narrazione e un grave disinteresse per i dettagli descrittivi di personaggi e ambienti. 
Il linguaggio è l'abito delle parole che dona coerenza e credibilità a un contesto. Ogni autore può esprimersi come preferisce, ma se vuole conferire credibilità a quello che racconta deve compiere delle diversificazioni. In specie nei contesti più formalizzati in ambito tecnologico, gerarchico o sociale,  dovrebbe sviluppare un lessico adeguato per ogni contesto. Mangaka96 dà voce a un Kris dalla fosca descrizione culturale, ma che si esprime come un ragazzetto di 11 anni (che in un contesto miliare dice "vado ad allenarmi" come se andasse in piscina a fare vasche libere, quando dovrebbe per lo meno dire per un'attività che implica la presenza di un istruttore "Ho due ore di addestramento" oppure "Ho lezione con il maestro"), parolaccesco (il richiamo del membro maschile non è sempre giustificato) e pure un po' burino ("A ma', io esco"), con soliloqui degni del rapper-Fedez prima maniera e i suoi riferimenti al "sorbetto" (come la fantasia di Kris, dalle assonanze visive "falliche", di essere mangiato come "quel brutto panino" dalle labbra della ragazza "buona" da poco incontrata). Il dramma è che nessuno dei personaggi in scena sembra parlare e soprattutto pensare diversamente da un pre-adolescente. Tutti undicenni. 
Se il lessico si può affinare, la fretta è da sempre cattiva consigliera e non permette di mettere a fuoco gli aspetti narrativi che davvero contano. Ci dovrebbe essere un giusto equilibrio nella narrazione tra quello che è giusto rimanga misterioso del contesto, per essere poi con il tempo svelato (narrazione verticale), e quello che deve necessariamente essere raccontato sui singoli personaggi, periodicamente, per farci empatizzare con loro a qualsiasi livello (narrazione orizzontale). Se manca questo equilibrio descrittivo, i personaggi perdono progressivamente di qualsiasi interesse per il lettore e subito dopo la storia generale, anche se interessante, crolla. L'impressione generale, supportata da quanto emerge dalle interviste in rete, è che l'autore voglia bruciare ogni tipo di tappa intermedia della narrazione orizzontale, ritenuta "banale" (SPOILER come il fatto del titolo di studio non ragione del quale Kris cerca lavoro, che invece per me può essere importante per farmi capire perché in quattro mesi diventerà una super spia FINE SPOILER), per inseguire forzosamente la narrazione verticale, il "colpo di scena figo" a chiusura di un arco narrativo del manga. Opinione suffragata dal formato dei volumi, con il secondo tre volte più lungo per "completare l'arco narrativo". L'effetto, un po' grottesco, è assimilabile a una barzelletta raccontata da una persona che per la foga di arrivare alla battuta finale, l'unico momento che per lui è importante, biascica tutta la parte centrale. Come venderti un film solo per la premessa e i dieci minuti che anticipano i titoli di coda. E proprio come avviene nelle barzellette, combinato al terzo limite della narrazione di questo fumetto, la scarsa attenzione ai dettagli, molti personaggi di Death Shield (ma anche aspetti cruciali come la comprensione e gestione del tema portante o "superpotere" centrale nella trama) diventano giusto "funzioni", delle etichette che fungono da sterile pretesto per arrivare a un risultato finale. E la cosa spesso è pure peggio di come può inizialmente apparire, quando risulta chiaro che per alcuni personaggi secondari e situazioni il protagonista e l'autore dimostrano meno attenzione ed empatia che per i fantasmini che un Gamer deve affrontare in Pacman


SPOILER nel secondo volume il nostro protagonista si sottopone a un "allenamento" di quattro mesi in "non si capisce cosa", visto che alla prima missione sul campo gli viene data in mano una pistola ed è chiaro che è la prima volta che ne vede una. Poi, per attirare l'attenzione del "cattivo" (cattivo che non si spiega perché sia cattivo, avendo tutte le possibilità e modi diversi di convincere pacificamente le persone a fare un lavoro che di fatto li valorizza come X-men e riempie di soldi) inizia come un ninja spietato (forse a questo sono serviti i quattro mesi di "allenamento"?) a uccidere fuori campo (nei "bagni senza telecamere" di una struttura che dovrebbe tracciare h24 con gps sottocutanei  i movimenti di ogni persona presente... e nessuno lo sgama!!)  un numero imprecisato di persone. È una "informazione che ci viene data". Lui uccide unicamente, un casino di volte,  perché il cattivo, esasperato, decida di confrontarsi con lui per farlo smettere. Si vede che in altri modi il cattivo non lo avrebbe mai cagato, deve essere uno che non risponde su WhatsApp. Certo poi il manga  non chiarisce a livello di dilemma morale (magari esprimendo come si senta il protagonista nello sterminare, alla fine, persone come lui) né spiega a livello pratico come abbia potuto il protagonista fare una tale strage (essendo inoltre di fatto persone che dovrebbero prevedere la morte come lui, non spiega manco come li ha sconfitti). Una serie di morti senza volto e senza nome utilizzati come sms dall'eroe del manga FINE SPOILER 

Può un terzo volume riparare a tutto? Di fatto un terzo volume potrebbe essere insufficiente a spiegare la metà dei comportamenti inspiegabili/disumani raccontati nel secondo volume, ma magari ce la fa. Quello che per ora posso fare, per salvare capra e cavoli, è "buttarla sull'introspezione", sul meta-testuale. 
SPOILER e allora, rileggendo gli stessi eventi descritti sopra, magari immaginando scenari autobiografici dell'autore, Death Shield è la metafora della vita di un ragazzo che si affaccia per la prima volta sul mondo del lavoro. Viene costretto a vivere in posti che magari odia o non comprende (come le bianche e labirintiche pareti anonime dello stabile della Death Shield, con spazi e alienanti routine che si ripetono ogni giorno). Scopre che la sua preparazione non è adeguata alle sue mansioni (la storia delle pistole con cui non si è mai "allenato" per quattro mesi). Si trova costretto a superare (in un certo senso magari "uccidere moralmente") i colleghi di ufficio per attirare l'attenzione del capoufficio (che come spesso accade è uno stronzo senza che ci sia alla base una vera ragione, per cui è inutile approfondirlo ulteriormente). FINE SPOILER 
 Nel meta-testuale tutto, in fondo, come sempre, può trovare un senso. 


- Il disegno. Non so se sia per i tempi ristretti di realizzazione o per un particolare gusto che JoJo esprime nelle sue tavole, ma visivamente Death Shield risulta per me un po' fuori contesto. JoJo presenta qui uno stile che ricorda da vicino un elegante yahoi. Una grande cura nella rappresentazione di bellissimi volti e corpi maschili (di contro le donne rappresentate quasi alla stregua di inavvicinabili ed eteree madonnine in gesso per il 90% e zozze intente in pose lascive per il 10%), un'autentica ossessione per i dettagli delle pettinature, i vestiti e scarpe di ogni personaggio. Un interesse del tutto sfumato (che però non significa "sciatto", quanto piuttosto "stilizzato") per tutto il resto, che siano veicoli, ambienti, prospettive e scene d'azione. Tanti primi piani, alcune immagini a figura intera particolarmente espressive, rari "oggetti di scena" o costruzioni paesaggistiche sullo sfondo. È uno stile visivo con dei suoi indubbi meriti nell'ambito della immediatezza della lettura e della espressività emotiva dei personaggi, mi ha ricordato alle volte qualcosa delle Clamp e per la caratterizzazione dei personaggi uno stile visivo squisitamente vintage, da anime anni '90 come Vampire Princess Miyu o Pet Shop of Horrors. Solo che è uno stile che appunto trovo adatto a un contesto di stampo sentimentale, adeguato anche a storie di stampo investigativo o horror, ma poco duttile alle scene action. Scene action che in Death Shield infatti latitano e che quando diventano "obbligatorie", ai fini della trama, sono effettivamente un problema. Ora, il modo in cui l'azione al 90% rimane al di fuori delle tavole del fumetto, soprattutto se parliamo di un fumetto in cui si parla di "deviare la morte" nel contesto di scene action a base di arti marziali e pistole, mi dà l'impressione che sia  un bel problema. Un problema che non si presentava se i protagonisti, al posto di prevedere la morte, utilizzavano un'arma diversa e che non implicava di fatto scene action coreografate colpo su colpo, con magari una specifica attenzione tattica all'ambiente circostante. Magari potevano usare un libro come nel più famoso manga di Obata. Magari potevano usare i poteri mentali come in Scanners. Hanno scelto la strada più difficile, probabilmente senza fare prima dei test sulla resa delle scene action. Senza badare alla fatica di creare scene action con uno stile visivo che all'action si addice pochissimo.  

SPOILER c'è una scena nel secondo volume in cui disegnatore e autore dei testi si mettono concretamente in gioco per spiegare, con dialoghi e movimenti, il modo di combattere della Death Shield. È la scena di Gus durante la prima missione sul campo di Kris. È una scena complicata a livello ideale, ma che viene risolta brillantemente con la voce narrante di Gus. È il momento per me più interessante alla lettura finora. È tuttora l'unica scena nel fumetto che illustri chiaramente il modo di combattere degli agenti Death Shield, ma anche la dimostrazione che quando vogliono  i due autori sanno ingranare la marcia giusta. Non è chiaro però quanto tempo gli sia stato necessario per aver quel risultato. Immagino sia stato molto, visto che, ripeto, è una delle rarissime scene action presenti. Forse una scena che ha comportato "troppo sforzo". Non vorrei pensare male (e azzeccarci) pensando che la scelta di non far vedere tutti i combattimenti di Kris della seconda metà del capitolo 2, come la scelta di mettere "quattro mesi dopo" per non approfondire visivamente il precedente periodo di allenamento di Kris, siano forzature per eludere l'incapacità di scrivere o disegnare queste parti. Un circolo vizioso kafkiano, se si pensa che nessuno ha prescritto agli autori di narrare una storia action. È come un fumetto sul calcio che si affronta con la paura di rappresentare una partita di calcio... "Cui prodest?" Medea nel celebre dramma di Seneca (facendo eco a un tormentone di Gene Gnocchi dei primi anni '90) direbbe "cui prodest scelus, si fecit" FINE SPOILER 


- Finale: Death Shield ha delle potenzialità ma anche delle asprezze in ambito di scrittura e disegno.  Forse sarebbe necessario implementare lo staff con qualche elemento in più, su tutti un supervisore che, se già c'è, deve essere più "presente ai lavori". 
Non vorrei che l'idea di realizzare un manga per JoJo e Mangaka96 fosse stata più un'esperienza di sfida "organizzativa" a se stessi. Nel senso di provare a scrivere e disegnare nei tempi stretti propri delle produzioni giapponesi, sentire il fiato sul collo per le scadenze, non dormire la notte, mischiare vita reale e lavoro in una unica e ardita visione di "arte totale". Li implorerei fin da ora di prendersi una lunga pausa di riflessione, riorganizzarsi e concentrarsi sul realizzare la metà delle pagine del secondo volume in almeno il doppio del tempo che hanno dedicato al secondo volume, dando un reale peso e valore a ogni aspetto narrativo e a ogni scena di azione. 
Non vorrei che la condiscendenza con cui la maggior parte dei loro lettori/fan/amici ha accolto il lavoro gli abbia dato la sensazione che quello che hanno fatto funzioni davvero. Voglio dargli un paio di consigli che ritengo in linea alle scelte visive e narrative che hanno già preso. Per migliorare le scene action e le prospettive nelle tavole, consiglio un volume Bonelli,  Tex: la valle del terrore, con i disegni di Roberto "Magnus" Raviola. Non ve ne pentirete. Per dare carattere (e un po' di decadenza) alle scenografie della torre consiglio gli spunti che offre Domu, Sogni di bambini di Otomo. Per le meccaniche degli "scontri precognitivi" può essere interessante la lettura di Vagabond di Inoue (nella specie l'arco dello scontro contro Inshun della scuola Hozoin, in cui uno scontro si svolge a livello mentale prima che venga elaborato un unico e decisivo colpo) e magari per il gun-fight Sanctuary di Ikegami (dove le armi da fuoco sono spesso incorniciate in tavole in perfetto equilibrio con uno stile visivo che sottolinea l'eleganza dei protagonisti). 
Non è banale trovare un soggetto interessante come quello di Death Shield
Non è banale saper scrivere un fumetto che ti invoglia a leggerlo tutto di filato.
Non è banale uno stile grafico che punta molto sull'espressività dei volti e riesce con le copertine a catturare l'attenzione del pubblico. 
Si può e deve migliorare, in tutto. Ma tanto di cappello a quanto di buono si è già realizzato. 
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giovedì 22 agosto 2019

Kengan Ashura - la nostra recensione del primo numero del manga da cui è stata tratta la recente serie animata prodotta da Netfix!



Nota, quella che segue è la descrizione di un fumetto destinato ad un pubblico di soli Adulti. 

Giappone, tempo presente. Tra le strade di una Tokyo notturna, negli angoli più malfamati e pericolosi dei quartieri dei piaceri, si aggirano creature misteriose e feroci come il combattente a mani nude Ohma Tokita. Ohma, dagli occhi penetranti e dal fisico scattante, affronta nei vicoli giganti muscolosi dopo averli provocati, come un drogato di adrenalina. Ne studia ogni movimento, si inebria di ogni colpo e tattica di lotta messa in mostra. Poi abbatte i suoi nemici, sfruttandone ogni punto debole, ogni varco nella difesa, ogni disattenzione. Un giorno nel vicolo Ohma viene visto scontrarsi da un salaryman di 56 anni, Kazuo Yamashita. Un uomo bassino, con gli occhialoni e i capelli tinti male. Un tipo apparentemente mite, intrappolato in un lavoro che non ama, "sepolto" in una realtà familiare senza uscita, ma che conosce la lotta, riconosce i colpi e le dinamiche dello scontro di Ohma. 
Per uno strano e curioso gioco del destino Kazuo diventerà manager di Ohma. La ditta per cui il salaryman lavora fa infatti parte di una "Gilda", un ristretto gruppo di industrie che si contendono gli appalti e contratti attraverso un misterioso circuito di tornei clandestini, gli incontri "Kengan". Ogni società ha dei combattenti che si sfidano periodicamente in luoghi fatiscenti. I contendenti all'appalto combattono tramite i loro campioni, tutti gli altri scommettono. 
Sembra che questo strano sistema di appianare i conflitti tra imprese, "brutale ma civile" sia iniziato nel quarto anno dell'era Shotoku, nel 1715. Sembra che a dare il via a questo sistema sia stato il volere dello Shogun Ietsugu Tokugawa, di soli 5 anni. Kazuo si trova così immerso in uno strano mondo di fight-club privati in cui le imprese giapponesi si affrontano facendo uso di moderni Samurai, con il compito di fare la balia a una persona misteriosa come Ohma.


Kengan Ashura è un fumetto con al centro dei combattimenti a mani nude apparentemente semplice, diretto. Appagante per la messa in scena dei momenti di lotta e malinconico per le scenografie e "gabbie psicologiche" di una Tokyo per lo più periferica, degradata e diroccata. I disegni sono davvero molto buoni. Plastici e dalle anatomie ipertrofiche, come negli scontri di Ohma, dove i corpi dei combattenti acquisiscono una cifra quasi gommosa, da manga-combat se non da videogame alla Street Fighter, dove ogni muscolo è quasi patinato quanto sensuale, dove ogni movimento è sempre chiaro, netto, dove appare normale che ogni tanto compaiano creature come cinghiali giganti, che paiono uscire dritte da One Piece. Fuori dai combattimenti o da quello che potremmo definire il "mondo degli eroi/combattenti", con tanto di templi diroccati e scenari quasi post-apocalittici (vedasi la "magione" di Ohma), risiede il "mondo degli uomini". E la "transizione" tra questi due mondi è davvero geniale, è come se gli scenari si adattassero ogni volta agli interpreti, scalando dall'epico al realistico (vedasi lo stesso vicolo del primo numero come muta di dimensione e "respiro" a seconda delle scene di Kazuo o Ohma, una stradina di pochi metri si allarga quasi a colosseo). Nel "mondo degli uomini" il tratto grafico dimostra di essere più definito, in grado di esprimere una dimensione più realistica, drammatica. Le scene che si svolgono nella casa di Kazuo, fatta di stretti angoli bui, sembrano quasi uscire dalle tavole di World Apartment Horror di Satoshi Kon. Le persone comuni, oltre a essere in genere più bruttine e vivere "inscatolate in piccole tavole deprimenti", hanno fisici più sgraziati e spigolosi, respirano in corpi meno supereroistici. Kengan Ashura è quindi "doppio" graficamente, ma questo carattere si scorge anche nella trama di fondo, che se vogliamo è davvero il piatto forte del prodotto. Per chi ha amato Fight Club di David Fincher, tratto dal romanzo di Chuck Palahniuk, scattano subito alla lettura già del primo numero di questo manga tanti campanelli. Perché la sensazione forte è che il salaryman sia Edward Norton e Ohma sia Brad Pitt. La regia non fa nulla per evitare di alimentare questa fantasia (del mondo dentro a un altro mondo. L'epica samurai dentro alla banalità della vita d'ufficio) e ci troviamo fin da subito in un contesto molto differente dal manga mainstream. 
È decisamente un fumetto per adulti. 


Il primo atto di Kazuo dopo aver assistito alla violenza di Ohma nel primissimo capitolo è un impulso vitale, la ricerca di un piacere furtivo, sessuale, che gli dimostri che è ancora vivo. Dopo aver visto la morte in faccia, Kazuo inizia a drogarsi di questa voglia di vivere, spinge sul limite di quello che pensava di poter realizzare nella sua vita, va oltre. Non è One Piece. C'è disperazione e confusione in molte tavole energiche e volutamene grottesche. Spero che i prossimi numeri non perdano il punto di vista di Kazuo e il suo specchiarsi in Ohma. C'è una frase sibillina, quando il presidente di Kazuo allude al fatto che forse lui potrebbe combattere in prima persona nei tornei. È una frase che stupisce, che sembra pronunciata a dispetto del modo dimesso e improbabile con cui Kazuo ci appare... Non voglio dirvi troppo, ma non mi dispiacerebbe lo sviluppo alla Tyler Durden. 
Mi piace anche il curriculum e storia dei tre "eroi" che hanno confezionato questo manga, presentato nelle note di approfondimento a fine capitolo e a fine volume. Il disegnatore si fa chiamare "Daromeon", si definisce un ex hikikomori e neet vissuto per 14 anni all'estero, in America. Una vita quindi difficile e dolorosa, di emarginazione e depressione, che è svoltata dopo che è diventato assistente per dei mangaka. Anche l'autore dei testi, Yabako Sandrovich sembra avere una storia strana alle spalle quanto difficile. Pratica sport da combattimento da 9 anni, scrive manga da 3 e quando gli è stato proposto questo fumetto era alla fine di una parabola lavorativa tragica che da impiegato lo aveva portato ad essere prima muratore e poi pescatore. A loro si aggiunge un editor, Sho Kobayashi, anche lui esperto di sport da combattimento da almeno 13 anni, con cui sembra che Yabako ami confrontarsi. Certo c'è da prendere con le pinze i dati riferiti in una striscia pseudo-umoristica di fine volume, ma che editor e autore facciano a botte tra loro lo trovo spassoso. Come trovo incredibilmente interessante che il buon Sho, da ottimo editor, abbia spinto il duo alla scelta di rendere come co-protagonista del manga un personaggio come Kazuo. Kazuo che doveva essere solo "il vecchietto" del primo numero, quando dal secondo avrebbe dovuto scomparire in ragione di un manager di Ohma dall'età anagrafica di un ragazzino. Kazuo che è diventato un uomo sconfitto dalla vita, come forse si è sentito per un certo periodo Yabako, che è padre di due figli problematici di cui uno proprio hikikokori, come Daromeon. Kazuo che proprio grazie alle arti marziali riscopre di essere "vivo" e di avere ancora qualcosa da dire. Un salaryman che si occupa per vivere di combattimenti come ai tempi dei samurai. Disegnatore e scrittore ci hanno messo davvero qualcosa di loro, del loro vissuto, in questo personaggio. Non è affatto qualcosa di banale. 


Mi è piaciuto questo numero 1, molto. 
L'opera dovrebbe essere di 26 numeri più extra, è già pubblicata integralmente in Giappone e Planet Manga la propone in una bella edizione con sovracopertina per il prezzo lancio di 2 euro per questo volume. Se vi piacciono i fumetti di combattimento probabilmente lo avrete già sfogliato e magari acquistato. 
Netfix in questo periodo ne propone un adattamento animato, con disegni a metà tra l'animazione tridimensionale e quella tradizionale, un po' alla maniera degli ultimi adattamenti dei Berserk di Miura. È uno stile visivo che può piacere come non piacere. A me non fa impazzire, ma in questo caso specifico nemmeno mi dispiace, sembra di guardare in TV un videogame di combattimento alla Street Fighter. Magari ogni tanto vorresti avere in mano un joypad per interagire. Il disegno del manga mi piace di più, credo dia maggiore profondità all'opera. 
Tirando le somme. Il numero 1 del manga offre buone vibrazioni sia dal punto di vista grafico che narrativo. È un buon action con una interessate componente "drammatica" da sviluppare ancora bene, molto "gommoso" nelle parti action e malinconico nei meandri più intimi delle stradine di una Tokyo decadente. Un'opera gradevole che fa quello che vuole fare con stile, ordine e ritmo. Siamo lontani, anche nelle intenzioni generali, dall'essere un'opera di riferimento, ma Kengan Ashura ha le sue raffinatezze, cuore e per gli amanti del genere è decisamente gustoso. Speriamo non diventi un combattimento via l'altro votato alle mosse più strane e grottesche, roba che ce ne è già a milioni. Speriamo possa crescere di numero in numero anche nel suo non essere un prodotto allineato ai soliti manga, nello scavare genuino dentro ai suoi autori. Magari ci risentiamo tra un paio di anni, per vedere come è stata la lettura alla fine del viaggio. Per ora è decisamente ok. 
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