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sabato 8 giugno 2024

Becoming Karl Lagerfeld: incontro con Daniel Brühl m, l’attore protagonista della serie di Gaumot e Jour Premiere per Disney+ , in streaming dal 7 giugno

 


Si è tenuto nella elegante cornice dell’hotel Principe di Savoia di Milano, una delle tappe del tour promozionale della nuova serie Disney, liberamente ispirata alla vita della star della moda Karl Lagerfeld. 

Anche noi del blog abbiamo avuto la fortuna di essere invitati e per questo ringraziamo tutto lo staff Disney. 

La storia è ambientata negli anni '70 della Parigi dell’alta moda: un luogo in cui lo stilista tedesco arriverà a raggiungere grandissima fama, ma in cui al contempo dovrà fare i conti con il suo lato più lunare. Uno carattere molte volte schivo e incline alla solitudine, una inquietudine ben nascosta alla vista degli altri dietro un “personaggio pubblico appariscente”, di fatto auto-costruito come una corazza. Riuscirà l’amore a cambiarlo o per lo meno a smussare le sue rigidità? 

Anfitrione dell’incontro con la stampa, nonché protagonista principale della serie creata da Isaure Pisani-Ferry, Jennifer Have e Raphaëlle Bacqué, è l’attore tedesco Daniel Brühl. 

Il celebre interprete di film come Bastardi Senza Gloria di Quentin Tarantino , Rush di Ron Howard, Race of Glory di Stefano Mordini, nonché di molte pellicole del Marvel Cinematic Universe, nel ruolo del villain Zemo, ha raccontato di aver incontrato personalmente Lagerfeld quando era giovane, riuscendo solo per un istante a guardarlo negli occhi, oltre gli occhiali scuri. Un momento che gli si è scolpito nella memoria e lo ha aiutato oggi come impulso a scavare nell’animo della grande icona. 

La preparazione al ruolo ha comportato la lettura di tre biografie, articoli dell’epoca, materiale video d’archivio raro riguardante anche il Lagerfeld più giovane, incontri diretti con i suoi collaboratori e amici, nonché l’accesso diretto al “mondo di Lagerfeld”, le maison francesi che lo hanno reso celebre.


Brühl ha parlato delle difficoltà nel cercare di replicare i movimenti e il complesso linguaggio del corpo dello stilista senza cadere nella imitazione. Ha parlato di come si sia isolato in Spagna nella sua abitazione immersa nel verde per muovere i primi passi con gli stivali con tacco senza fare brutte figure. Il processo è stato lungo e ha riguardato anche l’imparare a recitare con un accento particolare, complesso.

Poi quello “sguardo di Lagerfeld” che Brühl aveva colto da bambino in qualche modo lo ha contagiato, scoprendo di avere molte similitudini con lui. Proprio per il suo lavoro di attore, sembra alla ricerca di una maschera che copra la sua timidezza per poter lavorare. Proprio per il suo modo di vivere spesso in contesti internazionali, davanti a un pubblico spesso diverso e spesso critico, specie in Germania. Proprio per una comune “voglia d’amore” e di connettersi con gli altri, come motore propulsivo dell’arte. 

Brühl ha raccontato di un set molto vivace, in cui si è sentito subito a casa. Ha raccontato di come Theodore Pellerin, l’attore che interpreta il compagno di Lagerfeld, Jacques de Bascher, gli abbia regalato di nascosto, con ironia e un po’ di immedesimazione, centocinquanta rose rosse per “presentarsi al ruolo”. Così tante rose che Brühl stesso non le aveva mai regalate a sua moglie. Ha poi parlato dei suoi progetti futuri, come il film di Bruno Bischofberged, per cui si sta preparando molto. Nonché del suo possibile esordio alla regia. 

Durante tutto l’incontro Bruhl è apparso molto gentile, sorridente e appassionato, rispondendo, anche con ironia, a ogni domanda del pubblico dei giornalisti . 

La serie è su Disney + dal 7 giugno. Ne riparleremo.

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domenica 24 aprile 2022

Le fate ignoranti: la nostra recensione della nuova serie di Ferzan Ozpetek in esclusiva su Disney Plus

 


Gioviale e attraente, premuroso e sorridente, il manager Massimo (Luca Argentero) è un marito perfetto e amorevole per la dottoressa Antonia (Cristina Capotondi), come l’uomo dei sogni per lo scenografo Michele (Eduardo Scarpetta). Questa doppia vita sentimentale, frutto di un amore inaspettato quanto sorprendente, è iniziata da almeno un anno: da quando Michele e Massimo si sono incontrati per caso in una libreria, in cerca dello stesso libro di poesie. I due si sono subito piaciuti, hanno iniziato a frequentarsi e subito Massimo ha deciso di incontrare la famiglia allargata di Michele, piccola tribù segreta che stava per lo più arroccata in un palazzo di periferia gestito da Serra (Serra Yilmaz), la amministratrice unica, portinaia e “sultana” di questo luogo. Tra i singoli appartamenti e l’ampia terrazza, con la concessione di qualche zona periferica, il piccolo mondo colorato di Serra appare da subito composto da persone di ogni età ed etnia, gente concreta e sognatori, matti e innamorati. Tutte persone un po’ curiose e scombinate, qualche volta eccentriche e “sanguigne”, ma in fondo sempre unite, gioiosamente e chiassosamente. Gli abitanti del palazzo sono interessanti al punto da essere costantemente spiati nella loro quotidianità dal gruppo delle pettegole di zona, “le tre Marie”, che non esitano a piantonare il ricco e convulso traffico all’ingresso dello stabile, lanciando battute sarcastiche ad ogni ora del giorno e della notte. Dentro questo palazzo, davanti a  persone così strane ma anche generose, capaci di aprirsi le une con le altre, condividendo le loro storie quando la preparazione del tradizionale pranzo domenicale sulla terrazza (e di ogni festa e compleanno comandati), Massimo piano piano dimentica tutti i tabù che in passato lo fermavano dall’amare un altro uomo. Ma all’esterno è tutta un’altra cosa e il manager non riesce a fare i conti, con il suo matrimonio e con il suo lavoro, nell’accettarsi nel suo cambiamento. Così, dopo un anno di amore condiviso tra Antonia e Michele senza che l’una sappia dell’altro e senza che una venga preferita all’altro, Massimo muore all’improvviso in un incidente d’auto nel pieno centro di Roma. Ma l’amore per Michele, pur nascosto pervicacemente, ha lasciato delle briciole lungo il suo passaggio. Così Antonia scoprirà piano piano, già durante il funerale del marito, la presenza di alcuni misteriosi “amici della palestra”, i primi indizi della sua doppia vita. Indizi che la porteranno sempre più vicino al piccolo mondo segreto di Michele. 


A distanza di 22 anni dall’uscita cinematografica del film omonimo con protagonisti Stefano Accorsi e Margherita Buy e su pressante richiesta da parte del pubblico e delle case di distribuzione, Ferzan Ozpetek insieme allo sceneggiatore Gianni Romoli tornano sul “luogo del delitto”,  alle loro Fate Ignoranti. Per celebrarle, aggiornarle e farci immergere di nuovo nel loro mondo con curiosità, ironia e passione. Dalle parole del regista nelle più recenti interviste, in questi anni sono cambiati i temi e la percezione sociale della omosessualità. C’è meno stigmatizzazione rispetto a 22 anni fa, ma la situazione è ancora in movimento: giovani vivono la sessualità oggi in modo più libero, ma forse le vecchie generazioni si sono un po’ troppo indurite. L’omosessualità rimane ancora un argomento difficile da trattare nella quotidianità e anche per questo, in tutti questi anni, Le fate ignoranti è diventato oltre che un esempio di buon cinema anche uno “strumento utile” da vedere in famiglia, per affrontare il tema alla ricerca di un dialogo e di un confronto. Le fate Ignoranti ieri e oggi rappresenta proprio quel tipo di “cinema dell’inclusione” che oggi ricerca in particolare Disney, che si è prefissa per il 2022 di avere nel suo catalogo streaming molti prodotti in grado di dare voce alle storie e ai contesti sociali prima meno rappresentati nei media. La struttura della serie tv permette inoltre al regista di allargare i temi della pellicola e di dare più voce ai molti personaggi che in origine rimanevano più in ombra, quasi alla stregua di un coro greco. Grazie al certosino lavoro dello sceneggiatore Romoli, a una ciurma di attori e tecnici bene assortita e ad un Ozpetek sempre più bravo dietro la macchina da presa, la serie Le fate Ignoranti del 2022 risulta un prodotto davvero sorprendente. La periferia romana è ricca di colori e magia, tra le terrazze cariche di tavolate allegre e i silenzi dei laboratori scenografici di Cinecittà. Il taglio di montaggio degli episodi li rende particolarmente dinamici e si ha voglia di guardarli uno dietro l’altro, come caramelle. Nella ricca colonna sonora c’è anche il pezzo di Mina, Buttare l’amore.

Il cast è molto ricco e oltre ai bravi Luca Argentero, Cristina Capotondi, Eduardo Scarpetta e Serra Yilmaz, già dalla seconda puntata iniziamo a vedere per più tempo sulla scena anche le brave Ambra Angiolini e Anna Ferzetti, Paola Minaccioni e Carla Signoris. Nelle puntate successive arriverà anche il divo internazionale Burak Deniz, Milena Vukotic. Dopo le prime puntate cambierà anche lo scenario e si tornerà in oriente, in luoghi vicini a quel Bagno Turco tanto caro ai fan di Ozpetek. 

Ma rivelare troppo sarebbe un peccato. la serie va gustata nei suoi otto episodi già disponibili su Disney Plus. Se siete in cerca di una serie molto curata nei dettagli e “calorosa”, in grado di affrontare il tema della omosessualità in modo diretto e senza paranoie, con melodramma ma anche humor, la serie di Ozpetek è una buona scelta. 

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sabato 16 aprile 2022

Moon Knight: la nostra recensione della nuova serie tv Marvel in esclusiva su Disney Plus

  


-Sinossi: Steven Grant (Oscar Isaac) lavora nella sezione egizia del museo di Londra, è single e poco apprezzato dai suoi capi, non ha molto successo con le ragazze. Perennemente bistrattato, piuttosto goffo e insicuro, con un “mimo” come unico confidente fedele, Steven ha pure un ENORME problema legato al sonno. Forse è sonnambulo, di quelli gravi. Forse è peggio che sonnambulo e mentre dorme arriva a vivere la vita di un’altra persona, per giorni interi. Per questo, prima di addormentarsi Steven cerca di blindarsi in casa, legandosi una catena alla gamba, chiudendo la porta con combinazioni complicate e ricoprendo di sabbia tutto il pavimento, per cercare di comprendere “cosa fa” quando dorme. Ma spesso questo non basta e il nostro eroe vive dei flash molto realistici in cui fa delle cose pazzesche in qualche località amena del mondo, come fosse un agente segreto. Presto, a complicare la routine, una voce misteriosa (in originale la voce dell’attore Frank Murray Abrams), che dice di essere il dio egizio Khonshu, inizia a perseguitarlo, chiamandolo alla lotta come suo “Avatar”, contro creature misteriose e spaventose che iniziano a perseguitare il povero Steven “per davvero”, mentre lavora nel museo. A partire da uno strano e ultra-realistico sogno, il nostro povero commesso del museo inizierà pure ad incontrare il misterioso “santone” Arthur Harrow (Ethan Hawke). Uno che sembra sentire nella sua testa la voce della dea egizia Ammit e sembra intenzionato a distruggere il mondo per salvarlo dal male. Sembra mettersi male per Steven, ma in suo aiuto arriva una nuova “voce nella testa”. Una voce amica che si prestata come il misterioso Marc Spector. 



-Io e Moon Knight: Vi trovate, forse inconsapevolmente, su un blog. Per questo come corollario alla disamina dei primi episodi di Moon Knight di Disney Plus voglio raccontarvi anche il mio personale approccio e amore per questo personaggio Marvel davvero “unico”. C’è stato un tempo in cui pure io ero “anagraficamente” adolescente. In quella fase, tra le medie e il liceo, passavo da Topolino a Dylan Dog, fino ai primi manga editi da Granata Press, con nel mezzo una bella infornata di fumetto argentino ed europeo grazie a un amico che collezionava Fumo di China ed Eternauta. E poi c’erano i videogame dell’Amiga e quello stile alla Shadow of The Beast, i film di Schwarzenegger e i Barbarians Brothers, l’amore per le Notti Horror presentate dallo zio Tibia. I supereroi “canonici” erano per me all’epoca un ricordo dell’infanzia. I cartoni dei “Superamici” e un Batman di Adam West che animava uno show magari non troppo diverso dalla Melevisione o i Teletubbies in anni più recenti. C’era stato da poco il Batman di Burton al cinema (si contendeva le locandine con Indiana Jones e l’ultima Crociata nei cinema locali, per almeno 3 mesi di programmazione)  e mi ricordo un magnifico special Tv, di Red Ronnie con il compianto Bonvi, che mi  presentava un Batman “di carta” che non conoscevo, citando Killing Joke del 1988 e il nuovissimo ciclo si storie, Year One. Ma quelle perle non si trovavano in tutte le edicole e i supereroi da edicola erano per me generalmente “troppo colorati” e “troppo per bambini”, salvo un paio di meritorie eccezioni. Così i primi che iniziai a seguire furono Lobo (quello di Keith Giffen e Simon Bisley) e Il Punitore. Erano degli anti-eroi a tutti gli effetti, impegnati in storie ad alto tasso di sparatorie, splatter, malavita, temi forti. Erano quello che potevo “accettare” da adolescente anni ‘80, imbevuto di film come Robocop e Terminator, di Nightmare e Demoni di Bava. Poi su quel numero del Punitore con in copertina una camicia hawaiana, di maggio 1991, eccoti la sorpresa: Moon Knight. Fu amore. Storie notturne, l’atmosfera di un jazz club con musicisti simili a quelli disegnati da Sergio Toppi, idee grafiche forti come un numero del fumetto tutto a base di pareti agghindate da inquietanti “graffiti di bambini”, rosso sangue (lo specchio mentale della psicologia di un serial killer contro cui doveva confrontarsi l’eroe), che quasi mi facevano tornare alle atmosfere di Profondo Rosso di Dario Argento. Apparentemente Moon Knight era solo un Batman vestito di Bianco, con tanto di bat-robe varie, vari bat-veicoli e bat-maggiordomo (ma maggiordomo omosessuale, in un’epoca in cui i comics non parlavamo ancora di omosessualità). Ma quell’eroe argentato viveva in un contesto “hot” e amabilmente scorretto, rispetto a quel Batman di Adam West e i superamici che ricordavo da piccolo in tv e sulla cioccolata (e le gelatine). Erano storie di sangue e di pazzia, spesso truci, horror, rese a volte anche più “dure e pulp” dalla stampa in quadricromia. Se Batman lo stavo riscoprendo al cinema e grazie alla nuova serie animata prodotta da Sunrise (con la sigla di Cristina d’Avena davvero letale), rimanendo per lo più affascinato dal grande lavoro sul lato psicologico, archetipico, dei suoi personaggi (il mio amore per la psicologia si è affinato dalle nevrosi di Bruce, dall’indole borderline del Joker, dal narcisismo del collezionista e dai mille altri pazzi di Gotham), sulla carta stampata Moon Knight era il perfetto “corollario”. Un eroe dalla personalità multipla, in grado di declinarsi in storie dall’animo multiplo e contraddittorio, tra onirico e non. Come Batman, ma infinitamente più duttile. Vuoi fare una storia nello spazio? Vuoi i licantropi? Vuoi una detective story a base di vigilanti mascherati? Vuoi una storia sulle leggende egizie? Sull’uomo nero che spaventa i bambini mentre dormono? Una storia sui mercenari e le spie in medio oriente? Storie sulla follia? Sugli attori falliti di Hollywood? Con Moon Knight potevi trovare di tutto, perché è un personaggio creato libero e anticonformista a 360 gradi. Libero e condito con una amabile salsa horror/psico/action. La palestra ideale per ogni disegnatore e autore che voleva farsi conoscere da quegli adolescenti anni ‘80 come me e dagli “adolescenti del futuro” in cerca di emozioni forti. Moon Knight per questo è sempre stato un personaggio “a parte”, salvaguardato in una gestione editoriale fieramente lontana dai supereroi mainstream della Marvel. Nei maxi crossover lui appariva, faceva due battute e ciao, tornava nelle sue storie a base di pazzi, demoni e mercenari. Hanno provato a metterlo negli Avengers della West Coast, ma è durata poco e intelligentemente anche lì le storie hanno alimentato dei dubbi sul personaggio, presentandolo a metà tra il villain e il cialtrone, estremo e poco classificabile. Anni e anni dopo le prime storie scritte dai suoi “papà” Doug Moench e Don Perlin per i fumetti sui lupi mannari, la formula e l’unicità di Moon Knight ha tenuto benissimo, passando alle storie di Dixon e DeMatteis fino ai recenti racconti di Brian Bendis, Warren Ellis, Brian Wood, Jeff Lemire. Moon Knight negli anni è stato guarda caso realizzato da molti dei più grandi (e originali) autori e disegnatori contemporanei. Ogni nuova run a fumetti è tuttora accolta con enorme interesse (almeno quanto sono temuti i crossover che vogliono coinvolgerlo) e l’attesa per questa nuova avventura su Disney Plus era tantissima, per me e molti quasi spasmodica. Una attesa che alla luce delle prime puntate sembra non essere stata vana, regalando (per ora) uno dei più riusciti adattamenti da fumetto di sempre.


-La serie tv: era difficile sintetizzare in un film le molte anime di Moon Knight e l’idea di farne una serie dal super-budget per il canale streaming di Disney Plus si è rivelata davvero vincente. Disney, come dimostrato nelle ultime serie di Star Wars, sceglie una messa in scena in grande stile, che non sfigurerebbe per niente sul grande schermo di un cinema. Il cast è sontuoso, annoverando molti attori di primo piano come Hawke e Murray Abrams, tra cui svetta però un incredibilmente versatile e convincente Oscar Isaac. Se già lo avevamo trovato molto simpatico nel ruolo di “Poe” della nuova serie di Star Wars, Isaac in Moon Knight riesce saldamente a tenere le redini di un personaggio folle quanto complesso. Un anti-eroe che piange, vive nel terrore, sa essere buffo e malinconico, sa essere tragico e autoironico, sa sdoppiarsi e reagire, combattere e inciampare, immaginarsi e reimmaginarsi, farsi vittima o carnefice. Uno, nessuno e centomila tratti e qualità, che coesistono nello stesso corpo, con personalità multiple che dialogano tra di loro, per mezzo di specchi e voci interiori, in una infinita ricerca del “sé“. C’è Belfagor il fantasma del Louvre alla base, naturalmente, ma anche più di un contatto con Un lupo mannaro americano a Londra. C’è Batman e una felice punta di Spawn. C’è il cuore tormentato del personaggio di James McAvoy di Split. Un mix poderoso di suggestioni e input che Isaac riesce a declinare benissimo e fare suoi, scindendosi in più anime e  dando vita a uno dei personaggi più complicati di sempre, anche per merito della sceneggiatura chirurgica imbastita da Jeremy Slater, autore delle recenti serie The Exsorcist e Umbrella Academy, ma anche di horror riusciti come Pet e The Lazarus Effect (gli perdoniamo lo scivolone del Death Note targato Netflix…forse). Una sceneggiatura ricca di azione e  approfondimento psicologico, che bene si unisce a una messa in scena visiva che attinge molto dall’horror moderno, citando a piene mani sequenze di Annabelle e Lights Out, insieme a qualche scena action esagerata dal sapore di Final Destination, integrandole bene ad alcune delle scene più iconiche del fumetto. La fotografia è curata da Gregory Middleton, che si è fatto le ossa sul Trono di Spade, e da Andrew Droz Palermo, che ha lavorato sul bellissimo A Ghost Story, come su You’re next. La colonna sonora del compositore egiziano Hesham Nazeh è molto evocativa, carica di inquietudini e riporta al meglio lo spirito da action/psico/horror che permea le storie di Moon Knight. Non manca l’ironia, ma risulta ben dosata, funzionale e spesso “nera”, come in quel Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis, con cui Moon Knight condivide la stessa “location” della capitale inglese: tra strade affollate e colorate che di notte, per contrappasso, possono tramutarsi di colpo in luoghi da incubo, fatti di infinta solitudine e silenzio. La famosa scena della metropolitana del film di Landis, qui sembra riecheggiare dietro a ogni cambio di inquadratura nelle scene più horror, fin dal famoso “specchio” del bagno (scena ultra copiata negli horror è proprio ideata da Landis in quel Film). Che ci troviamo dentro i bagni di un museo egizio dopo l’ora di chiusura o dentro un ascensore che non chiude le sue porte mentre qualcosa di sinistro ci cerca di raggiungere. Nel campo della tensione il lavoro svolto finora, alla luce dei primi tre episodi, è davvero lodevole, come frenetiche e gustosa sono le scene d’azione fisiche e di inseguimento, supportare da una regia molto dinamica e da buoni Stunt-man. Davvero niente male sul lato della effettistica e del trucco, e non era scontato come aspetto, anche il costume di Moon Knight. Un costume a fumetti da cui ha mutuato moltissimo anche lo Spawn di McFarlane e che per questo ci fa anche pensare a come potrebbe venire “bene” al cinema, oggi, un nuovo Spawn. In realtà con c’è un “solo” costume, e la serie riesce bene ad attingere anche da molta della produzione recente del fumetto in questo. Ma non vogliamo rovinarvi troppo la sorpresa, al di là di quanto non abbiano già fatto i trailer per lo meno.  Ogni costume ha un suo “stile di combattimento” e gli scontri che si sono potuti gustare, fino ad ora, sono molto divertenti e originali. 


-Finale, alla luce dei primi tre episodi: da fan di Moon Knight credo a mani basse che questo sia il migliore adattamento di un fumetto supereroistico in live action di sempre. È centrato lo stile, è centrato l’umorismo e la componente horror, gli attori sono in parte e il progetto sembra essere partito sui binari migliori, all’interno di una resa visiva che si sarebbe meritata al 100% la sala cinematografica. Svestendo per un attimo i panni del fan sfegatato, ritengo la nuova serie Disney Plus un’opera adatta a un pubblico più di adolescenti che di bambini, per via delle molte scene che potrebbero spaventare o confondere  i più piccoli. Una serie che è ben avviata, ma che aspettiamo a giudicare più compiutamente una volta che saranno rilasciati tutti gli episodi, specie in riguardo a come verranno sviluppati gli altri personaggi. Fino ad ora è stato un “Oscar Isaac show”, convincente e divertente, ma ci aspettiamo anche uno sviluppo ulteriore del personaggio di Hawke, che qui gigioneggia alla grande, ma come attore sa dare molto di più. Se il buongiorno si vede dal mattino, Moon Knight è partito al meglio.

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mercoledì 6 aprile 2022

Masters of the Universe - Revelation : la nostra surreale recensione della seconda parte della prima stagione del cartone animato Netflix

 


Dove eravamo rimasti? Ci eravamo immaginati  (qui link alla prima parte…tutto quanto segue va inteso come “molto liberamente ispirato a quello che potrebbe essere successo”, niente è mai avvenuto nella realtà o è stato documentato in qualche forma autentica) che Kevin Smith, guru della cultura nerd e show runner della nuova serie animata targata Netflix, fosse stato fortemente influenzato nella realizzazione dei primi episodi di questo revival dei Masters della Filmation da un surreale dialogo avuto con sua figlia, Harley Queen Smith. Ora, alla luce dei nuovi episodi, immaginiamo che l’ispirazione del regista di Clerks e Tusk abbia trovato una diversa fonte, magari in riferimento questa volta alla sua prima“musa”, nonché moglie: l’attrice e giornalista Jennifer Schwalbach Smith.

Crediamo sia “andata un po’ così”, in una giornata d’estate del 2021, dopo che Masters Revelation veniva impallinato da tutto il popolo web più nostalgico/vintage, ricevendo invece feedback enormemente positivi da persone che per loro candida ammissione ritenevano i Masters anni ‘80: “Una cagata per ragazzini con al centro un mister muscolo pettinato come Nino D’Angelo”. Insomma, con il pubblico di riferimento infelice, erano a serio rischio i lavori di un seguito non solo auspicato ma anche logico, perché la trama era rimasta brutalmente a metà. Il nostro vero grande eroe, il super nerd creatore di “Silent Bob”, ce lo immaginiamo depresso, sconfitto e attonito, nella stanza segreta della sua casetta in cui sono idealmente stipati tutti i suoi preziosissimi pupazzetti dei Masters degli anni ‘80 della Mattel e che oggi da poco accoglie i nuovi pupazzi che Netfix ha fatto produrre per la sua serie (non sappiamo se tale cameretta esista davvero, ma pensiamo di sì). Kevin tiene tra le mani la nuova action figure di Teele, quella che ha cambiato totalmente nel look e intenzioni per stare “al passo con i tempi” . Parla con la “pupazza” mentre la moglie, incuriosita, si avvicina sulla scena di questo folle dialogo impossibile. 

 


Kevin: “Teela, Teela. Sei un po’ anche tu mia figlia, Teela… come Harley. Ti ho reso forte, moderna, con il taglio di capelli alla Ruby Rose. Emancipata, girl power, ribelle, attraente ma non nel “senso sbagliato”, autonoma, protagonista. Con i pantaloni al posto del gonnellino e senza una sessista coroncina da principessa. Eroina, anche qui senza fare giochi di parole poco eleganti. Eppure questa magnifica pupazzetta che racchiude la tua anima al meglio, ho dovuto comprarmela da solo, su Amazon, senza un pacchetto o un bigliettino con scritto sopra: “Grazie papà, hai rinunciato ai tuoi sogni per i miei, da eroe moderno non maschio-centrico. Firmato Harley”. Perché Teela, non ti ha voluto comprare, mia figlia? Perché davanti alle mie lacrime mi ha invece detto: “Comprare l’action figure che rappresenta una donna è comunque considerare la donna un oggetto?”. Non lo sa che ho fatto tutto per lei, perché fosse fiera di avere un padre moderno, inclusivo, arcobaleno, girl power, ecologico, sensibile, davvero sensibile e umile, come l’uomo moderno deve essere… perché? Perché non ami le action figures Harley??? Perché ????”

Jennifer: “Kevin…basta!!! Sono tre giorni che sei qui sotto con in mano quel pupazzetto di plastica! Basta!!”

Kevin: “Ma ce l’ho messa tutta!!! Ho reso arte la mia voglia di padre di venire incontro ai giovani!!  Ho reso anche Menetarus il padre perfetto per Teela, cioè un emulo più efficiente di me e di come mi immagino: cioè Batman! L’ho fatto per Harley, perché io sono Batman!!! Perché Harley non ama la mia Teela?? Ma almeno poteva apprezzare il packaging blu scuro della mia Teela, così moderno e così perfetto, cosi…poco... nerd…“

Jennifer: “Ma alle ragazze moderne non interessano queste fesserie dei cartoni animati per nostalgici, né i pupazzetti!!!  Non le interessano i supereroi, non le interessano i Ghostbusters o i Men in Black!!! Il bello della modernità è dire che gli eroi del passato dei maschietti erano misogini e mettere al loro posto personaggi femminili o fluidi. Sono bandierine culturali, è come “conquistare il Canada” a Risiko, alle ragazze moderne come Harley non frega dei tuoi Masters e manco li guardano: il divertimento sta tutto nel leggere sul web dei maschietti arrabbiati e piangenti perché il loro giocattolino è rotto. Ma davvero pensavi che lei volesse comprare una action figures. Ma sai quanti anni ha?? Manco fosse un Funko“.

Kevin: “Ci ho sperato…tanto…volevo che non fosse un Funko, ma una lettera d’amore del passato al futuro, nel segno di un mondo nerd migliore e inclusivo alla Big Bang Theory” 

Jennifer: “Ma Harley è fuori dal tuo target! Devi pensare di più a te stesso quando lavori!! Sei un guru nerd!!! “

Kevin: “Hai ragione…Grazie del tuo appoggio. A pensarci…so già cosa fare!! Con un pretesto per l’inizio della seconda parte della serie rimetto al centro He-Man e introduco la sua versione hulkesca!! Darò alla mia rabbia e tristezza represse di maschio raggirato dai ragazzetti insensibili l’occasione di rinascere, grazie all’arte. Lo chiamerò Savage He-Man, comparirà nella prima puntata del nuovo blocco di episodi e sarà una action figures bellissima!!!”

Jennifer: “No Kevin…non hai capito…”

Kevin: “Come? Ho capito male? Nerd guru power!!! Dove sbaglio?!”

Jennifer: “Devi parlare nei prossimi episodi di te stesso e quindi del tuo rapporto con me, da marito del nuovo millennio. Masters of the Universe deve parlare del rapporto di coppia tra adulti!!! Quello a cui dovrebbero ambire dei nerd anziani, sposandosi!"

Kevin: “Ma come??! Come in 40 anni vergine? Anche lì c’era la rivalsa delle action figures che diventavano un tesoro nascosto per rilanciarsi, comprando casa e…”

Jennifer: “ …No, no, ma chissenefrega delle action figures!! Hai tra i personaggi un re adulto e una regina adulta. Hai una Teela che dovrebbe essere giustamente destinata come una donna adulta a diventare una casaling…cioè, una “sacerdotessa di Greyskull”!! Hai Evil-Lynn, che non si capisce mai perché provi attrazione sessuale per Skeletor se sotto è “solo ossicine”. E se a portare i pantaloni è poi Evil-Lynn, dai a lei l’occasione di esprimersi alla pari come un Master of The Universe! Dalle i muscoli di He-Man!!

Kevin: “Sono confuso…”

Jennifer: “E' perché sei un uomo che gioca con i pupazzetti di plastica senza pensare a chi davvero è il Master of The Universe della tua casa, cioè io. “

Kevin: “Ma il guru nerd?”

Jennifer: “Sì, sei il guru nerd”

Kevin: “ma non dovrei parlare nella serie come un vero guru nerd? Tornare a fare contenti i fan storici, tornare all’ingenuità del fantasy muscolare alla Frazetta?”

Jennifer: “Lo vedi? È come dice la terapista: fuggi dalle tue responsabilità, come quel re inutile dei Masters con i baffi. Sei un padre assente come quel Manetarus. Non vuoi riconoscere che il potere è della donna. Non parli neanche della attrazione sessuale per Skeletor…”

Kevin: “Ma come posso parlare della sessualità di Skeletor? Non posso mettere Evil-Lynn a cavalcioni su Skeletor mentre lui sta seduto sul trono!!!”

Jennifer: “Sei tu il guru nerd. Puoi farlo.”

Kevin: “Ma la fanciullezza? I buoni valori anni ‘80 della narrativa fantasy? Dungeons & Dragons? “

Jennifer: “Fai il guru nerd serio!!!…Quello che pensa alla famiglia e ai valori delle donne attempate ma affascinanti che permettono ai nerd di sopravvivere!!!”

Kevin: “…”

Jennifer: “Muscoli ad Evil-Lynn e più sensibilità sul suo rapporto di coppia con Skeletor, che sono le cose che interessano nella vita di coppia vera… o mettiamo gli avvocati come dovrebbero fare il re barbuto e la moglie…”

Kevin: “All’He-Man hulkesco non rinuncio”

Jennifer: “Ci può stare. Diamo un senso alla serie, visto che le uniche persone che potrebbero vederla davvero sono i nerd e le povere mogli dei nerd, dacci le quote rosa. Tanto ai ragazzini moderni questa roba non interessa, Ti comprerò io la action figures.”

 

Bene. Noi ci immaginiamo che sia andata più o meno così. Ma forse per questo Kevin Smith ha ottenuto una nuova action figure da aggiungere alla sua collezione. E voi cosa ne pensate? 

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giovedì 17 febbraio 2022

Monterossi: la nostra recensione della nuova serie Amazon basata sui libri di Alessandro Robecchi

 

In una Milano dei giorni nostri che sembra Londra, tra i grattacieli del Giardino Verticale, il monumentale e le miserie umane di chi vive nelle case in ringhiera più fatiscenti, si aggira un uomo attempato ma ancora piacente, per lo più con le palle girate. Si chiama Monterossi (Fabrizio Bentivoglio) sulla carta autore di programmi tv brutti condotti da una bionda isterica (Carla Signoris) ma con l’aspirazione del detective Hard-Boiled, con tanto di aria stanca, malinconia e un certo amore per Bob Dylan. Nei casini ci cede un po’ per sfiga e un po’ per gusto del brivido, un po’ come Miss Marple, ma subito sa muoversi con il piglio del comandante, giocandosela in prima persona e mettendo in capo i suoi collaboratori (e futuri autori di programmi tv brutti) più fidati: la perspicace analista Nadia (Martina Sammarco) e l’uomo d’azione Oscar (Luca Nucera). Questo “giocare al detective” irrita un po’ chi il detective lo deve fare per lavoro anche se non gli riesce benissimo, come Carella (Tommaso Ragno), il “serpico della Bovisa”, ma porta anche l’ammirazione e il supporto dell’ispettore Ghezzi (Diego Ribon). Ma forse quello che spinge più di tutto il Monterossi ad andare giù di testa per le storie del crimine in cui continuamente inciampa è la mancanza di qualcosa di importante. Forse un amore del passato per una report finita a Londra per lavoro (Donatella Finocchiaro).


Rohan Johnson, classe 75, già regista degli adattamenti televisivi dei Delitti del Bar Lume e di C’era una volta Vigata, oggi porta sul canale streaming di Amazon Prime un’altra penna illustre pubblicata in Italia da Sellerio Editore. Alessandro Robecchi è un po’ come il suo Monterossi: un autore tv milanese, oltre che giornalista e scrittore. Forse per questo riesce ad infondere nelle pagine tutti i colori e paradossi che conosce chi Milano la vive davvero, al di fuori del glam e dei quartieri alla moda, trovando spesso storie avvincenti ma anche umane. Johnson riesce bene a sintonizzarsi con l’autore, dando vita a un giallo “scorbutico e di corsa”, ma anche “con il cuore in mano” un po’ come sono i milanesi. Fabrizio Bentivoglio prende Monterossi e se lo indossa come un guanto, con tutta la sua insofferenza, fascino e sarcasmo. Tutto il gruppo di attori è ben affiatato, da Ribon, Ragno, Finocchiaro, ma un plauso speciale va per me a Marina Sammarco. Molto appropriata alle atmosfere noir la fotografia di Federico Annicchiarico, che riesce al meglio a descrivere tanto il lato sfarzoso che quello più “vissuto” della città meneghina. 

La prima serie conta per ora di sei puntate, che adattano il primo e terzo romanzo con protagonista Monterossi. Ogni storia è divista in tre parti da una mezz’ora, per un totale di sei episodi che forse sono troppo veloci. Se ne vorrebbe di più e pare che per la seconda stagione bisognerà attendere inizio 2023. Speriamo ci siano in programma più storie. Poi finalmente un detective che parla in milanese, dopo i vari Montalbano da seguire con i sottotitoli  e i tizi toscani del Lume che ogni tre secondi esclamano “oh bimbi!!” (che odio alla follia). Meno male!!! 

Avanti così! 

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martedì 15 febbraio 2022

Strappare lungo i bordi : la serie Netflix sui fumetti di Zerocalcare

Zerocalcare è uno che seguo da sempre, con discreto entusiasmo. Ve lo dico mentre sto osservando i pupazzetti da Edicola di Centauria de ‘su Nonna e der bullo con la catana che lo maltrattava da piccolo. Perché Zero scrive della vita di tutti i giorni e spesso chi lo legge trova sempre qualcosa di suo nelle sue storie, dai drammi del liceo al “momento ribelle”, dalla paranoia di fare la spesa al supermercato al “grande viaggio” che ci ha cambiato la vita. E io che al liceo, come lui, scarabocchiavo fumetti con protagonisti i miei amici, mi sono subito affezionato al mondo di Zero. Al punto da avere oltre ai libri anche i pupazzini di cui sopra e di aver visto in sala La profezia dell’Armadillo senza voler poi alla cassa riavere indietro i miei soldi (mi sono trattenuto per Zero, non per chi ha realizzato male quel film). 

Ed eccoci a Strappare lungo i bordi, che scopro essere stato animato per Netflix da un mio amico del liceo, uno che pure lui da ragazzino faceva i disegnini ed oggi è diventato davvero bravo nel mondo dei cartoni animati. Bella Giorgio!! 

Strappare lungo i bordi è quello che doveva essere quella ca**ta del film de La Profezia dell’Armadillo. La storia è sulla stessa linea ma attinge per “cameo/extra” da tutto l’universo narrativo degli ultimi 20 anni di zero. Lo stile visivo (colonna sonora di Giancane compresa) è una diretta evoluzione dei corti  animati Quarantena a Rebibbia, realizzati per la trasmissione Propaganda di La7 durante il lockdown e funziona, coglie appieno lo spirito dei fumetti anche sul lato del ritmo. Le puntate possono essere viste anche in modo slegato, ma scansionano temporalmente le tappe di un unico viaggio che Zero fa insieme all’amico Secco e a Sarah. Un viaggio in salsa nerd/citazionista sulla strada dei ricordi pieno di incertezze sul futuro che poi è la cifra emotiva di molta della produzione di Zerocalcare, ma che non esaurisce l’estro dell’autore romano. Ci sono storie su apocalissi zombie, reportage di guerra, riflessioni sulle guerre mondiali, spaccati sulla politica e riflessioni sociologiche e filosofiche, nella ricca produzione di Zero. 

Sembra abbia avuto molto successo e per me se lo è meritato tutto. Ora non vedo l’ora che il viaggio continui con le altre storie o storie inedite. Bravi tutti. 

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lunedì 3 gennaio 2022

The Ferragnez: la nostra recensione della prima stagione della serie Amazon Prime

 


La serie inizia con una terapia di coppia tra Chiara Ferragni e Fedez, alla presenza di un terapeuta che non deve aver concesso i diritti di sfruttamento della sua immagine per privacy. Ci troviamo tra fine 2019 e i primi mesi del 2020, durante la seconda ondata covid, in un periodo che va da Natale fino al Festival di Sanremo in cui Fedez canterà Chiamami per Nome insieme a Francesca Michielin. Chiara, regina delle influencer e imprenditrice di successo nel campo della comunicazione, dirige un piccolo esercito ed è incinta di una bambina. Il cantante Fedez, dopo un periodo di fermo e insoddisfazione, sta costruendo con un manipolo di amici una nuova realtà discografica e forse un nuovo album, mentre si occupa con una società di consulenza di nuovi modi per far incontrare le banche con il mondo imprenditoriale. Lei è nata da una famiglia agiata, padre dentista e madre scrittrice, una voglia continua di abbracciare e baciare le persone. Lui è nato nell’interland milanese, zona Rozzano, con genitori (come i miei) che ti vogliono bene ma ti abbracciano a Natale e al tuo compleanno. Lei ha bisogno di programmare ogni cosa per sentirsi utile, lui ha bisogno di spazio per respirare per riuscire un minimo a trovare la forza di relazionarsi. Nessuno degli amici credeva che la coppia durasse, ma con la nascita del primo figlio, Leo, la famigliola ha trovato comunque un equilibrio e grazie alla loro indiscussa fama anche un ruolo sociale nobile, come dimostrato dalla raccolta fondi per l’ospedale in Fiera a Milano. Ma ora le cose sembrano cambiate, anche per il fatto di vivere da osservati speciali h24, circondati dalle telecamere, dai telefonini, dai parenti, amici, pubblico social, stilisti, manager, wedding planner, autorità locali, dirigenti tv, la qualunque. Dal successo nato quasi per caso sui social e arrivato ben oltre le loro aspettative, il loro mondo procede tutto verso dimensioni sempre più “gigantesche”: la casa nei quartieri più alti della City Life di Milano, la villa comasca su quattro piani per le vacanze che pare un castello ed è illuminata a giorno dalle decorazioni natalizie grandi come fari di segnalazione aerea, le macchine di lusso più di lusso, gli eserciti di yes-men e yes-women sempre al seguito e intruppati con sorriso compiacente incorporato, i teatri vuoti aperti solo per loro, i riconoscimenti negli eventi pubblici dalle pubbliche autorità,  una festa per la seconda nascitura in un posto super esclusivo quanto addobbato pesantemente e poco sobriamente fino ad apparire visivamente come un “Inferno rosa”.



In tutto questo caos, nella città italiana che più incarna il caos, la coppia cerca di trovare il suo spazio, magari schivando le mille etichette che ogni due minuti il mondo gli appiccica addosso. 

Ogni tanto il povero Fedez prova un sussulto interiore, sanguigno quanto autentico e forse “proprio delle sue origini” proletarie: qualcosa che lo vorrebbe più distante da tutta quella fama e lussi. Il cantante cerca di dare un senso a quello che sta vivendo e che lui stesso definisce una “bolla di bambagia”. Inizia a definire “tamarrate” alcune dimostrazioni di sfarzo estremo, anche se chi gli sta intorno prontamente gli ribatte che con i suoi tatuaggi è “più tamarro lui”. Si interroga sul fatto di vivere realmente la sua vita e non quella di un’altra persona, magari tornando nel garage dove ha registrato i suoi primi video o facendo visita alla nonna nel quartiere Giambellino. Cerca di diventare un professionista migliore sul lato tecnico e artistico, facendosi guidare da chi ritiene più esperto di lui, provando al contempo a essere un buon padre. Fedez comprende che presto la bolla di bambagia scoppierà, prima o poi, e lui non deve perdere adesso l’occasione di costruire qualcosa di suo, per se stesso e la sua famiglia, a costo di chiedere ogni tanto la possibilità di staccarsi dai social (che ogni tanto gestisce maldestramente per troppo stress), stare un po’ per conto suo anche solo a dormire, trovare luoghi e stimoli nuovi per ricaricare delle pile continuamente usurate. C’è nel passato di Fedez anche una esperienza orribile oggi da affrontare e superare, perché ha minato gravemente la sua autostima e lo ha reso quantomai guardingo, diffidente, umorale. 

Ogni tanto la povera Ferragni vede che il suo mondo e la sua famiglia opprimono il marito e  cerca di ritagliare dei momenti di intimità con lui. Si cercano, si coccolano, si sentono al telefono quando sono distanti, litigano, si accusano, piangono e fanno la pace, in un modo tumultuoso e continuo che anche la terapia di coppia, attraverso un “gioco di ruolo”, non riesce ancora a smussare. Anche perché Chiara sembra costantemente  guidata da un’onda collettiva che la coccola e la vuole sempre: carica, efficiente, “top”, “boss”, “leader”, “business woman”, madrina glamour, madre perfetta, moglie perfetta, amica perfetta, donna attraente, donna impegnata nel sociale… “L’onda” parte dalla sua famiglia, dal suo staff e dai suoi amici e quasi la delegittima da qualsiasi ruolo decisionale, portandola spesso nella condizione di mettersi nelle mani di qualche “consulente di qualcosa”, seguendo sulla fiducia l’opinione di “chi la capisce”. Ma la ragazza tra le righe della narrazione sembra solo cercare delle occasioni per abbracciare i suoi cari, farli stare bene e non sentirsi da loro abbandonata, un po’ dando ragione a tutti. Come emerge dalla terapia di coppia, la separazione dei genitori di Chiara durante la sua infanzia per lei è stato un trauma di cui si è presa quasi da sola le colpe, nonché il motivo per cui ora, con le unghie e con i denti, cerca di tenere costantemente  insieme tutto il suo mondo e chi ci sta dentro. Anche a costo di assecondare cose che lei stessa ritiene eccessive, magari per l’incapacità di ferire qualcuno che sente di amare. 


Come si diceva negli anni ‘80 “anche i ricchi piangono”, ma giudicare una docu-serie con al centro persone reali non ci permette di approcciarci a loro come ai personaggi del Trono di Spade, immaginando complotti e rese dei conti, anche se il taglio molto cinematografico delle puntate ogni tanto permette, con il montaggio e la fotografia, di calarci in alcune suggestioni narrative, tifare per qualcuno e dare il ruolo di “villain” a qualcun altro. Per la seconda stagione comunque consiglio alla produzione di coinvolgere in un duello in armatura e spada i personaggi di Luis Sal e  Marco Maria Damato, magari promuovendo le tante associazioni di cultura del Medioevo presenti sul territorio milanese. Ciò nonostante mi sono divertito, l’ho trovato uno spettacolo interessante proprio a partire da quel punto di vista psicologico della coppia che lega tutti gli episodi, offrendoci di loro una visione speciale, problematica quanto autentica, onesta. Bellissima la Milano in alta definizione che esplode da ogni fotogramma, tanto nelle sue parti più altolocate che in quelle più periferiche. Fa ancora effetto vedere i teatri abbandonati di inizio 2020 causa Covid, con le poltroncine coperte dal cellofan e le luci soffuse. Troppo sfarzo e troppo rosa possono far bruciare a qualcuno gli occhi, quindi consiglio di guardare la serie magari con delle lenti riposa-vista. 

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martedì 2 novembre 2021

Book of Boba Fett: il trailer

È il cacciatore di taglie definitivo di Star Wars, quello che pure Darth Vader deve ammonire prima di un incarico chiedendogli: “Niente disintegrazioni”. Ha un casco integrale che ne nasconde i lineamenti, un'armatura ammaccata e scucita che ha visto mille battaglie, un jetpack rugginoso e inaffidabile sulle spalle, un lanciafiamme armato sul polso, un cavo metallico con il quale immobilizza le prede. Parla poco, perché non ha troppo bisogno di parlare. E visivamente, per i fan delle action figures, è un “pupazzetto bellissimo”. 

Qualcuno si ricorda di averlo visto “per primo”, ai  tempi del famigeratissimo show natalizio di Star Wars, nel quale compariva una sua “versione a cartoni animati”, sul dorso di un brontosauro, armato e cazzuto. Ma nella saga cinematografica “classica” di Lucas, quella “del cinema”, Boba Fett ha vita breve ed è di fatto più “fumo che arrosto”. Poche scene e una morte indegna, all’inizio del Ritorno dello Jedi, dopo essere precipitato per una avaria del jetpack nella panza di un vermone delle sabbie, colpito di striscio, per puro caso, da un Han Solo sostanzialmente in stato di cecità. 

È andata così. 

Luke: “Attento, Han! C’è Boba Fett dietro di te!!”. 

Han: “Boba chi?” 

…e BAM!!, giù nello stomaco del verme dopo che Ian ha agitato nell’aria un bastone. 

La legenda poi vuole che Boba “non doveva finire così”, ma per colpa di uno screzio con l’attore, Jeremy Bulloch, reo di aver divulgato alla stampa anzitempo la trama del nuovo film. 

Ma il personaggio è amatissimo, i pupazzetti vendono insieme al mito di “quello che poteva fare un cacciatore come Boba nello spazio”, così arriva la seconda trilogia di Star Wars, con Lucas che ci ripensa e inventa per Boba un padre come Django Fett, interpretato dal granitico Jack la Furia di Once were warriorsTemura Morrison. Django diventa l’uomo da cui clonano i primi troopers imperiali e da cui è clonato lo stesso Boba. Piovono pupazzetti di Troopers imperiali che ricordano l’armatura di Boba Fett ma non basta. Così arriviamo al Mandalorian, serie in cui Pedro Pascal impersona un cacciatore di taglie dello stesso pianeta e “codice del guerriero” di Boba Fett. Piovono milioni di nuovi pupazzi ma non basta. Così sul finire della seconda stagione dello show in streaming per il canale Disney Plus ecco che torna in scena il Boba originale. Non è stato ucciso nello stomaco del vermone delle sabbie, ha sempre il volto di Temura Morrison ed è pronto per avere una serie tv tutta sua, The book of Boba Fett, che di sicuro venderà tanti nuovi pupazzetti. E voi siete pronti per la “Boba Fett Mania?” 

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lunedì 1 novembre 2021

Masters of The Universe - Revelation: il nostro ipotetico punto di vista surreale sulla nuova serie Netflix


Come può essere nata questa nuova serie dedicata ai pupazzetti Mattel degli anni ottanta chiamarti Masters of The Universe?

Mi immagino un pomeriggio piovoso di alcuni mesi fa, in una casetta immersa nella provincia canadese, con il guru dei nerd Kevin Smith che fa accedere alla sua cameretta dei tesori vintage la figlia ormai maggiorenne Harley Queen Smith. Immagino che Kevin abbia tutto di tutto dei Masters, dal Castello di Greyskull che fungeva anche da “valigetta per riporre i personaggi” ai veicoli, gli animali magici, le creature scomponibili, le figures che implementavano l’uso dei mortaretti e quelle “pelose”, tutto di tutto.

Mi immagino che Harley si avvicini a questo muro dei tesori e parta un dialogo di questo tipo.

(Harley): “Papà, cosa sono tutti questi pupazzi di culturisti dall’aria incazzata e che sembrano sul punto di cagare?”

(Kevin): “Ma no, cosa dici!!?? È una posa plastica tipica dell’era Reaganiana, una fascinazione delle illustrazioni fantasy di Frazetta nel momento di più fulgido splendore dello sword’n’sorcery!! Sai, quando avevo la mia scatola rossa di Dungeons & Dragons…

(Harley): “Sì, sì, ok… ma perché ci sono solo così pochi pupazzetti “di colore”? Perché solo uno sembra dai tratti medio-orientali? Ma soprattutto perché hai solo tre pupazzetti femminili, cioè la modella in intimo bianco, la modella in intimo sadomaso e la modella di intimo con in testa un falco non realizzato con pelle sintetica? Eri un bambino sessista/razzista/omofobo /amante della caccia/ non inclusivo/ trumpiano  come tutti quelli della tua generazione? 

(Kevin): No, no! Questi sono tutti i pupazzetti della gloriosa serie Mattel Masters of The Universe, diventata nel 1984 anche un cartone animato per Filmation la cui gloria persiste ora. E anche se ci sono poche figure femminili queste erano centrali nella vicenda, autentiche protagoniste! E poi c’era anche la regina, ma lei è purtroppo uscita in edizione limitata e su e-bay non l’ho ancora trovata a un prezzo abbordabile quindi sì, lo ammetto, la mia non è una collezione completa…

(Harley): Sì, sì vabbeh… solo tre personaggi femminili, uno arabo, due di colore e immagino nessun membro della comunità LGBT. Papà sei un dinosauro come i produttori dei tuoi giocattoli…

(Kevin): Ma no, anzi! I Masters erano super inclusivi! Il protagonista He-Man è in realtà un eroe che interviene solo a supporto dei suoi amici, senza sminuirne il valore, come una sorta di Deus ex machina. La ragazza in intimo bianco… Teela… è forte! È il capitano delle guardie del castello dei buoni e anche se non lo ricorda ha un misterioso passato che la lega al personaggio con in testa il falco, Sorceress, la creatura più potente di Eternia. 

(Harley): Sorceress è la madre e sembra della stessa età della figlia, nonché obbligata a vestirsi in un modo che ha solo un nome: “sessismo”. E perché Teela non ricorda questo legame con Sorceress? 

(Kevin): perché nella seconda puntata del cartone animato le cancellano la memoria per il suo bene, perché il regno è già protetto da questo eroe biondo, grande e gentile, di nome “He-Man”, di cui ti ho detto prima, l’unico in grado di combattere contro il terribile Skeletor e suoi terribili alleati grazie alla spada di Greyskull. La spada che Sorceress ha donato a He-Man, anche per proteggere Teela…

(Harley): sempre peggio!!! Quindi hanno cancellato la memoria a Teela, il capo delle guardie, per far risaltare questo tizio biondo e la sua spada fallica? Questo ha solo un nome: “maschilismo”. E ci vedo pure una punta di “paternalismo” in questa volontà di tenere le donne all’oscuro della verità, magari relegandole a poco più che casalinghe pure nelle storie fantasy…

(Kevin): Ti assicuro che non è così! Teela è stimata da tutti, è una grande combattente ed è la migliore amica di Adam, il principe che si trasforma in He-Man, anche se…

(Harley): Anche se? Anche se cosa??!! 

(Kevin): anche se Teela è l’unica che non conosce il segreto sull’identità segreta di Adam. È per il suo bene, per non farla preoccupare troppo!!!

(Harley): La fanno combattere in prima linea come guardia reale e non si degnano per il suo bene di dirle chi è l’eroe, che le ha inevitabilmente tolto il ruolo di protagonista “perché è una donna”?

(Kevin): Ma no! Ti ho detto che è forte Teela! Ed è anche fortissima Sorceress! Vedi, quando si trova a vegliare nel castello di Greyskull è la maga più potente del mondo e quando è all’esterno si tramuta in falco, come in quel romantico film che abbiamo visto ieri seria, Ladyhawk. Ti era piaciuto, non è vero?

(Harley): Era un film sessista e qui la storia del falco mi sembra quasi più patetica: un trucco miserabile per dire che le donne sono “libere di essere potenti” sono se si trovano rinchiuse da qualche parte, che sia un castello o una cucina… e che mi dici della tizia vestita da sexy dominatrice ? Anche lei è un’intellettuale immagino…

(Kevin): si chiama Evil-Lynn è la strega che serve Skeletor fedelmente facendo ogni tanto qualche battutina piccata…

(Harley): la classica donna infelice del matrimonio a un passo dall’alcolismo…

(Kevin): Senti, lo so, ma questo cartone animato negli anni ‘80 non faceva venire in mente a chi lo vedeva le riflessioni che fai tu oggi… era un prodotto colorato e divertente dedicato a dei bambini per venderli dei giocattoli!  Nessuno si è mai chiesto se Elmo, i Muppets o i Teletubbies tutelassero le pari opportunità o i diritti LGBT, perché nascevano in un’epoca che quei problemi “non li vedeva”.

(Harley): So che Netflix ti ha commissionato una nuova serie animata su questi Masters, disegnata dai tizi di Castlevania. Cosa farai a riguardo?

(Kevin): Farò Castlevania con i Masters, ossia un cartone animato per adulti! Come il Batman di Bob Kane si è evoluto nel Batman di Miller, poi in quello di Garrison ecc., così il Batman in tv con West è diventato nei film il Batman di Burton e poi di Nolan e poi di Snyder. Porterò i Masters in territori più moderni, magari più dark. Se il fantasy moderno è pieno di sesso, politica, splatter e fallimenti come Games of Thrones, renderò i Masters qualcosa di simile e tutti mi ameranno!

(Harley): Lo vedi che sei un dinosauro? Oggi Game of Thrones è preistoria e tu da buon dinosauro parli della preistoria! Oggi le serie tv e cinematografiche di successo “ispirate ai telefilm del passato” sono sull’inclusione, il potere alle donne, i diritti delle persone LGBT, l’ecologia e i diritti degli animali. Ma non vedi Star Trek? Non eri un fan di Star Trek? Non hai visto Capitan Marvel

(Kevin): Ma è riduttivo! Star Trek ha sempre parlato di inclusione sociale fin dai temi di Roddenberry e i trekker non sono certo dei razzisti!!! Allo stesso modo Captain Marvel nasceva nei fumetti come una donna terrestre che si innamorava di un alieno, cosa che mi sembrava già “inclusiva” prima del personaggio di Brie Larson. I Masters degli anni ‘80 avevano storielle per bambini che parlavano di “amicizia”, “fiducia”, “l’amore dei genitori”, “non fidarsi degli sconosciuti” e nessuno degli episodi in qualche modo faceva discriminazione di genere. Anzi, quando i Masters a un certo punto salirono di successo la Mattel commissionò una serie spin-off con protagonista proprio una donna She-Ra, e ci sono stati molti crossover con la serie classica, al punto che se avevi una sorellina negli anni ‘80 non era strano guardare entrambi i cartoni animati e poi giocare insieme con gli stessi giocattoli. Più inclusivo di così cosa c’è oggi!!??

(Harley) Tu mi parli di trame, di messaggi per i bambini, del giocare insieme maschi e femmine. Queste cose oggi non fregano a nessuno se il prodotto non veicola un messaggio diretto, chiaro e soprattutto “moderno”. Oggi si deve parlare di: donne, parità di genere, non discriminazione sessuale, ecologia, animalisti. Cosa come il viaggio dell’eroe, la famiglia e il sacrificio sono valori già metabolizzati e stantii, ora l’uomo moderno adulto, per te che vuoi fare ”cartoni animati adulti” deve assorbire questi nuovi valori sociali. E può assorbirli sono attraverso la pop-culture, come una medicina amara che viene coperta da una tazza di latte e cereali.

A nessuno frega di cosa parlavano i Masters, si ricorderanno giusto quel motivetto ossessivo che ripeteva “He-Man” che prima mi hai fatto ascoltare su YouTube e di quando erano bambini e facevano “pem pem” tenendo in mano i pupazzetti. Lascia stare le tette e la politica di Games of Thrones, lascia stare il dark Side alla Batman… Non vuoi entrare nella short-list di chi gira oggi Star Trek, Men in Black, Ghostbusters e forse in futuro… Star Wars

(Kevin): No, non posso!!! Io ti ho chiamata Harley Queen e non rinnegherò mai Batman! Anzi, prenderò un personaggio come Menetarus, un rissoso ottuso alla Mister T, e ne farò il nuovo Batman dei Masters! Per tutto il resto che mi hai detto… beh, non mi dispiacerebbe un giorno girare Star Trek

(Harley): Dai, non fare quella faccia! Ormai tutti fanno serie con questi concetti di base e chi li critica si prende di risposta del “bambino immaturo”. E un po’, in fondo, si sente anche dentro così: piccolo e immaturo. Perché sta proteggendo qualcosa che vedeva quando aveva solo otto anni, con la testa di un bambino di otto anni, brandendo giocattoli e astronavine. Per citare una delle tue serie tv preferite: “la resistenza è inutile”. E poi non eri tu, papà, quello che ha definito il Signore degli Anelli come la più grande saga sullo sport del Trekking di montagna? Non sei tu il primo che si è fatto una carriera prendendo in giro le cose “da nerd” che più ama? Datti pace…



Per me è andata più o meno così. Almeno a giudicare sulla prima parte della storia per ora rilasciata da Netflix. In attesa della seconda parte, dove la trama iniziata dovrebbe concludersi, sospendo un po’ il giudizio. 

I disegni e le musiche mi sono piaciuti. Ho avvertito una grande cura nella rappresentazione di alcuni dei luoghi e personaggi più iconici. La trama non l’ho ancora metabolizzata, ma ve ne parlo velocemente in 

SPOILER

Appare un po’ surreale che Teela si incazzi “perché non conosceva l’identità di He-Man” quando He-Man/Adam nel primo episodio si sacrifica per salvare il mondo davanti a lei. E si incazza a tal punto da mandare al diavolo tutto il mondo. Questa reazione un po’ estrema trova forse in parte giustificazione quando nel quinto episodio Teela viene messa davanti alla sua più grande paura, che assume proprio la forma di He-Man. In un certo senso potremmo leggere, a ritroso, la sua reazione del primo episodio, come la paura inconscia a diventare lei il nuovo campione-difensore di Eternia. Superata quella paura, Teela acquisisce una nuova visione di Adam ed è pronta ad una nuova sfida. Certo la narrazione della serie spesso risulta criptica e si ha la sensazione che Teela sia capricciosa e incoerente. Ma seguendo l’ottica del “confronto con He-Man” si può un po’ riprendere per me quella che è la giusta misura del personaggio  

FINE SPOILER



Inutile negarvi che mi immaginavo un Masters of The Universe stile il Dark Knight di Miller o il Trono di spade, con una bella iniezione di azione a rotta di collo, scenari gotici e sì, un po’ di tette: insomma, tutto quanto già visto nel “pacchetto Castlevania” servito dagli stessi realizzatori per Netflix pertanto. Mi sono trovato invece davanti una trama che come Ghostbusters “all women” non ha tanto il problema di avere al centro dei personaggi femminili quanto una poca predisposizione a farlo bene. Aspetto con interesse comunque la seconda parte. E già penso a una bella action figures legata alla serie che potrebbe piacermi.

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