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martedì 28 febbraio 2023

Laggiù qualcuno mi ama: la nostra recensione del documentario di Mario Martone dedicato a Massimo Troisi e presentato al Festival di Berlino


“C’era una volta” Massimo Troisi. Era nato da un ferroviere e una casalinga, a San Giorgio a Cremano, provincia di Napoli, dove oggi c’è una piazza, una statua e un museo a lui dedicati.

Era un ragazzo riccioluto e un po’ segaligno, con uno sguardo profondo e malinconico, con un sorriso triste un po’ tirato sul lato, con le dita della mano che giocherellavano ogni tanto lungo il sopracciglio. Un ragazzo a cui era facilissimo volere bene e difficile volere male, dalla salute cagionevole, timidissimo ma pieno di domande sul mondo, poco interessato al calcio e alla mondanità ma molto attento al mondo femminile meno esteriore, alla gentilezza e alla poesia. Da giovanissimo vinse un premio di poesia ispirato a Pasolini. A quattordici anni, mentre studiava all’istituto per geometri, iniziò con un piccolo gruppo di amici a salire sul palco del teatro parrocchiale della Chiesa di Sant’Anna, scrivendo e interpretando tra le molte cose anche una sua versione moderna di Pulcinella, un personaggio che vedeva sempre “stanco e spompo”. Quando fu “censurato” per dei temi ritenuti non troppo adatti alla realtà parrocchiale, continuò a esibirsi al Centro Teatro Spazio, un piccolo “teatro Off” come direbbero gli americani. Il crescente successo, unito alla bravura del gruppo di attori con cui si esibiva, prima il quartetto de I Saraceni e poi il trio de La Smorfia, gli offrì la possibilità di andare in tv e poi al cinema. Ebbe in queste sedi ulteriore successo perché con il suo linguaggio espressivo lento, pensoso e tortuoso riusciva a sovvertire tutte le “regole di dinamicità e immediatezza”, richieste e ricercate dalla comicità soprattutto negli imminenti anni ‘80. Era in controtendenza. Parlando di continuo e al contempo analizzando i dettagli, con ironia, autoironia e molta malinconia, Troisi aveva deciso di vestire sulla scena (in tv come al cinema), con passione quasi psicanalitica, la personale maschera che lui definiva dello “scontroso fino all’eccesso”. Un ragazzo degli anni ‘80, appartenente alla nuova classe piccolo borghese, che avrebbe in seguito trovato delle felici assonanze, mai prima esplorate, con il mondo contadino toscano espresso dalla comicità di Benigni. Con timidezza e divertente vis polemica, ma anche con una garbata richiesta di affetto, Troisi mostrava al mondo lo sguardo inedito, sveglio, ironico e disincantato di una nuova generazione di attori. Quando nel 1981, con Napoli ancora scossa dal terribile terremoto del 1980, Troisi arrivava al cinema con la sua prima pellicola, Ricomincio da tre, il film non solo fu accolto da un grande successo, ma riuscì a dare una voce fresca e forte a quel pubblico giovane che non si era ancora sentito rappresentato al cinema. Ricomincio da tre divenne un cult oggi ancora attuale, che sarebbe stato citato battuta per battuta da tutte le nuove generazioni che da allora se ne imbattono e se ne innamorano. Merito del punto di vista “dolcemente scontroso” di Massimo, ma anche della sua co-autrice, Anna Pavignano, che avrebbe seguito artisticamente l’attore per tutta la vita, facendolo dialogare nei suoi film con donne moderne, spesso forti ed emancipate, cresciute culturalmente nell’epoca dei movimenti femministi e interessate alla psicanalisi e alla crescita interiore. Un universo femminile verso il quale Troisi è sempre stato affascinato. Donne come Anna Pavignano ma ancora prima come Valeria Pezza, che quando faceva parte con Massimo del gruppo I Saraceni gli aveva fatto vivere esperienze di “vita comune” vicine alla sensibilità dei movimenti hippy, mettendolo a contatto nella sua abitazione con un viavai di filosofi, musicisti ed esperti di arti orientali. Influenze e ragionamenti che tornano con Anna, che oltre che collaboratrice è stata amica, per qualche anno compagna di vita, musa e per sempre “compagna artistica” del comico.

Martone attinge molto in questo documentario dalle mille informazioni e documenti che gli offre proprio Anna Pavignano. Una vecchia registrazione su audiocassetta in cui Massimo si racconta a lei come a una seduta dallo psicologo. I diari su cui Massimo annotava ogni cosa, comprese le poco felici parentesi di vita in cui era costretto a subire degli interventi cardiaci. La raccolta di idee e frasi che l’attore scriveva su pezzetti di carta e poi raccoglieva meticolosamente in una scatola, che sono spesso diventati parte dei suoi film, ma sono oggi ancora in parte inediti. Frammenti che forse hanno ispirato Martone nell’elaborare un’interessante lettura unitaria di tutti i lavori del comico napoletano, svelata fin dalle prime scene di questo documentario.


Massimo Troisi secondo il regista Mario Martone è stato quasi un “Antonie Doinel italiano”. Antoine Doinel era il personaggio scelto da Francois Truffaut come filo conduttore di tutte le sue opere cinematografiche, interpretato fin da bambino, ne I 400 colpi, dall’attore Jean-Pierre Leaud. In ogni film Antoine è lo stesso personaggio che cresce, prende posizioni, evolve, si innamora e invecchia. Un po’ come Troisi, che dal suo primo film all’ultimo si racconta, descrivendosi negli anni in una personalissima parabola artistica ma anche umana, esistenziale quanto satirica, sincera quanto profonda. Martone cerca di indagare come il legame tra Truffaut e Troisi arrivi a essere anche squisitamente tecnico. Il regista evidenzia, attraverso la comparazione incrociata di alcune pellicole di entrambi gli autori, dei momenti in cui si fa largo quasi un “comune sentire”: una similare cura della rappresentazione dei sentimenti e una vicina scelta di dettagli nella costruzione della scena. Tra questi, i molti momenti in cui il personaggio di Troisi/ Doinel si confronta con la sua stessa immagine davanti allo specchio, avviando un dialogo nel quale fatica a “riconoscersi”. I momenti di silenzio e malinconia nelle notti insonni. La stessa pungente ironia nel leggere il mondo. Un’ironia caustica che nel 1982 spinge Troisi a creare per la tv dopo il successo del primo film un documentario sulla sua morte, Morto Troisi, viva Troisi!, quasi per farsi beffe del suo cagionevole stato di salute, “archiviando in anticipo la pratica”. Un “gioco” che porterà avanti anche nel film Non ci resta che piangere, dove il suo personaggio, finito nel medioevo, veniva redarguito per strada (forse, in quanto percepito come troppo spavaldo o superbo, per via di un abbigliamento un po’ eccentrico) con la frase “ricordati che devi morire!”. Frase cui il personaggio di Massimo rispondeva con un tranquillo “Sì, sì, ora me lo segno”. Nel documentario trova spazio l’amore travagliato che Troisi negli anni manifesta per la città di Napoli, la sua passione inespressa per la politica, il suo amore della poesia come strumento di sintesi per comunicare al meglio dei concetti per i quali lui si spendeva in troppi giri di parole. Ci sono filmati d’epoca in cui è assieme a Pino Daniele e Maradona, c’è l’intervento di Sorrentino che analizza un particolare stacco di regia che ha provato a copiare a Massimo. Numerose interviste nuove e d'epoca anche a Lello Arena, Scola, Valeria Pezza, Ficarra e Picone e tanti altri. L’opera di Martone ci parla di quasi tutto il cinema di Troisi in una retrospettiva ricca di tante piccole perle di repertorio, aneddoti e interviste, riflessioni sulla vita, le donne, la politica, la poesia. Lascio a voi scoprire questa “scatola dei tesori” che ci fa sentire l’attore ancora tanto presente, attuale quanto necessario per il nostro cinema e la nostra cultura, per poi darci la voglia di riguardare tutti i suoi film. C’è spazio anche per commuoversi, ma “fuori dalla scena”, nel modo garbato in cui Troisi era solito raccontare i momenti “troppo melodrammatici”.


Quaggiù qualcuno mi ama è un’opera piena di cura e amore che omaggia al meglio il cinema di Massimo Troisi. Un’occasione per scoprire o riscoprire uno degli autori più importanti degli ultimi quarant’anni attraverso moltissimi materiali inediti e la partecipazione di tanti personaggi del mondo dello spettacolo. 

Talk0

martedì 30 settembre 2014

House of cards - stagione 1 in home video


Francis Underwood (Kevin Spacey) e la moglie Claire (Robin Wright) sono una coppia di bastardi, spietati, mostri alla continua ricerca di potere nella Washington dei giorni nostri. Lui è un politico manipolatore e vanesio. Lei un'imprenditrice ossessionata dall'apparenza e insensibile alle miserie umane. Insieme vivono nella loro squallida villona di svariati milioni, anche se di fatto si frequentano per pochi secondi al giorno, tanto sono presi nel loro lavoro, intessere innumerevoli ragnatele nelle quali far cadere delle prede.
Poi un giorno arriva al piccolo Francis un potente schiaffo in piena faccia. Nonostante sia l'uomo di punta del nuovo presidente neo eletto, gli hanno fatto le scarpe e hanno preferito a lui un altro pavone per l'incarico di segretario. Ma il nostro non ne ha a male. Questa è solo una ghiotta occasione per mettersi a giocare a scacchi contro i vecchi amici per dimostrare chi è ancora il più potente. Le sue armi sono affilate e letali. Le pedine di cui muove i fili, una giornalista malata di arrivismo (Kate Mara), un politico suddito per vocazione (Corey Stoll)  e un'intera corte al suo servizio sono pronti a compiere, volontariamente o meno, tutti i suoi più torbidi intrighi. Perchè in fondo la Casa Bianca non è nulla di più che un instabile castello di carte e Francis è l'uomo giusto.
Dovrebbe solo dedicare un po' di tempo extra a tonicizzare la pancia con il suo nuovo vogatore.


David Fincher e Beau Williman producono una delle nuove serie di culto della ABC, lo show imperdibile sui giochi di potere che ha come spettatore nientemeno che il presidente Obama ed è guardato con molto interesse perfino dai nostri politici.
Basato sul libro Best Seller che oggi ho molta voglia di recuperare, House of cards è pungente, spietato, ironico e appassionante. Splendidamente recitato, splendidamente diretto, accompagnato da uno score martellante e da una messa in scena sontuosa, fatta di inquadrature estatiche e fotografia esautorata, metallica, non distante dalle atmosfere con cui Fincher ha riletto il capolavoro di Larsson, Uomini che odiano le donne. Il grande regista dà ampio spazio a Kate Mara (sorella di Rooney, la Lisbeth cinematografica). Il cuore emotivo dell'opera, forse l'unico personaggio ancora ammantato di un'umbra di purezza. Non per questo meno sgamata, scaltra, pronta a sfruttare le debolezze umane al punto da mettere nel sacco anche le prede più improbabili. Il suo personaggio compie nel primo arco narrativo una autentica scalata verso l'alto, priva però apparentemente di paracadute. Se fossimo in un romanzo di vampiri, e non siamo poi così lontani come potremmo pensarlo, lei sarebbe la damigella indifesa che morsa dal vampiro diventa sua succube. Anche se in questa storia la damigella deve ricorrere a un push-up per attirare a sé un signore oscuro, la trama in fondo non può che ripetersi. Il potere inebria e corrompe, al punto che dei buoni propositi rimane infine davvero poco.


Perché, bisogna ribadirlo, non ci sono che squali in questa serie. persone pronte ad aggredire la preda fino a spolparla, renderla inoffensiva, semi-morta. Una preda che è così inconsapevole e manipolata che prima di esalare l'ultimo respiro non potrà che ringraziare il proprio carnefice. Un terreno favorevole per la bellissima, algida e regale Robin Wright. Sempre impeccabile, persino in pigiama, persino con una tuta invernale da jogging con sex appeal apparentemente annullato. Potente come una divinità greca agli occhi delle ignare formichine che lavorano per lei, il suo personaggio, rincuora nelle situazioni difficili, infonde coraggio ma allo stesso tempo non si fa scrupoli nell'uccidere i suoi sudditi e le loro piccole esistenze. Mandare alla mensa dei poveri o a sgomitare alle casse di McDonald's impiegate quasi sessantenni con famiglie a carico non è un problema, non intacca il fascino di parole come "progresso" e "cambiamento" cui ha dedicato la sua esistenza. Il suo personaggio non è però crudele, è più alieno, meta-umano. Il male che commette forse non è accompagnato da una effettiva consapevolezza. Quanto forse solo dall'esigenza di eliminare dalla sua vita qualcosa che stoni rispetto al suo abitino Armani.


Da sempre fare i "cattivi" è un vero spasso per gli attori. In House of cards, Kevin Spacey si diverte un mondo, come non mai. Come un attore Shakespeariano (e come Deadpool, ma citare qui Deadpool mi faceva brutto...), Spacey abbatte sovente la quarta parete, dialogando direttamente con gli spettatori. Come Pluk o un novello Riccardo III, il suo Francis si fa beffe dei nemici, ci anticipa le loro mosse e ci strizza l'occhio quando accade esattamente quello che aveva previsto. Un gioco infinito che per contrappasso ci fa tornare alla memoria un'altra interpretazione di Spacey, il suo sfigato perdente protagonista di American Beauty. Anche lui parlava con noi, spezzava la quarta parete, ma il suo top della giornata era farsi una sega sotto la doccia mattutina in attesa di andare a girare hamburger. Francis ha decisamente fatto i compiti. Ha sicuramente anche lui problemi con il gentil sesso, ma nessuno è perfetto.
Me la sono davvero goduta questa serie.
Ne avevo sentito parlare molto e bene ma non avendo la pay non mi ci ero ancora imbattuto direttamente. So ora di aver fatto male, perché sono già in spasmodica attesa delle nuove puntate. 13 puntate a stagione infatti sono davvero pochine e mentre la seconda stagione è già finita in Usa e si parla di terza, la prima esce incredibilmente alla fine di questo settembre. Per lo meno a un prezzo davvero contenuto, concorrenziale. Una ventina di euro e poco più e vi portate a casa un bel mini cofanetto dei sogni.
Spacey mi è piaciuto tantissimo. Si divora da solo la scena. Un vero monarca cattivo di altri tempi. La Wright è una perfetta regina nera e vendicativa. Mancano dei buoni. La Mara non mi sembra per ora una pretendente al trono e Stoll non ancora motivato. Ma c'è tutto per il dramma. E per scenografia una Roma moderna, che sia appoggia alle sue statute di influenza romana per compensare i suoi bassissimi palazzi. Se mi dicessero che questa è la trasposizione di un'opera di Seneca sull'impero romano ci crederei, perchè l'impostazione è molto teatrale, epica, potente, universale. Come lo è la banalità del male e il suo indubbio fascino.
Consigliato. 
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