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martedì 12 agosto 2025

I fantastici 4 - Gli inizi: la nostra recensione del nuovo cinecomic Disney - Marvel, diretto da Matt Shakman, che riporta al cinema nel modo migliore uno dei più amati super gruppi di sempre


Nell’America di Terra 828 si vive un presente che sembra la realizzazione di tutti i sogni della fantascienza ultra colorata e retro futurista degli anni ‘60. 

Raggiungere lo spazio è diventata una certezza e non solo un sogno. Un tecnologia all’avanguardia ha semplificato la vita e viene condivisa con ogni paese senza rivalità interne. Si può parlare con speranza di “futuro” e tutto questo è stato possibile grazie a “qualcosa di fantastico” che è avvenuto solo 4 anni prima.

4 anni fa, 4 esploratori spaziali si sono imbattuti con la loro astronave in una tempesta cosmica, ritornando a casa per miracolo, ma in possesso di misteriosi poteri che li hanno resi dei potentissimi meta-umani. 

Da allora l’ultra-razionale e introverso Reed Richards (Pedro Pascall) si è ritrovato con la capacità di allungare e torcere all’infinito il suo corpo come fosse di gomma, diventando “Mister Fantastic”. Un elastico vivente la cui parte del corpo più sorprendente è rimasta però la sua mente geniale, in grado di progettare e realizzare con grande rapidità ogni tipo di innovazione tecnologica. 

L’empatica, riflessiva e protettiva Sue Storm (Vanessa Kirby) ha invece sviluppato incedibili poteri telecinetici e la facoltà di rendere invisibili gli oggetti cui viene in contatto, venendo ribattezzata “La donna invisibile”. Lo spericolato fratello di Sue, Johnny (Joseph Quinn), ha trovato una forma consona al suo carattere “focoso”, acquisendo il potere di trasformarsi in una creatura composta di sole fiamme, diventando “La torcia umana”. Il possente e solitario Ben Grimm (Ebon Moss-Bachrach) è stato trasformato in modo permanente in una enorme, potente ma gentile creatura rocciosa, soprannominata con un po’ di timore come “La cosa” ma amatissima da tutti i bambini. 

Da allora vengono chiamati “I Fantastici 4” e il mondo ha più volte chiesto loro aiuto per sventare eserciti di scimmie rosse evolute, misteriosi cyborg malvagi, draghi spaziali e creature del sottosuolo e di sotto i mari. I Fantastici 4 si sono rivelati degli incredibili difensori e mediatori con ogni tipo di razze e alieni, ma anche delle straordinarie guide politiche e scientifiche. Con la loro Future Foundation sono riusciti a parlare a livello internazionale di progresso, clima, fine dei conflitti armati.

I 4 sono diventati amatissimi e occupano le prime pagine di ogni rotocalco, intervengono alla radio, sono protagonisti dei cartoni animati e dei fumetti, svettano su magliette, gelati e gadget di ogni tipo. Puoi trovare le loro miniature parlanti come sorpresa omaggio nei fiocchi d’avena, mentre loro “in carne ed ossa ”vivono in un super palazzo hi-tech nel centro di New York, con un robottino tuttofare di nome Herbie, spostandosi con una favolosa “Fantasti-Car”, progettata da Reed stesso, in grado di trasformarsi da auto ad astronave o sommergibile in pochi secondi. 

Certo, nonostante la fama, vorrebbero presto tornare ad esplorare lo spazio. Sono in proposito già pronte delle nuove tute spaziali e per non farsi mancare nulla è pure già pronta a un passo da Time Square una astronave, la Excelsior, con tanto di rampa di lancio. Finora hanno dovuto rimandare, ma qualcosa di inaspettato li riporterà al di fuori della atmosfera terrestre quanto prima.

Accade durate uno special tv della ABC, commemorativo dei 4 anni in cui i 4 eroi si sono palesati al mondo. 

È un misterioso alieno argentato (Julia Garner) a cavallo di una tavola da surf, che si palesa all’improvviso sui cieli di Manhattan dopo un balzo dallo spazio profondo a velocità supersonica. Dice di essere l’araldo di Galactus, una creatura millenaria in grado di divorare interi pianeti. Dice che ormai non c’è speranza di sopravvivere o scappare per loro. Invita i terrestri a passare gli ultimi momenti prima dell’arrivo del suo signore per stare insieme, in serenità con i propri cari.

La fine di tutto, è già scritta.

I 4 rispondono alle preghiere e paure di un mondo in pochi minuti calato nel caos e si mobilitano subito per contrastare l’apocalisse. Peraltro tutto accade in un momento in cui il loro piccolo mondo familiare sta per essere rivoluzionato dal futuro arrivo del primo figlio di Reed e Sue. Ma il destino della Terra e del nascituro di Reed e Sue saranno misteriosamente collegati, in un modo tragico quanto davvero inimmaginabile. Per salvare il bambino, i 4 si troveranno sul punto di sacrificare l’intero pianeta e forse l’umanità intera, con una folla, che da sempre li proclama come eroi e guide, che sarà per la prima volta spinta a dubitare di loro. Se non a odiarli. Cosa salverà Terra 828 dall’essere divorata da un ancestrale divinità cosmica?


Il regista Matt Shakman, nato a Ventura in California, è alla sua seconda prova sul grande schermo dopo l’interessante thriller del 2014 Cut Bank, realizzato per l’indipendente A24. Ha tuttavia in curriculum la regia di alcune puntate di serie tv di successo come Six Feet Under, Dr.House, Fargo, Game Of Thrones, C’è sempre il sole a Philadelphia e soprattutto la geniale Wandavison, scritta da Christophe Beck e prodotta da Disney Plus. 

La sceneggiatura de I Fantastici 4: Gli inizi è realizzata invece a otto mani da Josh Friedman (La guerra dei mondi, Il regno del pianeta delle scimmie, Avatar - La via dell’acqua), Eric Pearson (i “Marvel One shots”, Black Widow, Thor: Ragnarok, Thunderbolts), con l’ausilio di Jeff Kaplan e Ian Springer (K-Pop: Lost in America). 

Per vestire i panni del geniale e allungabile Mister Fantastic è stato scelto l’attore cileno Pedro Pascal, diventato celebre con la serie  Narcos per poi essere il volto di The Mandalorian e il co-protagonista di The Last of Us. Sue Storm, la Donna invisibile, ha il volto dolce ma determinato della biondissima e bellissima inglese Vanessa Kirby, che si è già fatta notare nelle saghe di Fast’n’furious e Mission: Impossibile, ma è stata anche Josephine Bonaparte nel Napoleon di Ridley Scott. Il “focoso” John Storm è invece interpretato da Joseph Quinn, che vedremo presto al cinema nel drammatico Warfare di Alex Garland ma abbiamo già apprezzato di recente in A Quiet Place - Giorno 1 e nel ruolo lunare del giovane imperatore Geta, ne Il gladiatore II di Scott. Nel cast anche il simpatico “uomo-talpa”, interpretato dall’attore comico Paul Walter-Hauser che vedremo presto nel nuovo Una Pallottola Spuntata. Il mitico Paul Gatiss, attore nonché sceneggiatore del Doctor Who, rivestirà i panni di un presentatore dell’emittente ABC. L’interpretazione di Ebon Moss-Backrach sarà invece nascosta sotto i tanti effetti speciali che compongono l’adorabile “Cosa dagli occhi blu” Ben Grimm. Ugualmente nascosti dagli effetti speciali sono anche Ralph Ineson, “sotto” la corazza e tubi del gigante Galactus, Julia Garner “sotto” la laminata Silver Surfer, Matthew Wood a dare voce ai circuiti del robottino H.E.R.B.I.E.

Per la colonna sonora è stato scelto Michael Giacchino, autore dello score di The Lost, ma anche del re/immaginato score classico di Star Trek per i film di J.J. Abrams. Il direttore della fotografia è l’inglese Jess Hall, già coinvolto in Wandavision ma  che ricordiamo volentieri anche per aver lavorato a Hot Fuzz di Edgar Wright. Il produttore esecutivo è ovviamente, di nuovo e come sempre Kevin Feige: attivo nel Marvel Cinematic Universe fin dai tempi di Iron Man, del 2008, con questo nuovo film da il via alla “Fase Sei” del progetto supereroistico Marvel Disney. 


Una fase che inizia in un “universo narrativo” tutto nuovo e finora inesplorato, l’828, che vive in una realtà “vintage” retro futurista stile America anni '60, che la scenografa Kasra Farahani ha costruito con  chiari riferimenti visivi allo storico ciclo di storie dei Fantastici 4 di Lee e Jack Kirby, con suggestioni “pop” vicine alla graphic Novel Marvels di Busiek e Alex Ross (che è di fatto una reinterpretazione visiva “kirbiana” del 1994). Ispirati a Lee e Kirby anche i costumi dei 4, opera invece di Alexandra Byrne, come Il volto e il corpo de “La Cosa” e di Galactus, sono opera del sontuoso reparto effetti visivi, che annovera artisti di Industrial Light & Magic, Weta e Digital Domain. 

Dopo i due “simpatici” film sui Fantastici 4 realizzati da Story per 20th Fox, seguiti dal terribile “pastiche” del 2015 di Josh Trank, i fan attendevano con impazienza il momento di ricevere un film sui Fantastici 4 davvero convincente sul piano visivo quanto narrativo. 

Marvel Disney ha investito moltissimo nel progetto fin dalle primissime fasi produttive, con la chiara volontà di portare i Fantastici 4 nel posto per loro da sempre designato: al centro del Marvel Cinematic Universe come nuovi eroi di riferimento. Nuovi eroi pronti a combattere, al fianco dei tanti eroi Marvel Disney, proprio contro gli storici, amatissimi supercattivi dei Fantastici 4. Dagli insetti spaziai con il loro leader Annihilus al Super Skrull, dall’Uomo Talpa a quel Dottor Destino che nell’ultimo Comicon si è “svelato alla sala” impersonato dall’amatissimo “vecchio Iron Man”, Robert Downey Jr, annunciandosi come villain principale di un futuro film degli Avergers.

Già dall’ascolto delle primissime note della straordinaria colonna sonora, realizzata da un Michael Giacchino in piena forma, alla direzione di una intera orchestra sinfonica, si ha la sensazione di trovarsi al cospetto di qualcosa di magico e fuori dal tempo.

Una storia dal sapore squisitamente vintage, che sembra scritta e disegnata proprio da Stan Lee e Jack Kirby negli anni ‘60: piena di epica, tragedia e sottile ironia, sorretta con grande stile da una possente, titanica, rocambolesca e psichedelica rappresentazione visiva. Tutto esplode in dolci e polverosi colori pastello, in una New York in cui dominano auto dalle forme aguzze come ne I Pronipoti, un’“arte pubblicitaria” che avrebbe amato Warhol e mostri spaziali e astronavi degni di troneggiare sulle locandine e copertine della migliore Sci-Fi dell’epoca.

Tornando a questi “nuovi anni ‘60”, Disney sceglie di portare in sala il Comic supereroistico nella sua essenza più pura, “primordiale” e “ricercata” dai fan di vecchia data: una forma ideale di una “epica moderna”, votata all’azione e al divertimento, ma sempre ricca di intuizioni drammaturgiche che la rendono stratificata e ricca di simboli. Un intreccio in cui in modo dotto, come nei miti classici (seppur con “nomi diversi”), si affrontano sulla scena, giocando “con le maschere del teatro greco” divinità e semi-dei in perenne lotta: per il destino degli uomini, brame di amore e potere, torti e complotti. L’astuto Odisseo letto al liceo non appare troppo distante dall’astuto Mr Fantastic: entrambi “uomini di scienza”, esploratori di mari, galassie, come di ogni altro confine dello scibile umano. Eroi insoliti, in continua lotta con titani e se stessi.  

Miti greci che si fondono armoniosamente con la sci-fi anni '60, riportandoci con la mente proprio a quegli anni '60 in cui la fantascienza era, rispetto a oggi, qualcosa di avventuroso, “horror”, ma pure positivo, gioioso e carico di speranze. Qualcosa che faceva sognare di “vivere in un futuro” che oggi, in un mondo ritenuto da troppi “senza futuro”, facciamo quasi fatica a “nominare”. Un futuro che si può però felicemente ritrovare solo rileggendo Lee e Kirby, ma anche guardando in sala l’ottimo film di Shakman. 


Finalmente “torniamo” al cospetto di un Galactus “antropomorfo”, dopo che Story con poca lungimiranza nel suo secondo film lo aveva trasformato in una anonima accozzaglia di astronavi. Il divoratore di mondi, più alto della Statua della Libertà, appare meravigliosamente terribile quando regale, lento ma implacabile nella voce come nella forza distruttiva: un gigante così bello e possente che avrebbe potuto realizzarlo Ray Harryhausen. 

Un po’ strana e anche da qualcuno criticata l’idea di una Silver Surfer “al femminile”: che pur nei fumetti si può ritrovare, peraltro in un “sistema narrativo di universi paralleli” in cui nulla vieta che il Surfer classico torni protagonista in future pellicole Marvel Disney. Nel film di Story il ruolo era però stato certamente interpretato alla perfezione nella sua “iconografia più nota” dal grande Doug Jones. La prova di Julia Garner è comunque più che apprezzabile e tra lei e Quinn sembra essersi sviluppata sul set una chimica molto apprezzabile.  

Passando poi al quartetto di eroi, è davvero un piacere incontrare un “davvero roccioso” Ben Grimm, caratterizzato dalla voce profonda di Moss Bachrach e un corpo “di effetti speciali” che per la prima riesce a far trasparire la forza ma pure la tenerezza e malinconia  di un “uomo troppo grosso” (quasi un “parente” del Super della Novel “Contratto con Dio” di Will Eisner…), che si nasconde come un freak per le vie di New York, con abiti e scarpe “troppi grandi”, con un cappello e un lungo trench a coprirlo quasi del tutto, ma conferendo anche un’aura da detective hard-boiled. La nuova “fiamma”, sempre velocissima e scoppiettante nei suoi effetti visivi, rinasce come una riuscita variante estetica di Eminem. Non sarà il “Johnny surfista” di un tempo e del resto anche “l’altro surfista” del racconto abbiamo già detto come non appaia qui nella versione più canonica, ma Quinn riesce a renderlo molto divertente, più “arguto” della media dei Johnny Storm e quindi più interessante del solito, nonché “correttamente spericolato”. Vanessa Kirby dona a Sue Storm con i suoi occhi di ghiaccio e fisico slanciato, quasi “elfico”, tutta la regalità e potenza che il personaggio ha da sempre nei fumetti. La donna invisibile della Kirby anche solo con lo sguardo riesce a distinguersi per dolcezza e fervore. Madre e guerriera, diplomatica e supereroina dai poteri incredibili, il personaggio della Kirby è in grado di rubare a tutti la scena, con classe ed eleganza. Pedro Pascal ha purtroppo tra le mani un personaggio difficilissimo, complicato e contraddittorio. Un personaggio un po’ James Stewart e un po’ Vincent Price, ma anche un po’ Leonard Nimoy: un po’ cowboy e un po' mad doctor, ma pure un po’ “alieno”. Finora nessuno è riuscito a trasporre al meglio sullo schermo in tutte le sfumature il dottor Reed, ma la performance di Miles Teller, nella pur disastrosa regia di Trank, aveva di fatto colto qualcosa di importante e “intimo” sul personaggio Richards: un senso di paranoia che scattava in lui come “risposta” al suo “bisogno di accudire” i propri cari. Qualcosa compare felicemente anche nella interpretazione di Pedro Pascal. Il Reed di Pascal è decisamene un “buon Reed”, anche se forse ancora acerbo, forse emotivamente ”troppo caldo” per un personaggio che appare per sua introversa natura quasi freddo, iper-razionale e calcolatore. Nell’insieme il gruppo di eroi funziona comunque benissimo sullo schermo: tanto sul piano dell’ottima interazione tra gli attori, favorita da una sceneggiatura con afflati drammatici ma anche con interessanti sfumature brillanti,  quanto a livello di “potenza visiva”: quando vengono chiamati a scatenare al massimo i loro poteri contro creature simili a divinità. 

Fantastici 4: Gli Inizi ci è piaciuto tantissimo per la sua sontuosa messa in scena iper colorata, i dialoghi brillanti, le ottime interpretazioni ed effetti visivi in grado di rendere l’azione su schermo sempre spettacolare, interessante e roboante. 

La colonna sonora di Giacchino è incredibile e in grado di conficcarsi nel cervello dello spettatore per intere (piacevolissime) ore. 

La storia è semplice ma ricolma di Pathos e riesce a rendere davvero tridimensionali i personaggi sulla scena. 

Tutto “profuma” dell’epica di Jack Kirby e Stan Lee e non vediamo l’ora di assistere ad altre avventure del quartetto. Vedere Galactus su grande schermo al cinema è quella esperienza incredibile che ogni fan dei supereroi non può mancare. 

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martedì 3 giugno 2025

Thunderbolts*: la nostra recensione del coinvolgente e dissacrante action supereroistico di Disney / Marvel, diretto da Jack Schreirer

C’erano una volta gli atletici, bellissimi e invincibili Avengers. Super forza e super costumi. Capacità ginniche straordinarie se non addirittura la possibilità di volare. Poteri e armi fantascientifiche quanto mistiche. Una volontà che permetteva loro di combattere in sei contro dischi volanti e pazzi titani multidimensionali, salvando il mondo e a volte pure l’universo.

Oggi è diverso. 

Ci sono stati vari cambi della guardia, vacanze premio a tempo indeterminato “nello spazio e indietro nel tempo”, una nuova amministrazione pubblica che forse non ama troppo i supereroi. 

Se serve “qualcuno di speciale” bisogna adattarsi al poco che può ancora offrire il mercato. Ex super criminali bolliti o ex spie bipolari, con tendenze autolesioniste o troppo impegnati a guidare limousine per arrotondare lo stipendio. Ex militari decaduti e clinicamente già accreditati vittime di stress post traumatico. Tizi qualsiasi che si sono proposti come “cavie” di qualche esperimento “per diventare super” di ex scienziati pazzi, per pochi spicci, che forse porteranno più guai che risultati.

Tutta gente finita prima o poi nel circo personale di Valentina Allegra de Fontaine (Julia Louis-Dreyfus): contessa e direttrice della CIA, in odore di impeachment proprio per il modo “disinvolto” con cui utilizza superumani nelle Black Ops.  La punta di diamante del lotto è una Black Widow più giovane ma molto più depressa, Yelena Belova (Florence Pugh, con un accento russo irresistibile). Vive alla giornata, segue gli ordini in modo “confusionario e creativo”, non arriva mai al miglior risultato possibile, racconta i suoi problemi emotivi a mercenari hi-tech dopo averli tramortiti. 

C’è poi un clone/copia/reboot di Captain America: U.S.Agent (Whiatt Russell). Un uomo rabbioso, infantile e malinconico che dopo un incidente pubblico che gli ha rovinato per sempre la vita e la carriera (visto nel telefilm The Falcon & The Winter Soldier) è diventato ancora più rabbioso, infantile e malinconico. Piange un sacco. C’è Taskmaster, una esperta di combattimento così tramortita e confusa che ormai non sa più con chi sta combattendo e forse può ammazzarsi da sola (Olga Kurylenko). C’è Ghost, una super ladra capace di passare attraverso le pareti, rendendosi intangibile come una ectoplasma, ma che tende pure emotivamente a comportarsi come un fantasma: lasciando la sua squadre spesso a chiedersi dove sia finita (Hannah John-Kamen).

Hanno potenziale, ma sono tutti a loro modo “perdenti”: sacrificabili e per questo, nel primo momento utile, “sacrificati”, per evitare ad Allegra l’impeachment di cui sopra dalla contessa. 

Vengono così mandati a loro insaputa in una missione suicida nel deserto dello Utah, “tutti contro tutti”, a spararsi al buio tra gas ed esplosioni senza nemmeno conoscersi. In un bunker losco e pieni di “altra roba compromettente”, pericolosa, illegale o aliena, da far esplodere “magari con pure loro dentro”, il più in fretta possibile. Nel bunker c’è anche la “cavia Bob” (Lewis Pullman), gracile, inferma e confusa, appena uscita da una specie di sarcofago hi-tech. Bob appare come un ragazzo sfigato e inerme e per una qualche forma di “istinto materno sopito” attira l’attenzione/compassione della giovane Vedova Nera. Per “salvare Bob” la lotta fratricida tra i perdenti si interrompe: il gruppo inizia a sentirsi tale e fare squadra. Guardandosi, riconoscendosi nella circostanza comune di essere più o meno tutti “nella stessa barca” e con una positiva spinta all’autoanalisi, inizia pure una specie di terapia di gruppo. 

Tra esplosioni, gas, incidenti di fuoco-amico e continuando a litigare come bambini con deficit dell’attenzione, trovano una via di fuga. Si immaginano un futuro comune al punto da darsi un nome provvisorio, “Thunderbolts”, come quella squadra di softball di cui faceva parte Yelena da bambina: zero punti in classifica ma tanto entusiasmo, un’inno alla resilienza e alla positività. 


Il primo atto della nuova squadra sarà proprio “continuare a salvare” Bob, che dopo aver rivelato di avere poteri incredibili ha cercato di aiutare il gruppo facendo da esca e finendo male. Purtroppo una squadra di contenimento mandata dalla contessa al bunker per “eliminare ogni traccia” lo ha preso e consegnato come pacco dono alle manipolazioni di Allegra de Fontaine. 

Lei lo ha portato nel cuore della vecchia Watch Tower degli Avengers, trattandolo un po’ da manager, un po’ da groupie, un po’ da mamma. Bob subisce sempre il fascino di donne che verso di lui dimostrano istinto materno. Lei gli tinge i capelli di biondo dotato, gli mette una tuta dotata, gli assegna un nome da eroe dorato. Maternamente, lo avvia a diventare una nuova e gaudente versione di Cap America, ma segretamente pensa di servirsene come una arma di distruzione di massa nelle sue mani. 

Se i Thunderbolt non sfuggivano alla regola dei “supereroi con super problemi”, Bob ha ora così tanti poteri da sviluppare superproblemi letteralmente spaventosi: vola, è super forte, raggi dagli occhi e può pure, quando perde il controllo, trasformarsi  una vera e propria “ombra junghiana di se stesso”. Quando questo stato prende il sopravvento sulla sua psiche, è in grado di dissolvere in ombre tutti gli abitanti di New York, confinandoli in una dimensione parallela simile a un incubo collettivo.

Riusciranno gli scombinati Thunderbolts a salvare Bob, il mondo e la loro rinata autostima? 

Ad aiutarli ci sarà ci sarà il “papà della vedova nera”, un Red Guardian (David Harbour) sempre più sfasciato nel fisico da una vita troppo disillusa ed etilica. Al suo fianco anche il vecchio Soldato d’Inverno “usato garantito” (Sebastian Stain): ormai più attratto dalla politica che dalle risse, molto affezionato a un braccio bionico che con cura mette in lavatrice con l’anticalcare, ma ancora “promettente.” 


Jack Schreirer, regista di video clip per Kanye West, Justin Beader e Benny Blanco,  nel 2012 esordiva nel lungometraggio con un piccolo e malinconico film di fantascienza, su un anziano che veniva accudito da un robot domestico, simile per tantissimo versi al classico Io e Caterina con il nostro Alberto Sordi. Si chiamava Robot & Frank. Nel 2015 dirigeva la commedia romantica per adolescenti Città di carta. In tv intanto firmava episodi di Shameless e Minsx, mentre più di recente un episodio dell’antologico horror Al nuovo gusto di ciliegia e uno di Star Wars: Skeleton Crew

La sceneggiatura, che ha visto la partecipazione dell’autore dei Thunderbolts a fumetti, Kurt Busiek, è invece opera di Eric Pearson e Joanna Calo. 

Pearson è attivo nel Marvel Cinematic Universe fin dalle sue “origini”, avendo nel 2011 scritto i corti Marvel One- Shot. Come “script Doctor” ha partecipato ai film degli Avengers 3 e 4, Spider-Man Homecoming e Ant-Man. Nel 2015 era sulla serie tv Agente Carter, nel 2017 su Thor: Ragnarok, nel 2021 Black Widow. È già accreditato per i futuri Blade e Fantastic Four. Al di fuori dell’ambito Marvel, ha lavorato per Pokémon: detective Pikachu, Pacific Rim, Godzilla vs Kong e Transformers One

Johanna Calo è showrunner di una della serie tv Disney+ più amate, The Bear,  ma il suo nome è legato anche al cult animato Bojack Horseman.

I Thunderbolts, creati dallo sceneggiatore Kurt Busiek (suoi anche i cult Marvels e Astro City) e dal disegnatore Mark Bagley (penna principale del primo e premiatissimo Ultimate Spider-Man di Michael Bandis), comparirono per la prima volta come “ospiti” sulla testata The incredibile Hulk, numero 499 del gennaio 1997, in una storia scritta dal leggendario Peter David e disegnata da Mike Deodato jr.  Supereroi misteriosi, che piombavano sulla scena dal nulla, in un momento in cui i “titolari difensori della terra” erano “irreperibili” a causa di un maxi-crossover Marvel del 1996 chiamato Onslaught. La loro identità sarebbe stata presto svelata, anche se in modo abbastanza “traumatico”: sotto nuove maschere e nuovi nomi di battaglia, si nascondevano infatti alcuni dei villain più noti. Comandati da un barone Zemo “sulla via della redenzione” che nonostante gli sforzi non sarebbe mai apparsa “abbastanza convincente” (sarebbe accaduto qualcosa di simile nell’universo DC a un “motivatissimo” Due Facce, che nell’evento 52 avrebbe indossato il mantello di Bruce Wayne in assenza dell’eroe). Anti-eroi super problematici perennemente combattuti tra luce e tenebra, buone intenzioni e pregiudizi. Piacquero molto al pubblico, anche perché i membri del team, tra tradimenti e ripensamenti, cambiavano sempre e rendevano le storie ogni volta imprevedibili, fresche e nuove. A seguito delle vicissitudini legate all’evento crossover Civil War, le nuove storie dei Thunderbolts sarebbero tornate (ma  per più tempo) sotto le matite del loro “battesimo stampato”, quelle di Mike Deodato jr, con ai testi un’altra leggenda del fumetto moderno: Warren Ellis (Transmetropolitan, The Anthority, la serie Netflix Castlevania). Ad alcuni vecchi anti-eroi si aggiunsero nuove pericolosissime leve. I Thunderbolts diventavano un gruppo “gestito dall’autorità” più che altro in ragione di un controverso “progetto di recupero di super detenuti”. A latere delle missioni, erano costantemente sorvegliati da cecchini e in caso di fuga “potevano esplodere” (come ne L’implacabile con Schwarzenegger) tramite l’innesco di esplosivi sottocutanei. Le trame assunsero toni cupissimi e in parte molto più vicini alla Suicide Squad della DC Comics (nata su The Brave and the Bold nel 1959). Tra le fila militava gente come Bullseye e il “leader del gruppo” divenne nientepopodimeno che il Goblin originale di Spider-Man: un “mai troppo rendento” Norman Osborn (che Deodato disegnava come l’attore Tommy Lee Jones). 

Fu in quel periodo che entrò a far parte del team anche Sentry, esule da una non troppo felice esperienza nei New Avengers. La run diretta da Ellis è per gran parte della critica forse uno dei migliori fumetti Marvel degli ultimi 20 anni. In tempi più recenti, con l’arrivo dell’Hulk Rosso di Loeb e McGuinness, la squadra ha potuto contare su un leader come il generale Ross e una formazione di impronta “più militare e meno criminale” (con l’Agente Venom, il Punitore, Deadpool ed Electra), ma la vita editoriale dei Thunderbolts è sempre in continua e felice metamorfosi. 


Sentry nasceva come personaggio originale all’interno della collana “per adulti” Marvel Knight, in una miniserie di 5 numeri del 2000 scritta da Paul Jenkins per i disegni di Jae Lee (La torre nera di King). I temi erano forti e controversi: la storia parlava di un anti-eroe forte e “decisivo”, almeno quanto Superman, ma che viveva in un perenne stato di angoscia a causa del suo “alter ego”: un uomo in forte sofferenza emotiva, spesso vittima di abusi di alcol e psicofarmaci. Jenkins, uno dei più sensibili e sofisticati autori ad aver raccolto il testimone di Peter David su Hulk, infondeva in una storia a tutti gli effetti “horror” tutta la tensione emotiva e l’approccio “quasi psicanalitico” che caratterizzavano il suo lavoro per il Golia Verde. La successiva miniserie sul personaggio, con i disegni ultra dinamici e colorati di John Romita Jr, trasformava Sentry in una vera e propria de-costruzione del mito del Superman, molto vicina per vari aspetti a “un altro Superman Alternativo”, che in Marvel stavano ri-elaborando nello stesso periodo Bendis e Straczynski (l’Hyperion della miniserie Supreme Power). Alla fine Bendis, in accordo con Jenkins, portò però proprio Sentry sulla sua serie regolare di punta, gli Avengers, dando vita ad alcune delle pagine più originali e imprevedibili del fumetto supereroistico. Sentry ieri come oggi rimane stimolante quanto difficilissimo da gestire all’interno di una narrazione più corale. 


Il progetto cinematografico dei Thunderbolts prendeva il via nel 2014 su impulso di James Gunn: dopo che la sua “scommessa” di puntare su anti-eroi ironici come I Guardiani della Galassia aveva avuto successo. Ironicamente, Gunn è andato poi a dirigere altri anti-eroi ironici nell’ottimo The Suicide Squad - Missione Suicida del 2021.

Mettere insieme i Thunderbolts e Sentry in un unico film era sicuramente un azzardo. 

Per i suoi Thunderbolts, Marvel Disney ha scelto un team di anti-eroi che già gravitavano all’interno del suo ricco Cinematic Universe. Dal film Black Widow con protagonista Scarlett Johansson, di Cate Shortland del 2021, arrivano la “Nuova Vedova Nera” interpretata da Florence Pugh, il Black Guardian di David Harbour, la Taskmaster di Olga Kurylenko. Dalla serie tv The Falcon and The Winter Soldier,  di Malcom Spellman del 2021, tornano il Soldato d’Inverno di Sebastian Stain e lo U.S.Agent di Whyatt Russell (figlio di Kurt Russell). Da Ant-Man and the Wasp, del 2018 di Payton Reed, arriva la Ghost interpretata da Hannah John-Kamen. 

Per il ruolo di Bob/Sentry è stato scelto Lewis James Pullman, figlio di Bill Pullam ed è quasi un segno del destino: anche in Top Gun: Maverick interpretava un tizio di nome “Bob” (questa è una battuta, anche se mi è venuta poco divertente). Ha all’arrivo particine interessanti anche in film cult come 7 sconosciuti a El Royale di Drew Goddard e ha affiancato Brie “Captain Marvel” Larson nella serie tv Lezioni di Chimica

La baronessa Valentina Allegra De Fontaine è interpretata dalla attrice Julia Louise-Dreyfus, nota anche da noi per la sit-com comica Seinfeld e per la commedia di fine anni ‘80 Un natale esplosivo! (National Lampoon’s Christmas Vacation).

In fase di produzione, nel 2019 era ovviamente girato anche il nome di Daniel Bruhl nel ruolo dello “storico” leader e fondatore dei Thunderbolts, il Barone Zemo. Si era parlato anche di William Hurt nel ruolo di Red Hulk, ma la scomparsa nel marzo 2022 dell’attore, che ha comportato il recente recasting del personaggio (che ora ha il volto di Harrison Ford), non ha permesso l’operazione. 

La pellicola ha beneficiato di un budget da 180 milioni di dollari. Le riprese, iniziate nel  2023, si sono svolte tra New York e il deserto dello Utah. Due sono gli anni dedicati alla lunga post-produzione. 


Thunderbolts* è una bellissima sorpresa dopo un film su Cap America interessante,  ma forse con troppe luci e ombre. La formula, vincente, deve molto a quella impostazioni da “amabili cialtroni” propria de I Guardiani della Galassia di Gunn, ma sa fare tesoro anche dell’ottima intesa che avevano già trovato sul set di Vedova Nera Pugh e Harbour, come peraltro avvenuto anche tra Russell e Stain sul set di The Falcon & The Winter Soldier. Al di là degli effetti visivi, onnipresenti ma anche piuttosto riusciti, la pellicola presenta bellissime e ben articolate sequenze d’azione, come il suggestivo “inseguimento nel deserto” e lo spettacolare quanto originale finale “catastrofico/psicologico”.

Più di ogni cosa però, la pellicola di Jack Schreirer sa brillare e farsi amare per i fantastici e surreali dialoghi opera della autrice di The Bear e di BoJack. Il gruppo di anti-eroi in pochi scambi di battute riesce a diventare simile a una “allegra famiglia disfunzionale”, se non una specie di gruppo di auto-aiuto di alcolisti anonimi. C’è tanta ironia, ma anche una inaspettata quanto felice profondità emotiva, che riescono a fondersi particolarmente bene con una “narrazione visiva”, spettacolare, ma che alla fine non risulta mai fine a se stessa.  

Se il “modello Guardiani della Galassia” era in qualche modo già stato “sperimentato”, da Gunn, l’adattamento cinematografico di Sentry era forse la sfida più difficile e attesa. C’è da dire che non è mancato l’impegno, anche se  il risultato finale non riesce forse a cogliere in pieno la magnificenza e tragicità del personaggio creato da Jenkins.

Thunderbolts* ci parla di “amabili super-perdenti” così simpatici che alla fine della visione è davvero difficile staccarsi da loro. Ogni nuova follia o cretinata di cui il gruppo su rende protagonista è sempre originale quanto ben orchestrata dalla regia, da un ottimo cast e addetti ai lavori. Thunderbolts* è rigorosamente da vedere al cinema, in una sarà grandissima, con popcorn, super-audio, mega-schermo e tutta la famiglia. 

Dopo un avvio complesso della “nuova fase” del Marvel Cinematic Universe, caratterizzato anche da temi malinconici e supereroi che non sono forse riusciti a farsi amare troppo dai fan, possiamo dire con gioia che i supereroi al cinema sono tornati alla grande. 

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martedì 4 marzo 2025

Captain America - Brave New World: la nostra recensione del nuovo cinecomic Disney Marvel, con protagonisti Harrison Ford e Anthony Mackie

Sinossi: Ci troviamo in direzione del Messico, a tutta velocità, in un mondo profondamente cambiato dopo la guerra civile dei supereroi (argomento del precedente film su Captain America), il “Blip”, Thanos (eventi degli ultimi 2 film sugli Avengers). 

Il quadro geopolitico si è reso ulteriormente complesso dopo la recente emersione della cosiddetta “isola celestiale” (evento avvenuto in Eternals), con tutte le nazioni disposte a farsi guerra per l’accaparramento delle misteriose risorse che questa contiene. Alla Casa Bianca è arrivato del tutto inatteso un nuovo presidente, il conservatore Thaddeus “Thunderbolt” Ross (Harrison Ford). Un militare dall’aria severa ma malinconica, afflitto dal peso di troppi sbagli nella carriera come nella vita privata.

Mentre una statua di Steve Rogers (Chris Evans) e una di Isaiah Bradley (Carl Lumbly) sono da poco esposte insieme, in una sala del prestigioso Smithsonian Institute, Sam Wilson (Anthony Mackie), il terzo, nuovo Captain America, vola radente a pelo d’acqua, spiegando a tutta velocità le ali artificiali del suo jetpack, verso una nuova pericolosa missione.  

Indossa, al posto della sua vecchia EXO-7 sperimentale a naninti, una tuta corazzata e potenziata dalla tecnologia wakandiana: integrata con componenti in vibranio in grado ad ogni impatto di parare e assorbire l’energia cinetica: accumulandola e potendola rilasciare in seguito, in una soluzione attraverso una scarica esplosiva, dall’impatto pari all’intero attacco subito nell’arco di più minuti. 

Ha ormai abbandonato le due mitragliatrici tattiche Steyr SPP per sostituirle con lo scudo originale simbolo di tutti i Captain America, creato da Howard Stark in vibranio lavorato. Sam ha imparato a padroneggiarlo nel lancio e nel combattimento corpo a corpo, solo al termine di un lungo e difficile addestramento sotto la guida di Isaiah. Uno scudo cerchiato rosso bianco e blu “pesante”, che Sam ha accettato di ereditare dopo essersi confrontato e scontrato con Il Soldato d’Inverno (Sebastian Stan), il torvo U.S.Agent (Wyatt Russell) e il machiavellico barone Zemo (Daniel Bruhl); senza però mai inocularsi, come i suoi predecessori, il siero del supersoldato (tutti eventi raccontati nella serie tv Disney+ Falcon and The Winter Soldier). 

Nonostante tutto, in uno mondo pieno di divinità norrene, procioni spaziali, robot senzienti e streghe multidimensionali, centinaia di situazioni pronte a degenerare e rivoltare la realtà da un momento all’altro, Sam Wilson ha scelto di restare, come Anthony Stark, “un semplice uomo”. Lo stesso uomo che aveva trascorso gran parte della sua vita nell’esercito, prima come paracadutista e poi come consulente per la cura del disturbo da stress post traumatico. Una vita nel segno dell’altruismo che lo ha portato all’incontro con Steve Rogers e al momento in cui ha iniziato anche lui a sentirsi un supereroe, pur non possedendo alcun superpotere. 

Se non addirittura temendo di non essere in grado di controllare anche lui un tale potere. Finendone magari vittima, un “mostro”, come già successo ad Abominio (interpretato da Tim Roth ne L’incedibile Hulk del 2008 e in Shan-Chi nel 2021). Oppure finendone disumanizzato, “cavia da laboratorio”, come avvenuto già in passato al Captain America nero Isaiah (in Falcon and The Winter Soldier), che ora ha eletto a suo mentore.

Sam però è ora tenuto a interpretare al meglio l’immagine di “di forza, lealtà e giustizia” di Steve Rogers. Sembrare invincibile come lui, anche per poter sostenere in modo credibile il “peso sociale e politico” di una figura come Captain America. Per questo sembra volare a volto scoperto come Thor, nonostante i 400 chilometri orari che già era in grado di esprimere il suo originale aliante a propulsione. Ma Sam di fatto ha il volto “sempre coperto”: da un casco corazzato reso invisibile dalla mimetizzazione ottica (forse upgradato dalla tecnologia di Star Lord). I suoi calci rotanti sembrano avere la forza di quelli di un supersoldato, al punto che già in passato sono stati in un caso in grado di abbattere un elicottero. Tuttavia quella mossa ci tiene a precisare che “non è forza”, ma “scienza applicata” alla forza cinetica della sua tuta alare.

I suoi assalti verso un esercito o una fortezza nemica possono sembrare “a testa bassa e scudo in pugno”, ma dietro le quinte, nelle “zone d’ombra”, sono sempre coordinati sfruttando una “tattica a tenaglia”: frutto del supporto della IA del drone Redwing, come delle informazioni via satellite e radio fornite da un “side-kick” volenteroso come Joaquin Torres (Danny Ramirez). Sam non ride più come un tempo. È sempre concentrato, “nel ruolo”, cercando quasi di distaccarsi dall’emotività  per “apparire migliore”: un simbolo per la sua nazione. 

Sta iniziando a pensare seriamente di inoculasti quel siero, anche quando atterra nei pressi del convento dove avrà inizio la nuova missione. Lascia però che gli onori del recupero dell’obiettivo, un cilindro misterioso, sia oggetto dell’interesse di Torres e Redwing. Sam rimane più interessato al “capitale umano”: a salvare gli ostaggi. 

A fine missione lo attende l’incontro con il nuovo presidente, che guarda caso è lo stesso generale che anni prima lo aveva messo in carcere nel Raft, insieme a Steve Rogers, durante gli eventi di quella che era stata chiamata la Guerra Civile dei Supereroi. Ross sembra cambiato, forse per via del “taglio dei baffi”, come lui ironizza. Non pare più il tuonante “Thunderbolt” Ross: l’uomo arrogante, determinato e arrabbiato dalla presenza sulla terra dei supereroi, al punto da volerli schiacciare personalmente, uno per uno. 

Appare sinceramente propositivo, quasi gentile, con tutta la voglia del mondo di riparare ai torti del passato e magari ritrovare un rapporto con la figlia Betty (Liv Tyler). Tuttavia anche quella di Ross è una maschera: anche se lo nasconde è sul punto di esplodere da un momento all’altro, se per un attimo si allontana dalla serie infinita di pillole da cui sembra essere diventato dipendente. Il presidente spesso ha vuoti di memoria, suda copiosamente, è vittima di attacchi d’ansia. Come in passato capita che esploda in modo brusco, anche se ora subito dopo si scusa. 


Essere l’uomo al comando, il dover apparire come il simbolo più prestigioso della sua nazione, ha reso Ross vittima di un costante grado di paranoia, che costringe il suo staff più vicino a intervenire con estrema rapidità e discrezione. La “ex vedova nera” Ruth Bat-Seraph (Shira Haas) e l’agente governativo Leila Taylor (Xosha Roquemore) fanno di tutto per arginare sul nascere ogni possibile crisi della nuova amministrazione, ma questa volta la situazione sembra essere davvero critica.

Sono in ballo gli accordi sulla gestione internazionale delle risorse della fantomatica “isola celestiale” e le cose si stanno mettendo molto male. Durante una conferenza proprio su quel tema, alcune persone invitate alla Casa Bianca, tra cui anche il Captain America Nero Isaiah Bradley, di colpo impazziscono. Dopo che viene trasmessa dagli altoparlanti una musica misteriosa, agiscono come se gli fosse stato impartito un ordine inconscio, di fatto attentando alla vita del presidente, per poi alcuni minuti dopo dimenticare tutto. Bradley si “risveglia” con le gambe inzuppate nella Lincoln Memorial Reflecting Pool dopo essere scappato dalla Casa Bianca, con centinaia di soldati che gli puntano contro un fucile. Lo circondano e lo placcano, mentre lui è ignaro di quanto gli stia succedendo e chiede pietà. 

Sam Wilson, persa tutta la calma che lo contraddistingueva, si arrabbia. Urla di voler indagare per scagionare Bradley, batte i pugni a testa bassa e per questo si mette subito contro Ross, finendo per essere allontanato dalla Stanza Ovale. Sam seguirà da solo una pista, che lo riporterà proprio a quella missione iniziata in Messico. Una serie di indizi e contatti che faranno incrociare lo scudo del nuovo Cap con i mitragliatori e le bombe del losco capo del gruppo terroristico dei “serpenti”, Sidewinder (Giancarlo Esposito). Fino a scoprire una base misteriosa, in cui in un passato recente venivano condotti strani esperimenti, forse su cavie umane.  

Ross cercherà invece di tenere a bada il suo stress senza esplodere: razionalizzando, affidandosi alle persone che lo circondano, concentrandosi sulle cose buone che di fatto sta costruendo negli anni, anche e soprattutto per sua figlia Betty. Ma infine anche il presidente, quasi come un burattino nelle mani di un sadico puparo, cadrà in una crisi diplomatica dopo l’altra, arrivando molto vicino al punto di autodistruggere la sua carriera, la sua vita e l’America tutta. Arrivando al punto di scatenare di colpo tutta la rabbia a lungo repressa, fino quasi a trasformarsi e “trasfigurarsi”, in una  creatura metaumana molto vicina a quella che da sempre ritiene la sua “nemesi”. Una creatura “di sola rabbia”, nata per qualcuno proprio con lo scopo di replicare il siero del supersoldato: Hulk.  

Riuscirà Sam a far ragionare Ross e forse scoprire qualcuno che trama nell’ombra per distruggere la credibilità dell’America?


L’eredità di Captain America e di Hulk: Julius Onah, il regista di Cloverfield Paradox, eredita la serie cinematografica su Captain America direttamente da quei fratelli Anthony e Joe Russo che ne avevano fatto il fiore all’occhiello della produzione Marvel Disney. Una serie che, pur con tutta la “leggerezza”, l’azione concitata e colorata di un cinecomic, proponeva molti rimandi alla situazione politica, miliare e sociale americana. Scritta con sagacia, rielaborando con originalità e intelligenza alcuni dai migliori lavori a fumetti di  Ed Brubaker e Mark Millar, con afflati spionistici che si sarebbero rivelati interessanti anche per i fan di Tom Clancy e Clive Cussler. 

I fratelli Russo sono poi passati alla regia del dittico Avengers: Infinity War/Avengers: End Game scrivendo di fatto, tra il 2018 e il 2019 il momento culminante, l’apice e al contempo il reset, di un universo cinematografico iniziato nel 2008, con il primo Iron Man a firma Jon Favreau. 

Il “focus” su Captain America per loro ammissione poteva ritenersi concluso dopo il terzo capitolo e l’epilogo di End Game. In seguito sarebbe stato necessario iniziare “un nuovo corso”. 

Il film di Julius Onah in qualche modo riparte idealmente proprio da quel 2008, riprendendo temi “sul viaggio dell’eroe” vicini al primo Iron Man, ma anche introducendo un anti-eroe, con sensibilità e tormenti che ci riportano direttamente anche al secondo, storico e sfortunato, cinecomic Marvel Disney, sempre uscito nel corso di quel 2008. 

Sam Wilson è a tutti gli effetti il nuovo Cap, con tanto di un side-kick come Bucky, a seguito degli eventi narrati nelle serie Tv Falcon and the Winter Soldier. Ma la sua “umanità”, unita al suo essere un eroe “cinto in una armatura” super tecnologica, ne fanno per molti versi anche un epigono del Tony Stark interpretato da Robert Downey Jr. Come avveniva per Stark nel primo Iron Man, anche Sam in questa nuova pellicola è spinto a confrontare ad alta quota “la sua tecnologia” con quella degli aerei militari del mondo moderno, come è tenuto a scontrarsi in scenari di crisi contro terroristi muniti di armi reali. 

Sam sarà costretto a confrontarsi con le grandi responsabilità conseguenti all’avere un grande potere, ma rispetto a Tony Stark il suo viaggio interiore, date le premesse, potrebbe essere molto diverso e solo in parte “risollevato” dalla presenza di una “spalla buffa” come il Torres di Ramirez. Sam fin dalla “sua investitura”, nell’ultima puntata del telefilm, ci è apparso cupo, pensoso. Da ragazzo serio e solare ci è parso indossare ora quasi “una maschera” (in senso anche letterale, seppur “invisibile”) che ne asciuga ogni sentimento, rendendolo “rigido per copione”, forse antipatico. 

“Antipatico per copione” come da sempre è stato il generale Ross, introdotto come personaggio proprio nel secondo film del Marvel Cinematic Universe del 2008:  L’incredibile Hulk, per la regia di Louis Leterrier. 

L’incredibile Hulk era un film che a cinque anni di distanza riportava il gigante verde sul grande schermo dopo l’interessante pellicola diretta da Ang Lee, con un cast tutto nuovo, composto da Edward Norton, Liv Tyler, William Hart, Tim Roth. Anche l’origine del personaggio era diversa rispetto al fumetto, in questo caso ispirandosi al celebre telefilm con protagonista Lou Ferrigno. Era un film sulla gestione e “fuga” del personaggio principale dal suo “stato di rabbia”, che per la famosa esposizione ai raggi gamma lo rendeva un enorme mostro verde incontrollabile. Era un film notturno, ambientato in scenari di forte tensione sociale come le favelas di Rio de Janeiro, in cui tutti i personaggi sulla scena, incluso Ross, venivano portati a combattere con le zone d’ombra del proprio animo, in un continuo alternarsi alla dottor Jekyll e My Hyde. Sebbene sia un film abbastanza riuscito e divertente, la pellicola di Leterrier, forse non ancora “allineata alla formula Marvel Disney” che si stava costruendo proprio in quel periodo, con la gestione di Feigie e Favreau, non incontrò il favore al botteghino sperato. In qualche modo la storia venne marginalizzata e “riscritta” in seguito, anche a causa della travagliata gestione dei diritti su Hulk, tra Disney e Universal, che tramite clausole legali non permetteva di girare nuovi film del personaggio come protagonista, ma solo come “comprimario”: in pellicole come Avengers, Thor: Ragnarok o telefilm come She-Hulk. Al cambio dell’interprete originale di Banner Edward Norton, per “divergenze con la produzione”, la parte veniva passata al pur bravo Mark Ruffalo in tutte le successive apparizioni. Pur rimanendo un beniamino del pubblico, Hulk negli ultimi anni è spesso apparso come un personaggio “frammentario”, a volte pure contraddittorio, ma peggio è toccato al Ross di William Hurt. Ridotto per lo più alla macchietta del “militare cattivo”, in particine di poche battute sparse su più film, nonostante il grande impegno di Hurt nel riuscire a renderlo sempre fresco e carismatico. 

Ironicamente, ora che Ross poteva tornare davvero protagonista, William Hurt è scomparso da tre anni, con il personaggio che per forza deve essere “reinventato per un nuovo corso”, con il volto di Harrison Ford. Hurt e Ford sono da sempre attori profondamente diversi, come di fatto lo sono Norton e Ruffalo, ma pure Evans e Mackie. “Reinventare Ross” e le dinamiche di quel “film perduto”, unitamente alla  “reinvenzione di Captain America”, iniziata su Disney Plus, erano quindi un doppio azzardo.

Ma possiamo dire che la produzione abbia trovato, nel pieno rispetto delle opere originali a fumetti, una chiave efficace quanto “pronta all’uso” da diversi anni. 


Captain America - Brave New World, in pratica con personaggi che non hanno più il volto degli “attori originali” (pur per motivi diversi), aveva quindi l’opportunità di riprendere moltissimo del materiale “rimasto in sospeso” dal film del 2008 di Leterrier, come districare la “matassa” sulle vicende di Falcon, Zemo e Winter Soldier seguita alla eredità di Cap. Tutto in ragione di un “nuovo personaggio”, da tempo molto atteso dai fan. 

Un personaggio nato in una delle più amate saghe a fumetti del Golia verde, ideata da Jeph Loeb e realizzato graficamente da Ed McGuinness, che irrompeva sulle pagine di Hulk come un racconto “a sorpresa”. Una storia, iniziata nel 2008 e conclusasi nel 2012, sviluppata quasi interamente nella forma di un thriller fantapolitico volto a scoprire la sua identità. Un racconto di successo che sarebbe stato solo il “trampolino di lancio”, per una serie autonoma nuova e varie “collaborazioni” in testate come Avengers e Thunderbolts. 

L’Hulk rosso, come Venom per Spiderman, si è rivelato subito un personaggio in grado quasi di oscurare la sua “controparte classica”. È un Hulk intelligente, letale, che soprattutto è in grado di esprimere al 100%, con la sua dirompente forza fisica, “l’ombra junghiana” che lo caratterizza interiormente: dando espressione e “libertà di sfogo”, in modo esplosivo, a tutti i tratti inconsci, ombrosi ma al contempo “nobili”, del suo alter-ego. Un Hulk Rosso nelle cui vene sembrano scorrere lava, fiamme e genio militare, che non si fa scrupoli a passare dalla parte dei buoni o dei cattivi in ragione delle “necessità di Stato”.

Forse la nemesi ideale di Sam Wilson

La sorpresa sulla scena doveva quindi essere lui, come dimostrano anche i negozi di giocattoli che espongono il personaggio in vetrina.

Pochi anni fa Marvel Italia pubblicava una testata mensile che abbinava le storie di  Daredevil (in Italia conosciuto all’inizio come Devil) a quelle di Hulk. Le storie di un personaggio “super addestrato”, ma comunque umano, che viveva in una realtà urbana quanto concreta, alternate alle storie esplosive, fantascientifiche ma pure horror del Golia verde, nato dalla “rabbia” del suo alter-ego. Personaggi diversissimi ma vicini, proprio in virtù “rabbia interiore” che psicanaliticamente li accomunava nel loro personale modo di “gestirla”: in virtù della responsabilità di rivestire “il ruolo di eroi”.

Come idea produttiva il film di Onah, mischiando Captain America con L’Hulk Rosso, mi ha fatto tornare idealmente e felicemente un po’ da quelle parti. 



Dalla produzione alla sala: annunciato nell’aprile del 2021, in concomitanza con il finale della serie tv Falcon and the Winter Soldier, il film sorprese prima di tutti Anthony Mackie: che si aspettava al suo posto una seconda stagione dello show e non si immaginava per niente, di vedersi su uno schermo cinematografico, nel ruolo assoluto di protagonista. Ciononostante l’attore ha accettato la sfida, anche in veste di produttore esecutivo, di fatto confermando gran parte del team di lavoro con cui aveva da poco collaborato. 

il film ha ereditato così i tre sceneggiatori dello show tv: lo showrunner Malcom Spellman, Dalan Musson e Rob Edwards. 

I tre durate la serie avevano trattato con grande intelligenza l’evento del “Blip” (la cancellazione di metà della popolazione mondiale avvenuta al termine di Avengers: Infinity War) come un occasione per parlare in modo originale di temi come la migrazione e l’integrazione culturale. Attraverso il personaggio interpretato da 

Carl Lumbly avevano affrontato le sensibilità del movimento nato nel 2013 “Black Lives Matter” e una scena che riguarda il personaggio di Isaiah, nei primi minuti del film, sembra continuare su questo binario, ispirarsi direttamente all’omicidio di George Floyd. 

Senza nasconderlo troppo, il presidente Ross di Ford è stato tratteggiato con alcuni aspetti caratteriali di Donald Trump, l’attuale presidente americano in carica, sottolineati anche ironicamente da una battuta sul fatto di essere già sopravvissuto di recente a un attentato. 

Viviamo in un mondo di crisi energetica, alla costante ricerca di nuove fonti di energia più pulita, così i tre sceneggiatori hanno deciso di utilizzare un altro tassello narrativo scaturito dal recente film su gli Eterni di Chloe Zhao: l’emersione dell’isola celestiale e la conseguente “gestione geopolitica” di questo accadimento, nei termini dell’ approvvigionamento energetico di materiali rari oggi al centro di molto dibattito (un tema che aveva riguardato anche le ragioni dell’isolazionismo del Wakanda, presentato in Captain America : Civil War).

Tutti spunti molto interessanti, ma che non hanno risparmiato a Captain America Brave New World una gestazione particolarmente travagliata, con più cambi di sceneggiatura, di attori, di budget e perfino eventi mondiali che hanno influito in qualche modo sulla sua resa finale. 

Sul piano “sindacale” il film di Onah ha dovuto patire ben due lunghi scioperi degli sceneggiatori, che hanno gonfiato oltremisura i costi e incasinato le date di ripresa: al punto che è stata tagliata del tutto la parte di un personaggio-chiave, per l’impossibilità della attrice Julia Louis-Dreyfus di poter essere sul set. 

Per via dei test con il pubblico, si dice che il film abbia subito forse 4 revisioni in post produzione, tra nuove riprese e modifiche del materiarle già girato.  

Una delle voci di corridoio più controverse ha riguardato la sostituzione in corso del wrestler Seth Rollings, con tutte le scene già girate, in un ruolo che sarebbe poi diventato (il condizionale è lecito) quello di Giancarlo Esposito. 

Sembra che la presenza nella storia di una mutante in forza nel Mossad sia stata “limata” dopo gli eventi del 7 ottobre 2023, di fatto attirandosi le ire di varie associazioni anche per questa correzione in corso d’opera. 

Se la produzione è riuscita a portare a termine i lavori è anche grazie all’impegno di tutto il cast tecnico e artistico coinvolto. Un cast che tra mille paletti e anche alla luce delle sbavature inevitabilmente giunte nel prodotto finale, ha saputo lavorare con competenza per confezionare un film dignitoso, forse “più lineare del previsto”, comunque gustoso. 

Le due principali “vittime” di questo clima sono state giocoforza le interpretazioni di Harrison Ford e Anthony Mackie. 

Le performance dei due attori, che spesso appaiono “molto più rigidi” rispetto alle loro reali capacità, riescono comunque a risultare funzionali alla trama, anche in ragione di un cast di supporto che risulta simpatico e affiatato.


Finale: molto interessante nelle premesse, forse troppo lineare e “sfilacciato” nella narrazione anche a causa delle vicende produttive, Captain America Brave New World risulta alla prova della sala un film a ogni modo divertente e godibile, pieno di azione ed effetti speciali, in grado di risaltare al massimo su grande schermo anche per la potente colonna sonora, con situazioni e personaggi interranti e che possono ancora essere aggiustati in corsa, nelle future produzioni Marvel Disney. 

Un film che nonostante tutto riesce a trasmettere il carisma di un personaggio nuovo, tormentato e affascinante come l’Hulk Rosso. Un film che ci permette di empatizzare anche con un eroe fragile quanto volenteroso come il nuovo Captain America: che per molti aspetti (anche sul piano della colonna sonora!) ricorda  l’Adonis Creed di Michael B.Jordan nel suo confronto e “sovrapposizione” con il mito di Rocky di Stallone. 

Da qui, se i fan lo vorranno, guardando “il bicchiere mezzo pieno”, può forse aprirsi un nuovo corso per l’universo cinematografico Marvel. 

Talk0

martedì 20 agosto 2024

Deadpool & Wolverine: la nostra recensione del nuovo, esageratissimo, “sboccacciato”, nostalgico e divertente cinecomic Marvel Disney, con protagonisti Ryan Reynolds e Hugh Jackman, per la regia di Shawn “Una notte al museo” Levy.


Sinossi fatta male: Essere una persona migliore per la propria fidanzata Vanessa (Morena Baccarin). Fare qualcosa di grande, utile e senza fare casini, almeno per una volta. In sintesi: “diventare un Avenger”. 

È con questo proposito che Wade Wilson (Ryan Reynolds), alias il mercenario chiacchierone Deadpool, super killer con le pistole quanto all’arma bianca, mutante con fattore di guarigione e possessore di uno strumento per fare balzi dimensionali, si presenta nell’universo 616, alla porta di Happy (Jon Favreau), comandante in sostituzione momentanea del super gruppo. 

Nell’universo di origine di Deadpool le cose non sono andate benissimo con gli X-Men, troppe incomprensioni e giochi di potere, ma nel 616 può essere tutta un'altra vita: a partire da tutine da supereroe più “sgargianti” e “di classe”. 

Certo, il curriculum non aiuta. Wade ha un passato nelle forze speciali rimarchevole ma con svariate e brutte note disciplinari. Ha con spirito aziendalista fondato un  gruppo supereroistico tutto suo, X-Force, ma alla fine il team è rimasto sterminato male sul campo, per manifesta inadeguatezza, dopo la prima missione. Non ha mai giocato in serie A ed è sicuramente un casinista, anche se volenteroso. Forse.

Happy lo rincuora come farebbe con un giocatore di baseball: partire anche nel 616 dalle “serie minori”, aspettare qualche osservatore che ogni tanto verrà a dare un’occhiata, avere costanza. Magari la prima divisione dei supereroi non è così lontana e la pacca sulla spalla, con la quale lo accompagna all’uscita, è solo un arrivederci. 

Wade incassa. 

Passa un sacco di tempo.

Il mercenario Deadpool trova presto, insieme alla sua inseparabile spalla Peter (il sempre baffuto e simpaticissimo Rob Delanay), un lavoro nel suo mondo, come venditore di auto giapponesi familiari ultra-compatte. Un giorno come un altro spegne le candeline del suo ultimo compleanno. Insieme ai suoi 9 più cari amici, tra cui Vanessa, Colosso e la amorevolmente sboccata dirimpettaia Al (Leslie Uggames), esprime un desiderio: fare, ancora, quel “salto di carriera”. 

Un secondo dopo bussano alla porta uomini in divisa eccentrica, armati, che negano di essere spogliarellisti ingaggiati per la festa. La lotta è inevitabile quanto breve, Wade finisce contro un portale dimensionale apparso dal nulla, direttamente davanti a Mister Paradox (Matthew Macfadyen) , un dirigente di zona della fantomatica TVA: la “Time Variance Authority”.  Di che cavolo di realtà fanta/aziendale stiamo parlando? 

Ce lo specificherà presto Wade stesso, direttamente a noi spettatori, rompendo la fantomatica “quarta parete” tra film e platea, nel modo più ultra-nerd e super didascalico possibile. Ci dirà: “è come succede nella puntata 5 della prima stagione della serie tv Loki”. 

I TVA non sono lì per le cretinate che Wade ha combinato in passato col suo congegno incasina-tempo, lo vogliono invece ingaggiare per volare proprio nell’universo 616 a fare l’Avenger! Potrebbe diventare “il nuovo Gesù della Marvel”. È il destino a volerlo laggiù e ci sono dei video inequivocabili della TVA che ritraggono Deadpool a fianco di Thor che piange per lui, dopo una qualche azione eroica del futuro prossimo. 

Certo deve fare fagotto e partire subito, perché il suo universo sta collassando in modo lento e irreversibile, dopo che la creatura a cui più intimamente quella realtà era legata, la cosiddetta “ancora universale”, ha smesso di esistere. Recuperato Deadpool, è possibile per la TVA pure accelerare la distruzione di quell’universo morente, usando un congegno fantascientifico come il “Time Ripper”.  Smaltire presto un universo infruttuoso, comporta un significativo risparmio di costi burocratici per chi deve occuparsene e Paradox punta a vincere un bel bonus in busta paga, se l’operazione riesce.

Wade è allettato dal futuro da Avenger quanto dalla nuova tuta e possibili pistole dorate in abbinato, ma il fatto che la realtà da falcidiare sia la sua, compresi i suoi 9 unici amici, lo rende titubante. Come crede Impossible che sia morta per davvero “l’ancora universale” del suo mondo, che dai video della TVA scopre essere una persona che conoscere da sempre. Si parla del mutante noto come Wolverine (Hugh Jackman), il guerriero semi-immortale dalla pettinatura strana,  il potere della guarigione e lo scheletro in adamantio, l’unico, vero, grande mito di Wade, l’amico/fratello/amante da lui sempre bramato, il simbolo: “L’X-Man” per antonomasia.


Wade temporeggia, usa compulsivamente il congegno per i viaggi spazio/temporali e si trova in un attimo davanti alla bara di fango di Wolverine (esattamente dove lo avevamo lasciato dopo il film Logan - The Wolverine, di James Mangold, del 2017). “L’X-Man per antonomasia” è decisamene morto e i tizi della TVA lo tallonano stretto, armati pesantemente, perché smetta di intralciare i loro piani.

Wade prova in qualche modo a utilizzare il corpo marcito di Wolverine, cercando di “collaborare con lui”, sperando che magari “si ripigli” il fattore di guarigione. Lo usa come un pupazzo contro l’esercito della TVA che intanto crivella entrambi di colpi, lo abbraccia, lo coccola, lo sprona, arriva quasi “a smembrarlo” per utilizzare i suoi famosi artigli o le sue rotule come nunchaku. La tomba di Wolverine diventa sempre più un mattatoio carico di agenti TVA sbudellati nei modi più ridicoli e grotteschi, fino a che Wade decide di andare in un’altra realtà a trovare un nuovo Wolverine, magari uno non ancora marcio. Visita diversi mondi con tantissime citazioni dai fumetti originali, fino a che incontra un Wolverine, depressissimo ma ancora “integro”, forse “il peggiore Wolverine di sempre”, ma l’unico con il quale decide di presentarsi davanti a mister Paradox, per una resa dei conti. Ma Paradox è pronto a questa evenienza e spedisce Deadpool e Wolverine in una realtà alternativa dalla quale non è facile scappare. Un  specie di universo-discarica chiamato “Il Vuoto”, comandato dalla misteriosa super telepate Cassandra Nova (Emma Corrin), che in alcuni multiversi è la sorella malvagia del Professor Xavier, il fondatore stesso degli X-Men. A guardia dell’impero di Nova, in una “Cittadella ai confini del tempo” piena di mutanti che pare il mondo di Mad Max, c’è anche una creatura ancestrale simile a una nuvola minacciosa, di nome Alioth. Alioth può divorare ed estinguere per sempre chi finisce nelle sue fauci, esattamente come nella sopra ricordata puntata numero 5 della prima serie del telefilm Loki. 

Cercando di sopportarsi e collaborare, Deadpool e il Wolverine depresso dovranno farsi largo in questo strano mondo di frontiera, fino a trovare un modo di evadere e salvare l’universo di Wade. Ma non saranno soli. Paradox negli anni ha “inviato a forza” nel Vuoto centinaia di supereroi provenienti da altre dimensioni: qualcuno di molto forte può essere ancora sopravvissuto. E da quelle parti c’è pure un intero esercito costituto solo da Deadpool multidimensionali, tutti ficcati nel vuoto a forza perché sostanzialmente “ingestibili” in ogni realtà in cui sono comparsi. 

Riusciranno i nostri eroi a salvare tutti e far crescere tra loro un legame “molto Bromance”, di sincera “amicizia virile”, come nei classici Buddy Movie anni '80 stile Arma LetaleChi sono i supereroi misteriosi sopravvissi fino ad ora al vuoto? Qualcuno sarà per caso un possibile alleato del magico duo?


La trama, “metatestualmente”parlando: in un’opera qualsiasi che “riguarda Deadpool”, il lettore sa benissimo che il nostro protagonista non si limita a vivere le sue rocambolesche  avventure, ma spesso ama intrattenersi a “discuterne attivamente” con il pubblico. Deadpool non solo è sempre consapevole di essere all’interno del film, videogame o fumetto di cui è protagonista, ma è lui stesso “un fan”. Un fan che parla senza peli sulla lingua agli altri fan, dei film e fumetti che “gli piacciono” o “fanno cagare”, di come i produttori “hanno cannato” un casting, di come li gasi aspettare l’arrivo di una certa scena-clou o una certa frase: qualcosa come “vendicatori uniti”. Esattamente come farebbe un ragazzino di 12 anni “in fissa con i fumetti”, Deadpool salta, spara e sfodera pugnali contro eserciti di nemici da abbattere, costellando ogni narrazione di esagerazioni divertenti sul fatto di “essere fighi”, dando un peso specifico a peti e rutti assortiti, giocando con le parole zozze e tutto quell’immaginario dei “film proibititi per adulti”, un po’ come gli horror che lo Zio Tibia dava negli anni '80 in estate dopo i Festivalbar. 

Deadpool è al cento per cento pruriginoso come un dodicenne, al punto che quasi sentiamo che ha indosso i calzini odorosi mai cambiati in due settimane, sappiamo senza riscontri tecnici che adora la pizza come le tartarughe ninja (per il film hanno fatto non a caso una collaborazione con le pizze giganti da scaldare in forno), ci aspettiamo che inizi a ballare e saltare per la gioia. Noi adulti cinici “sappiamo” che non prenderà mai nulla sul serio “a quell’età”, salvo poi farci ricredere: perché ogni dodicenne che si rispetti, ha un mondo interiore molto più sfumato e malinconico di quanto l’apparenza inganni. Affronta sfide indicibili con il suo corpo e la sua testa. Vive le prime terribili “cotte” e “esami impossibili di matematica”. 

I film di Deadpool sanno sempre essere esagitati e folli, citazionisti dei fumetti in modo quasi enciclopedico, come compete esserlo ai “migliori nerd”, ma in fondo anche film di cuore, film in cui si riflette spesso sulla solitudine, sulla difficoltà di trovare un proprio posto nel mondo, sull’aver fatto la cosa giusta. Anche Ryan Reynolds per proprietà transitiva è un fan dei fumetti e del cinema, nello specifico un fan degli action hero, dei fumetti quanto di Jim Carrey, di cui con tanta buona volontà cerca di seguire le orme. Ma per essere “ancora più Deadpool” e “ancora più dodicenne”, si dice che Reynolds per il suo personaggio si sia ispirato al modo di parlare e di esprimersi di un ragazzino tanto malato quanto fan di Deadpool che ha seguito tutte le riprese del primo film dall’ospedale, con entusiasmo quanto il cinico e spiazzante senso critico del mercenario chiacchierone della Marvel. Reynolds, che come moltissimi di noi dentro si sente pure, ancora oggi, un dodicenne, vestito da Deadpool va ancora gratuitamente in ospedale, a trovare bambini malati. Per confortarli, ma anche per ritrovare lì “veri eroi”  a cui ispirarsi per il suo personaggio.  

Un po’ diverso è il percorso di Hugh Jackman, che invece di diventare sullo schermo il supereroe Wolverine ha sempre preferito recitare nei musical. Si può dire che sono stati i fan e i parenti, nella sua più totale incredulità iniziale, ad averlo accolto a braccia aperte, come uno dei più amati supereroi cinematografici di sempre. Una gratitudine che lui ha ripagato, con allenamenti estenuanti, che lo hanno portato ad avere un fisico scultoreo, nonché con una interpretazione sempre impeccabile, totalmente rispettosa delle mille sfumature, anche nobilmente “drammaturgiche”, dell’eroe cartaceo. 

Il satiro e il tragico, Deadpool e Wolverine, insieme, in un mondo post atomico costruito quasi esclusivamente sulla nostalgia delle vecchie storie a fumetti e vecchi film.

Guardarli sullo schermo, insieme è come guardare un fan che incontra il suo supereroe e non vede l’ora di parlare con lui, fargli mille domande, “combattere insieme”. Ed è esaltante. 

Poi “il gioco si estende”, perché tutta l’intera pellicola e di fatto un continuo incontro del Deadpool-fan con tantissimi eroi e “cattivi” dei film di supereroi dei passato, alcuni davvero amatissimi e noti, altri quasi misconosciuti ma presenti, sia pure come piccole mattonelle, nel “pantheon” di ogni fan dei film dei supereroi che si rispetti. Personaggi da idolatrare e sbeffeggiare secondo dopo secondo, in una continua girandola di battute sarcastiche, a volte cattivissime, proprio come amano i dodicenni. 

Il film è una continua giostra di rimandi e ha un cast davvero incredibile in grado di far sobbalzare sulla sedia, ogni tre minuti, ogni amante dei cinecomics. La trama è semplicissima e come ci viene detto più volte è ispirata all’episodio 5 della prima stagione di Loki, ma la fruizione del film è linearissima e non c’è alcun problema anche se non avete mai visto il suddetto episodio. Ma visto che Deadpool & Wolverine è anche un film metà-cinematografico, Deadpool ci tiene a ricordarci ogni minuto anche la curiosa passione dell’attore di Wolverine per i musical.


Così come il film ci tiene a raccontarci anche che la storia dietro a Deadpool & Wolverine è più che altro “una trollata”: qualcosa che sarcasticamente ha più a che fare con gli addetti ai lavori e la gestione delle licenze cinematografiche dei personaggi Marvel, piuttosto che parlarci della rilettura/riadattamento di una saga già nota ai lettori. In sostanza Disney ha negli anni raccolto la maggior parte delle licenze Marvel, sostanzialmente acquisendo 20th Century Fox, anche se permangono delle limitazioni all’utilizzo di alcuni personaggi come Hulk, legato a pellicole Universal, e al “mondo di Spider-Man”, legato a Sony. 

20th Century Fox è la compagnia che ha prodotto tutti i film degli X-Men e affini, come quello di Wolverine e Deadpool, oltre che i film sui Fantastici 4, Daredevil e The Punisher: un bagaglio di personaggi e film che però Marvel/Disney non ha ancora deciso di collocare all’interno del suo “Marvel Cinematic Universe”. 

Nonostante molti film e serie tv (il secondo film di Doctor Strange, VandaWision, Marvels, il terzo nuovo Spiderman) già “strizzino l’occhio” alla prospettiva che tale “innesto” sia già avvenuto, è recente la notizia di un nuovo film sui Fantastici 4 con un inedito Pedro Pascal. 

Il “Vuoto”, episodio 5, prima serie, del telefilm Loki, rappresenta “metaforicamente” benissimo il “luogo”, burocratico/produttivo/creativo, dove i Marvel Disney ora stanno tenendo le proprietà intellettuali acquisite ma non ancora sfruttate: un non-mondo che funziona alla luce di un “multiverso omnicomprensivo”, già ampiamente sdoganato, in ragione del quale ormai “tutto è possibile”, compreso il fatto che attori diversi impersonino lo stesso personaggio in un multiverso diverso. Deadpool tutte queste cose le sa, ha visto tutti i film e conosce i retroscena produttivi, ne parla apertamente per tutto il film con zero peli sulla lingua. 

Tutto questo porta a un gioco narrativo che, proprio per il continuo rimando a storie e film del passato, sa essere sfizioso in molti passaggi, senza dimenticare che la pellicola, come da tradizione di tutti i Deadpool cinematografici, è completamente imbottita di spettacolari scene d’azione. 

Deadpool & Wolverine è decisamente il territorio ideale per un regista capace e versatile come Shawn Levy. Un regista che ha già diretto Reynolds nel divertente e “complicato” Free Guy e nel nostalgico Adam Project, nonché diretto Hugh Jackman nel molto riuscito film per ragazzi Real Steel. Un regista che soprattutto ha dato vita a quella divertentissima serie meta/storica, comica ma anche action, che è Una notte al Museo. Dei film altrettanto densi di personaggi e azione, che riescono comunque ad apparire chiari e intellegibili nel loro svolgimento grazie a un'ottima gestione dell’azione e dei tempi comici. 

Tutto questo ci porta però a una domanda…

Abbiamo un “dodicenne interiore” abbastanza “fan” di tutto questo? 


Deadpool & Wolverine è una festa e una sfilata sgargiante per quanti sono cresciuti nel mito dei cinecomics. Una occasione per “contarsi” e “applaudire malinconicamente” al passato, non dissimile dagli Expendables di Stallone/Statham se vogliamo.

Il tutto imbottito di musica ultra pop, da Madonna a Britney Spears, passando per Miley Cyrus e tanti altri gruppi melodici che forse un “confondono”, considerando l’altissimo tasso di ultraviolenza della pellicola… ma visto che è Deadpool, è tutto ok. 

A tratti un film-contenitore più che un film-contenuto:  un gioiosissimo barattolo pieno di biglie, che risulteranno più colorate, lucenti e affascinanti soprattutto a chi saprà riconoscerle, e “riconoscersi”, pensando magari a quando le aveva viste da bambino.

Tenendo fermo un punto, ossia il fatto che il film può risultare molto divertente anche per “i non addetti ai lavori”, Deadpool & Wolverine è una pellicola profondamente dall’animo antologico, che a tratti può davvero apparire criptica. Non fosse per le mille “guide alla lettura” di cui in un lampo si è riempita tutta la rete, che permetteranno, a tutti coloro che volessero farlo, di orientarsi senza che io qui debba farvi alcuna anticipazione sulla trama. Magari qualche scena particolarmente evocativa porterà lo spettatore all’idea di leggere il bellissimo fumetto da cui “è tratta” e questo non può essere che un bene, per la cultura fumettistica in genere. 

Torniamo però al punto di partenza: Deadpool & Wolverine è un film per chi, parafrasando il Pascoli, ha un “fanciullino (dodicenne)” dentro di sè. È un film pieno di allusioni sessuali in modo compiaciutamente, infantilmente divertito (quindi a conti fatti comunque abbastanza innocuo). È un film ricchissimo di splatter e smembramenti continui degni del primo Peter Jackson. È un film che parla il linguaggio nerd quasi senza ritegno, quasi fosse una lingua in codice klingon. Si può essere affascinati o allontanati da tutto questo, specie se non ci si sente più abbastanza dodicenni in piena esplosione ormonale ed emotiva. Forse, se si è troppo adulti, la visione del film, comunque consigliata, può far riemergere qualche antico brufolo pre-adolescenziale.

A tratti le parolacce sono così creative ed eccessive che sembra di riascoltare i dialoghi italiani di inizio anni '80 di pellicole come Goonies di Donner (non a caso un tizio che ha diretto Superman, il cinecomics per eccellenza), così per un attimo si torna davvero dodicenni. 

Tutti gli attori sulla scena sembrano essersi divertiti un mondo da puri dodicenni, soprattutto  alcune “glorie del passato” che sono riuscite a tornare ancora in ottima forma nel loro costume di scena. Sorridenti e cool, come da “protocollo Deadpool”. 


I combattimenti, fiore all’occhiello a cui ci ha abituato la serie fin dal suo esordio, sono sempre originali quanto ricchi di stile e assurdità. Soprattutto non hanno subito alcun tipo delle temutissime “censure/ammorbidimenti” che si paventavano nel passaggio alla produzione Disney. Si passa da scontri mortali e dai vaghi risvolti etilici all’interno di micro auto giapponesi compatte, a lotte campali contro centinaia di Deadpool che risorgono in continuazione come zombie tra autobus e città devastate. Ci sono mostri giganti che evocativamente cancellano tutto come tornado e scene in cui Wolverine deve necessariamente girare “a torso nudo”, per le fan storiche. Di più, il film vuole ricreare alcuni “confronti storici” dei fumetti, ricreare sulla scena alcune copertine famose dei volumi, giocando anche sulle “variant” delle copertine originali. La villain, interpretata dalla brava Emma Corrin, è abbastanza funzionale alla trama ma nel divertimento generale non sfigura. 

La trama in sè, ispirata sempre e solo al summenzionato episodio di Loki, è più che altro una specie di “pista di biglie”, sulla quale far correre e scontare tra loro i personaggi-biglia, le loro battute e folli acrobazie di ogni genere.

Ci si diverte, scende una lacrimuccia, gran parte del pubblico in sala potrà sentirsi magari unito come un unico felice branco, chi ha dei dubbi può andare in rete e passa la paura e magari viene la voglia di leggere un fumetto che non si conosceva. 

Non c’è niente di meglio, specie in confronto ai film supereroistici dell’ultimo periodo: la pellicola è un puntuale omaggio alla mitologia di Wolverine come di Deadpool. Casinista, sanguigna, ma con un piccolo, significativo e ricercato, tratto malinconico.

In questa calda estate, se cercate un film divertente quanto supercitazionista, sapere quindi cosa fare. Tornare dodicenni non è mai una cosa troppo brutta, se è per un paio d’ore. 

Portate in sala fazzoletti per un paio di tattiche scene che vi anticipo saranno molto commoventi.

Non dimenticate la crema anti-brufoli.

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