Long Wei è un
esperto di arti marziali e lavora nel mondo del cinema. Purtroppo è
solo una comparsa, destinata ad essere tritato dall'eroe del film un
ciak dopo l'altro. Ma gli studios di Pechino sono in crisi e nel giro
di poco tempo è costretto a lavorare come guardia di uno
stabilimento che produce materiali elettronici. Depressione massima.
Non se la passano meglio i suoi parenti in Italia, a Milano.
Lo zio
Tony, proprietario di un ristorante, ha dei guai con la mafia cinese
importata all'ombra della Madonnina, le cosiddette “Tigri immortali
del bosco dei salici”. Il ristorante nonostante gli sforzi dei
figli, Chen e Maria, è sempre semi deserto, anche perché tra i
pochi clienti abituali figura il misterioso e un po' inquietante
Vincenzo Palma. Gli incassi scarseggiano e spingono lo zio a
frequentare una bisca clandestina nella quale viene incastrato nel
più classico dei modi: prima vince due noccioline, poi perde, poi
perde, poi viene spennato e in fine esce indebitato. Per dargli una
mano dalla Cina con furore viene mandato Long Wei, che per motivi a
noi misteriosi già parla italiano fluente. Il nostro in un attimo
scopre che la bisca è truccata e a colpi di kung fu fa piazza pulita
dei criminali, che ovviamente gli giurano vendetta. Ma la folla di
immigrati esulta. C'è un nuovo sceriffo in città, nonché un valido
aiuto in cucina. Ma il nome è difficile da pronunciare per gli
italiani, dovrebbe farsi chiamare Ambrogio.
Il gruppo editoriale
Aurea se ne esce con un'opera fresca, inaspettata e godibilissima.
Produce Recchioni, uno degli sceneggiatori di punta di Dylan Dog e
presto in edicola con lo sci-fi Gli Orfani. La storia è dell'ottimo
Cajelli, che abbiamo di recente apprezzato nella collana “Le
storie” per il sorprendente Mexican Standoff. La sua scrittura è
veloce e coinvolgente e il registro scelto è appropriato, un
frizzante action che non lesina situazioni comiche. I disegni del
primo numero sono di un bravissimo Luca Genovese, che si è avvalso
per le coreografie di lotta di esperti di arti marziali. Oltre ad
avere un indiscusso talento nel disegno delle figure in movimento
caratterizza, i volti con toni morbidi e aggraziati e non si
dimentica delle scenografie. Quella disegnata da Genovese sono
davvero le strade di Milano, tra corso Buenos Aires e viale Tunisia,
dalle parti di viale Maciachini. Il disegnatore del secondo volume,
Gianluca Maconi, non è da meno. Il suo stile ricorda molto i comics
americani, la sua frammentazione delle tavole profuma di Joe Quesada
(vedasi il ciclo di Daredevil scritto da Kevin Smith). Ci sono pure
delle splash page e tavole asimmetriche, autentiche rarità per il
fumetto di scuola italiana. Anche qui c'è un grande senso
dell'azione, uno studio corretto delle ambientazioni. Tra i due è
davvero una gara di bravura.
Una serie bellissima quindi, ma che paga
colpe “non sue”, quanto dell'editore. Il primo problema è la
distribuzione. Long Wei si trova in edicola, ma non in tutte e non in
gran numero. Questo sarebbe un problema sormontabile se non fosse per
il secondo, ultimo, ma più significativo difetto. La carta. Una
carta che lascia sulla pagina che state leggendo gli aloni della
pagina stampata sull'altro lato del foglio. Si chiude un occhio, si
chiudono anche tutti e due, il fumetto merita e merita tanto. Ma
chiediamo qui all'editoriale Aurea di correre ai ripari, di
provvedere al miglioramento delle stampe. E perché no, anche a
distribuire fieramente più copie di Long Wei. Ci sono tantissime
persone a cui piacerebbe per l'originalità della trama, per la
dovizia di dettagli del disegno e per la simpatia del protagonista.
Per conto nostro, promuoviamo a pieno il titolo e lo aspettiamo con
impazienza ogni mese, in genere intorno al 12.
Non è fantastico
vedere dei film con robottoni? Perché ci hanno sempre negato tale
piacere negli anni? Perché i transformers sì e i mech no? Guillermo
del Toro è un nerdaccio come noi. Ama i robottoni e sognava di
metterli in un film.
Perché i film di
mostri giganti non vanno oltre il porto di Osaka? Solo io avrei
voluto vedere l'ultimo King Kong di Peter Jackson darsele con il
Godzilla di Emmerich sull'isola dei dinosauri? Non sarebbe stato
galattico? Guillermo del Toro è un nerdaccio come noi. Ama i mostri
giganti e sognava di metterli in un film.
Perché la
supergnocca Rinko Kikuchi è per lo più relegata a mega-palle
drammatiche tipo Babel, dove interpreta puntualmente ruoli da
sociopatica psicolabile, quando potrebbe essere la idol definitiva
dei nostri cuori? Guillermo del Toro è un nerdaccio come noi. Ama le
pupattole orientali e sognava di mettere Rinko Kikuchi in un film.
Evangelion va al
cinema grazie a Dynit e Nexo (tutti e 3 i film usciti!...l'ultimo,il
4, chissà quando, ma a settembre tutti e tre gli eva al cinema, due
in un solo giorno, il terzo a parte), ma ve lo immaginate un film con
attori dal vero che tenga testa ai sogni bagnati di chi è nato e
vissuto nel boom dei robottoni di Nagai e Tomino? Guillermo del Toro
è un nerdaccio come noi. Non è ancora arrivato a tanto, ma con
Pacific Rim ha sicuramente dato il suo contributo. E chissamai che
quelle bozze per un film dal vivo di Evangelion che ha in mano la
Weta Design un giorno o l'altro non si concretizzino...
Terra. Pensavamo
che l'invasione sarebbe arrivata dallo spazio e guardavamo al cielo
con i mitragliatori spianati. Ma l'invasione sarebbe partita dal
centro della terra! L'impero dei dinosauri (o qualcosa di
simile) attacca direttamente con un esercito di mostri giganteschi
provenienti da un'altra dimensione, i Kaiju. Questi utilizzano come
porta dimensionale uno sconosciuto meandro degli abissi marini e
sono più potenti e incazzati che mai! Ma chi sono? Da dove vengono?
Ok, questa l'ho
già usata, passiamo oltre. Gli uomini hanno combattuto i mostri
Kanju strenuamente fino a che sono arrivati alla conclusione più
ovvia e logica, come insegna la nota pubblicità dei pennelli
Cinghiale.
Basta aeroplanini,
armi tattiche e strategia classica. Costruiamo dei bei robottoni
giganti per prendere a cazzotti il nemico! Tanto le città saranno
comunque devastate dai mostri, che vuoi che sia se qualche culo
metallico di uno dei nostri dfa ulteriori danni collaterali? Nasce
così, finanziato da tutta l'economia mondiate che per la prima volta
nella storia non pensa a fottere i paesi più poveri, il programma
Jeager. Ma qualcosa non funziona, in prima battuta. Un solo pilota
non basta a muovere un robottone gigante, gli si flippa il cervello.
Ogni robottone per essere operativo si scopre che dovrà essere
guidato da almeno due piloti, in grado di creare tra loro un contatto
neurale. Perché questo? Ve lo spiego con una chiara e logica
canzoncina.
e ora non mi dite
che il concetto non vi è chiaro! Potremmo alambiccarci pensando che
il pilota sia più motivato nel combattere se ha al suo fianco
qualcuno da difendere e il programma interno dello Jeager di
conseguenza agisca da “custode “ di entrambi. Di fatto i piloti
si scambiano di continuo la poltrona di comando, ma deve avvenire la
cosa a livello neurale, se non non si spiega come i piloti facciano a
muoversi perfettamente coordinati e soprattutto... perché lo
facciano. Ma chissene, in fondo tutto è molto misterioso e molto
figo. E con il contatto neurale un pilota può letteralmente entrare
nei sogni e ricordi dell'altro! Mi sa che in Pacific Rim 2 arriverà
quindi Freddy Krueger... Di fatto in passato c'è pure chi ha
comandato da solo un robottone, ma ha decisamente fuso
...si dice che
viva sulla base lunare dopo lo sgarro che gli ha fatto il dr.
Saotome, si sia riassemblato il robottone da solo e stia incazzato
come una biscia. Evitate di incrociare lo sguardo con lui... Scherzi a
parte, anche in Pacific Rim ci sono stati dei piloti singoli. Ma il
loro è per lo più un tragico destino. In due si comanda meglio (ma
solo in un mondo di fantasia) e finalmente gli esseri umani iniziano
a inanellare qualche vittoria sui mostri o Kaiju che dir si voglia.
Gli Jeager e i
Kaiju sono ora famosi come rock star, non c'è bambino al mondo che
non abbia in mano una figure degli Jeager Gipsy Danger o Crimson
Typhoon. Ma la battaglia, dopo un periodo di apparente tregua, si sta
inasprendo e i fondi iniziano a scarseggiare. Gli attacchi sonio più
frequenti che mai e il governo ha deciso di mettere in soffitta il
programma Jeager per finanziare la costruzione di un'immensa
barricata gigante in calcestruzzo (sembra paro paro quello che è
successo negli anni recenti al lungolago di Como...).
Come se questo
non bastasse ora i Kaiju attaccano in gruppo e gli Jeager non
riescono più a tenergli testa. Raleigh Becket (Charlie Hunnam , già
apprezzato in Sons of Anarchy, dove recita guarda caso con Ron Perlman,
attore-feticcio di Guillermo del Toro) e il fratello Yancy (Diego
Klattenhoff, che probabilmente avrete visto in qualche telefilm senza
riconoscere, come è successo a me) escono in missione con Gipsy
Danger. Ma i loro avversari sono più veloci, tenaci e letali di
quanto abbiano mai affrontato prima. Yancy muore. Il fratello si salva
sul miracolo ha ha impressa nella sua mente la memoria del fratello
al momento in cui le luci si spengono. Ne esce traumatizzato, decide
di mollare tutto e dedicarsi come manovalanza alla costruzione del
grande muro. Ma c'è chi ha piani diversi per lui, è Pentecost (il
bravissimo Idris Elba), alto ufficiale del programma Jeager. Sta
radunando tutti i robottoni più grossi e cattivi per un'offensiva
finale prima che il governo tagli del tutto i fondi. È ovviamente
una missione suicida, ma punta alla distruzione del varco
dimensionale e potrebbe mettere la parola fine alla guerra. Pur
riluttante, Raleigh accetta e si unisce alla squadra. Ma riuscirà a
trovare qualcuno in grado di connettersi neuralmente con lui dopo la
dipartita del fratello? La bella Mako Mori (la stupenda Rinko
Kikuchi) potrebbe essere un'ottima scelta, ma per qualche motivo
Pentecost è contrario. Nel frattempo i Kaiju hanno tranquillamente
abbattuto uno degli invincibili muretti in calcestruzzo a difesa del
genere umano e stanno intensificando gli attacchi...
Perfetto. Pacific
Rim è un mondo coerente, completo e determinato con sue logiche e
sue regole. Una struttura narrativa a prova di bomba, merito del
lavoro dello stesso Del Toro e di Travis Beacham. La trama riesce con
grazia a gestire numerosi personaggi e situazioni, gargantuesche
scene di lotta e situazioni di puro ingtrattenimento con un
equilibrio e una sobrietà che davvero mancano da tempo a Hollywood.
Inutile negarlo, gli ultimi tempi sono stati caratterizzati da film,
anche visivamente validi, macchiati da sceneggiature orrende e
rattoppate male, guarda caso ad opera per lo più di blasonati
sceneggiatori usciti dalla scuderia di J.J.Abrahms. Non ci credete?
Guardate chi c'è dietro a Cowboys contro Alieni, a Prometheus, al
secondo Transformers, all'ultimo World War Z. Non è forse il caso
che finalmente qualcuno li sbatta già dalla loro poltroncina di
supposti re Mida e vada in cerca di talenti veri? Pacific Rim è la
risposta. Si può fare ancora un film multimiliardario senza che la
trama abbia dei macroscopici buchi di sceneggiatura. Si può fare un
film senza arrogantemente rimandare a una seconda pellicola delle
risposte fondamentali sulla trama. Alla faccia dei nomi coinvolti
poi, attori di “seconda fila” verrebbe da dire, questi, diretti
bene come del Toro sa fare, dimostrano di essere validissimi attori,
il cui nome in cartellone dopo questa pellicola avrà di certo
maggiore peso. E poi arriviamo al cuore, ai robot contro mostri
giganti che si picchiano radendo al suolo intere città. Del Toro,
come Rodriguez, è un regista capace di tirare fuori il massimo anche
da piccoli budget. Ecco cosa succede quando gli si da in mano una
montagna di soldi. Crea qualcosa di inimmaginabile. Mostri e Robot
sono tutti bellissimi e ultra-dettagliati. Sono solidi, possenti, si
sente che sono alti quanto palazzi mentre si muovono. I mostri
pescano dalla tradizione giapponese e flirtano con i dinosauri
digitali di Hollywood. Sono splendidamente organici, pieni di
imperfezioni sulla pelle, sudano, si dimenano sgraziatamente quando
colpiti, quando abbattuti appaiono come cadaveri complessi, con una
capillare ricostruzione anatomica e organi interni. I robot non sono
da meno e sono frutto di un vero amore verso anime e manga. Tute da
combattimento che si legano al robot attraverso impianti nella
colonna vertebrale, liquido nel quale respirare all'interno dei
caschi alla Evangelion e un po' Abyss di Cameroon), cabine di
comando che simulano i movimenti del pilota in una sorta di realtà
virtuale come in Gunbuster. Non vi basta? Cabine di pilotaggio
posizionate nella testa del mech che per raggiungere il resto del
corpo si muovono in tunnel di nagaiana memoria, mech sovietici che
richiamano agli Zack di Gundam, pugni a razzo, corazze che si aprono
esponendo cannoni, mani che mutano in fucili a particelle come in
Megaman. C'è tutto quello che può far arrapare il fanatico di
animazione robotica e c'è così tanta roba da portarlo all'orgasmo.
Ma non solo. C'è così tanto estro e fascinazione visiva da colpire
chiunque si intrattenga anche solo un minuto a guardare la pellicola.
Non stupisce che dietro agli effetti speciali ci sia la Legacy del
compianto Stan Wilson. Gli Jeager ricordano subito i bellissimi
robot-pugili visti in Real Steel, i Kaiju sono affidati allo stesso
studio che ha reso grandi Alien e Predator. Non si poteva scegliere
gente migliore, gente che prima crea modellini in scala e poi ci
implementa la grafica digitale. Degli artigiani del terzo millennio.
Grande scenario,
splendidi combattimenti, bravi gli attori, superba la musica. Non
manca nemmeno la componente comica ad alleggerire l'atmosfera da
disaster movie. E qui giganteggia Ron Perlman insieme ai bravi
Charlie Day (di C'è sempre il sole a Philadelphia) e Burn Gorman in
quella che è più che una sotto-trama una storia nella storia, che ci
fa rendere bene l'idea di cosa significhi vivere in questo strano
futuro senza poter salire su un mega robottone per difendersi.
Geniale.
C'è una piccola
side-story sulla produzione di questa pellicola. Come Tim Burton
diede il massimo di sé ne “Il mistero di Sleepy Hollow”, per
riprendersi dal grande sconforto seguito alla cancellazione del suo
film di Superman, interpretato da Nicholas Cage, qualcosa di analogo
è capitato qui anche a Guillermo del Toro. Il film che avrebbe
dovuto dirigere in quasi cinque anni di silenzio era di fatto un
altro, un adattamento di un romanzo di H.P.Lovecraft, Le montagne
della follia. Ambientato negli anni '30, parla di un gruppo di
esploratori che in Antartide scopre una grotta misteriosa, al cui
interno si celano delle creature congelate. Un'ulteriore esplorazione
rivela nei pressi la presenza di un'intera città aliena e i nostri
esploratori non possono che addentrarsi sempre di più in una realtà
sconvolgente. Le montagne della follia sono una delle più importanti
opere seminali di sempre per il genere horror. È sulla suggestione
di tale racconto che è stato tratto il plot de La cosa, è sempre
dalle stesse pagine che Nagai ha preso ispirazione per l'incipit di
Devilman, ma gli esempi sono molteplici. Inutile sottolineare come
tale libro si adattasse perfettamente al dna di Del Toro, che rilegge
di fatto da sempre Lovecraft, portando sue suggestioni al cinema.
L'impronta dell'autore di Providence è sempre presente nelle
ossessioni-suggestioni di del Toro, nel suo scavare tra i meandri
della terra alla scoperta di creature orribili che vivono al buio
(Blade 2, Mimic), nella rappresentazione di mostri ancestrali e
tentacolari che non possono che ricordare Chtulhu (Hellboy 1, 2) o
anche solo nella ricerca dei “passaggi”, delle chiavi per mondi
paralleli al nostro (Il labirinto del Fauno, La spina del Diavolo).
Purtroppo i lavori di del Toro hanno avuto i bastoni tra le gambe da
subito. Lo scotto produttivo de "La cosa" deve bruciare ancora a
Hollywood e una storia tra i ghiacci senza ironia e per un solo cast
di uomini è vista ancora come qualcosa di innominabile. Prima i
producer volevano che la sceneggiatura fosse rimaneggiata per
introdurre un personaggio femminile, poi che fosse riscritta nel
futuro per non ambientarla negli anni '30, poi che i mostri
comparissero di più, magari in 3d. Un tira e molla durato anni a
monte anche di un investimento produttivo che da subito appariva
sostanzioso, un muro di soldi che non permetteva a del Toro di
affrontare la produzione da solo. Stremato, economicamente a terra
per i molti progetti che aveva accantonato per scalare le folli
montagne, del Toro, come Burton all'epoca, tira fuori le palle e si
crea lo sconfinato mondo di Pacific Rim, senza contare le mille
collaborazioni che intraprende e i progetti collaterali: scrive The
Strain, partecipa come consulente a Megamind e Le 5 leggende, è
attivo su The Hobbit. Perché anche Pacific Rim parla di creature
Lovecraftiane che vengono dagli abissi della nostra dimensione.
Perché anche The Strain parla di creature che agiscono nel buio e
muovono le pedine dell'umanità. Del Toro non ha abbandonato H.P.
Lovecraft, probabilmente le Montagne della follia si scaleranno, ma
dovremo attendere che del Toro diventi grande e potente come
Spielberg o almeno come Peter Jackson. Qualcosa mi dice comunque che
non manca molto.
Se dovete
scegliere un film in cartellone in questo torrido periodo estivo, non
fatevi troppe domande e imboccate la sala di Pacific Rim. Se avrà il
successo che merita, del Toro potrebbe già regalarci una parte due,
già scritta e pronta alla pre-produzione. E i nerd di tutto il mondo
esultano.
Tratto dal romanzo
di Orson Scott Card, che pare avere un grosso seguito tra i cultori
di fantascienza, Ender's Game è la storia di come l'umanità decida
scientemente di mettere in mano a un ragazzino (pur genio) le sorti
di una guerra intergalattica contro una razza aliena facendogli
gestire in prima persona tutte le truppe terrestri, comprensive di
maxi astronavi e ultra cannoni, allo stesso modo con cui si farebbe un
videogioco strategico alla Starcraft. Certo il ragazzino che avrà
questo massimo ruolo di comando, il “Mazer”, viene scelto dopo
ricerche sul campo di individui idonei cui seguono simulazioni
infinite e scontri con altri ragazzini che avvengono all'interno di
una accademia gestita dal comandante Graff (interpretato dal sempre
più bolso Harrison Ford). C'è in città un ragazzino molto
promettente, Ender Wiggin (interpretato da Asa Butterfield). Gli
riesce bene il giochino alla Starcraft, potrebbe essere l'ideale
tostatore di chiappe aliene. È tempo di sottrarlo dalla scuola e
metterlo in una scuola di guerra. Neanche il tempo di fargli scoprire
la sessualità. Bastardi. Saprà essere il meglio del meglio del
meglio in tattica, combattimento e occhioni adorabili per avere la
meglio sugli altri, tutti bellissimi e tenerissimi, bimbetti
candidati e diventare il nuovo Mazer?
Mai giudicare un
libro dalla copertina. Quella che detta così parrebbe una atroce
stronzata parrebbe una della più interessanti storie
fantascientifiche dal 1985, anno della sua uscita, ad oggi. Una
storia che Hollywood insegue da anni e che solo ora, grazie alla
partecipazione attiva del suo scittore Orson Scott Card, che lo
dirige personalmente e ne cura pure l'adattamento su grande schermo,
a tizi come Orci e Kurtzman a produrre, alla Digital Domanin a fare
gli effetti di millemila astronavine e alla Summit Entertainment a
etichettare tutto pare concretizzarsi.
Ma sarà pure un
bel film? Il trailer pare bello massiccio, ma almeno a me non fa
venire voglia di correre al cinema. C'è una forte sensazione di già
visto (e meglio) altrove. Da profano assoluto urge in ogni caso che
analizzi almeno esteriormente quello che significa Ender's Game per
un appassionato, pertanto ho girato un po' tra siti, partendo dalla
wiki. E ne sono uscito sconvolto! Da subito mi imbatto nella sala
trofei. Nel 1986 Ender's Game come miglior romanzo si aggiudica un
Hugo e un Nebula, roba di non poco conto. Scavo di più e leggo che
viene adottato come libro di testo per scuole secondarie, in molti
paesi (Stati Uniti, Canada, Australia) per il modo in cui tratta del
cammino di crescita del protagonista ed è pure utilizzato nei corsi
di psicologia di molte università e nel corso di psicologia della
leadership all'università dei Marines di Quantico (Virginia)!!!
Esticazzi!!! Dai brandelli di trama pare che la vita di Ender sia un
dannato inferno in cui passa da emarginazione a odio a ribellione a
consapevolezza di essere solo un'arma, programmata per essere
anaffettiva, in mano agli adulti. Scenari che rimandano alle paranoie
sulla crescita tipiche di molte opera giappe, Evangelion in primis.
Ed ecco che la prospettiva mi cambia. Ora devo leggere quel dannato
libro e i suoi seguiti. Sì, se tutto va bene ci saranno almeno altre
3 pellicole. Il libro in italiano si chiama semplicemente “Il gioco
di Ender”, è scritto appunto da Orson Scott Card, casa editrice
Nord, si trova sui dieci euro, la copertina fa un po' cagare (ma ora
vedrai che magicamente ne metteranno una nuova che richiama il film
di futura uscita). Ho decisamente trovato qualcosa da leggere questa
estate. Vi farà sapere.
Con grande orgoglio annunciamo di aver vinto il premio Blog 100% affidabile, consegnatoci direttamente dalla mitica An Lullaby, straordinaria scrittrice e proprietaria di"Fotogrammi di zucchero", blog davvero interessante, che crea un connubio tra cinema e cibo. Lo consigliamo vivamente a tutti i nostri lettori e a chiunque passi per questa pagina anche solo per puro caso. Detto questo passeremmo all'indicazione dei 5 blog che sono in possesso dei requisiti indicati dal sito http://www.gliaffidabili.it/a/altro/il-premio-il-blog-affidabile, ovvero :
1.Il blog è aggiornato regolarmente;
2.Mostra la passione autentica dei blogger per l’argomento di cui scrivono;
3.Favorisce la condivisione e la partecipazione attiva dei lettori;
4.Offre contenuti e informazioni utili ed originali;
5.Non è infarcito di troppa pubblicità.
Dichiaro che i blog da noi scelti rispettano le 5 regole del Premio “Il Blog Affidabile” disponibili a questa pagina http://www.gliaffidabili.it/a/altro/il-premio-il-blog-affidabile. Sono pertanto una risorsa utile per gli utenti della Rete e meritevoli di essere riconosciuti da un pubblico più ampio come gli artigiani, le aziende e i professionisti iscritti su http://www.gliaffidabili.it/
Marvel Zombies
4. Figli della Mezzanotte. (contenuto nell'omonimo volume 100% Marvel). Squadra che vince non si cambia. Tornano tutti gli artisti
coinvolti in Marvel Zombies 3 e continuano le storie legate al nucleo
di controllo multi-dimensionale conosciuto come A.R.M.O.R. (che sta
per: Alternate, Reality, Monitoring, Operational, Response). Scende di
nuovo in campo il carismatico Dr. Morbius, questa volta operativo in
prima persona come leader dei ri-fondati “Figli di Mezzanotte”,
gruppo di eroi ispirato ai classici mostri cinematografici, tra le
cui fila troviamo Licantropus, la strega Jennifer Kale, il figlio del
demonio Hellstrom. Il gruppo darà la caccia a Head-Pool, ultimo
superzombie rimasto nell'universo 616, ma non saranno i soli. Anche
il sedicente zar del crimine conosciuto come The Hood, alla guida di
un nutrito gruppo di supercriminali, cerca la testa non morta del
mutante, spera di poterla utilizzare come arma.
Non manca la
partecipazione di Simon Garth, conosciuto anche come “lo Zombie”,
una capatina dell'Uomo Cosa e la visitina di qualche potente entità
demoniaca. Questo arco narrativo è un autentico atto d'amore per i
personaggi minori a tematica horror della Marvel. Non mancano i top
guy come Deadpool, nella sua versione Head-pool, o The Hood (che
all'epoca era sull'onda, ora si può tranquillamente dire tra i
dispersi o seconde file), ma gli altri vi sfido davvero a riconoscerli
senza fare uso di wikipedia (magari Morbius se leggete Spiderman lo
conoscente però, si è fatto “vivo” anche di recente). Con tutta
questa voglia di citare e allegare personaggi forse si perde però di
vista il tema zombesco, che viene relegato davvero a poche pagine, ma
non manca azione concitata, tanto sangue disegnato e qualche
battutaccia qua e là. Bello ma inferiore al capitolo 3 nella
sceneggiatura e nelle atmosfere, i disegni e colori rimangono di
fatto notevolissimi. Anche qui solo 4 capitoli. E manca Machine Man,
un vero peccato. Viva Machine Man!
Marvel Zombies:
Evil Evolution. (inedito) Novembre 2009.
Cosa succederebbe se i Marvel zombies penetrassero sul pianeta delle Marvel scimmie (una
specie di pianeta delle scimmie Marvel)? Non lo so, il volume è
misteriosamente inedito in Italia. Potrebbe essere interessante? Le Marvel scimmie, di cui la prima run è stata pubblicata in un volume
Panini For Fans Only sono un progetto curioso ma che andrebbe
sviluppato con logica e buon senso. Diciamo che le premesse sono
simpatiche, ma se quello che ho visto finora “è tutto” la serie ha
dei grossi limiti. Lo recupererò in inglese? Panini c ripensa e lo
stampa? Ne sentiremo la mancanza? Boh... e con questo sì che mi
dimostro un recensore con le palle...
Marvel Zombies
il Ritorno (contenuto nell'omonimo volume 100% Marvel). Dopo aver
trattato le piccole-grandi epopee di personaggi minori, Van Lente
decide di continuare la storia dei Marvel Zombies da dove si
interrompeva con il vol.2. Ci sono grossi piani per porre per sempre
la parola fine all'invasione zombie. Ci sono entità potentissime
che per una volta non staranno a solo a guardare. In un crescendo
drammatico tutto avrà una conclusione. È tempo che un personaggio
(amatissimo) smetta i panni del supercriminale e reindossi la casacca
da vendicatore che da sempre si merita. Spoiler non ammessi. Tornano
in scena i personaggi di punta in un ciclo di 5 capitoli, editi dal
novembre 2009, che si impongono di fare il punto sulla storyline
principale. Ma non è Van Lente il solo autore. Ai testi c'è anche
Seth Grahame Smith, autore di romanzi horror moderni come Orgoglio e
Pregiudizio Zombie e Abraham Lincoln Vampire Hunter (se solo per il
film avessero preso per interpretare Lincoln Liam Neeson staremmo
tutti a gridare al miracolo). Ci sono anche Jonathan Maberry (i suoi
libri sugli zombie sono pubblicati in Italia da Delos Books, di
recente, fine marzo è uscito “la notte degli zombie”) e David
Wellington (tra cui l'ottimo Zombie Island edito da Mondadori).
Giusto
per confermare che non di sole frattaglie disegnate si tratta, questi
autori mettono insieme una storia chiara, lineare, che pesca
direttamente nel passato e nel recente della storia dei fumetti Marvel e arriva a un finale strano ma perfettamente logico.
Rimangono delle domande insolute, rimane LA domanda principale. Ma
questa saga non è necessariamente la fine delle avventure dei
superzombie, ci sarà tempo per riparlarne. Anche per i disegni
siamo, di nuovo, al top. Vuoi per le sempre straordinarie copertine
di Suydan, vuoi per gli artisti grafici impiegati, uno diverso per
ogni capitolo. Straordinario Dragotta nel cap.1, che reinterpreta lo
stile grafico (con un tocco di modernità) più classico dei fumetti
dell'uomo ragno, con omaggi a Ditko, Romita, McFarlane e tanti altri.
Molto bravo, vivido e ricco di dettagli, Mutti sul numero 2,
disturbante e aggressivo Alexander nel capitolo 3, un po' troppo
misurato e pulito (che non fosse per una storia sugli zombie non
sarebbe manco un male) Elson sul numero 4, folgorante e grintoso
Alves sul quinto. Davvero un numero imperdibile, dotato di una
qualità poi assai rara nel fumetto americano: niente lungaggini. Gli
eventi qui narrati potevano benissimo essere ampliati a dismisura,
farci una serie di 30 uscite, ma si sceglie invece una solida
sintesi, la giusta scansione di una storia che rimarrà impressa nel
tempo.
Marvel Zombies
5. La bella, il pennuto, il robot. (contenuto nell'omonimo volume
100% Marvel). Quando il successo non cala, non si può dare il colpo
di grazia a una serie. Occorre rilanciare e farlo al meglio. Ecco
quindi che il sempre bravo Van Lente viene richiamato al lavoro e
tornano in scena gli eroi di “seconda fila” tanto amati dai fan. È
giugno 2010 ed è passato un po' dall'ultimo numero di Marvel Zombies
il ritorno, datato novembre 2009. Ritorna in grande stile la
A.R.M.O.R. e la sua opera di disinfestazione zombie nei multiversi.
Acclamato dalla folla, torna protagonista Machine Man, questa volta
affiancato da uno dei personaggi più richiesti (che presto godrà di
un bel volume Omnibus by Panini), ossia Howard il Papero! Quante
volte abbiamo chiesto a gran voce di leggere le sue avventure! Come
dite? Non le ha chieste nessuno? Solo a me era piaciuto il film del
1986? Howard il papero! Nessuno è entusiasta della cosa? Platea
difficile oggi...
Eccoci quindi a
“spasso nel tempo”, partendo da un universo western, dove al
gruppo si unirà la figlia del pistolero Quicksilver, un salto per
trovare Killraven e il suo team, passare al mondo medievaleggiante
dell'isola di Wight e chiudere in un universo 2099. L'argomento
principe di questo arco narrativo è nientemeno che “i fumetti Marvel del presente e passato”, soprattutto quelli scomparsi. Si
pesca appunto dalla poco prolifica produzione di Killraven passando
ai mai troppo compianti 2099, omaggiando mondi narrativi così come
il peculiare stile a fumetti che li contraddistingueva. Classico e
dettagliato, con forme rifinite Killraven, spigoloso e dalla
colorazione essenziale, anche per il tipo di carta usato, lo stile di
2099, giusto per citare gli “antipodi”. A chiudere questa
celebrazione del fumetto non poteva mancare la celebrazione del fan
del fumetto, il Marvel Zombie per eccellenza, cui viene dedicato il
capitolo 5 del volume. Bisogna stare attenti a polveri e muffe nella
conservazione dei fumetti... La copertina che preferisco (ogni numero
ha una copertina di un autore diverso) è quella di Mike Del Mundo per
il numero 5. Questo arco narrativo è mutante per sua natura, storia
e ritmo vengono influenzate dal relativo contesto narrativo ma a
rendere unica l'amalgama è la incondizionata simpatia che si prova
nei confronti dei personaggi principali, una compagine decisamente
“unica” nel suo genere. La lettura è stra-consigliata ,
soprattutto ai nostalgici. Il tono dell'opera è però giocoforza
inferiore al volume precedente, attestandosi in media sullo stesso
livello del vol.4.
Ne abbiamo già
parlato su questi lidi ed è per me un vero piacere fare questo
aggiornamento su uno dei titoli più interessanti che sto aspettando.
La NIS, che a quanto pare deve aver aperto una divisione europea dopo
le mille bestemmie che le saranno sicuramente arrivate, ha
ufficializzato, il gioco esce in autunno mentre in America sarà
disponibile da inizio agosto. Intanto Famitsu si è già espressa con
un 35/40 (dove quaranta è il voto massimo) e noi non possiamo che
esserne contenti. Vanillaware ha dedicato tantissimo tempo a questo
picchiaduro a scorrimento in 2d “old fashon”con meccaniche gdr.
Anni che sono serviti a curare nel dettaglio scenari da favola e
animazioni così vivide che sembra di assistere a un libro illustrato
che prende vita, con pennellate perfette e precise a dipingere
fotogramma per fotogramma.
Un lavoro quasi solitario, nelle mani di
uno studio talentuoso ma piccolo, guidato dal grande George Kamitani
(di cui da giugno su psn e xbla possiamo apprezzare Tower of Doom
nella compilation a 14.99 Chronicles of Mystaria di Capcom), che ha
avuto pure la sfiga di problemi economici. La qualità della grafica
emerge dai filmati, ma ora che c'è pure la valutazione di Famitsu
possiamo fugare ogni dubbio anche sulla solidità e durata del
gameplay. Dubbi che non avevano comunque i fan duri e puri di
Vanillaware, quelli che la seguono da sempre nei suoi pur centellinati
titoli: da Princess Crown su Saturno a Odin Sphere su ps2, fino a
Muramasa su wii. Un buon
biglietto da visita per chi vuole provare a cimentarsi con un tipo di
gioco che oggi, semplicemente, non esiste più. Speriamo che
venda un botto. Io farò la mia parte.Speriamo che anche da noi sia
disponibile l'art book. In ogni capo la ps3 europea è compatibile con
l'americana..
Storia: Alessandro
Bilotta; Disegni: Pietro Vitrano
Si chiama Nobody,
perché non ha nome né genitori. È stato trovato su una spiaggia e
pertanto è solo figlio del mare. Ha fatto parte della gloriosa flotta
di sir Harry Burrard-Neale. Sua moglie, Molly, è stata rapita dal
pirata Ahriman, e Nobody è intenzionato a riportarla a casa,
ovunque ora si trovi. Perché è difficile seguire un pirata senza
una nave e imbarcandosi come marinaio si hanno notizie sempre di
seconda mano, vecchie di mesi. Ma il mare è dalla parte di Nobody.
Quando esce con la sua piccola barca gli compare una dama in nero che
gioca a dadi con lui oppure i morti riemergono dalle acque per dargli
indizi su dove sia la prossima meta di Ahriman. Nessuno crede a
Nobody. Nobody che vive su una barca perché odia la terraferma.
Nobody il pazzo, buono solo per essere malmenato dagli avventori più
collerici di una bettola nelle prossimità del porto. Ma giunge uno
straniero al porto, proprio quando Nobody ha appena conosciuto la
prossima meta di Ahriman da un morto: Patusan, in Malesia, nel mare
cinese. Lo straniero cerca marinai e si dà il caso che vada più o
meno verso la Malesia. Nobody diventa quindi parte dell'equipaggio. Ma
sarà un lungo viaggio. Nobody avrà a che fare con infauste
profezie, mostri marini dalla carnagione albina, sirene. Sarà
ospitato in pesci metallici, troverà riposo su una spiaggia dove
vivrà con una donna selvaggia, sarà prigioniero delle Tigri di
Mompracem e infine riprenderà il largo in una continua, infinita,
ricerca dell'amore perduto.
Nuovo vulume della
collana antologica della Bonelli. Si può dire che lo stesso volume
10 faccia antologia “a sè”, cogliendo a piene mani dai topoi più
noti del romanzo d'avventura ad ambientazione marittima. C'è
l'Odissea, l'Ulisse di Joyce, Moby Dick, 20.000 leghe sotto i mari,
un capitano di 15 anni, Sandokan e molti altri riferimenti devo
averli persi. Opere che vengono fuse e mixate in un'unica surreale
storia sull'ineluttabilità del destino, sull'impossibilità
dell'uomo di tracciare una propria rotta nel mare della sua vita
senza essere sospinto a destra e manca. Nobody è l'emblema del
Titanismo, della forza di volontà che si frappone all'ineluttabilità
del fato (avete presente il comandante Mifune in Matrix Revolution
che combatte contro milioni di sentinelle con i caricatori semi
vuoti? Avete presente il pellerossa Billy che in Predator affronta
l'alieno armato solo di coltello? L'ultima puntata di Rocky Joe,
quando il nostro combatte in ghost-mode?Fantozzi che vince a biliardo
per poi rapire la madre del duca conte all'inno di “prendo la
vecchia!”? Sì, ci sono anche esempi più noti, ma per ora ho in
mente solo questi....). Non sorprende che dietro a questa storia,
dimostrazione anche di grande dimestichezza nel saper citare con
classe, ci sia lo scrittore che per ora ha su questa collana proposto
la storia più bella, “Il lato oscuro della Luna”, Alessandro
Bilotta. Anche qui la narrazione è perfetta e calibrata sulla giusta
metratura delle pagine. Non si avverte, come ormai endemico nella
collana “Le storie”, la sensazione che qualcosa sia stato
tagliato o poco sviluppato. Qui tutto è perfetto e gira a dovere.
Questa è l'ennesima prova di un talento raro nel nostro panorama
fumettistico. Ai disegni, ricchissimi di dettagli e splendidamente
evocativi di un periodo di nuvole parlanti volutamente vintage
abbiamo Pietro Vitrano, un nome legato a piccole case editrici (dove
ha fatto una bella gavetta, tra Draco e Gothica) e che vorremmo
sentire più spesso in Bonelli, dove potrebbe disegnare praticamente
tutto quello che vuole (io gli auguro un Texone, con tutta la
stima). Molto bravo nella caratterizzazione dei personaggi, eccelso
nella scansione in tavole del racconto, fenomenale sugli sfondi: un
autentico spettacolo visivo. Nobody, a meno che non detestiate
l'ambientazione marittima, rappresenta una delle più sfolgoranti
gemme della collana. Farselo sfuggire sarebbe un peccato.