lunedì 12 agosto 2013

Long Wei



Long Wei è un esperto di arti marziali e lavora nel mondo del cinema. Purtroppo è solo una comparsa, destinata ad essere tritato dall'eroe del film un ciak dopo l'altro. Ma gli studios di Pechino sono in crisi e nel giro di poco tempo è costretto a lavorare come guardia di uno stabilimento che produce materiali elettronici. Depressione massima. Non se la passano meglio i suoi parenti in Italia, a Milano. 

Lo zio Tony, proprietario di un ristorante, ha dei guai con la mafia cinese importata all'ombra della Madonnina, le cosiddette “Tigri immortali del bosco dei salici”. Il ristorante nonostante gli sforzi dei figli, Chen e Maria, è sempre semi deserto, anche perché tra i pochi clienti abituali figura il misterioso e un po' inquietante Vincenzo Palma. Gli incassi scarseggiano e spingono lo zio a frequentare una bisca clandestina nella quale viene incastrato nel più classico dei modi: prima vince due noccioline, poi perde, poi perde, poi viene spennato e in fine esce indebitato. Per dargli una mano dalla Cina con furore viene mandato Long Wei, che per motivi a noi misteriosi già parla italiano fluente. Il nostro in un attimo scopre che la bisca è truccata e a colpi di kung fu fa piazza pulita dei criminali, che ovviamente gli giurano vendetta. Ma la folla di immigrati esulta. C'è un nuovo sceriffo in città, nonché un valido aiuto in cucina. Ma il nome è difficile da pronunciare per gli italiani, dovrebbe farsi chiamare Ambrogio.
Il gruppo editoriale Aurea se ne esce con un'opera fresca, inaspettata e godibilissima. Produce Recchioni, uno degli sceneggiatori di punta di Dylan Dog e presto in edicola con lo sci-fi Gli Orfani. La storia è dell'ottimo Cajelli, che abbiamo di recente apprezzato nella collana “Le storie” per il sorprendente Mexican Standoff. La sua scrittura è veloce e coinvolgente e il registro scelto è appropriato, un frizzante action che non lesina situazioni comiche. I disegni del primo numero sono di un bravissimo Luca Genovese, che si è avvalso per le coreografie di lotta di esperti di arti marziali. Oltre ad avere un indiscusso talento nel disegno delle figure in movimento caratterizza, i volti con toni morbidi e aggraziati e non si dimentica delle scenografie. Quella disegnata da Genovese sono davvero le strade di Milano, tra corso Buenos Aires e viale Tunisia, dalle parti di viale Maciachini. Il disegnatore del secondo volume, Gianluca Maconi, non è da meno. Il suo stile ricorda molto i comics americani, la sua frammentazione delle tavole profuma di Joe Quesada (vedasi il ciclo di Daredevil scritto da Kevin Smith). Ci sono pure delle splash page e tavole asimmetriche, autentiche rarità per il fumetto di scuola italiana. Anche qui c'è un grande senso dell'azione, uno studio corretto delle ambientazioni. Tra i due è davvero una gara di bravura. 
Una serie bellissima quindi, ma che paga colpe “non sue”, quanto dell'editore. Il primo problema è la distribuzione. Long Wei si trova in edicola, ma non in tutte e non in gran numero. Questo sarebbe un problema sormontabile se non fosse per il secondo, ultimo, ma più significativo difetto. La carta. Una carta che lascia sulla pagina che state leggendo gli aloni della pagina stampata sull'altro lato del foglio. Si chiude un occhio, si chiudono anche tutti e due, il fumetto merita e merita tanto. Ma chiediamo qui all'editoriale Aurea di correre ai ripari, di provvedere al miglioramento delle stampe. E perché no, anche a distribuire fieramente più copie di Long Wei. Ci sono tantissime persone a cui piacerebbe per l'originalità della trama, per la dovizia di dettagli del disegno e per la simpatia del protagonista. Per conto nostro, promuoviamo a pieno il titolo e lo aspettiamo con impazienza ogni mese, in genere intorno al 12. 

Talk0

sabato 10 agosto 2013

Pacific Rim



Non è fantastico vedere dei film con robottoni? Perché ci hanno sempre negato tale piacere negli anni? Perché i transformers sì e i mech no? Guillermo del Toro è un nerdaccio come noi. Ama i robottoni e sognava di metterli in un film.


Perché i film di mostri giganti non vanno oltre il porto di Osaka? Solo io avrei voluto vedere l'ultimo King Kong di Peter Jackson darsele con il Godzilla di Emmerich sull'isola dei dinosauri? Non sarebbe stato galattico? Guillermo del Toro è un nerdaccio come noi. Ama i mostri giganti e sognava di metterli in un film.

Perché la supergnocca Rinko Kikuchi è per lo più relegata a mega-palle drammatiche tipo Babel, dove interpreta puntualmente ruoli da sociopatica psicolabile, quando potrebbe essere la idol definitiva dei nostri cuori? Guillermo del Toro è un nerdaccio come noi. Ama le pupattole orientali e sognava di mettere Rinko Kikuchi in un film.


Evangelion va al cinema grazie a Dynit e Nexo (tutti e 3 i film usciti!...l'ultimo,il 4, chissà quando, ma a settembre tutti e tre gli eva al cinema, due in un solo giorno, il terzo a parte), ma ve lo immaginate un film con attori dal vero che tenga testa ai sogni bagnati di chi è nato e vissuto nel boom dei robottoni di Nagai e Tomino? Guillermo del Toro è un nerdaccio come noi. Non è ancora arrivato a tanto, ma con Pacific Rim ha sicuramente dato il suo contributo. E chissamai che quelle bozze per un film dal vivo di Evangelion che ha in mano la Weta Design un giorno o l'altro non si concretizzino...

Terra. Pensavamo che l'invasione sarebbe arrivata dallo spazio e guardavamo al cielo con i mitragliatori spianati. Ma l'invasione sarebbe partita dal centro della terra! L'impero dei dinosauri (o qualcosa di simile) attacca direttamente con un esercito di mostri giganteschi provenienti da un'altra dimensione, i Kaiju. Questi utilizzano come porta dimensionale uno sconosciuto meandro degli abissi marini e sono più potenti e incazzati che mai! Ma chi sono? Da dove vengono?


Ok, questa l'ho già usata, passiamo oltre. Gli uomini hanno combattuto i mostri Kanju strenuamente fino a che sono arrivati alla conclusione più ovvia e logica, come insegna la nota pubblicità dei pennelli Cinghiale.


Basta aeroplanini, armi tattiche e strategia classica. Costruiamo dei bei robottoni giganti per prendere a cazzotti il nemico! Tanto le città saranno comunque devastate dai mostri, che vuoi che sia se qualche culo metallico di uno dei nostri dfa ulteriori danni collaterali? Nasce così, finanziato da tutta l'economia mondiate che per la prima volta nella storia non pensa a fottere i paesi più poveri, il programma Jeager. Ma qualcosa non funziona, in prima battuta. Un solo pilota non basta a muovere un robottone gigante, gli si flippa il cervello. Ogni robottone per essere operativo si scopre che dovrà essere guidato da almeno due piloti, in grado di creare tra loro un contatto neurale. Perché questo? Ve lo spiego con una chiara e logica canzoncina.


e ora non mi dite che il concetto non vi è chiaro! Potremmo alambiccarci pensando che il pilota sia più motivato nel combattere se ha al suo fianco qualcuno da difendere e il programma interno dello Jeager di conseguenza agisca da “custode “ di entrambi. Di fatto i piloti si scambiano di continuo la poltrona di comando, ma deve avvenire la cosa a livello neurale, se non non si spiega come i piloti facciano a muoversi perfettamente coordinati e soprattutto... perché lo facciano. Ma chissene, in fondo tutto è molto misterioso e molto figo. E con il contatto neurale un pilota può letteralmente entrare nei sogni e ricordi dell'altro! Mi sa che in Pacific Rim 2 arriverà quindi Freddy Krueger... Di fatto in passato c'è pure chi ha comandato da solo un robottone, ma ha decisamente fuso


...si dice che viva sulla base lunare dopo lo sgarro che gli ha fatto il dr. Saotome, si sia riassemblato il robottone da solo e stia incazzato come una biscia. Evitate di incrociare lo sguardo con lui... Scherzi a parte, anche in Pacific Rim ci sono stati dei piloti singoli. Ma il loro è per lo più un tragico destino. In due si comanda meglio (ma solo in un mondo di fantasia) e finalmente gli esseri umani iniziano a inanellare qualche vittoria sui mostri o Kaiju che dir si voglia.
Gli Jeager e i Kaiju sono ora famosi come rock star, non c'è bambino al mondo che non abbia in mano una figure degli Jeager Gipsy Danger o Crimson Typhoon. Ma la battaglia, dopo un periodo di apparente tregua, si sta inasprendo e i fondi iniziano a scarseggiare. Gli attacchi sonio più frequenti che mai e il governo ha deciso di mettere in soffitta il programma Jeager per finanziare la costruzione di un'immensa barricata gigante in calcestruzzo (sembra paro paro quello che è successo negli anni recenti al lungolago di Como...). 

Come se questo non bastasse ora i Kaiju attaccano in gruppo e gli Jeager non riescono più a tenergli testa. Raleigh Becket (Charlie Hunnam , già apprezzato in Sons of Anarchy, dove recita guarda caso con Ron Perlman, attore-feticcio di Guillermo del Toro) e il fratello Yancy (Diego Klattenhoff, che probabilmente avrete visto in qualche telefilm senza riconoscere, come è successo a me) escono in missione con Gipsy Danger. Ma i loro avversari sono più veloci, tenaci e letali di quanto abbiano mai affrontato prima. Yancy muore. Il fratello si salva sul miracolo ha ha impressa nella sua mente la memoria del fratello al momento in cui le luci si spengono. Ne esce traumatizzato, decide di mollare tutto e dedicarsi come manovalanza alla costruzione del grande muro. Ma c'è chi ha piani diversi per lui, è Pentecost (il bravissimo Idris Elba), alto ufficiale del programma Jeager. Sta radunando tutti i robottoni più grossi e cattivi per un'offensiva finale prima che il governo tagli del tutto i fondi. È ovviamente una missione suicida, ma punta alla distruzione del varco dimensionale e potrebbe mettere la parola fine alla guerra. Pur riluttante, Raleigh accetta e si unisce alla squadra. Ma riuscirà a trovare qualcuno in grado di connettersi neuralmente con lui dopo la dipartita del fratello? La bella Mako Mori (la stupenda Rinko Kikuchi) potrebbe essere un'ottima scelta, ma per qualche motivo Pentecost è contrario. Nel frattempo i Kaiju hanno tranquillamente abbattuto uno degli invincibili muretti in calcestruzzo a difesa del genere umano e stanno intensificando gli attacchi...


Perfetto. Pacific Rim è un mondo coerente, completo e determinato con sue logiche e sue regole. Una struttura narrativa a prova di bomba, merito del lavoro dello stesso Del Toro e di Travis Beacham. La trama riesce con grazia a gestire numerosi personaggi e situazioni, gargantuesche scene di lotta e situazioni di puro ingtrattenimento con un equilibrio e una sobrietà che davvero mancano da tempo a Hollywood. Inutile negarlo, gli ultimi tempi sono stati caratterizzati da film, anche visivamente validi, macchiati da sceneggiature orrende e rattoppate male, guarda caso ad opera per lo più di blasonati sceneggiatori usciti dalla scuderia di J.J.Abrahms. Non ci credete? Guardate chi c'è dietro a Cowboys contro Alieni, a Prometheus, al secondo Transformers, all'ultimo World War Z. Non è forse il caso che finalmente qualcuno li sbatta già dalla loro poltroncina di supposti re Mida e vada in cerca di talenti veri? Pacific Rim è la risposta. Si può fare ancora un film multimiliardario senza che la trama abbia dei macroscopici buchi di sceneggiatura. Si può fare un film senza arrogantemente rimandare a una seconda pellicola delle risposte fondamentali sulla trama. Alla faccia dei nomi coinvolti poi, attori di “seconda fila” verrebbe da dire, questi, diretti bene come del Toro sa fare, dimostrano di essere validissimi attori, il cui nome in cartellone dopo questa pellicola avrà di certo maggiore peso. E poi arriviamo al cuore, ai robot contro mostri giganti che si picchiano radendo al suolo intere città. Del Toro, come Rodriguez, è un regista capace di tirare fuori il massimo anche da piccoli budget. Ecco cosa succede quando gli si da in mano una montagna di soldi. Crea qualcosa di inimmaginabile. Mostri e Robot sono tutti bellissimi e ultra-dettagliati. Sono solidi, possenti, si sente che sono alti quanto palazzi mentre si muovono. I mostri pescano dalla tradizione giapponese e flirtano con i dinosauri digitali di Hollywood. Sono splendidamente organici, pieni di imperfezioni sulla pelle, sudano, si dimenano sgraziatamente quando colpiti, quando abbattuti appaiono come cadaveri complessi, con una capillare ricostruzione anatomica e organi interni. I robot non sono da meno e sono frutto di un vero amore verso anime e manga. Tute da combattimento che si legano al robot attraverso impianti nella colonna vertebrale, liquido nel quale respirare all'interno dei caschi alla Evangelion  e un po' Abyss di Cameroon), cabine di comando che simulano i movimenti del pilota in una sorta di realtà virtuale come in Gunbuster. Non vi basta? Cabine di pilotaggio posizionate nella testa del mech che per raggiungere il resto del corpo si muovono in tunnel di nagaiana memoria, mech sovietici che richiamano agli Zack di Gundam, pugni a razzo, corazze che si aprono esponendo cannoni, mani che mutano in fucili a particelle come in Megaman. C'è tutto quello che può far arrapare il fanatico di animazione robotica e c'è così tanta roba da portarlo all'orgasmo. Ma non solo. C'è così tanto estro e fascinazione visiva da colpire chiunque si intrattenga anche solo un minuto a guardare la pellicola. Non stupisce che dietro agli effetti speciali ci sia la Legacy del compianto Stan Wilson. Gli Jeager ricordano subito i bellissimi robot-pugili visti in Real Steel, i Kaiju sono affidati allo stesso studio che ha reso grandi Alien e Predator. Non si poteva scegliere gente migliore, gente che prima crea modellini in scala e poi ci implementa la grafica digitale. Degli artigiani del terzo millennio.
Grande scenario, splendidi combattimenti, bravi gli attori, superba la musica. Non manca nemmeno la componente comica ad alleggerire l'atmosfera da disaster movie. E qui giganteggia Ron Perlman insieme ai bravi Charlie Day (di C'è sempre il sole a Philadelphia) e Burn Gorman in quella che è più che una sotto-trama una storia nella storia, che ci fa rendere bene l'idea di cosa significhi vivere in questo strano futuro senza poter salire su un mega robottone per difendersi. Geniale.
C'è una piccola side-story sulla produzione di questa pellicola. Come Tim Burton diede il massimo di sé ne “Il mistero di Sleepy Hollow”, per riprendersi dal grande sconforto seguito alla cancellazione del suo film di Superman, interpretato da Nicholas Cage, qualcosa di analogo è capitato qui anche a Guillermo del Toro. Il film che avrebbe dovuto dirigere in quasi cinque anni di silenzio era di fatto un altro, un adattamento di un romanzo di H.P.Lovecraft, Le montagne della follia. Ambientato negli anni '30, parla di un gruppo di esploratori che in Antartide scopre una grotta misteriosa, al cui interno si celano delle creature congelate. Un'ulteriore esplorazione rivela nei pressi la presenza di un'intera città aliena e i nostri esploratori non possono che addentrarsi sempre di più in una realtà sconvolgente. Le montagne della follia sono una delle più importanti opere seminali di sempre per il genere horror. È sulla suggestione di tale racconto che è stato tratto il plot de La cosa, è sempre dalle stesse pagine che Nagai ha preso ispirazione per l'incipit di Devilman, ma gli esempi sono molteplici. Inutile sottolineare come tale libro si adattasse perfettamente al dna di Del Toro, che rilegge di fatto da sempre Lovecraft, portando sue suggestioni al cinema. L'impronta dell'autore di Providence è sempre presente nelle ossessioni-suggestioni di del Toro, nel suo scavare tra i meandri della terra alla scoperta di creature orribili che vivono al buio (Blade 2, Mimic), nella rappresentazione di mostri ancestrali e tentacolari che non possono che ricordare Chtulhu (Hellboy 1, 2) o anche solo nella ricerca dei “passaggi”, delle chiavi per mondi paralleli al nostro (Il labirinto del Fauno, La spina del Diavolo). 

Purtroppo i lavori di del Toro hanno avuto i bastoni tra le gambe da subito. Lo scotto produttivo de "La cosa" deve bruciare ancora a Hollywood e una storia tra i ghiacci senza ironia e per un solo cast di uomini è vista ancora come qualcosa di innominabile. Prima i producer volevano che la sceneggiatura fosse rimaneggiata per introdurre un personaggio femminile, poi che fosse riscritta nel futuro per non ambientarla negli anni '30, poi che i mostri comparissero di più, magari in 3d. Un tira e molla durato anni a monte anche di un investimento produttivo che da subito appariva sostanzioso, un muro di soldi che non permetteva a del Toro di affrontare la produzione da solo. Stremato, economicamente a terra per i molti progetti che aveva accantonato per scalare le folli montagne, del Toro, come Burton all'epoca, tira fuori le palle e si crea lo sconfinato mondo di Pacific Rim, senza contare le mille collaborazioni che intraprende e i progetti collaterali: scrive The Strain, partecipa come consulente a Megamind e Le 5 leggende, è attivo su The Hobbit. Perché anche Pacific Rim parla di creature Lovecraftiane che vengono dagli abissi della nostra dimensione. Perché anche The Strain parla di creature che agiscono nel buio e muovono le pedine dell'umanità. Del Toro non ha abbandonato H.P. Lovecraft, probabilmente le Montagne della follia si scaleranno, ma dovremo attendere che del Toro diventi grande e potente come Spielberg o almeno come Peter Jackson. Qualcosa mi dice comunque che non manca molto.

Se dovete scegliere un film in cartellone in questo torrido periodo estivo, non fatevi troppe domande e imboccate la sala di Pacific Rim. Se avrà il successo che merita, del Toro potrebbe già regalarci una parte due, già scritta e pronta alla pre-produzione. E i nerd di tutto il mondo esultano. 
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giovedì 8 agosto 2013

Ender's game, il gioco di Ender

Trailer:

Tratto dal romanzo di Orson Scott Card, che pare avere un grosso seguito tra i cultori di fantascienza, Ender's Game è la storia di come l'umanità decida scientemente di mettere in mano a un ragazzino (pur genio) le sorti di una guerra intergalattica contro una razza aliena facendogli gestire in prima persona tutte le truppe terrestri, comprensive di maxi astronavi e ultra cannoni, allo stesso modo con cui si farebbe un videogioco strategico alla Starcraft. Certo il ragazzino che avrà questo massimo ruolo di comando, il “Mazer”, viene scelto dopo ricerche sul campo di individui idonei cui seguono simulazioni infinite e scontri con altri ragazzini che avvengono all'interno di una accademia gestita dal comandante Graff (interpretato dal sempre più bolso Harrison Ford). C'è in città un ragazzino molto promettente, Ender Wiggin (interpretato da Asa Butterfield). Gli riesce bene il giochino alla Starcraft, potrebbe essere l'ideale tostatore di chiappe aliene. È tempo di sottrarlo dalla scuola e metterlo in una scuola di guerra. Neanche il tempo di fargli scoprire la sessualità. Bastardi. Saprà essere il meglio del meglio del meglio in tattica, combattimento e occhioni adorabili per avere la meglio sugli altri, tutti bellissimi e tenerissimi, bimbetti candidati e diventare il nuovo Mazer?
Mai giudicare un libro dalla copertina. Quella che detta così parrebbe una atroce stronzata parrebbe una della più interessanti storie fantascientifiche dal 1985, anno della sua uscita, ad oggi. Una storia che Hollywood insegue da anni e che solo ora, grazie alla partecipazione attiva del suo scittore Orson Scott Card, che lo dirige personalmente e ne cura pure l'adattamento su grande schermo, a tizi come Orci e Kurtzman a produrre, alla Digital Domanin a fare gli effetti di millemila astronavine e alla Summit Entertainment a etichettare tutto pare concretizzarsi.
Ma sarà pure un bel film? Il trailer pare bello massiccio, ma almeno a me non fa venire voglia di correre al cinema. C'è una forte sensazione di già visto (e meglio) altrove. Da profano assoluto urge in ogni caso che analizzi almeno esteriormente quello che significa Ender's Game per un appassionato, pertanto ho girato un po' tra siti, partendo dalla wiki. E ne sono uscito sconvolto! Da subito mi imbatto nella sala trofei. Nel 1986 Ender's Game come miglior romanzo si aggiudica un Hugo e un Nebula, roba di non poco conto. Scavo di più e leggo che viene adottato come libro di testo per scuole secondarie, in molti paesi (Stati Uniti, Canada, Australia) per il modo in cui tratta del cammino di crescita del protagonista ed è pure utilizzato nei corsi di psicologia di molte università e nel corso di psicologia della leadership all'università dei Marines di Quantico (Virginia)!!! Esticazzi!!! Dai brandelli di trama pare che la vita di Ender sia un dannato inferno in cui passa da emarginazione a odio a ribellione a consapevolezza di essere solo un'arma, programmata per essere anaffettiva, in mano agli adulti. Scenari che rimandano alle paranoie sulla crescita tipiche di molte opera giappe, Evangelion in primis. Ed ecco che la prospettiva mi cambia. Ora devo leggere quel dannato libro e i suoi seguiti. Sì, se tutto va bene ci saranno almeno altre 3 pellicole. Il libro in italiano si chiama semplicemente “Il gioco di Ender”, è scritto appunto da Orson Scott Card, casa editrice Nord, si trova sui dieci euro, la copertina fa un po' cagare (ma ora vedrai che magicamente ne metteranno una nuova che richiama il film di futura uscita). Ho decisamente trovato qualcosa da leggere questa estate. Vi farà sapere.

Talk0

martedì 6 agosto 2013

Blog 100% affidabile



Con grande orgoglio annunciamo di aver vinto il premio Blog 100% affidabile, consegnatoci direttamente dalla mitica An Lullaby, straordinaria scrittrice e proprietaria di "Fotogrammi di zucchero", blog davvero interessante, che crea un connubio tra cinema e cibo. Lo consigliamo vivamente a tutti i nostri lettori e a chiunque passi per questa pagina anche solo per puro caso. Detto questo passeremmo all'indicazione dei 5 blog che sono in possesso dei requisiti indicati dal sito  http://www.gliaffidabili.it/a/altro/il-premio-il-blog-affidabile, ovvero : 

1.Il blog è aggiornato regolarmente;
2.Mostra la passione autentica dei blogger per l’argomento di cui scrivono;
3.Favorisce la condivisione e la partecipazione attiva dei lettori;
4.Offre contenuti e informazioni utili ed originali;
5.Non è infarcito di troppa pubblicità.

Dichiaro che i blog da noi scelti rispettano le 5 regole del Premio “Il Blog Affidabile” disponibili a questa pagina http://www.gliaffidabili.it/a/altro/il-premio-il-blog-affidabile. Sono pertanto una risorsa utile per gli utenti della Rete e meritevoli di essere riconosciuti da un pubblico più ampio come gli artigiani, le aziende e i professionisti iscritti su http://www.gliaffidabili.it/ 



domenica 4 agosto 2013

Marvel Zombies

Parte quarta...

Marvel Zombies 4. Figli della Mezzanotte. (contenuto nell'omonimo volume 100% Marvel). Squadra che vince non si cambia. Tornano tutti gli artisti coinvolti in Marvel Zombies 3 e continuano le storie legate al nucleo di controllo multi-dimensionale conosciuto come A.R.M.O.R. (che sta per: Alternate, Reality, Monitoring, Operational, Response). Scende di nuovo in campo il carismatico Dr. Morbius, questa volta operativo in prima persona come leader dei ri-fondati “Figli di Mezzanotte”, gruppo di eroi ispirato ai classici mostri cinematografici, tra le cui fila troviamo Licantropus, la strega Jennifer Kale, il figlio del demonio Hellstrom. Il gruppo darà la caccia a Head-Pool, ultimo superzombie rimasto nell'universo 616, ma non saranno i soli. Anche il sedicente zar del crimine conosciuto come The Hood, alla guida di un nutrito gruppo di supercriminali, cerca la testa non morta del mutante, spera di poterla utilizzare come arma. 

Non manca la partecipazione di Simon Garth, conosciuto anche come “lo Zombie”, una capatina dell'Uomo Cosa e la visitina di qualche potente entità demoniaca. Questo arco narrativo è un autentico atto d'amore per i personaggi minori a tematica horror della Marvel. Non mancano i top guy come Deadpool, nella sua versione Head-pool, o The Hood (che all'epoca era sull'onda, ora si può tranquillamente dire tra i dispersi o seconde file), ma gli altri vi sfido davvero a riconoscerli senza fare uso di wikipedia (magari Morbius se leggete Spiderman lo conoscente però, si è fatto “vivo” anche di recente). Con tutta questa voglia di citare e allegare personaggi forse si perde però di vista il tema zombesco, che viene relegato davvero a poche pagine, ma non manca azione concitata, tanto sangue disegnato e qualche battutaccia qua e là. Bello ma inferiore al capitolo 3 nella sceneggiatura e nelle atmosfere, i disegni e colori rimangono di fatto notevolissimi. Anche qui solo 4 capitoli. E manca Machine Man, un vero peccato. Viva Machine Man!

Marvel Zombies: Evil Evolution. (inedito) Novembre 2009. 

Cosa succederebbe se i Marvel zombies penetrassero sul pianeta delle Marvel scimmie (una specie di pianeta delle scimmie Marvel)? Non lo so, il volume è misteriosamente inedito in Italia. Potrebbe essere interessante? Le Marvel scimmie, di cui la prima run è stata pubblicata in un volume Panini For Fans Only sono un progetto curioso ma che andrebbe sviluppato con logica e buon senso. Diciamo che le premesse sono simpatiche, ma se quello che ho visto finora “è tutto” la serie ha dei grossi limiti. Lo recupererò in inglese? Panini c ripensa e lo stampa? Ne sentiremo la mancanza? Boh... e con questo sì che mi dimostro un recensore con le palle...


Marvel Zombies il Ritorno (contenuto nell'omonimo volume 100% Marvel). Dopo aver trattato le piccole-grandi epopee di personaggi minori, Van Lente decide di continuare la storia dei Marvel Zombies da dove si interrompeva con il vol.2. Ci sono grossi piani per porre per sempre la parola fine all'invasione zombie. Ci sono entità potentissime che per una volta non staranno a solo a guardare. In un crescendo drammatico tutto avrà una conclusione. È tempo che un personaggio (amatissimo) smetta i panni del supercriminale e reindossi la casacca da vendicatore che da sempre si merita. Spoiler non ammessi. Tornano in scena i personaggi di punta in un ciclo di 5 capitoli, editi dal novembre 2009, che si impongono di fare il punto sulla storyline principale. Ma non è Van Lente il solo autore. Ai testi c'è anche Seth Grahame Smith, autore di romanzi horror moderni come Orgoglio e Pregiudizio Zombie e Abraham Lincoln Vampire Hunter (se solo per il film avessero preso per interpretare Lincoln Liam Neeson staremmo tutti a gridare al miracolo). Ci sono anche Jonathan Maberry (i suoi libri sugli zombie sono pubblicati in Italia da Delos Books, di recente, fine marzo è uscito “la notte degli zombie”) e David Wellington (tra cui l'ottimo Zombie Island edito da Mondadori). 

Giusto per confermare che non di sole frattaglie disegnate si tratta, questi autori mettono insieme una storia chiara, lineare, che pesca direttamente nel passato e nel recente della storia dei fumetti Marvel e arriva a un finale strano ma perfettamente logico. Rimangono delle domande insolute, rimane LA domanda principale. Ma questa saga non è necessariamente la fine delle avventure dei superzombie, ci sarà tempo per riparlarne. Anche per i disegni siamo, di nuovo, al top. Vuoi per le sempre straordinarie copertine di Suydan, vuoi per gli artisti grafici impiegati, uno diverso per ogni capitolo. Straordinario Dragotta nel cap.1, che reinterpreta lo stile grafico (con un tocco di modernità) più classico dei fumetti dell'uomo ragno, con omaggi a Ditko, Romita, McFarlane e tanti altri. Molto bravo, vivido e ricco di dettagli, Mutti sul numero 2, disturbante e aggressivo Alexander nel capitolo 3, un po' troppo misurato e pulito (che non fosse per una storia sugli zombie non sarebbe manco un male) Elson sul numero 4, folgorante e grintoso Alves sul quinto. Davvero un numero imperdibile, dotato di una qualità poi assai rara nel fumetto americano: niente lungaggini. Gli eventi qui narrati potevano benissimo essere ampliati a dismisura, farci una serie di 30 uscite, ma si sceglie invece una solida sintesi, la giusta scansione di una storia che rimarrà impressa nel tempo.

Marvel Zombies 5. La bella, il pennuto, il robot. (contenuto nell'omonimo volume 100% Marvel). Quando il successo non cala, non si può dare il colpo di grazia a una serie. Occorre rilanciare e farlo al meglio. Ecco quindi che il sempre bravo Van Lente viene richiamato al lavoro e tornano in scena gli eroi di “seconda fila” tanto amati dai fan. È giugno 2010 ed è passato un po' dall'ultimo numero di Marvel Zombies il ritorno, datato novembre 2009. Ritorna in grande stile la A.R.M.O.R. e la sua opera di disinfestazione zombie nei multiversi. Acclamato dalla folla, torna protagonista Machine Man, questa volta affiancato da uno dei personaggi più richiesti (che presto godrà di un bel volume Omnibus by Panini), ossia Howard il Papero! Quante volte abbiamo chiesto a gran voce di leggere le sue avventure! Come dite? Non le ha chieste nessuno? Solo a me era piaciuto il film del 1986? Howard il papero! Nessuno è entusiasta della cosa? Platea difficile oggi...


Eccoci quindi a “spasso nel tempo”, partendo da un universo western, dove al gruppo si unirà la figlia del pistolero Quicksilver, un salto per trovare Killraven e il suo team, passare al mondo medievaleggiante dell'isola di Wight e chiudere in un universo 2099. L'argomento principe di questo arco narrativo è nientemeno che “i fumetti Marvel del presente e passato”, soprattutto quelli scomparsi. Si pesca appunto dalla poco prolifica produzione di Killraven passando ai mai troppo compianti 2099, omaggiando mondi narrativi così come il peculiare stile a fumetti che li contraddistingueva. Classico e dettagliato, con forme rifinite Killraven, spigoloso e dalla colorazione essenziale, anche per il tipo di carta usato, lo stile di 2099, giusto per citare gli “antipodi”. A chiudere questa celebrazione del fumetto non poteva mancare la celebrazione del fan del fumetto, il Marvel Zombie per eccellenza, cui viene dedicato il capitolo 5 del volume. Bisogna stare attenti a polveri e muffe nella conservazione dei fumetti... La copertina che preferisco (ogni numero ha una copertina di un autore diverso) è quella di Mike Del Mundo per il numero 5. Questo arco narrativo è mutante per sua natura, storia e ritmo vengono influenzate dal relativo contesto narrativo ma a rendere unica l'amalgama è la incondizionata simpatia che si prova nei confronti dei personaggi principali, una compagine decisamente “unica” nel suo genere. La lettura è stra-consigliata , soprattutto ai nostalgici. Il tono dell'opera è però giocoforza inferiore al volume precedente, attestandosi in media sullo stesso livello del vol.4.

Fine parte quarta...

mercoledì 31 luglio 2013

Dragon's Crown

Uscita europea confermata in autunno


Ne abbiamo già parlato su questi lidi ed è per me un vero piacere fare questo aggiornamento su uno dei titoli più interessanti che sto aspettando. La NIS, che a quanto pare deve aver aperto una divisione europea dopo le mille bestemmie che le saranno sicuramente arrivate, ha ufficializzato, il gioco esce in autunno mentre in America sarà disponibile da inizio agosto. Intanto Famitsu si è già espressa con un 35/40 (dove quaranta è il voto massimo) e noi non possiamo che esserne contenti. Vanillaware ha dedicato tantissimo tempo a questo picchiaduro a scorrimento in 2d “old fashon”con meccaniche gdr. Anni che sono serviti a curare nel dettaglio scenari da favola e animazioni così vivide che sembra di assistere a un libro illustrato che prende vita, con pennellate perfette e precise a dipingere fotogramma per fotogramma. 

Un lavoro quasi solitario, nelle mani di uno studio talentuoso ma piccolo, guidato dal grande George Kamitani (di cui da giugno su psn e xbla possiamo apprezzare Tower of Doom nella compilation a 14.99 Chronicles of Mystaria di Capcom), che ha avuto pure la sfiga di problemi economici. La qualità della grafica emerge dai filmati, ma ora che c'è pure la valutazione di Famitsu possiamo fugare ogni dubbio anche sulla solidità e durata del gameplay. Dubbi che non avevano comunque i fan duri e puri di Vanillaware, quelli che la seguono da sempre nei suoi pur centellinati titoli: da Princess Crown su Saturno a Odin Sphere su ps2, fino a Muramasa su wii. Un buon biglietto da visita per chi vuole provare a cimentarsi con un tipo di gioco che oggi, semplicemente, non esiste più. Speriamo che venda un botto. Io farò la mia parte.Speriamo che anche da noi sia disponibile l'art book. In ogni capo la ps3 europea è compatibile con l'americana.. 
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lunedì 29 luglio 2013

Le Storie vol. 10: Nobody


Storia: Alessandro Bilotta; Disegni: Pietro Vitrano


Si chiama Nobody, perché non ha nome né genitori. È stato trovato su una spiaggia e pertanto è solo figlio del mare. Ha fatto parte della gloriosa flotta di sir Harry Burrard-Neale. Sua moglie, Molly, è stata rapita dal pirata Ahriman, e Nobody è intenzionato a riportarla a casa, ovunque ora si trovi. Perché è difficile seguire un pirata senza una nave e imbarcandosi come marinaio si hanno notizie sempre di seconda mano, vecchie di mesi. Ma il mare è dalla parte di Nobody. Quando esce con la sua piccola barca gli compare una dama in nero che gioca a dadi con lui oppure i morti riemergono dalle acque per dargli indizi su dove sia la prossima meta di Ahriman. Nessuno crede a Nobody. Nobody che vive su una barca perché odia la terraferma. Nobody il pazzo, buono solo per essere malmenato dagli avventori più collerici di una bettola nelle prossimità del porto. Ma giunge uno straniero al porto, proprio quando Nobody ha appena conosciuto la prossima meta di Ahriman da un morto: Patusan, in Malesia, nel mare cinese. Lo straniero cerca marinai e si dà il caso che vada più o meno verso la Malesia. Nobody diventa quindi parte dell'equipaggio. Ma sarà un lungo viaggio. Nobody avrà a che fare con infauste profezie, mostri marini dalla carnagione albina, sirene. Sarà ospitato in pesci metallici, troverà riposo su una spiaggia dove vivrà con una donna selvaggia, sarà prigioniero delle Tigri di Mompracem e infine riprenderà il largo in una continua, infinita, ricerca dell'amore perduto.

Nuovo vulume della collana antologica della Bonelli. Si può dire che lo stesso volume 10 faccia antologia “a sè”, cogliendo a piene mani dai topoi più noti del romanzo d'avventura ad ambientazione marittima. C'è l'Odissea, l'Ulisse di Joyce, Moby Dick, 20.000 leghe sotto i mari, un capitano di 15 anni, Sandokan e molti altri riferimenti devo averli persi. Opere che vengono fuse e mixate in un'unica surreale storia sull'ineluttabilità del destino, sull'impossibilità dell'uomo di tracciare una propria rotta nel mare della sua vita senza essere sospinto a destra e manca. Nobody è l'emblema del Titanismo, della forza di volontà che si frappone all'ineluttabilità del fato (avete presente il comandante Mifune in Matrix Revolution che combatte contro milioni di sentinelle con i caricatori semi vuoti? Avete presente il pellerossa Billy che in Predator affronta l'alieno armato solo di coltello? L'ultima puntata di Rocky Joe, quando il nostro combatte in ghost-mode?Fantozzi che vince a biliardo per poi rapire la madre del duca conte all'inno di “prendo la vecchia!”? Sì, ci sono anche esempi più noti, ma per ora ho in mente solo questi....). Non sorprende che dietro a questa storia, dimostrazione anche di grande dimestichezza nel saper citare con classe, ci sia lo scrittore che per ora ha su questa collana proposto la storia più bella, “Il lato oscuro della Luna”, Alessandro Bilotta. Anche qui la narrazione è perfetta e calibrata sulla giusta metratura delle pagine. Non si avverte, come ormai endemico nella collana “Le storie”, la sensazione che qualcosa sia stato tagliato o poco sviluppato. Qui tutto è perfetto e gira a dovere. Questa è l'ennesima prova di un talento raro nel nostro panorama fumettistico. Ai disegni, ricchissimi di dettagli e splendidamente evocativi di un periodo di nuvole parlanti volutamente vintage abbiamo Pietro Vitrano, un nome legato a piccole case editrici (dove ha fatto una bella gavetta, tra Draco e Gothica) e che vorremmo sentire più spesso in Bonelli, dove potrebbe disegnare praticamente tutto quello che vuole (io gli auguro un Texone, con tutta la stima). Molto bravo nella caratterizzazione dei personaggi, eccelso nella scansione in tavole del racconto, fenomenale sugli sfondi: un autentico spettacolo visivo. Nobody, a meno che non detestiate l'ambientazione marittima, rappresenta una delle più sfolgoranti gemme della collana. Farselo sfuggire sarebbe un peccato. 
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