martedì 3 giugno 2025

Thunderbolts*: la nostra recensione del coinvolgente e dissacrante action supereroistico di Disney / Marvel, diretto da Jack Schreirer

C’erano una volta gli atletici, bellissimi e invincibili Avengers. Super forza e super costumi. Capacità ginniche straordinarie se non addirittura la possibilità di volare. Poteri e armi fantascientifiche quanto mistiche. Una volontà che permetteva loro di combattere in sei contro dischi volanti e pazzi titani multidimensionali, salvando il mondo e a volte pure l’universo.

Oggi è diverso. 

Ci sono stati vari cambi della guardia, vacanze premio a tempo indeterminato “nello spazio e indietro nel tempo”, una nuova amministrazione pubblica che forse non ama troppo i supereroi. 

Se serve “qualcuno di speciale” bisogna adattarsi al poco che può ancora offrire il mercato. Ex super criminali bolliti o ex spie bipolari, con tendenze autolesioniste o troppo impegnati a guidare limousine per arrotondare lo stipendio. Ex militari decaduti e clinicamente già accreditati vittime di stress post traumatico. Tizi qualsiasi che si sono proposti come “cavie” di qualche esperimento “per diventare super” di ex scienziati pazzi, per pochi spicci, che forse porteranno più guai che risultati.

Tutta gente finita prima o poi nel circo personale di Valentina Allegra de Fontaine (Julia Louis-Dreyfus): contessa e direttrice della CIA, in odore di impeachment proprio per il modo “disinvolto” con cui utilizza superumani nelle Black Ops.  La punta di diamante del lotto è una Black Widow più giovane ma molto più depressa, Yelena Belova (Florence Pugh, con un accento russo irresistibile). Vive alla giornata, segue gli ordini in modo “confusionario e creativo”, non arriva mai al miglior risultato possibile, racconta i suoi problemi emotivi a mercenari hi-tech dopo averli tramortiti. 

C’è poi un clone/copia/reboot di Captain America: U.S.Agent (Whiatt Russell). Un uomo rabbioso, infantile e malinconico che dopo un incidente pubblico che gli ha rovinato per sempre la vita e la carriera (visto nel telefilm The Falcon & The Winter Soldier) è diventato ancora più rabbioso, infantile e malinconico. Piange un sacco. C’è Taskmaster, una esperta di combattimento così tramortita e confusa che ormai non sa più con chi sta combattendo e forse può ammazzarsi da sola (Olga Kurylenko). C’è Ghost, una super ladra capace di passare attraverso le pareti, rendendosi intangibile come una ectoplasma, ma che tende pure emotivamente a comportarsi come un fantasma: lasciando la sua squadre spesso a chiedersi dove sia finita (Hannah John-Kamen).

Hanno potenziale, ma sono tutti a loro modo “perdenti”: sacrificabili e per questo, nel primo momento utile, “sacrificati”, per evitare ad Allegra l’impeachment di cui sopra dalla contessa. 

Vengono così mandati a loro insaputa in una missione suicida nel deserto dello Utah, “tutti contro tutti”, a spararsi al buio tra gas ed esplosioni senza nemmeno conoscersi. In un bunker losco e pieni di “altra roba compromettente”, pericolosa, illegale o aliena, da far esplodere “magari con pure loro dentro”, il più in fretta possibile. Nel bunker c’è anche la “cavia Bob” (Lewis Pullman), gracile, inferma e confusa, appena uscita da una specie di sarcofago hi-tech. Bob appare come un ragazzo sfigato e inerme e per una qualche forma di “istinto materno sopito” attira l’attenzione/compassione della giovane Vedova Nera. Per “salvare Bob” la lotta fratricida tra i perdenti si interrompe: il gruppo inizia a sentirsi tale e fare squadra. Guardandosi, riconoscendosi nella circostanza comune di essere più o meno tutti “nella stessa barca” e con una positiva spinta all’autoanalisi, inizia pure una specie di terapia di gruppo. 

Tra esplosioni, gas, incidenti di fuoco-amico e continuando a litigare come bambini con deficit dell’attenzione, trovano una via di fuga. Si immaginano un futuro comune al punto da darsi un nome provvisorio, “Thunderbolts”, come quella squadra di softball di cui faceva parte Yelena da bambina: zero punti in classifica ma tanto entusiasmo, un’inno alla resilienza e alla positività. 


Il primo atto della nuova squadra sarà proprio “continuare a salvare” Bob, che dopo aver rivelato di avere poteri incredibili ha cercato di aiutare il gruppo facendo da esca e finendo male. Purtroppo una squadra di contenimento mandata dalla contessa al bunker per “eliminare ogni traccia” lo ha preso e consegnato come pacco dono alle manipolazioni di Allegra de Fontaine. 

Lei lo ha portato nel cuore della vecchia Watch Tower degli Avengers, trattandolo un po’ da manager, un po’ da groupie, un po’ da mamma. Bob subisce sempre il fascino di donne che verso di lui dimostrano istinto materno. Lei gli tinge i capelli di biondo dotato, gli mette una tuta dotata, gli assegna un nome da eroe dorato. Maternamente, lo avvia a diventare una nuova e gaudente versione di Cap America, ma segretamente pensa di servirsene come una arma di distruzione di massa nelle sue mani. 

Se i Thunderbolt non sfuggivano alla regola dei “supereroi con super problemi”, Bob ha ora così tanti poteri da sviluppare superproblemi letteralmente spaventosi: vola, è super forte, raggi dagli occhi e può pure, quando perde il controllo, trasformarsi  una vera e propria “ombra junghiana di se stesso”. Quando questo stato prende il sopravvento sulla sua psiche, è in grado di dissolvere in ombre tutti gli abitanti di New York, confinandoli in una dimensione parallela simile a un incubo collettivo.

Riusciranno gli scombinati Thunderbolts a salvare Bob, il mondo e la loro rinata autostima? 

Ad aiutarli ci sarà ci sarà il “papà della vedova nera”, un Red Guardian (David Harbour) sempre più sfasciato nel fisico da una vita troppo disillusa ed etilica. Al suo fianco anche il vecchio Soldato d’Inverno “usato garantito” (Sebastian Stain): ormai più attratto dalla politica che dalle risse, molto affezionato a un braccio bionico che con cura mette in lavatrice con l’anticalcare, ma ancora “promettente.” 


Jack Schreirer, regista di video clip per Kanye West, Justin Beader e Benny Blanco,  nel 2012 esordiva nel lungometraggio con un piccolo e malinconico film di fantascienza, su un anziano che veniva accudito da un robot domestico, simile per tantissimo versi al classico Io e Caterina con il nostro Alberto Sordi. Si chiamava Robot & Frank. Nel 2015 dirigeva la commedia romantica per adolescenti Città di carta. In tv intanto firmava episodi di Shameless e Minsx, mentre più di recente un episodio dell’antologico horror Al nuovo gusto di ciliegia e uno di Star Wars: Skeleton Crew

La sceneggiatura, che ha visto la partecipazione dell’autore dei Thunderbolts a fumetti, Kurt Busiek, è invece opera di Eric Pearson e Joanna Calo. 

Pearson è attivo nel Marvel Cinematic Universe fin dalle sue “origini”, avendo nel 2011 scritto i corti Marvel One- Shot. Come “script Doctor” ha partecipato ai film degli Avengers 3 e 4, Spider-Man Homecoming e Ant-Man. Nel 2015 era sulla serie tv Agente Carter, nel 2017 su Thor: Ragnarok, nel 2021 Black Widow. È già accreditato per i futuri Blade e Fantastic Four. Al di fuori dell’ambito Marvel, ha lavorato per Pokémon: detective Pikachu, Pacific Rim, Godzilla vs Kong e Transformers One

Johanna Calo è showrunner di una della serie tv Disney+ più amate, The Bear,  ma il suo nome è legato anche al cult animato Bojack Horseman.

I Thunderbolts, creati dallo sceneggiatore Kurt Busiek (suoi anche i cult Marvels e Astro City) e dal disegnatore Mark Bagley (penna principale del primo e premiatissimo Ultimate Spider-Man di Michael Bandis), comparirono per la prima volta come “ospiti” sulla testata The incredibile Hulk, numero 499 del gennaio 1997, in una storia scritta dal leggendario Peter David e disegnata da Mike Deodato jr.  Supereroi misteriosi, che piombavano sulla scena dal nulla, in un momento in cui i “titolari difensori della terra” erano “irreperibili” a causa di un maxi-crossover Marvel del 1996 chiamato Onslaught. La loro identità sarebbe stata presto svelata, anche se in modo abbastanza “traumatico”: sotto nuove maschere e nuovi nomi di battaglia, si nascondevano infatti alcuni dei villain più noti. Comandati da un barone Zemo “sulla via della redenzione” che nonostante gli sforzi non sarebbe mai apparsa “abbastanza convincente” (sarebbe accaduto qualcosa di simile nell’universo DC a un “motivatissimo” Due Facce, che nell’evento 52 avrebbe indossato il mantello di Bruce Wayne in assenza dell’eroe). Anti-eroi super problematici perennemente combattuti tra luce e tenebra, buone intenzioni e pregiudizi. Piacquero molto al pubblico, anche perché i membri del team, tra tradimenti e ripensamenti, cambiavano sempre e rendevano le storie ogni volta imprevedibili, fresche e nuove. A seguito delle vicissitudini legate all’evento crossover Civil War, le nuove storie dei Thunderbolts sarebbero tornate (ma  per più tempo) sotto le matite del loro “battesimo stampato”, quelle di Mike Deodato jr, con ai testi un’altra leggenda del fumetto moderno: Warren Ellis (Transmetropolitan, The Anthority, la serie Netflix Castlevania). Ad alcuni vecchi anti-eroi si aggiunsero nuove pericolosissime leve. I Thunderbolts diventavano un gruppo “gestito dall’autorità” più che altro in ragione di un controverso “progetto di recupero di super detenuti”. A latere delle missioni, erano costantemente sorvegliati da cecchini e in caso di fuga “potevano esplodere” (come ne L’implacabile con Schwarzenegger) tramite l’innesco di esplosivi sottocutanei. Le trame assunsero toni cupissimi e in parte molto più vicini alla Suicide Squad della DC Comics (nata su The Brave and the Bold nel 1959). Tra le fila militava gente come Bullseye e il “leader del gruppo” divenne nientepopodimeno che il Goblin originale di Spider-Man: un “mai troppo rendento” Norman Osborn (che Deodato disegnava come l’attore Tommy Lee Jones). 

Fu in quel periodo che entrò a far parte del team anche Sentry, esule da una non troppo felice esperienza nei New Avengers. La run diretta da Ellis è per gran parte della critica forse uno dei migliori fumetti Marvel degli ultimi 20 anni. In tempi più recenti, con l’arrivo dell’Hulk Rosso di Loeb e McGuinness, la squadra ha potuto contare su un leader come il generale Ross e una formazione di impronta “più militare e meno criminale” (con l’Agente Venom, il Punitore, Deadpool ed Electra), ma la vita editoriale dei Thunderbolts è sempre in continua e felice metamorfosi. 


Sentry nasceva come personaggio originale all’interno della collana “per adulti” Marvel Knight, in una miniserie di 5 numeri del 2000 scritta da Paul Jenkins per i disegni di Jae Lee (La torre nera di King). I temi erano forti e controversi: la storia parlava di un anti-eroe forte e “decisivo”, almeno quanto Superman, ma che viveva in un perenne stato di angoscia a causa del suo “alter ego”: un uomo in forte sofferenza emotiva, spesso vittima di abusi di alcol e psicofarmaci. Jenkins, uno dei più sensibili e sofisticati autori ad aver raccolto il testimone di Peter David su Hulk, infondeva in una storia a tutti gli effetti “horror” tutta la tensione emotiva e l’approccio “quasi psicanalitico” che caratterizzavano il suo lavoro per il Golia Verde. La successiva miniserie sul personaggio, con i disegni ultra dinamici e colorati di John Romita Jr, trasformava Sentry in una vera e propria de-costruzione del mito del Superman, molto vicina per vari aspetti a “un altro Superman Alternativo”, che in Marvel stavano ri-elaborando nello stesso periodo Bendis e Straczynski (l’Hyperion della miniserie Supreme Power). Alla fine Bendis, in accordo con Jenkins, portò però proprio Sentry sulla sua serie regolare di punta, gli Avengers, dando vita ad alcune delle pagine più originali e imprevedibili del fumetto supereroistico. Sentry ieri come oggi rimane stimolante quanto difficilissimo da gestire all’interno di una narrazione più corale. 


Il progetto cinematografico dei Thunderbolts prendeva il via nel 2014 su impulso di James Gunn: dopo che la sua “scommessa” di puntare su anti-eroi ironici come I Guardiani della Galassia aveva avuto successo. Ironicamente, Gunn è andato poi a dirigere altri anti-eroi ironici nell’ottimo The Suicide Squad - Missione Suicida del 2021.

Mettere insieme i Thunderbolts e Sentry in un unico film era sicuramente un azzardo. 

Per i suoi Thunderbolts, Marvel Disney ha scelto un team di anti-eroi che già gravitavano all’interno del suo ricco Cinematic Universe. Dal film Black Widow con protagonista Scarlett Johansson, di Cate Shortland del 2021, arrivano la “Nuova Vedova Nera” interpretata da Florence Pugh, il Black Guardian di David Harbour, la Taskmaster di Olga Kurylenko. Dalla serie tv The Falcon and The Winter Soldier,  di Malcom Spellman del 2021, tornano il Soldato d’Inverno di Sebastian Stain e lo U.S.Agent di Whyatt Russell (figlio di Kurt Russell). Da Ant-Man and the Wasp, del 2018 di Payton Reed, arriva la Ghost interpretata da Hannah John-Kamen. 

Per il ruolo di Bob/Sentry è stato scelto Lewis James Pullman, figlio di Bill Pullam ed è quasi un segno del destino: anche in Top Gun: Maverick interpretava un tizio di nome “Bob” (questa è una battuta, anche se mi è venuta poco divertente). Ha all’arrivo particine interessanti anche in film cult come 7 sconosciuti a El Royale di Drew Goddard e ha affiancato Brie “Captain Marvel” Larson nella serie tv Lezioni di Chimica

La baronessa Valentina Allegra De Fontaine è interpretata dalla attrice Julia Louise-Dreyfus, nota anche da noi per la sit-com comica Seinfeld e per la commedia di fine anni ‘80 Un natale esplosivo! (National Lampoon’s Christmas Vacation).

In fase di produzione, nel 2019 era ovviamente girato anche il nome di Daniel Bruhl nel ruolo dello “storico” leader e fondatore dei Thunderbolts, il Barone Zemo. Si era parlato anche di William Hurt nel ruolo di Red Hulk, ma la scomparsa nel marzo 2022 dell’attore, che ha comportato il recente recasting del personaggio (che ora ha il volto di Harrison Ford), non ha permesso l’operazione. 

La pellicola ha beneficiato di un budget da 180 milioni di dollari. Le riprese, iniziate nel  2023, si sono svolte tra New York e il deserto dello Utah. Due sono gli anni dedicati alla lunga post-produzione. 


Thunderbolts* è una bellissima sorpresa dopo un film su Cap America interessante,  ma forse con troppe luci e ombre. La formula, vincente, deve molto a quella impostazioni da “amabili cialtroni” propria de I Guardiani della Galassia di Gunn, ma sa fare tesoro anche dell’ottima intesa che avevano già trovato sul set di Vedova Nera Pugh e Harbour, come peraltro avvenuto anche tra Russell e Stain sul set di The Falcon & The Winter Soldier. Al di là degli effetti visivi, onnipresenti ma anche piuttosto riusciti, la pellicola presenta bellissime e ben articolate sequenze d’azione, come il suggestivo “inseguimento nel deserto” e lo spettacolare quanto originale finale “catastrofico/psicologico”.

Più di ogni cosa però, la pellicola di Jack Schreirer sa brillare e farsi amare per i fantastici e surreali dialoghi opera della autrice di The Bear e di BoJack. Il gruppo di anti-eroi in pochi scambi di battute riesce a diventare simile a una “allegra famiglia disfunzionale”, se non una specie di gruppo di auto-aiuto di alcolisti anonimi. C’è tanta ironia, ma anche una inaspettata quanto felice profondità emotiva, che riescono a fondersi particolarmente bene con una “narrazione visiva”, spettacolare, ma che alla fine non risulta mai fine a se stessa.  

Se il “modello Guardiani della Galassia” era in qualche modo già stato “sperimentato”, da Gunn, l’adattamento cinematografico di Sentry era forse la sfida più difficile e attesa. C’è da dire che non è mancato l’impegno, anche se  il risultato finale non riesce forse a cogliere in pieno la magnificenza e tragicità del personaggio creato da Jenkins.

Thunderbolts* ci parla di “amabili super-perdenti” così simpatici che alla fine della visione è davvero difficile staccarsi da loro. Ogni nuova follia o cretinata di cui il gruppo su rende protagonista è sempre originale quanto ben orchestrata dalla regia, da un ottimo cast e addetti ai lavori. Thunderbolts* è rigorosamente da vedere al cinema, in una sarà grandissima, con popcorn, super-audio, mega-schermo e tutta la famiglia. 

Dopo un avvio complesso della “nuova fase” del Marvel Cinematic Universe, caratterizzato anche da temi malinconici e supereroi che non sono forse riusciti a farsi amare troppo dai fan, possiamo dire con gioia che i supereroi al cinema sono tornati alla grande. 

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giovedì 15 maggio 2025

Flight Risk - Trappola ad alta quota: la nostra recensione del thriller “in volo” diretto da Mel Gibson, con protagonisti la stella di Downton Abbey Michelle Dockery, Topher Grace e uno straordinario Mark Wahlberg

 


Sinossi: ci troviamo sopra i cieli dell’Alaska, a tre chilometri d’altezza dal suolo, 14.000 piedi, su un piccolo e sgangherato aereo Cessna bianco sporco, in una bella giornata di sole.

La giovane e perplessa US Marshall Madolynn Harris (Michelle Dockery) sta scortando, sul primo veicolo da trasposto utile trovato, il fastidioso e logorroico contabile Winston (Topher Grace). Stanco di una vita in fuga tra motel fatiscenti e renne moleste che “lo fissano dalle finestre”, auto-confinato in una delle regioni più fredde e inospitali della terra, Winston ha deciso di sfruttare l’ultimo blitz della polizia per consegnarsi spontaneamente alle autorità e andare a testimoniare a New York City, nel processo che vede alla sbarra il suo vecchio “datore di lavoro”: la famiglia criminale dei Moretti.

Il Cessna, tre posti passeggeri per lo più adibiti al trasporto di pescatori e turisti eccentrici, era partito puntuale, scomodo e scomposto, da una pista in mezzo al nulla in direzione di Anchorage.

Una Madolyn in continuo contatto telefonico con i suoi superiori e pensosa, seduta davanti all’HUD e con alle spalle un Winston legato e ammanettato come un salame per “questioni di sicurezza”, avevano da pochi minuti fatto la sgradita conoscenza dello scontroso e molesto pilota texano Daryl Booth (Mark Wahlberg).

La radio è rotta, i sedili stretti, tutta la stiva è piena di oggetti sparsi a caso nel pieno caos. La velocità incerta e gli sbalzi creano più di un mal di stomaco. Fluttuano per lo più come un aeroplanino di carta in balia dei venti, schivando una serie infinita di cime bianche e acuminate come i denti di uno squalo.

Daryl è disinvolto: si vanta che potrebbe aprire uno snack bar solo con tutto il cibo vomitato dai suoi clienti su quel Cessna. Fa il simpatico ma c’è più di un aspetto in lui che non convince. Tracce di sangue sul suo vestito. Documenti di volo con foto che non corrispondono alla sua fisionomia. Alcune affermazioni che suonano come “balle”. Forse chi parla non si chiama davvero Daryl e non è nemmeno il proprietario di quell’aereo.

Il caos si genera in un attimo.

Si estraggono le pistole. Tra pugni e calci i corpi rimbalzano tra le strette pareti della cabina, la cloche viene abbandonata.

Inizia la caduta del Cessna verso le fauci delle Alaska Range.

Madelyn a fine scontro ammanetta un meno spavaldo “Daryl” e si pone alla guida, da dilettante assoluta, cercando di capire un modo per non sbattere e si mette al telefono.

Prende contatti con un calmo e rassicurante controllore di volo. Cerca di scoprire dai suoi contatti la “talpa” che ha rovinato l’operazione. Prova a contenere un sempre più agitato Winston e cerca di ignorare il sorriso cattivo e le minacce, sempre più esplicite e sinistre, di un “Daryl” che tiene costantemente i suoi occhi di fuoco su di lei.

Tutti gli oggetti messi a caso nella stiva iniziano a roteare e spostarsi tra gli sbalzi di quota. Qualcosa in grado di liberare “Daryl”, armandolo, si avvicina infine alla sua portata.

 


La passione per l’aviazione di Mel Gibson

Mel Gibson, sebbene dietro la macchina da presa, torna alla guida di un aereo.

Lo aveva fatto nel 1985 in Mad Max: Oltre la sfera del tuono, come protagonista principale, domando in un futuro post-atomico un fatiscente Boeing 747 della Quantas (la compagnia Quantas “portava bene”: in Rain Man, del 1988, il personaggio di Dustin Hoffman conosceva con certezza la circostanza che in tutta la storia passata la Quantas non aveva mai avuto un singolo incidente aereo).

Nel 1990, in Air America, Mel tornava da protagonista a guidare un carcassone volante: un Fairchild C-123 Provider da trasporto militare, impegnato nella propaganda e nel contrabbando nel Laos del 1969. Nel 1992 nel romantico Amore per sempre, nei panni di un soldato del passato “scongelato” nel presente, si era messo alla guida di un bombardiere B-25 Mitchell. Nel 2002, in We were soldiers, Gibson interpretava invece Hal Moore, il fondatore nel 1965 di quella “cavalleria dell’aria”, celebrata anche in Apocalypse Now di Coppola, che operava nella vallata di La Drang, non con aerei ma elicotteri Bell UH-1 Iroquins “Huei”.

Mel Gibson è così appassionato di aviazione da essere stato scelto nel 2018 come consulente alla direzione artistica per il film cinese Air Strike, di Xiao Feng, con al centro la seconda guerra sino- giapponese iniziata nel 1937 e i letali aerei Mitsubishi A6M Zero. Prima o poi era inevitabile che riportasse sulla scena degli aerei, da protagonisti, nel suo cinema.

Il Cessna al cinema: la Cessna Aircraft Company, fondata nel 1927 a Wichita, nel Kansas, è una delle più famose e apprezzare aziende specializzata in aerei da turismo.

Il Cessna 185 Skywagon è più volte apparso nei film di James Bond: in Solo per i tuoi occhi del 1981, in Vendetta privata del 1989 e in No time to die del 2021. Un Cessna 150 Aerobat è tra gli aerei protagonisti del classico anni 80 L’Aquila d’acciaio (Iron Eagle). Il modello di Cessna utilizzato di Flight Risk è il 208 Grand Caravan. Un amante dei Cessna è anche il regista Gabriele Salvatores, che inserì nel suo Mediterraneo un Cessna 140.

 


Note sulla produzione: nel 2020 la prima opera dell’esordiente Jared Rosenberg entrava nella Black List delle migliori sceneggiature ancora con prodotte e subito Mel Gibson iniziava a interessarsi al progetto.

Le riprese, tenutesi a Mosquite in Nevada e poi in Alaska, erano programmate nei mesi di luglio e agosto 2023 e per lo sciopero indetto dal sindacato SAG-AFTRA e avrebbero dovuto per questo motivo essere rimendate, ma la pellicola di Gibson è stato una delle 39 cui venne concesso di continuare la produzione. 

Per quasi la sua totalità, il film è stato girato su un set virtuale con caratteristiche dinamiche simili a un complesso simulatore di volo: con al centro il Cessna 208 Grand Caravan e con dentro gli attori.

Il percorso di volo fuori dai finestrini è stato scelto con “finalità narrative” da Mel Gibson stesso “dal vero”, in fase di preproduzione, durante svariate ore di volo, sorvolando l’Alaska su un elicottero pilotato dalla leggenda Fred North (sue le riprese aeree dei film di Michael Bay, di Granturismo e Fast & Furious). Le riprese reali sono state quindi implementate per una visione a 360 gradi sfruttando le più recenti tecnologie dell’Unreal Engine, in combinazione con la reale mappatura satellitare della tratta. Per le non meno complesse riprese all’interno degli spazi stretti dell’abitacolo, cariche di molte scene in cui l’azione e la “forza di gravità” entrano in gioco, il direttore della fotografia Johnny Derango, anche lui “strizzato” dentro l’abitacolo, ha utilizzato cineprese a mano digitali in 4k Sony Venice 1e 2.

La sceneggiatura prevedeva che il personaggio interpretato da un sex symbol come Mark Wahlberg dovesse essere “folle e stempiato”. Il reparto trucco aveva predisposto per l’attore una specie di “guscio di gomma morbida” da indossare sopra i capelli, ritenuto scomodo e parecchio grottesco, ma Wahlberg ha provveduto a rasarsi la testa da solo, del tutto innamorato del progetto e della sua parte.


In sala: Flight Risk è un film di 91 minuti come i più classici action degli anni ’80.

I dialoghi, scritti dall’esordiente Jared Rosenberg, risultano particolarmente brillanti e “smargiassi”, riuscendo a far risaltare le interpretazioni dei tre attori principali sulla scena. Davvero imperdibile Wahlberg, che per il ruolo sembra essere entrato quasi di prepotenza in diretta connessione con i personaggi “più matti” di Mel Gibson. Il suo “Daryl” è una creatura crepuscolare e aggressiva, che con abilità si nasconde sotto una “maschera da bifolco” che rende all’apparenza superficiali e innocue anche le sue invettive “più cattive”.

La brava Michelle Dockery ha invece a che fare con un personaggio decisamente classico e funzionale in ogni film “sugli aerei che cadono”, da Airport ’75 in poi. È la protagonista dal passato tragico e in cerca di rivalsa come il Topper di L’aereo più pazzo del mondo.  La sua U.S. Marshall, oltre a tenere a bada l’infido pilota di Wahlberg e il contabile, deve per la prima volta prendere i comandi di un Cessna e imparare a guidare un aereo in tempo reale, seguendo le istruzioni di un esperto della “torre di controllo”. Con un risvolto originale della trama, lei, in quanto “agente speciale”, non vive però in modo “troppo tragico” l’evento. Anzi. Nello specifico l’esperto chiamato a supportarla si chiama Hasan e ha in originale la voce suadente e confortante di Maaz Ali. Ha “doti motivazionali” da personal trainer, gioca con i doppi sensi e la seduzione, riesce da solo ad alleggerire molta della tensione narrativa e a risaltare nell’interazione il personaggio della Dockery. Purtroppo, la Dockery ha anche a che fare con una linea narrativa relativa alla “caccia alla talpa”, anche questa “vissuta al telefono”, che nell’economia generale della messa in scena non riesce a funzionare altrettanto bene, risultando in più di un caso ridondante o troppo “contratta”.

Topher Grace fin dai tempi di Predators predilige personaggi dalla forte ambiguità emotiva e anche con Winston prosegue questo percorso. Il personaggio del suo contabile è molto versatile: sa essere divertente quanto cinico, tragico quanto viscido.

L’intesa trovata sul set dai tre attori principali sembra essere stata molto alta e gli ha permesso di interagire al meglio anche nelle complesse e articolate sequenze d’azione.

La trama, semplice ma gustosa, procede “in tempo reale”, dipanandosi quasi come un’unica sequenza, grazie al montaggio di Steven Rosenblum (con Gibson da Braveheart, ma anche in Pearl Harbour di Bay). La durata della pellicola corrisponde con il tempo effettivo di percorrenza del Cessna per raggiugere dal piccolo aeroporto sperduto nel nulla la pista di atterraggio di Anchorage. L’attenzione a ogni dettaglio relativo al piano di volo, strumentazione, itinerario, compresa la fisica del Cessna sottoposto alle correnti ascensionali o alla picchiata, è puntuale quanto maniacale. Il film trasuda di tutto l’amore di Mel Gibson per l’esperienza del volo e i suoi meccanismi tecnici. Le musiche di Antonio Pinto risultano funzionali all’azione, pur senza mai sovrastare gli effetti sonori relativi al veicolo.

Sul piano visivo Flight Risk è un piccolo gioiello di stile.

Peccato, davvero peccato, per la poco riuscita e appagante sottotrama relativa alla “caccia alla talpa”, senza la quale il film avrebbe potuto comunque sorreggersi da solo.

Finale: Mel Gibson, con tutto il suo amore e passione per gli aerei, in attesa di portare sullo schermo il seguito di The Passion, confeziona una piccola pellicola action divertente e ben recitata, ideale per una serata senza troppe pretese, nello spirito dei classici film di volo catastrofici degli anni ’70 e degli action anni ’80. La trama è originale anche nel suo scardinare la “grammatica” dei film stile Airport, forse però in questo scontentando chi si aspetta un approccio più drammatico alla materia. L’azione è sempre concitata e spettacolare. È quasi un piccolo Con Air. Peccato per una sottotrama a sfondo spionistico che andava decisamente ripensata. Per gli amanti dei film action “old school”, degli aerei e delle simulazioni di volo, decisamente consigliato.

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giovedì 1 maggio 2025

Attack on Titan: The Last Attack - la nostra recensione del film diretto da Yuichiro Hayashi e Jun Shishido che racconta per il grande schermo gli ultimi capitoli della saga animata ispirata al fumetto di Hajime Isayama



Una nota preliminare: Per raccontare i concitati e spettacolari eventi che avrebbero portato al finale della storia (successivi al colpo di scena dell’episodio 87, rilasciato nel marzo nel 2022), Yuichiro Hayashi, il regista generale della stagione quattro dell’anime (detta anche Final Season), realizzata dallo studio MAPPA, ha deciso di optare per una produzione unica, di stampo cinematografico, che lo avrebbe visto nei successivi mesi anche nel ruolo di supervisore degli storyboad.

Il girato è stato inizialmente diviso in due special televisivi (denominati parte 3 e 4 della Final Season): il primo uscito nel marzo del 2023 della durata di un’ora, il secondo, uscito nel novembre dello stesso anno, di un’ora e mezza (speciali giunti in Italia in streaming su Crunchyroll e Prime Video, poi raccolti in Home Video da Dynit nel Box 3 della Final Season). Tra il 5 e il 19 novembre 2023 il materiale è stato rilasciato rimontato, con sigle di apertura e chiusura inedite, in sette episodi usciti in streaming in Giappone, che hanno ripreso la numerazione originale della serie tv come gli episodi dall’88 al 94.

Il film The Last Attack, uscito nelle sale in Giappone a novembre 2024 e che in Italia arriva ora al cinema, come evento speciale del 3, 4 e 5 Marzo 2025 presentato da Sony e Crunchyroll, è quindi da intendersi come la versione originariamente pensata dal regista Hayashi, più che un semplice film di montaggio. Una versione che include anche brevi scene finora inedite.

 


Un accenno alla storia passata, a uso di chi non conosca la saga

C’è stato un tempo in cui tutto era più “semplice”, anche se crudele. Esisteva solo un territorio boschivo, collinare e lussureggiante chiamato Paradis, all’interno del quale, in un’area estesa circolare (si stima sui 480 km di diametro), cinta e protetta da tre enormi schiere di mura concentriche alte più di 50 metri, viveva il popolo degli Eldiani.

Dentro le mura c’erano un’ampia campagna con selvaggina e alberi da frutto, alcune montagne e miniere, corsi d’acqua e campi coltivati, piccole città e città sempre più “grandi e ricche” procedendo verso l’entroterra. Al centro, un castello e una corte reale la cui origine si perdeva nel passato.

In un periodo che per tecnologia e cultura potremmo assimilare a un imbarbarito diciannovesimo secolo europeo (ma con ampie derive steampunk), nessuno degli Eldiani, se non attraverso libri antichi, conosceva molti dettagli sul passato, quanto sul mondo al di fuori delle mura.

Ma tutti erano certi, perché li avevano visti in sporadiche incursioni, che oltre quel confine ci fossero i giganti. Creature che di piccola taglia erano alte almeno tre metri, ma che in alcuni casi raggiungevano i trenta.

Nell’aspetto simili a esseri umani, ma con parti del corpo grottescamente rigonfiate, quasi “lievitate dall’interno” come un impasto nel forno. Muscoli e ossa apparivano di conseguenza allungati o contratti, in modo scomposto e peculiare per ogni gigante, con conseguente instabilità in movimenti che apparivano eccessivamente lenti o troppo scattosi.

La loro testa era tre o quattro volte quella di un essere umano. Presentava tratti somatici quasi caricaturali, occhi dall’aria assente, una bocca sempre enorme e piena di denti aguzzi in grado di favorire forse l’unico vero interesse di queste creature: masticare la carne ancora fresca e viva degli esseri umani che cercavano di sfuggirgli.

L’espressività faceva dei giganti delle creature involute, placide e sorridenti anche nell’atto di loro fare a pezzi uomini, donne e bambini. Senza distinzioni, in un modo spontaneo, crudele quanto ingenuo.

Forse all’apparenza sembravano “goffi”, quasi “vulnerabili” nel loro presentarsi completamente nudi, con una pelle rosa pallido smunta, molte volte flaccida. Ma erano esseri quasi immortali, in grado di rigenerarsi in breve tempo anche dopo essere state fatte a pezzi da una cannonata. Potevano essere uccisi solo con un taglio netto, in un esatto punto a livello del collo. Un’operazione che richiedeva velocità estrema e precisione chirurgica: chi si avvicinava troppo alle loro mani e bocche piene di denti affilati non sopravviveva.

Troppi eroi erano stati decimati nell’impresa.

Sul confine delle mura c’erano sempre troppi giganti e sembravano continuare ad arrivare. Mura sempre più alte, solide e protette da cannoni e fucili, erano state erette negli anni proprio per “contenerli”.

Il più recente sviluppo verticale delle mura aveva portato a un relativo periodo di pace e alla circostanza che la popolazione si sentisse quasi gratificata a vivere “reclusa”.

Imprigionati da così tanto tempo, gli Eldiani adulti “non ci facevano più caso”, i soldati di guardia avevano ormai smesso di affrontare con impegno le ronde. Anche se i cittadini più ricchi e nobili rimanevano per precauzione insediati nelle fasce di mura più interne, quelle mura ormai erano diventate loro “amiche”.

Tuttavia, gli Eldiani più giovani avevano ancora qualcuno in grado di motivarli a cambiare le cose. Si trattava di un piccolo gruppo dell’esercito locale, eroico quanto “folle”, ormai deriso se non disprezzato: “l’Armata Ricognitiva”.

Saltuariamente partivano a cavallo in spedizioni di ricerca e mappatura oltre quel confine.

Con una tecnologia mista di cavi uncinati retrattili, combinati con un propulsore a gas facile al surriscaldamento, erano in grado letteralmente di volare veloci tra gli alberi con estrema agilità. Attraverso questi strumenti e spade temperate sottili, avevano sviluppato uno stile di combattimento in grado di tagliare di netto il collo di un gigante, vincente in un’alta percentuale di casi: lo chiavano la “manovra tridimensionale”.

Partivano e tornavano dalle loro missioni spesso dimezzati, alimentando lo scontento per il loro poco utile operato, ma erano gli unici a sentirsi davvero “liberi”. Così i giovani Eren, Armin e Mikasa, sognando anche loro un giorno di varcare quel confine, si trovarono anzitempo in guerra.

Avvenne quando un gigante di oltre 60 metri, comparso dal nulla insieme a un gigante corazzato del tutto immune ai cannoni, riuscì con la forza esplosiva dei suoi pugni  ad abbattere le mura più esterne, quelle del loro villaggio.

I giovani si addestrarono e unirono all’Armata Ricognitiva.

Scoprirono con il tempo e dopo la soluzione di molti intrighi che esisteva la possibilità di trasformarsi momentaneamente in “giganti coscienti”, accedendo ai poteri dei “mutaforma”: in ragione di un “rito” tremendo, a cui seguiva anche una specie di “maledizione”. Se prima l’Armata Ricognitiva combatteva i giganti come “Davide contro Golia”, usando solo la tattica e il coraggio, ora potevano essere alla pari anche nella forza bruta: “Golia contro Golia”.

Il gruppo di Eren arrivò a scoprire che oltre le mura si arrivava a quella distesa d’acqua infinita che nei libri che leggeva Armin veniva chiamata “mare”.

Paradis era solo un’isola.

Scoprirono che oltre il mare, da anni, la più evoluta nazione di Marley, paragonabile per cultura e tecnologia già alla Germania nazista, inviava contro Paradis i giganti. Scoprirono con dolore come venivano “creati” i giganti.

Oltre le mura di Paradis esisteva un mondo complesso, diviso in più nazioni in lotta per il territorio e l’accaparramento di risorse rare. Un mondo pieno di chiaroscuri le cui radici erano state ben nascoste rispetto alla storia passata, dalla propaganda e dalla manipolazione di chi deteneva il potere.

Un mondo di “falchi”, ma anche di milioni di persone innocenti o inconsapevoli, che per secoli aveva definito la stirpe degli Eldiani “demoni”. Non c’era più nulla di “semplice” in questo mondo.

Eren, un tempo il più puro e altruista combattente del gruppo, decise di farla pagare a tutti e indistintamente: scatenando una guerra contro Marley che poi si sarebbe estesa contro tutto il mondo, risvegliando i più antichi e devastanti poteri dei giganti. Poteri che lui da solo non sarebbe stato mai in grado di controllare, ma che gli assicuravano la più tremenda vendetta concepibile.

Se Paradis era stata “una gabbia”, pur per qualcuno “dorata”, tutto il mondo sarebbe stato ora ingabbiato nel caos. Il timido e intelligente Armin e la silenziosa e combattiva Mikasa avrebbero invece fatto di tutto per fermare la pazzia del loro vecchio amico.

A questo punto della storia, chi sarebbe stato davvero l’eroe?

 


Sinossi

È infine giunta la notte più buia, quella in cui il mondo sarebbe precipitato nell’inferno.

Il temuto “boato della terra” ha iniziato a risuonare in ogni parte del mondo. L’80% della popolazione mondiale sta per essere brutalmente schiacciata da giganti di 60 metri di altezza, che irradiano dal loro corpo vapori ustionanti.

A guidarli, alta oltre mille metri per una lunghezza ipotetica di tremila, c’è una enorme, mostruosa e contorta montagna di ossa e aculei in movimento: il “gigante della fine”. Una creatura ciclopica, nata dalla fusione oscena del gigante fondatore con il gigante d’attacco, il gigante bestia e il gigante martello. Una sorta di dio pagano, in cui sembra sopita la volontà di quello che una volta fu Eren Jeager. 

La marcia è lenta, scappare senza finire tritati, dalla folla impazzita o da quei mostri, è impossibile. Intere città crollano come castelli di sabbia.

Quello che rimarrà della civiltà umana, dopo il passaggio delle centinaia di giganti delle mura che circondano Eren, saranno solo impronte di sangue e detriti, su un terreno diventato quasi lavico.

Ma forse qualcosa si può ancora fare: grazie a una insperata alleanza tra gli Eldiani dell’Armata di Ricerca e L’Unità Combattente Marleyana. Anche se è una missione che puzza parecchio di suicidio.

La città di Liberio è ormai caduta, ma c’è ancora un piccolo un hangar, di proprietà dei ricchi Azumabito, nella vicina Odiha. Da lì si potrebbe prendere un idrovolante e cercare di farlo atterrare sulla testa del gigante della fine, di fatto l’unico comandante della marcia.

Usando i poteri dei “Mutaforma”, abbinati agli strumenti e armi per la manovra tridimensionale, un gruppo di combattenti, già allo stremo delle forze, dovrebbe farsi largo tra le centinaia di difese biologiche dello scheletro semovente. Fino a “scomporlo”, renderlo inerme con lame ed esplosivi, infine decapitarlo per fermare tutto.

Prima che la marcia raggiunga l’ultima piccola fortezza posta sulla montagna: dove uno sparuto contingente marleyano e alcuni profughi, con cannoni e Zeppelin armati di bombe incendiarie, sta organizzando la loro ultima estrema difesa.

Da Odiha potrebbe anche prendere il largo verso i più sicuri mari del sud una piccola nave, con a bordo i superstiti più giovani del gruppo: per ricostruire una sorta di “futuro”, sperando che prima o poi i giganti si fermino. Il tempo è tiranno e i giganti delle mura sono quasi arrivati all’hangar, ancor prima che tutti i preparativi per il decollo siano ultimati.

Armata di Lance Tonanti e con un dispositivo non in ottime condizioni, il comandante Hange (con la voce in originale della amatissima Romy Park, già voce di Edward Elric in Full Metal Alchemist) si getta da sola contro centinaia di giganti delle mura. Cerca di abbatterne il più possibile e riesce a rallentarli colpendone molti agli arti inferiori, generando cadute con effetti domino.

In volo, il gruppo per un attimo viene trascinato dalla volontà di Eren all’interno del “sentiero”: il luogo metafisico dove tra passato, presente e futuro si incontrano le volontà di tutti i giganti della stirpe nata da Ymir. Tra le sabbie blu di quel deserto illuminato di stelle, all’ombra dell’albero di luce che forse rappresenta l’origine e la fine di tutto, Eren promette che non si opporrà alla volontà di fermarlo dei suoi amici. Promette che li lascerà liberi di costruire il loro futuro in modo indipendente dalle sue azioni. Sempre che riescano a “raggiungerlo” e fermare la sua avanzata.

Ma una volta raggiunto l’enorme colonna vertebrale sulla schiena del gigante della fine il gruppo scoprirà che la volontà di quella montagna non dipende più solo dal loro vecchio amico. Ad opporsi al loro ultimo attacco troveranno un’entità ancestrale e imprevedibile, rabbiosa e umorale, disposta a tutto, pur di sterminare tutta la razza umana.

Riuscirà Mikasa a usare le sue spade temperate per fermare l’avanzata del ragazzo che amava fin da quando era una bambina?

 


Una versione moderna di “Davide contro Golia”, in cui i ruoli a metà della storia si invertono

Sony e Crunchyroll portano nelle sale italiane il film dello studio MAPPA che racconta il finale di Attack on Titan: dal momento del “boato della terra” fino all’epilogo della vicenda e forse “oltre”.

È una pellicola che ha comportato un enorme sforzo produttivo in termini tecnici e artistici, che ha quasi spremuto fino all’ultimo le forze dello studio di animazione coinvolto, ma che consegna a tutti i fan dell’opera di Isayama la migliore conclusione possibile della sua amatissima saga.

The Last Attack chiude tutti i fili narrativi, riesce a congedarci da tutti i personaggi presenti e passati che abbiamo incontrato durate la narrazione, porta in scena gli scontri più complessi e spettacolari di tutta l’opera.

Ma soprattutto è un film che riesce a esprimere fino in fondo l’articolata e originale filosofia alla base dell’opera di Isayama.

Torniamo quindi per un istante dal gigante della fine all’origine di tutto.

Prima di quel 2009 in cui avrebbe esordito sulla rivista di Kodansha “Bessatsu Shonen Magazine” il primo capitolo di Attack on Titan, la serie che con il titolo L’attacco dei giganti sarebbe giunta in volume anche in Italia nel 2013.

Come spesso accade, tutto era partito ancora prima, da un racconto breve: una storia di 65 pagine presentata nel 2006 a Weekly Shonen Jump, ispirata a un episodio direttamene vissuto dallo stesso autore. Un episodio che ha raccontato in una intervista a NHK nel 2007.

Isayama era nato e viveva a Hita: un paesino così isolato da essere letteralmente circondato da alte montagne, che si ergevano quasi come mura per separarlo dal resto del mondo. Una situazione che da giovane trovava soffocante. Una sera, mentre stava lavorando in un internet cafè, Isayama ebbe un incontro ravvicinato con “un gigante”, o almeno con qualcosa di molto simile: un cliente enorme, lento quanto scomposto nei movimenti. Un gigante ubriaco.

Gli si era avvicinato e lo aveva di colpo afferrato al collo. Forse per mangiarselo. Lui si era sentito impotente: schiacciato dalla brutalità della situazione. Oltre alla possibilità surreale di essere mangiato, la frustrazione maggiore sperimentata da Isayama, che presto trasformò l’impotenza in rabbia, nasceva soprattutto dalla impossibilità di riuscire per lo meno a fermare quell’uomo con le parole.

Il suo aggressore non era nelle condizioni di poter comunicare con lui. L’uomo non lo ascoltava, anche perché in quello stato non era abbastanza lucido per farlo. Continuava ad avanzare verso Isayama, in modo indifferente quanto minaccioso, come se fosse l’unica opzione possibile.

Non sappiamo dall’ intervista come l’autore sia uscito da quella situazione, ma Isayama da quell’evento disse di voler scrivere un racconto: qualcosa che sapesse parlare della rabbia di chi, come lui, si è trovato a essere vittima di una situazione ingiusta. Una rabbia in grado di farsi largo anche nelle persone più miti, fino a condurle all’aggressività.

I giganti, creature molli quanto indifferenti nel loro essere crudeli, ispirate graficamente proprio a quell’ubriaco incontrato all’internet caffè, sarebbero stati nella storia di debutto dell’autore il “fattore scatenante” della rabbia del protagonista. Una rabbia che avrebbe spinto l’eroe a combattere ad armi impari, come Davide contro Golia, usando la tecnologia e la tattica contro la forza bruta. Fino a che la rabbia non fosse riuscita a trasfigurare del tutto l’eroe, trasformandolo in un gigante. Forse in questo rendendo anche lui “un po’ ubriaco”.

La storia breve piacque al redattore, fu pubblicata (oggi è rarissima e costa una follia) e Isayama decise nella successiva serie di lavorare esplorando ulteriormente il tema della rabbia: legandola ancora al “senso di oppressione” causato da un potere ingiusto, ma anche al “senso del dovere” nel costruire o ricercare un mondo migliore “a tutti i costi”. L’opera dell’autore “montava” e iniziavano così a svilupparsi tematiche anche dal sapore politico e sociale: arrivando alla costruzione di un mondo sfaccettato quanto colto, debitore della letteratura fantasy, ma anche di una rilettura non banale degli eventi della Seconda guerra mondiale.

Anche i giganti erano diventati più complessi e definiti rispetto al “bevone” del racconto breve. Per dargli forma, Isayama aveva preso ispirazione da celebri modelli anatomici creati per gli studi scientifici. Il gigante di aspetto più comune era debitore dei modelli dell’Homunculus Sensitivo e dell’Homunculus Motorio, così come esposti al Museo di Storia Naturale di Londra, basati sugli homunculus corticali mappati da Wilder Penfield.

Il gigante colossale e i giganti delle mura sembravano invece riferirsi a uno dei più comuni modelli di anatomia descrittiva: la riproduzione della struttura muscolare umana al di sotto della pelle, presente in varie forme (cadaveri mummificati compresi) nelle università fin dal 1500.

Anche il Gigante della Fine e il “verme luminescente”, che appaiono proprio in questo film, con tutte le sue “zampe artigliate” sul davanti come sul dorso, prendevano ispirazione dai più recenti libri archeologici. Nello specifico da una misteriosa creatura marina del periodo Cambriano (circa 500 milioni di anni fa), chiamata “Hallucigenia”. Scoperta negli anni ’70 e ancora oggi in grado di suscitare accesi dibattiti sulla sua forma e implicazioni genetiche.

Per qualcuno, Isayama avrebbe pure studiato il fenomeno “Uncanny Valley”, per rendere ancora più disturbanti e terribili i volti dei suoi mostri.

Ma di fatto il tratto dell’autore rispetto al racconto breve era stato radicalmente rivoluzionato e reso unico in Attack on Titan, quasi “espressionista”: anche attirando le critiche di chi oggi ricerca dai manga una estrema pulizia e precisione nel disegno.

Prospettive vertiginose e vibranti, di paesaggi come di oggetti di uso comune, sembrano ispirarsi all’arte di Van Gogh dell’ultimo periodo.  

Figure umane spesso emaciate, oblunghe e disperate, sembrano volerci costantemente proiettare ne L’Urlo del norvegese Edvard Munch.

Un intero mondo di ispirazione scientifica, storica e pittorica, veniva così “plasmato”: un mondo programmato per esasperare chirurgicamente le sensazioni di rabbia e angoscia, che forse sono alla base (per Isayama) della stessa natura umana.

Pur con riferimenti visivi e tematici ai lavori di Go Nagai, di Tomino come di Anno, Isayama ha saputo, nell’arco dei 34 volumi totali dell’opera, qualcosa di estremamente nuovo e personale. Qualcosa che non a caso è diventato uno dei più grandi fenomeni del fumetto contemporaneo.

 


Era molto difficile tradurre in animazione la poetica di Isayama, ma due studi di grande talento come Wit Studio e MAPPA hanno infine realizzato qualcosa che è andato ben oltre le più rosee aspettative, di fatto sfruttando al meglio un “cambiamento di prospettiva” che diventa fondamentale in un momento-chiave del manga.

Wit Studio, nato da una costola di Production I.G. a fine 2012, specializzato in un'animazione di stampo tradizionale, ha esordito proprio con Attack on Titan nel 2013, curando l’adattamento dell’opera fino alla terza serie, uscita nel 2019.

MAPPA, studio fondato nel 2011 dal produttore di Madhouse Masao Maruyama, specializzato in un'animazione mista tra tradizionale e tridimensionale, ha curato l’adattamento della quarta e ultima stagione, dal 2020 fino a oggi.

Wit  Studio ha raccontato di un giovane Eren che a Paradis combatteva contro i giganti, in uno scenario quasi dark fantasy in cui lui era decisamente l’eroe.

MAPPA ci racconta le avventure della giovane Gabi e dei Marleyani, quando un Eren ormai adulto in forma di gigante era andato a distruggere la loro nazione, di fatto diventando “il cattivo”. Uno scenario dal sapore steampunk, con tantissimi parallelismi alla Seconda guerra mondiale ma anche all’attualità.

Sono quasi due storie differenti. Sul piano visivo, per l’ovvio e diverso approccio all’animazione dei due studi incaricati. Sul piano narrativo, soprattutto per il “ruolo invertito” tra buoni e cattivi.

Ma sono due stili di narrazione che sanno essere così “speculari” da farci effettivamente “riflettere” (il gioco di parole aiuta) sul grande corto-circuito alla base di tutta l’opera: sul fatto che anche Davide, se si incazza, può diventare Golia. Ma con la conseguenza che se sei Golia non puoi più essere Davide.

Ma c’è di più! Dopo aver seguito per anni le avventure di Eren come eroe, perché di fatto Isayama ce lo ha “propagandato come tale”, pur in buona fede, per 60 e più episodi, al cambio di prospettiva gran parte del pubblico ha continuato a tifare per quelli che ora erano diventati i cattivi!

Di colpo è saltata tutta la “rabbia della vittima”, nata dalla frustrazione di sentirsi prigionieri davanti a un male che riteniamo ingiusto, in virtù di un desiderio di essere liberi e felici negato. Tutto è saltato, in modo geniale, raccontandoci la stessa e identica scena che dà il via alla storia, ma da una prospettiva diversa.

Perché Isayama, Wit e MAPPA vogliono spingerci verso una riflessione più profonda. Verso quello che avviene proprio sul finale, bellissimo quanto amaro di questo film. Il momento in cui la rabbia finisce e si arriva magari a qualcosa di diverso, proprio in virtù di essere stati in grado di comunicare con gli altri e anche con il “gigante interiore”, sempre belligerante, che si nasconde nel cuore di ognuno.

Finale: Attack on Titan: The Last Attack è la degna conclusione di un viaggio iniziato nel 2009, che ci ha portato a conoscere un mondo complesso quanto affascinante. Un mondo molto più vicino alla realtà in cui viviamo di quanto forse vorremmo immaginare. Un mondo che Jung avrebbe approvato come una solida base per l’auto-analisi sul concetto di “ombra”.

La pellicola può essere descritta come un’unica, lunga, “immensa” sequenza di battaglia. Un'azione a rotta di collo di 145 minuti, carica di scontri concitati quanto di riflessioni sull’animo umano non banali, in grado di coinvolge in vari ruoli tutti gli eroi e anti-eroi che negli anni abbiamo imparato a conoscere: in modi diretti, indiretti e pure “onirici”. Veniamo proiettati verso un finale unico: che sa esaurire tutte le questioni in sospeso e addirittura proiettarci nel futuro del mondo ideato da Isayama.

In quella che a tutti gli effetti si presenta come una narrazione corale, riescono a emergere soprattutto i caratteri di Mikasa, Armin e Eren: da sempre il cuore pulsante dell’opera e anche qui con dei ruoli centralissimi all’economia del racconto, struggenti quanto complessi. Levi di contro risulta confinato un po’ nelle retrovie. Reiner come sempre è silenzioso ma decisamente potente, “titanico”. Hange si ritaglia la scena più eroica. Ma L’opera va intesa soprattutto come la roboante parte finale di una grande storia, che da tanti anni ha appassionato migliaia di lettori e che ha ancora qualcosa da dire ai lettori più giovani.

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