venerdì 24 gennaio 2025

Luce: la nostra recensione del film di Luca Bellino e Silvia Luzi, con protagonisti Marianna Fontana e “la voce”di Tommaso Ragno

Sicilia dei giorni nostri, in un assolato giorno di festa in riva al mare. La cuginetta, vestita da principessa, sorride e tiene tra le braccia un agnellino: forse è la sua prima comunione. Dietro di lei tutti i parenti chiacchierano, cercando di rimanere in posa, con lo sguardo verso l’obiettivo, simulando un sorriso all’attenzione del fotografo delle cerimonie. Dei ragazzini lanciano petardi e fermano la scena, Luce (Marianna Fontana) sorride a quegli scoppi. Sono scoppi simili alle martellante con cui, la notte prima, ha chiuso con forza un armadio della sua casa. 

Ma il sorriso in breve si fa malinconia. 

Luce lascia il gruppo e va verso la riva, a raccogliere acqua salata con una bottiglietta che pone nella sua borsa, mentre la cuginetta corre sul bagnasciuga vestita da principessa, inseguita e ripresa dal drone per il filmino della festa, che i parenti definiscono “un'americanata”. 

A fine giornata Luce, insieme all'amica Costa, fanno volare quello stesso drone con qualcosa legato con lo scotch sulla sua sommità, verso un’area militare interdetta. 

Il giorno dopo, le due sono al lavoro nella fabbrica di conciatura di pelli, agganciando anelli alle estremità di ritagli che forse diventeranno vestiti. È un lavoro a catena e il morale è basso: si litiga spesso e ce la si prende con la macchinetta del caffè, almeno prima di prendersi a parole l’una con l’altra. A fine lavoro hanno mani nere e un unico fon elettrico in comunque, per liberarsi di polveri sottili. 

Tra il caldo e la rabbia, la boccata d’aria per la pausa sigaretta, sulla terrazza del tetto che specchia tutta la vallata, sembra quasi un'esigenza di sopravvivenza. Una breve pausa da quella specie di purgatorio, forse non dissimile da quello in cui si trova il padre di Luce.

La telefonata, la prima di tante, arriva improvvisa. 

La voce (dell’attore Tommaso Ragno), che si palesa solo dopo una serie di chiamate di sospiri e rantoli, suona poco familiare, a tratti sinistra, ma Luce decide infine di volerla identificare come quella del padre. La voce la chiama sul lavoro, a casa mentre gioca con il suo gatto, la sera al locale di liscio economico infrasettimanale con gli anziani, in piena notte. È una voce intrusiva, più volte cattiva e perentoria nel dire di: “rispondere subito”, “non richiamare mai, perché solo lui può chiamare”. 

Ma è una voce che presto si scioglie in immagini oniriche, raccontando di viaggi insieme, padre e figlia, in un’isola lontana, circondata da acqua purissima, una volta che  sarà possibile per entrambi abbandonare quel luogo. 

Nell’“altro luogo” hanno insegnato alla voce a cucinare con il cibo scartato. Lì la voce può solo da sdraiati in terra, per poter guardare il cielo. È zona interdetta a un mondo ormai lontano, a cui la voce si può solo aggrappare solo per un istante, prendendo una boccata d’aria, ascoltano proprio il suono di Luce alla cornetta. Una voce che lui chiama, sempre più dolcemente, “picciridda”. 

Le amiche iniziano a preoccuparsi per Luce: troppa assorta nei suoi pensieri, assente, scontrosa. Il fotografo della comunione della cuginetta sembra chiederle di ottemperare a una promessa, qualcosa di importante, ma Luce sembra non ricordarsi nulla. 

Ormai la ragazza, che si è presa anche dei richiami sul lavoro, vive solo con la compagnia del contatto con il suo gatto. Con quella voce al cellulare, che ogni tanto si palesa anche lei infelice: preferendola nei pochi lontani momenti di una gioia passata, rispetto ai giorni presenti interi di malinconia.  


Luce è un film che vive di enigmi e “non detti”, costruendo un piccolo mondo carico di ambivalenze narrative e afflati quasi metafisici. 

Per volontà degli autori Luca Bellino e Silvia Luzi è un film “ellittico”, “da riempire” come un puzzle da 100 pezzi tutti uguali.

Il piano reale e interiore/onirico si mischiano e confondono nella narrazione, per spazio e regole, anche se la cifra stilistica delle immagini rimane sempre rigorosa, quasi documentaristica, quasi in sintonia con i primi lavori dei Dardenne. 

Al centro di tutto c’è Luce, interpretata dalla splendida Marianna Fontana come una creatura sfuggente e inquieta, alla ricerca continua di “contatti”. 

Un primo contatto le viene offerto dall’acqua: un “elemento” con cui è solita quasi ossessivamente lavarsi le mani, perennemente sporche di nero e forse anche ferite più in profondità. 

Un secondo contatto per Luce sono quelle “telefonate”, strane, dolci e a tratti inquietanti, con qualcuno che sembra burlarsi di lei mettendo in dubbio più volte di essere davvero “il padre”. Il terzo contatto di Luce  è puramente epidermico, con il suo gatto: una creaturina con il cui animo a volte la ragazza si specchia e ritrova, fino a seguire per se stessa una “leggenda urbana” che riguarda proprio i gatti.

Si spargono indizi e sta poi allo spettatore dirimere la matassa, anche con la sua fantasia, pur di averne a disposizione. 

Film vietato a chi manca di fantasia.

Confrontando più interpretazioni, specie se fantasiose, sembrano nascere pellicole diverse, a volte distanti o contraddittorie per la sensibilità individuale. Luce è così un racconto che si trasforma, secondo l’occhio di chi lo guarda, in un autentico generatore di storie. 

In un periodo in cui troppo spesso il nostro cinema è “scoperto”, fin troppo “chiarificato”, pure “confortante nella banalità”, i registi di Luce vanno all’opposto, amano farci masticare immagini e concetti, rendendoci partecipi della forza creativa di questo piccolo grande film. 

Astenersi chi nel cinema ricerca certezze o conforti. 

Ma troverà in Luce qualcosa di unico soprattutto chi, dalla forza e magia del cinema, vuole anche “l’esplorazione di quel tessuto tra realtà e onirico”. Un cinema che non ha paura di mischiarsi con l’inconscio.

Un cinema che può così muoversi, tra fantasia e psicanalisi, alimentando una ginnastica nuova e divertente per la mente. 

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giovedì 23 gennaio 2025

Nosferatu: la nostra recensione della nuova pellicola horror di Robert Eggers, con Bill Skarsgard nel ruolo del celebre “non morto” di Murnau

  


Sinossi: Siamo nella città di Wisburg, in Germania, nei primi anni dell’Ottocento e in una notte stellata. La giovane Ellen (interpretata da Lily-Rose Depp) entra in contatto con una entità misteriosa, che giunge in suo “soccorso” dopo che lei, disperata, ha invocato l’intervento di un angelo. 

Forse il suo è un “risveglio di coscienza” prima del risveglio del corpo, come nella paralisi del sonno. Forse le accade quello che succedeva alle sacerdotesse greche che comunicavano con gli dei. 

Ellen si trova comunque in uno “stato ipnagogico”, che le permette solo di osservare, senza potersi muovere liberamente, la creatura che la assale, giunta come da un’altra dimensione. 

È una creatura contraddittoria, imponente ma fragile. 

Ha un corpo aguzzo e allungato ma filiforme. Anziano e molle, quasi millenario, ma ancora energico, scattoso. È scomposto e ricurvo, glabro e smunto, scheletrico ma vivido, viscido, come un serpente. Ha occhi cattivi ma infantili, come una bocca aguzza ma triste, in cerca di cibo, come un bambino sperduto e affamato. 

Il mostro la penetra ed Ellen non può che urlare e insieme “cambiare/mutare”, per sempre. La creatura si fonde in lei e con lei, cercando nel mentre di divorarla, tra dolore e piacere. 

La notte finisce, gli incubi sono solo all’inizio.

Da quel momento Ellen continuerà ad avvertire qualcosa al di là del razionale, vivendo di presagi e terrore continuo, additata da tutti come “strana”. Spesso “strega”.

Fino all’incontro con un uomo giovane e buono come Thomas Hutter (Nicholas Hoult), in grado di placare le sue paure e farla sentire per una volta al sicuro, non bisognosa di essere guidata e sorvegliata, tenuta e trattenuta come una pazza.

Nel 1938 Hutter è l’impiegato di una società immobiliare gestita da un capo dispotico e sinistro, forse amante compulsivo dello spiritismo: il signor Knock (Simon McBurney). Il loro nuovo cliente, strano quanto lui, è un nobile che ha deciso di spostarsi dal suo castello, disperso nei Carpazi più rurali e medioevali, per trasferirsi ed estendere la sua influenza proprio nella moderna e industriale città di Wisburg. Si chiama Orlok (Bill Skarsgard), è ricchissimo e vuole concludere quanto prima il contratto per l’acquisto di una grande villa. 

Hutter deve correre subito da lui, prima che cambi idea, partendo per le montagne alle prime luci dell’alba, a cavallo. Il viaggio sarà così lungo che potrà trovare riposo solo a tarda sera, presso un punto di sosta con locanda, per poi ripartire il giorno seguente all’alba con un cavallo fresco e giungere solo a tarda sera presso il castello. 

È un viaggio che si preannuncia eccitante, con tutto il sapore dell’avventura, che aiuterà il giovane a fare carriera in poco tempo.

Ellen sente qualcosa di strano e sinistro in tutto questo affare, ma non riesce a dissuadere il marito dall’entusiasmo. Per i giorni della sua assenza andrà a stare da sua sorella Anna (Emma Corrin) e da suo ricco marito Friedrich (Aaron Taylor-Johnson), scrivendo e ricevendo lettere con l’amato.

Il viaggio di Thomas lo porta più lontano di quanto lui potesse immaginare: nel cuore  in una natura selvaggia e primitiva, sospesa tra sogno e realtà, tra boschi fitti carichi di predatori e nebbie dense di spettri e superstizione. Sinistre leggende zingare prendono vita, mettendolo a stretto contatto di strani riti per contrastare dei mostri ancestrali, che tuttora vivono in quei luoghi, nutrendosi della terra e del sangue dei vivi: le creature “non morte”, in rumeno “nosferatu”. Thomas assiste a cose indicibili fino a che da solo, a piedi, derubato di tutto, giunge infine al rudere di un enorme castello simile a un guscio vuoto, dove lo attende nel cuore della notte Orlok. 

È un uomo imponente e ossuto, dalla folta barba e gli occhi scavati. Vestito in abiti eleganti quanto con decadenza consunti: potente quanto antico. Ha una voce inumana, modi al contempo seducenti quanto brutali, cambi di umore continui, sparisce anche per ore.


Tutto si fa se possibile ancora più confuso quando, tagliando una pietanza, Thomas quasi si recide un dito con il coltello: Orlok non nasconde una fame improvvisa e incontenibile alla vista di quel sangue. Come non nasconde nemmeno un interesse folgorante e misterioso per il ritratto di Ellen, che Thomas porta con se in un medaglione. Il contratto sembra essere pronto per l’esecuzione, dopo mille dettagli, ma Thomas non riesce più a uscire dal castello e tornare a casa. È imprigionato in una stanza chiusa con una finestra che dà su un baratro, mentre il conte, che si rivela essere un autentico nosferatu, viaggia verso Wisburg su una nave, all’insaputa dell’equipaggio. Nascosto in un sinistro carico, composto da più bare ripiene di terra e orribili topi infetti della peste nera. 

La nave irrompe nel porto insieme alla peste, allungando l’ombra sinistra di Orlok su tutta Wisburg. Knock sembra impazzito del tutto: parla per enigmi, si comporta come un animale e si fa internare. La città è nel caos e una morte incontrollabile e incontenibile comanda sulle strade. Uomini di scienza come il Dottor Sievers (Ralph Ineson) e l’occultista Prof. Albin Eberhart Von Franz (Willem Dafoe) cercano soluzioni, rimestando tra testi di medicina e alchimia, ma spesso brancolano nel buio: il loro nemico, questo “caos ancestrale” è sempre diversi passi più avanti di loro. Il ricco e potente Friedrich, uomo forte, pragmatico e moderno, si sente schiacciare da una forza che non è in grado di fronteggiare perché incapace di comprendere. 

Ellen sente di essere sul punto di dover incontrare di nuovo il suo destino: il suo finto angelo.


C’era una volta Nosferatu: il 4 marzo 1922 veniva proiettato a Berlino un misterioso film muto, diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e prodotto dalla Prana Film, fondata da Enrico Dieckmann e dall’occultista Albin Grau. La “Prana” prendeva il suo nome dal termine delle religione indù che racchiude le definizioni di “respiro/vita/spirito”. Il suo intento, specializzarsi in pellicole a tematica soprannaturale ma anche curiosamente “autobiografica”: la principale ispirazione di Grau per Nosferatu veniva infatti dalla sua passione per gli spiriti e dal suo incontro, in tempo di guerra, con un contadino serbo che asseriva che suo padre fosse un non morto. La sceneggiatura era stata affidata a Henrik Galeen, già autore dei film sul “Golem” e una delle voci più note del romanticismo gotico. Il suo lavoro consisteva in una poderosa revisione del romanzo Dracula di Bram Stoker dove venivano cambiati nomi e luoghi, alcuni personaggi-chiave scomparivano (Van Helsing) o venivano molto contenuti (Harker). La storia si incentrava molto di più sul “lato femminile”, valorizzando simbolicamente il ruolo “moderno” della donna, che tra mille difficoltà si metteva in antitesi con un vampiro: immagine di un potere maschile dai tratti aristocraticamente medioevali. Altre novità rispetto a Stoker erano i topi e soprattutto, quasi profeticamente, la peste: un male che presto avrebbe di nuovo invaso l’Europa, insieme alle profezie di Nostradamus su un “re del terrore” che si facevano sempre più concrete. 

Perché il film facesse ancora più paura, la Prana sceglieva Murnau in quanto esponente già affermato dell’espressionismo tedesco: una corrente che proponeva di usare il cinema anche come nuovo strumento di indagine visiva ed emotiva per l’onirico e l’incubo. Un cinema che giocava molto nella costruzione della scena e delle scenografie anche con influenze pittoriche di autori romantici, come Caspar David Friedrich (Donna alla finestra, del 1822). Era da incubo pure il nome dell’attore teatrale chiamato a impersonare Orlok: un “Max Schreck”, che in tedesco suona più o meno come “Massimo Terrore” e dietro cui si era diffusa la leggenda (smentita) che si celasse, sotto il trucco, lo stesso Murnau. 

Certo la Prana non navigava nell’oro.

Per location non si poteva usare un castello in Transilvania: gli interni furono girati a Berlino e ci si accontentò per gli esterni del castello di Orava, in Slovacchia, come dei Magazzini di Sale di Lubecca per la residenza cittadina. Il budget permetteva l’uso di una sola telecamera e di un quantitativo di rullo molto limitato: tutto doveva funzionare al millimetro.

Abituati alla grandiosità del “Dracula che sarebbero seguiti”, fa quasi strano vedere in una scena Orlok che tra i campi si porta da solo la sua bara in spalla, senza calessi e senza servitori. Un Orlok che così, in fondo, ci ricorda il Django di Corbucci. 

Tutto funzionò al millimetro e Nosferatu divenne in breve un film di culto: di fatto il primo film ad “adattare” il più celebre vampiro di Stoker: anche se non lo sentiremo mai chiamare “Dracula” per problemi di diritti. Problemi di diritti che si concretizzarono comunque a breve dall’uscita nelle sale, nella forma degli incazzatissimi eredi di Stoker, che fecero causa alla Prana per plagio, vincendo e di fatto ponendo fine alla appena iniziata vita della casa di produzione a vocazione “spiritista”. 


Ma i “Nosferatu” per definizione “non muoiono”. Così Werner Herzog, giudicando l’opera di Murnau come il film più importante della cinematografia tedesca, nonché ritenendosi lui stesso erede di quel cinema, in quanto “neo-espressionista”, decise di realizzarne un remake. Un remake “più in grande” e che ripristinava e re-integrava anche i nomi e personaggi dell’opera originale, in un clima in cui gli eredi di Stoker erano scomparsi e non erano più un problema legale. 

Werner Herzog scelse per il suo nosferatu il “principe della notte” Klaus Kinski (visto che in questo blog adoriamo Nicolas Cage, vi abbiamo più volte sicuramente detto come il nostro ami definirsi, per il suo particolarissimo metodo, come il “Californian Klaus Kinski") , suo attore anche in Fitzcarraldo. Proprio in merito alla lavorazione di Fitzcarraldo, Herzog in una intervista definiva in questo modo quello che ricercava artisticamente nella creazione di un suo film:  

“Un luogo dove la natura non è ancora completa… un luogo dove Dio, se esiste, ha creato con rabbia… dove anche le stelle in cielo appaiono in confusione”. 

Una definizione che sarebbe piaciuta alla Prana Productions e calza a pennello anche per la ricerca artistica di Herzog per il suo Nosferatu, il principe della notte, del 1979. 

A fianco di Kinsky, Bruno Gantz e Isabelle Adjani. Ma Mina, la figura femminile/chiave, simbolo dello “scontro più diretto” tra eros/thanatos era interpretata dalla stessa moglie, nonché musa di Herzog,  Matje Gorhmann. Altra curiosità: era Herzog stesso l’unico della troupe a toccare i topi sulla scena, un po’ per questioni sanitarie e un po’ “alla Dario Argento”. 

L’arrivo al castello del conte veniva ora sottolineato nientemeno che da una delle più celebri arie di Wagner: il “preludio” all’atto 1 de L’oro del Reno. Il castello ancora una volta non si trova nei Carpazi ma in Slovacchia: a Strecno. 

Anche in questo caso il successo fu enorme e Nosferatu avrebbe trovato nuove occasioni per rivivere. 

Tra le varie, un sequel “non ufficiale” come Nosferatu a Venezia, di nuovo con Kinsky. 


Negli anni '80 un Nosferatu “zio del conte Dracula” compare pure in un mai dimenticato classico senza tempo di Neri Parenti con protagonista Paolo Villaggio: Fracchia contro Dracula

Negli anni 2000 arriva un meta/ film sulla realizzazione del Nosferatu di Murnau, L’ombra del vampiro: di Elias Merhige, prodotto da Nicola Cage (che abbiamo poco sopra citato), con Willem Dafoe nei panni di un Orlok che di fatto non è “impersonato da un attore”, ma è un vampiro vero, in carne putrefatta e ossa. In questo caso un Murnau interpretato da John Malkovich, insieme al produttore Grau, interpretato da Udo Kier, si limiteranno quasi a girare un documentario. 

Ma Nosferatu è tornato di fatto pure nell’action quasi-supereroistico Dracula Untold, con le fattezze di Charles Dance e il nome “fittizio” di Master Vampire. Un “Nosferatu” che qui conferisce i suoi poteri vampirici a un “giovane Dracula”. Un passaggio di testimone in piena regola. Di fatto il primo Dracula cinematografico è sempre e sarà per sempre solo il Nosferatu di Murnau. 


“Divorare o fondersi”- le parole chiave del cinema di Eggers: Robert Houston Eggers, classe 1983, newyorkese, nato da un padre biologico sconosciuto e cresciuto da un professore di letteratura inglese dell’Università del Wyoming, ha sempre amato un cinema misterioso e rarefatto, simile a una favola nera come quello di Murnau.

Nel 2015 il suo film d’esordio alla regia, The VVitch, riceveva importanti riconoscimenti al Sundance Film Festival, trovando poi la distribuzione della prestigiosa A24, proponendo un racconto che parlava di streghe e demoni, superstizioni e follia. In un paesino segnato da carestia e malattie, del New England del 1600, la giovane contadina Thomasin, interpretata dalla meravigliosa Anya Taylor-Joy, veniva tacciata di portare la sventura e forse avere rapporti carnali con il maligno, con il suo stesso padre che finiva per inforcare la torcia contro di lei. L’atmosfera è “magica, sanguigna e peccaminosa”, quando il cinema moderno aveva già tantissima paura di parlare di “sesso”. Il male “celato nelle ombre”, antico ma in fondo “solo fumoso”, faceva molta meno paura di un “male sociale” dilagante, carico di torce infuocate e incazzate, che trasforma ogni contadino in un pazzo in cerca di vendetta contro sedicenti “streghe”. C’erano già in The VVitch tutte le suggestioni del cinema di Murnau, compreso un incedere narrativo e visivo lento, contemplativo e “solo suggerito”:  ancora una volta in antitesi con un “cinema horror del presente”, che pretende velocità, azione e colpi di scena. Non sorprese nessuno, anzi piacque a molti, il fatto che Eggers dichiarasse che la sua pellicola successiva sarebbe stata proprio una nuova versione di Nosferatu. Poi, come capita spesso nel cinema, i progetti si accumulano o spostano di anni, così Eggers prima confermava il suo stile di cinema “espressionista” nel 2019, con un interessante omaggio a H.P.Lovecraft, The Lighthouse, claustrofobico e per qualche verso premonitore del periodo Covid. Poi nel 2022 firmava The Northman, un dark fantasy cupissimo e rarefatto, sulla linea anche del Valhalla Rising di Refn, con protagonista di nuovo la Taylor-Joy, ma pure con una “strega” con il volto della cantante Bjork, amata/odiata da Von Trier in Dancer in The dark. Rimane in tutte queste iterazioni riconoscibilissimo, in controtendenza, amato/odiato per gli stessi motivi che ne caratterizzano da sempre lo stile. 

Poi venne il turno di riprendere Nosferatu. Per enfatizzare e rendere ancora più centrale la forza e fragilità del personaggio di Ellen, Eggers sceglie (sembra dopo l’impossibilità della Taylor-Joy e l’incredibile opzione del cantante Harry Styles, durata un paio d’anni) gli occhi profondi e le forme quasi eteree della brava Lily-Rose Depp. Che sarebbe una perfetta interprete de “L’urlo” di Munch, ma ha nasconde una grande personalità e femminilità. “L’immobiliarista-avventuriero” Hutter ha invece il volto del timido e impacciato  Nicholas Hoult. Lo scombinato prof Von Franz porta il ghigno sornione di Willem Dafoe. Il “capovillaggio” ha i muscoli e l’imponenza drammatica di Aaron Taylor-Johnson. Ma rimangono figure maschili per lo più “contrite e contratte”, rispetto ai vari eroici Ammazzavampiri alla Van Helsing, che non a caso manco comparivano nell’opera di Murnau. 

Serviva invece un Orlok nuovo e convincente. Così Eggers si premura di trovare uno degli interpreti degli “incubi di celluloide” più interessanti: quel Bill Skarsgard che ha dato il volto alla più recente forma del pagliaccio It di Stephen King e di recente prova a diventare il nuovo Corvo. Bill possiede tutta l’eleganza, l’altezza e la possanza del mostri di Doug Jones, quelli dei film di Del Toro. Ma al contempo sa conferire alle sue creature una aggressività feroce e quasi nobile, al punto che per Orlok si studia un particolare dialetto desueto della Dacia per dargli un’aria ancora più regale e decadente.


La costumista Linda Muir gli dona gli abiti realistici di un militare dei Carpazi del 1600, enormi baffoni a manubrio compresi. Eggers vuole che sembri un non-morto/demone del folklore popolare, se vogliamo più simile a uno zombie che a un vampiro. Il make-up è poderoso, si estende su tutto il corpo e richiedeva all’attore 6 ore di trucco giornaliere, con la bellezza di 62 parti scolpite distinte, opera del designer Colin Jackman. 

Iconograficamente si ispira molto al demone del sonno protagonista del dipinto  “L’incubo”, di Johann Heinrich Fussli. È un Orlok del tutto nuovo, ma davvero magnifico. 

Finalmente il budget ha permesso pure di avere un castello “transilvano doc”: il castello rumeno di Corvin. 

Tutto il film ha il sapore di un lungo viaggio mistico e per molti versi erotico, ma anche eroico, reso ancora più sognante dalla fotografia del sodale Jarin Blashke.

Il cinema di Eggers si conferma come un luogo in cui i personaggi vivono sospesi in costanti balletti emotivi tra amore e odio, sensualità e lotta, all’ombra di un grande caos che cerca di inghiottirli. Personaggi che si avvicinano nell’intento impossibile di provare una “vicinanza emotiva”, una tenue solidarietà “fusionale”, ma con incontri/scontri che il più delle volte si trasformano in guerre all’ultimo sangue, fino all’annichilimento/“sbranamento” dell’avversario. 

È come se Eggers, dietro la patina “anticata” di cui ricopre tutta la sua arte, riflettesse proprio sul nostro mondo odierno: un società sempre più incapace di comprendere le relazioni umane e i segnali della natura; una civiltà che dopo aver “distrutto la religione” si sente sempre più sola, in balia di quanto razionalmente non si è più in grado di comprendere. 

Finale: Nosferatu conferma tutto il talento e la poetica di Eggers. È ancora una volta un film vivido e  contemplativo, spietato quanto intrinsecamente romantico. Ancorato a una estetica da horror del passato che rende tutto simile a una favola nera. 

È un lungo viaggio tra incredibili paesaggi da sogno rarefatti, in compagnia di personaggi scontrosamente incapaci di comprendersi e capirsi, perennemente divisi, contemporaneamente a cavallo tra presente e passato, spiritualità e scienza, ma senza mai avere una qualsiasi idea di “futuro”. Straordinaria l’anti-eroina di Lily-Rose Depp, magnifico il conte non-morto di Skarsgard. Piccoli e amabilmente/umanamente patetici i “non eroi” di questo racconto: un piccolo manipolo di uomini comuni, scienziati e pazzi pertanto interpretati da un gruppo di attori tutti meravigliosi. L’intreccio appare semplice e diretto, come sempre in Eggers, ma sempre carico di spunti di riflessione.

Chi non ama Eggers non cambierà certamente idea sulla sua arte dopo questo Nosferatu, ma anche i detrattori più severi si porteranno a casa qualcosa della magia di questa pellicola. 

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mercoledì 22 gennaio 2025

Il mio giardino persiano (My favourite cake): la nostra recensione della meravigliosa commedia “agrodolce” di Maryam Moghaddan e Bentash Sanaeeha


Nella Teheran dei giorni nostri vive la tenera e solare settantenne Mahin (Lily Farhadpour). Ormai vedova da molto tempo e con i figli ormai fuori di casa, se non direttamente fuori dalla nazione, Mahin vive da sola, prendendo ogni tanto il the con un piccolo gruppo di amiche. 

Con il tempo questa solitudine si fa sempre più opprimente, così un giorno Mahin, nel modo più diretto, buffo, “rivoluzionario” e sfrontato possibile, decide di “trovarsi un uomo”. 

Lo cerca a pranzo, in una tavola calda frequentata da camionisti ed ex miliari solitari, incrociando la sagoma rassicurante e gentile del taxista Faramarz (Esmail Mehrabi). Lo segue subito fuori dal locale, ma lui è già partito incontro a un cliente. Mahin si segna il nome della compagnia di taxi e il giorno dopo è già lì, in attesa di prenotare una corsa con lui, che si paleserà solo verso sera, a fine turno. 

In auto c’è un po’ di imbarazzo reciproco, proprio perché Mahin è molto “motivata” e a Faramarz la cosa non dispiace. 

Si parla del più e del meno, del fatto di essere entrambi “soli”, della voglia di trovare qualcuno con cui ridere e divertirsi come da giovani, magari quando lo Stato concedeva di bere qualche superalcolico. Mahin confessa che una specie di grappa iraniana abusiva lei la produce, di nascosto, direttamente nel giardino, insieme a tanta altra frutta e verdura. L’uomo fa una pausa in farmacia e poi decide di accettare l’invito di Mahin ad andare a casa sua. 

Mahin spalanca la porta e corre a sistemare soggiorno, camera da letto, tovaglia e trucco. Faramarz dovrà arrivare solo dopo, “facendo il giro lungo” e parcheggiando distante dall’entrata: per non allertare la vicina rompiscatole che ha sempre in mano il numero di telefono della polizia morale e non vede l’ora di chiamarla, nel caso “un uomo” intenda entrare nella casa di una donna sola. 

Il tassista entra sorridente e timido da Mahin, che truccata e accogliente dimostra quasi una quindicina di anni in meno, quando ecco, puntuale, la telefonata della vicina, che ovviamente ha seguito tutti i movimenti sospetti di prima. Al volo, si inventa che quell’uomo è un elettricista venuto a sistemare la luce esterna sul giardino, che effettivamente da tempo fa le bizze. Senza battere ciglio il tassista esce e ripara il fusibile fulminato e i due si intrattengo un po’ a parlare seduti sotto le stelle. 

Una piccola oasi di pace, l’unico posto in cui oggi Mahin si sente davvero felice. Anche per via della grappa. 

I due iniziano a bere, Mahin inizia a cucinare piatti esotici per un intero esercito, dimostrando capacità culinarie da master chef. A tavola tutto viene gradito, si riscaldano gli animi, partono le danze offerte dal giradischi, per una volta “a tutto volume” e “chissenefrega della vicina”. La situazione è super imbarazzante ma anche ridicola, perché la coppia è una vita intera che non fa cose di quel tipo: tra gli acciacchi e la mancanza di ritmo è per lo più una faticata, dove si ride per non piangere dal dolore. 

Un Faramarz particolarmente brillo propone “facciamo la doccia insieme”. Una Mahin improvvisamente casta dice che non se la sente di farsi vedere nuda da un uomo che ha conosciuto da poche ore. L’erotismo si stempera in pochi secondi, quando vediamo che entrambi sono effettivamente insieme sotto la doccia ma vestiti e ubriachi, seduti per terra, con tutti i terribili postumi del dopo sbornia. 

Ma l’energia giovanile è ancora tanta e la coppia è pronta per riprendersi e affrontare un nuovo round. Nuove confidenze e tenerezze seduti nel giardino e sotto le stelle, nell’attesa che la migliore torta di fichi di Mahin esca dal forno. 

Come finirà la serata?


Arriva finalmente nelle sale italiane il film che ha incantato la scorsa edizione della berlinale.

Una commedia divertente e tenerissima, notturna e malinconica, che arriva dal cuore dell’Iran, nonostante molte difficoltà produttive e i controlli del rigido sistema di censura di quel paese. Un film dal fascino universale che è un autentico inno alla “voglia di tenerezza”, per citare il classico di James L. Brooks, in un momento storico particolarmente difficile e allergico a ogni forma di leggerezza. Un racconto che viviamo “tutto in una notte”, per citare il classico di John Landis, romantico, surreale e satirico, che si regge sulle spalle di una coppia di attori davvero meravigliosi e affiatati, in grado di trasmettere con pochi gesti un intero caleidoscopio di emozioni e umori, senza mai apparire superficiali o scontati. Due “amanti/rivoluzionari”, soli contro un mondo che quasi non contempla la possibilità che due persone possano cercare intimità in età matura. Due “persone” e non “personaggi”, a cui presto si finisce per volere bene, per i quali anche si piange, per l’inaspettato evolversi degli eventi sul finale. Una piccola nota di amarezza che è anche metaforicamente una profonda riflessione morale, legata all’attualità di quella cultura, in grado con la sua carica emotiva di disorientare gli spettatori, portandoli a ragionare sui concetti di “destino”, “colpa” e “peccato”. 

Il mio giardino persiano è un film pieno di ritmo, colori, ottimi tempi comici e momenti profondamente romantici, struggenti. Un film con al centro due bravissimi attori che è una piccola perla, da scoprire in tutte le sue sfumature. 

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martedì 21 gennaio 2025

Conclave: la nostra recensione del sorprendere thriller a sfondo religioso/ politico di Edward Berger, con protagonista Ralph Fiennes, basato sul romanzo di Robert Harris


Vaticano dei giorni nostri. Il cardinale Thomas Lawrence (Ralph Fiennes), l’uomo più vicino a Papa Gregorio XVII, è chiamato a dirigere i lavori del conclave dopo la morte del pontefice, avvenuta a seguito di un attacco cardiaco. 

Sono molti i misteri legati agli ultimi atti e incontri che ha avuto il papa a poche ore dalla sua morte. Ci sono ultime volontà da scoprire o da celare per sempre, in attesa che i vescovi nominino un nuovo erede di Pietro. 

Thomas sente di non essere l’uomo giusto per l’incarico di decano e a maggior ragione non vuole essere nominato lui come successore: sta vivendo un periodo di grande crisi spirituale e spera di lasciare Roma quanto prima. Ci sono invece almeno quattro candidati che credibilmente avrebbero i voti per l’elezione. 

Il cardinale statunitense Bellini (Stanley Tucci) sarebbe il successore ideale della politica del pontefice, ma nutre un forte senso di invidia e competizione proprio nei confronti di Thomas, che lo porta con il tempo a essere sempre più messo in disparte. Il cardinale irlandese Tremblay (John Lithgow) gode di un enorme potere, ama particolarmente i giochi di palazzo e usare la “macchina del fango” per screditare i suoi concorrenti, a costo di fare uso di un sistema di spie. Il cardinale nigeriano Adeyemi (Lucian Msamati) sembra il migliore sul lato umano, ha un forte temperamento e una grande fibra morale, ma forse dietro alla facciata, nascosto nel suo passato, c’è qualche scheletro nell’armadio. Il cardinale italiano Tedesco (Sergio Castellitto) è potente ma temuto, in quanto ritenuto un conservatore con un seguito sempre più grande, che farebbe “tornare indietro la chiesa di 50 anni” nel caso fosse eletto: il dictat è evitare in ogni caso che questo avvenga, a costo di scegliere un papa non del tutto idoneo. 

Tra i misteri dell’ultimo periodo del pontificato di Papa Gregorio, c’è anche la nomina dell’arcivescovo di Kabul, un giovane prete la cui esistenza è stata tenuta segreta fino a oggi, per motivi di sicurezza legati anche particolare territorio in cui si trova il suo dicastero. Si chiama Vincent Benitez (Carlos Diehz) ed è ora per la prima volta in Vaticano dopo un lungo periodo trascorso in ospedale per motivi sempre segreti, in Svizzera. È una variabile del tutto inedita, misteriosa.

Il conclave segue il suo rigido schema di isolamento dei votanti, preghiera e rigore assoluto nelle procedure di voto, anche tramite il lavoro complesso e silenzioso della suore, sotto la direzione di Sorella Agnes (Isabella Rossellini). All’ombra degli scrutini, nei corridoi notturni più bui e nelle salette riservate più blindate, i giochi di potere prendono forma, mentre Thomas, perso in un intreccio di trame e complotti che sempre più si sovrappongono e confondono le carte, cerca come guida gli scritti privati del papa scomparso. Scritti rimasti sigillati nella stanza in cui il libero è morto e che forse nessuno dovrebbe consultare.


Edward Bergher, regista del più recente adattamento di Niente di nuovo sul fronte occidentale, porta al cinema una sceneggiatura di Peter Straughan, candidato all’Oscar nel 2012 per il bellissimo thriller “a tema letterario” La talpa

La fonte di partenza è qui un libro di Robert Harris, l’autore dell’ucronico Fatherland, della trilogia su Cicerone, ma anche dello sfizioso Ghostwriter, diventato al cinema nel 2010 L’uomo nell’ombra per la regia di Roman Polanski.

L’antica procedura del Conclave, mistica quanto misteriosa, con le sue ritualità e l’isolamento dei votanti, è suggestiva quanto adattissima a “ospitare” thriller adrenalinici alla Dan Brown (se ne parla anche in Angeli e Dei, portato poi al cinema da Ron Howard), quanto drammi psicologici come l’Habemus Papam di Nanni Moretti. 

Straughan decide di costruire narrativamente un dramma dal forte impianto teatrale: il terreno ideale per valorizzare un cast di attori con in curriculum importati esperienze su opere di Shakespeare (Fiennes, Lithgow), Moliere (Tucci) e nei monologhi (Isabella Rossellini). 

L’aula del conclave si trasforma qui idealmente in un unico grande palcoscenico, dove i personaggi parlano chiaramente e si espongono. Ma la storia viene spesso raccontata, per contrasto, da personaggi che si coprono il volto all’ombra dei fari, “dietro le quinte”, in corridoi nascosti quanto limitrofi. 

Le riprese hanno avuto luogo tra Cinecittà, Città del Vaticano e la Reggia di Caserta, nel 2022, puntando a fondere un forte grado di autenticità con un grande senso di spettacolo e dinamismo, anche grazie all’uso di un montaggio veloce e macchine da presa a mano. A conferire ulteriore fascino all’opera hanno continuato anche la bellissima fotografia “crepuscolare” di Stephanie Fontaine (visto anche in Elle di Verhoeven) e le musiche “possenti e sincopate” di Volken “Hauschka” Bertelmann, compositore tedesco che abbiamo di recente apprezzato anche per Monkey Man, One LifeLion - la strada verso casa.

Conclave è un film ottimamente confezionato e recitato. Un film semplice ma ricchissimo di sfumature e colpi di scena, per tutta la famiglia, da degustare con pop corn e Coca-Cola, per poi, a fine visione, ragionare insieme anche su temi difficili come la filosofia e la fede. 

Merito di una scrittura intelligente e stimolante e di interpreti davvero in stato di grazia. 

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lunedì 20 gennaio 2025

Il treno dei bambini: la nostra recensione del film drammatico di Cristina Comencini, prodotto da Netflix e tratto dal libro di Viola Ardone, sull’infanzia negata e il coraggio di essere genitori. Con le bellissime musiche di Nicola Piovani e già disponibile in stremito

Il maestro Amerigo (Stefano Accorsi) sta per entrare in scena a teatro, con il suo violino, quando giunge nel suo camerino una telefonata. 

Parla con la madre, poche parole che lo devastano. La sua assistente gli chiede se va tutto bene, lui dice che è morta sua madre. Amerigo (Christian Cervone) va in scena e sulle note di una melodia dolce e malinconica torna a quando era bambino, di otto anni, per le strade di Napoli del 1944, in una città sotto le bombe. 

Scherzava, nascosto sotto un carretto, mentre mamma Antonietta (Serena Rossi) lo chiamava preoccupata e lui pensava di stare ancora a giocare a nascondino, mentre tutti scappavano. Una esplosione e detriti ovunque, il quartiere coperto da calcinacci. 

Amerigo vestiva lui stesso quasi di calcinacci, una canottiera sdrucita e poco più, neanche le scarpe. Mancavano i soldi e mancava quasi tutto il resto, con un padre ancora in America, disperso, di cui non si avevano notizie da mesi. 

Alcuni “uomini d’onore” (Francesco Di Leva) si erano già fatti avanti per aiutare e la madre di Amerigo, che con quel poco che fruttava rammendare stracci era costretta ad assecondarli. Al mercato, per racimolare poche lire per il pane, i bambini provavano a “truccare” dei topastri, delle “zoccole”, per confonderli con ermellini e rivenderli: coprendoli di vernice bianca. Peccato che il trucco non funzionava sempre  e quasi rischiavano un guaio. 

Le prospettive erano magre e la madre di Amerigo decideva così qualcosa di difficile quanto necessario: assecondare, come altre madri, che suo figlio salisse su un treno, destinazione una città del nord, dove delle donne del partito comunista avrebbero allevato i loro bambini come fossero loro, nutrendoli e dandogli una istruzione, pure scarpe nuove, fino all’arrivo di tempi migliori.

Anche Tommasino e Mariuccia, amici di Amerigo, sembravano destinati a salire su quello stesso treno, ma le perplessità sulle storie dei “comunisti che mangiano i bambini” erano molte. I bambini un giorno vennero fotografati insieme alle loro madri, trascinati in lacrime tra infermieri, assistenti sociali e psicologi. Amerigo Speranza di 8 anni, con alloggio nei quartieri, nessuna scuola e un fratellino morto di tre anni, veniva schedato e poi passato sotto la doccia, per togliergli tutti i calcinacci.

Diedero ad Amerigo pure delle scarpe, un po’ piccole ma bellissime. Insieme a vestitini a modo, con un numerino cucito sui cappottini. In stazione c’era il treno, destinazione Modena, ma anche una mezza sommossa in atto: si urlava che fossero diretti in Siberia, per essere mangiati una volta tagliati a pezzettini, tutti iniziarono a piangere. 

Qualcuno fece riflettere la folla. Era per il loro bene, per non vedere più bambini affamati e sparati. Una responsabile del partito comunista (Antonia Truppo), madre che aveva da poco perso un figlio, giurò  sul suo onore che li avrebbe riportati tutti indietro, appena fosse stato possibile. 

Il treno partì, i bambini si spogliarono: se andavano a vivere dai ricchi, quei vestiti che avevano indosso potevano darli alle, madri per rivenderli. I ricchi gliene avrebbero dato altri. Non ci furono più i numerini dei cappotti e allora il numero glielo misero a penna sul braccio. Il viaggio era lungo e di colpo la paura si trasformò nella dolce caciara in una lunga e chiassosa gita. 

Arrivarono le coperte, una mela, la notte. Amerigo temeva gli fregassero le scarpe strette appena conquistate. Il nuovo giorno raccontava al finestrino paesaggi bianchi come latte, che forse si potevano mangiare. Non avevano mai visto la neve. Poi il treno giunse a destinazione e c’era tutta la banda di paese, manifesti “Nord e Sud Fratelli”, volti allegri in un clima da battere i denti. I bambini scendevano avvolti in copertine mentre si suonava l’inno di Mameli, un po’ spaventati.

Poi arrivò l’ora del pranzo in una mensa comune e nessuno mangiava: il prosciutto aveva sopra come “una muffa”, li volevano avvelenare? Non conoscevano la mortadella e poi, tranquillizzati, di colpo si abbuffarono, insieme a grosse tazze di latte caldo.

Arrivarono alla spicciolata le famiglie per l’abbinamento, parlando una lingua un po’ stana e piene di doni. Li portavano a casa mentre i piccoli non riuscivano quasi a spicciare parola. Tommasino veniva separato da Amerigo, che rimaneva solo su una panca. 

Non c’era nessuno per lui, qualcuno si sarebbe dovuto “sacrificare”. Si faceva avanti una giovane donna, Derna (Barbara Ronchi) che viveva sola, faceva la sindacalista e come favole conosceva solo lo statuto della CGL. La mattina sembrava fosse scoppiata una bomba che aveva avvolto ogni cosa, ma invece quella era solo la prima nebbia di Amerigo. 

La colazione era nella fattoria del fratello di Derna, Alcide (Ivan Zerbinati), dove tutti aiutavano lavorando i campi e si insegnava a suonare il violino, come faceva il nonno. Dopo aver raccolto le uova, Amerigo rimase stregato da una enorme Bologna appesa a una parete: prese una scala e rubò i pistacchi. 

Temette  che prima o poi lo avrebbero scoperto, magari allestendo per lui un grosso pentolone: per mangiarselo. Questa storia che poco dopo, con grossi sorrisi, lo avvicinano al grande forno, per “insegnargli a fare il pane”, lo fece scappare a gambe levate.

Poi Derna lo rassicurò sul fatto che sarebbe tornato a Napoli, appena i prati fossero diventati dorati dal grano. Era vero? Di sicuro era vero che ad Amerigo toccava ora andare a scuola, fare amicizia con bambini che gli dicevano che “puzzava di pesce” e fare i conti con al sua nuova mamma, Derna. La sua seconda mamma, che ogni giorno si faceva strada in una società particolarmente maschilista. 


Cristina Comencini adatta per Netflix il meraviglioso romanzo di Viola Ardone, trasformandolo in una favola perfetta per Natale, anche grazie alle bellissime musiche di Nicola Piovani, che fin dal primo momento ci portano dalle parti di La vita è bella, di Benigni. 

Si parla, attraverso il punto di vista dei bambini, del difficile ma speranzoso periodo del dopoguerra, così come del periodo di “avvicinamento” del nord con il sud, quando era ancora difficile riconoscersi come “tutti italiani”. 

Si parla di una della pagina più belle e meno note della nostra Storia: un racconto reale di accoglienza, grande umanità e integrazione, se vogliamo con echi a quello che accadde negli anni ‘80, con i bambini di Cernobyl.  

Si parla ancora una volta di genitorialità, in un paese come il nostro, che vive tutt’oggi una grande crisi delle natalità, e che forse per questo ha ancora più bisogno di storia sull’altruismo e generosità che dovrebbero stare alla base del diventare genitori. Storie coraggiose quanto concrete, che come questa vanno ad esplorare la difficile catena di rapporti umani e sociali che implicano, allora come nella quotidianità di oggi, la possibilità di prendersi cura e crescere un bambino.  

La storia della Comencini adotta un linguaggio semplice, adatto anche ai più piccoli: il racconto di un viaggio in una “terra lontana”, ricco di tante piccole/grandi scoperte, quanto della necessità, per sopravvivere, di essere coraggiosi, creare dei legami a volte complessi, accedere alla scuola per garantirsi un futuro. Il racconto riesce ad arrivare al cuore grazie alla bravura e spontaneità dei giovani interpreti, ma anche grazie ai personaggi di tre “giovani madri”, combattive quanto generose, disperate quanto determinate. Antonia Truppo, Barbara Ronchi e Serena Rossi è come se si fondessero insieme, in un unico complesso ritratto di tutte le madri del dopoguerra: donne costrette a essere “dure” pur di trasmettere sicurezza, determinate a cambiare il mondo credendo nell’altruismo e nella politica, disposte a infrangere i loro sogni e desideri di madri, pur di preservare dalla miseria e dalla fame. Donne che in qualche modo assomigliano al personaggio della Cortellesi di C’è ancora domani

Il treno dei bambini è un piccolo film dal grande cuore, che non lascia indifferenti e ci permette di riflettere su quanto coraggio serva per essere anche oggi dei buoni genitori. 

Preparate i fazzoletti. 

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mercoledì 8 gennaio 2025

Better man: la nostra recensione del film biografico, musicale e un po’ “fantasy”su Robbie Williams, diretto da Michael Gracey

Premessa: Sono nata nel 1983, mi sono goduta parte dei favolosi anni ‘80 urlando per casa “‘cause I’m a lady, lady, lady easy lady” (!!!) di Spagna con l’innocenza di una bambina, amando alla follia Scialpi ed il suo improbabile taglio di capelli e con Jovanotti, che dava a tutti il cinque per poi partire militare. Grandi anni gli anni ‘80. Ma i ‘90 e i ‘00 non sono stati da meno, specie se li vivi appieno in un periodo di transizione che va dalle elementari al liceo. Momento chiave per la vita di chiunque. Il 2024 ha rappresentato, forse per la prima volta, un anno in cui mi son sentita “diversamente giovane” in quanto ricco di revival per la mia generazione. Prima ci ha pensato Sky, con la serie sugli 883 Hanno ucciso l’uomo ragno, che ha colto in pieno la spensieratezza delle elementari e quel “poter dire le parolacce perché sono testi delle canzoni degli 883”. Poi ci si è messa Netflix con Senna. Tutti si ricordano cosa stavano facendo quando è morto Ayrton. Io stavo giocando in giardino con il mio vicino di casa e mio papà, grande appassionato di F1, guardava il GP di Imola in soggiorno. Ad un certo punto è venuto a chiamarmi dicendo “Senna ha avuto un incidente. E’ lì che non si muove”. E da quel momento i pomeriggi della domenica hanno avuto un sapore differente, citando Cesare Cremonini… “da quando Senna non corre più… non è più domenica”. Ma il colpo di grazia definitivo mi è arrivato con Better man


Sinossi: Better man è la storia di Robbie Williams. Raccontata da Robbie Williams. A modo di Robbie Williams. 

Ma chi è Robbie Williams? Per me la rockstar più incredibile che sia mai esistita tra il 1997 ed il 2003. Ma come Robbie è diventato così? Ce lo racconta il film. Si parte da un baby Robert (lo “interpreta digitalmente” Jonno Davis, mentre la versione adulta di Robbie è interpretata dal cantante stesso) che cresce in un sobborgo inglese coi genitori e la nonna. Bullizzato, non esattamente bravo a scuola, incompreso. Un giorno il padre (Steve Pemberton) se ne va di casa per sfondare nello show business lasciando una madre single (Kate Mulvany), una nonna con qualche problemino (Alison Steadman) e un bambino distrutto. La svolta nella vita di Robert avviene nel 1990, quando riesce ad entrare in una boyband creata a tavolino (il manager, dai tratti un po’ luciferini, ha il volto di Damon Harriman): i Take That. Da quel momento il mondo cambia e Robert diventa Robbie, il “burlone-stupidotto” del gruppo. Insieme agli altri quattro del gruppo: Gary (il leader, il solista, il cantautore, il “cicciobombo”, interpretato da Jake Simmance) da Mark (il babyface del gruppo, interpretato da Jesse Hyde), Jason e Howard (che per fortuna ad un certo punto uno, Howard, si è fatto crescere capelli rasta e si è messo un piercing al sopracciglio… altrimenti sembrano quasi identici, gli attori Liam Head e Chase Vollenweidel) i Take That diventano la boyband inglese più importante della storia. Mai stata la mia boyband. Però è la prima che mi ricordi. Copiati da innumerevoli altri gruppi… gli East 17 (gli East 17!!!!), i Boyzone, i Blue, gli One Direction… o le versioni femminili come le Spice girls, le All saints… o le versioni statunitensi… New kids on the block o i “miei” Backstreet Boys (“kisses for Kevin”, citazione per le più fanatiche…). 

La vita nei Take That non è tutta gioia e felicità per il nostro Rob. Anzi… alcolici, droghe, donne… non si fa mancare nulla. Ed infatti, nel 1996, Robbie viene fatto fuori dal gruppo. E da qui Robbie, anche grazie a un nuovo amore (Nicole Appleton delle All Saints, interpretata dalla brava Raechelle Banno) inizia il percorso per diventare la più grande rockstar del mondo con una carriera solista fatta di hit memorabili e fantastiche che mando a memoria ogni singolo giorno. Come non rispondere all’invito “shake your ass, come over here, now scream” di Let me entertain you o come non ritrovarsi nel “so need your love, so f**k you all” di Come undone. La speranza che “something beautiful will come your way” o la certezza che ormai “early morning when I wake up I look like Kiss but without the make-up” di Strong

La trama del film è la vita di Robbie. Quindi, se non la conoscete, la conoscerete bene. Se la conoscete, è un tuffo nei più vividi ricordi musicali e da video di mtv degli anni scorsi. Creato alla perfezione. Ogni singola scena è un riferimento ad un evento, concerto, foto, copertina vissuta da Robbie e dai Take That. 


Ma perché guardare questo film? Ve lo dico punto per punto!

-Attori perfetti. Trucco e parrucco perfetto. Non è scontato e non è mai banale trovare un cast che riesca bene a interpretare dei personaggi in modo credibile e convincere, quanto a ballare e cantare in coreografie complesse. Merito del regista ma anche di Robbie Williams stesso, insieme co-autori e produttori. 

Williams ha voluto mettessi a nudo emotivamente, quasi scomparendo sotto gli effetti digitali ma curando moltissimo la scelta di attori che avrebbero rappresentato pezzi importantissimi della sua vita personale. 

Su tutti svetta Steve Pemberton, attore che riesce a dominare la scena con un ruolo pieni di estro, contraddizioni e una complicata emotività. Il suo è un “padre” che vive perennemente “Tra palco e realtà”, come canterebbe Ligabue: è un uomo perennemente scontento e in fuga da se stesso, che sa comunicare “davvero” con il figlio solo attraverso la musica, come se la vita fosse solo una continua ricerca della performance in pubblico, dove l’aspetto privato sia quasi privo di senso. 

Ci è piaciuta molto anche Raechelle Banno, alle prese con una Nicole Appleton, “il grande amore”, solare ma al contempo fragile, travolta dalla gioia quanto dalla sofferenza di vivere al fianco di una persona geniale, divertente ma spesso in un profondo stato di crisi emotiva. La sua performance è come un lungo ballo, passo a due che dal rock si fa tango, fino inevitabilmente a finire. 

Ci è piaciuta la “nonna”, interpretata da  Alison Steadman, che invece  riesce dall’inizio alla fine a guardare il suo nipotino con un enorme sorriso, confortandolo e sostenendolo in ogni sua “sfida”, con lo sguardo benevolo “di un angelo”. 

- Better Man è un film da guardare anche perché il registra, Michael Gracey, sa essere nei momenti migliori un visionario. Un “piccolo” Baz Luhrmann, che riesce a interpretare il cinema come un grande ottovolante pieno di balli, colori e musica, trasformando la pellicola in un “lungo videoclip di MTV” pieno di scene dal sapore contrastato, a volte “sperimentale”., mischiando con gusto generi e suggestioni, cromie e ritmo. Già aveva mostrato il suo talento nel bellissimo The greatest showman con la coppia Hugh Jackman e Zac Efron in stato di grazia, nonostante la “materia di base” fosse difficile quanto controversa. Alcuni numeri di Better man, carichi di citazioni, centinaia di ballerini, effetti speciali, scene oniriche, corse in auto a tutta velocità, momenti belli e brutti, romantici e tragici, riempiranno gli occhi anche degli spettatori in cerca di questo tipo di cinema. Anche di chi non è fan dei Take That.

- Un ulteriore motivo per guardare Better Man è perché è uno di quei rari, quanto preziosissimi, musical in cui le canzoni sono parte integrante della trama e non semplice compilazione da greatest hits. Inserite perfettamente nei dialoghi tra i protagonisti. Un po’ com’era stato fatto per Rocketman sulla vita di Elton John, le canzoni raccontano realmente uno stato d’animo, un evento preciso, un sogno o ricordo sfuocato. 

- la colonna sonora è il miglior greatest hits di Robbie Williams mai creato. 

- Un ulteriore motivo per guadagnare Better Man è banalmente forse anche il primo: l’essere  fan. Su questo aspetto trovo nella pellicola un po’ tutta la mia adolescenza. :-) (e forse è così pure per l’adolescenza di centinaia di altre fan), che rivive in un mondo patinato ma perfettamente ricostruito fino nei dettagli, dalla MTV Generation alle luci di Piccadilly Circus, dalle “rivalità tra band” (c’è una “band rivale” che appare sulla scena in un modo divertentissimo, ma non facciamo spoiler) a colpi di gossip alla spietata macchina dello spettacolo, che travolgeva la vita di tutti i cantanti a suon di scandali, reimpasti, scioglimenti e Reunion. Tutte cose che di riflesso infiammavano anche i fan, che tra radio e dischi accompagnavano la loro vita quotidiana con quelle stesse canzoni.  


Finale con voto, anche se qui di solito non mettiamo i voti: 

Voto 5 su 5 (ma sono fan… non fossi fan 5 su 5)

Buona visione da B-Gis.


P.S. Dimenticavo… Ad impersonare Robbie è uno scimpanzé, mentre il 99% del resto del cast è “umano”… e lo impersona alla perfezione. Grandissima trovata, che permette a Robbie di “recitare” in un modo del tutto “nuovo” quanto convincente, anche perché la tecnologia “scimmiesca” degli ultimi anni, da King Kong al Pianeta delle Scimmie, dalle Scimmie Canterine di Sing alle Scimmie Transformers, ormai ha dato vita a scimmie cinematografiche bellissime. Scimmie piene di espressività quanto di pelo lucido, in grado di lanciarsi in ogni angolo dello schermo come palline da flipper, arrampicarsi sui palazzi, scatenarsi in concitati momenti action, scontri a mani nude. Ma al contempo scimmie dagli occhi enormi e una fisicità “buffa”, in grado di raccontare momenti dolci e sognanti come quelli che prendono forma su un libro di favole. E Better Man, incredibilmente, funziona anche solo per queste scelte grafico stilistiche, come film che riesce a diventare a volte quasi action-fantasy: con il nostro protagonista in grado di superare la forza di gravità e spesso costretto a “confrontarsi con altre Scimmie”, in scontri “sul confine tra palco e pubblico” a tratti onirici come a tratti davvero epici, quasi horror, concitati e pure altamente drammatici. Gli effetti speciali sanno creare davvero un livello narrativo ulteriore, intrigante quanto in grado di coinvolgere anche “chi non è fan di Robbie”. 

Insomma un film per tutti. Da non perdere, carichi di pop corn e coca cola, si grande schermo. E se poi siete fan, un film imprescindibile!!!

martedì 7 gennaio 2025

Cortina Express: la nostra recensione del cinepanettone “vintage” di Eros Puglielli, scritto insieme a Tommaso Renzoni, con protagonisti Christian De Sica, Lillo, Paolo Calabrese, Isabella Ferrari, Veronica Logan e Marco Mazzocca


Siamo in una Italia dei giorni nostri, giusto dal sapore “un po’ vintage”, in una delle città più iconiche e amate per glam e lusso nella stagione invernale. 

Sulle piste innevate di Cortina (che qualcuno scambiò per le Montagne Rocciose, nel film Cliffhanger), un piccolo e variegato popolo di autoctoni e turisti, allegro e felice, coperto da tute firmate e variopinte, scia spensierato sotto le note di un pezzo disco/pop “un po’ vintage”, che trasmette la sensazione agrodolce di una festa delle medie degli anni ‘80. 

In sottofondo, quasi fosse il prologo de Il signore degli anelli o di uno 007, prende vita, tra scintille dorate e la rotazione eperta di un tornio, un manufatto d’oro molto speciale: un anello nuziale adornato con le corna di un cervo, espressamente disegnate dalla novella sposina. 

Una classica cafonata dal sapore vintage, ma pure un simbolo di unione, lusso e corna, finalizzato a suggellare esattamente quanto promette. 

Promette infatti una “unione”, ma prettamente economica: finalizzata a  salvaguardare “il lusso” in cui vive una ricca famiglia della valle dalla bancarotta, i Giordano, a danni di una ricca famiglia più benestante, i De Roberti. 

Celebrato il matrimonio, la scafata e poco ingenua sposina Guendalina (Agata Samperi), sarà libera di mettere “le suddette corna” al giovane e un po’ minchione sposino/preda Andrea (Francesco Bruni), magari per buttarsi su un trapper un po’ bauscia come lo scarsissimo e iper narcisista Osso Sakro (Riccardo Maria Manera). Un piano semplice ma terribile, quasi perfetto, orchestrato, come in una telenovela un po’ vintage, da una “cattiva carismatica” come la risoluta imprenditrice discografica Patrizia Giordano (Isabella Farrari), insieme allo complicità, forse involontaria, dello stralunato e confuso consorte Aristide (Marco Mazzocca).

Un piano che tuttavia non ha tenuto conto di due variabili impazzite. 

La prima variabile è Lucio De Roberti (Christian De Sica), lo scafato e farfallone zio di Andrea, che si recherà di corsa a Cortina per fermare tutto, temendo la distruzione e dispersione di un patrimonio con il quale ha vivacchiato senza di fatto fare nulla da sessant’anni, buttando tutto su donne e nel gioco d’azzardo. Si impegnerà al massimo per mandare il matrimonio a monte, a costo di sputtanare il nipote, fotografandolo ubriaco mentre amoreggia con un travestito dopo una festa-trappola organizzata da lui stesso. Non si farà problemi a coinvolgere una escort nel furto dell’emblematico anello-cornuto, affidato come tradizione all’incasinato sposino, senza il quale tutta l’anima cerimonia potrebbe saltare. Nel frattempo, per tirare su due lire che non ha, Lucio cercherà di vendere a chiunque la sua Ferrari vintage rosso fiammante, tenuta come un cimelio in garage, almeno per 50 papagne: di sicuro non per 10, forse 40. 

La seconda variabile che potrebbe andare contro Patrizia è invece, ironicamente, proprio quello che per lei sarebbe stato idealmente “il piano B”, nel caso il matrimonio fosse andato a monte: l’ex cantante famoso e ora ristoratore romano Dino Doni (Lillo). A lui, che vive sull’orlo della disperazione, ha promesso con l’inganno una casa discografica in salute, oltre che una poco più che accennata speranza di una “liason amorosa direttamente con lei”. Tutte balle, ma balle a cui Dino, che un po’ vive ancora nel sogno vintage dello yuppismo anni ‘80, ha sempre creduto fortissimo. Al punto da prendere un treno diretto per Cortina insieme alla figlia Giorgia (Beatrice Modica), super fan di Osso Sakro, spendendo e sperperando migliaia di euro che non ha in taxi, hotel, ristoranti e vestiti, pur di arrivare a firmare quel contratto fintamente salvifico. Solo che Dino è così maldestro che è quasi programmato per generare un gran numero di sfighe, contrattempi ed equivoci che renderanno quasi impossibile la firma del contratto.

Dino e Lucio creeranno insieme così tanti “casini a valanga”da attirare pure l’attenzione della malavita locale, nella persona del truce ma pure un po’ “bonaccione” boss Alexei Smirnoff ( Paolo Calabresi). Un uomo pericoloso, con due occhi di colore diverso, ma molto legato al rispetto delle regole e alla musica di Dino Doni, che fa ancora fortissimo nell’est Europa. Alexei può essere anche simpatico e “giocoso”, ma vorrà infine anche lui un pezzo della torta.


Nonostante tutti questi giochi di potere, degni di una versione vintage del Trono di Spade, a Cortina c’è spazio anche per l’amore. Almeno “quattro tipi” di amore. 

L’amore “un po’ ninfomane”, che da anni cerca la ricchissima nobildonna Zanin (Veronika Logan), trascinando nella sua suite a cinque stelle ultra lusso camerieri e ogni tipo di giovane amante, pescato a caso dal ristorante per qualche ora di passione. 

C’è poi l’amore “a senso unico” che spinge Giorgia verso il trucidissimo e insensibile Osso Sakro: che la porta a cercare di entrare in intimità con lui nonostante il ribrezzo che prova per quasi tutti i suoi comportamenti.

L’amore “fintissimo, alternato da continua collera”, che in qualche modo misterioso lega quel povero ragazzo un po’ zerbinato di Andrea alla sua intollerante e dispotica sposina/carnefice. 

L’amore di Dino “per l’immagine grandiosa di Dino Stesso”: che lo costringe a pagare delle persone perché in un negozio di souvenir tipico qualcuno si fermi per “riconoscerlo”, come una grande stella della musica che brilla ancora. Così da “far vedere a sua figlia” che suo padre non è un fallito. 

Forse non le migliori premesse per un matrimonio o un qualche tipo di amore ma, in fondo, a natale sono “tutti più buoni”. Che da una tale sequela di tragedie, nel nome della ostentazione e della truffa, possa mai nascere qualcosa di davvero buono?  


A Natale, sono  tutti più brutti, sporchi e cattivi: “Marchette! Marchette!! Marchette!!!” Era questo il mantra dell’amatore seriale interpreto da De Sica, mentre spiegava perentoriamente a un figlio sparsato (un bravo Sermonti) il suo vero lavoro, nella precedente e riuscita opera diretta da Eros Puglietti:  la serie tv Gigolò per caso

Lì De Sica dava corpo a un “Trivellone” (storico personaggio dei cinepanettoni) nuovo, “moderno” o “2.0”. Un Trivellone che  non ostentava più  quella maschera di facciata, “socialmente e moralmente accettabile”, che era alla base della sua tragi-comicità, nonché pietra angolare di tutti gli anti-eroi protagonisti di questo filone cinematografico. Una maschera che reinterpretava l’arlecchino servo di due padroni ai tempi dello yuppismo“, presentandosi con poche variazioni ”fin dall’esordio del “genere/cinepanettone”: che per lo scrivente è più che altro riconducibile come archetipo a quel Pozzetto di Luna di miele in tre (che sarebbe potuto chiamarsi benissimo “Natale in Giamaica”), il primo film di Vanzina, datato 1979. 

Una maschera che ha accomunato tanti anti-eroi simili (coi volti di Pozzetto ma pure Banfi, Pippo Franco, Calà, Greggio e altri, almeno fino alla sua “strutturazione massima”, su De Sica), un po’ ruffiani e un po’ maldestri, spesso trascinati in una continua elegia di “travestimenti”, fughe da tavoli di ristoranti e camere d’albergo, con l’intento di “sdoppiarsi”, fisicamente e moralmente, per evitare randellate da parenti/potenti e mogli/opprimenti. Cercando narcisisticamente di apparire migliori, “almeno a Natale”, senza rinunciare alla loro personale “bolla di trasgressione” (spesso incarnata da una bella donna), fino a che ogni castello di carte insieme alla maschera cadeva, fragorosamente, sotto le risate della sala. 

Il De Sica diretto da Puglielli in quella serie tv era già diverso: rivelava candidamente di fare il gigolò, pragmaticamente, senza giri di parole, “marchette! Marchette! Marchette!”. 

Come di fatto tutti i personaggi di Cortina Express ci appaiono: “diretti”, senza filtro, pronti alla prima occasione che gli si propone a “svelare le carte” senza paura di apparirci orribili, opportunisti o superficiali. Tutti con licenza di essere cattivi, consapevolmente e candidamente in cerca di “sesso e soldi”, in una Cortina sbrilluccicante e super esclusiva che in quanto tale “nobilita tutti”, rendendoli “più candidi e carini”, sotto le luci e la neve di Natale. 

Cambia così il ritmo, ma anche la struttura del racconto, spegnendo quel “moralismo” che da sempre accomunava i cinepanettoni ai classici film di Natale americani, come ai film horror slasher di Wes Craven.

In un mondo di crociati del politicamente corretto, del resto, la “condanna all’immoralità” deve essere pure nella finzione cinematografica “a vita”, senza condizionale o possibilità di redenzione: chi ha toppato 30 anni fa, ha toppato per sempre, è “cattivo per sempre”. Ogni “tentativo di cambiamento”, ogni speranza di “essere migliori”: se vogliamo le “chiavi” e senso ultimo della lettura di film natalizio medio, dai tempi di Frank Capra, se non dai romanzi di Dickens, sono destinati alla irrilevanza. . 

E mettersi nei panni di personaggi come il Trivellonne di De Sica, in un mondo in cui non è più consentito nemmeno “pensare” fuori dalle regole come lui, non è più un lusso attuabile. 


Se l’antieroe si fa da parte, ci rimane la possibilità di empatizzare solo con il personaggio dell’“idiota”, il “candido” o “bambinone”. Certo, non lo troveremo mai “simpatico”: al massimo “buonino”, “innocuo”, “insapore”. A esagerare, una specie di Minions umanizzato. Quel non-personaggio, che da anni insegue Lillo, che in genere cammina dritto come un lemmings, buffo solo per il fatto di essere un lemmings. Buffo se non buffissimo in una serie di gag da pochi minuti, ma che su un film di due ore “si smaschera”, nel momento in cui lo spettatore medio “si sveglia e capisce”: come non può empatizzare per l’antieroe, lo spettatore non può riuscire nemmeno a empatizzare con un lemmings. Perché gli ricorda troppo il fatto che viviamo in un mondo in cui tutti, chi più chi meno, siamo ridotti dalla società alla stregua dei lemmings. Ridotti ad accettare tutto senza alzare la testa, sperando solo in sporadici “atti di pietà”. Ridotti a “elemosinare like” sui social, spesso fingendoci più “grossi” e “determinanti” di ciò che siamo, come Dino Doni elemosina a pagamento scampoli di una notorietà, che pensa sia l’unica panacea per “sentirsi bene”. È allora che si accende il “senso del tragico” e il personaggio tipico di Lillo, così passivo fino all’autodistruzione, ci fa avvertire tutta l’impotenza in cui viviamo. Una impotenza davanti alla quale una maschera come Fantozzi si ergeva potente ed eroica come una specie di titano, in quanto sapeva alzare la testa e criticare il potere, sebbene venisse puntualmente “rimesso nei ranghi”. 

Cosa ci rimane, se non possiamo più avere l’antieroe e l’eroe, pur comico, non è che un lemmings? 

Come nei cartoni animati, ci rimane da fare il tifo per i cattivi a tutto tondo. L’antieroe Trivellone, riciclato a cattivo, senza troppe sorprese funziona alla perfezione. Con lui funziona ancora e ovviamente un bravissimo De Sica, che rimane uno straordinario interprete. Come colpiscono in positivo, per stravaganza e codici morali “distorti”,  il villain lunare di Paolo Calabrese e il villain cinico di Marco Mazzocca. Come incarnano al massimo la sensualità e il cinismo senza compromessi le “femme fatale” di Veronica Logan e Isabella Ferrarri. 

Quanto sono belli, i cattivi. 

Solo che di colpo non si ride più come “aspetto principale” dell'esperienza, affrontando la visione direttamente come fosse un fumetto di Diabolik. C’è una location bellissima e lussuosa che profuma di ricchezza come Clereville (Cortina), c’è un oggetto prezioso da recuperare (l’anello cornuto), ci sono persone ambiziose quanto ambigue che se lo contendono (le famiglie di ricchi annoiati), criminali senza scrupoli per un paio di scene d’azione (i gangster dell’est) e un’auto di lusso che sfreccia sulle strade (una Ferrari al posto di una Jaguar). È letteralmente Diabolik, anche più della trilogia dei Manetti, con De Sica e la Ferrari che paiono Diabolik ed Eva Kant. 

Certo si ride ancora, facendo molto slalom tra il cinismo, ma è quasi una felice sfumatura extra: il prodotto finale è qualcosa dal sapore molto differente. 

Forse la serialità del precedente lavoro di Puglielli riusciva a preservarne maggiormente la verve comica. Forse Gigolò per caso, del 2023 era come opera stessa una versione riveduta e corretta meglio del lavoro ancora antecedente di Puglielli, il film del 2022 Gli idoli delle donne, in cui era protagonista un sempre insapore Lillo, nel solito ruolo “da Lillo”.

In Cortina Express si sorride, al più, assistendo a una specie di storia alla Diabolik. 


Finale: eccoci quindi al cinepanettone 2.0, debitamente ripulito anche di tutti quegli aspetti pruriginosi che tra docce sexy e giochini hot oggi sarebbero solo intesi come “sessisti”. Ripulito pure delle “note di trash”, al sapore di eloquio vernacolare, cacca di elegante o vomito verde-pesto, che hanno infuso una sorta di “eversione stilistica” nei cinepanettoni del nuovo millennio, perché “fa boomer”. Ripulito del “buonismo fuori tempo massimo” secondo quanto impone la “gogna social”, di cui abbiamo parlato poco sopra.  

Forse un cinema ancora poco ripulito dalle gag sulle imperfezioni estetiche, al punto che qualcuno potrebbe ridere del “vero colore” degli occhi del boss interpretato dal bravo Calabrese, che è esasperato a fini comici, mentre qualcun altro, inconsciamente, potrebbe già sentire il sicuro timore di offendere qualche minoranza, magari ancora non contemplata nel politicamente corretto.

Cortina Express si guarda come Assassinio sull’Orient Express: cercando sulla scena un cadavere e chi ne è colpevole. Qui il morto pare essere il cinepanettone in senso stretto: spolpato, macinato e ri-cucinato dai suoi stessi autori e interpreti, a vantaggio di una odiens moderna, in cerca anche di sapori nuovi e inediti. 

Ha un gusto effettivamente diverso dal solito, più cattivo e disincantato, meno divertente ma più luccicante. 

Presenta ancora delle suggestioni che richiamano gli anni ‘80, sapendo cullare il pubblico più antico con una parola magica come “vintage”, più e più volte esibita come una certificazione di qualità e di origine controllata su tutto quanto si vede e ricorda, dalle musiche alle automobili, dalle sempiterne piste innevate ai locali più in voga.

È un cinepanettone senza canditi però, la cui nuova forma andrà indagata a fondo, per capire se si tratta di rinascita oppure assassinio, sul Cortina Express. 

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