mercoledì 11 ottobre 2023

L’Esorcista - il credente: la nostra recensione del re-quel di David Gordon Green del celebre film cult horror

Sinossi: Haiti. È una bellissima giornata di sole e il fotografo Victor (Leslie Odom Jr) è intento a riprendere una spiaggia piena di colori e palme, quando la moglie incinta Sorenne (Tracey Graves) gli chiede il permesso di perdersi per i mercatini della vicina cittadina. Mentre è in cerca di vestitini e piccoli oggetti per una bimba che hanno già deciso si chiamerà Angela, la ragazza viene accompagnata da dei bambini a ricevere una benedizione per la nascitura secondo i riti locali. Purtroppo di lì a poco la città viene travolta da un terremoto e Sorenne si trova sotto le macerie di un corridoio dell’albergo a implorare il marito, scampato al crollo, di chiedere ai medici di salvare la loro bambina, nel caso facessero in tempo a intervenire.

Sono passati 13 anni e siamo in America. Victor vive con Angela (Lydia Jewett) in una casetta con giardino di periferia e sebbene non sia un padre perfetto ce la mette tutta e prepara pancake eccezionali. La tragedia che ha coinvolto la moglie ha profondamente cambiato il fotografo, che da allora si è allontanato dalla religione e prova ancora un grande dolore anche solo all’idea di parlare di Sorenne alla figlia, ma il tempo è comunque passato, l’uomo vive all’interno di una comunità calorosa, ha sempre vicino gli amici della palestra dove tira di boxe e per ogni evenienza può fare affidamento sull'anziana e gentile dirimpettaia Ann (Ann Down). Angela è ormai grande, è brava a scuola e inseparabile dalla sua amichetta Kat (Olivia Marcum) e ogni tanto cerca di scoprire in qualche modo chi era la madre, giocherellando tra le foto e i suoi vestiti riposti negli armadi. Proprio per venire incontro a questo desiderio un giorno Angela, su suggerimento di Kat, decide di andare nel bosco, in uno strano posto che sembra scavato sottoterra. Con un monile della mamma, delle candele e una formula da recitare in quel luogo misterioso, le due bambine cercheranno di entrare in contatto con lo spirito della madre scomparsa. Victor è all’oscuro di tutto e sa solo che le bambine saranno fino a sera insieme ad altre compagne, a casa di una di loro, per fare i compiti, ma dopo diverse ore né Kat né Angela fanno ritorno a casa e nessuno dei conoscenti sa dove si trovino. Victor si allarma, contatta i genitori di Kat, Tony (Robert Leo Butz) e Miranda (Jennifer Nettles) e insieme iniziano le ricerche dopo aver allertato anche le forze dell’ordine. Tra paura e notti insonni le bambine saranno ritrovate solo tre giorni dopo, in una fattoria a cinquanta chilometri di distanza, sporche e in stato confusionale, in un recinto di caprette. Dopo i primi accertamenti medici sembrano in buona salute, al di là di strani graffi sul corpo simili ad abrasioni. Non ricordano nulla di quei tre giorni e a loro sembra solo di essersi allontanate da casa per un paio di ore, finendo brevemente nel bosco e poi in una fattoria vicina, per ripararsi dopo l’inizio di un temporale. Le bambine tornano a casa, ma iniziano i veri problemi. Angela è inquieta e sembra in grado di accendere e spegnere a distanza le luci di casa. È aggressiva, spesso colpisce fisicamente il padre e ogni tanto parla con una voce maschile. Kat sembra più tranquilla ma di colpo irrompe nella chiesa protestante che frequenta la sua famiglia, coperta di sangue e parlando in modo blasfemo durante una predica. Angela viene portata in un istituto di igiene mentale, Kat rimane comunque a casa, ma la natura soprannaturale del loro stato di salute presto inizia a palesarsi in modo ancora più evidente. Viene chiamata in causa una esperta di esorcismi, l’ex attrice Chris MacNiel (Ellen Burstyn), che molti anni prima aveva assistito in prima persona alla possessione di sua figlia Regan. Per chiedere al Vaticano il permesso per un esorcismo inizia a muoversi Padre Maddox (E.J.Bonilla), ma interessati a partecipare al rito sono oltre ai genitori delle bambine anche la vicina Ann, che un tempo era una suora, il parroco di Kat, il pastore protestante Revans, (Raphael Sbarge), l’amico della boxe di Vicotor Stuart (Danny McCharthy) e la Dottoressa Beehibe (Okwui Okopokwasili), un medico diventata esperta nella magia bianca silvana dei culti africani. Nonostante alcuni contrattempi il rito ha comunque luogo. Riuscirà questo piccolo esercito a salvare dalla possessione le due bambine?


Il nuovo film della saga dell’Esorcista: Usciva nel 1973 L’Esorcista, un film horror diretto dal regista de Il braccio violento della legge William Friedkin e basato sul romanzo best seller del 1971 di William Peter Blatty, che qui figurava anche come sceneggiatore. Al pari di Halloween del 2018, pellicola anch’essa scritta e diretta da David Gordon Green per la casa di produzione Blumhouse, questo L’Esorcista -il credente si pone come seguito diretto di quella storia, un “re-quel/new-quel” (un film idealmente concepito tra il remake e il sequel) dove viene reintrodotto il personaggio della madre della protagonista Regan, interpretato ancora una volta da Ellen Burstyn, con la prospettiva futura di riportare dentro alla trama anche altri personaggi del passato. Questo perché, sempre come per l’Halloween del 2018, anche questo film si pone come prima parte di una trilogia di cui il secondo capitolo è già in pre-produzione. 

Al netto di un terzo capitolo non riuscito in pieno, forse per via di una lettura finale troppo “intimista”, la nuova trilogia di Halloween si è dimostrata un’opera piuttosto valida sul piano tecnico quanto per il casting, in grado di rileggere un grande cult del genere horror in una chiave moderna, sensibile all’attuale periodo storico e dotato di una struttura narrativa che a volte virava anche nel “fantasy”. Nello specifico questo accadeva in Halloween Kills, il secondo film, dove l’uomo nero affrontava da solo la folla della cittadina terrorizzata a campo aperto, sembrando quasi Sauron nel prologo del Signore degli Anelli di Jackson. Una prospettiva  certamente diversa e meno spiccatamente horror dell’opera originale, che se vogliamo si ricerca pedissequamente anche in questo nuovo film sull’esorcista, in cui fin dall’inizio l’intento dichiarato è proprio fare una pellicola “commercialmente al passo con i tempi”, per minori accompagnati pg13 e non Vm18, con l’intento di confezionare il nuovo film perfetto per la festa di Halloween, che i più piccoli possano guardare tra un dolcetto e uno scherzetto.

La domanda spontanea che da subito sollecita questa produzione è dunque: “si può come per Halloween del 2018 trasformare L’Esorcista in un horror pg13, aggiornato ai tempi odierni di un mondo multi culturale, inclusivo e più rispettoso delle parità di genere, dal sapore più fantasy che spaventoso, da portare al cinema per i prossimi 3 anni nel mese di Halloween?”. 


La risposta di pancia può essere inequivocabilmente: “no!”, con il punto esclamativo, a cui magari far seguire una bestemmia, che di sicuro oggi, specie nei film pg13, non è più socialmente pronunciabile. Questo perché i “no!” di pancia che affiorano dopo la visione della pellicola di Green sono davvero tanti e per comprenderli bisogna un po’ partire dall’inizio, da Blatty. Ma non è detto che che tutti i “no” vengano per nuocere…

Un film sull’esorcismo, inteso come rito religioso o come idea o come “magia fantasy”? 

Blatty, basandosi su una storia vera e documentata avvenuta nel Maryland (di cui tra le altre cose è stato tratto un film specifico di recente), scriveva un romanzo serissimo, quasi didattico, che illustrava tutti i passaggi per cui in passato si poteva concretamente arrivare a dichiarare la possessione demoniaca di una bambina e conseguentemente richiedere l’intervento di un esorcista specializzato. Quello che sopportavano Regan e la madre era un iter umano quanto burocratico lungo, che passava per la scienza, la psichiatria e la medicina, tantissime certificazioni e accordi di consenso. Arrivato l’esorcista all’uscio della casa della bambina alla fine di questo lungo processo, partivano sessioni serissime e serrate di ore, se non di giorni, in cui il prete “titolato” interpretato dal leggendario attore Max Von Sydow, assistito dal curato locale, eseguiva riti e formule precise fino a liberare la bambina dall’entità maligna, in un epilogo spettacolare quanto davvero drammatico, dal sapore amaro. 

A seguito del libro uscì un film che in breve diventò un cult anche per l’occhio quasi documentaristico con cui leggeva la struttura base dell’opera. Quanto narrato, pur in modo spettacolare, era così vicino ai veri esorcismi cattolici che addirittura la Chiesa, in occasione dell’uscita nelle sale, ha parlato pubblicamente dell’esistenza del diavolo e degli esorcisti: una casta di preti “combattenti”, da utilizzarsi solo dopo le suddette tonnellate di accertamenti scientifici, da sempre presenti nell’ordinamento ecclesiastico, i cui rituali si studiavano un tempo nel primo anno degli studi canonici. Di fatto tutte le religioni hanno “i loro esorcisti” e negli anni il cinema ci ha raccontato anche dei riti degli esorcisti ebraici (The Possession), di quelli buddhisti (Incarnation) e degli sciamani coreani (The Wailing). Esiste un film con Anthony Hopkins (Il rito) che racconta nei dettagli il corso aperto al pubblico che si tiene tutti gli anni a Roma sulle pratiche di esorcismo (il libro di Matt Baglio da cui è tratto è ancora più accademico) e quest’anno è uscito il primo film tratto liberamente dalla vita e opere del reale padre Amorth, uno dei più conosciuti esorcisti moderni, interpretato da Russell Crowe ne L’Esorcista del papa

Parlare di esorcismo ed esorcisti può essere quindi una questione di fede come può essere in certi casi una questione di didattica (si può studiare oggi come materia di approfondimento anche a Giurisprudenza,  in diritto canonico ed ecclesiastico)  o in altri casi puro folklore. Una materia affascinante anche ad uso e consumo dell’intrattenimento, molto amata dal cinema e dalla letteratura ma anche dal mondo dei fumetti, dei giochi di ruolo e dei  videogame. 

Tutti o quasi i film che hanno trattato di esorcismo finora, dai più seri alle parodie, hanno portato sulla scena uno scherma narrativo piuttosto liturgico, con la presenza sulla scena almeno di un esorcista di un determinato credo, un rituale religioso e un demone. 

L’Esorcista- il credente invece prende una strada differente ed esattamente come in Halloween di David Gordon Green ci porta in una specie di mondo fantasy. Un mondo dove l’esorcismo diventa una contro-magia “standard”, che può improvvisare su due piedi un prete come un esperto di botanica e yoga o un appassionato di boxe. Non servono più esami clinici accurati propedeutici all’ingaggio e al rito, non servono più corsi in Vaticano o una gavetta di 15 anni in medio oriente contro un demone Siriano. Lo può fare chiunque, “ognuno a modo suo”, anche tutti insieme. Potrebbe pure passare un cosplayer vestito da Galdalf del Signore degli Anelli che dice “tu non puoi passare” o Sailor Moon che esorcizza con il cristallo di luna. Vale tutto “con la gusta intenzione”. Ma questa scelta narrativa non la voglio per forza vedere come critica in senso assoluto, perché nasconde un pensiero più sottile.

L’essere “credente” (e rituali e investiture collegate), di fatto l’attitudine spirituale che durante l’esorcismo più contrasta il maligno in tutte le religioni, nella narrazione filmica diventa qualcosa  di sfuocato e vago, spesso contraddittorio, improvvisato o episodico. Forse il male oggi, suggerisce la pellicola, si può contrastare anche con valori diversi rispetto alla fede tradizionale, rifacendosi a valori sociali come uno “spirito di comunità” in grado di legare le persone e culture più disparate. Una “fiducia negli altri” che in senso altruistico diventa idealmente più forte della fiducia nel trascendente, andando incontro all’idea di chi percepisce oggi questi due in contrasto, mentre in genere per un religioso non sono distinte. L’equazione diviene: “se il diavolo è presente in tutte le culture, sconfiggerlo è oggi, in un mondo multiculturale, una questione multiculturale”. L’esito nel film di questa equazione, unita alla circostanza della ‘minore presa” della Chiesa sulle comunità, offrono spunti oltremodo interessanti.


Un film su come introdurre esorcisti donna e superare il patriarcato ecclesiastico? 

Il cinema di intrattenimento di oggi ci parla moltissimo del ruolo della donna nella società. Di fatto le donne nei film horror da sempre diventano i veri eroi della storia, le uniche che, con coraggio e “purezza”, riescono a sconfiggere il male. Statisticamente agli uomini accade molto meno di avere la meglio su un mostro e per questo, per gergo consolidato, è più comune il termine “final girl”. Solo che le donne nella religione cattolica non possono diventare esorciste e di questo fatto si rammarica nella pellicola anche la madre di Regan, che avrebbe benissimo voluto imbracciare Bibbia, acqua santa e croce benedetta per farla pagare a qualche diavolo con lo stesso sguardo da duro del compianto Max Von Sydow. Forse non era opportuno trasformare in un soldato spirituale il personaggio di Chris MacNiel, a conti fatti una delle più estreme bestemmiatrici della storia del cinema, laddove nell’originale Esorcista le sue imprecazioni all’altissimo sono così continue ed estenuanti da far arrossire un plotone di alpini. Bestemmie che narrativamente potrebbero essere state la prima causa per cui il maligno si è impossessato della figlia. Ma nel film di Green c’è anche la tenera ma determinata vicina di casa Ann, ex suora che viene di fatto “investita da esorcista” in un momento concitato della trama e prova a fare al meglio quello che può. Certo il ruolo di Ann non è così centrale da far rinominare la pellicola “LA esorcista”, ma abbiamo visto donne affrontare il maligno con rituali di esorcismo anche in The Nun e The Conjuring e la possibilità “concreta” di una esorcista donna è di fatto un tema interessate, sviluppato anche dal recente Gli occhi del diavolo di Stamm (regista anche de L’ultimo esorcismo, un vero affezionato al tema). Comunque la risposta del demone al tentativo di Chris di fare lo sguardo di Max Von Sydow è abbastanza eloquente. 


Un film blasfemo e splatter adatto a un pubblico di minori?

Senza  nasconderci dietro un dito, al di là del magnifico lavoro di Friedkin, di cast e tecnici, L’Esorcista originale è ricordato negli anni anche per la sua messa in scena disturbante in termini di blasfemia e momenti volutamente sensazionalistici. Ho poco sopra menzionato la passione di Chris per le bestemmie un po’ gratuite, ma c’è di più. Una ostentazione del blasfemo che a volte a livello produttivo è sfociata nel “tamarro compiaciuto”, come nella riedizione del cult nel 2001 con la celebre scena tagliata di “Regan che fa il ragno sulle scale”. In breve: dalla versione del ‘72 era stata tagliata questa scena con la bambina posseduta che percorre le scale di schiena con la testa rovesciata. Era stata tagliata perché bisognava affinare gli effetti speciali, ma soprattutto perché non aveva alcun senso narrativo. Pur di buttarla dentro per rivendere il film con qualcosa di nuovo, il montaggio del 2021 ficca questa scena prima che la mamma di Regan decida di portare la figlia dal pediatra, come se muoversi a ragno con il collo fuori asse fosse qualcosa di simile alla varicella. Fa un po’ ridere ma l’effetto finale è stato blasfemo e tamarro come si voleva. Come erano terrificanti quanto scollegate ai fini narrativi tutte le immagini subliminali diaboliche che ogni tanto fanno capolino tra gli incubi di padre Daminen: scene che dal 1972 ti trapanavano il cervello e che solo con il fermo immagine, anni dopo, ti accertavi che le avevi viste e non sognate. C’era poi la famosa scena blasfema con il crocefisso che si ricordano ancora tutti dopo anni, c’era il trucco di Regan da indemoniata che diventava davvero “putrido” quando la ragazzina iniziava a vomitare crema di piselli come un idrante per poi inzaccherarsi da testa a piedi della suddetta sostanza. Il film di Friedkin osava giocare sul campo del disturbante con una libertà che oggi non si arrogano nemmeno i film vietati ai 18 anni. Ovvio che pure questo film del 2023, classificato per minori accompagnati, non può permettersi tanta libertà espressiva. Le bambine come la signora Chirs  non possono ovviamente oggi bestemmiare, ma hanno limitazioni pure nuove sulle invettive religiose, un dress code che non permette crema di piselli sul vestito, devono essere caratterizzate da un trucco non troppo spaventoso per non essere scambiate per membri di una band gothic-metal  e le scene di sangue e contorsione che le riguardano divengono accettabili solo se particolarmente minimali. Certo il regista ogni tanto si ribella e gioca a farci immaginare quello che avviene “ai margini di una scena” che non può essere troppo sanguinolenta, magari ricordandoci che per terra c’è un cadavere. Se riesce, inserisce quando può dei diavoli come immagini subliminali, pur in momenti più necessariamente contestualizzati di prima. Dove può, sa usare i classici trucchetti da film horror come le luci che si spengono e gli specchi, fa parlare come minimo sindacale le bambine con il vocione distorto di un mostro. Se proprio la zuppa di piselli da vomito non gliela danno, lui prova a fare qualcosa di simile con il bianco e nero. Ci prova, ma sembra chiaro che vorrebbe una libertà come quella concessa oggi al registi che i film vm18 li possono ancora fare, come Ari Aster, Robert Eggers, Aronofsky, Von Trier o Winding Refn o anche il Guadagnino di Suspiria. A Green per via delle scelte produttive di Blumhouse non è concesso “mordere con le immagini” e giocoforza la sua pellicola sul piano visivo non ha molto per impattare nell’immaginario, nemmeno per via della attuale censura nel senso di un appoggio stilistico al film del ‘72. A meno che qualcosa non si aggiusti con le parti due e tre di questa saga annunciata, niente zuppa di piselli a questo giro.


Conclusioni: David Gordon Green dirige una pellicola sul piano narrativo strana, piena di istanze contraddittorie che se vogliamo la rendono anche un prodotto originale, ma che nell’insieme non riescono tutte a coordinarsi al meglio. Al di là degli intenti, il cast non riesce sempre a dare l’interpretazione migliore, con un Leslie Odom Jr molto chiuso in se stesso che fatica a diventare il personaggio attraverso cui il pubblico dovrebbe immedesimarsi e districarsi nel caos della vicenda. Ellen Burstyn entra sulla scena con la sicurezza di Jamie Lee Curtis nell’Halloween del 2018 o di Linda Hamilton in Terminator Destino Oscuro. Sa che dovrebbe divorarsi da sola la scena ma il film non glielo permette, costringendola troppo presto a sedersi in panchina fino al prossimo capitolo. È un peccato. Come è un peccato lo sviluppo contratto del personaggio della pur brava Okwui Okopokwasili, che nella “calca generale” dell’esorcismo finisce per risultare quello più esotico e strano, quasi una winx finita nel live action sbagliato. Anche Robert Leo Butz e Jennifer Nettles, nonostante il buon affiatamento e la sfida riuscita di interpretare non banalmente la classica famiglia per bene un po’ antipatica, danno vita a personaggi di cui alla fine sappiamo davvero ancora troppo poco. Le due bambine indemoniate, poco truccate da mostri e poco blasfeme, fanno un po’ di tenerezza, ma si compensa il loro racconto con un paio di bei diavoloni “subliminali” ben diversi per iconografia dal signore delle mosche del primo film. Con la prospettiva di avere davanti ancora due film, sappiamo che Green ha la possibilità di migliorare il tiro, cosa che gli è peraltro riuscita molto bene con Halloween Kills. Speriamo che il film in uscita sappia maggiormente trasmettere la tensione e paura dell’originale, pur nei limiti progettuali della saga già sopra espressi. Sul lato tecnico/effettistico il film non ha particolari sbavature e pur non presedendo evidenti guizzi è visivamente ben confezionato. A livello di ritmo una prima parte un po’ compassata si scontra con un secondo tempo fin troppo disordinato e caotico, ma nell’insieme la formula è divertente. 

Era un grosso azzardo prendere uno dei film più importanti del genere horror di sempre e riscriverlo come pellicola per il grande pubblico di oggi. Green ci prova, anche rischiando molto, sposando l’ottica dell’omaggio e assolvendo a tutte le richieste dei film horror più commerciali di oggi, senza porsi troppo il problema del confronto diretto con l’originale e mescolando bene le carte in vista degli sviluppi futuri della trama, dove proverà magari ad aggiustare il tiro. 

Un po’ scombussolati da un paio di scene, aspettiamo con interesse il numero 2, fiduciosi o per lo meno con la curiosità di capire come questa saga andrà a svilupparsi. 

Talk0

martedì 10 ottobre 2023

Mercenari 4 (Expend4bles): la nostra recensione della nuova pellicola di Scott Waugh con protagonisti Sylvester Stallone, Megan Fox e Jason Statham

Sinossi: Siamo in Libia, di sera, nei pressi di una struttura militare costruita ai tempi del colonnello Gheddafi. Lo spietato mercenario Suarto Rahmat (Iko Uwais, The Raid), armato dei suoi bastoni sfollagente modello “Chiappa Rhino 50DS”, riesce in modo silenzioso ad avere la meglio sulle sentinelle, mentre gli altri membri del suo gruppo d’assalto, con una pioggia di missili, sbaragliano ogni forma di difesa adibita al domicilio di un generale in possesso di detonatori nucleari. Dopo aver distrutto tutta la famiglia del militare ed essersi impossessato degli ordigni, Rahmat è pronto per la fase due del piano: predisporre un incidente in acque russe in grado di scatenare la terza guerra mondiale. Ci sono problemi familiari anche a New Orleans, da quando il mercenario Lee Christmas (Jason Statham) ha intrapreso una relazione calorosa quanto “litigiosa” con la sua nuova fidanzata e “collega di lavoro” Gina (Megan Fox). Il buon Barney Ross (Sylvester Stallone) suona al campanello mentre i piatti volano e cerca un po’ impacciatamente di aiutare l’amico e collega Lee a gestire al meglio la relazione, ricordandogli dell’importanza dei piccoli gesti d’affetto e del valore della famiglia, ma il motivo che lo ha portato a casa sua è diverso: deve aiutarlo a recuperare il suo amatissimo e iconico “anello con teschio” che una sera prima ha perso al bar, scommettendo a pollice di ferro contro un buzzurro grosso come un armadio. Non sarebbe successo se Barney fosse stato più giovane, forse. Recuperata la reliquia dopo una scazzottata, nella quale anche Lee risulta meno atletico di qualche anno prima, i due vengono convocati insieme ad altri mercenari del gruppo da Marsh (Andy Garcia), un “uomo della cia” che ha per loro un lavoro molto delicato. Un lavoro che li porterà sulle tracce di Suarto Rahmat, ma anche della temibile eminenza occulta che pare guidare le sue mosse: il leggendario e misteriosissimo Ocelot. Barney ha un grosso conto in sospeso con Ocelot, da quando vent’anni prima questi è stato responsabile dello sterminio della sua intera squadra. Le indagini su questa figura sono state però secretate fino ai massimi livelli di sicurezza nazionale e da allora è di fatto diventato un fantasma. Caricato il Canadair CL-215 nero notte con due mezzi da sbarco veloce e imbarcati il sempre più rintronato Toll Road (Randy Couture), il sempre più vecchio e “cecato” cecchino Gunner (Dolph Lundgren), il giovane esagitato Galan (Jacob Scipio) e il giovane silenzioso Easy (50 Cents), Lee e Barney partono per la Libia. Li aspetta un fortino blindato zeppo di persone armate e dotate di missili per la contraerea. La missione deve essere veloce: Barney rimane sul CL-215, i ragazzi con i mezzi distruggono tutto e tutti e recuperano i detonatori, Barney atterra, recupera e ripartono. 


Nonostante l’azione pianificata inizi al meglio, trasformandosi subito in una veloce e sanguinosa corsa su veicoli iperarmati in cui il gruppo di Lee sembra avere la meglio, la contraerea si dimostra più dura del previsto e Suarto un nemico davvero temibile. L’esito della missione sarà tragico e cambierà per sempre la vita del gruppo. Almeno fino a che Marsh proporrà una nuova missione contro Ocelot: una missione di vendetta, forse suicida, che avrà luogo su una nave “camuffata da fregata americana” piena di testate nucleari diretta in Russia. Il nuovo capo del gruppo sarà Gina, che beneficerà anche dell’aggiunta di alcune nuove reclute. Lee resterà fuori,  per via di una sua azione di insubordinazione durante il fattaccio della Libia, ma il mercenario riuscirà a raggiungere il gruppo dalla Thailandia, aiutato da un vecchio amico di Barney, l’artista marziale e mercenario Decha (Tony Jaa, Ong Bak, The protector). Riusciranno ancora una volta i mercenari a salvare il mondo e la loro “famiglia”?

Un regista nostalgico: Il regista del folle Need for Speed, un film sui videogame che non si vergognava di avere una trama da videogame, ma soprattutto regista anche dell’altrettanto folle Act of Valor, arriva a dirigere il travagliato, ma alla fine compiuto, quarto capitolo della saga degli Expendables. Non è forse un caso, in quanto Scott Waugh è un super appassionato dell’action movie della “vecchia scuola anni ‘80”, uno che conosce tutti i trucchi del mestiere e i “topoi” che fanno “scaldare il cuore” dei vecchi fans duri e puri. Expend4bles si può dire quasi che prosegua la “poetica” del  suo docu/action Act of Valor, che portava sullo schermo, in modo debitamente spettacolarizzato, la reale “working class” dei soldati americani, in un approccio “quasi alla Ken Loach”, raccontando una storia dove a rocambolesche scene d’azione si alternavano momenti di vita privata, tra grigliate di gruppo e incontri con fidanzate e mogli. Momenti in cui i veri soldati assomigliavano tantissimo, per ironia, stazza e ingenuità nelle relazioni, proprio alla working class degli action hero anni ‘80, raccontateci da Stallone e Van Damme. Eroi che i soldati avevano visto magari al cinema da piccoli, proprio negli anni ‘80. Eroi a cui si sentivano di somigliare anche esteticamente più dei bellissimi action hero anni ‘90 alla Brad Pitt e George Clooney. Cosa c’è di meglio quindi, per questo autore, di dirigere nel 2023 un vero action anni ‘80?

Un regista proiettato anche sul mercato orientale: Oltre a questa fascinazione per gli eroi anni ‘80, Scott Waugh è anche autore del recente e simpatico action Project X-traction, pellicola in cui John Cena condivide lo schermo con Jackie Chan. Expendables 3 ha goduto di un grande successo in Cina e in Oriente e la presenza nel cast di Tony Jaa e Iko Uwais, due autentiche icone del cinema orientale, è in linea anche con progetti come il recente Meg 2, in cui proprio Jason Statham duetta sullo schermo con la star action di Wolf Warrior Jacky Wu. In un’ottica di ulteriore mix tra oriente e occidente, tra gli sceneggiatori figura Kurt Wimmer, autore del piccolo cult action Equilibrium: un film che ha saputo mischiare al meglio le arti marziali orientali e l’action dei gangster occidentale, creando addirittura uno stile di lotta tutto nuovo, il gun-fu, che ha ispirato anche i recenti film della saga John Wick. Oltre che Equilibrium, Winmer è stato coinvolto anche nei coraggiosi ma non fortunatissimi “remake” di Total Recall e Point Break, prodotti ben confezionati, “moderni” e certamente spettacolari, ma ritenuti troppi differenti dalle opere originali. 

 


I nuovi mercenari in campo, quasi come ai tempi della Cannon: venendo alla “rosa dei giocatori”, I mercenari 4 presenta un cast di vecchie glorie e nuovi volti più ristretto del solito. Tornano Stallone e Statham, Randy Couture e Dolph Lundgren. Si aggiungono, oltre a Uwais e Jaa, anche Andy Garcia e Megan Fox, Scipio e 50 Cents. Molti grandi nomi legati ai capitoli precedenti non sono tornati principalmente per motivi di budget.

La produzione, secondo le fonti ufficiali, si attesta sugli stimati 100.000.000 di dollari, un risultato apparentemente  in linea con il budget medio degli altri capitoli (tra 80 e 100 milioni). Purtroppo parte consistente di questa somma Expendables 4 ha dovuto usarla per ammortizzare un gran numero di cambi di regia, investitori e responsabili di effetti speciali, rinvii, riscritture e re-casting. Il progetto si è trascinato ad oggi dal suo inizio pre-produttivo, stimato intorno al 2015, e questo ha comportato molti tagli di budget al prodotto finale, più o meno in tutti i campi. Queste ristrettezze, affrontate con risparmio e originalità, hanno dato alla produzione quel sapore tipico delle opere action della Cannon, una amatissima etichetta scomparsa a cui si devono classici di Chuck Norris come Delta Force, ma anche Over the top con Stallone e Masters of the Universe con Dolph Lundgren. Opere in grado  di colmare con il carisma degli action hero interpreti quanto magari non brillava negli effetti speciali. Ma se c’è qualcosa su cui la saga di Expendables non ha mai lesinato, sono proprio gli action hero.

Com’è un action hero degli anni ‘80 nel 2023? Come può diventare umanamente e “professionalmente”? : 

Questa è di sicuro una domanda che negli ultimi anni ha ossessionato Sylvester Stallone, che proprio tra Expendables 3 e 4 ha rimesso mano alle storie del pugile Rocky e del combattente/reduce Rambo, i suoi personaggi più iconici di sempre. 

Rocky con garbo ed eleganza, dopo una gloriosa carriera e fiumi di fan ancora adoranti, si è “eclissato”. Ha passando il testimone di protagonista sul ring al figlio del suo amico-rivale Apollo, nei film spin-off Creed, dove essere passato dal ruolo il suo mentore prima e dopo a quello di amico piegato dalla malattia. È comparso sempre meno, film dopo film, forse per questioni che vanno anche “oltre lo schermo”: in ragione di asprezze sul trattamento dei diritti del personaggio che sono incorsi tra Sly e gli eredi del produttore Irwin Winkler, portando l’attore, amareggiato, a un finale di carriera per Rocky decisamene “tronco”, malinconico. Amaro come il destino di Rambo, il più grande soldato degli action movie moderni. Un uomo fatto di muscoli e istinto tesi alla sopravvivenza e costretto a piegarsi ai “limiti fisici” anagrafici del suo autore e interprete. Impossibilitato a correre, saltare e imbracciare armi pesanti come in Vietnam o Iraq, Sly ha esasperato il suo lato oscuro, la sua “fame di sangue”. Ha trasformato la sua creatura in una specie di ragno, che attira le sue prede nella casa-trappola dove vive. Un luogo pieno di cunicoli sotterranei da lui scavati sotto il giardino, dove i nemici si perdono, si infilano con le lame o esplodono toccando dei detona
tori, per poi essere infine colpiti da Rambo stesso, nascosto dietro una parete o nell’ombra, quasi senza muoversi. Un “mostro” della periferia americana non dissimile al Leatherface di Non aprite quella porta. Un mostro che anche se “buono” sta diventando sempre più incontrollabile. Anche l’amato personaggio di Sly creato per gli  Expendables, il “comandante”.


Barney Ross, mercenario con l’aria paterna e la passione per le pistole da “cowboy” Kimber Gold Combat II, ha in parte subito delle trasformazioni simili a Rocky e Rambo. Il suo tempo su schermo si riduce un favore di “eroi più giovani”, ma anche il suo modo di riflettere sul combattimento si fa più cupo, quasi inquietante. Dietro a un risvolto di trama che accompagna tutta la pellicola e sembra a tutti gli effetti da “sketch comico”, si nasconde la spietata volontà di un personaggio apparentemente gentile ma disposto a macchiarsi le mani in un modo terribile quanto “indifferente”, pur di sconfiggere un fantasma del suo passato. Un eroe che con il tempo potrebbe passare senza accorgersene al “loro oscuro” e diventare un “villain”. 

Se Stallone porta Barney in territori psicologici strani e nuovi, Couture e Lundgren giocano ancora con ironia sull’invecchiamento dei rispettivi personaggi. Toll Road passa il tempo a ripetere a chiunque la storia per cui ha un orecchio a cavolfiore, il cecchino Gunner provvede alla calvizie e alla miopia con un parrucchino enorme simile a un gatto morto e un paio di occhiali “magici” con cui riesce ancora a sparare come quando era giovane. Per rendere più letale Gunner, sullo scenario delle imprese a volte “appaiono”, come nei videogame, dei bidoni rossi contenenti benzina da far esplodere con un colpo singolo, con detonazioni spettacolari. 

Anche il personaggio di Tony Jaa in qualche modo “parla di lui”, ironizzando su quella che sarebbe stata la sua vita futura da adulto se avesse deciso di rimanere un monaco asceta, dopo la “crisi” che lo ha colto durante le riprese congiunte di Ong Bak 2 e 3. All’epoca, preso dallo sconforto per la complessa produzione delle pellicole, era fuggito nella giungla ed aveva preso i voti. Nel film, prima di tornare a combattere, di fatto si professa pacifista e snocciola un sacco di massime religiose in dialoghi da vecchio saggio. 

Un po’ una storia a parte sono invece i personaggi di Megan Fox e Jason Statham, a tutti gli effetti action hero anni ‘80 anche se anagraficamente non avrebbero potuto esserlo. 


Statham oltre alle collaborazioni con l’amico Guy Ritchie ha sempre cercato di ritagliarsi ruoli da action hero “anni ‘80 fuori tempo massimo” con tutte le forze. Lo ha fatto fin da quando accettava di interpretare le più piccole e catastrofiche pellicole di Uwe Boll come In the Name of the King. A continuato a fare action facendo la “gavetta e la spalla” per Jet Li nelle sue prime produzioni internazinali.  Lo ha confermato, passando per le produzioni action low budget francesi di Luc Besson. Oggi, saga dei Fast’n’furious e film di Guy Ritchie a parte, Statham ci crede ancora tantissimo e sta (quasi) diventando un action hero amato dal mercato asiatico, che lo ha scelto non a caso per essere protagonista del mega blockbuster/carrozzone The Meg e seguiti correlati. Se di fatto gli action hero stile anni ‘80 non vanno più in Usa o in Inghilterra, soppiantati da action con attori bellocci e pellicole da centinaia di milioni in effetti speciali, Statham va a fare l’action hero low cost prima in Francia e poi in Oriente e ci riesce. Expendables 3 ha sbancato in Oriente e ora il personaggio di Statham, l’esperto di coltelli e “vice comandante” Lee Christmas, è a tutti gli effetti il “nuovo volto”, l’erede degli Expendables, almeno quando il suo attore è l’erede dell’action “passatista” stile anni’80.  Ci crede e funziona. 

Megan Fox, esplosa come bellezza mozzafiato ai tempi dei primi Transformers di Michael Bay, in breve tempo si è presa la brutta nomea di attrice bizzosa e “donna di plastica”. Il personaggio di Gina in Expendables 4 è una “fierissima e orgogliosissima donna bizzosa e di plastica”, sul modello delle super donne da action movie anni ‘80 come Brigitte Nielsen. Anche in questo caso il personaggio funziona proprio nella sua “non-attualità”, diventando convincente e iconico in questo contesto. 


Un film meno nostalgico del solito: I nuovi personaggi come 50Cents non riescono invece a ritagliarsi uno spazio adeguato sullo schermo e finiscono infine per fare un po’ “da sfondo”, ma forse bisognerebbe ribaltare la prospettiva e dire che a Expendables 4 mancano i “personaggi di sfondo di lusso” delle precedenti pellicole. Bruce Willis, Arnold Schwarzenegger, Harrison Ford, Wesley Snipes, Chuck Norris e tanti altri, sfilavano su queste pellicole come i calciatori su un album di figurine, di fatto rendendo indimenticabili i pochissimi minuti nei quali erano sulla scena. Minuti che sono gli stessi che oggi occupano 50Cents e soci, ma senza quell’incredibile stupore che scatenava negli spettatori la presenza di quei miti, riattivando ricordi di decine di pellicole. Certo dei riferimenti e accenni agli action del passato riemergono anche in tanti piccoli e gustosi dettagli, come le moto con mitragliatrici alla Delta Force che sono protagoniste di una scena nel pre finale. Ma inevitabilmente qui, forse ancora per le ristrettezze di budget,  “manca qualcosa” e questa sensazione offre una nota amarognola a tutto l’impasto. Si sta quasi in sospeso, nella infruttuosa attesa che dal cielo arrivi un elicottero con all’interno Michael Pare, Don The Dragon Wilson, Cynthia Rothrock, Brian Bosworth in canotta e occhiali da sole, il fratello buono di Van Damme da Double Impact, Chow Yun-Fat con il cappotto pieno di fori di proiettile, Michael Dudikoff vestito da ninja. Meglio se tutti insieme e con in sottofondo Highway to hell a tutto volume. Ma questo non accade e uno dei meccanismi più forti della saga, la “nostalgia fine a se stessa”, si incrina. 


Una storia di combattimenti e sparatorie classica: La storia portata in scena è piuttosto semplice e quindi adeguatissima a offrire un minimo di contesto per le scene d’azione, ma riesce con piccoli tocchi  a valorizzare abbastanza i personaggi principali, costruendo una divertente e malinconica, quanto funzionale, storia di amicizia e onore. Ogni interprete si trova a suo agio con questo tipo di narrativa e sembra che sul set si sia di nuovo costruita una buona intesa e complicità tra tutto il cast. 

Andando al succo di ogni film d’azione, che sono appunto le scene d’azione, il film di Scott Waugh risulta particolarmente riuscito, al netto di un comparto effettistico non di primo piano ma “gioiosamente sporco”, ricco di sangue ed esplosioni, come lo erano i precedenti capitoli del franchise. La palma di scena migliore va a un combattimento particolarmente sensuale tra Statham e la Fox, dove prese e proiezioni di arti marziali si confondono in un sensuale gioco ginnico-erotico, che purtroppo dura troppo poco. Gli inseguimenti e le sparatorie sono sempre appaganti e a volte non scontati, ma quando il film si sintonizza sul personaggio di Christmas e sul suo modo di incedere al buio, come combattente silenzioso all’arma bianca, la pellicola regala i momenti più appagati. Apprezzatissime, ma un po’ depotenziate alle aspettative, le prove marziali di Iko Uwais e Tony Jaa, ma l’atmosfera generale “super tamarra”, qualche stunt volutamene sopra le righe e una telecamera che si muove veloce come in un videogame, garantiscono un livello di divertimento sempre alto.

Le due principali location dove si svolge l’azione sono molto duttili e piene di mille dettagli. La nave su chi si svolge gran parte del secondo tempo è così vasta nei suoi livelli e ambienti da trasformarsi presto in un autentico parco dei divertimenti per ogni amante dei combattenti, inseguimenti con veicoli e sparatorie. Purtroppo gli effetti speciali non sono al top, ma l’azione è spesso così veloce che forse non ci farete caso. 

Conclusione: L’opera di Scott Waugh non è perfetta sotto il profilo tecnico/effettistico, probabilmente non ha goduto di un budget adeguato e ha dovuto fare i conti con uno Star power più ridotto del solito. È anche una pellicola action profondamente anni ‘80, anche piuttosto anacronistica rispetto a come funziona il cinema oggi, ma forse proprio per questo un grandissimo atto d’amore nei confronti di quel cinema e quei personaggi. Un omaggio rispettoso quanto divertito nella gioiosa esternazione di continue “battutacce” proprie di quel cinema. Una storia di “bromance”, di “amicizia tra uomini”, virile e così appassionata che oggi forse farebbe un po’ arrossire, ma che anni fa ci appariva sincera. In sintesi, un film per i fan di quell’epoca, pieno di fan service loro riservato, dal feticismo dei veicoli miliari e armi da fuoco alle canottiere trasparenti di Megan Fox. Sta al pubblico capire quanto sia per lui interessante stare ancora all’interno di quel ricercato anacronismo di cui Expendables rimane comunque, come saga, una gioiosa bandiera. Pura expoitation, ma con all’interno, per chi vuole coglierle, anche gustosa sfumature melodiche quasi da western crepuscolare. 

Il film di Scott Waugh è un’opera per i fan che sapranno leggerlo oltre i suoi limiti, con la giusta ironia e voglia di divertirsi. Pur mancando in parte, a questo particolare capitolo, quella gratificante sensazione di sfogliare un album dei ricordi. Forse il capirlo 5 sarà più malinconico, intanto questo numero 4 lo abbiamo trovato un modo piuttosto divertente di passare un paio d’ore con vecchie glorie del cinema. 

Talk0

mercoledì 4 ottobre 2023

Talk to me: la nostra recensione del nuovo Horror targato A24, esordio alla regia per Danny e Michael Philippou, una coppia di giovani e talentuosi autori provenienti dal mondo dei social

 


Australia del 2023. L’ultimo sballo per animare le feste degli adolescenti è in breve diventata una curiosa “mano mozzata bianca”, ricoperta da strani segni “magici”.

Chi la porta alle feste, in genere nascosta in un borsone da palestra, non conosce tutta la storia di questo oggetto, da dove venga di preciso come il fatto che sia unico al mondo o ce ne siano in giro più copie. La mano è arrivata a lui per strane vie, da “un amico di un amico” come dalla soffitta di qualche famiglia eccentrica: c’è chi dice che sia solo un oggetto esoterico in gesso o simile di cattivo gusto, ma per molti al suo interno nasconde una “mano vera” che forse è stata di una strega, forse di un’indovina o addirittura di un demone. Qualunque sia la verità, la mano “funziona”. Con le giuste precauzioni e seguendo con attenzione un rito preciso, chi stringe quella mano recitando una formula che si apre con le parole “parla con me”, può venire in contatto ed essere posseduto temporaneamente da uno spirito che si trova nell’aldilà. 

Serve un tavolino dove appoggiare la mano e una sedia dove chi prova il rito può accomodarsi. Serve una candela per aprire il rituale e qualcuno che tenga il tempo perché non si superi il minuto, limite oltre il quale l’esperimento si dice diventi troppo pericoloso. Serve una corda per legare alla sedia la persona che si sottopone al rito onde evitare che qualcuno si faccia male, perché gli spiriti sono spesso irrequieti e cercano di muoversi e contorcersi. Bisogna alla fine della seduta spegnere la candela e chiudere con una formula, perché tutto termini per il meglio. Nel mezzo, c’è solo lo sballo. Anche le persone più timide appena toccano la mano possono diventare esibizioniste e senza freni, venendo travolte da sensazioni folli, proprie e “specifiche” di un'anima ultraterrena. C’è chi inizia parlare fluentemente lingue mai conosciute, c’è chi inizia a muoversi a scatti. Cantano, piangono e sbavano. Minacciano, insultano e sputano. Guardano gli altri partecipanti al rito in modi indicibili, terrificanti e grotteschi, mentre con il cellulare acceso riprendono tutto, ridendo e prendendo in giro tanto il fantasma che il posseduto, che da lì a poco saranno entrambi presi in giro su tutti i social della rete. Passato il minuto, quando lo spirito diventa troppo forte per essere contenuto, tutto precauzionalmente finisce. Il posseduto è di nuovo libero e urla in genere “che sballo!!” e il turno passa a un’altra persona del gruppo per un nuovo sballo, nuovi video da condividere, nuove risate e possessioni per tutta la sera. Si dice che qualcuno che ha provato il rito della mano sia morto in circostanze strane, anche durante proprio una di queste “feste”. Ma in fondo a queste storie non ci crede nessuno o se è successa una tragedia simile sarà stato per altri motivi. Lo sballo è troppo bello e divertente per rinunciarci e chi ha il coraggio di superare anche di poco il minuto, la massima “dose di fantasma consentita”, in genere è acclamato come un eroe. 


La diciassettenne Mia (Sophie Wilde) è una ragazza che dopo la scomparsa della madre malata, a seguito di un incidente con le dosi dei farmaci, vive per lo più a casa dall’amica coetanea Jade (Alexandra Jensen). Mia, che non riesce più a parlare con il padre, che accusa della disgrazia, si presta con piacere ad essere per tutto il giorno la babysitter del fratellino di Jade, il dodicenne Riley (Joe Bird), aiutandolo con i compiti e preparando da mangiare per tutti. Nella speranza di poter contattare la madre nell’aldilà, quando la storia della mano mozzata arriva anche a Mia, la ragazza inizia a frequentare i coetanei in possesso del misterioso artefatto, riuscendo presto a partecipare alle loro feste esclusive. Durante una possessione a cui assiste, Mia ha come la sensazione che uno degli spiriti che cercano di entrare in contatto con il gruppo sia proprio la madre, motivo per cui decide di sottoporsi personalmente al rito la volta successiva. La sera del grande evento arriva, ma Mia non riesce a lasciare a casa Riley, che vuole a tutti i costi assistere al rito e si imbuca alla festa. L’esperienza della ragazza è strana: appena toccata la mano entra in contatto con lo spirito di una donna anziana, orribile quanto lasciva. Mia si esibisce in smorfie orribili mentre tutti ridono e filmano, ma alla fine del rito è tutta esaltata e pronta a fare “un nuovo giro di giostra”. Anche Riley, che in quel contesto è il più piccolo, viene spinto dal gruppo a stringere la mano come “prova di coraggio”. Il ragazzino è spaventato quanto eccitato dalla possibilità. Mia è contraria, ma si lascia convincere a sottoporlo ad una “dose mini”, intorno ai 30 secondi massimi di contatto. La candela si accende, viene pronunciata la formula, Riley stringe la mano e quella che incontra, dall’aldilà, è proprio la madre di Mia. La ragazza la riconosce subito e vuole parlare con lei il più possibile, scoprire se è stato magari il padre a ucciderla, avere parole di conforto. La madre è confusa e spaventata, parla in modo lento e scoordinato mentre i secondi passano ma Mia insiste, vuole che il rito arrivi almeno al minuto e non lo fa terminare nemmeno quando arriva al minuto e mezzo, pur ricavando solo risposte incomprensibili. Riley, dopo essersi dimenato a lungo, ancora in stato di incoscienza si libera dalle corde e con una forza sovrumana inizia a picchiare la sua testa sul tavolo e poi sui muri, bucando le pareti e coprendosi di sangue. Il ragazzo sviene e entra in coma. Overdose da fantasmi. Tutti i partecipanti al rito sono spaventati dall’accaduto e si rimpallano le colpe. A Mia viene vietato dalla madre dell'amica (Miranda Otto) di fare visita in ospedale a Riley, che le ricorda di come un tempo la ragazza abbia già avuto problemi con l’alcol e ora abbia fatto patire “qualcosa di simile” a suo figlio. Mia è convita della causa soprannaturale del coma ed è intenzionata a salvarlo a tutti i così, affrontando nuovamente la mano monca e scoprendo quanto più possibile sulla sua origine. A complicare le cose, ogni tanto il fantasma della anziana donna lasciva del suo rito le compare davanti all’improvviso e sembra che anche altre persone che si sono sottoposte al “gioco” abbiano ricevuto visite dai “loro” fantasmi. Qualcuno inizia a morire e i fantasmi sembrano rivendicare nuovamente i corpi dei propri posseduti. Lo “sballo da fantasma”, esaltante e divertentissimo, è sempre più un ricordo. Riuscirà Mia a salvare Riley e a salvare se stessa dagli effetti collaterali della “dipendenza dai fantasmi”?


I fratelli Danny e Michael Philippou, dopo aver partecipato nel reparto tecnico alla produzione di una pellicola come Babadook (elettricisti/reparto montaggio) e dopo aver intrapreso una fortunata carriera sui social media, nella quale sono diventati esperti nel confezionare video e piccoli corti a tema Horror di grande successo, hanno infine conquistato con questo progetto il cuore della celebre casa indipendente A24, che ha offerto loro la possibilità di realizzare questo loro primo lungometraggio. Un budget contenuto ma che al contempo permettesse una piena libertà creativa, un gruppo di giovani attori poco noti ma adeguati al ruolo capitanati dalla brava Sophie Wilde e un reparto tecnico di tutto rispetto, frutto dell’esperienza della coppia, vengono in Talk to me messi al servizio di una idea particolarmente originale, facilmente “espandibile” quanto “trasgressiva”. Un autentico “high concept”, per dirla come Justin Wyatt, in grado di stuzzicare la “fame di horror” di un pubblico sempre più giovane e variegato, quanto in cerca di emozioni e “paure” nuove. Come It follows di David Robert Mitchell, Talk to me sceglie di raccontare metaforicamente attraverso il cinema di genere, ma con molta attenzione e originalità, una delle principali paure reali degli adolescenti di oggi, giocando con le trasgressioni, i riti e simboli della cultura, schivando la retorica e creando intrattenimento. It follows, che piacque molto anche al regista Quentin Tarantino, era un horror “zombesco” che parlava “tra le righe” di come affrontare i primi sussulti di sessualità in tutte le loro forme: delle conseguenze emotive del sesso occasionale non protetto sino ad arrivare, più sottilmente, alla “paura ad amare”. Lo faceva rappresentando una storia con protagonisti dei ragazzi immersi in una maledizione “simile a una malattia venerea”, a base di mostri che dopo il contagio inseguivano le vittime a piedi, lentissime, per molti anni se non per sempre, per tutta la vita, fino a raggiungerle e ucciderle, in caso loro non “infettassero/rendessero dipendenti/fertili” altre persone. Talk to me fa lo stesso e ci parla, senza stare neanche troppo tra le righe, delle “gioie e disgrazie dello sballo”: uno sballo che realisticamente, fuori dalla finzione cinematografica dello “sballarsi di fantasmi”, può imputarsi tanto all’alcol che agli stupefacenti. Uno sballo che è estensibile pure all’oggi attualissimo cinismo da “abuso dei social”, che il film di fatto ci mostra raccontando l’indifferenza ludica dei “filmati sui posseduti” realizzati da dei ragazzini “per divertirsi”, incuranti del rischio reale alla vita delle persone che riprendono. Usi e abusi di fantasmi come di alcol, stupefacenti e social, vengono vissuti all’inizio nell’accezione primaria di una necessaria ”fuga dalla realtà”. Una ilare fuga dalla noia momentanea che può anche articolarsi ed estendersi in fuga dal quotidiano, fuga dal lutto e dalla depressione, fino alla fuga dal reale verso la trascendenza, l’infinito e oltre, alla ricerca di un significato più alto della vita e in chiave “horror” oltre la vita. Tutte fughe che rovinosamente diventano prima o poi dipendenze, che dopo aver demolito ampiamente la vita relazionale possono pure portare alla malattia cronica, al coma e alla morte (o alla alienazione e ai deficit di ragionamento e concentrazione, nel caso dell’abuso da social). Come nel caso delle overdose, quando l’illusione di poter toccare il sublime e il trascendente in una botta sola evapora o quando, come nel caso del film, il trascendente si rivela (in uno dei momenti più belli e terribili della pellicola) uno spettacolo decisamente più angoscioso del “dantesco canonico”. Tutti i protagonisti della pellicola vanno oltre lo sballo e ne pagano le conseguenze, diventando le tragiche vittime di un gioco crudele che da subito può essere percepito come “sbagliato” e umiliante, cattivo e pericoloso. 


Un gioco che accettano comunque lucidamente di giocare. 

La storia si sposta poi sul “rimediare agli errori” e presenta ai protagonisti un conto da pagare altrettanto lucidamente spietato, che non fa sconti né favori. 

I due registi affrontano con convinzione e intelligenza questo magma emotivo, presentandoci personaggi che con l’evoluzione della trama diventano sempre più sfaccettati e “umani”, senza però dimenticarci di sorprenderci con un meccanismo orrorifico semplice quanto sempre esaltante. I fantasmi quando si manifestano fanno decisamente sobbalzare sulla sedia, sono ben caratterizzati e soprattutto disturbanti, quasi grotteschi. Il loro manifestarsi all’interno del rito è inevitabile e questo rende il gioco ancora più eccitante. La paura e l’eccitazione si sovrappongono in modo molto riuscito e appagante nelle scene di evocazione, mentre una tensione di fondo, dovuta al fatto che i fantasmi poi iniziano a presentarsi a sorpresa anche oltre i “limiti del gioco”, rimane presente e strisciante per tutta la visione, facendo provare allo spettatore vette di paranoia notevoli specie nella parte dove si palesa la deriva più “dantesca” della pellicola. Nel pre-finale l’opera cambia un po’ ritmo e si accartoccia in un paio di sequenze un po’ labirintiche e irrisolte. Si spinge verso una deriva narrativa quasi depotenziata, anticlimatica, forse timorosa di esplorare territori che sarebbe opportuno conservare per un secondo o terzo film, nella prospettiva conservativa di una buona idea che può facilmente diventare franchise. Ma in realtà verso il finale anche questo momento di caos viene in qualche modo contenuto/perdonato/giustificato, quando infine, sempre nell’ambito della metafora, la storia riesce a tirare le fila e rappresentare bene, quasi in modo plastico, un altro aspetto tipico dei problemi legati alle dipendenze. Questa soluzione finale ripropone uno dei meccanismi più noti e crudeli conseguenti a ogni genere di dipendenza e i due registi riescono a metterlo in scena al meglio, con intelligenza e anche  una piccola ironia. 

Il primo film dei fratelli Philippou ha una trama originale con tantissimi punti di interesse, un messa in scena chiara, efficace e debitamente “orrorifica” e dei buoni attori che rendono meno scontato e più intrigante l’intreccio. Ci sono alcuni problemi nel ritmo generale dell’opera, come nel secondo tempo alcune situazioni un po’ labirintiche, ma l’ultima parte funziona, pur lasciando magari in qualcuno una punta di insoddisfazione, che andrà magari a limarsi con un secondo capitolo. 

Nell’insieme un’ottima opera prima per una coppia di registi da cui ci aspettiamo molto nel prossimo futuro. Cosa potranno mai inventarsi dopo lo “sballo da fantasmi”? 

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mercoledì 27 settembre 2023

Asteroid City: la nostra recensione del nuovo affascinate, multiplo e stralunato film di Wes Anderson: tra bambini scienziati, alieni, il deserto, la creatività e il suo “stallo”

Prima lettura: Asteroid City, una piccola, piccolissima cittadina abitata da scienziati e militari situata nel deserto, come la New Alamo di Oppenheimer. Siamo nel 1955 in concomitanza dell’annuale concorso per piccoli geni, lo “Junior Stargazer”. Tradotto, il nome del premio suona come “Giovani osservatori di stelle” e non è casuale, in quanto proprio in quel luogo, direttamente dalle stelle, è caduto l’asteroide che ha dato il nome alla cittadina. Ben sorvegliata da scienziati, militari e telecamere, la roccia spaziale risiede ancora nello stesso cratere che ha causato con il suo impatto, ora al centro di un edificio, nella sala della premi Stargazer. È piccola, sembra un uovo strano con le macchie e presto, prestissimo svelerà al mondo che “anche le stelle ci guardano”. Per guardare il figlio Woodrow (Jake Ryan) che concorre al premio, si muove verso Asteroid City con la famiglia il fotografo di guerra Augie (Jason Schwartzman), di recente diventato vedovo senza che sia ancora riuscito a comunicare ai figli la scomparsa della madre, avvenuta a seguito di un incidente. Ha trovato alloggio tra le casette di un motel a fianco di una attrice con poca fortuna, Midge (Scarlett Johansson), che a sua volta accompagna lì la figlia Dinah per il premio. Oltre ad altri bambini bizzarri quanto geniali, con a seguito le rispettive famiglie, la cittadina di scienziati e militari guarda con simpatia anche la presenza dagli alunni in gita di una scuola elementare e l’arrivo di un gruppo di musicisti country. 

Il concorso parte, la premiazione arriva e succede qualcosa di strano e inaspettato al meteorite. Nello specifico dal nulla arriva un alieno, piccolo e buffo, che sottrae il piccolo asteroide nello stupore generale, per poi andare via con il suo piccolo ufo. Il tutto dura pochi secondi, ma Augie riesce a scattare una foto. Dopo il furto dell’asteroide l’esercito impone la quarantena forzata a tutti i presenti: tutti dovranno essere osservati e valutati da esperti fino a data da destinarsi. O almeno fino a che avranno valutato la situazione dal coretto punto di vista i militare, gli scienziati, ma soprattutto i politici. Dopo un po’ di panico, quando la quarantena inizia a protrarsi per le lunghe, tutti iniziano a convivere con questa situazione di stallo, guardando sempre più timidamente alla sua soluzione. 

Tutti i bambini sono ancora euforici e cercano vie d’uscita per ribellarsi ai militari, politici e scienziati e tornare liberi. La maggior parte degli adulti appare invece, anche comprensibilmente, triste e rassegnata. Sono diventati schiavi di una routine monotona che sembra averne annientato la gioia di vivere per sempre. Si muovono meccanicamente come ripetessero da sempre gli stessi gesti e parole. Cosa è successo a queste persone nella misteriosa Asteroid City? Sarà avvenuto tutto per colpa di un adorabile furtivo alieno (“interpretato” da Jeff Goldblum)? Riusciranno i bambini a salvare gli adulti?  In realtà la storia è più complessa…


Seconda lettura: di fatto Asteroid City, ce lo dicono i primissimi minuti del film, racconta non solo la storia dell’asteroide e del premio Junior Stargazer. Su un diverso piano di lettura, ci troviamo di fatto sul set dello spettacolo teatrale dove è rappresentata questa storia. Nello specifico assistiamo a uno special tv con tanto di presentatore (Bryan Cranston), in cui lo svolgimento di una rappresentazione dal vivo viene alternato con interviste, aneddoti e approfondimenti propri di un poderoso speciale/making of. Dagli schizzi originali delle scenografie di Asteroid City passiamo ai set di posa (spesso solo tratteggiati come in Dogville di Von Trier) e agli elementi dello scenario e blu screen. Ascoltiamo aneddoti sulla costruzione del casting, assistiamo da dietro le quinte in tempo reale ai dialoghi tra il regista (Adrien Brody), i tecnici e gli attori, che controllano le battute prima della loro entrata in scena. Possiamo perfino assistere parallelamente a tutto questo a un documento di archivio: una lezione frontale di critica sull’opera stessa, tenuta in una università da un professore (Willem Dafoe) alla presenza del misterioso quanto affascinate autore dell’opera (Edward Norton), con le domande degli studenti sul significato di alcuni passaggi narrativi. 


Tutti questi dati e piani di lettura Wes Anderson in Asteroid City ce li propone “insieme”, in un unicum narrativo che continuamente li interseca e sovrappone.

Succede quindi che gli interpreti che guardiamo “recitare Asteroid City” li vediamo al contempo anche “impersonare gli attori” e parlare tra loro della messa in scena, con la produzione e con stampa e critica. Sono attori che da sei mesi, con le vicissitudini umane private più disparate, danno periodicamente vita a uno spettacolo che secondo il loro umore e l’umore di regista, autore e altri tecnici, volta dopo volta è mutato, non sempre per il meglio. Scopriamo ad esempio che Augie, il personaggio del fotografo di guerra, è anche un attore di nome Jones Hall, con il quale l’autore dell’opera teatrale durante le riprese ha iniziato a condividere una relazione clandestina quanto burrascosa. Una relazione che potrebbe aver reso quest’ultimo particolarmente “geloso”, al punto che il personaggio della moglie di Augie (Margot Robbie) è stato con il tempo tagliato dalla rappresentazione, insieme a molte delle battute che caratterizzava Augie. Così facendo l’autore ha di fatto “svuotato Augie”, rendendo a Jones sempre più complicato interpretarlo anche come figura paterna. Al punto che l’attore, insieme al suo personaggio in piena depressione, ha quasi smarrito il senso del proprio ruolo in una storia che da troppo tempo si ripete “senza un senso”, replica dopo replica. Allo stesso modo il personaggio di Midge è interpretato dall'attrice Mercedes e i lividi che spesso porta sul viso, più volte osservato con preoccupazione da Augie, non è chiaro se siano riferiti alle percosse che quotidianamente vengono inflitte dal marito del personaggio che interpreta o dal suo marito reale. Ogni replica in qualche modo fa rivivere dei traumi, ma l’opera è così grande, piena di personaggi, colori, umorismo, azione ed effetti speciali da gestire e coordinare che l’occhio del regista (sempre Adrien Brody) come quello del pubblico spesso “non se ne accorgono”. 

Considerando questo “making of” di fatto un film nel film: “riusciranno quindi anche gli attori di Asteroid City (ma anche chi vive dietro le quinte) a uscire dalla condizione esistenziale, strana quanto tragica, che da troppo tempo li condiziona la vita sul set di Asteroid City?”.


Scatole cinesi decorate con la fantascienza anni ‘50:  realtà e finzione si mischiano e probabilmente si sono mischiate per davvero per il regista Wes Anderson, anche al momento della creazione di questo film, che secondo le note di produzione si è svolta durante i travagliati mesi della pandemia da covid 19. 

Anderson come molti ha vissuto quei mesi con un senso di incertezza e attesa, che grazie alla sua arte ha saputo sublimare in una delle sue opere più strane e introverse, irrisolte quanto labirintiche. Asteroid City è un film sul teatro e i suoi interpreti, sulla fantascienza anni ‘50, ma soprattutto un film “sull’attesa”, sulla speranza puntualmente negata di un futuro migliore. Un tema concettualmente non dissimile dal Deserto dei tartari di Dino Buzzati, opera in cui tempo e personaggi vivono sospesi, per lo più impotenti e inerti, in attesa che qualcosa di esterno, un “deus ex machina”, intervenga a cambiare la situazione.

I bambini-genio e il personaggio di Tilda Swinton, attrice che ormai credo sia eternamente giovane come un elfo, cercano antidoti e soluzioni per far fronte all’attesa. Contrattaccano. Sono costantemente sovreccitati e immersi nella creazione di congegni strampalati come jet-pack, pistole molecolari fino a radio per comunicare con lo spazio. Creano con il solo loro passaggio sulla scena continui siparietti umoristici e surreali pieni di ribellione e vitalità. Sono curiosi e l’arrivo di qualcosa di nuovo come “gli alieni” è un fatto per loro positivo, una nuova sfida da affrontare a costo di trasformare lo scenario in un hellzapoppin colorato e caotico alla Mars Attack! Gli adulti sono invece “vittime dell’attesa”, timorosi oltre misura, per lo più simulacri di se stessi, chiusi a riccio “nel ruolo da adulti” quanto nelle proprie paranoie da un modo di vedere le cose più crudo quanto “oggettivo”. Gli adulti sono condannati e si auto-condannano (dopo un plot twist davvero inaspettato) allo stallo, all’immobilismo “vigile”, al rimpianto.

Tutto nell’attesa di un “nuovo” deus ex machina. Figure “salvifiche” che nel film di Anderson certo “non mancano”, assumendo la forma ora di un alieno, un regista o un critico, ma che potrebbero non avere le risposte agognate che si cercano, di fatto condannando all’attesa del deus ex machina “successivo”. 


Questo nuovo piccolo mondo colorato di Wes Anderson, la città costruita nel deserto come un castello nella sabbia piena di suggestioni della fantascienza anni ‘50 e personaggi buffi, in realtà nasconde un profondo senso tragico, una irrisolta voglia di trascendenza. Una irrisolutezza dell’animo adulto cui si contrappone, forte e chiassosa, la speranza di preservare anche da adulti il modo di vedere, di giocare e di vivere dei bambini. Alimentando quel “fanciullino interiore” di cui parlava Pascoli. Una fanciullezza che Wes Anderson sa ancora coltivare e cullare attraverso i colori accesi, i mondi stralunati simili a playset di giocattoli vintage e l’umorismo surreale e gentile di cui riesce ancora ad  irradiare ogni sua opera. 

Questa volta l’autore è forse più malinconico del solito, ma il suo stile inconfondibile come l’eleganza nella direzione dell’opera rimangono inconfondibili. Il numero degli attori coinvolti nella pellicola è questa volta davvero esorbitante. Pur segnalandosi sempre interpretazioni di pregio, forse non tutti i personaggi riescono a essere messi debitamente a fuoco, almeno a una prima visione. Con una seconda visione, saltano all’occhio mille nuovi dettagli che rendono il quadro più completo e lo spettacolo meno complesso da seguire, anche se Asteroid City rimane comunque in parte sfuggente, quasi lunare, una delle opere più melanconiche dell’autore ma al contempo una delle opere più rappresentative dello stato d’animo di molti artisti durante la pandemia. Dal punto di vista tecnico e recitativo la pellicola risulta nella “sovrabbondanza di temi” sempre molto accurato e puntale. Qualche volta i passaggi dal racconto al “making of” risultano macchinosi, ma spesso regalano momenti che sprigionano al meglio il vero genio visionario dell’autore. Consigliassimo ai numerosi fan di Wes Anderson. Da affrontare con un po’ di “preparazione” nel caso ci si aspetti un film di intrattenimento convenzionale.  Asteroid City è una piccolo perla che pur nella eccentrica filmografia di Wes Anderson risulterà ai più forse troppo misteriosa, ma che saprà offrire un viaggio emotivo davvero speciale per chi deciderà di affrontarla con la giusta malinconia e voglia di tornare bambino. 

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venerdì 22 settembre 2023

Assassinio a Venezia: la nostra recensione del nuovo film Fox/Disney diretto da Kenneth Branagh sui casi dell’ispettore Hercule Poirot

Ci troviamo nel 1949, in una Venezia gelida e spettrale. È su un terrazzo con una vista da sogno sulla laguna che il momentaneamente “ex” ispettore Hercule Poirot (Kenneth Branagh), uno dei detective più conosciuti e stimati del suo tempo, trascorre un periodo di riposto dalle indagini e dal resto del mondo. Alla sua abitazione può accedere tramite i canali solo chi gli porta i suoi amati e irrinunciabili dolcetti, per un massimo di due volte al giorno. La porta di ingresso è  presidiata da una colonna infinita di clienti e curiosi che ora il grande detective non vuole più ricevere, motivo per cui è ben piantonata dalla sua guardia personale (Riccardo Scamarcio), che si impegna anima e corpo a evitare all’ispettore ogni tipo di incontro indesiderato, anche con il zelo necessario per lanciare ogni tanto in acqua qualche questuante troppo invadente. Poirot in questo suo esilio auto imposto sembra comunque  felice. Nel giardino ha anche trovato un piccolo orto da coltivare con attenzione al pari delle sue ossessioni per l’ordine, le uova e la geometria. La lettura, il paesaggio e i dolcetti fanno il resto. La vita ritirata e monotona è un toccasana dai fantasmi di un passato ancora molto presente e doloroso, ma qualcosa “freme ancora dentro”: inconsciamente, attende che si presenti per lui una nuova sfida, una “vera” sfida. A portargliela personalmente è la scrittrice di gialli Ariadne Oliver (Tina Fey, che interpreta qui un altro personaggio ricorrente dei romanzi di Agatha Christie), un'autrice che si è ispirata proprio a lui per la creazione di un celebre detective, contribuendo così attivamente ad aumentare a dismisura la fama e l'attuale mancanza di privacy dell’ispettore. Ariadne ama intrighi e puzzle e ha una particolare passione per lo smascherare i trucchi di prestigiatori, medium e spiritisti. Di recente si è imbattuta nella sedicente madame Joyce Reinolds (Michelle Yeoh), così abile e scenografica da riuscire a nascondere ogni trucco, fino quasi a far credere che esista davvero un mondo magico, “paranormale”. Una degna sfida di logica per Poirot, per Ariadne l’unico che “a tutti i costi” può scoprire gli inganni della Reynolds in una occasione propizia quanto imminente: una seduta spiritica nella notte prima di Ognissanti, che si terrà allo scoccare delle 24:00, in una della ville più tetre, strane e maledette di Venezia. L’abitazione di recente è divenuta di proprietà della cantante lirica Rowena Drake (Kelly Reilly) e il fantasma che sarà evocato durante il rito è quello di Alicia (Rowan Robinson), la sfortunata figlia della cantante, morta dopo essere caduta nel canale dalla sua finestra, situata al terzo piano, in circostanze ancora misteriose: forse per un incidente, forse per ben altro. C’è chi dice per via della depressione e dei troppi psicofarmaci che sono conseguiti alla rottura con il suo ragazzo Maxime (Lyle Allen), noto cacciatore di doti passato a una donna più ricca. C’è chi dice per colpa degli spiriti dei bambini che da sempre infestano la villa, un tempo adibita a orfanotrofio chiuso in seguito alla peste, dopo che medici senza scrupoli avevano abbandonato i piccoli al loro destino. Alla seduta parteciperanno oltre che la padrona di casa anche il medico curante di Alicia, il dott.Ferrier (Jamie Dorman), accompagnato per l’occasione dal suo strano ed eccentrico figlio Leopold (Jude Hill), che a otto anni è già appassionato di Edgar Alan Poe e si dichiara capace di parlare con i morti. Saranno presenti anche la governante della casa nonché ex suora Olga (Camille Cottin), la giovane e taciturna assistente della medium Desdemona (Edda Laird) e a sorpresa, convocato quella stessa  notte da una lettera misteriosa, interverrà il “presunto farfallone” Maxime. Poirot viene facilmente convinto a partecipare alla festa anche se non sembra troppo entusiasta e così, insieme alla scrittrice e alla sua guardia personale, decide di trovare posto al tavolo alla seduta. 


La casa è piena di scricchiolii, è notte e da poco si è svolta una piccola festicciola piena di dolcetti, maschere e storie di spiriti sul modello del tradizionale Halloween, con ospiti speciali della cantante i bambini dell’orfanotrofio cittadino. Un forte temporale riempie l’aria di tuoni e lampi, con le luci elettriche che illuminano la casa che per via di cavi non bene coperti con l’acqua iniziano a scoppiare in modo sempre più ritmato e sinistro, rendendo il luogo più spettale di quanto già sia, tra saloni immensi di colpo immersi nel buio e nel silenzio ed eccentriche opere d’arte, tra i cui disegni e forme pare nascondersi sempre qualcosa di malevolo, diabolico. In questa atmosfera qualcuno inizia a sentire voci di bambini nei corridoi o a scorgere piccole figure oscure che corrono e giocano tra le ombre. La seduta si terrà proprio nella stanza di Alicia, vicino al balcone nel quale la ragazza ha vissuto gli ultimi attimi della sua vita. La medium fin dall’arrivo inizia a individuare presenze ultraterrene in ogni anfratto, illustra le regole del rito e il modo in cui userà per comunicare con la defunta una macchina da scrivere, i cui tasti si premeranno “da soli” per rispondere alle domande dei partecipanti. Lei nel mentre sarà posseduta, in stato di trans, come un ponte umano tra i vivi e i morti. In questa atmosfera “strana”, in questa grande casa dall’arredamento “singolare” e un tempo scenario di fatti orribili, tra bambini inquietanti e storie dell’orrore autentiche, forse anche il grande Hercule Poirot potrebbe infine credere ai limiti della sua amata comprensione logica, di cui tanto si è fatto vanto negli anni. Magari potrebbe pure iniziare anche lui a scorgere personalmente dei fantasmi, provare allucinazioni, sentirsi minacciato da forze invisibili. Presto in quel luogo accadrà un delitto per molti versi inspiegabile e l’ispettore dovrà dare fondo a tutta la sua calma e razionalità, per scoprire i molti intrighi a cui verranno incontro in quella lunga notte i partecipanti al rito. Riuscirà il razionale Hercule Poirot a non impazzire o verrà a capo di una delle più strane situazioni in cui si è mai imbattuto?

Dopo Assassinio sull’Orient Express del 2017 e Assassinio sul Nilo del 2022, Kenneth Branagh torna a vestire i panni del più celebre detective di Agatha Christie. La sceneggiatura vede ancora la firma di Michael Green, autore acclamato per Logan - Wolverine e Blade Runner 2049 e di recente attivo in casa Disney, per i riusciti Il richiamo della foresta e Jungle Cruise. Green ha in questo caso adattato molto liberamente il romanzo Poirot e la strage degli innocenti, fornendo un'ambientazione e intreccio molto differenti dall’originale, inserendo addirittura per esigenze di conteso una sfiziosa festa di Halloween, per le calle veneziane degli anni '50 decisamente ante litteram. La fotografia è ancora del bravo Haris Zambarloukos, mentre a dare voce a una colonna sonora sinfonica quanto sfiziosamente “inquietante” arriva, sostituendo Patrick Doyle e le sue sonorità “alla Indiana Jones”, la bravissima Hildur Guonadottirn (Joker, Tar). Le scenografie sono di Celia Bobak, una collaboratrice di lungo corso di Branagh, che spesso lo ha accompagnato nelle sue trasposizioni cinematografiche di opere teatrali. Nel cast figurano nel ruolo di padre e figlio Jamie Dorman e Jude Hill, già per Branagh protagonisti in una simile dinamica nel suo precedente Belfast. 

Niente più treni super lussuosi o scenari da sogno per super ricchi tra le piramidi:  la terza avventura di Poirot è quantomai cupa e notturna per quasi tutta la sua durata e si svolge tra i labirintici e claustrofobici locali di una bellissima quanto inquietante magione ricostruita tra una abitazione italiana e i Pinewood Studios di Londra. 

Oltre al classico della Christie, per le atmosfere generali un modello di ispirazione ideale dell’opera sembra essere stato ricercato nei classici horror della casa di produzione Hammer, nei confronti dei quali tutto il cast e la troupe si esprimono in più momenti in ricercati, divertiti e affettuosi omaggi. La diva Michelle Yeoh in questo è una “medium perfetta”, carica di charme quanto teatralità in ogni movenza e battuta, con un trucco sempre sinistro ed esotico, avvolta da magnifiche maschere e mantelli lunghi e neri con strascico confezionati dall'ottima Sammy Sheldon. Kelly Reilly, che alterna costantemente per la sua soprano momenti di malinconia a cupezza, è una perfetta e algida “madame macabra”, Branagh sempre ineccepibile e composto nei suoi completi, occhi di ghiaccio e baffoni, fa indugiare a tratti il suo personaggio nella follia, offrendoci un Poirot ancora più complesso, sfaccettato e cupo. La Ariadne di Tina Fey è al contrario giocosa e ironica come solo l'attrice di 30th Rock riesce a essere, arrivando spesso a contro-bilanciare la cupezza sulla scena, mentre il piccolo quanto bravo Jude Hill fa ottimamente ”l’opposto”, dimostrandosi uno dei giovani attori più inquietanti del momento. Il resto del cast risulta un po’ fuori fuoco, con un Dorman e uno Scamarcio eleganti ma un po’ meccanici nel seguire “funzionalmente” le evoluzioni della trama, con dei ruoli molto “fisici”. Come nelle produzioni Hammer, gli effetti sonori sono sempre protagonisti, presenti e pressanti: in grado di alzare costantemente lo stress e il senso di pericolo, sottolineando battute e colpi di scena, facendo esplodere lampadine e sbattere porte all’improvviso, producendo rumori sinistri quasi subliminali, costanti e pressanti. Gli effetti speciali sono in genere di tipo meccanico, artigianale quanto suggestivo, “semplici” come un gioco di specchi quanto impattanti, efficaci. Branagh sembra tornare con molto gusto e autoironia alle atmosfere horror, che ripercorre idealmente dopo il suo celebre e sottovalutato Mary Shelley Frankenstein del 1994, creando sulla scena un ricco e sempre dinamico gioco di atmosfere anguste o psichedeliche, spazi che sanno dilatarsi e subito dopo restringersi e interpretazioni sopra le righe stile Hammer volte a trascinarci su un insolito, gioioso e forse, in questo caso, per parte del pubblico, “inaspettato”, tunnel degli orrori. 


Questo è forse il nodo centrale di una produzione dal sapore molto diverso dai primi due capitoli, che fin dal primo trailer sembra presentarsi agli spettatori come un horror di stampo ultra-classico dove persino la presenza di Branagh/Poirot avviene nelle ultime scene. Un sapore diverso che si accompagna alle indagini amate e canoniche, un “gusto di paranormale” che non è estraneo alla opere della Christie quanto non lo era a quelle di Arthur Conan Doyle, ma per qualcuno forse troppo forte: come spesso non si desidera una notte in una casa stregata con la stessa voglia di avere un posto sull’Orient Express o su una nave di lusso in crociera sul Nilo (omicidio inevitabile permettendo). Venezia c’è ed è bellissima, ma per lo più è raccontata in fugaci squarci notturni pieni di temporali e nebbie. La villa è straordinaria e frutto di un reparto artistico incredibile nella ricercatezza degli  arredi e dipinti, ma non abbiamo dubbi fin dal primo minuto che contenga soprattutto mostri e misteri. Anzi, in qualche caso la magione risulta pure in grado di “mutarsi e ingabbiare” tra trappole e passaggi segreti i suoi ospiti, come avviene in molto horror classici ma anche moderni, come il Cube di Vincenzo Natali. 

Non esattamente una suite su Canal Grande in compagnia di Gal Gadot.

Il meccanismo narrativo e visivo con cui prende vita l’indagine poi funziona ed è avvincente, solido, tra mille trucchi, false piste, cambi di ruolo e di “possibile assassino”, ma il fatto di trovare Poirot circondato da fantasmi in ogni momento può essere tanto per qualcuno attrattivo quanto fonte di “distrazione dalle indagini” per altri. Personalmente questo nuovo gusto delle avventure dell’ispettore mi è piaciuto, l’ho trovato un coraggioso quanto originale cambio di rotta per esplorare maggiormente i lavori della Christie “cavalcando i generi”, affiancandogli alla imprescindibile nomenclatura di giallo/crime prima i colori dell’avventura e ora il bianco e nero, o almeno i “toni di grigio”, dell’horror Hammer. Magari il prossimo film potrà essere ibridato con il musical, magari con la fantascienza anni ‘50. Di sicuro la grande capacità tecnica e artistica, unita all’eleganza e stile con cui questi lavori di Branagh sono confezionati, rendono interessanti anche queste variazioni sul genere. Assassino a Venezia diverte ed è avvincente, non è esente da difetti nella gestione di alcuni personaggi che rimangono un po’ in penombra, gode di un cast artistico e tecnico di alto livello e soprattutto nonostante la “nuova salsa Horror” trattiene e non tradisce tutta l’atmosfera dei personaggi originali. Il Poirot di Branagh sta sempre più diventando un'icona del cinema moderno e non vediamo l’ora di seguirlo in nuove avventure. 

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