mercoledì 12 luglio 2023

Rodeo: la nostra recensione del film di Lola Quivoron a metà strada tra Titane e Fast and Furious

Ha gli occhi scuri intensi e un sorriso sbilenco poco convinto, ma vive la vita un quarto di miglio per volta. Porta i capelli ricci arruffati in qualche modo, veste con pantaloncini corti verde e giallo, ha tetri tatuaggi sulle braccia pieni di croci, indossa spesso una maglia larga di una qualche squadra di calcio. Si presenta così agli appuntamenti per comprare le moto usate e poi le ruba sgommando durante il “giro di prova”. Ruba le moto ai ricchi e si fa chiamare nell’ambiente “Nessuno”, anche se “da qualche parte” il suo vero nome è Julia (Julie Ledru) . A Julia non importa dei soldi ma dell'adrenalina nel cavalcare una moto, vive dell’estasi di un momento. Così una sera, inseguendo un attimo di estasi, si innamora di Abra (Dave Nsaman), un motociclista rasta filosofo che le insegna l’arte di guidare la moto su una ruota sola, per vivere le strade in modo nuovo, come le onde con il surf. Accelerare e subito frenare, passando veloce dalla seconda alla terza e poi volare come uccelli. Dopo un paio di cadute Julia ci crede ancora, vuole riprovare ma la polizia sta arrivando nella zona delle gare clandestine e bisogna levare le tende e veloce. Due motociclisti nella ressa cadono a terra e si feriscono gravemente. Uno lo soccorre con tempismo Julia e ce la fa, anche se a questo “secca” essere stato aiutato da una donna. L’altro è Abra, che finisce in coma. Come un gatto randagio che ha finalmente trovato una nuova casa, Nessuno si unisce al gruppo di Abra, che ha il covo in una enorme officina di proprietà del misterioso Domino (Sebastien Schroeder). Domino dirige tutto dal carcere e non ama che qualcuno si sottragga al suo controllo. Il gruppo non accetta bene Nessuno ma Domino sì, e ha deciso di usare il talento di Julia per allargare la sua sfera d’azione e trasformare l’officina in un posto per sostituire targhe e telai, di moto rubate con destrezza. Julia però si affeziona alla moglie (Antonia Buresi) e al bambino di Domino, per i quali decide di ereditare anche il compito da tuttofare di Abra, da addetto alla spesa e alla sicurezza , anche se la cosa non piace a qualcuno. Di notte Nessuno è così colpita alle spalle da un motociclista con un casco che non ha mai visto: un colpo con un pistone di metallo che la manda quasi al creatore. Per cercare la fiducia del gruppo, Nessuno propone generosamente un piano che da sempre ha cercato di realizzare da sola senza riuscirci: rubare le moto da un camion del suo quartiere che fa avanti e indietro tutti i giorni a una certa ora. Serve operare mentre il camion è in movimento e serve essere in tanti. Al contempo Julia vuole trovare un modo per sottrarre la moglie e il figlio di Domino dal controllo ossessivo del marito, che li costringe a vivere relegati in casa quasi come lo è lui in carcere. La voglia di adrenalina che coglie Nessuno quando sale su una moto, unita alla voglia di Julia di aiutare una donna ingabbiata, può forse mettere a rischio la vita e la libertà di entrambe. Questa volta non sarà facile scappare a tutta velocità come dopo aver rubato una moto.


Lola Quivoron dirige e scrive (insieme alla attrice Antonia Buresi) un film sporco e cattivo, tra adrenalina e dramma interiore, in cui una protagonista, dall’aria spavalda quanto dolente, affronta le brulle strade della periferia francese in cerca di emozioni e botte. La magnifica Julie Ledru si pone idealmente a metà strada tra la Michelle Rodriguez di Fast’n’furious e la Agathe Rousselle di Titane, conferendo al suo personaggio un fisico androgino pieno di lividi e lo sguardo perdente ma determinato del cane bastonato ma non domo. Nessuno aggredisce la strada a cavallo di qualche moto e poco le importa di altro, vive “per la botta” e quando non sta fuggendo da qualcosa guarda ossessivamente filmati di qualcuno che corre. Sempre in movimento, sempre fuori posto nel mondo, con un passato fosco che parla solo di fallimenti e posti di lavoro sfumati, Zero prospettive. Nessuno è una creatura selvaggia che vivrebbe anche in una cuccia del cane pur di poter correre. Il perfetto kamikaze da sacrificare sull’altare del guadagno per qualche criminale senza scrupoli come Domino, la donna “portatrice di sventure” per lo sgangherato gruppo di motociclisti ribelli che per la prima volta percepiscono qualcuno di più veloce, abile e “tosto” di loro. Per Ophelie e il figlio, invece, l’unica persona al mondo che li guardi non come un oggetto da tenere rinchiuso in una gabbia. È nell’incontro con Ophelie che Nessuno si scopre diversa ma al contempo incredibilmente simile a lei, una madre sconfitta che “per prendersela con qualcuno” infine quasi sadicamente sceglie sempre di prendersela solo con il figlio (per poi sempre pentirsene), di fatto il suo unico compagno di carcere. Si potrebbe pensare che Nessuno abbia sublimato il suo desiderio di libertà (impossibile per lei a più livelli) in “voglia di adrenalina” e ora che ha scelto di stare con Domino si senta pure lei rinchiusa in una gabbia, seppur diversa, dalla quale le è evidente che non potrà mai uscire. Ma questa condizione non le impedisce di voler salvare comunque qualcun altro al suo posto, fare la cosa giusta per una volta e forse guadagnarsi così il paradiso. Nessuno diventa l’eroina tragica di una vicenda umana che pur con tutte le forze non la vuole protagonista. Neanche Ophelie e il figlio la vogliono dentro a questa faccenda, ma a Nessuno non importa. È la “variabile impazzita” e la Ledru le conferisce la forza e determinazione per compiere le imprese più ardite, spesso confrontandosi ad armi pari e muso duro con uomini molto più grossi di lei. 


Per trama e produzione Rodeo può risultare sulla carta qualcosa di estremamente semplice, quasi ai livelli dei Grindhouse di Tarantino. La messa in scena suona decisamente adeguata e soddisfacente, piena di fascino anche se ben lontana dagli action miliardari di Hollywood, carica di carisma. Ma un personaggio come quello di Nessuno non si dimentica e da solo vale la visione di Rodeo, probabilmente conferendogli tra qualche anno l’aura di piccolo cult. Nessuno è uno straordinario biglietto da visita per Julie Ledru, attrice che lo “fa suo” con tantissimo impegno e passione, trasformandosi in lei in ogni atomo, dal sorriso sdentato agli occhi impenetrabili, dall’andatura storta alla femminilità contratta. La Ledru diventa Nessuno facendole letteralmente divorare tutta la pellicola. Rodeo è un One-girl-show ed è strabiliante, veloce e tragico come un western moderno. Adeguato anche tutto il cast di supporto, tra cui si segnala il glaciale Sebastien Schroeder ma anche la complicata, irrisolta e scostante Ophelie di Antonia Buresi, una donna in perenne bilico tra rabbia e rassegnazione. Cupe ma seducenti le location, dalle quasi nella semi oscurità sembra quasi di respirare profumo di vernice fresca, benzina e olio motore. Ben realizzati tutti gli stunt con al centro le evoluzioni con le moto, con una menzione speciale per la sequenza finale, “potente” quanto disperata. 

Il film di Lola Quivoron è tragico e crepuscolare quanto veloce e frizzante, carico di inseguimenti e scazzottate. È un film ben ritmato, adrenalinico e benedetto da una interprete straordinaria che non vediamo l’ora di ritrovare presto al cinema. La dimostrazione che si possono realizzare ancora interessatissimi film Action con un budget anche ristretto, se al centro ci sono le idee e ottimi interpreti.  

Talk0

martedì 11 luglio 2023

Elemental: la nostra recensione del nuovo film d’animazione Disney Pixar, esordio alla dell’animatore Peter Sohn

C’è un mondo in cui elementi come fuoco, acqua, aria e terra ogni tanto si trasformano in buffi omini e vanno a vivere nelle casette di una grande città. Gli omini del fuoco sono di carattere ovviamente focoso e irascibile, ma possono essere anche passionali, “flessibili” e accoglienti. Gli omini dell’acqua a volte si fanno “scorrere via” i problemi e a volte “ci affogano” dentro, possono essere molto calmi ed empatici ma anche melodrammatici. Piangono sempre, per gioia come per tristezza, allagando ogni luogo in cui si trovino. Gli omini d’aria possono essere gioviali e leggeri come una nuvoletta in un giorno di sole o cupi e pesanti come un temporale: spesso diventano enormi “palloni gonfiati”, ma quando si sgonfiano possono essere persone anche ragionevoli, pur rimanendo costantemente “meteoropatiche”. Gli omini della terra sembrano a volte immobili e meditabondi come una foresta millenaria, ma a certe condizioni appaiono “sovraeccitati”, costantemente sul punto di voler piantare semi… germogliare per poi dare frutti. Amano intrecciarsi amorevolmente tra loro con i rami fin da quando, da adolescenti, gli spuntano i primi fiori sotto le ascelle. 

Omini dell’aria, della terra e dell’acqua si sono progressivamente integrati pacificamente in una unica zona urbana, resa vivibile per tutti attraverso complessissimi sistemi di tubi, energie rinnovabili, trasporti e domotica 2.0. Con tanta ingegneria urbanistica quanto sociale, negli anni si è così formata la movimentata e inclusiva città di Elemental City. Poi con il tempo, dalle terre più calde del mondo, hanno iniziato ad arrivare in città su delle barchette anche gli omini del fuoco. Era particolarmente difficile per loro convivere con gli altri elementali senza bruciarli o farli evaporare accidentalmente: condizioni “momentanee” a cui gli elementi possono sempre supplire ma comunque “scomode”. Gli omini del fuoco si sono così stanziati/auto-confinati per lo più in periferia. Prima hanno occupato e poi ristrutturato delle case abbandonate dagli altri elementali  con grosse “coperture ignifughe”. Poi hanno convertito tutto in abitazioni e piccole attività adatte a “focosi”. È così che anche la famiglia di Ember (con la voce di Valentina Romani), una volta arrivata a Elemental City con una barchetta in cerca di fortuna, ha messo su in periferia un negozio di gastronomia/mini-market chiamato “Il focolare”, diventato in breve tempo uno dei punti di riferimento del quartiere per qualità, gentilezza e prelibati dolciumi arroventati. La “fiamma blu” che da sempre alimenta il destino e la tradizione della famiglia, risiede proprio nel minimarket e questo per Ember significa che anche lei, un giorno, dovrà diventare per forza il capo del “focolare”. Però la ragazza si dimostra più portata a “infiammare le strade” con le consegne a domicilio ultra veloci e meno adatta alle relazioni con il pubblico. Questo diventa presto un problema quando arriva per lei la “grande prova”: il momento per dimostrarsi adatta a ereditare il lavoro di famiglia dietro al bancone nel giorno dei “saldi caldi”. Un paio di bambini irritanti, gente che inciampa nelle corsie e la ragazza esprime nel modo più distruttivo possibile la sua insofferenza, letteralmente “esplodendo” nel locale caldaia dell’edificio dopo un esaurimento nervoso. In questi casi i focosi lanciano fiamme ovunque. Questa esplosione, psicologia ma anche fisica, come conseguenza fa esplodere pure la caldaia, con il locale che si riempie di acqua che allaga tutto e fa comparire tra i flutti un omino acquoso di nome Wade (con la voce di Stefano De Martino), che naturalmente inizia subito a piangere. Piange perché si è trovato lì mentre stava cercando l’origine di una “falla”, un'enorme perdita d’acqua alla rete fognaria della quale non ci sta capendo nulla da giorni. Piange perché è un ispettore e ora deve multare Ember perché la sua caldaia a una prima occhiata non è a norma. Piange pure perché constatata l’abusività di tutto il locale commerciale e ora dovrà far abbattere tutto Il focolare con un provvedimento amministrativo urgente per inagibilità. Piange e scappa, verso il municipio centrale, per fare rapporto, ligio alle regole, mentre una sempre più incazzata e focosa Ember lo insegue, per la prima volta muovendo i passi fuori dal quartiere in cui è nata. È un inseguimento tra treni alimentati ad acqua, ascensori a vapore, boschi verticali molto incendiabili e contro la cosa più difficile di tutte da integrare in un qualsiasi ecosistema: la burocrazia multilivello di Elemental City. Ma proprio in virtù della burocrazia, dopo aver ottenuto il parere positivo di un’impiegata comunale nuvolosamente meteoropatica quanto amante dello sport (con cui i due sono stati a vedere allo stadio una “partita di nuvolosi” il cui campione, in italiano rinominato “Pecco”, ha la voce di Pecco Bagnaia), Ember e Wade infine troveranno un compromesso, che forse salverà il mini market di famiglia. Insieme dovranno trovare e porre rimedio alla falla dell’impianto fognario di Elemental City. Sarà per Wade ed Ember un’occasione per diventare molto amici, scoprire inaspettatamente di avere molto in comune, fino quasi ad innamorarsi. Ember scoprirà pure di avere un talento particolare nel creare oggetti utili tanto per i focosi che per gli acquosi: dei vasi in vetro artistici. Ma potranno acqua e fuoco convivere, diventare amici e infine pensare magari di mettere su famiglia insieme? Si potrà trasgredire al tabù di “non mischiare gli elementi”? 


Esordisce alla regia l’animatore Peter Sohn, da sempre attivo in Pixar, ma che tra i primi lavori a cui ha partecipato annovera anche per la Warner Bros Il Gigante di Ferro di Bird e soprattutto il sottovalutato ma interessantissimo Osmosis Jones dei fratelli Farrelly. Il regista ha dichiarato che il film è dedicato ai suoi genitori, che negli anni ‘70 hanno lasciato la Corea per aprire un negozio di alimentari a New York, nel Bronx. Una New York che per i complessi meccanismi di integrazione culturale messi in atto negli anni, tra successi e tentativi falliti, è diventata poi la base metaforica della sua Elemental City, a tutti gli effetti un personaggio a sé stante nella narrazione. È una città enorme ma fortemente connessa nelle sue parti e servizi, quasi fosse un unico “organismo vivente”, di fatto come la “Città di Frank” del film Osmosis Jones, che nella pellicola dei Farrelly rappresentava il corpo umano di un tizio di nome Frank, interpretato da Bill Murray. Lì gli abitanti erano globuli bianchi, rossi, piastrine ecc. che vivevano nelle varie zone-apparato, muovendosi ordinatamente tra edifici eretti tra polmoni e colon, all’interno di una “Crime story” tra virus e poliziotti mitocondri. Elemental mette in scena invece una love story che parla di tradizione e integrazione, ma le similitudini estetiche con i personaggi e luoghi di Osmosis Jones sono moltissime, proprio a partire dalla natura “fluida” e scomponibile degli elementali e del paesaggio, con gli “acquosi” stessi che ricordano graficamente tantissimo i “linfociti” nel loro modo di appallottolarsi su se stessi, stirarsi e allungarsi quanto attraversare quasi i muri. Oltre a questi tratti stilistici nella pellicola di Sohn si avverte anche l’influenza delle opere Pixar del “costruttore di mondi Pete Docter”, ideatore dei complessi universi fantasy/urbani di Inside Out, Soul e Monster & Co. e non mancano neanche i cenni all’urbanistica “scalabile” dello Zootropolis di Disney. Gli elementali convivono cosi tra loro in una realtà davvero dettagliata e particolareggiata, curata nel dettaglio quasi maniacalmente. C’è di base un'attenta riproduzione dello “stato fisico” di ogni personaggio e del rispettivo elemento in cui è immerso, come si avverte una interessante rappresentazione dei momenti in cui ogni stato si altera, spesso quando due elementali di segno opposto si trovano vicini. Ogni vestito o accessorio di uso comune è specifico per ogni elemento, così come lo sono specifici sistemi di locomozione o il cibo o alcune strutture abitative, mentre si nota una riflessione artistica ancora diversa nella costruzione delle zone commerciali e di intrattenimento comuni a più elementi, dall’impianto fognario alle tracce “archeologiche” del passato. Visivamente il film è fin dalle prime scene davvero sontuoso e punta a segnare un nuovo altissimo livello nella storia dell'animazione, facendo risultare sempre interessanti quanto originali anche le più semplici azioni dei personaggi come prendere un treno o percorrere una strada del centro città.  Dentro questa sontuosa cornice si muove poi la sceneggiatura brillante ad opera di John Hoberg, Kat Likkel e Brenda Hsueh. I primi due sono autori e produttori tra gli altri di serie tv come Vicini del terzo tipo e di My Name is Earl, mentre Brenda Hsueh ha prodotto molte puntate di How I Met Your Mother. Questi autori di serie divertenti quanto amatissime, sotto la guida e il progetto di Sohn, hanno dato vita a una storia piena di humor e azione ma anche per molti aspetti vicina ai temi del film Pixar Red, diretto da Domee Shi. Ci si perde tra i mille meccanismi visivi di Elemental City, per creare le relazioni tra i personaggi si gioca umoristicamente sul “carattere” che può avere un omino di fuoco rispetto a un omino dell’aria, ma il cuore del film infine risiede nella possibilità o impossibilità degli elementali di “fondersi tra loro”, descrivendo metaforicamente e “sociologicamente” il grande dilemma esistenziale “reale” degli immigrati di seconda e terza generazione: ragazzi figli di una cultura diversa in un paese straniero come lo sono stati tanto il regista Peter Sohn quanto la regista Domee Shi. Da un lato si avverte la necessità di perpetrare le tradizioni senza dimenticarsi delle proprie radici, che nel film vengono simboleggiare dalla “fiamma blu” che la famiglia di Ember custodisce come ultimo lascito della sua terra di origine. Una fiamma da cui allontanarsi sembra ingiusto, quasi si tradissero ì proprio genitori, specie nel momento in cui si volesse intraprendere una vita diversa, magari più simile a quella di altri popoli. D’altro canto diventa anche “visivamente evidente” come i processi di convivenza tra elementali di tipo diverso possano essere complessi, quanto se non tragici almeno tragicomici. Avviene quando  pure il semplice fatto di provare a mangiare un pasticcino rovente arriva a essere quasi una prova mortale, se non sei di fuoco. È allora che la volontà di avvicinarsi tra opposti diventa un'impresa titanica quanto irrinunciabile, con la storia d’amore impossibile tra Ember e Wade che procede tra ebollizioni e fusioni di vetri plasmati come a Murano, raggiungendo simbologie inedite quando stimolanti. Si parla di voglia di indipendenza quanto di paura della stessa. Si parla del vivere le emozioni senza doverle mascherarle (come accade in molte culture). Si parla se vogliamo anche di razzismo, seppur stemperato da tantissima ironia. Sono stimoli che per il modo di essere narrati sembrano rivolgersi a un pubblico più adulto rispetto a una platea di giovanissimi, che comunque si divertiranno perdendosi tra i colori e le infinite scene di azione che la pellicola è in grado di elargire a piene mani per tutta la sua durata. Molto bravi tutti gli interpreti vocali, compresi i nostri doppiatori italiani, che si sono cimentati con dei testi carichi di umorismo e giochi di parole, quanto sottilmente sottesi a domande su “quale sia il posto di ognuno nel mondo”. Domande alle quali vengono date risposte non banali, a volte quasi “dure”, ma comunque in grado di fornire spunti per delle riflessioni che sanno impastarsi anche nella nostra attualità. Più che un film a cartoni animati pieni di cose buffe e colorate pare in certi frangenti Elemental si trasformi in un film a tema sociale con attori in cane e ossa, ed è risvolto interessante, quasi inatteso. 


Il nuovo film Pixar è complesso ma colorato, stimolante e ricco di invenzioni visive e narrative. È un film forse con un target più adulto del solito nel suo modo di parlarci tra le righe di integrazione culturale, famiglia e territorio, ma al contempo è un film che riesce a essere sempre leggero e divertente, pieno di azione e humor e visivamente quasi “rinfrescante” in questa torrida estate. È un film che a tratti vuole quasi essere “irrisolto”, problematico, e che proprio grazie a queste spigolature appare interessante, più “vivo” di una semplice favola colorata.  Un film da guardare in una bella sala rinfrescata in compagnia di una coca cola, sognando magari il giorno dopo di fare un salto in un parco acquatico pieno di mille scivoli quanto la Elemental City della storia. Ma anche un film che a fine visione è in grado di porci domande sul modo focoso, liquido, tempestoso o eco-sostenibile con cui guardiamo il mondo e noi stessi. 

Talk0

lunedì 10 luglio 2023

Rido perché ti amo: la nostra recensione della “strabordante” commedia romantica scritta e diretta da Paolo Ruffini


Ci troviamo nel cortile di un scuola elementare di qualche anno fa, dove il piccolo e riccioluto Leo inizia ad affinare le sue grandi capacità di pasticcere e seduttore. Leo (Francesco Quezada) realizza spettacolari torte da regalare alle altre bambine, tutte con allegate dediche amorose scritte sulla glassa. In genere arrivano a Leo tragici rifiuti uniti a panna sulla faccia, ma ogni tanto la ruota gira. Così un giorno qualcuna finalmente accetta le avance e il dolce, così il nostro eroe parte all’attacco con la fase due del piano, la dichiarazione:  “Ti prometto che ti renderò felice! Amanda, mi vuoi sposare?”. È una proposta da bambini da intendersi “quando saremo grandi”, ma non è per questo meno seria e solenne. La piccola Amanda (Aurora Menenti) accetta a patto che lui “non diventi cattivo” e insieme i due giurano su un quaderno, dove hanno disegnato i tanti progetti che avrebbero realizzato insieme da grandi. Un quaderno pieno di sogni, con disegnato anche il modello definitivo della loro torta di nozze da realizzare. Gli anni passano, Amanda (Barbara Venturato) è diventata una ballerina e Leo (Nicola Nocella) un pasticcere, con la scuola di danza e la pasticceria che hanno sede nella stessa piazza del paese, insieme ad altri negozi. A fianco a loro c’è la cartoleria dell’ enigmatico Cipriano (Greg), che ama vendere e impacchettate quaderni, ma si diletta anche come psicologo part-time. C’è poi il negozio di cristalli e robe mistiche della troppo disincantata Luisa (Giulia Provvedi del duo musicale delle Donatella), c’è il bar storico gestito dal sempre sorridente Valentino (Enzo Garinei in una delle sue ultime interpretazioni) e da sua moglie Ada (Lucia Guzzardi), che sono un po’ i “genitori di tutti”. C’è il negozio di fumetti e dvd del malinconico e meteoropatico “eterno Peter Pan” Ciro (Paolo Ruffini), che si lamenta di tutti e vive perennemente con in braccio il suo inseparabile volpino Ciak. Oltre a negozi ed esercenti, non mancano mai in piazza “come parte del paesaggio” la baronessa (Loretta Goggi), che dalla sua terrazza sul centro osserva ogni cosa, come non può mancare quel simpatico cliente-rompiscatole di Gigi (Herbert Ballerina), che cerca inutilmente di sedurre Laura quanto di ottenere da Leo l’unico dolce che ha giurato di non realizzare mai più: la zuppa inglese. Oggi al centro della piazza c’è pure il prete Don Cioffi (Herbert Cioffi) e c’è intorno a lui tutto quel piccolo mondo, quando Leo e Amanda, dopo anni e anni di fidanzamento, fanno le prove ufficiali del loro matrimonio, che si celebrerà tra sette giorni. Sembra tutto andare bene, con Amanda che poco dopo si premura di portare alla pasticceria di Leo il quaderno di quando erano piccoli, dove è disegnata la famosa torta delle loro nozze. Ma qualcosa nell’aria è cambiato. Leo ha già realizzato per loro una anonima torta di riso, riso che Amanda odia, e chiede se è possibile rimandare il giorno delle nozze per la richiesta urgente di un politico. Sembra che il pasticcere stia vivendo un periodo di forte stress per via delle critiche ai suoi dolci e non creda di essere più in grado di cucinare come un tempo. Tutto pare partito da una zuppa inglese. Anche Amanda però in quei giorni è molto indaffarata, specie da quando le è arrivata la convocazione dalla Opera di Parigi per diventare loro istruttrice. Non può più ballare da tempo come professionista e quella è forse la sua ultima grande occasione di carriera. I due litigano, Leo sembra “diventato cattivo” e Amanda parte per Parigi il giorno stesso, a sette giorni dalle nozze. Leo è confuso, vorrebbe prendere l’auto e seguirla al volo ma a fianco del posto di guida gli compare lui stesso, da piccolo. Leo osserva quel bambino e scopre di non essere più lui. La vita e l’ossessione per il lavoro lo hanno cambiato troppo e forse è davvero diventato “cattivo”. Leo non parte più. Il fumettaro Ciro decide di stargli vicino e trovare insieme una soluzione, magari proprio a partire da quel quaderno che i piccoli Leo e Amanda avevano realizzato insieme. Oltre alla torta di nozze, il quaderno è pieno di disegni “di cose da fare” un po’ “astratti”, ma che se interpretati al meglio potrebbero in qualche modo riconnettere Leo al Piccolo Leo. Solo ritornando bambino, Leo non sarà più cattivo e potrà raggiungere e riconquistare Amanda. Un disegno dice di andare a fare la pace con un bullo completamente nudo e Leo lo fa. Uno dice di lanciarsi con una corda elastica e una torta in mano e Leo lo fa. I video vengono pubblicati e Amanda osserva da Parigi il tutto, stupita. Capitanati da Ciro, ad aiutare Leo in questa strampalata impresa per “tornare bambini” si smuoverà un po’ tutta la piazza e anche la nuova esercente della zona, Sam (Daphne Scoccia), una ragazza tosta e molto altruista che fa tatuaggi. Sam farà presto breccia anche nel cuore di Ciro, magari aiutando pure lui a uscire dal guscio dopo un lungo periodo di crisi. Riusciranno i nostri eroi a salvare il matrimonio?


Il film di Ruffini assomiglia molto a una favola e per introdurre al meglio questi commento ho bisogno di un’altra favola. 

C’era una volta Rob Zombie, una star della musica Metal più pesante a cui qualcuno propose di girare il suo primo film. Erano i primi anni del 2000 e Rob qualcosa a livello di videoclip l'aveva già fatta, gli era piaciuto e aveva deciso senza remore di provare a gettarsi in questo lungometraggio a base horror, il suo genere preferito, dal titolo La casa dei 1000 corpi. Rob era motivato al 1000%, ma da qualche parte nella sua testa aveva una maledetta paura di non farcela. Se andava male, temeva di avere solo quella occasione per fare qualcosa al cinema. Così elaborò la più folle strategia possibile: buttare in quel film 1000 cose diverse. Tutto quello che avrebbe mai voluto mettere in tutti i suoi futuri 1000 film, condensato in un film solo: i cannibali, gli zombie, l’inferno, i tunnel dell’orrore, le streghe, gli scienziati pazzi, i freak, i serial killer, i poliziotti corrotti, i mutanti, le madri orribili, i pagliacci inquietanti, le catacombe, i luoghi spettrali vicino all’autostrada, il lato inquietante del mago di oz e satana stesso. Tutto insieme. Per poco meno di 90 minuti. La gente uscì dalla sala stordita, amando o odiando alla follia Rob Zombie, ma il film servì più di ogni altra cosa a Rob Zombie stesso: si era sfogato ed era tornato in pace con l’universo. Poco dopo, dosando meglio tutti i 1000 ingredienti della Casa del 1000 corpi, Rob Zombie alla sua opera seconda, La casa del diavolo, creò un capolavoro e divenne un regista di culto per una generazione. Veniamo così a Paolo Ruffini e a questo Rido perché ti amo, che in sostanza è il suo La casa dai 1000 corpi e dura pure lui sui novanta minuti scarsi. Ruffini non è come Zombie un amante dell’horror, predilige la commedia e i film sentimentali ma alla fine pure lui qui “ammucchia roba che gli piace”. Gli piace la delicatezza della visione del mondo di Il fantastico mondo di Amelie, gli piace quel rapporto tra emozioni e cibo che si sviluppa in Ratatouille, vuole un’immagine dell’infanzia felice con protagonista un bambino dal capelli ricci come il piccolo Andrea di Kiss me Licia. Vuole parlare degli eterni Peter Pan di oggi, cresciuti tra fumetterie e videoteche, accogliendo il sarcasmo di Clerks quanto la voglia di sognare “fuori tempo massimo” di Be Kind rewind, ma anche con quello sguardo disincantato specifico dei “giovani della provincia italiana” di Ovosodo. Ha nostalgia per la grande commedia italiana corale (quella de I mostri quanto di Casotto) e un po’ come l’ultimo Pieraccioni (da Una moglie bellissima in poi) immerge i personaggi in un'unica piazza umanamente e calorosamente variegata ed eccentrica, magari mutuando un po’ di eccentricità da Maccio Cappatonda, prendendo in prestito il suo attore-feticcio Herbert Ballerina. E infine lo “scudo massimo”, il suo personaggio che per tutto il film maneggia un tenerissimo e adorabile volpino come se fosse un pupazzo e una sua “estensione personale”: un surreale non-sense tenero-spiazzante alla Farrelly (ma non così “cattivo” da entrare in territorio Todd Phillips). Dei Farrelly che “ritornano”, nella scelta di Ruffini di avere nel cast anche dei bravissimi e teneri attori con disabilità. La ricetta è questa: un bel all you can eat filmico. 90 minuti con una trama che tra mille suggestioni confliggenti è un po’ favola, un po’ amarcord, ma riesce anche ad essere un po’ pure autobiografia, specie quando compare sulla scena l’ex compagna di Ruffini stesso che dice al suo personaggio di “non mollare e andare avanti” con il cinema. Forse perché effettivamente Ruffini si è trovato qui a fare questo film con l’animo di Rob Zombie dei 1000 corpi. Con una voglia matta di buttare dentro quante più cose possibili di quello che gli piace. Devo dire, anche con piacere, che per molti versi Rido perché ti amo funziona. Funziona nella sua struttura corale, che riesce a dare il giusto spazio ad attori come Goggi, Greg, Garinei e la Guazzardi, Cioffi e Ballerina, per creare delle piccole e gustose scenette, a volte anche piuttosto articolate. Funziona nella scelta degli interpreti bambini e adulti di Leo e Amanda, che hanno un’aria tenera e innocente molto adatta alla cifra favolistica della storia. Funziona nella costruzione di un piccolo mondo all’interno di una piazza resa sempre “viva” e particolarmente colorata da azzeccate scelte di montaggio e fotografia. Funziona anche quando lo svolgimento del film si mette “quasi in pausa” e interpreti principali diventano Ruffini e la Scoccia: come se il regista non riuscisse (attraverso il suo personaggio) a vivere in pieno la favola perfetta di Leo e Amanda “proiettati al futuro”, in quanto si sente incastrato in una vita piena di rimpianti e “immobile sul passato”. Risulta proprio in questa dinamica ulteriormente bella e appropriata la citazione di Antoine de Saint-Exupery, autore de Il piccolo principe, ripresa dall’incipit del film: “il bambino che eri non si vergogni dell’adulto che sei”. È un film sul “tornare bambini senza restare poi per sempre bambini”, si potrebbe dire. Per tutti questi aspetti Rido perché ti amo “vola”… poi però Ruffini si schianta. Si schianta quando con il “gioco del quaderno” prova a fare Be Kind Rewind di Michel Gondry e invece tira fuori situazioni degne di Jackass, che possono essere divertenti ma sembrano per stile e resa finale far parte di un film diverso. Si schianta quando vuole raccontate la crisi di Leo come una crisi del suo rapporto con il cibo, laddove questo tema rimane involuto e il passaggio che fa superare la crisi al pasticcere lo vede clamorosamente quasi estraneo ai fatti. Si schianta laddove mette troppo fuori dalla scena i personaggi principali, soprattutto Amanda, nella parte finale. Rido perché ti amo ha vari difetti, ma nell’insieme è forse il lavoro migliore di Ruffini: quello con più ambizione nella messa in scena e quello in cui risalta di più la sua capacità di dirigere gli attori. Questa idea “bulimica” di cinema in fondo ha dato nel complesso dei buoni frutti: Ruffini ha rischiato, si è messo in gioco con tanti temi e suggestioni, ha trovato bravi attori e maestranze, ha saputo mettersi (più o meno) “da parte”, ha ecceduto come era inevitabile ma qualcosa di valido è effettivamente uscito. Ora auguro a Ruffini di dirigere la sua personale Casa del Diavolo

Talk0

venerdì 30 giugno 2023

Houria-la voce della libertà: la nostra recensione del nuovo film della regista Mounia Meddour, sulla danza e l’inclusione

Algeria dei giorni nostri. La giovane Houria (Lyna Khoudri), il cui nome significa “libertà”, balla sul tetto del palazzo dove abita fin dall’alba, ascoltando la musica nelle cuffie e sognando qualcosa di diverso. Per lei basterebbe avere dei soldi per un’auto che la porti qualche volta fuori città, mentre la sua sodale amica Sonia (Amira Hilda Douaouda) vorrebbe che i soldi servissero per lo meno a mollare tutto e andare a vivere a Barcellona, a costo di consegnarsi a qualche scafista clandestino che in poche ore di un viaggio orribile può portarti in paradiso. Houria ha i piedi graffiati e coperti di cerotti ma continua a ballare con assoluta dedizione, perché con la sua piccola compagnia sta per portare in scena Il lago dei cigni e il ruolo di ballerina di fila è lì molto complesso. La mattina presto agli esercizi sul tetto seguono il lavoro come donna delle pulizie in un hotel e poi gli allenamenti in una palestra fatiscente, con la sera che è dedicata a un secondo lavoro da ballerina nei locali notturni, per poi il giorno dopo ricominciare il tutto. È una vita dura, ma che fa senza lamentarsi anche la madre di Houria, Sabrina (Rachida Brakni) che è una ballerina ancora in attività di balli tradizionali algerini. Madre e figlia così si sostengono e aiutano a vicenda, ma i soldi per comprare un’auto o arrivare a Barcellona sono tanti e l’unico modo per farne un po’ sono gli scontri clandestini tra arieti. Gli arieti hanno nomi altisonanti come Batman, Bin Laden, Putin e Trump. Tutti ci scommettono sopra in modo pesante, come se non ci fossero davvero altre alternative. C’è crisi e sono tutti poveri. Una notte, puntando su “Joker” che vince su Bin Laden, Houria porta a casa una somma ragguardevole. Ma un tizio sbandato, Ali (Marwan Fares), che ha scommesso sull’ariete perdente, ritiene che la vittoria sia truccata. Così insegue Houria, fino a che la prende e la butta giù dalle scale in cemento di un un vicolo isolato. La ragazza rotola in modo scomposto e picchia la testa. Ali la lascia lì senza prendersi i soldi e, convinto che sia morta, fugge. Houria però sopravvive riaprendo gli occhi in una stanza di ospedale. Il piede è rotto in modo grave e non potrà più ballare come prima, ma i danni che ha subito alla testa sembrano peggiori: Houria non riesce più a parlare. 

Le possibilità di procedere legalmente contro il suo assalitore sembrano davvero poche, perché l’uomo in qualità di ex estremista religioso pentito gode di un particolare status che di fatto gli consente di fare liberamente quello che vuole, senza conseguenze. Per cercare di contrastare il terrorismo, i poliziotti hanno le mani legate e ogni tipo di azione legale decade per paura di ritorsioni. 

Tutto ciò che può fare Houria è quindi essere seguita da un gruppo di aiuto rivolto a persone rimaste vittime, come lei, di estremisti religiosi. È un gruppo eterogeneo, dove sono presenti donne che hanno subito i peggiori tipi di abusi e traumi. Alcune hanno perso i propri figli in un'esplosione e continuano a dialogare con loro. Ci sono donne che si sono chiuse in un loro mondo interiore e donne non più autosufficienti. Ci sono donne che come Houria non parlano più, ma con cui la ragazza inizia a parlare attraverso il linguaggio dei segni. È una piccola rinascita per la ragazza, quasi una nuova famiglia. Il gruppo si affeziona a Houria e lei si affeziona a loro, decidendo di introdurre delle lezioni di ballo nelle attività comuni. La ballerina cerca così di integrare il linguaggio della danza a quello dei segni, creando una nuova forma di espressione. Il tempo passa e l’uomo che l’ha quasi uccisa per uno scherzo del destino torna a farsi sentire, in cerca dei “soldi rubati” e con la voglia di distruggere la sua vita se non li otterrà. In questo difficile momento anche l’amica di sempre, Sonia, dopo aver raccolto i soldi, decide di scappare a Barcellona con una barca clandestina, mettendo a rischio la sua vita. La vita della ballerina sta cambiando velocemente ma forse il suo amore per la danza riuscirà ad aiutarla in questo difficile percorso. 


Dopo Papicha, uscito nel 2019, Mounia Meddour torna a parlare della vita delle donne nell’Algeria dei giorni nostri, in un modo ancora una volta originale quanto intrigante. Sono raccontate di nuovo storie di donne forti e generose, aperte alla modernità quanto ossequiose delle tradizioni, che spesso vengono quasi impossibilitate ad avere una propria “voce” della società. Nel film questa voce viene non troppo metaforicamente “sottratta” con un atto di violenza, con la protagonista Houria che deve quindi mettersi alla ricerca di nuovi “linguaggi possibili” con cui potersi esprimere, in un percorso che la porterà infine a creare un modo di danzare in grado di fondere i passi della tradizione con i gesti con cui comunicano i sordomuti. Per Houria occorre trovare prima di tutto un modo di ballare semplice da imparare, quanto giocoforza la sua arte è stata “azzoppata dalla violenza” e non può più competere con Il lago dei cigni che stava preparando con tanta dedizione. Da questa prima consapevolezza, la ballerina deve integrare la danza con un linguaggio dei gesti che le viene insegnato con amore dalle sue nuove amiche, proprio nel momento della sua maggiore crisi esistenziale. Il risultato è un ballo che tutto il gruppo delle donne, ballerine o meno, è ora in grado di approcciare, diventando una nuova autonoma forma di esprimersi: un mezzo per veicolare pensieri e azioni attraverso l’arte, non troppo dissimile concettualmente al rap e alla capoeira. Un linguaggio ai più invisibile quanto per chi vuole vederlo potente, inclusivo quanto universale, sintesi perfetta del concetto di “resilienza”. La resilienza è un termine mutuato dalla siderurgia che indica in campo sociale la capacità di una persona di riprendersi da un forte urto e riorganizzare positivamente la sua vita, ed è esattamente quanto fa Houria: dopo l’incidente offre una nuova forma alla sua vita e alla sua arte rinascendo dal dolore, senza fuggire. L’amica Sonia invece fugge, come fuggono dal reale le masse che ogni sera si giocano tutti gli spicci per gli scontri tra arieti, che tanto tutti sanno che sono truccati. Se la pellicola parla di come Houria e le donne del suo gruppo di aiuto riescano con forza e determinazione a rialzarsi, trovando un nuovo senso alla loro vita senza piegarsi al destino, non manca nel film della Meddour una critica diretta più che ai singoli a una politica che di fatto sembra essersi piegata del tutto. È un paese che si è piegato ai desideri degli “estremisti pentiti”: soggetti pericolosi lasciati dalle istituzioni liberi di fare ogni cosa in quanto preziosi per una lotta al crimine che per ora non sembra ripagare di tanto sacrificio. È un paese che si è piegata al gioco di azzardo, alla quotidianità degli scafisti, alla corruzione e all’immobilismo. Anche la figura della donna avvocato che si è ritirata dall’impegno sociale urla una situazione istituzionale divenuta ormai insostenibile per la difesa del singolo. Fortuna che in tanta tragedia  ci sono ancora i colori e i balli di Houria e di sua madre, che rimandano a un Oriente magico e accogliente magari per i turisti che è ancora presente e può essere altrettanto forte, in grado di rinascere dalla bellezza. La regista con passione e amore descrive ogni ballo come ogni magnifico scorcio architettonico storico, tramonto e panorama notturno. Trasmette la forza e il sorriso di un paese che come Houria, nonostante tutto, sta cercando di rialzarsi inventandosi strade nuove, attraverso la sua cultura e i suoi magnifici paesaggi. La Meddour crede ancora in un futuro possibile al di là degli scontri degli arieti Joker e Trump. 



Molto brave tutte le attrici coinvolte, tanto le interpreti delle ballerine quanto delle donne abusate. Sono tutte in grado di creare tra i loro personaggi un rapporto umano ricco e sfaccettato, basato sul sostegno reciproco ma anche sul rispetto degli altri e la gentilezza, sul duro lavoro e l’impegno attivo a favore della comunità. Si avverte nella seconda parte, per la spontaneità del gruppo nel supportasti vicendevolmente, quasi la sensazione di trovarsi di fronte a una famiglia allargata. Glaciale “ma non per colpa sua” il personaggio di Ali, che l’interprete riesce comunque a rendere non banale, facendoci intuire un vissuto di disperazione e isolamento che ne ha compromesso il sistema di valori. Quasi tutti gli uomini in scena sono “soli” e in preda al demone del gioco, su cui puntano ogni speranza di un futuro vacuo. 

Houria è un film tragico, ma che dalla sua tragedia riesce a parlarci al meglio di rivalsa e futuro grazie al coraggio delle donne, guidandoci a passi di danza più che dietro a mille parole. È un film di speranza, che la Meddour riesce a confezionare con molta raffinatezza ed equilibrio, dosando ogni immagine e trasmettendo appieno la voglia di cambiamento delle sue protagoniste.  

Talk0

martedì 27 giugno 2023

Olga - in fuga per le Olimpiadi: la nostra recensione del film di Elie Grappe che racconta l’Ucraina degli ultimi anni dal punto di vista di una sua ginnasta olimpica

Siamo nel 2014 a Kiev, in Ucraina, all’inizio della cosiddetta “rivoluzione della dignità”. Il presidente Yanukovych non aveva firmato lo storico accordo che avrebbe reso il paese più vicino all’Unione Europea e il paese andò in subbuglio. Piazza Majdan divenne l’epicentro degli oppositori al governo e tutta la città si riempì di barricate e inni rivoluzionari. Poi arrivarono le cariche dell’esercito e lo scontro civile. Fu l’inizio di una sanguinosa guerra civile che quindicenne ginnasta Olga (Anastasia Budiashkina) non poteva vivere in prima persona, perché si trovava ad allenarsi alle parallele in una palestra in Svizzera. Poco tempo prima era rimasta infortunata alla gamba a causa di un incidente in auto in cui guidava la madre Catherine (Stephanie Chuat). Catherine era una giornalista che si opponeva al governo, l’incidente era stato a tutti gli effetti un attentato e la ragione che le spinse a mandare la figlia lontana in Svizzera, paese di origine del padre, per sua incolumità, per riprendersi e completare con più tranquillità gli allenamenti in vista dei campionati europei di ginnastica artistica. In quel paese sconosciuto Olga faticò a trovare nuove amiche: troppo rigida o poco sorridente, troppo concentrata o poco festaiola, veniva considerata “il classico robot anaffettivo dell’est”. Anche gli allenatori svizzeri non capivano tanta dedizione per gli esercizi quanta poca cura nei rapporti umani. Anche i parenti del padre la guardavano con commiserazione, non perdendo occasione per rimproverare la eccessiva passione per il giornalismo della madre, con tali parole di fuoco che Olga non riusciva a stare in loro compagnia. Era “sola” in tutti i giorni del suo esilio, dall’alba al tramonto, chiusa in quel centinaio di metri che separavano il suo alloggio dalla palestra. Sola con la sua passione, da vivere a testa bassa e muso duro, Olga si concentrava solo sul rimettersi in forma e perfezionare tra mille cadute la complessa evoluzione chiamata “Jeager”. Ogni tanto tramite internet arrivavano dalla sua vecchia compagna di squadra e amica Sasha (Sabina Rubtsova) aggiornamenti su quanto avveniva a Kiev. Si parlava di grande fermento e atti di eroismo, ma anche di momenti drammatici che avevano cambiato per sempre la vita di tutti. Anche la vita di Sasha sarebbe per sempre cambiata, dopo averle fatto scoprire l’odore della carne bruciata dalle molotov.  Qualche volta pure la madre si faceva sentire da Olga di sfuggita, tra un bombardamento, una rissa e un soggiorno in ospedale, con il volto spesso trasfigurato dalle botte. La ginnasta incassava tutto e non poteva fare altro che andare dritto per la sua strada. Anche il suo vecchio allenatore ucraino, cui era molto legata, ora faceva una vita diversa. Dopo la rivoluzione aveva “tradito” la nazionale ed era finito ad allenare le ginnaste della Federazione Russa, nel biasimo generale della squadra. Battere le russe ai campionati poteva diventare quindi per la ginnasta qualcosa di simbolico: un atto di sport ma anche di politica. La dimostrazione che potevano averla spezzata ma non l'avevano ancora sconfitta. Ma per Olga quel campionato poteva essere anche un atto di emancipazione: la volontà di distaccarsi da tutto quel “mondo” che aveva cambiato per sempre la sua vita. Allenamento dopo allenamento aveva iniziato a fasi capire e apprezzare. Aveva nuove amiche. Per questo Olga avrebbe gareggiato, ma come ginnasta svizzera, fino a che fosse stata un grado di scegliere il modo giusto di ricomporre la sua vita. 


Nel 2021 la regista svizzera Elie Grappe esordiva al cinema con questo film che racconta una storia di sport, adolescenza, sradicamento e guerra civile. Un film che oggi, dopo l’inizio della guerra tra russi e ucraini, testimonia in modo quasi profetico il doloroso percorso umano (prima ancora che politico) che ha portato agli ultimi eventi. Si racconta, “dentro  lo sguardo” profondo e doloroso di una ragazzina ferita, di una Kiev sotto assedio in cui gli animi sono già pronti a esplodere e dove la violenza ha iniziato a riempire di sangue le strade, muovendosi quasi casa per casa, trasformando in Nemico persone conosciute da anni. Una violenza di cui noi Italiani e l’informazione internazionale in genere siamo stati inconsapevoli fino a un paio di anni fa. Olga è interpretata da una bravissima attrice non professionista, una vera ginnasta ucraina che in questo momento storico è proprio in Ucraina a combattere, non solo “attraverso l’arte” ma anche in prima linea. Quasi l’intero cast è composto da vere ginnaste e allenatori, ucraini e svizzeri, scelti dalla Grappe perché possano parlare con la loro esperienza diretta dello sport quanto, sul lato ucraino, del fatto di essere umanamente, da anni e in prima persona, coinvolti in un conflitto che si trascina da fin troppo tempo, quasi nell’indifferenza dell’Occidente. La Olga di Anastasia Budiashkina, dal fisico ancora acerbo per quanto scolpito, affronta con rigore militare ogni esercizio della sua complessa preparazione, così come riesce a svelare quasi di nascosto, con assoluto pudore e compostezza, tutto il turbinio di emozioni che tiene represse, pronte a esplodere solo attraverso il gesto agonistico. Ha lo sguardo severo e malinconico, usa poche parole anche per le difficoltà della lingua diversa che deve usare nel suo “esilio svizzero” e sceglie per comunicare con il mondo di concentrarsi solo sui movimenti. Osservando anche i movimenti delle compagne di squadra passa così anche al “coaching”, aiutando le altre ginnaste, sostenendole  e instaurando così i primi rapporti con il nuovo gruppo. Per un attimo il personaggio di Olga ci fa credere che lo sport possa diventare davvero una specie di linguaggio, universale quanto inclusivo. Per un attimo sembra possibile che lo scontro civile tra russi e ucraini si possa vincere sul piano dello sport come in quella metafora anni ottanta della guerra fredda che fu Rocky IV, ma il film sente amaramente la necessità di andare oltre, raccontandoci la guerra. L'amica di Olga, Sasha, ginnasta rimasta a Kiev interpretata da Sabina Rubtsova, sceglie di rinunciare a esibirsi nel campionato e questo crea un forte cortocircuito emotivo che blocca questa forma di comunicazione. Sasha rinuncia “per lanciare un messaggio al mondo”, ma questo gesto cade nell’indifferenza generale di chi quella guerra civile non la conosce e vuole solo vedere della ginnastica. Un gesto che quindi è visto “dall’estero” come folle, come viene tacciata per “matta” la madre di Olga, che rimane sul campo di Kiev a documentare lo scontro civile invece che scappare all’estero “da brava madre”. Olga vive anche l’impotenza di non poter prendere un aereo per tornare nel suo paese, dovendo essere trattenuta “per il suo bene”, come un ostaggio, nella silenziosa e tranquilla Svizzera. Una frustrazione che sale quando il suo ex allenatore passato ai russi la incontra e in modo tragicamente lucido risponde ai suoi sguardi ribadendo che per lui “lo sport non è politica”. Quasi sostenendo che è dunque possibile da un lato rispettare una persona per la sua arte e al contempo accettare la possibilità che venga uccisa, in quanto nemica, per un “bene superiore”. Così  il film della Grappe diventa progressivamente più che un film sullo sport un film sulla impossibilità di comunicare tra le persone: una pellicola più vicina a La messa è finita di Nanni Moretti che a Rocky IV di Stallone. Un film dove ogni tipo di comunicazione va a scontrarsi con mura lucidamente invalicabili. È una lezione amarissima quanto bene rappresentata sullo schermo da una regia sempre sobria e composta, dall’ottima prova delle interpreti e da una costruzione narrativa che predilige la sottrazione al melodramma, lasciando che a esprimere le emozioni “ci provi” il linguaggio universale dello sport. Le corse preparatorie nel cuore della notte, la palestra solitaria, le cadute e i traumi, i muscoli tesi e la volontà di arrivare alla fine di una routine di gara diventano così il titanico e romantico tentativo di dare un senso alla vita: concentrato attraverso i pochi secondi di un esercizio ginnico. Una sintesi unica per la quale Olga è un film che colpisce non solo gli amanti dello sport: metafora di come il mondo perda ogni capacità razionale di comunicazione ed empatia quando si scatena malauguratamente un conflitto. La Grappe arriva in sala con un film oggi più che mai urgente. 

Talk0

domenica 25 giugno 2023

Emily: la nostra recensione del film scritto e diretto da Frances O’Connor sulla vita di Emily Bronte, autrice di Cime Tempestose

Ci troviamo nella collinosa cittadina di Thorton, nello Yorkshire, a inizio dell’Ottocento.  Emily (Emma Mackey), la terzogenita figlia del rigido pastore Patric Bronte (Adrian Dunbar), ha sempre la testa tra le nuvole. La sua diligente sorella maggiore Charlotte (Alexandra Dowling) è già avviata all’insegnamento in una scuola prestigiosa, il secondogenito Branwell (Fionn Whitehead) ha già ricevuto dei riconoscimenti per meriti nella pittura e scrittura presso la Royal Academy of Art ed Emily è ancora in giro per casa, quasi incapace di affrontare il mondo e la scuola, spaventata dallo studio e dalle compagne di corso, perennemente avvolta in un mondo tutto suo. Un mondo fatto di strane storie fantasiose che inventa mentre ascolta la natura o gioca a rotolare giù da una piccola collina come una bambina. Ormai anche la sua sorellina più piccola Anna (Amelia Gething), l’unica davvero sempre avida nell’ascoltare le strane storie di Emily prima di dormire, sta diventando più adulta di lei. Padre Patric è sconfortato, fino a che appare a Thorton un giovane curato di nome William Weightman (Oliver Jackson-Cohen). È un uomo intelligente e integerrimo, affascinante e ancora in cerca di moglie. Subito desta l’interesse di molte ragazze del luogo tra cui Charlotte, ma Patric vede in lui soprattutto l’insegnante di francese ideale per Emily. Tra Emily e William nasce una strana chimica che presto si trasforma in un sentimento consumato, clandestinamente e sempre meno saltuariamente, all’ombra di una casetta diroccata tra i boschi. Oltre alla bellezza, Emily attira William soprattutto per le poesie che lei gli dedica. Sono potenti quanto sfacciatamente erotiche e l’uomo le conserva avidamente di nascosto,  spronandola a scriverne sempre di nuove. Molto affascinato dalla nuova scrittura “più adulta” di Emily è anche suo fratello Bran, che da qualche tempo ha lasciato la scuola per vivere nello spirito degli autori bohémienne, a contatto con la natura e i bar. Con Emily, Bron si diverte ad andare a bere al pub ma anche ad osservare i suoi vicini di casa. È una cosa divertente anche se un po’ matta e morbosa, che i due condividono spesso di notte, osservandoli dal giardinetto al di là della finestra che dà sul soggiorno, acquattati nel buio. Guardano  i loro vicini di casa che mangiano e si inventano storie su cosa si dicano, fanno casino fino a che vengono inevitabilmente scoperti e costretti a scappare di nascosto dai cani mandati al loro inseguimento. Emily si sta divertendo scambiando poesie con Bran e “giocando” William, ma il tempo passa e le cose si fanno sempre più strane e distorte, il suo rapporto con il curato non sembra andare da nessuna parte e Bran sembra sempre più perso dietro alla sua bottiglia di alcol. Alcuni eventi drammatici cambieranno presto per sempre la sua vita, ma al contempo Emily sta maturando la voglia di scrivere qualcosa ancora di nuovo, magari un romanzo. Forse un giorno il padre inizierà a guardarla non come una specie di fallita e lei troverà il suo posto nel mondo e lontano da Thorton. 


L’attrice e sceneggiatrice Frances O’Connor esordisce alla regia con questo dramma in costume che interpreta la vita della scrittrice Emily Bronte come un percorso emotivo simile a quanto descritto dal suo unico romanzo, il capolavoro Cime Tempestose. Thorton è ritratto come una serie di casette affastellate in un luogo dalla natura lussureggiante, ma perennemente tempestosa e piovigginosa, in cui le sorelle Bronte (che diventeranno tutte celebri scrittrici), tra drammi e momenti di gioia, incespicano continuamente tra gli alberi e la terra scoscesa con i loro vestiti ottocenteschi: rotolando ridendo a valle o cadendo rovinosamente per essere inciampate in un ramo in un momento complicato. È come se la natura benigna/matrigna di quei luoghi avvolgesse i personaggi guidandone invisibilmente i passi, e così il processo creativo di Emily viene tradotto in un continuo incontro con il vento e le foglie cadute, nelle corse a perdifiato lungo le colline e nella malinconia nell’ascolto della pioggia, per lo più lontano dal rigore istituzionale dei sermoni paterni. Fino a che con la stessa naturalezza, innocenza, ingenuità e sfrontatezza, l’autrice arriva a descrivere gli incontri amorosi tra i corpi di due persone che si amano: diventando a tutti gli effetti, all’ombra della rigida educazione religiosa della sua famiglia, una delle penne più trasgressive dell’epoca. Emma Mackey trasmette con molta spontaneità emotiva e passione tutti i sentimenti che prova Emily in questo processo di emancipazione, che la porta a diventare in breve tempo da bambina a donna, riuscendo a cogliere il cambiamento sia sul piano espressivo quanto fisico, dando prova di una ottima interpretazione, complessa quanto riuscita. Anche la sorella “apparentemente austera” Charlotte, interpretata dalla brava Alexandra Dowling, cambia in ragione del cambiamento di Emily, arrabbiandosi furiosamente con se stessa e il mondo (ma soprattutto con la sorella) per non essere in grado di fare altrettanto “lasciandosi andare”. Charlotte è perennemente inquisitrice, contratta e incazzata e per questo nei modi brutali quasi eccessiva, buffa: come se questo difficoltà nella gestione dei sentimenti la rendesse di fatto più fragile e bambina di Charlotte. Buffo ma pure un po’ inquietante è pure il Bran di Fionn Whitehead, che vive un percorso di dissolutezza che ne conferma più fragilità che “grandiosità maledetta”. Rigido per stile di vita più che per indole, e per questo interiormente dilaniato, è invece il curato William, che l’attore Oliver Jackson-Cohen interpreta in perenne sottrazione, quasi fosse un personaggio che cerca disperatamente di diventare invisibile a tutti senza riuscirci, patendo continue crisi dietro una facciata di accomodante controllo e compostezza. All’opposto il capofamiglia Bronte portato in scena da Adrian Dunbar è gigante e dispotico, grandioso quanto quasi anaffettivo, alla continua ricerca di una auto-celebrazione che vive attraverso i successi dei suoi figli. Un moloc con cui ogni figlio e ogni abitante di Thorton fatica a confrontarsi senza prima riverentemente genuflettersi. Sono tutti personaggi molto complessi, quanto incredibilmente ben scritti e diretti da una O’Connor che si dimostra fin da questa prima prova un'autrice davvero completa, decisamente da tenere d’occhio anche per le sue opere future. Una autrice che per creare questi personaggi è in grado di spremere al meglio ogni attore fino a rendere unica ogni interpretazione, quanto di fare fondo a tutta la magia del cinema per raccontarli al meglio. Abbiamo già accennato alle meravigliose location naturalistiche che anche grazie alla fotografia dai colori tenui di Nanu Segal riescono quasi a dialogare “sensorialmente” con l’interiorità degli interpreti, a questo aggiungiamo scenografie e costumi in grado di trasportarci in un ottocento pieno del legno lucido e scricchiolante delle case quanto l’acciaio sferragliate delle ferrovie e il fumo dei pub. La colonna sonora, avvolgente e gentile ma carica di “scoppi drammatici potenti” è ad opera di Abel Korzeniowski, che ricordiamo di recente per l’horror The Nun ed è qui una scelta azzardata quanto vincente, a tratti simile nell’impatto al lavoro di Jonny Greenwood per il film Spencer. L’editing ordinato ma sempre in grado da un momento all’altro di farsi sincopato e sensuale è ad opera di Sam Sneade, già conosciuto per il ritmo tra l’austero e il sensuale de La favorita e per il modo in cui passava dalla calma al caos nel cult con Ben Kingsley Sexy Beast. Tutti i comparti funzionano e i centotrenta minuti di Emily volano in un attimo, coinvolgendoci in una storia apparentemente semplice, ma che proprio in ragione di questo peculiare lavoro artistico risulta carica di mille dettagli e sfaccettature tutte da esplorare e scoprire. Un’opera che non passerà inosservata di un'autrice che non passerà inosservata. Bravi tutti. 

Talk0

sabato 24 giugno 2023

Transformers - Il risveglio (Transformers: Rise of the Beasts): la nostra recensione della nuova pellicola di Steven Caple Jr legata al celebre brand della Hasbro, seguito diretto degli eventi del film Bumblebee del 2018


C’erano una volta, in una galassia lontana lontana, i “Maxilmals”.  Erano creature “robotico-extraterrestri-modulari” (definizione di “Transformers” per cui ringrazio Wikipedia) particolarmente evolute, in grado di camuffarsi in forme di vita animali che potessero aiutare e accompagnare gli autoctoni di un determinato pianeta, verso un radioso futuro di inclusione, energie rinnovabili e rispetto della natura. Lo avrebbero fatto in un modo silenzioso quanto saggio, spiritoso quanto spirituale, come immaginiamo facciano per noi i “delfini” (citazione da Guida galattica per autostoppisti). Forze del bene robotiche al servizio della salute di “pianeti standard”, che operavano in genere ricoperte da buffi peli, piume o squame biodegradabili, non inquinanti e senza glutine. Creature dalle origini misteriose ma con un nemico/nemesi noto e inesorabile: un pianeta non standard chiamato Unicron. Un pianeta-Transformer nello specifico, gigantesco, che amava risucchiare energia da altri pianeti, fino a “mangiarseli” del tutto quando raggiunte particolari “condizione di masticazione”. Al suo servizio c’erano i perfidi “Terrorcon”, robot extraterrestri modulari non inclusivi, inquinantissimi e in grado di camuffarsi male in creature orripilanti da incubo tutte piene di spuntoni, aculei e chele. Perfetti masticatori di pianeti. Si potrebbe voler accarezzare un soffice “panda maximal” che assomiglia a una versione avanzata del “Furbi” o del “Teddy Ruspin”. Un Terrorcon puntuto non è bello da toccare se almeno non si è fatto un richiamo o due dell’antitetanica. I Terrorcon sognavano da sempre di creare dei passaggi spazio temporali da cui Unicron poteva “bersi i pianeti” pre masticati come da un cannuccione, senza fare troppa strada: perché il loro padrone era lentissimo quanto affamato. Si dava il caso che i Maximals possedessero giusto giusto una chiave spaziale di “transcurvatura” (o qualcosa dal nome simile) per spostarsi nello spazio e nel tempo per le loro missioni equo-solidali. Lo scontro era inevitabile. Così un bel giorno dei maximal-gorilla si trovarono di nuovo davanti ai terrorcon e al loro capo, il poco espressivo Scourge, su un pianeta primitivo verdeggiante, a riempirsi di botte per una chiave spaziale. Le cose stavano andando malissimo, un maximal schimmione/leader carismatico di nome “Apecar” (se Optimus Prime è un camion, il suo omologo maximal si chiamava come una Apecar, giuro) stava per avere la peggio ed ecco l’idea delle idee: trasferirsi all’ultimo minuto su un diverso pianeta per gabbare Unicron e soci, ma al contempo dividere la chiave in più parti, da nascondere in zone diverse del nuovo pianeta, all’interno di artefatti di dubbia fedeltà storica, rintracciabili solo attraverso diabolici enigmi paleo/linguistici e templi maledetti alla Indiana Jones. Il pianeta scelto per questa caccia al tesoro era ovviamente la Terra. Così ci troviamo negli anni '90 del secolo scorso, a Brooklyn. Qui lavora come stagista sottopagata in un museo di storia antica la giovane e un po’ sfigata Elena Wallace (Dominique Fishback), massima esperta mondiale di artefatti di dubbia fedeltà storica, conoscitrice degli enigmi paleo/linguistici più oscuri e in attesa di scoprire templi maledetti alla Indiana Jones. Elena giocherella con un artefatto stranissimo a forma di pollo egizio con sopra scritte strane in una lingua sconosciuta. Cerca di datarlo con la “fantascienza” dei musei di storia antica ed ecco che il pollo svela la sua vera natura: è un pezzo della chiave “transmorfica” (o qualcosa del genere, credo che a un certo punto sia chiamata anche in questo modo) che spara un raggio di energia (invisibile all’uomo ma ai Transformers no) che avverte tutto l’universo della sua presenza. Il segnale viene avvertito da Optimus Prime e i suoi autobot, che cercano di tornare sul loro pianeta di origine Cybertron da qualche tempo dopo che sono rimasti confinati sulla Terra per quello che definiscono un “pitstop finito male”. Detta così suona quasi come una truffa su dei buoni carburante omaggio, ma le ragioni sono quelle solite, spiegate anche nel film su Bumblebee con il generico “problemi politici”. Optimus, come il Grande Puffo dei Puffi, sceglie sempre per le missioni solo alcuni dei membri della sua sterminata comunità e questa volta decide di chiamare per la missione solo un paio di amici stretti. Il primo della lista è l’insostituibile Bumblebee, che da poco ha aiutato una giovane ragazza terrestre a superare la paura di tuffarsi in piscina (questa era la trama del film “Bumblebee”, credeteci) e da allora continua a giocherellare con il suo microfono interno per fare vocine e suoni buffi come Frank Matano. Lui è un po’ il Puffo Burlone dei Transformers. Convoca anche la robottina sexy/Puffetta Arcee in grado di trasformarsi in una moto Ducati rosso-rosa perché oggi se non lo fai non è politicamente corretto e soprattutto convoca il ro-“bro” Mirage: un transformer che parla e si muove come Michelangelo delle tartarughe ninja, può diventare una Porsche blu da gangsta rapper e quando si presenta all’incontro con Optimus ha al suo interno per un motivo divertente un essere umano: Noah (Anthony Ramos). Noah è anche lui un ragazzone di Brooklyn, un ventenne dall’aria gentile, ex soldato addetto alle “cose tecnologiche” ma finito male e congedato peggio. Il suo fratellino Kris (Dean Scott Vazquez) è molto malato e Noah ha bisogno di soldi per aiutarlo, così dopo un paio di colloqui di lavoro finiti malissimo decide di assecondare il suo amico trafficone Reek (Tobe Nwigwe) e rubare da un parcheggio una Porsche blu lì ferma da molto tempo, incustodita e piena di polvere, che mai nessuno verrà a reclamare e ci facciamo due spicci. In poco tempo finisce che è la Porsche a rapire Noah durante un inseguimento della polizia, costringerlo poi ad aiutare gli autobot a entrare in quel museo dove Elena ha scoperto il primo pezzo della chiave, per recuperarla. Solo che il segnale della chiave ha attirato pure il redivivo e sempre inespressivo Scourge e i suoi Terrorcon, che dopo millemila anni sono giunti sulla terra degli anni ‘90 pieni di mazze ferrate rotanti, spadoni e palle d’acciaio. Anche loro hanno in squadra un robot donna per via dei tempi che corrono e in tutto sono tre gatti. Presto arriveranno alla festa pure tutti i Maximals (altri tre gatti) guidati da un nuovo capo-scimmione, che da secoli custodiscono gli altri pezzi della chiave di transmorficazione (o quello che è) in vari luoghi misteriosi della Terra, tutti a bassa emissione di co2 e ricchi di cultura e inclusività. Riusciranno i nostri eroi a tornare su Cybertron, aiutare il fratellino malato, battere Unicron e Terrorcon e arrivare a girare un nuovo film del franchise? 


Il regista di Creed 2, Steven Caple Jr, viene chiamato a proseguire la saga dei Transformers dopo il suo soft-reboot, avvenuto con la fortunata pellicola dedicata a Bumblebee per la regia del capo della Laika Animation (ed erede della fabbrica di scarpe Nike) Travis Knight. È interessante che al centro delle vicende appaia proprio Unicron, il personaggio/divinità anticipato già nel finale dell’ultimo film del Franchise diretto da Michael Bay, Transformers The Last Knight. Se Bay avesse davvero diretto un film con al centro Unicron, proseguendo la sua “personalissima poetica” dei film sui Transformers, ci sarebbe scoppiato il cervello a tutti. Sarebbe stato probabilmente un film di 4 ore e mezza con protagonisti almeno trenta Transformers diversi, pieno di musica a palla nu-metal, esplosioni multiple che fanno saltare le tubature di tutti i bagni pubblici con persone che vengono dai cessi lanciate sul soffitto da getti d’acqua, dirigibili che si scontrano con sommergibili in vuoti di gravità, carri armati che fanno le impennate come in un Fast and Furious, missili boomerang colorati, donne bellissime in bikini e coperte solo da crema solare tante quante ne potreste trovare in uno stadio, cani e gatti che si accoppiano mentre degli anziani li osservano commentando la performance, robot componibili grandi come grattacieli che ballano come in un musical di Bob Fosse, marines che fanno il barbecue sull’aereo prima di paracadutarsi in un vulcano con tute alari termiche hi-tech in dotazione alle truppe regolari, battute sulle scoregge proferite da una spalla comica che viene subito dopo disintegrata da un raggio congelante mentre scorreggia, John Turturro che gira nudo per San Francisco urlando per quaranta minuti “sono dentro di me!!!” con una sonda anale nel deretano. E tutto questo ce lo siamo perso per sempre, per avere questo seguito di Bumblebee che è un film molto lineare nella sua trama, quasi il perfetto cartone animato del pomeriggio. È ordinato nella costruzione dei misteri e colpi di scena quanto nella caratterizzazione dei personaggi. È quasi ingenuo nell’immaginare uno sviluppo  “da videogame” per raccontare con chiarezza anche le azioni più complesse. È spiccatamente pensato per “ragazzini” ancora ben lontani dallo scoprire che dopo le macchinine che si trasformano si potrebbe incontrare nella vita…Megan Fox e tutte le follie da Hangover che amava mettere in scena Bay. 

Però il film funziona. 


Visivamente il lavoro è rimarchevole sul piano visivo e sonoro, gli effetti speciali che muovono i robottoni (tutti molto accattivanti e caratterizzati, a parte Scourge) sono molto validi, non c’è una sola sequenza che sia incomprensibile o crei crisi epilettiche. Optimus Prime ha una caratterizzazione interessante e diversa dal solito, Mirage è un vero mattatore insieme a Noah e ha tutta una sua scena madre, anche Bumblebee si ritaglia un paio di scene epiche importanti, citando addirittura L’attimo fuggente di Robin a Williams. Gli attori in carne e ossa sono tutti in parte e alcuni di loro sono piuttosto simpatici, come Anthony Ramos che dà vita a un “eroe umano” sensibile e molto composto, anni luce da quei personaggi/schegge impazzite di Shia LaBeoff e Mark Wahlberg. 

Anche le scene d’azione più concitate sono roboanti ma sempre intellegibili. 

Transformers il risveglio incarna decisamente meglio lo spirito originale della serie tv e di sicuro è la strada giusta per ricostruire il franchise in modo più omogeneo rispetto alle fonti originali, assecondando così i desideri di molti fan storici del brand e accogliendo i nuovi fan grazie a una pellicola che non mette mai troppa carne al fuoco, parla in modo semplice, vive di buoni sentimenti con giusto qualche piccola e gradita sterzata umoristica e tanta azione. Dura solo un paio d’ore, non ha incredibilmente nessun buco di trama (significativo) rispetto alla continuity con il film precedente, non uscirete dalla sala con quel l’inconfondibile senso di nausea e labirintite che sa offrire un film di Bay. A qualcuno questa forse cosa dispiacerà un po’, ma si divertirà anche lui alla fine. 


I Transformers escono al cinema con un film divertente, spettacolare e ben girato che guarda molto alla struttura della serie animata classica, accontenta i fan storici e promette un paio di ore di divertimento disimpegnato da gustare rigorosamente al cinema, in una sala bella grande per gustare colori, musiche e popcorn insieme ai più piccoli. Non è necessario aver visto un film precedente per entrare nella trama, gli attori sono molto simpatici e gli effetti speciali davvero ben riusciti. Ottime le scene d’azione e di inseguimento, ottimo tutto il primo tempo per ritmo e narrazione, l’organizzazione generale della storia nella seconda parte a tratti può apparire un po’ macchinosa e derivativa della struttura narrativa di alcuni videogame odierni, ma si fa perdonare per i molti effetti speciali messi in campo. Nel complesso un film che gli amanti dei Transformers non dovrebbero lasciarsi scappare, anche se chi amava di più la “follia di Michael Bay” potrebbe valutare che in questa pur riuscita ricetta manchi un po’ di salsa piccante. Si consiglia per compensare di prendere delle patatine alla paprika. 

Talk0