mercoledì 12 aprile 2023

Stranizza d’amuri: la nostra recensione del film drammatico e sentimentale diretto da Beppe Fiorello


L’amore quando si è giovani arriva spesso tumultuoso, gioioso e accecante come un bellissimo pomeriggio  d’estate.

Siamo tra i campi di grano nei pressi di un paese della Sicilia degli anni '80, alla vigilia della storica partita di calcio Italia Germania 3 a 1, anche se il calendario esposto nel bar locale è rimasto un po’ indietro e recita ancora 1970. 

In una mattina di sole lo zio che amministra la cava porta il giovane nipote Nino e il  piccolissimo nipotino Totò a caccia di conigli. Nino (Gabriele Pizzurro) è un adolescente segaligno con la testa piena di riccioli buoni e lo sguardo solare. È la prima volta che tocca a lui sparare e lo zio lo invita a usare la giusta freddezza: calibrare il respiro e mirare senza fare movimenti con il braccio. È il suo battesimo del fuoco, un colpo di fucile che separa l’infanzia di Nino dalla sua età adulta. Ma una volta che sarà tornato dalla battuta di caccia, ad aspettare il ragazzo ci sarà una torta di compleanno e un motorino nuovo tutto per lui. A pochi chilometri di distanza un coetaneo di Nino più muscoloso e dai capelli scuri, Gianni (Samuele Segreto), lavora col volto livido in una officina meccanica: sta preparando un altro motorino, da consegnare a un altro compleanno lì in zona. Non appena il veicolo è pronto Gianni è in strada, inseguito dai ragazzi del bar con cui si era scontrato poco prima per aver osato entrare nel locale a prendere un caffè, lui che è “diverso”. Anche Nino sta percorrendo lo stesso sterrato della campagna quando la sua strada si incrocia con quella di Gianni, che tallonato dagli inseguitori gli va addosso. Dallo scontro nasce l’incontro di Gianni con Nino, che subito si scoprono simili e amici. Nino aiuta Gianni a lasciare il lavoro all’officina vicino al bar, per andare a faticare con più soddisfazione e meno lividi alla cava dello zio. Nino invece lavora con il padre alla piccola azienda familiare di fuochi di artificio, costruiscono i botti e girano tra le feste rionali per farli esplodere. Il genitore di recente ha una salute cagionevole e magari ad aiutare potrebbe arrivare proprio Gianni, che è sempre disponibile e tanto a modo. Poi i ragazzi iniziano a frequentarsi sempre più assiduamente, prendendo l’abitudine di incontrarsi dopo il lavoro per nuotare nel laghetto nei pressi di una piccola oasi tra il verde, separata dal resto del mondo da una galleria poco frequentata. Iniziano così a baciarsi di nascosto, per poi arrivare a baciarsi nel buio quando in cielo è illuminato solo dai fuochi d’artificio della ditta del padre di Nino. La stranezza dell’amore fa si che presto i giovani abbiano bisogno di esporre sempre più in pubblico il loro sentimento, cercandosi e abbracciandosi, con la madre di Gianni che è particolarmente spaventata dal modo in cui si sta evolvendo la loro relazione. La donna, rimasta vedova, già vive in casa del meccanico, un uomo che dopo fatti ancora recenti tollera a fatica la sessualità del ragazzo, anche perché tutto il paese lo sfotte. Il meccanico la tratta alla stregua di una prostituta ed è sovente manesco con Gianni, così la donna teme che qualcosa di simile e infausto possa accadere anche alla famiglia di Nino, una volta che anche loro avranno capito la vera natura dell’amicizia con suo figlio. Quando la famiglia di Nino sarà così chiamata ad “aprire gli occhi” su questo sentimento, la presenza nella casa di Gianni, prima accolto quasi come un nuovo figlio, inizierà a non essere più accettata.


Beppe Fiorello esordisce alla regia con una storia di amore adolescenziale per molti aspetti vicina alle atmosfere estive e romantiche del cinema di Francois Ozon (Estate ‘85, Swimming pool) quanto a Chiamami con il tuo nome di Luca Guadagnino. In una Sicilia di periferia ricca di prati dotati, lussureggianti laghetti e fresche serate illuminate da festosi fuochi d’artificio, sboccia con assoluta naturalezza e genuinità la storia d’amore di due bravi ragazzi comuni, giovanissimi e a modo. È il più classico degli amori estivi e viene descritto con tanti dettagli e tanto “cuore” da far pensare che in questa costruzione ci sia una forte e decisiva componente autobiografica, come se Fiorello cercasse davvero di trasmettere con queste immagini e le musiche dei Pooh e di Battiato un bagaglio emozionale che oggi possono dire di aver condiviso moltissimi cinquantenni che nell’82 avevano la stessa età di Nino e Gianni. È un amore dai “tratti universali” che esplode nel gioioso momento di festa collettiva dei mondiali di calcio: quella strana congiunzione astrale in cui tutti gli italiani si riscoprono ad abbracciarsi per strada, anche tra estranei, come se si sentissero per la prima volta tutti fratelli. Una esplosione d’amore che coincide con l’esplosione dei fuochi d’artificio, che i giapponesi chiamano forse più romanticamente “fiori di fuoco”, che Fiorello riesce sempre a inquadrare con una struggente bellezza, nel loro incedere dal basso all’alto accompagnati dai suoni potenti del dolby digital e dai colori dello schermo in 4K. C’è questa esplosione d’amore collettiva che grazie alla bravura degli interpreti e alla calda costruzione della scena riesce a travolgere tutto il pubblico, superando le differenze di genere, età e colore, ma c’è  anche il “rumore diverso” degli iniziatici colpi di fucili “da caccia”, che rimandano alla primissima scena di apertura del film ma anche ai fatti di sangue del 1980, a cui la pellicola liberamente si ispira. Nel 1980 c’erano infatti due ragazzi come Nino e Gianni a Giarre, un paesino in provincia di Catania, stroncati dai colpi di un fucile per essere stati scoperti omosessuali e quindi “disonorevoli”. Da quel fatto di sangue i cui esecutori sono ancora misteriosi è nato il primo circolo Arcigay di Palermo, che da allora ha fatto moltissimo per perorare l’uguaglianza e la non discriminazione nella libertà di amare, nel rispetto dei diritti umani universali. Fiorello vuole parlarci con il suo film della purezza del sentimento più che della sua barbara “punizione”. Fa in modo che tutti i suoi personaggi si interroghino attivamente, sulla base del sentire comune della loro epoca, su cosa significhi per loro il fatto che due ragazzi dello stesso sesso si possano volere bene. Fiorello mette in luce così la meravigliosa stranezza dell’amore quanto i suoi socialmente inaspettati effetti collaterali. C’è il ragazzo del bar che forse prova qualcosa per Gianni ma deve pestarlo per “purgarsi”, per non essere visto simile a lui. C’è il meccanico che non ha problemi a trattare la madre di Gianni come una giumenta e una prostituta con la sua finestra davanti al bar, ma non tollera che qualcuno dica che vive con un omosessuale. C’è lo zio di Nino, generoso e potente, che per l’amore dei ragazzi potrebbe essere accusato di essersi “distratto”, di non saper comandare bene. Ci sono  il padre e la madre di Nino, che temono che il figlio non potrà avere la sua famiglia, ma non hanno problemi sul fatto che Totò è il figlio della loro figlia maggiore, con un padre sparito chissà dove dopo averla ingravidata. C’è la madre di Gianni, che vive su se stessa lo stigma di avere un figlio “diverso” e “si butta via” tollerando la rabbiosa pietà del meccanico. Poi ci sono i tizi del bar, che deridono chi è diverso perché hanno sempre saputo con le loro limitate capacità emotive che deridere i diversi è divertente. Gianni e Nino sanno solo che sono innamorati ed è bello essere innamorati: “non pensano ad altro” in un periodo storico in cui vivere con leggerezza questo sentimento era percepito “al meno” come qualcosa di incosciente. È interessante quindi che Fiorello nel 2023, con tutta la forza e “leggerezza adolescenziale ”di questa pellicola , “universalizzi l’amore” di Gianni e Nino, concentrandosi sulla cristallina e positiva purezza del sentimento in quanto tale e offrendoci la plastica sensazione di uno “strabismo di vedute” che oggi (forse) appare ancora più strano e lontano. Come se quel calendario del bar che recita 1970 al posto di 1982 segnasse un divario tra presente e passato ancora più marcato. 


Stranizza d’amuri è un film che cerca di porre al pubblico degli interrogativi interessanti su cosa significhi per lui l’esistenza dell’amore “in quanto tale”. Si ispira a un importante fatto di sangue ma non punta a esplorarlo nel dettaglio con piglio storico o investigativo, proprio a partire dal diverso anno dei fatti (in modo “ingegnosamente empatico” spostato di 2anni). Non vuole che ci si soffermi sulla sessualità nella sua componente erotica, non vuole dare troppa voce alla “vergogna” e alle ragioni “più intime” del costume o religione che condannavano la “diversità” (perché anche oggi è un tema spigolosissimo), ma vuole rimandarci con tutta la forza emozionale del cinema al solo primo istinto: il “voler bene a qualcuno” nell’età in cui è più semplice e spontaneo voler bene a qualcuno. In questo Beppe Fiorello riesce in pieno, con una pellicola visivamente molto bella, dotata di una storia semplice ma ben strutturata, recitata con trasporto e molto affiatamento da entrambi i protagonisti principali e da tutto il cast di supporto. Un film per ricordarsi di quanto è bello essere innamorati da ragazzini e per far riflettere su quanto poco l’omofobia possa davvero comprendere i sentimenti umani. 

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martedì 11 aprile 2023

Terra e polvere (Return to dust): la nostra recensione del film scritto e diretto da Ruijun Li con interpreti Wu Renlin e Hai Qing che ci porta in una Cina rurale lontana ma incredibilmente attuale, quanto non troppo distante dalle atmosfere contadine cantate da Ermanno Olmi

Siamo nella Cina del nord est del 2011, nella provincia rurale di Gansu.

L’anziano smilzo e laborioso Ferro (l’attore non professionista Wu Renlin) guarda il mondo a testa bassa, come se tutto quello che c’è davvero di importante nella vita risieda nella terra che coltiva con cura e rispetto da quando era giovane. Ha carezze solo per l’asino che lavora con lui, passa tutto il giorno ad arare, raccogliere e seminare. Quasi non parla con le altre persone, si esprime giusto educatamente con dei cenni del capo. Si muove per strade sterrate e asfaltate ancora fieramente con il suo carretto, quando gli chiedono di trasportare mobili che sono troppo di ingombro per i furgoni a benzina. “Glielo chiede la comunità” e Ferro dona il sangue gratuitamente per il ragazzino di una ricca famiglia locale. “Glielo chiede lo Stato” e Ferro abbandona la sua casetta per un piano di ricollocamento urbano, mentre suo fratello si intasca i soldi senza nemmeno farglielo sapere. “È solo momentaneo” e l’uomo, lasciato per strada senza un alloggio che è “purtroppo” ancora in costruzione, prima ristruttura una casa diroccata e dopo che “lo Stato glielo chiede di nuovo” si costruisce una nuova casa di emergenza da zero, da solo, costruendola mattone dopo mattone con fango e sassi, sfidando la stagione delle piogge e il buon senso e riuscendo pure a ingrandire la sua fattoria, allargandola con maialini e pulcini. Certo Ferro non è più un giovincello, avrebbe bisogno forse della compagnia di qualcuno. Magari si potrebbe appioppargli una donna sfiorita, ritenuta da tutti matta, sterile e con gravi problemi di incontinenza: una che non si sposerebbe nessuno e che è sempre più di peso alla sua famiglia. Ferro non si ribella e la sposa senza fiatare, dimostrando a Guiying (Hai Qing) tutta la tenerezza e rispetto con cui si dedica alle piccole cose del suo mondo. La donna lo affianca silenziosa e gentile, supportandolo nel lavoro e preparandogli l’acqua calda per quando rientra tardi la notte dopo ogni trasloco con il carretto. Poi lo Stato decide che Ferro deve spostarsi a vivere in una città, nel rispetto di una nuova legge a sostegno delle persone povere, lontano dai campi, in un luogo dove poter anche lui apprezzare i tanti privilegi della vita moderna: vivere su un palazzo di più piani e avere un televisore tutto suo. Nel frattempo qualcuno si prenderà i soldi che gli spettano per il nuovo ricollocamento e archivierà la pratica della sua esistenza. 


Raccontandoci il linguaggio silenzioso e operoso di chi lavora la terra con umiltà, rispetto per il mondo e i suoi simili, il regista Ruijun Li mette in scene una storia umana tanto “piccola” e tenera, molto vicina per atmosfere e “verismo” alle storie del piccolo popolo contadino de L’albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, quanto una ferocissima critica al mondo moderno, non necessariamente riconducibile al solo “mondo cinese”. Terra e Polvere è una storia che fin dalle prime battute si fa metafora esistenziale sulla condizione umana, raccontando di come lo Stato, un qualsiasi Stato, sprema con indifferenza ogni tradizione ed “eroismo”, nella smania infinita di “modernizzarsi” e trasformare i suoi cittadini in provetti consumatori della “grande impresa mondiale”. Il silenzioso contadino Ferro, dal passo lento, fiero e dalla “scorza” inarrestabile, viene interpretato dall’attore non professionista Wu Renlin con una spontaneità “romantica quanto titanica”, mentre lo vediamo stoicamente dedicare la sua piccola vita nella costruzione e ricostruzione di un piccolo mondo antico espropriato più e più volte. Un uomo che accetta il suo ruolo nel rispetto dello Stato e della sua religione, senza curarsi di alzare la voce nei confronti di una politica che dimostra a più riprese di non avere la minima voglia né il tempo di considerarlo qualcosa di diverso di “un tubetto da spremere”. Accanto a Ferro c’è la “accartocciata e gentile” Guiying della bravissima attrice Hai Qing. Lei è un “ingranaggio inadatto al sistema”, malata, sterile e fragile e per questo da “appioppare socialmente” alla carità di chi “sta ai margini” e può occuparsene senza chiedere in cambio allo Stato qualcosa che lo Stato non gli darebbe. Qualcuno come  Ferro. Il contadino riesce ad amarla e renderla felice senza occuparsi mai più del dovuto dei suoi problemi e limiti, giusto intervenendo quando serve con un silenzio gentile. Ferro sceglie di accettare il suo aiuto anche nei momenti in cui lei non ha molto da offrire, ma ha lo stesso un grande “desiderio di fare” per gratitudine e affetto. La donna viene colpita da Ferro dal primo momento, nella prima scena, quando lo vede trattare con gentilezza un asino appena frustato da un’altra persona. Il loro è subito un amore “tenero ed etico”, sostenuto in ogni avversità nella completa derisione e indifferenza degli altri, fatto di piccoli gesti di comprensione e ascolto che ai giorni nostri diventano sempre più spesso qualcosa di “scontato”, “troppo” ridondante. Ferro e Guiying, esattamente come il loro amato asino, procedono nella loro grama ma felice esistenza fornendo agli altri personaggi in scena “l’esempio” di una vita retta e produttiva, come quella di Boris Stakanov. Ma lo spettatore è chiamato a guardare a loro in fondo come mosche bianche, come ultime tracce di una nobiltà civica e d’animo che sta scomparendo, in un mondo che si sta già trasformando inevitabilmente “in polvere”, insieme alla sempre minor cura che le nuove generazioni riservano per persone e terra, sempre più accostati alla stregua di “indifferenti soggetti sociali”. Il contadino e la moglie sono gli ultimi e sono circondati dall’affettata “indulgenza” con cui “legalmente” li truffano e derubano, senza farsi problemi a espropriare terre feconde per far cresce mega-industrie automatizzate inquinanti (la Cina è il paese che non l’industria inquina di più al mondo, quasi il 50% di CO2 annuo), pensano in modo utilitarista di poter sradicare gli uomini, spostandoli da un luogo all’altro come le pedine del monopoli, inseguendo confusi “futuri migliori” che immaginano per ”persone che non conoscono e non vogliono conoscere.” Il film di Ruijin Li possiede grazie ai suoi  interpreti e all’occhio con cui riesce a ritrarre la natura agreste in cui vivono, una bellezza spiazzante ed eroica, difficilmente incline a “spegnersi” anche davanti alle angherie e soprusi del mondo esterno. È un film che dà speranza nei confronti di un mondo passato “pur al lumicino” che crede ancora nelle piccole possibilità di generare qualcosa di umano e solidale, a dispetto di un presente che sa solo dare vita a carte della burocrazia, inquinamento, soldi per i più ricchi e cemento. Un film amaro ma che dà coraggio.


Le oltre due ore passano per il pubblico veloci e leggere come se “cadesse vittima di un incantesimo”, grazie a una messa in scena che non conosce alcuna sbavatura e lungaggine e alla narrazione visiva sempre coinvolgente e attiva in cui si muovono sulla scena gli interpreti, con una fisicità tra Chaplin e Buster Keaton. Terra e Polvere è film senza età, gentile quando politicamente “urgente”, che deve essere annoverato senza alcuna remora tra le migliori pellicole degli ultimi anni. È un film che fa riflettere, sognare e insegna davvero qualcosa sul coraggio e la gentilezza. 

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lunedì 10 aprile 2023

I tre moschettieri: D’Artagnan - la nostra recensione del film di Martin Bourboulin che rilancia i celebri personaggi nati dalla fantasia di Alexandre Dumas con interpreti come Eva Green, Vincent Cassell, Romain Duris, Pio Marmai e Francois Civil


Siamo nella verde e lussureggiante Francia dell’800, terra di onore cavalleresco e di complotti reali. Mentre la relazione segreta della forte e risoluta Regina Anna (Vicky Krieps ) con il troppo pressante Duca di Buckingham (Jacob Fortune-Lloyd) inizia a essere di grave impaccio per gli equilibri di potere tra Francia e Inghilterra, il giovane D’Artagnan parte dalla Guascogna in direzione della capitale Parigi, per diventare moschettiere del Re come prima di lui suo padre. Presso la locanda in cui si ferma a passare la notte durante il viaggio, ha luogo una vera e propria strage che coinvolge una carrozza reale assaltata da un misterioso corpo armato. Il ragazzo interviene per soccorrere i feriti e tra gli aggressori si scontra con una donna misteriosa quanto letale (Eva Green), che riesce in pochissimo tempo a stenderlo con un colpo di pistola. Dopo aver scampato per poco la morte, D’Artagnan prosegue il suo viaggio e una volta giunto a Parigi solo nella prima mattinata, per le più assurde coincidenze del caso, si scontra burrascosamente con tre dei più forti moschettieri, con cui si impegna a duellare onorevolmente in singolar tenzone. Il malinconico e aristocratico Athos (Vincent Cassell), il sanguigno e bonario Porthos (Pio Marmai) e l’ascetico e altero Aramis (Romain Duris) scoprono in breve che D’Artagnan è un bravo ragazzo e può diventare un buon compagni d’armi. Così i tre lo aiutano a fare luce sul misterioso assalto notturno a cui ha assistito, dietro il quale si possono celare persone potenti in grado di essere particolarmente pericolose per la Corona. Si teme siano un gruppo di protestanti separatisti con alcuni strani legami con gli stessi moschettieri, ma non è escluso che si parli del potente Cardinale Richelieu (Eric Fur), che da sempre esercita una forte pressione sull’insicuro e troppo giovane Re Luigi (Louis Garrel). Ad aiutare e sostenere il futuro moschettiere ci sarà anche la giovane Constance (Lyna Khoudri), sua locandiera e damigella personale della regina, per la quale il giovane D’Artagnan scopre subito di provare un forte sentimento.  


C’erano una volta “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas, le cui storie pubblicate a puntate sul giornale francese Le Siècle a partire dal 1844 hanno stregato da allora più generazioni di amanti delle avventure cavalleresche. Il cinema e l’animazione hanno fin dagli albori del muto attinto a piene mani da quel magnetico e straordinario materiale, che poteva trasportare in pochi istanti lo spettatore in un mondo suggestivo fatto di castelli, romanticismo, costumi merlettati, inseguimenti a cavallo e combattimenti all’arma bianca. Ad oggi sono state firmate oltre una trentina di opere più o meno fedeli allo spirito delle storie originali di Dumas, con i moschettieri e gli altri personaggi dei racconti che si sono esibiti in scene sempre più raffinate, rocambolesche ed epiche, spesso impersonati da alcuni tra gli attori più famosi e amati. Solo pescando dagli anni più recenti, abbiamo avuto nel 1993 i tre moschettieri e D’Artagnan dei “giovani divi” Charlie Sheen, Keifer Sutherland, Oliver Platt e Chris O’Donnell, protagonisti di un divertente e romantico film (parallelo alla loro saga western Young Guns) celebre anche per la sua canzone-simbolo, firmata da “tre moschettieri musicali” come Bryan Adams, Rod Stewart e Sting. Abbiamo avuto nel 1998 la sontuosa trasposizione colossal della saga de La maschera di Ferro, con il ricchissimo cast costituito da Leonardo di Caprio, Jeremy Irons, John Malkovich, Gerald Depardieu e Gabriel Byrne. 

Nel 2011 il regista di Resident Evil Paul W.S. Anderson ha dato vita a una sua personale versione “sotto steroidi” dei personaggi di Dumas, con scene di massa girate in 3D, piena di esplosioni e dalle ricchissime scenografie steampunk, ricca di tante arti marziali con spade in stile wuxia (un’idea già sposata da The Musketeer del 2011 di Peter Hyams, un progetto travagliato originariamente pensato per Jean Claude Van Damme sul modello dei cappa e spada di Tsui Hark), con protagonisti assoluti l’assassina Milady impersonata da una strepitosa Milla Jovovich e un Orlando Bloom combattivo Buckingham al seguito di una flotta volante di dirigibili Zeppelin pieni di cannoni. Di recente i moschettieri hanno affascinato anche il cinema italiano, con i due film “curiosi”, ridanciani e meta-cinematografici a firma di Paolo Genovesi, ma c’era ancora tantissima attesa per questi nuovi moschettieri, di produzione 100% francese doc, già pensati per essere un colossal epico diviso in più film già in produzione. La sequenza iniziale fa pensare che abbiano fatto davvero le cose in grande, con la scena notturna ambientata nella locanda che ha quasi il respiro dell’entrata in scena di Aragorn nel Signore degli Anelli di Peter Jackson.


Il produttore Dimitri Rassam voleva dei moschettieri con atmosfere vicine al Cyrano di Depardieu del 1990 e alla saga di Indiana Jones, così per confezionare una storia dal sapore moderno, ma dall’animo inevitabilmente classico, è stato stanziato un budget di quasi 80 milioni di dollari ed è stata commissionata una sceneggiatura ad Alexandre de La Patellerie e Matthieu Delaporte. La coppia ha dimostrato di avere una buona dimestichezza con pellicole cariche di concitate scene d’azione come il fantascientifico Renaissance (2006) e il cupo thriller con Jean Reno L’Immortale, ma si è districata anche per lavori di altro genere, come la sceneggiatura del film drammatico di Francesca Archibugi Il nome del figlio e la  commedia Cena tra amici (2012), che Le Patellerie e Delaporte stessi hanno diretto dopo aver messo in scena la versione teatrale.

Il regista Martin Bourboulin arriva ai moschettieri dopo una ricca carriera di assistente alla regia di registi come Roland Joffe (Per il film Vatel), Mathieu Kasssovtz (I fiumi di porpora), Jonathan Demme (La verità su Charlie) e Jeanne Labrune (Cause toujours). Dopo tanta “gavetta” su film dall’alto tasso d’azione, Bourboulin ha poi debuttato nel 2015 alla regia con una commedia scritta da lui stesso, O Mamma o papà con Marina Fois e Laurent Lafitte, il cui successo ha generato l’anno dopo un seguito e due remake internazionali (uno tedesco e uno italiano Mamma o papà? con Antonio Albanese e Paola Cortellesi). Nel 2021 ha diretto per il canale Sky il film biografico Eiffel, ispirato ai lavori e amori di un Gustave Eiffel interpretato da Romain Duris, collocati nel periodo storico che va dalla fine della sua collaborazione alla costruzione della Statua della Libertà alla realizzazione della sua personale Torre parigina. Da Gustave Eiffel Bourboulin a Dumas nel giro di pochi mesi, con i lavori che iniziano nel 2020, riportando sul set anche Romain Duris che passa dall’interpretare il celebre architetto all’ascetico e fascinoso moschettiere Aramis. Per D’Artagnan viene scelto il volto malinconico e determinato del giovane Francois Civil, un attore che abbiamo già incontrato nell’action sottomarino Wolf Call (già recensito sul blog) come nell’interessante dramma sentimentale Il mio profilo migliore accanto a Juliette Binoche. A dare corpo e possanza a Porthos è stato scelto Pio Marmai, che ci ha particolarmente convinto nella sua umana e tragica interpretazione di un gilet giallo in Parigi, tutto in una notte, mentre per il riflessivo Athos è un piacere rivedere in un ruolo “action” Vincent Cassell, che da giovane ha dimostrato grandi prove atletiche nel combattimento con la spada in pellicole come Il patto dei lupi di Gans e Giovanna d’Arco di Besson. Per l’enigmatica Milady, affascinante, pericolosa quanto esperta di combattimento, è stata scelta una attrice come Eva Green. Già favolosa nel film che la ha lanciata, The Dreamers di Bernardo Bertolucci, è sempre più bella e regale con il passare degli anni. Dopo essere diventata una delle muse di Tim Burton, nei moschettieri Eva Green è chiamata a confrontarsi inevitabilmente con la Milady più recente e combattiva di Milla Jovovich, per confermare la grande naturalezza con cui nel 2014 è stata in grado di interpretare anche le più estreme (e sensuali) scene d’azione di 300 - L’alba di un impero


Con queste premesse, i nuovi moschettieri arrivano sullo schermo in una storia che risplende per un particolare gusto epico nella messa in scena e una buona interpretazione di tutto il cast coinvolto. La trama si caratterizza per una ricca cornice geopolitica, inedita quanto articolata, che trasforma Parigi in una città sotto assedio, mossa tanto dagli intrighi di palazzo di Richelieu quanto da moti rivoluzionari che deflagrano in veri e propri attacchi terroristici, in grado di rievocare fatti anche della storia più recente. Il primo atto presenta una riuscita struttura narrativa dal gusto quasi “investigativo”, in grado di riscrivere in modo fresco il celebre momento dell’incontro tra i vari personaggi. Pur nelle innovazioni, le caratterizzazioni risultano particolarmente rispettose degli scritti di Dumas, permettendo agli interpreti di misurarsi con personaggio archetipici quando amatissimi in tutte le loro incarnazioni. Molto tenero e romantico il rapporto che si instaura tra l’irruento D’Artagnan e la serafica Constance interpretati dai giovani e bellissimi Francois Civil e Lyna Khoudri, con una “storia a due” che riesce a svilupparsi armonicamente “in punta di piedi” tra le molte scene action ed intrighi politici. Ugualmente “sintetica” quando non banale, la relazione dai “rapporti obliqui” tra i reali francesi interpretati da Louis Garrel e Vicky Krieps: una coppia che riesce in poche scene a trasmettere la precarietà di una relazione che si basa più su dinamiche di potere che sulla complicità emotiva. Equilibri perennemente alla ricerca di conferme che vengono costantemente messi in dubbio dai giochi di palazzo del personaggio del Richelieu, come sempre machiavellico ma a cui l’attore Eric Fur riesce a conferire una “urgenza politica” che lo rende meno crudele e più pragmatico. Così come la Milady di Eva Green, proseguendo idealmente un felice sviluppo del personaggio iniziato con la Jovovich, risulta sempre più simile a un agente segreto 007 ante litteram che a una assassina spietata. Pur celando un passato che sarà opportunamente approfondito nel secondo film, Eva Green dimostra di saper gestire al meglio la complessità di un personaggio tanto dinamico e risoluto quanto dalle sfumature tragiche. Tutti da scoprire anche i moschettieri, a partire dall’Aramis di Duris, “polisessuale” quanto ascetico, elegante quanto dotato di un lato oscuro particolarmente sadico (la scena della tortura con il crocefisso di legno trasformato in pugnale ne è un forte esempio). Il Porthos di Marmai cerca di replicare la gioiosa possanza dello storico Porthos di Depardieu, ma sceglie di esplorare per il personaggio un umore e ironia diversi, dall’animo più introverso. L’Athos di Cassell ha un ruolo molto ampio e significativo nella economia della storia e riesce sempre a dominare la scena con la sua umanità e “regalità infranta”. Tra tutti i moschettieri si sviluppa uno spontaneo clima di cameratismo che rende sempre  naturali e frizzanti le scene di gruppo, anche attraverso una “fisicità” che riesce a esprimersi in modo complementare nelle molto belle ed elaborate sequenze di azione. L’azione è uno dei fiori all’occhiello di tutto i film sui moschettieri, fin dai tempi del cinema muto. Le scene di combattimento in punta di spada e moschetto, come gli inseguimenti a cavallo e le concitate battaglie tra cannoni e centinaia di soldati, costituisco storicamente un florido terreno di sperimentazione per tutti gli stunt-man ed addetti agli effetti speciali. La pellicola di Bourboulin si caratterizza per coreografie che alternano combattimenti all’arma bianca e arma da fuoco sullo stile di John Wick, con una particolare cura nel caratterizzare con uno stile proprio ogni moschettiere, in linea con la rispettiva personalità. L’irruento e per questo con poco equilibrato con la spada D’Artagnan, quasi si dimentica di usare le pistole e si butta eroicamente quasi a pesce morto su ogni bersaglio. Concentrato su prese corpo a corpo da realizzare a mani nude e attacchi ravvicinati con lama corta, Porthos usa le armi da fuoco per lo più come diversivi “esplosivi”. Elegante e veloce con la spada come un samurai, Aramis usa il moschetto come un cecchino dalla lunga distanza. Lento e “pesante” con la spada che riesce ad esprimersi in attacchi molto ampi e inesorabili, Athos predilige usare la pistola sulla corta distanza. Che si tratti di scontri in luoghi chiusi o enormi battaglie tra i boschi o gli edifici cittadini, le riprese delle scene d’azione si caratterizzano per i rapidissimi spostamenti di una macchina da presa che  opera in “guerrilla style”, sostenuta a mano da un operatore che si immerge nel centro degli scontri con movimenti che possono apparire “convulsi”, ma in realtà riescono chirurgicamente a valorizzare oggi dettaglio. Il modello di riferimento sembrano le riprese della prima mezz’ora di Salvate il soldato Ryan e se questa “concessione alla spettacolarità” forse spezza in parte l’apprezzamento del “balletto marziale” di ogni singolo interprete, è molto appagante la sensazione di “saltare visivamente da un personaggio all’altro”, quasi a rincorrere il tragitto di ogni proiettile esploso in successione in una sorta di continuo flipper dinamico. Nel 2018 per Robin Hood - L’origine della leggenda era stato fatto un lavoro simile, ma in questo caso l’effetto finale è ancora più avvolgente e appassionante. Particolarmente riuscita anche la lunga sequenza notturna di inseguimento a cavallo della seconda parte. 

Sontuoso, “enorme” e carico di tensione l’assedio della parte finale, con misteriosi cecchini nascosti tra la folla. 

Appropriata al respiro epico e romantico dei personaggi di Dumas è anche la colonna sonora firmata da Guillaume Roussel. Semplicemente favoloso tutto il ricco lavoro relativo a costumi storici e scenografie, che fanno ampio uso anche del ricchissimo patrimonio architettonico francese. 

Con un animo classico ma con un mirato gusto per le innovazioni, Bourboulin riporta al cinema i tre moschettieri di Dumas in una pellicola di ampio respiro quanto carica di azione, intrighi e romanticismo. Molto bravi tutti gli interpreti, particolarmente riuscita la messa in scena ricca di azione e dettagli storici. Straordinaria Eva Green su Milady, molto riusciti Cassell e Civil, enorme e sornione Marmai, folle quanto ipnotico l’Aramis di Duris. Il film ci ha conquistato e aspettiamo già da ora la seconda parte, in uscita a dicembre. 

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sabato 8 aprile 2023

Super Mario Bros. - il film: la nostra recensione del film d’animazione realizzato dallo studio Illumination con protagonista il più famoso idraulico dei videogiochi


Siamo intorno agli anni ottanta a Brooklyn, New York, un posto in cui le autostrade non sono fatte di arcobaleni e le tartarughe sono piccoli animali domestici. Anche i nostri protagonisti sono dei “piccoletti”, baffuti e rigorosamente italiani, vestiti con salopette e cappellini colorati con l’iniziale del loro nome in abbinato alla loro maglia. Nella pizzeria a gestione familiare Punchout, i fratelli Mario (con la voce italiana Claudio Santamaria e in originale Chris Pratt) e Luigi (in originale con la voce di Charlie Day) sono così già vestiti per “essere operativi”, mentre guardano in tv il primo spot promozionale per la loro nuova attività di idraulici. Si presentano con un ricco di classe come idraulici “in guanti bianchi”, pronti a intervenire alla prima chiamata come autentici supereroi a prezzi equi: sono “i Super Mario Bros.”. Lo spot ha successo e in pochi minuti ricevono la loro prima chiamata, ma essendo alle prime armi le cose non sono facili. Il loro furgone è un catorcio che fatica a partire e i cani dei clienti sono troppi grossi e aggressivi per permettergli di lavorare al meglio. Ma la coppia è così motivata e dinamica che se l’auto non parte possono muoversi agilmente nel traffico, raggiungendo il lavoro saltando ostacoli e lavori in corso come esperti di parkour. Se un cane si installa in bagno determinato a morderli mentre cercano di riparare un rubinetto, i due hanno sempre ottime strategie di contenimento che sfruttano l’ambiente circostante. Sono competenti, determinati a dare il massimo e a non demordere, nonostante “non sempre vada tutto per il meglio” e la delusione dei familiari che li volevano a fare le pizze “come da tradizione”. Poi arriva la grande occasione: la tv parla di una enorme perdita alla rete fognaria principale della città e loro arrivano subito sul posto per fare la loro parte. Trascinati nel sottosuolo della Grande Mela, tra gorghi e tubi che esplodono da tutti i lati, i due idraulici finiscono in un misterioso tubo verde che in un attimo li inghiotte, lanciandoli in una fortissima corrente d’aria che li trascina in una ariosa, colorata e sognante realtà in cui le nuvole sono rosa, le autostrade arcobaleni e le tartarughe enormi e combattive. I due fratelli vengono separati durante il viaggio, con Luigi che finisce in una specie di regione cupa e vulcanica e Mario in un mondo verdeggiante pieno di funghi di tutti i generi, grandi e piccoli e pure “umanoidi”. Il combattivo omino fungo Toad (in originale con la voce di Keegan-Michael Kay), il primo contatto di Mario con quel “mondo fungoso”, convince l’idraulico ancora spaesato che solo la principessa Peach (in originale con la voce di Anya Taylor-Joy), una combattiva biondina vestita di rosa con gli occhi azzurri e la frangetta a cuore, può aiutarlo a recuperare il fratello: perché è noto a tutti gli uomini fungo che sia una persona straordinaria e che sappia “fare ogni cosa”. Per raggiungerla dovranno giusto superare il bosco dei funghi e arrivare nella capitale, superare alcuni tubi e piattaforme mobili che fungono da “urbanistica” e infine giungere al castello reale. Ma la sovrana del regno dei funghi è al momento impegnata in un importante e urgente affare di stato. L’enorme, sputafuoco e minaccioso sovrano delle tartarughe Bowser (in originale con la voce di Jack Black) medita, con il potere della leggendaria super stella, di invadere il regno dei funghi dopo essere riuscito con estrema facilità a piegare il regno ghiacciato dei pinguini. Bowser sembra inarrestabile nel suo piano di invasione, con tutto il suo esercito e la sua fortezza volante d’assalto piena di bocche laviche, ma la principessa può forse affrontarlo se trova l’aiuto del popolo della giungla e dei potenti scimmioni Kong, alla guida dei loro go-kart. Mentre Peach è in procinto di partire per questa missione diplomatica di soccorso incontra Mario, che a parte i baffi e la bassa statura sembra molto simile a lei e forse viene “dal suo stesso pianeta”. La principessa sposa anche la missione di soccorso dell’idraulico e decide di portarselo dietro come aiuto, giusto dopo aver adeguatamente saggiato le sue capacità in un appropriato “percorso di addestramento”. Mentre Mario impara a saltare tra piattaforme mobili, bombe, spuntoni e piante carnivore, cercando di sfruttare i poteri nascosti in scatole misteriose fluttuanti e funghi colorati che il paesaggio offre, il viaggio di Luigi si è presto concluso con il suo imprigionamento in una delle piccole celle sospese sul magma dove vengono confinati tutti i nemici di Bowser. I suoi vicini di casa sono il re dei pinguini recentemente “sconfitti” e una stellina blu diventata completamente pazza. Il loro destino sembra essere “particolarmente caldo”, ma solo dopo aver assistito al matrimonio tra Bowser e la principessa Peach. Questo perché, nonostante la guerra e tutto il caos conseguente, Bowser ha in realtà come primissimo intento dichiararle il suo amore. La super stella è forse un regalo di fidanzamento, sono in atto delle prove per l’abito e la torta nuziale e il tartarugone si sta pure preparando al pianoforte,  per una canzone romantica che canterà in prima persona. Sarà davvero guerra? Riuscirà Mario a muoversi in quel mondo agilmente come sulle strade di Brooklyn? I Kong si presteranno ad aiutare Peach? Bowser sarà convincente come “romanticone” quanto lo è come monarca invasore?


Nel 1981, come protagonista del “gioco di piattaforme” da sala giochi della Nintendo Donkey Kong, nasceva il personaggio di Super Mario. Era un idraulico che doveva salire sulle impalcature di fortuna di alcuni palazzi in costruzione per salvare una biondina da un gorilla stille King Kong che lanciava contro il nostro eroe delle casse di legno. La grazia del game design e uno stile visivo semplice quanto accattivante, hanno subito trovato presa sul pubblico. Leggenda vuole che il creatore del gioco, Shigeru Miyamoto, si fosse ispirato per Donkey Kong proprio al più celebre King Kong e per Mario a una persona reale che bazzicava il suo studio e conosceva personalmente, ma a distanza di tanti anni si può dire che la scelta insolita del buffo piccolo idraulico che dice “mamma mia” si è rivelata davvero riuscitissima, tanto che Super Mario è oggi considerato uno dei massimi volti dei videogame, secondo solo a Pac-Man. Era il 1983 e Super Mario si guadagnava un gioco tutto suo, Super Mario Bros, che dalla Grande Mela spostava il nostro eroe (come in un isekai) in un mondo pieno di tubi, tartarughe e funghi magici, in cui si poteva impersonare anche Luigi, il fratello di Mario. Il titolo vendette così tanto e fu così acclamato che rese famosissima la piccola console a 8-Bit nota in Giappone come Famicom, in America come Nes e da noi semplicemente come “Nintendo 8bit”. Mario da allora ha avuto nuovi giochi ed è sempre stato ovunque, compreso in un film giapponese animato del 1986 da sessanta minuti, facendo ovviamente capolino anche al cinema, rubando qualche inquadratura come “guest star”. Uno dei suoi “ruoli” più famosi lo ha conquistato nel 1989, dove proprio i livelli di un appena uscito Super Mario 3 costituivano la “sfida finale” in un film per famiglie dal titolo Il piccolo grande mago dei videogame, per la regia di Todd Holland. Era uno di quei film che parlava “di videogiocatori” più che di “videogiochi”, un genere che negli anni ‘80 aveva forse vissuto il suo apice con Giochi Stellari di Nick Castle, del 1984 e  che di recente è stato “ravvivato” da pellicole come Pixels di Columbia Pictures. Ma giusto per celebrare i 10 anni di Super Mario Bros. nel 1993 arrivava per la prima volta in sala un film vero e proprio “sul personaggio”, diretto da Rocky Morton e Annabel Jankel. Se per l’animazione giapponese era più semplice, quasi naturale, trasporre un videogame già nel 1986, per le regole del cinema main stream di allora era qualcosa di nuovissimo, quasi un salto nel vuoto. E ne era uscito proprio un film stranissimo, non a caso tra i primi e più “inesperti” tentativi di adattamento cinematografico di un videogame: quando non era chiaro ai produttori quale fosse il pubblico di riferimento, il tono giusto e cosa si intendesse per “trasformare un videogame in un film”. C’era forse anche una sorta di pregiudizio, sulla intrinseca serietà “adulta” che doveva avere il cinema rispetto ai giochini dei computer, che ha ulteriormente contribuito a complicate le cose all’epoca. 


Ne era uscito un mondo dei funghi poco colorato e quasi vicino a un dark fantasy, tanto la pellicola era intrisa di atmosfere piene di tecnologia post industriale, ascensori e grandi fabbriche che espellevano costanti vapori quasi steampunk. La narrazione era dominata da toni visivi dissacranti ed eccessivi simili ad Atto di Forza di Verhoeven, da una pioggia incessante quasi alla Blade Runner che conferiva un'ulteriore nota malinconica. C’erano ovunque creature rettiloidi inquietanti in larghi cappottoni grigi e con elmetti austroungarici. I tubi colorati del mondo di Mario diventavano spazi bui plumbei e circolari simili ai labirinti di areazione alle megastrutture di Aliens di Cameron. Per “giustificare realisticamente” il fatto che Super Mario compiesse come nei videogame del grandi salti (e forse per superare il discorso dei superpoteri dei “funghi”, che poteva rimandare a Lewis Carroll ma anche agli psichedelici anni '70), si inventarono degli stivali a reazioni che forse omaggiavano quelli di Spock in Star Trek V. In genere “tutto” non aveva quasi nulla dei mondi dai colori pastello e della leggerezza quasi infantile che trasmettevano i videogame di Miyamoto, con la pellicola che puntava a posizionarsi sul solco estetico de Il Corvo di Proyas o del Batman Forever di Schumacher. Mario all’epoca era interpretato da un Bob Hoskins in spolvero dopo Roger Rabbit, che però sembrava quasi ripercorrere bizzarramente il personaggio di baffuto rivoluzionario futuristico che aveva vestito nell’82, nel fantasy surreale Brazil di Terry Gilliam. Bowser era invece un incazzatissimo Dennis Hopper versione neo-punk, in doppio petto e cresta “biondo-Sting”, un look alla Max Headroom che si sarebbe portato per molte pellicole anni '90. Di lì a poco sarebbe stato un altro villain “non troppo distante caratterialmente da Bowser”, per pari caratterizzazione sopra le righe e senso dell’umorismo nero, nel super cult fanta-flop (da noi amatissimo) Waterworld. La principessa Peach diventava quasi una variante frazettiana di Leia della taverna di Jabba de Il ritorno dello Jedi. Forse solo John Leguizamo nel ruolo di Luigi dava nel suo sguardo allampanato e nelle movenze da musical un po’ di quella leggerezza perduta dei videogame. A rivederlo oggi con gli occhi degli appassionati di stranezze cinematografiche Weird-pop come i film dei Masters of the Universe, T-Rex con Whoopi Goldberg o Flash Gordon o I Barbarians Brothers di Deodato, il film del 1993 è un piccolo cult, ma ci si aspettava da Mario in sala qualcosa di diverso. Di lì a poco i videogame di Mario avrebbero esplorato con più convinzione il background “narrativo” del personaggio in opere come Yoshi’s Island o Super Mario Rpg. Di recente il cinema ha poi trovato modi intriganti “alternativi” di parlare di videogame, come per il disneyano Ralph Spaccatutto. Siamo nel 2023, 30 anni da Supermario Bros per il Famicom, con Damiano dei Maneskin che canta un pezzo che si chiama “Mamma mia”, come la più classica espressione “supermariesca”. Il cinema d’animazione odierno, per un gioco del destino, si è fatto poi sempre più simile all’estetica e narrazione degli attuali videogame. In specie dopo l’arrivo sulla scena di Dreamworks con il suo Shrek, che ha scoperto un modo più moderno di “raccontare storie per ragazzi” (già esplorato pionieristicamente negli anni '80 da Don Bluth come dalla Lucas Film Games), “rispettoso delle fonti” ma carico di ironia e incendiaria autoironia. Un “linguaggio comune”, che ha portando da un lato a film animati frenetici come un videogame come Kung Fu Panda e Cattivissimo me, come dall’altro a videogame carichi di scenette buffe che sembrano uscire da in cartone animato come Ratchet e Clank. Se la chiave iniziale è stato proprio l’impianto auto-ironico, oggi il linguaggio si è ulteriormente esteso e sdoganato in giochi e pellicole in cui tutti i linguaggi narrativi si fondono “in ogni modo” (ai tempi del primo Shrek invece, il serioso film animato su Final Fantasy non aveva trovato pari successo). Al punto che lo spettatore/giocatore potrebbe immaginarsi tanto di essere chiamato a “interagire con un film” (proprio come nelle scene action di Kung fu Panda o le sparatorie di Cattivissimo Me, ma pure nel live action The Batman, che ricorda tantissimo per la costruzione degli scenari e modi di interazione del personaggio la serie di videogame Arkham Asylum), quanto di posare il joypad e apprezzare la recitazione degli attori in un videogioco (come avviene nel recente God of War ma pure Last of Us o la serie Dark Anthology).


Per affrontare la sfida di un nuovo film su Super Mario nel 2023 viene chiamata la sempre più brava Illumination, fondata nel 2007 da Chris Meledandri. 

Meledandri ha iniziato la carriera producendo Cool Runnings: quattro sotto zero e Sister Act 2 per la Disney. Passato alla Fox, ha prodotto i vari capitoli della fortunata saga L’era glaciale e dopo la nascita di Illumination ha curato Cattivissimo Me, Pets, Il Grinch e i Minions. Di recente è diventato consulente per il rilancio di Shrek iniziato con il fortunato Il gatto con gli stivali 2. A garanzia della massima fedeltà delle fonti Meledandri produce Super Mario insieme al papà del personaggio, Shigeru Miyamoto. La colonna sonora è allo stesso modo “doppiamente firmata” da Brian Tyler, che ha composto lo score di Fast’n’Furious e da Koji Kondo, autore delle classiche musiche del videogame qui reinterpretate in una chiave rispettosa quanto moderna. Alla regia ci sono Aaron Horvath e Michael Jelenic, due produttori della divertente e fortunata serie tv a cartoni animati dei Teen Titans, un piccolo must che dimostra come sia possibile fondere i supereroi con un umorismo alla Looney Toons. Sono alla loro prima prova come registi, ma forse anche per questa esperienza hanno un gran gusto per coniugare l’azione quanto lo sviluppo di momenti umoristici. La storia è invece scritta da Matthew Fogel, già autore di Minions 2 e Lego The Movie 2, che ha scelto di costruire su un’unica “mappa visivo/narrativa” le atmosfere del primissimo Donkey Kong, di Super Mario Bros e seguiti, Super Mario Kart, qualcosa di Super Mario Rpg e Donkey Kong Country 1 e 2. Ci sono anche “innesti” da Super Mario World, da Super Mario Galaxy e “suggestioni” da Luigi’s Mansion, ma questi titoli potrebbero essere maggiormente espansi in opere future. Il lavoro di Fogel punta molto sull’umorismo ma anche sull’amarcord, enfatizza amabilmente “l’italianità dei personaggi” tra pizza, baffi e generosità e non perde mai occasione di riempire di citazioni e chicche per videogiocatori appassionati ogni scena. L’animazione dei professionisti che hanno già dato vita a Gru e soci risulta come sempre impeccabile, super colorata e rispettosissima del materiale originale. Una girandola colorata di esplosioni e colori in cui è bello perdersi. Il piccolo e combattivo Mario in originale è doppiato da Chris “Star Lord” Pratt e in italiano da Claudio Santamaria, che riescono entrambi a rendere il personaggio particolarmente simpatico, battagliero ma anche sinceramente affettuoso. Il papà di Mario, Giuseppe, in originale ha la voce del leggendario Charles Martinet, la voce ufficiale di tutti i videogame di Mario, ed è un vero piacere sentirlo recitare al di là del classico “Mamma Mia” dei giochi e “vederlo” come un Mario dai capelli ingrigiti e qualche capello in meno. Nel film c’è un chiaro occhio di riguardo anche per il recente “girl power”, con una atletica e dinamica Peach, doppiata da una sempre brava Anya Taylor-Joy che riesce a donarle un carattere deciso quanto ingenuo, indipendente, sognante e tutta da scoprire. Davvero azzeccato Jack Black sull’enorme, terribile ma goffo Bowser, in specie quando mette da parte la sua aria cupa e si cimenta al pianoforte ricordandoci il talento istrionico che ha dimostrato nei Tenacious D e School of Rock. Ugualmente azzeccato il coccoloso, tronfio ma divertente Donkey Kong  doppiato da Seth Rogen, che si carica di tutto il finto machismo in cui il comico americano eccelle. 


L’azione viene sempre sviluppata in modo da rendere i game play dei vari giochi citati coerenti e narrativamente ben integrati alla trama, con soluzioni spesso originali e rispettose della “esperienza videoludica”, anche nell'accezione di giustificare i momenti in cui è necessario dover “ripetere un quadro” per migliorarsi. I 90 minuti di durata volano in un attimo e si attende fino alla fine dei titoli di coda per una piccola sorpresa. 

Oggi un film di Super Mario non può essere come il film del 1993 con Bob Hoskins, né può essere ridotto a un semplice cartone animato giapponese come nel 1986. È in effetti un modo di fondere cinema e videogame che dona alla pellicola un gusto “diverso dal solito”, accelerato, veloce, forse “da metabolizzare” soprattutto “per chi non è più giovane”, vede videogiochi e cinema come media sostanzialmente diversi e forse si sente più a suo agio con gli stivali a razzo di Bob Hoskins. È un film per videogiocatori moderni, ma è anche un modo di fare cinema ipercinetico, colorato e divertente come le montagne russe che può andare benissimo per chi cerca una distensiva serata escapista, tra battute e inseguimenti, cercando di fatto uno spettacolo non dissimile da quello che può offrire un nuovo film di Fast’n’furious. Tutto diventa per forza ancora più divertente se vissuto con i più piccini o qualche amico videogiocatore “di vecchia data”, per poi tornare a casa a fine visione e “continuare a divertirsi” con la console. 

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venerdì 7 aprile 2023

Dungeons & Dragons: L’onore dei ladri: la nostra recensione della nuova pellicola fantasy basata sul popolare gioco di ruolo nato negli anni '70, per la regia di John Francis Daley e Jonathan M.Goldstein


Ci troviamo in un mondo fantasy fuori dal tempo (per i più pignoli il cosiddetto mondo di Abeir-Toril della campagna Forgotten Realms di D&D), pieno di creature mostruose e misteriose, reami medioevaleggianti, tesori ancestrali e “muffole”. Le muffole solo quei guanti corti che non coprono le dita. In una torre-prigione posta tra la neve e il ghiaccio di una impervia zona isolata dal resto del mondo in cui sembra sempre inverno, sono rinchiusi lo sgangherato e sarcastico ladro ex “arpista” Edgin Darvis (Chris Pine)e la taciturna e arrabbiata guerriera barbara Holga Killgore (Michelle Rodriguez). Sono lì da così tanto tempo che hanno imparato a cucire con le loro mani delle perfette, morbide e colorate muffole per il freddo. Ma oltre al taglio e cucito i due hanno in mente qualcosa ancora di più grosso per l’imminente futuro. All’ultimo piano della impervia costruzione carceraria ha infatti finalmente luogo la loro annuale udienza di revisione/scarcerazione davanti ai soliti tre giudici togati e questa sarà pure l’occasione per un  contestuale, veloce quanto assurdo tentativo di fuga, pianificato con poca cura in modo abbastanza incosciente, temerario e aleatorio. Appena entra in seduta un giudice simile a un corvo umanoide i due gli si buttano addosso e si gettano insieme oltre la finestra, giù nel vuoto per i molti piani dell’edificio, sperando di rimanergli aggrappati mentre lui cercherà di planare in qualche modo prima di spiaccicarsi al suolo. Incredibilmente il piano funziona e la coppia inizia così un lungo viaggio che li porterà fino al reame di Neverwinter, in cerca dei loro vecchi compagni quanto del ricco e misterioso tesoro del loro ultimo e ardito colpo. Purtroppo gli amici di un tempo, l’egocentrico e vanitoso “briccone”  Forge Fitzwilliam (Hugh Grant) e una strega incappucciata molto misteriosa e molto “rossa” di nome Sofina (Daisy Head), grazie ai soldi di quel bottino si sono incredibilmente arricchiti, vogliono continuare a essere ricchi e si rivelano in brevissimo tempo dei traditori conclamati. Dopo aver nuovamente imprigionato i nostri eroi meditano di ucciderli, ma non si può trattenere per lungo tempo degli esperti nella fuga in grado di abbindolare il primo guardiano sprovveduto, anche solo distraendolo parlandogli della manutenzione perfetta di un’ascia. Così dopo essere nuovamente e velocemente scappati alla esecuzione, i fuggitivi possono riorganizzarsi con “nuovi vecchi compagni” e trovare il modo di impossessarsi del prezioso tesoro che il briccone e la strega, ora a capo di tutto Neverwinter, custodiscono dentro una stanza protetta da un potentissimo incantesimo. Servirà l’oggetto magico giusto insieme alla fortuna, che nei mondi fantasy gioca spesso brutti scherzi. L’avventura gli farà incontrare maghi troppi giovani, volenterosi ma dai poteri “da affinare” (il Simon di Justice Smith), mutaforma ecologisti dall’aria innocente ma con un brutto caratteraccio e scarsa empatia (la Doric di Sophia  Lillis), enormi draghi rossi e obesi, non-morti eroicamente smemorati e insopportabili paladini infallibili, bellissimi, potentissimi e “altruistissimi” (Xenk  Yendar, interpretato da Rege-Jean Page). Ma la missione dei ladri oltre al magico tesoro va ancora oltre al cucire le muffole perfette, Neverwinter, i traditori e il grande tesoro. Puntano a recuperare qualcosa di ancora più prezioso e raro da ottenere in qualsiasi mondo fantasy e non: la fiducia in una figlia rimasta da loro lontana per troppo tempo (Chloe Coleman), che ora ha scelto di vivere con altre persone. 


C’era una volta, prima dei libro-Games di Lupo Solitario, prima dei primi videogames, prima di Hero Quest, prima del Signore degli Anelli versione Peter Jackson, del “dark fantasy” e prima di moltissime altre cose, il mitico gioco di ruolo con il manuale “rosso”: D&D. Creato nel 1974 da Gary Gygax e Dave Arneson, assidui appassionati e divoratori di narrativa fantasy, quel gioco da tavolo portò a una piccola rivoluzione nelle serate di molti grandi e piccini e si impose presto all’attenzione del grande pubblico, grazie a regole semplici da approcciare ma non banali da padroneggiare, tantissimi dettagli ricchi e approfonditi, dadi colorati, schede personali personalizzabili, pupazzetti opzionali ma graditi e soprattutto con una inesauribile propensione ad adattarsi ed espandersi, stimolando quel tesoro segreto e per alcuni insperato che si chiama “fantasia”. 

Incredibilmente, i giovani che si incontravano di sera per una partita di D&D “sapevano” giocare con la fantasia, scoprendo a loro insaputa di saper recitare un ruolo, essere divertenti e parlare creativamente anche di qualcosa che non fossero le pagelle di calcio. 

Si prendevano di base alcuni amici, due birre per dare un senso al fatto di definirsi secondo le regole un “party” (è umorismo, lo dico perché non tutti lo sanno capire...), un paio di dadi e foglietti di carta e si seguivamo le istruzioni dell’amico che aveva il librone rosso, che diventava il “Dungeons Master”, architetto e narratore di una storia pre-impostata o del tutto originale piena di sotterranei, luoghi incantati, elfi, nani, orchi, maghi, barbari, regni lontani, tesori, non-morti, draghi, una montagna di altra roba e…“statistiche”. Era in pratica ascoltare una storia di avventure come quelle che si raccontavano intorno al fuoco in epoca ancestrale, ma in cui i presenti erano i protagonisti e potevano interagire tra loro e il contesto circostante, insieme a una montagna di statistiche. Immaginate Cappuccetto Rosso che incontra il Lupo vestito come la nonna e se fa un tiro di dadi +3 ,stimolando la sua “fortuna” e “intelligenza”, lo smaschera, contrattacca con un paio di dadi extra e qualche “oggetto misterioso”, libera la nonna dopo un combattimento originale quanto folle e “tutti vissero felici e contenti”. L’oggetto speciale potevano essere delle pentole per far rumore e attirare il cacciatore nelle vicinanze, poteva essere una mela avvelenata o una “scoreggia esplosiva”: si potevano inventare seduta stante le cose più assurde attraverso un dialogo ispirato o folle tra i giocatori e un “master” e la storia prendeva forma e migliorava a seconda di quanto ognuno sapeva interpretare in modo convincente la parte di un barbaro nerboruto o di un astuto truffante. Si poteva fare tutto in D&D, con la giusta inventiva e umorismo, grazie anche alla magia delle statistiche. Ogni giocatore impersonava un avventuriero e seguiva insieme al gruppo uno o più scenari che costituivano una missione o “quest”. Ognuno aveva caratteristiche uniche che i più bravi gestivano con una buona interpretazione “premiata dal master con dei bonus”. Ogni personaggio oltre che grazie al tiro dei dadi si formava attraverso statistiche dovute al tipo di avventuriero (e si poteva fare di tutto, compresi i cattivi psicopatici), all’equipaggiamento comprato o trovato, alla fortuna ai dadi, alla ”costituzione”, all’esperienza di combattimento propria o collettiva. A fine missione, dopo ore di una storia che spesso finiva all’alba del giorno dopo, quando il master non connetteva più e sotto richiesta unanime si “tagliava corto”, si ripartiva per una nuova avventura la volta dopo, magari conservano gli oggetti magici, i tesori e i progressi di ogni personaggio, verso mondi e nemici sempre più potenti le cui inarrestabili armi erano decantate nei manuali per i più esperti. Era molto divertente, se giocato con le persone “giuste”.


C’erano libri, pupazzi, espansioni ufficiali e dadi aggiuntivi, ma applicando la formula-base del “nucleo statistico” con alcuni adattamenti artigianali, quanto del tutto gratuiti, si potevano generare anche contenuti diversi e contesti diversi in cui divertirsi. Chi amava il calcio avrebbe intorno agli anni '90 utilizzato i dati ufficiali dei giornali, dai goal alle pagelle, come “statistiche” per quel gioco di ruolo sportivo che si chiama fantacalcio. Ma non precorriamo i tempi, torniamo a D&D e forse a quello che era l’aspetto più bello di questa esperienza, almeno per qualcuno: lo stare insieme a degli amici a “cazzeggiare”. Certo potevi capitare in gruppi di amici dove qualcuno era così immedesimato che seguiva rigidamente il regolamento, nessuno avrebbe anche solo osato “cazzeggiare” o qualcuno se lo facevi si inalberava. Alcuni tra i giocatori più estremi sceglievano pure di parlare in latino, elfico o Klingon per tutta la quest, rendendo ancora più strana/immersiva l’esperienza. Per alcuni il trasporto per le regole e le statistiche poteva in certi casi essere così superiore alla fantasia e alla narrazione che una sessione poteva essere paragonata a un incontro con il commercialista o una fusione aziendale. Poteva ugualmente capitare di finire in un gruppo in cui il “cazzeggio” era così elevato che dopo due turni elfi e nani si mettevano per le restanti sei ore intorno al fuoco a parlare di Darkside of the Moon dei Pink Floyd, di ragazze, dell’ultimo Dylan Dog e della temibile professoressa di greco. Era una esperienza umanamente imprevedibile e spesso catartica, a cui tutti contribuivano mettendoci “del loro”, trasportando il loro mondo, il loro umorismo, la loro voglia di competizione e amicizia nei reami fantasy di Forgotten Realms o Dragonlance. La storia diventava più frizzante proprio quando si era tra amici di vecchia data dove c’era il rischio costante di strabordare felicemente dai rispettivi personaggi e seriose missioni e scoppiare da un momento all’altro in qualche risata fragorosa. Poi il resto è Storia dell’intrattenimento dagli anni '80 in poi, con dentro anche la storia di D&D. I media che a fasi alterne elogiavano, citavano (E.T.) e poi accusano chi giocava a D&D di blasfemia come succederà anni dopo per Harry Potter. Il libro rosso che diventava sempre più caro e iniziava a trovarsi insieme ad altri libri specialistici, giochi con statuine e primi videogame casalinghi (solo statistiche zero grafica) in negozi e circoli specializzati (a Milano c’erano Avalon e Pergioco). Dalle “nicchie” ogni tanto D&D diventava più mainstream, come nel caso del cartone animato ufficiale degli anni ‘80 e dei videogame ufficiali di Capcom, spesso favorito da una “voglia di fantasy” che negli anni ‘80 viaggiava forte in sala tra Conan, I Barbarians Brothers, Grosso guaio a Chinatown e La storia Fantastica. Poi D&D iniziava a essere soppiantato dal gioco di carte Magic, più o meno contestualmente arrivavano i libro-game, le serie tv fantasy “alla Hercules”, dal duemila in poi sono arrivati i grandi giochi fantasy per pc e i film di Peter Jackson, nel recente abbiamo assistito alle scissioni interne al marchio D&D che è passato ad Hasbro, ma D&D è oggi ancora tra noi, “tiene botta” e si merita un rilancio. 


Jonathan Goldstein e John Francis Daley, registi di questa pellicola, sono sicuramente stati dei ragazzini che da piccoli hanno giocato a D&D nel modo più scanzonato e divertente. Già autori brillanti che hanno collaborato al successo di pellicole come Piovono Polpette e al “rinnovamento” Marvel Disney di Spider-man, la coppia dirige qui l’adattamento di una storia scritta dallo spassoso Chris McKay, autore di Robot Chicken, Lego Batman The Movie e il prossimo Renfield con Nicolas Cage. Fin dalle prime scene la direzione del film appare chiarissima: prendere il classico gioco di ruolo D&D nato nel 1974 da Gary Gygax e Dave Arneson e replicare la perfetta partita spensierata di super cazzeggio tra amici adolescenti che “impersonano” avventurieri fantasy. Una partita divertente in cui si passa molto tempo a prendersi in giro a vicenda, piena di combattimenti e battute umoristiche, tantissimi effetti speciali, mostri giganteschi ma anche buffi e un finale “enorme” con i fuochi d’artificio come è giusto che sia. Chi quindi predilige o ha vissuto una “versione personale” di D&D più seriosa, cupa, dalla trama molto articolata e dal respiro “alla Peter Jackson”, quasi dark fantasy potrebbe non trovare qui tutto quello che vuole, ma non è escluso che possa comunque divertirsi con quei ragazzacci di Chris Pine, Michelle Rodriguez e compagni, esultare alla visione di labirinti, orchi, portali dimensionali e spade magiche, sorprendersi per come si dipana con originalità ed estro una scoppiettante trama alla Ocean’s 11 in salsa fantasy. Tutto il mondo di D&D risulta con una fotografia calda e solare, le ambientazioni sono variegate e intriganti, i personaggi agiscono tra loro in una dialettica gioiosamente sopra le righe come farebbero un gruppo di sedicenni alle prese con D&D, negli anni ‘80 come ai giorni nostri. Si possono trovare narrativamente in questo approccio ludicamente riuscito similitudini con serie animate di culto come Adventure Time, come con la recente serie La leggenda di Vox Machina. Davvero sorprendenti le trasformazioni del personaggio mutaforma interpretato da Sophia Lillis, spettacolare l’uso della magia per far fluttuare tutti in aria o aprire passaggi verso altre dimensioni, elaborate e sontuose tutte la sequenze di combattimenti che culminano nello spettacolare momento del colosseo. Quasi simile a una dissacrante avventura grafica della Lucas Film Games è tutta la “quest” sul recupero dell’oggetto magico, in grado di strappare alla platea più di un momento di ilarità nelle sue fasi più assurde. Tutti gli attori sembrano divertirsi un mondo a impersonare i rispettivi personaggi, conferendogli con sapienza tanto aspetti “ricercatamente sopra le righe” quanto una interessante umanità, guidata da un comune senso di amicizia e cameratismo. La loro euforia e personalità viene ben trasmessa al pubblico in ogni momento, così che alla fine della visione si avrebbe voglia di ripartire subito dall’inizio per soffermarsi su tutte le chicche narrative e visive che in prima battuta potrebbero essere sfuggite.


Il film di D&D è una autentica lettera d’amore a chi negli anni si è divertito con gli amici a passare le serate in compagnia del celebre gioco di ruolo in modo spensierato. La produzione utilizza un budget molto importante che permette di creare al meglio le incredibili atmosfere fantasy del filone Forgotten Realms ed offre un ottimo biglietto da visita sul potenziale di questa formula nella prospettiva di future espansioni (diverrà come il Marvel Cinematic Universe?), tra cui già si segnala una serie tv di prossimo rilascio. Molto affiatato e convincente nel ruolo tutto il cast, divertente una storia amabilmente girovaga tra le lande più assurde del fantasy alla ricerca di tesori e amori perduti, anche se nella parte finale si può segnalare una repentina “accelerazione degli eventi”. Forse per qualcuno questo “finale compresso” può essere visto come un “ulteriore omaggio” al modo turbolento in cui molte partite del gioco reale si concludono a fine serata, quando il Master stanco potenzia tutti i personaggi in ragione del grande scontro finale per poi mandare tutti a nanna. Nel complesso un film divertente, movimentato, pieno di umorismo, paesaggi da sogno e una costante azione a rotta di collo, che fa davvero venire voglia di trovare due amici, due dadi e una birra per una serata da sotterranei e draghi. Preparate i pop corn e godetevelo su uno schermo gigante. 

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sabato 1 aprile 2023

Armageddon time: la nostra recensione del film drammatico di James Gray, un malinconico canto funebre alla adolescenza “strangolata” dagli adulti

Ci troviamo a New York, nel quartiere popolare del Queens, all’inizi degli anni ‘80. Sta per fare il suo ingresso alla Casa Bianca il repubblicano Ronald Reagan e nella casetta dei Graff, una famiglia di immigrati ucraini di origine ebraica, questo può significare solo una cosa: l’avvento dell'Apocalisse. Una sera il clima a tavola si fa subito teso e forse per stemperarlo Paul Graff (Michael Banks Repeta) inizia a fare le boccacce e masticare in modo rumoroso come tutti i ragazzini. Così da perfetto parafulmine si becca subito i rimproveri dal padre, l’idraulico frustrato Irving (Jeremy Strong) i cui discorsi sulla tecnologia dei frigoriferi non hanno colpito troppo i parenti. Paul è l’ideale per sfogare le frustrazioni: è un ragazzino svagato, dallo spiccato talento artistico e non molto portato per la matematica. Per il genitore non combinerà mai niente di concreto nella sua vita, sarà deriso e non “farà i soldi”. A maggior ragione questo status non muterà se Paul continuerà a frequentare quella fatiscente scuola di quartiere da due soldi e non l’istituto privato del fratello Ted (Ryan Sell), dove sono passati anche i Trump. Ma Paul alla scuola pubblica può arrivarci in bici e vuole che le cose vadano lì al meglio anche la sua frustrata mamma Esther (Anne Hathaway), che in quanto rappresentante “ci mette la faccia”. Tuttavia, per complicare le cose e quasi per farle un dispetto, Paul invece di  fraternizzare con i bulletti di buona famiglia che lo tormentano quotidianamente sceglie per nuovo amico un ragazzino di colore di nome Johnny (Jaylin Webb): uno che sogna senza speranza di diventare astronauta e vive con una nonna anziana in una casa ancora più povera della loro. 

Durante la lezione di lettere di Mr. Turkeltaub (Andrew Polk), Paul dimostra di saper realizzare un perfetto ritratto dell’insegnante, un volto quasi fotografico a cui il ragazzo aggiunge giusto per goliardia zampe e piume da “tacchino” per via dell’assonanza del cognome con il termine inglese per il noto volatile. Il professore, senza nemmeno notare la pazzesca capacità tecnica, non apprezza il lavoro e lo manda in punizione. In seguito, dopo una gita al museo d’arte moderna, Paul realizza in classe una riproduzione fedele di un quadro visto per due minuti e si prende comunque una punizione dall’insegnante, perché il compito prevedeva di realizzare un “disegno libero originale”. Fortuna che nel mondo di Paul c’è Johnny che ormai abitualmente lo accompagna nella stanza di punizione, sa apprezzare l’arte dell’amico, gli ha trasmesso la sua passione per la musica e lo ha pure contagiato con la sua mania per lo spazio: al punto da ritenere possibile pensare che nel giro di pochi anni andranno entrambi su Marte. Lo spazio può arrivare alla loro portata magari comprando un biglietto dell’autobus per la stazione spaziale. Una volta lì a Cape Canaveral inizieranno a frequentare qualcuno della base per dei lavoretti presso la mensa locale, magari arriveranno a fare le pulizie all’interno e poi…chissà. Come un adolescente, nello spazio e nel futuro in qualche modo ci crede anche il nonno materno di Paul, Aaron (Anthony Hopkins), che vuole a tutti i costi organizzare il lancio di un piccolo missile giocattolo nel parco insieme al nipote. Nonno Aaron è l’unico che sta volentieri a parlare con Paul del suo mondo e dei suoi sogni, senza guardare al ragazzino come fosse un completo disastro, anche se Irving si ricorda benissimo che da giovane Aaron non era affatto una persona tenera e lui ha dovuto “adeguarsi con fatica” a lui. Anche la spensierata adolescenza di Paul, appesa a un fragile filo sorretto quasi solo dal nonno, dovrà presto adeguarsi a fatica a dei cambiamenti. 


Una “scandalosa” sigaretta fumata di nascosto nel bagno della scuola tra Paul e Johnny scoperta dagli insegnanti, convincono una molto delusa Esther della necessità immediata di una punizione e del trasferimento del figlio nella “cara ma inevitabile” scuola del fratello più grande. Irving decide di brandire la cintura “per il suo bene” e impartire al figlio una lezione durissima su cosa non deve più fare nella sua vita, come continuare a disegnare e vedere Johnny. Esther sente le botte e non interviene. Così Paul già poche ore dopo è costretto ad andare all’istituto amato dalla sua famiglia e dai Trump “anche se non se lo merita, perché poco intelligente”, per assistere già il primo giorno a un discorso motivazionale direttamente dalla voce di Maryanne Trump (Jessica Chastain) che parla di come “tutto è possibile, non bisogna rinunciare ai propri sogni”. Solo per poi scoprire che pure nel lussuoso istituto dove tutti stanno in uniforme e ci sono pure i computer gli studenti comunque fumano sigarette senza problemi e patemi, solo che qui sono tutti bianchi. Mentre nonno Aaron ricorda al nipote gli anni in cui ha dovuto lasciare il suo paese a causa dei nazisti, Paul e Johnny escogitano un modo per partire per lo Spazio senza voltarsi più indietro. Riusciranno a “ribellarsi al sistema”?

Per la sua ultima pellicola il regista James Gray decide di attingere a piene mani da molti dei suoi ricordi più vividi sull’adolescenza, vissuta in prima persona priprio nel quartiere popolare del Queens a New York, per raccontare del grande “furto ai danni della gioventù” della sua generazione, perpetrato da genitori convintissimi di agire per “il loro bene”. L’arrivo alla Casa Bianca di Reagan, da cui partirà “l’edonismo americano degli anni ‘80”, viene visto metaforicamente dagli occhi del regista come la conseguenza di una profonda e inarrestabile crisi già in corso nelle famiglie da anni, dovuta alla sempre più crescente scelta della società di premiare chi appartiene a un ceto sociale “medio-alto”. In questo contesto Paul e Johnny purtroppo partono dalla svantaggiata condizione di appartenere a famiglie del ceto basso, con la differenza che Johnny se la passa peggio in quanto “di colore” in un’epoca in cui il razzismo era ancora una brutta consuetudine. I genitori Graff, che hanno pure “tagliato il loro cognome” per mascherare la loro origine, hanno invece qualche possibilità di compiere un “salto sociale” e vivono nella costante ossessione di farlo. È un salto sociale che, tristemente, si può ritenere efficace e possibile solo omologandosi ad una élite economica, attraverso un percorso di studi e frequentazioni che portino a “solidi lavori concreti”. Ogni forma d’arte o manifestazione di fantasia deve essere severamente punita o svilita, in quanto l’elité non contempla né comprende questo tipo di linguaggio. La percezione della giustizia varia a seconda della “cerchia sociale di appartenenza”, le manifestazioni di affetto ed empatia anche solo tra madre e figlio sono quasi vietate: rendono “deboli” davanti alla crudeltà del mondo. È un sistema che fabbrica uomini come frigoriferi, scartando o cercando di sistemare a martellate i pezzi non omologabili. La rassegnazione di trovarsi in un “sistema truccato” è così introiettata nelle persone più svantaggiate al punto da inibire nel cuore dei più giovani ogni sogno che “le allontani dalla realtà”. Mentre il personaggio del nonno, che ha vissuto gli anni della deportazione, sa che non è l’unico sistema possibile e anzi si può ancora scappare, magari “nello spazio”, i genitori sono paralizzati all’idea di essere marginalizzati, al punto da preferire una vita di costante rabbia e frustrazione “pur di galleggiare”. 


Ma “andare nello spazio” è possibile, anche se qui avviene sono meta-cinematograficamente. Con Armageddon Time James Grey di fatto “torna proprio dallo spazio”, che ci ha raccontato nel fanta-western generazionale Ad Astra, una mega produzione con Brad Pitt (recensito anche su questo blog), film che a sua volta è seguito a un grande “film sulla esplorazione” come La civiltà perduta di Z. È quindi  “con il senno del poi” che Grey ha costruito questo sentito e tormentato film in gran parte biografico, dal sapore agrodolce e simile alla sua prima pellicola sul piccolo mondo degli immigrati ucraini come lui, Little Odessa. Armageddon Time, forse per questo personale coinvolgimento emotivo, non vuole essere un film di cosmonauti ma una piccola storia di adolescenti più simile a un flusso di coscienza che a un romanzo di formazione, anche perché vuole farci riflettere proprio sulla ancestrale “fortunata” difficoltà/impossibilità/incoerenza/inconsistenza di “formare un adolescente” secondo regole socialmente inique. Perché l’adolescenza per sua natura sfugge alle imposizioni, la società può cambiare come di fatto è cambiata, ma i rapporti umani famigliari deteriorati rimangono amaramente per sempre. Grey dimostra pietà per l’inadeguatezza triste e rabbiosa di figure genitoriali come Esther e Irving, ma certo non li assolve per tutto il calore familiare e umano sacrificato per la loro ossessione di “salto sociale”. Cerca di dare una voce da guida morale a nonno Aaron, ma sottolinea più volte la sua appartenenza a una generazione passata, che sta scomparendo e comunque non ha più credito. Lasciando un pietoso velo sulle figure degli insegnanti, rimangono i giovani, che “osano” sognare qualcosa di diverso, pur decretando così la distruzione/fallimento del legame/istituzione familiare. È un film che racconta di momenti molto teneri tra nonni e nipoti, descrive con genuinità sogni e delusioni di coetanei adolescenti, ma per il resto parla di un mondo amaro e privo di una bussola che va via via sempre più delineandosi nella sua distruttiva chiarezza. Un mondo e un modo di pensare  che non sono storicamente a noi troppo lontani e potrebbero ripresentarsi prima o poi. 

La nuova pellicola di Grey, attingendo da sue dolorose esperienze personali, aiuta a riflettere sul ruolo della famiglia all’interno della società e sulla necessità di guardare con maggiore fiducia nei confronti dei propri figli. Nel cast si segnalano i due giovani attori protagonisti, entrambi molto affiatati, divertenti e spontanei nell’impersonare due ragazzini di ceto medio-basso di inizio anni ‘80. Ingrate, rabbiose e dolorose le parti dei genitori, a cui interpreti di eccezione come Anne Hathaway e Jeremy Strong riescono comunque a conferire una tragica umanità. Hopkins costruisce un nonno Aaron nostalgico, lunare ma affettuoso. Jessica Chastain nel piccolo ruolo di Maryanne Trump riesce a essere incisiva quanto enigmatica. 

Molto bella la ricostruzione degli anni ‘80 tra auto, costumi e scenografie dal gusto vintage. Il ritmo della pellicola è sempre di buon livello e alla fine della proiezione di vorrebbe stare ancora un po’ con i protagonisti. Molto curata la colonna sonora, ricca di molti famosi brani d’epoca. 

Non il film più “costruito” del regista, ma il suo più personale, amaro e affettuoso modo di riflettere sulla sua adolescenza. Una pellicola agrodolce, che offre molti punti su cui riflettere. 

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