giovedì 8 dicembre 2022

Strage World: la nostra recensione del nuovo film animato Disney diretto da Don Hall, che esplora con un intelligente approccio moderno l’avventura secondo Jules Verne

 


Circondato da una catena invalicabile di montagne, prospera in pace e serenità il misterioso regno senza tempo di Avalonia. Le uniche persone che hanno cercato di varcare questi confini naturali sono una nota famiglia di esploratori: i Clade. Durante una spedizione ad alta quota, il possente ed eroico Jeager Clade (in italiano con la voce di Pannofino e in originale con quella di Dennis Quaid) decide di abbandonare il gruppo e proseguire da solo “oltre ogni confine”, quando il figlio Searcher (Marco Bocci, in originale Jake Gyllenhaal), in seguito alla scoperta di una pianta misteriosa con proprietà energetiche, il “pando”, vuole provare a tornare indietro in città per esaminarla. Passano gli anni e Jeager risulta ancora disperso mentre ad Avalonia il pando, coltivato da Searcher nella vasta “fattoria Clade” è diventata la principale fonte di energia, in grado di fornire in modo pulito tanto l’illuminazione, quanto l'alimentazione per i motori dei futuristici hovercraft e aeroplani che solcano il cielo. Un cielo dal sapore sempre più steam-punk ma “più ecologico”, un cielo pando-punk. Mentre l’adolescente figlio di Searcher, Eathan (Lorenzo Crisci) inizia a domandare al padre informazioni sul nonno, le colture di pando iniziano a dare degli strani problemi e il sindaco Callisto (in originale Lucy Liu) decide di coinvolgere Searcher in una spedizione su un’aeronave nello sconosciuto mondo sotterraneo di Avalonia, seguendo le radici più profonde da cui si dirama la pianta energetica. Eathan si unisce in gran segreto alla ciurma ma durante il viaggio Searcher, tra mostri misteriosi e paesaggi incredibili, finirà per incontrarsi anche con suo padre Jeager. Riuscirà la famiglia Clade a salvare la situazione e allargare i confini di Avalonia?


Ogni tanto in Disney mettono da parte le principesse e si occupano anche dei racconti di avventura per ragazzi. Abbiamo avuto a inizio 2000 I Pirati dei Caraibi, Atlantis l’impero perduto e Il pianeta del tesoro, più di recente gli sfortunati Tomorrowland e John Carter dalla Terra,  ma prima c’erano già stati 20.000 Leghe sotto i mari, L’isola del tesoro, The Black Hole, Tron, Taron e la pentola magica. Oggi molte pellicole per ragazzi vengono dalla casa di Topolino realizzate con progetti legati ai Marvel Studios o Star Wars, ma l’attrazione per “l’avventura classica”, quella tra Stevenson e Verne, non sembra essersi mai spenta e anzi c’è ancora voglia di rilanciare, aggiornare tanto l’avventura che la fantascienza “per tutta la famiglia”. Magari aggiungendo alla formula una punta dell’Asimov più organico/sistemico, ben fusa con la spinta “ecologista” della “grande onda” l’Alexander Kay, già ri-letta da Hayao Miyazaki in Conan il ragazzo del futuro. Greta approverebbe. Stevenson e Verne, Key e Asimov, che tutti insieme confluiscono nel nuovo film di Don Hall, regista di Raya, Oceania Big Hero 6, per una pellicola realizzata al 100% nel segno (e nel solco) dei tempi odierni. Inclusività massima, dialogo intergenerazionale, una visione politica che spinge all’unità di intenti al di sopra di ogni “fazione e interesse economico” e altri temi cari della amata fanta/cultura/sociale di Star Trek, sono tutti qui presenti, raccontati in modo ordinato e colorato, in un affresco umano così idilliaco che è quasi un augurio alle nuove generazioni. Forse un film che viene “troppo dal futuro” pure per il giorno oggi, facendoci interrogare (senza farvi spoiler) sulle possibili applicazioni future di quella che appare quasi come una “nuova formula per i film di avventura”: un film d’azione senza divisioni manichee tra buoni e cattivi. Ma questo non deve essere visto necessariamente come un male, in quanto non ci distrae per nulla dal godere al meglio di una avventura tanto ricca di sequenze d’azione fantasiose, astronavi, paesaggi che su grande schermo appaiono davvero mozzafiato, creature aliene fosforescenti e gommose di ogni foggia e colore a non finire e soprattutto, come da immancabile ricetta Disney, i buoni sentimenti e le relazioni umane. Jeager è un omone adorabilmente burbero, pesantemente armato di lanciafiamme e aitante, leader naturale, invincibile come Flash Gordon e sognatore come Indiana Jones . Quaid e Pannofino ce lo rendono subito irresistibile, carismatico ma non banale nel suo modo di vivere: estremo ma isolato, infelice ma grandioso. Searcher è all’opposto un uomo con l’animo più dell’agricoltore che dell’esploratore, un omino minuto e riccioluto che vive intessendo relazioni umane e condividendo le scoperte scientifiche che possono aiutare il suo popolo, con il solo grande sogno di essere un buon cittadino di Avalonia, padre e marito. Gyllenhaal ce lo mostra gentile ma insicuro, coraggioso ma fragile, con il continuo dubbio esistenziale di non riuscire mai a fare abbastanza rispetto alla ingombrante ombra paterna, pur fiero di aver percorso una strada diversa. Eathan è giovane, ricciolino e temerario e deve trovare la sua strada tra i due opposti, ma non decide di affrontare in modo passivo questo confronto, cerca e trova presto una sua voce e una sua idea precisa del mondo che vive e vorrebbe vivere che lo pone in una posizione nuova, del tutto personale. Padre, figlio e nonno si avvicinano, allontanano, scontrano e rincorrono per tutto il film, cercando di dimostrare gli uni agli altri il loro affetto quanto il proprio unico punto di vista sul mondo. È attraverso i ragionamenti che vengono a costruirsi tra questi tre personaggi che il film conquista il raro e prezioso risultato di aprire un molto interessante dibattito inter-generazionale. Un dibattito che nel segno della leggerezza, semplicità e incisività, riesce ad affrontare temi oggi davvero importanti come la convivenza, il razionamento dell’energia  e la cura dell’ambiente. Un’ottima occasione per parlare di scienza e società, che potrebbe essere colta anche da qualche scuola per una sempre divertente uscita cinematografica.


Certo il film può apparire forse troppo semplice per un pubblico già smaliziato, che magari può guardare più con sospetto che con il giusto stupore la favolistica società “avaloniana” e non sarà magari sorpresa dal “colpo di scena” che investirà la seconda parte del racconto. Ma per un bambino in età scolare la pellicola dispone di tutto il carico di avventura e stimoli educativi necessari per divertirsi e riflettere. 

Strange World è un film visivamente favoloso con una trama rivolta ai più piccoli semplice ma al contempo molto ben strutturata, ricca di spunti e riflessioni. L’azione a rotta di collo viene miscelata bene con dialoghi di stampo più riflessivo e l’effetto finale è quasi la versione 2.0 di un romanzo Urania dedicato a un pubblico di giovanissimi. Un film adattissimo per evadere ma non solo, che conferma le capacità di Hall come valido narratore per l’infanzia, ma anche come buon costruttore di scene action che possono sollazzare anche i più adulti. 

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domenica 4 dicembre 2022

Vicini di casa - una commedia afrodisiaca: la nostra recensione di un film con un Claudio Bisio, purtroppo molto poco afrodisiaco

 


Siamo in Italia, ai giorni nostri, in un condominio di lusso che può trovarsi nel centro di Roma come di Milano. Il maestro di musica Giulio (Claudio Bisio) ha una vita tranquilla, va a lavorare al conservatorio in vespa, è sposato con una donna affascinate come Federica (Vittoria Puccini), ha una figlia in età scolare e un bell’appartamento con un'ampia terrazza ai piani alti, circondato dal verde come un piccolo paradiso terrestre, con al centro una grande tavolata che permette cene romantiche all’aperto sotto alle stelle. Tutto il suo mondo è in armonia, pacifico e silenzioso, ordinato quanto di classe, non si spreca un euro. Tutto perfetto, tranne i nuovi vicini, Laura (Valentina Lodovini) e Fulvio (Vinicio Marchioni). 

Laura e Fulvio sono lì da poco e non è ancora chiaro che lavoro facciano per vivere, ma sono di sicuro persone rumorose e moleste. Con la musica alta a tutte le ore si accoppiano animalescamente nella loro camera da letto che la sfortuna vuole che si trovi esattamente sopra la camera da letto di Giulio e Federica, urlando di piacere come dei dannati. Pare il terremoto o una zona di guerra. E se poi,  per la paura di svegliarsi di notte sentendo rumori e urla, la loro bambina avesse dei traumi? Giulio non li regge questi vicini e non regge in special modo Fulvio, che quando si trovano insieme in ascensore “lo tocca”, prima gli sorride e poi lo abbraccia. Ma perché quel tizio lo abbraccia sempre? 

Un giorno Giulio rincasa e trova Federica con un vestito e un tappeto nuovo, dello stesso colore. “Si diceva di risparmiare” e la moglie compra tappeti e vestiti in abbinato, ma quello non è il peggio. Il peggio è che Federica ha deciso di invitare quella sera per cenare sotto le stelle i vicini di casa molesti, per parlarci e conoscerli un po’ mentre la loro bimba è dai nonni. Giulio è molto contrariato all’idea, specie quando scopre che oltre al vestito e al tappeto la moglie ha comprato pure un prosciuttone spagnolo “Patanegra”, che subito cerca di mettere al sicuro. Ma gli ospiti arrivano troppo presto, portando in dono un piatto afrodisiaco cucinato dalla bella e prorompente Laura, che in breve abbassa tutte le tensioni iniziali della serata. Laura è una psicologa, Fulvio un vigile del fuoco e a parlarci sembrano brave persone, qualcuno con cui a metà serata scatenarsi con qualche ballo country. La discussione passa presto però al nuovo tappeto, che i vicini trovano sarebbe molto comodo per farci sopra l’amore. Loro l’amore lo fanno ovunque, a tutte le ore, hanno pure un letto rotondo girevole che è comodissimo, da provare! Giulio prende la palla al balzo per chiedergli di farlo in modo meno rumoroso, magari senza urlare alle quattro di notte. Laura gli risponde che in genere non è lei a urlare ma una sua amica, perché sono soliti fare sesso con tre, massimo otto persone. Può capitare anche in dieci, ma solo se ci sono in ballo dei compleanni. Lo fanno in genere nella camera da letto sopra di loro e ora che hanno conosciuto Giulio e Federica potrebbero farlo anche in 12, perché no? In fondo c’è una bella chimica questa sera e anche se Fulvio continua a toccare Giulio con abbracci e pacche sulle spalle, che lui non sopporta, chissà… Il clima inizia a scaldarsi sempre di più con la conoscenza e a fine serata potrebbe forse seguire un dopo serata rovente, ma qualcosa interferisce con quei piani. Perché Giulio e Fede in realtà si toccano molto poco tra loro da troppo tempo. E l’idea di iniziare a toccare altre persone fa decisamente paura. 


Se mi promettono dal trailer un film con Vittoria Puccini e Valentina Lodovini che vogliono fare “una cosa a quattro” con Claudio Bisio e Vinicio Marchioni, la situazione si può fare intrigante. Intriga perché la Puccini e la Lodovini sono due attrici bellissime, che hanno già saputo giocare senza inibizioni con la propria sensualità… in pellicole guarda caso girate però sempre solo da registi tedeschi. Chissà perché in pellicole tedesche, poi. La Puccini era una baronessa sexy nel 2006 in un film sul periodo della principessa Sissi, Il destino di un principe di Robert Dornhelm. La Lodovini era un'operaia che diventava coraggiosamente attrice hard, nel 2007, in un film sugli anni '70 della liberazione sessuale, Pornorama, diretto da Marc Rothemund. La Lodovini e la Puccini, con la premessa del trailer, potevano farci assaporare, rigorosamente in versione 2.0 con la sensibilità del 2022, quell’immaginario da commedia italiana sexy anni ‘70 a base di ammiccamenti, tante docce e situazioni assurde in cui primeggiavano Edwige Fenech, Barbara Bouchet, o la “rossa” Dagmar Lassander. Intrigava anche Vinicio Marchioni, che quando è nel contesto giusto ha una “faccia da cinema” che ricorda tantissimo Tomas Millian, Angelo Infanti e Glauco Onorato, riportandoci anche lui in un attimo in una sala virtuale anni ‘70. Il pubblico odierno lo ha già visto bene in questo senso in un poliziottesco anni ‘70, ma versione 2.0, come Romanzo Criminale. Intrigava infine e soprattutto la presenza di Claudio Bisio, attore comico che a inizio carriera aveva numeri da cabaret dal titolo Quella vacca di  Nonna Papera, ma aveva pure realizzato dischi demenziali con Elio e le storie tese in cui si parlava di sesso ed è conosciuto per baciare con la lingua tutte le sue partner televisive (tra cui Vanessa Incontrada, che ricordiamo rimanendo in tema particolarmente sexy in un film con Luca Zingaretti, Tutte le donne della mia vita). Un comico all’avanguardia, cresciuto tra Dandini, Paolo Rossi, Zanzibar e approdato prestissimo alla corte di Gabriele Salvatores, in pellicole come il leggendario Kamikazen, ultima notte a Milano. Dal trailer di Vicini di Casa, per un attimo, ho pensato a film della commedia anni ‘70/80 come Zucchero, Miele e Peperoncino, quello in cui in un episodio il personaggio compassato e tranquillo di Pippo Franco veniva quasi convinto dalla moglie “di vedute più aperte”, interpretata da Dagmar Lassander, a stringere amicizia con una piccola comunità di nudisti capitanata da Glauco Onorato. Pur con gli imbarazzi del caso, tanti imbarazzi che finivano poi quasi in tragedia, in quel film si parlava tranquillamente di sesso e sessualità esplicita all’interno di una commedia, non dissimilmente che in Vedo Nudo di Dino Risi. Degli “aspetti piccanti della sessualità” ne hanno parlato Mastroianni e la Loren (Ieri, oggi e domani), Tognazzi (Cattivi Pensieri), Moretti (Bianca), Verdone (Stasera a casa di Alice), Manfredi (Questo e quello), Sordi (Quelle strane occasioni), Fellini (La dolcevita), Ferreri (Diario di un vizio), Antonioni (Al di là delle nuvole), le commedia anni '80 e '90, ma poi il cinema italiano negli anni ha smesso del tutto di parlare, anche solo con leggerezza, di sesso e sessualità. Con le ultime “provocazioni” a base di naked sushi che venivano dai cinepanettoni di Boldi e De Sica come Merry Christmas e un Sorrentino che oramai “solo” continua tutt’oggi con tenacia a non togliere una componente “sexy” dai sui film. La recente commedia ha provato a parlare di temi vicini al piccante con film come Pane e Burlesque, Come è bello far l’amore, Così fan tutte, ma con una timidezza tanto sconfortate da sembrare “colpevole”, come se fosse qualcosa ormai di impensabile al cinema. E allora ci speravo nel trailer di Vicini di Casa, che vedevo proprio come quell’episodio di Zucchero, Miele e Peperoncino in versione 2.0: con Bisio novello Pippo Franco, Vinicio Marchioni novello Glauco Onorato e la Lodovini e Puccini “novelle” Dagmar Lassander, tutti insieme ad affrontare con ironia la sessualità o per lo meno “a provarci”, con gli strumenti della commedia. Se il tono della commedia sexy anni ‘70 era “troppo”, come poteva risultare “eccessivo” un accostamento agli American Pie o alle commedie di Seth Rogen, si poteva andare verso la commedia allusiva francese, ossia il tipo di commedia che più importiamo e riadattiamo, guardando magari ai lavori di Bertrand Blier (Per sesso o per amore?) o Daniel Auteuil (Sogno di una notte di mezza età), consci del fatto che Bisio spesso oggi bene interpreta parti vicine ai ruoli di Daniel Auteuil o Christian Clavier o Kad Merad (Giù al nord, ma anche Just a Gigolo). Si poteva quindi sperare in una commedia sexy che potesse anche minimamente affrontare con il massimo garbo, sensibilità e tatto, con il massimo della classe e anche giusto un minimo accenno, un tema come lo scambio di coppia? No, non si può.


Chi dirige Vicini di Casa è Paolo Costella, regista di alcune commedie con Salemme, Biagio Izzo e Massimo Boldi ma anche (da molto più tempo) sceneggiatore, di recente premiato con lode per la sua ottima sceneggiatura di Perfetti Sconosciuti, che ha vinto nel 2016 il David di Donatello. Vicini di Casa nasce poi come remake di un film spagnolo tra i più timidi del paese di Bigas Luna e dei Matador, il castissimo Sentimental, del 2020, a sua volta nato in origine da una piece teatrale dello stesso regista Cesc Grey ugualmente castissima e timidissima. Un film candidato ai Goya per l’attore non protagonista, non poteva essere una commedia con Bombolo o un film con verdure erotomani alla Seth Rogen. Dalla visione di Vicini di Casa appare presto evidente che Costella voglia rimodulare Sentimental con pochissime variazioni, come una versione 2.0 di Perfetti Sconosciuti e niente più, senza entrare in qualsiasi modo “consentito o consentibile” nel 2022 dalle parti della commedia sexy. L’idea è un film molto parlato, ambientato in un unico spazio “teatrale”, in grado di giocare con il tema “piccante” unicamente in teoria, ma con la enorme differenza rispetto all’originale di avere dei personaggi molto più sessualizzati  e ammiccanti rispetto agli spagnoli. La Lodovini e Marchioni sembrano davvero la Fenech e Tomas Millian dei tempi d’oro, rispetto ai tranquillissimi e dimessi vicini di casa della pellicola spagnola. L’equivalente di Bisio è un attore più anziano e compassato e lo stesso vale per la Puccini. Dal casting italiano ci si aspettava un approccio più “energico” al tema e quando il personaggio di Bisio inizia a remare contro ogni evoluzione sexy della serata, da estimatori del comico è come se ci apparisse un fantasma, il fantasma dell’attore comico che interpretava proprio in Kamikazen di Gabriele Salvatores. In quel film Bisio interpretava Vincenzo Amato, un attore grossolano e insensibile che nel mondo del cabaret degli anni ‘80 faceva battutacce sessuali sulla sua compagna sovrappeso, finendo infine con il trovare successo ma perdendo per sempre l’amore. Vincenzo Amato finiva amato dal pubblico ma non dalla sua donna. Giulio, il maestro di musica interpretato da Bisio in Vicini di Casa, per contrappasso rispetto a Vincenzo (come se Vincenzo gli fosse apparso in sogno dicendogli: “non farlo! Non fare la mia fine!!!”), è praticamente sessuofobico, come sessuofobico è diventato il modo in cui si predilige fare cinema in Italia, cioè quanto si esprime al meglio nella commedia intimista/minimalista/borghese. Quella con in scena i problemi di coppia (e basta) e con interpreti Fabio Volo, Ambra Angiolini e una pianta grassa: il cosiddetto “dramma da tinello”. E quella terrazza tra il verde di Vicini di Casa, che di fatto è un attico di lusso, ricorda tantissimo la situazione del dramma da tinello, come Perfetti Sconosciuti era un riuscitissimo dramma da tinello con elementi thriller. Quindi che dramma da tinello sia, con al centro la crisi di coppia. Una coppia che davanti alla possibilità concreta di fare qualcosa che gli faccia pensare a qualcosa di diverso “del fatto che è in crisi” impazzisce, si chiude autoreferenzialmente a riccio e inizia a urlare in modo tremendo la sua “necessità di non affrontare i problemi” come nei film di Gabriele Muccino, ossia con la foga degli infetti in uno zombie movie. Quindi in Vicini di Casa c’è un “ammiccamento sexy” nell’atteggiamento dei personaggi, ma se guardate meglio vedrete la pianta grassa, Fabio Volo e Ambra Angiolini nel classico dramma da tinello. Il cinema può esprimere legittimamente la crisi da “coppia bloccata”, descrivere l’arenarsi nella quotidianità senza prospettive di una famiglia che passa sempre più poco tempo insieme, raccontare le sindromi di Peter Pan e tutti i tinelli del mondo, perché tutti i maledetti tinelli del mondo sono importanti. Vicini di Casa fa quello, come pellicola dichiara “io sto con i tinelli e non con la commediaccia sexy anni ‘70, perché quel mondo lì forse esisteva ma non c’è più e ricordarlo magari oggi mi fa un po’ male”. È una scelta e il film la persegue bene, con masochistica precisione, a partire dal personaggio della psicologa Laura, interpretato da una bellissima Lodovini che qui quasi diventa un personaggio da film horror. Laura ride e scherza, comprende e ascolta ma lancia di colpo della autentiche stilettate morali/mortali su come dovrebbe evolversi oggi un rapporto di coppia in crisi. Mette quasi paura il modo repentino in cui passa dall’essere un personaggio trasgressivo a essere uno scienziato dei sentimenti e l’attrice riesce a rendere molto interessante questo passaggio. Molti dialoghi del film sono anche divertenti, laddove gli attori maschi hanno trovato una buona intesa e tra loro funzionano, tra “irritate” pacche sulle spalle e confronti a cuore aperto che si chiudono con abbracci. La Puccini dà corpo a un personaggio sensuale quanto fragile, molto umano e nella cui voglia di “contatto” molte persone troveranno facile immedesimarsi. Vicini  di casa tecnicamente è un prodotto ben fatto. Manca un po’ di bilanciamento nelle sue parti e l’attesa per il “lo famo strano” (per dirla alla Verdone), che nei primi minuti è pure stuzzicante, viene drammaticamente disattesa in un secondo tempo che non è (e non vuole con tutte le forze essere) abbastanza di impatto, preferendo troncare piuttosto che sviluppare o anche solo sognare “una trasgressione”. Niente giocosità, niente burle o ammiccamenti. Niente sesso, siamo Italiani del 2022. E anche questa volta “lo famo strano” la prossima volta. 

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sabato 3 dicembre 2022

Mindemic: la nostra recensione del piccolo ma interessantissimo thriller psicologico scritto e diretto da Giovanni Basso, con protagonista uno straordinario Giorgio Colangeli

 


Italia, giorni nostri. Il regista cinematografico settantenne  Nino (Giorgio Colangeli) vive chiuso e recluso nella palazzina dove abita da sempre, per lo più guardando la tv e cucinando da solo. I pochi contatti con l’esterno avvengono con il telefono o con il pc e da quando Angela (Rosanna Gentili) non c’è più lui non esce proprio più di casa, come se il mondo oltre la porta non esistesse, come se lui stesso per gli altri non esistesse. Anche il suo lavoro è ormai fermo, nell’attesa perenne di qualcuno che si ricordi di lui e gli commissioni una nuova pellicola, ma Nino non demorde, si muove mezzo nudo per casa carico di energia, cantando, fiducioso che qualcosa possa cambiare. L’occasione buona arriva. Arriva con una strana telefonata del suo amico produttore Fredo (Claudio Alfredo Alfonsi). Gli propone di portargli un progetto, un “qualsiasi progetto” purché sia pronto a breve, perché ha trovato dei finanziatori che vogliono investire e partire subito. Carta bianca e nessun vincolo di spesa, basta che li stupisca. Nino sogna: potrebbe scrivere magari un western come ha sempre sognato, potrebbe finalmente avere l’opportunità di creare l’opera per cui sarà ricordato. Nino raccoglie al volo la sfida di Fredo con entusiasmo e sfodera la sua amata macchina da scrivere, la tira a lucido e si mette al lavoro, anche se il tempo concesso è davvero troppo esiguo e l’incarico presto assumerà probabilmente l’aspetto di una vera corsa contro il tempo. Nino cerca di coinvolgere nei lavori attori e amici, ma senza risultato. Nino si sente solo. La sua agente, che per anni non si è fatta sentire, ora lo tampina perché vuole essere maggiormente coinvolta nel contratto e Nino è ancora al palo, i giorni passano e non ha ancora scritto nulla. Così l’entusiasmo si mischia presto con la paura e infine con la paranoia. Se solo ci fosse ancora Angela al suo fianco a ispirarlo. Uno strano incontro, reale o forse sognato, e Angela riappare nella sua vita per un istante. È la scintilla e Nino inizia a scrivere la bozza di un film di guerra, che presto gli viene “dettata” da una versione di se stesso in uniforme militare, che si materializza nel suo soggiorno. Chi sarà davvero questa apparizione e cosa vorrà da lui? 


Il film è girato in un piccolo appartamentino con la telecamera di un cellulare o durante videochiamate al pc registrate senza tagli di montaggio. È ispirato per molti aspetti visivi, narrativi e sonori a Dillinger è morto di  Marco Ferreri, con la particolarissima colonna sonora con brani ad opera del compositore Teo Uselli, realizzati nel 1968 per il film La rivoluzione sessuale di Riccardo Ghione. Tra momenti onirici, depressione, thriller ed euforia creativa, l’opera di Basso è una vera sorpresa, inaspettata quanto gradita in un momento in cui il cinema italiano è un po’ avaro di opere così sperimentali. È un film che ci riporta emotivamente al periodo della pandemia, in cui tutti vivevamo isolati nelle nostre case, avendo conversazioni a distanza e lavorando a progetti che non eravamo sicuri di riuscire a ultimare. È un film sul potere dell’arte (e dello scrittore) di modellare la realtà che ci circonda per offrirci una via di fuga, quanto specularmente un film sulla difficoltà sotto stress di distinguere reale da immaginario. È un film sul linguaggio del cinema e sulla voglia di fare del cinema che lo interpreti nel modo più duttile, attraversando i generi in modo trasversale e permettendo allo spettatore di giocarci, trovare una sua personale lettura dell’opera. C’è quindi nel lavoro di Basso un omaggio al Ferreri più criptico e audace (Ferreri era sempre criptico e audace), ma anche un po’ del “mattino ha l’oro in bocca” dello Shining di Kubrick. C’è una realtà/finzione “plasmata dalla carta e dai fantasmi” come in Barton Fink dei Coen e c’è una punta malinconica che lo avvicina al mai troppo celebrato Una pure formalità di Tornatore, ma il bello risiede proprio nel modo in cui Basso riesce a giocare con la pirandelliana “inconoscibilità del reale”, spargendo a strati indizi e suggestioni narrative, anche forti e fuorvianti, che fanno di Mindemic un’opera complessa, stimolante. Un’opera che si muove quasi unicamente grazie alla presenza scenica di un attore, Giorgio Colangeli, protagonista (quasi) unico e mattatore della pellicola. Colangeli si mette a nudo, si sdoppia e si triplica, diventa vittima, carnefice e spettatore degli eventi, autore e personaggio. Grazie al grande talento e generosità espressiva di Colangeli, Nino è un rebus che si svela nel tempo, in modi imprevisti quanto titanici, tenendoci inchiodati alla sua storia con partecipazione e una punta di timore dalla prima all’ultima scena.

Girato in modo sobrio ed essenziale, con una narrazione veloce e ricca di suggestioni e un ottimo interprete, Mindemic è un film interessante quanto originale che per una novantina di minuti riesce a trasportarci in uno sfaccettato quanto intrigante labirinto emotivo. Giovanni Basso ha molto stile e conferma ancora una volta che, quando ci sono alla base delle idee interessanti, si possono produrre anche in Italia e a costi contenuti pellicole “di genere” originali e affascinanti. 

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lunedì 28 novembre 2022

Pay the Ghost: la nostra recensione di un piccolo e sfizioso horror con protagonista Nicolas Cage


The Walking Dead, una delle serie tv di maggiore successo degli ultimi anni, che ha saputo traghettare al genere horror moltissimi fan della tv più generalista. In The Walking Dead ci sono i morti viventi, ma non sono loro a fare paura per davvero. Certo, se non hai mai visto gli zombie ti fanno impressione: la carnagione marcia e contorta, il passo strano sbilenco e a scatti, il numero soverchiante in grado di mettere all’angolo anche il più coriaceo dei sopravvissuti. Poi però inizi a guardare le prime puntate e ti accorgi che la cosa più spaventosa è un’altra: solo le relazioni umane che si deteriorano il vero incubo. Persone che sembrano il tuo vicino di casa più gentile, con cui hai avuto delle discussioni sensate e amorevoli fino alla sera prima, in tre puntate sbroccano e iniziano a essere petulanti, poi odiose, poi leggermente incoerenti, infine pazze squinternate. Gli zombie sono poca cosa a confronto, poco più di una siepe da tagliare periodicamente. Quando uno dei protagonisti inizia invece a sparare agli altri sopravvissuti perché ha le palle girate, in genere la trama “crea degli anticorpi” e fa in modo che il personaggio entro altre due o tre puntate faccia una brutta fine, per mano degli zombie o dei sopravvissuti a seconda dei casi. Ma ci sono le eccezioni, come la moglie del protagonista Rick. La moglie di Rick sbrocca ma non viene eliminata in tre puntate, diventando ogni minuto che passa una creatura sempre più insostenibile nelle richieste e lamentele. Una donna del genere che vuole ogni sabato andare fisso da Ikea, per capirci. Una che ti ricorda ogni sei minuti che devi portare fuori la spazzatura. Una che deve chiedere ogni istante al povero marito/Rick che fine ha fatto il figlio “Carl”, un amabile pargolo che con una madre così, nonostante la giovane età, non può che diventare in brevissimo un pazzo psicopatico. Cosa che poi più o meno in effetti accade.  E quindi la moglie è tutta un: “Dov’è Carl?”, “Perché Carl non c’è?”, “Tesoro, hai visto Carl??!!”, “Ma la pistola la sta usando Carl?”. Ogni  volta è peggio, ogni volta Carl fa sempre cose più da pazzo e la moglie di Rick mette una paura maledetta al marito, come fosse tutta colpa sua, dalla spazzatura non messa fuori all'apocalisse zombie. Ma perché non se lo cerca lei, questo benedetto Carl? Ma cosa ha da fare per non cercarselo lei, quel piccolo mostro?  La moglie di Rick è interpretata da Sarah Wayne Callies, una attrice che ha saputo infondere in lei secoli e secoli di odio per i mariti inadeguati e tutta la paranoia più nefasta delle mamme protettive. Quel personaggio faceva davvero paura. Nel 2015 il nostro Nicolas Cage non poteva farsi scappare l’occasione di cimentasi di nuovo con l’horror, un genere che da sempre gli ha offerto dei ruoli molto stuzzicanti. Sceglie così di puntare in alto, al più terribile dei mostri moderni: la moglie di Rick. Certo, in questo film c’è una New York piena di fantasmi alla Ghostbusters, ci sono i “bambini morti” alla Sinister, c’è una strega celtica DOP che ci ricorda più volte da dove nasce il vero Halloween con tutti i suoi riti, balli e specialità enogastronomiche ufficiali, lamentandosi che halloween oggi è solo una festa commerciale borghese ecc. ecc. Ma il vero mostro è lei, Sarah Wayne Callies, che qui interpreta Kristen, la moglie passivo aggressiva e petulante di un povero insegnante di letteratura di nome Mike, con il volto, l’aria dimessa e lo sguardo perso del nostro Cage. Cage che tra le altre cose è in qualche modo “esperto” in personaggi miti a cui per esigenze di trama “portano via un figlio”: con già la faccia disperata giusta nel curriculum, dal capello spettinato alle occhiaie infinite. Cage è adeguatissimo all’ingrato ruolo, che peraltro ha già sperimentatosi pure nelle “varianti” in cui la polizia non vuole aiutarlo nella ricerca (Stolen) o in circostanze in cui  il rapimento ha a che fare con strani fenomeni paranormali (Segnali dal futuro). Ma Cage, non era proprio preparato alla Wayne Callies, a tutto l’amore distorto che la sua mamma paranoica riversa h24 sul figlio Charlie (Jack Fulton), come a tutta la rabbia repressa che lei h24 esprime per l’inadeguatezza maschile a tutte le funzioni di accudimento dei figli. E quindi assistiamo sgomenti a come la Callies da “madre perfetta” sia amorevolissima con Charlie, si occupi quasi interamente da sola della sua istruzione e accudimento, scelga per lui dei bellissimi vestiti da pirata per Halloween coordinati con i suoi e gli tenga sempre la mano, lo affoghi di coccole. Poi arriva “quel bastardo di Mike”: sfigato professorino dall’aria dimessa che legge Goethe, fa tardi al lavoro cercando di racimolare una promozione che non avrà mai e soprattutto “le perde il figlio”. La Callies glielo affida per la sfilata di Halloween per... quanto? Sei minuti? Cinque? E Mike, l’inadeguato Mike con quel suo vestito da cowboy da rodeo che neanche si abbina al costume del figlio, porta Charlie/Carl dal gelataio che sta a quindici, massimo venti metri da casa, gli molla la mano per pagare il cono gelato con la granella color arcobaleno e… non lo trova più!! Perso!!! Per sempre! Certo c’è di mezzo il paranormale, la strega, i bambini morti e i cieli alla Ghostbusters, i riti celtici originali DOP, uno strano circolo di homeless ciechi che sorvegliano dei confini paranormali con l’aldilà tra cui figura un fighissimo Stephen McHattie (un caratterista da sogno). Ma chi glielo dice alla Catties?? Credetemi, la strega celtica volante non avrebbe avuto le palle per rubare Charlie dalle mani della madre. Sarebbe finita malissimo. Ma il povero Mike? Mike è la vittima sacrificale di questa donna terribile e ora deve avere a che fare con un’altra strega e patisce. Diventa sempre più curvo su se stesso, sempre più solo e pazzo. Ci viene detto che dopo un anno dal rapimento non dorme più con la moglie da mesi. Si sono lasciati ma lei evidentemente lo comanda a distanza con i suoi poteri persuasivi e ha deciso che l’ex marito può vivere solo in funzione di trovare il figlio, di fatto trasferendosi nella stazione di polizia locale dove ogni giorno assilla i detective, che un po’ comprendono e un po’ non ne possono più, di tutte le più pazze teorie cospirative e fantasy su dove sia finito il figlio. A Mike passa davanti pure una assistente universitaria disponibilissima, giovane e super gnocca interpretata da Veronica Ferres, ma lui non può permettersi manco di guardarla perché c’ha sempre gli occhi della moglie che lo scrutano a distanza e gli urlano: “Dove è finito Charlie/Carl??”, “Non sai neanche andare a prendere un gelato a venti metri da casa che ti perdi il figlio che io ho partorito nel dolore??”, “Ma quanto era brutto e non in abbinato il tuo vestito da cowboy da rodeo? Dovevi perdere tuo figlio vestito tanto da pirla, quella notte??”. Mike deve andare avanti nella ricerca, con la lucidità appannata il giusto per seguire la pista paranormale che il film gli offre: stare dietro agli spostamenti di alcuni condor in brutta computer grafica che solcano misteriosamente i cieli di New York e indagare su una frase che spunta fuori in tutte le indagini di scomparse misteriose di bambini newyorkesi degli ultimi anni: “Paga il fantasma”. Troverà Cage il povero Charlie o la moglie lo ucciderà prima per la sua inadeguatezza paterna? Potrà “pagare il fantasma” perché almeno gli porti via la moglie? 


Il tedesco Uli Edel, regista a inizio '80 di Christiane F.: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, nei '90 di Body of Evidence con Madonna, nei 2000 di La banda Baader Meinhof e nell’ultimo decennio della mini serie tv su Houdini con Adrien Brody, nel 2015 adatta per lo schermo una novella di Tim Lebbon, amatissimo autore di libri legati ai brand di 30 giorni di notte, Hellboy, Alien, Star Wars, Firefly. È un racconto semplice, dritto, piuttosto derivativo e se vogliamo ispirato al “trend” delle entità fantasmatiche femminili che hanno radici nel J-horror più “ringhiano” (già “convertite” alla sensibilità occidentale da pellicole come Mama/La madre, di Muschietti e da molto cinema di Del Toro). Un racconto che trova una dimensione visiva favolistica nella fotografia dai colori attenuati di Sharone Meir, che già si era fatto notare per Whiplash e dopo Pay the Ghost andrà non a caso alla fotografia di The ring 3/ Rings nel 2017. La colonna sonora, elemento sempre importate in un horror, è a firma Joseph Lo Duca, autore delle musiche dei film di Bambola assassina (fin dal primo capitolo e adesso nella nuova serie tv) e da sempre legato alle produzioni Raimi/Tapert, dai tempi di Hercules e Xena, passando per Spartacus e arrivando ad Ash vs the evil dead. Le invenzioni visive sono spesso interessanti e nella pellicola a un certo punto, in un momento onirico, ritroviamo pure una sinistra anticipazione del nostro futuro “pandemico” quando dalle fiamme si fa largo un famigeratissimo monopattino. La Callies come madre addolorata mette davvero paura più di ogni mostro realizzato con gli effetti speciali. È di fatto con la interpretazione convincente, unita a una buona chimica che riesce a instaurare con il personaggio di Cage che eleva il  film oltre una eccessiva convenzionalità. Molto ben realizzate le sequenze ambientate durante Halloween, i momenti in cui i fantasmi si nascondono nella fauna urbana. Il ritmo generale è un po’ lento ma ci permette di perlustrare in lungo e in largo il luogo del rapimento, una New York perennemente tra il tramonto e l’alba. Lo sfizioso accompagnamento sonoro di Joseph Lo Duca aiuta molto nelle scene di stampo più investigativo e non carica troppo nei jumpscare. È un film più malinconico che horror, più favolistico che thriller. 

Pay the ghost dove “non arriva” con la sceneggiatura compensa ampiamente sul piano visivo e la pellicola alla fine scorre e diverte, seppure qualche volta prosegua a singhiozzo, tra scene alla Mama e altre alla The Ring che forse non trovano una sintesi autonoma. Quasi esilarante, per quanto surreale, la parte della pellicola dedicata alla festa della proloco filo-celtica, con tutta la storia della rivendicazione del vero Halloween, i costumi tradizionali, i dolci tipici. Cage cavalca con classe la follia del film, rimanendo fedele al suo insegnante sognatore che cita Goethe e Shakespeare, crede ai mostri e di notte si addormenta nella grande biblioteca del college, con la testa sui libri di folklore popolare. Si spera davvero che riesce a ritrovare il figlio rapito dalla strega. Anche perché se no chi lo salverà dall’altra strega che ha a casa? 

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sabato 26 novembre 2022

Diabolik - Ginko all’attacco!: il nuovo film dei Manetti Bros ispirato al celebre numero 16 della collana dedicata al personaggio delle sorelle Giussani, in uscita per la celebrazione dei 60 anni del fumetto.

Prima della visione ci viene da pensare al film dell’anno scorso, alla super esposizione mediatica che ancora oggi per il sessantesimo gode giustamente il personaggio delle sorelle Giussani e a tutto il potenziale filmico che per anni poteva regalare al nostro cinema “di genere” un anti-eroe come Diabolik. C’era stato un primo “vagito” con il super-camp film di Bava, seguito dalla parodia di Johnny Dorelli Dorellik, ma poi tutto è finito, rimasto inespresso, nei meandri produttivi e in un’idea di “cinema italiano” che negli anni si è fatto sempre più  “minimal”, da commedia intimista familiare tipica a tre: Fabio Volo, Ambra Angiolini e una pianta grassa, con ambientazione borghesuccia in un appartamento della Garbatella. Un cinema che si è come sempre più vergognato di “essere di genere”. Ci mancano sempre più i ruggenti e scorretti anni sessanta di Milano a Mano Armata, Sartana non perdona e di Non si sevizia un paperino. Ci basta vedere in una scena di Orlando, del 2022,  di Vicari, un Michele Placido che indossa un berretto colorato alla Thomas Millian/Giraldi per sognare pure oggi, al di là di ogni senso del reale, un nuovo Squadra antifurto. La trasgressiva cattiveria di un eroe anticonformista come Diabolik riesce però ancora oggi a esprimere su carta quei ruggenti anni '70. In mano alle “persone giuste” del cinema quel mito, ancora oggi, può riecheggiare, come ci ha confermato la pellicola su Diabolik di poco tempo fa, a firma dei fratelli Manetti, prodotta da Rai e Mompracem. Ci era piaciuto molto quel Luca Marinelli che dopo lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Ribot si cimentava nei panni del silenzioso Diabolik. L’attore romano si era distinto per l’interessante lavoro che aveva fatto per conferirgli una voce “neutra ma duttile”, per le sue movenze rigide e scattose. Per la freddezza, ma pure lo sguardo quasi fanciullesco che rivelava quando svelava la sua identità a Eva Kant, togliendosi la maschera/protezione/“coperta di Linus” ed elaborando l’etica di considerare tutto il mondo, ma non la propria amata, come “il nemico”. Un mondo/nemico da uccidere se necessario e tramortire se possibile ma comunque un nemico, da osservare con gli occhi del leone che guarda una gazzella. Gli stessi occhi di ghiaccio “dai quali scrutare la profondità degli abissi” che Diabolik non a caso condivideva con Eva Kant. Ci eravamo innamorati di conseguenza degli occhi dell’Eva Kant di Miriam Leone subito, come un colpo di fulmine, stregati dallo sguardo ma pure dal suo sorriso, dalle forme e movenze aggraziatamente giunoniche, rimanendone psicologicamente affascianti della “doppiezza”: dal suo essere consapevolmente, contemporaneamente (anche più di Diabolik) “angelo e diavolo”, regale e di umili origini, timida all’apparenza quanto “di ghiaccio” nei fatti. Ci erano piaciute la malinconia e la calma estrema, quasi da bomba inesplosa, del commissario Ginko, un eroe perdente in quanto ingranaggio di una società tentennante ma pieno di valori, a cui Valerio Mastrandrea donava incredibile umanità e tormento. Se poteva esserci un brano perfetto per descrivere in musica il personaggio di Diabolik, quello è stato di sicuro il duro ma sognante La profondità degli abissi di Manuel Agnelli, il pezzo rock dei titoli di testa della pellicola, manifesto del cuore di tenebra che pervade il personaggio, senza forse che lo stesso ne comprenda limiti e implicazioni. La regia dei Manetti, faceva largo uso delle tecniche di ripresa dei loro (e nostri) animati polizieschi, tra inseguimenti a sirene spianate e cambi di scena “a schiaffo” dopo le sparatorie, con un particolare amore per i paesaggi urbani desolati di provincia. Si creava poi un tempo sospeso attraverso un montaggio dilatato e “rallentato”, dove magicamente con pochi ritocchi grafici le città italiane odierne si trasformavano in una Clerville anni ‘60/‘70 e dove servendosi di trucco e recitazione consciamente sopra le righe, “ampollosamente provinciale”, i Manetti sapevano descrivere e dava voce a un piccolo universo lombrosianamente anni ‘70, che coinvolgeva tanto la caratterizzazione dei personaggi del ceti più alti quanto i “buffi ma umani” poliziotti e gente comune. Dettagli gustosi e coerentemente rivolti a ricreare un mondo narrativo preciso e fedele alle atmosfere delle nuvole parlanti originarie, senza cercare quasi mai di adattare “oltre l’opera” per “trasformarla in cinema”, seguendo lo spirito integralista (da molti non amato) di Sin City di Rodriguez/Miller, fino a cavalcare all’estremo il peculiare linguaggio a vignette delle Giussani, tavola per tavola, nella propria  “ingenuità e freschezza”, dalla staticità delle vignette/inquadrature “ferme” laddove era racchiuso in origine un lungo testo di dialogo, al suono onomatopeico inconfondibile dei coltelli che squarciava la tavola a metà, passando agli effetti speciali impossibili delle strade che dal nulla nascondevano trampolini e molle, più simili alle illustrazioni umoristiche della settimana enigmistica che a dei congegni realistici di un Batman: con quei pietroni che alzavano le  carrucole che facevano accedere ai nascondigli segreti del ladro. Il lavoro dei Manetti  faceva anche di necessità virtù un budget non paragonabile a un film di Nolan, scegliendo al posto del realismo prospettive gustose come il “weird” e il “camp”, che hanno reso così sincero quanto non realistico, ultra-fedele quanto originale, quel numero 3 della serie originale a fumetti di Diabolik che era base della pellicola. Anche nei suoi momenti più “horror”, come la stanza delle teste/maschere scoperta dalla “finta moglie”, anche dove possiamo sognare che il nostro eroe possa parlare con la sua amata solo con gli occhi, seguendo il codice morse, per ore e ore, durante la scena del tribunale. Poi il numero 3 cosi interessante riprodotto finiva “come trama singola”, strutturalmente, con ultimata la sua trasposizione esatta in scala 1 a 1, ma il film no. Non poteva finire perché eravamo ancora sui 70 minuti scarsi. I Manetti rintuzzavano la trama fondendola così con un secondo episodio, proveniente drammaticamente da un’epoca e autori diversi, un’epoca meno “sovversiva” e scoppiettante anche per “ragioni anagrafiche di censura sopravvenuta” in tempi più moderni/mosci. Questo racconto risultava legato malino, un po’ appiccicaticcio, molto lontano dal grande fascino misto a follie della prima parte del film. Ma era pure un episodio drammaticamente bruttino, troppo parlato e statico, noiosissimo salvo un veloce guizzo finale che risvegliava la sala del cinema da un legittimo sonnellino, quel tanto che bastava per esprimere anche solo “ginnicamente” le abilità del personaggio per un’ultima volta e ascoltare la bella canzone di coda sempre a firma Manuel Agnelli. Quindi alla fine della visone l’idea era che Diabolik si poteva fare e bene “così come era a fumetti”, anche oggi, se si seguivano soprattuto le fonti giuste. Ed è stato confortevole constatare fin dalle prime indiscrezioni che il secondo film sarebbe stato tratto da un altro bellissimo albo a fumetti, il numero 16, scritto ancora negli anni “caldi”, dal titolo “Ginko all’attacco”. Un numero che al cinema avrebbero “allungato”, con elementi che sarebbero poi tornati nella terza pellicola, ma senza lo “stacco netto” narrativo di cui pativa il primo film (con tanto di lunga dissolvenza di nero che aveva spinto qualcuno ad abbandonare la sala). Ma partita la produzione della pellicola numero 2 ecco che è arrivato pure uno sfigatissimo smacco: niente Luca Marinelli per motivi ancora nebulosi (la Storia ce li racconterà...), ma pure per pregressi impegni all’estero, tra il progetto The Old Guard e il film, attesissimo, le Otto Montagne, che lo vedrà a breve a fianco di Alessandro Borghi. Quindi è arrivata la necessità di cambiare il volto a Diabolik, scegliendo quasi all’ultimo minuto un attore di Grey’s Anatomy, l’italoamericano Giacomo Giannoni. Un attore dal fisico parecchio più imponente di Marinelli, troppo, quasi un wrestler, “massiccio”nquanto davvero inquietante nei momenti in cui vuole apparire minaccioso, riuscendo a non sfigurare davanti ad un orco dell’horror slasher come Michael Mayers. Ma torniamo alla sala prima della visione del film, dove già dai trailer siamo certi che al calare delle luci vedremo la Eva Kant della Leone confrontarsi sulla scena con una Altea, la baronessa straniera amata da Ginko, interpretata da un’altra grande donna del cinema italiano: Monica Bellucci, per l’occasione con lenti a contatto azzurre. Confidiamo (e saremo smentiti) che la trama si faccia più sexy (memori delle scene della Leone in sottoveste trasparente del film precedente, che qui non rivedremo), evocando magari uno scontro “sognante”, da cat fight alla Pam Grier in piena blackspoitation ‘70 (ma saremo nuovamente delusi). Poi partono i titoli di testa e arrivano i titoli di coda. Ci riprendiamo. 


La storia risulta molto fedele al fumetto, anche sul lato “weird/camp” e funziona effettivamente molto meglio che nella prima pellicola, è più omogenea. Da sogno le super poliziotte, ballerine ed esperte di judo, dello spettacolo Smeraldo (che sembra un tenero e nostalgico teatrino di avanspettacolo di spettacoli sexy-oratoriali stile La Bustarella, con tanto di un presentatore che fa battute oggi “politicamente con corrette” con lo stile di Ettore Andenna), che aprono le danze in pura expoitation. Sgambettano coperte di gioielli nel balletto che accompagna la bella e “bondiana” nuova canzone di Deodato per poi con la loro avvenenza dare voce al gustosissimo e “pierinesco” cameo di Andrea Roncato. Poi scompaiono e ci accorgiamo con dolore di quanto Giannoni sia terrificante. Terrificante in “modo buono”, quando si dimostra fisicamente imponente e sinistro come anticipato. Subito il “weird factor” schizza quando ci rendiamo conto che un “armadio” come lui, possente anche solo per le chiappe marmoree enormi, per le leggi della fisica quanto per le taglie della sartoria, non potrebbe mai camuffarsi realisticamente da altre persone (perché Diabolik questo fa spesso… si camuffa con maschere e vestiti altrui per nascondersi e compiere i furti), a meno che non siano wrestler come Brock Lesner. Ovviamente i Manetti lo fanno camuffare proprio da personaggi così  mingherlini che rendono il tutto più surreale ancora, ma in questa follia fanno benissimo!! Purché tutti gli altri attori chiamati a impersonare Diabolik quando lui “si finge qualcuno di diverso” recitano meglio!!! Il problema vero è che Giannoni è davvero molto, molto più terrificante quando provano a renderlo espressivo, facendolo interagire con gli altri attori. Il viso e un blocco di granito perfettamente circolare con dipinti due occhi blu e l’attaccatura dei capelli a V che pare uscire da South Park. Miriam Leone compie degli sforzi pazzeschi per provare a renderlo “quasi umano”, come quelle ballerine di Ballando con le stelle che piroettano intorno a vecchie star ottuagenarie fino a dare l’impressione, per moto ondulatorio, che pure l’ottuagenario, in realtà fermo come un tronco, sappia ballare. È un’impresa disperata quanto amabilmente surreale, che solo una attrice bellissima come la Leone riesce portare in porto calamitando tutti gli occhi su di sé e non sul “mascherone alla South Park”, giocando su seduzione (e l’aiuto dalla regia di abili controcampi volti a inquadrare il volto di Giannoni davvero il meno sindacalmente possibile). Invece risulta un artificio “weird e camp” geniale implementare il modo di parlare tutto particolare e sensuale di Monica Bellucci con un accento asburgico a caso, conferendole un fascino simile all’italo/francese che Corinne Clery sfoggiava in Yuppies a fianco di Ezio Greggio. Con Mastrandrea che in quelle scene è pure lui un po’ Ezio Greggio, cosa che non è per forza un male, al netto però del fatto che l’attore romano nel resto delle scene tiene da solo con tenacia tutta la baracca. Ginko è protagonista fin dal titolo del film e non a caso. La trama è creata per metterlo sempre più a risalto per doti di comando e professionalità, e per contrasto confermare quanto il resto della polizia di Clereville sia formata poco più che da “buffi minions”, quanto i carabinieri della serie tv di Don Matteo. Ginko si arrabbia e dispera ed è veramente solo contro il mondo, ma sa essere geniale, titanico nel modo in cui prova a gestire la partita contro Eva e Diabolik giocando al meglio le sue carte pur conscio che siano “truccate”, come le carte che può giocare il parimenti stoico Zenigata contro Lupin III. Ci si affeziona a Ginko che promette di chiedere la mano alla baronessa solo quando avrà sconfitto Diabolik, e per questo motivo sta sempre lontano dalla Bellucci a cadere pensosamente e disperatamente in un vicolo cieco dopo l’altro, spesso per incapacità manifesta dei sui “minions”, qualche volta per l’ego di superiori che dall’alto pretendono senza mettersi mai in gioco. Ginko: uno di noi. Restiamo invece in “tema cartone animato Lupin III” per le fenomenali musiche della soundtrack, dall’animo prog rock più spinto del primo capitolo, composte da Aldo e Pivio De Scalzi, che citano pure i “flauti da spy movie” della colonna sonora originale di un altro classico cartone animato giapponese: Daitarn III. A livello acustico il film è una bomba dall’inizio alla fine, pure con richiami ai Goblin. Non da meno risultano buone le scene d’azione, realizzate con lo stesso stile “fantasioso” della prima pellicola, con meccanismi weird alla Austin Powers (o da Bond dell’era Moore/ giocattoli Mattel del Big Jim) ma con classe, in uno stile preciso che ricalca al meglio le scelte visive del fumetto. Buone, molto buone le scene più “horror”, tanto per la fisicità di Giannoni quanto per il favoloso sguardo gelido che sa sfoggiare la Leone (chissà se la noteranno per questo talento e presto non la vedremo pure in Blumhouse..). 


Tirando le somme, Diabolik: Ginko all’attacco! offre una buona evoluzione narrativa della pellicola del 2019. Buona la colonna sonora di Aldo e Pivio De Scalzi, buona la canzone “bondiana” di Deodato, più fluida e unitaria la trama, molto brava la Leone come Mastrandrea. Terrificante, sia in senso buono che cattivo, Giannoni, che sapientemente i Manetti gestiscono sfoggiandolo come Diabolik/fisico per le scene più ginniche e muscolari per poi far interpretare il Diabolik/parlante “con la faccia di qualche altro attore”, appena il classico gioco narrativo delle maschere lo permette. Weird e Camp a manetta per l’accento asburgico della Bellucci, il cameo pierinesco di Roncato, le star del balletto Smeraldo come per tutte le scene “fantasy” fatte di carrucole, pupazzi, trappole misteriose e rocce che nascondono nascondigli come un playset di Big Jim del 1979. L’ambientazione pesantemente calata negli anni ‘60 e ‘70, tra telefoni a gettoni e tecnologia ultra-vintage, parrucconi e auto d’epoca, alimenta a dismisura l’effetto amarcord per chi aveva tra le mani i fumetti delle Giussani da cui la pellicola è tratta al momento della loro pubblicazione in edicola. La via dell’assurdo è per noi la via giusta e il Diabolik dei Manetti la percorre deciso sulla sua Jaguar E a fianco di una bellissima Miriam Leone. Lasciate ogni speranza voi che vi aspettate il Batman di Nolan, qui, di nuovo, non lo troverete. Chi come noi ama la follia degli anni 60/70 tra Bava e la Bat-Dance, passando tra il Monnezza e la commedia sexy, in questo mar ci sguazza felice e tra il dolce naufragare è subito sera.  In attesa del numero tre. 

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giovedì 24 novembre 2022

Franco Battiato - la voce del padrone: la nostra recensione del documentario di Marco Spagnoli, in sala dal 28 novembre al 4 dicembre

C’era una volta Franco Battiato. Per qualcuno è stato uno dei musicisti più influenti del ‘900, per qualcuno un uomo che viveva sulle pendici di un vulcano per ascoltare ogni giorno il “suono del mondo”. Per qualcuno aveva un modo di guardare la natura e il mondo simile a San Francesco, per qualcuno era un uomo che attraverso l’arte faceva apparire semplici i concetti complicati, per qualcuno era un “alieno”, per qualcuno un maestro, un “padre”, un amico. Battiato nella sua vita e nella sua carriera è stato così “tante cose”, originale ed eclettico, stimolante, spirituale quanto “politico”, che negli anni oltre ai suoi lavori non sono mai mancati nuovi libri e documentari che ne indagassero la vita, facendocelo scoprire in modi sempre nuovi, inediti. Marco Spagnoli sceglie di iniziare parlando di Battiato dalla Voce del Padrone del 1982, l’album con cui il cantante aveva deciso di rendersi più accessibile al pubblico, l’album che lui “aveva deciso” che avrebbe avuto “più successo”. Chiudeva idealmente il trittico iniziato con L’era del cinghiale bianco e Patriots e aveva quella copertina in bianco e nero con Battiato che sembrava galleggiare, seduto sul vuoto, “sostenuto da una galassia”. Era l’album di Cerco un centro di gravità permanente, uno dei suoi brani-manifesto, canzone in bilico tra leggerezza e spiritualità, brano sulla necessità di scoprire oggi giorno (perché si parla di “cercare” non di “aver trovato”) l’equilibrio del mondo e della propria vita interiore. Il documentario parte da qui, dalla “costruzione in studio” di questo brano insieme al fonico Pino “Pinaxa” Pischetola, che ce lo racconta a partire della scelta di Battiato di “sdoppiare” più volte la sua traccia vocale e sovrapporla, per poi fonderla, come fotografando momenti diversi in un suono unico e universale. Unire suoni e voci di tempo ed epoche diverse, usare il collage come costruzione sonora “stratificata”, nella composizione di un “tutto” che parte dai cori agli archi, finendo alla ricerca del suono più assurdo da creare in studio e poi da amalgamare anche lui all’insieme. Da Pinaxa arriviamo insieme a Morgan al testo e a quel ritornello che “cerca di trovare un centro (musicale quanto emotivo)” in un quadro immaginifico bizzarro, uno scenario umano colorato quanto caotico fatto di capitani coraggiosi, contrabbandieri macedoni, vecchie bretoni, gesuiti euclidei e cori russi. Dal metodo scendiamo alle emozioni, laddove la cantante Alice parla di come nell’82 quelle note e parole fossero ovunque nell’aria, diventate universali. Il musicista Radius racconta del rapporto con un pubblico che proprio con quelle canzoni diventava sempre più vasto e curioso, la produttrice Caterina Caselli parla della volontà di Battiato di diventare in quel periodo “pop”, nonostante prima avesse realizzato cose diversissime e molto di nicchia e il realizzatore della copertina “sospesa” di La Voce del Padrone ci racconta di un Battiato “seduto sul cosmo”. Seguono tantissimi contributi e interviste. C’è chi parla del linguaggio musicale dalle radici “musicali classiche” che prendono vita da un pianoforte, chi della ricerca in studio delle situazioni più strane che coinvolgevano cori e musica elettronica in fusione mai sperimentate, create con gioia e gioco. In un’intervista Battiato parla della sua scelta di un linguaggio preciso quanto essenziale, della ricerca di un “suono che avvolga il linguaggio” e c’è chi parla di post-cantautorato. Sembra che nel documentario sviscereremo anche il resto dell’album, anche perché La Voce del Padrone nei suoi trenta minuti scarsi viene descritto come un “Guernica”, un oggetto piccolo ma artisticamente potente, in grado di rivelare la sintesi quanto il percorso futuro di Battiato. Magari ascolteremo Cuccurucucu’, Bandiera Bianca o assaporeremo quella Summer on a solitary beach dopo aver sbirciato i luoghi che forse hanno ispirato questo ultimo brano, nei pressi di un cinema all’aperto vicino al mare dove Battiato ha ambientato anche il suo film da regista più autobiografico.


Invece inizia il viaggio di Stefano Senaldi, musicista e amico di Battiato, verso le pendici del vulcano dove l’artista viveva, in un percorso tra spiritualità, celebrazione e leggerezza. La voce del padrone come album non è quindi più al centro della narrativa del documentario, che qui effettivamente cambia forma, come se con quella “voce del padrone” si intenda ora in senso più lato “il percorso spirituale di vita” di Battiato, la sua ricerca del trascendente, il suo modo intimo di “sentire il mondo” cercando di interpretarlo con parole e musica, facendosi umile, piccolo, “megafono” di qualcosa di immanente e universale. Seguendo questa linea trascendente ed emotiva, dopo la grandiosità pirotecnica della prima parte, Spagnoli sceglie di dipingere il viaggio di Senaldi verso il vulcano in modo particolarmente malinconico, crepuscolare. Nel secondo “giro di interviste”  prevalgono le voci dei parenti e amici, di chi era stato più vicino a Battiato e quindi ne ha maggiormente avvertito la scomparsa, avvenuta dolorosamente nel 2021. In questo percorso trovano spazio le interviste marzulliane sul senso della vita e vengono celebrate canzoni di Battiato appartenenti anche ad epoche diverse da quel folgorante 1982, come La cura. È una scelta registica coraggiosa questo “cambio di passo”, molto singolare e che per qualcuno potrebbe essere anche divisiva, quasi “antitetica” allo spirito della celebrazione dei “colori” dell’album di Bandiera Bianca. Ma è una scelta anche profondamente rispettosa dello spirito dell’autore: intimo quanto universale.

La voce del padrone è un documentario ricchissimo di filmati di repertorio e interviste, tra cui si annoverano contributi di grandi musicisti, produttori e giornalisti, ma anche di personalità come Nanni Moretti, Oliviero Toscani, Willem Dafoe. È la commovente celebrazione della vita di un grande cantante, che forse per il periodo di realizzazione paga ancora troppo la sua recente scomparsa. C’è giocoforza nell’aria molta malinconia. Ascoltate al cinema Battiato, con un nell’impianto stereo, è però sempre bellissimo

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martedì 22 novembre 2022

Onion Glass: a Knives Out Mystery: la nostra recensione del nuovo film “giallo” di Rian Johnson con protagonista il detective Benoit Blanc di Daniel Craig )

Siamo in piena pandemia da Covid-19 quando l’eccentrico miliardario Miles Bron (Edward Norton) decide di convocare in gran segreto alcuni dei suoi più stretti amici di lunga data, il gruppo dei cosiddetti “distruttori”, sulla sua ipertecnologica isola personale, la “Glass Onion”, situata nell’arcipelago greco. L’idea è passare un po’ di tempo insieme dopo tanto tempo e mettere in scena un “weekend con omicidio”, un gioco di ruolo che prevede che uno di loro “muoia per finta” durante la serata, con gli altri che si improvviseranno investigatori. Sull’isola arrivano l’ex modella Birdie Jay (Kate Hudson) insieme alla sua assistente Peg (Jessica Henwick), la  governatrice del Connecticut Claire (Kathryn Hahn), lo scienziato Lionel (Leslie Odom Jr), l’influencer Duke (Dave Bautista) accompagnato dalla bella Whiskey (Madelyn Cline). A sorpresa purché regolarmene invitata, si presenta per il weekend anche Cassandra “Andi” Brand (Janelle Monae), una imprenditrice con la quale il resto del gruppo ha avuto molte divergenze in passato. Ancora più a sorpresa, si presenta nel gruppo degli ospiti anche uno dei più noti investigatori al mondo, Benoit Blac (Daniel Craig), anche se rimane un mistero chi lo abbia invitato. Benoit si trovava infatti a casa nella vasca, in diretta skype a parlare con altri leggendari detective (tra cui la “Signora in Giallo” Angela Lansbury, in una delle sue ultime apparizioni), quando gli venne recapitata una misteriosa scatola-puzzle con all’interno l’invito di Bron. Dopo aver risolto in brevissimo tempo il “delitto” organizzato da Bron per il weekend, Blanc fa notare al padrone di casa come tra il gruppo e il miliardario ci sia di fatto “più di un semplice malumore”. Il detective non esclude pertanto che a breve, proprio usando quel weekend come occasione, qualcuno degli ospiti potrebbe pensare di organizzare un omicidio vero e proprio ai danni di Bron.  



Dopo lo straordinario successo del 2019 di Knives Out (Cena con delitto), il regista e sceneggiatore Rian Johnson, che aveva esordito con il geniale film sui viaggi nel tempo Looper nel 2012, riporta sullo schermo l’eccentrico, autoironico e geniale Benoit Blanc per un nuovo caso. Knives Out era un giallo affascinante e originale per il modo in cui, con leggerezza e ironia, sapeva smontare e rimontare di continuo lo schema narrativo, procedere dentro e fuori lo scenario del delitto, riavvolgere più volte la trama fornendo nuovi punti di vista e infine riagganciare tutto l’ingranaggio in modo logico e semplice, con una precisione certosina, da “esperti orologiai”. Senza lasciare nessuna ambiguità, senza fronzoli visivi o digressioni che non fossero strettamene funzionali, con un’ottima messa in scena di stampo “ludico” che citava il classico con Tim Curry Cluedo-Il delitto è servito, e con un cast incredibile, da Tony Collette a Christopher Plummer, da Jamie Lee Curtis a Michael Shannon, da Chris Evans e Ana de Armas, Knives Out era una piccola gemma e divenne in breve una pellicola amatissima. Un successo che poteva far dimenticare quello che per qualcuno era stato lo scivolone del precedente film di Johnson, datato 2017, ossia il secondo capitolo della più recente trilogia di Star Wars (che noi sul blog comunque abbiamo amato e riteniamo uno dei film più belli del franchise). Johnson con Onion Glass riprende tutto quanto di buono aveva Knives Out, dal ricchissimo cast a una location super eccentrica, passando per una trama che all’inizio appare davvero labirintica per poi progressivamente “srotolarsi” con precisione. Il contesto scelto è diverso dalla tetra e “ultra-classica” magione del romanziere interpretato da Plummer, che quasi riproduceva la base da gioco da tavola Cluedo. Al posto di passaggi segreti, opere d’arte realizzate con coltelli e statue gotiche, la sterminata residenza estiva del milionario interpretato da Norton è un continuo giocattolone hi-tech, più simile a una casa di Tony Stark. Tra robot maggiordomi e intelligenze artificiali che gestiscono la sicurezza con voce di Joseph Gordon-Levitt, impianti anti-fumo che sollecitano a non inquinare l’ambiente per le prossime generazioni, automobili tenute in teche di vetro come macchinine. Un ambiente diverso a cui si accompagna un cast di “sospetti” molto diversi dalla composta e compassata famiglia del romanziere. Tra il personaggio di Bautista, fanatico dei social che non si allontana mai dalla sua pistola neanche in piscina e una Kate Hudson che, mai così svampita (ma sempre incantevole), sembra non essere mai in grado di intendere e volere. Anche le indagini seguiranno giocoforza, con il “materiale umano a disposizione” un andamento diverso. Uno sviluppo che non è detto piacerà molto al nostro detective e al suo “ego”, che in qualche caso si sentirà quasi svilito da una sfida meno complicata di quella che avrebbe voluto e per la quale magari arriva a bruciare più energie di quelle effettivamente utili. Certo noi da spettatori questo “tormento di Blanc” lo patiamo molto meno e avvertiamo il caso ugualmente molto complesso, ma è in questo “modo di vedere le cose” del protagonista che apprezziamo la scrittura geniale e ironica di Johnson. Tutti questi ingredienti, uniti a un finale particolarmente “folle”, contribuiscono a creare un film fresco, molto diverso dal primo capitolo ma ugualmente godibile, stratificato, divertente e per nulla banale. Craig calza di nuovo con classe i panni di Benoit Blanc, risultando sempre al contempo goffo quanto acuto e spavaldo, sensibile quanto collerico, alla continua ricerca di rebus che lo stimolino e facciano divertire senza farlo cadere nel baratro della noia. Norton nel ruolo del guru milionario “alla Elon Musk” è molto divertente, come sono divertenti l’influencer “maschilista”di Bautista e la ex donna da copertina orami alla soglia dei 40 interpretata con grande leggerezza della Hudson. Kathryn Hahn, vista di recente in Wandavision, si conferma un'attrice comica da tenere d’occhio  per il mondo in cui, pur con poche battute e con una ottima mimica facciale, riesce a creare personaggi molto divertenti.

Onion Glass dura sui 140 minuti, ma la visione vola in un attimo, tra tanti colpi di scena e situazioni surreali. Ottimo il cast, il ritmo e l’intreccio, che si mantengono sullo stesso alto livello di Knives Out apportando però varietà alla formula. Molto divertente e divertito Craig nel ruolo del detective. Se avete amato la precedente avventura di Benoit Blanc, Onion Glass è una visione imperdibile. Se ancora non conoscete Benoit Blanc è ora di conoscerlo e divertirvi un po’ con i suoi gialli. 

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