martedì 4 gennaio 2022

È andato tutto bene: la nostra recensione dell’ultimo film di Francois Ozon

André (André Dussolier) è un imprenditore di successo, un famoso esperto d’arte, marito di una scultrice talentuosa ma dall’animo “duro come il marmo” (Charlotte Rampling), padre di due figlie già grandi e sposate, Pascale (Geraldine Pailhas) ed Emmanuele (Sophie Marceau). Ha 85 anni e di colpo un ictus lo porta in un ospedale e poi gli contrae una parte del volto,  “sciogliendola” come una candela, quasi come un orologio molle di Dalì. Anche la mano è rigida, forse non si muoverà più e questo non gli permetterà di tornare a suonare al suo amato pianoforte insieme al nipote. Deve essere imboccato, spinto sulla sedia a rotelle, affiancato da una presenza costante per ogni impellenza. Deve iniziare una riabilitazione che potrebbe essere un percorso infinto, che potrebbe durare per sempre. Non prova più passione guardando i cataloghi delle mostre, non vuole più vedere nessuno che ama, tutto ha perso di significato. André vuole farla finita e vuole farlo “legalmente”, in Svizzera. Emmanuele gli sta vicino, conserva in frigo il panino al salmone che il padre ha solo morso il primo giorno del ricovero perché spera che in breve il genitore torni a casa o che magari almeno il suo umore si aggiusti. Mentre si trova in metropolitana aiuta un turista inglese a districarsi tra i percorsi parigini e con la mente torna a quando da bambina il padre le insegnava a leggere una mappa stradale grande come una tovaglia. È giunto il tempo che sia lei a fargli da guida, anche se il rapporto con il padre non è sempre stato rose e fiori e il suo carattere spesso sarcastico ed egoista non ha certo aiutato nella relazione. André ora insiste, nello stesso modo egoista in cui sempre imponeva le sue decisioni, che sia proprio Emmanuele a chiamare “la Svizzera”. È lei la figlia designata, forse perché la ritiene più “forte”. Così la ragazza invita a Parigi una signora misteriosa dall’aria serena e compassata (Hanna Schygulla), un ex magistrato che ora si occupa di accompagnare chi vuole intraprendere il percorso di suicidio assistito. In un albergo del centro la donna presenta a Emmanuele una procedura di “fine vita” complessa, che deve essere attuata mentre la persona è ancora capace di intendere e volere, che in Francia è illegale e comporta importanti conseguenze penali in capo a chi la agevoli, che necessita di un’ambulanza e supporto medico per il trasferimento a Berna, che deve essere organizzata in una data precisa e richiede altre mille faccende minori. Emmanuele chiede alla dama misteriosa se qualcuno si è mai ritratto dalla procedura, cambiando idea magari all’ultimo minuto e la donna le racconta di un uomo che vedendo la donna che amava in vestito rosso, la sera prima del suicidio, aveva ritrovato la voglia di vivere. Emmanuele da allora decide di vestirsi di rosso e cerca di procrastinare quanto più possibile la data stabilita, cercando di tenere stretto il padre alla sua famiglia e amici, coccolandolo con amore e attenzioni. Il padre sembra stare meglio fisicamente ma gli rimane come il chiodo fisso di quella decisione estrema: quasi fosse un necessario momento di auto-consapevolezza della sua vita che deve porsi al di sopra di ogni altra cosa.


Avevamo recensito un film di Francois Ozon  sul blog, nel 2021, con la storia adolescenziale  Estate ’85, e ritroviamo oggi il regista alle prese di un contesto diverso anche se ancora una volta “intimo”, drammatico quanto romantico, ancora guidato come fonte originaria da un libro che in questo caso è l’autobiografico È andato tutto bene della scrittrice Emmanuele  Bernheim. Ozon ama anche qui soffermarsi sulla complessità nei rapporti, portando in scena  i chiaro-scuri che stiracchiano le relazioni familiari fino quasi a romperle. Le madri rimangono figure strane e distanti, spesso indecifrabili. Charlotte Rampling qui interpreta una madre-scultrice silenziosa, malata e glaciale che vive in un mondo dalle tonalità di grigio. Non è troppo lontana dalla madre-eccentrica di Valeria Bruni Tedesci di Estate ’85, quella che prima insisteva per “fare il bagnetto” anche a ragazzi di sedici anni per poi saper odiare, in modo quasi ossessivo, quelle stesse persone, quasi come una strega. I padri sono invece figure assenti e autoriferite, spesso incapaci di provare sentimenti perché si precludono alle emozioni, relegandosi a un'immagine sociale di se stessi che li castra. I figli (in questo caso “le figlie”) devono continuamente “mediare”, cercando di cogliere il bene e mettere sotto traccia le asperità di questa genitorialità sfuggente, sapendosi districare in situazioni che mutano in un istante da abbracci alla lotta nel fango e al contempo cercando il loro posto nel mondo. La Emmanuele della Marceau è in continua lotta con un padre malinconico interpretato da Dussolier e un monolite materno incarnato dalla Rampling (creatura descritta come “già morta dentro”) e si aggrappa spesso “per tirare avanti” ai ricordi, che nella pellicola costituiscono le scene più forti quando eteree, con la fotografia dai colori più accesi. È quella fiamma di colori del passato che la riscalda e a cui si aggrappa nei momenti difficili, come si aggrappa a quel vestito rosso fuoco con cui spera, solo indossandolo, che il padre di nuovo “la veda” e ri-trovi la voglia di vivere. È una lotta titanica quanto impari, che si scontra con una forte voglia di “non vivere più” snervante, ostinata, quasi ottusa o “capricciosa”. Una intenzione che appare incomprensibile anche per via di quella tragica maschera facciale contratta da ictus che non svela più molte delle emozioni del padre, costringendolo a usare una voce atona, lenta e bassa. Una voce che nelle poche sfumature concessele tuttavia riesce ogni tanto a esprimere un taglientissimo sarcasmo (quasi da humor nero), quanto sinceri afflati di gioia, quasi vicini al sorriso di un bambino. Ed è forse per questa ingenuità senile, che avvertiamo nella forma e corpo di un padre che va accudito come un bambino e sa emozionarsi alla sola idea di andare al suo ristorante preferito, che appare più forte e “crudele” il tema del “fine vita”, con tutti i sui protocolli, leggi, dilemmi morali e quel pensiero fisso rivolto al padre, che aleggia nella testa degli spettatori per tutto il film fino a palesarsi, come deus ex machina, sulle labbra del classico “uomo della strada”: “Ma perché vuoi morire? La vita è bella!!!”. Ed è lì che Ozon picchia più duro, con un tocco da maestro delle emozioni che sa rendersi poco accomodante quanto riesce a restare sincero, un regista aperto alle sfumature al di là dei “toni grigi” tra il bianco e nero, tra il giusto e lo sbagliato, cantore di una policromia della vita che passi anche attraverso la satira (un po’ alla Dardenne), ma anche intrisa dell’autoironia e gusto dell’assurdo proprio del cinema francese di maggiore successo. 

È andato tutto bene affronta con garbo e molta umanità un tema davvero difficile quanto attuale come il “fine vita” e riesce a costruire una storia familiare malinconica quanto tenera, carica di sfumature e umilmente “irrisolta”. Molto bravi gli interpreti, belle le sequenze ambientate nel passato, quasi da film horror la parte “procedurale”. Amaro quanto stratificato, è film ideale per stimolare il dibattito. 

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lunedì 3 gennaio 2022

The Ferragnez: la nostra recensione della prima stagione della serie Amazon Prime

 


La serie inizia con una terapia di coppia tra Chiara Ferragni e Fedez, alla presenza di un terapeuta che non deve aver concesso i diritti di sfruttamento della sua immagine per privacy. Ci troviamo tra fine 2019 e i primi mesi del 2020, durante la seconda ondata covid, in un periodo che va da Natale fino al Festival di Sanremo in cui Fedez canterà Chiamami per Nome insieme a Francesca Michielin. Chiara, regina delle influencer e imprenditrice di successo nel campo della comunicazione, dirige un piccolo esercito ed è incinta di una bambina. Il cantante Fedez, dopo un periodo di fermo e insoddisfazione, sta costruendo con un manipolo di amici una nuova realtà discografica e forse un nuovo album, mentre si occupa con una società di consulenza di nuovi modi per far incontrare le banche con il mondo imprenditoriale. Lei è nata da una famiglia agiata, padre dentista e madre scrittrice, una voglia continua di abbracciare e baciare le persone. Lui è nato nell’interland milanese, zona Rozzano, con genitori (come i miei) che ti vogliono bene ma ti abbracciano a Natale e al tuo compleanno. Lei ha bisogno di programmare ogni cosa per sentirsi utile, lui ha bisogno di spazio per respirare per riuscire un minimo a trovare la forza di relazionarsi. Nessuno degli amici credeva che la coppia durasse, ma con la nascita del primo figlio, Leo, la famigliola ha trovato comunque un equilibrio e grazie alla loro indiscussa fama anche un ruolo sociale nobile, come dimostrato dalla raccolta fondi per l’ospedale in Fiera a Milano. Ma ora le cose sembrano cambiate, anche per il fatto di vivere da osservati speciali h24, circondati dalle telecamere, dai telefonini, dai parenti, amici, pubblico social, stilisti, manager, wedding planner, autorità locali, dirigenti tv, la qualunque. Dal successo nato quasi per caso sui social e arrivato ben oltre le loro aspettative, il loro mondo procede tutto verso dimensioni sempre più “gigantesche”: la casa nei quartieri più alti della City Life di Milano, la villa comasca su quattro piani per le vacanze che pare un castello ed è illuminata a giorno dalle decorazioni natalizie grandi come fari di segnalazione aerea, le macchine di lusso più di lusso, gli eserciti di yes-men e yes-women sempre al seguito e intruppati con sorriso compiacente incorporato, i teatri vuoti aperti solo per loro, i riconoscimenti negli eventi pubblici dalle pubbliche autorità,  una festa per la seconda nascitura in un posto super esclusivo quanto addobbato pesantemente e poco sobriamente fino ad apparire visivamente come un “Inferno rosa”.



In tutto questo caos, nella città italiana che più incarna il caos, la coppia cerca di trovare il suo spazio, magari schivando le mille etichette che ogni due minuti il mondo gli appiccica addosso. 

Ogni tanto il povero Fedez prova un sussulto interiore, sanguigno quanto autentico e forse “proprio delle sue origini” proletarie: qualcosa che lo vorrebbe più distante da tutta quella fama e lussi. Il cantante cerca di dare un senso a quello che sta vivendo e che lui stesso definisce una “bolla di bambagia”. Inizia a definire “tamarrate” alcune dimostrazioni di sfarzo estremo, anche se chi gli sta intorno prontamente gli ribatte che con i suoi tatuaggi è “più tamarro lui”. Si interroga sul fatto di vivere realmente la sua vita e non quella di un’altra persona, magari tornando nel garage dove ha registrato i suoi primi video o facendo visita alla nonna nel quartiere Giambellino. Cerca di diventare un professionista migliore sul lato tecnico e artistico, facendosi guidare da chi ritiene più esperto di lui, provando al contempo a essere un buon padre. Fedez comprende che presto la bolla di bambagia scoppierà, prima o poi, e lui non deve perdere adesso l’occasione di costruire qualcosa di suo, per se stesso e la sua famiglia, a costo di chiedere ogni tanto la possibilità di staccarsi dai social (che ogni tanto gestisce maldestramente per troppo stress), stare un po’ per conto suo anche solo a dormire, trovare luoghi e stimoli nuovi per ricaricare delle pile continuamente usurate. C’è nel passato di Fedez anche una esperienza orribile oggi da affrontare e superare, perché ha minato gravemente la sua autostima e lo ha reso quantomai guardingo, diffidente, umorale. 

Ogni tanto la povera Ferragni vede che il suo mondo e la sua famiglia opprimono il marito e  cerca di ritagliare dei momenti di intimità con lui. Si cercano, si coccolano, si sentono al telefono quando sono distanti, litigano, si accusano, piangono e fanno la pace, in un modo tumultuoso e continuo che anche la terapia di coppia, attraverso un “gioco di ruolo”, non riesce ancora a smussare. Anche perché Chiara sembra costantemente  guidata da un’onda collettiva che la coccola e la vuole sempre: carica, efficiente, “top”, “boss”, “leader”, “business woman”, madrina glamour, madre perfetta, moglie perfetta, amica perfetta, donna attraente, donna impegnata nel sociale… “L’onda” parte dalla sua famiglia, dal suo staff e dai suoi amici e quasi la delegittima da qualsiasi ruolo decisionale, portandola spesso nella condizione di mettersi nelle mani di qualche “consulente di qualcosa”, seguendo sulla fiducia l’opinione di “chi la capisce”. Ma la ragazza tra le righe della narrazione sembra solo cercare delle occasioni per abbracciare i suoi cari, farli stare bene e non sentirsi da loro abbandonata, un po’ dando ragione a tutti. Come emerge dalla terapia di coppia, la separazione dei genitori di Chiara durante la sua infanzia per lei è stato un trauma di cui si è presa quasi da sola le colpe, nonché il motivo per cui ora, con le unghie e con i denti, cerca di tenere costantemente  insieme tutto il suo mondo e chi ci sta dentro. Anche a costo di assecondare cose che lei stessa ritiene eccessive, magari per l’incapacità di ferire qualcuno che sente di amare. 


Come si diceva negli anni ‘80 “anche i ricchi piangono”, ma giudicare una docu-serie con al centro persone reali non ci permette di approcciarci a loro come ai personaggi del Trono di Spade, immaginando complotti e rese dei conti, anche se il taglio molto cinematografico delle puntate ogni tanto permette, con il montaggio e la fotografia, di calarci in alcune suggestioni narrative, tifare per qualcuno e dare il ruolo di “villain” a qualcun altro. Per la seconda stagione comunque consiglio alla produzione di coinvolgere in un duello in armatura e spada i personaggi di Luis Sal e  Marco Maria Damato, magari promuovendo le tante associazioni di cultura del Medioevo presenti sul territorio milanese. Ciò nonostante mi sono divertito, l’ho trovato uno spettacolo interessante proprio a partire da quel punto di vista psicologico della coppia che lega tutti gli episodi, offrendoci di loro una visione speciale, problematica quanto autentica, onesta. Bellissima la Milano in alta definizione che esplode da ogni fotogramma, tanto nelle sue parti più altolocate che in quelle più periferiche. Fa ancora effetto vedere i teatri abbandonati di inizio 2020 causa Covid, con le poltroncine coperte dal cellofan e le luci soffuse. Troppo sfarzo e troppo rosa possono far bruciare a qualcuno gli occhi, quindi consiglio di guardare la serie magari con delle lenti riposa-vista. 

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mercoledì 29 dicembre 2021

Supereroi: la nostra recensione del nuovo film diretto da Paolo Genovese


 

Anna (Jasmine Trinca) e Marco (Alessandro Borghi) si incontrano un giorno a Milano, zona Navigli, sotto la pioggia, di sera, per caso. Si stanno inzuppando i vestiti davanti a un locale, in attesa che spiova, quando si scambiano la prima occhiata. È il momento perfetto per conoscersi, confrontarsi, riflettere sulla sfiga e  parlare della velocità di caduta della pioggia, come in un’opera romantica di Makoto Shinkai. Si piacciono subito, forse si amano, ma scelgono che sia il destino a decidere se si incontreranno di nuovo. Il destino risponde e ne fa presto una coppia  unità da ben 10 anni. 

Certo che restare insieme oggi, dopo 10 anni, è un’impresa difficile, quasi da supereroi. Ma Anna ,che per vivere disegna, si scopre presto avere il super-potere di leggere  il mondo “trasformandosi in Drusilla” (un po’ come la Lucrezia di Silvia Ziche), la protagonista di una striscia umoristica che diviene conosciutissima (il caporedattore è un Bebbe Severgnini in odore di santità) con cui affronta con ironia il quotidiano, conquistando anche uno spazio sulle scatole di cereali. Marco di contro è un super-scienziato alla Reed Richards, in grado di trovare per le sue lezioni di fisica dell’Università delle formula matematiche perfette per interpretare non solo il mondo, ma anche la vita delle persone. Come in Watchmen di Alan Moore, i nostri eroi dovranno cercare di sopravvivere al conto alla rovescia che scandirà la fine del loro “mondo di coppia”. Sarà difficile, anche perché la vita li metterà presto davanti ai più acerrimi nemici di una relazione di coppia: il lavoro di chi deve spostarsi per qualche tempo all’estero, la difficoltà ad avere figli, il confronto con i propri genitori (Anna ha per madre una “diabolica” attrice standup commedian anaffettiva interpretata da Elena Sofia Ricci), i vecchi amori che si ripresentato (come l’ex Pilar di Greta Scarano), la stanchezza. Riusciranno i nostri supereroi a sopravvivere?


Paolo Genovese dopo Perfetti Sconosciuti e The Place rimane sul territorio della sperimentazione e mette in scena una storia romantica e atipica sul fluire del tempo. Quasi alla Christopher Nolan ma anche alla Maurizio Nichetti, con un tocco di Shinkai. C’è la Milano romantica piena di fumetti di Ho fatto splash di Nichetti pur se aggiornata al 2022, al Cartoomics, ai cosplayers e alle riviste al femminile. Ci sono i personaggi che si confondono e sovrappongono ai cartoni animati come in Volere Volare. Ci sono i protagonisti principali che incontrano se stessi per strada, ma in diverse linee temporali, con età, abbigliamenti e acconciature diverse, un po’ come in Stefano QuanteStorie (e prima di Sliding Doors). È un mondo “nichettiano” pieno di colori e possibilità, ironia e malinconia. C’è invece l’influenza di  Nolan quando le leggi della fisica diventano dalla cattedra di Marco la  struttura e spiegazione narrativa delle relazioni di coppia. Azione e attrazione, decadimento e caduta, descritte in modo quasi scientifico, asettico, trasformando lo stesso mondo solare di prima in un luogo plumbeo, meccanico e senza uscita. L’amore è il bene che i “supereroi” possono preservare, la scienza il limite umano da combattere, il “villain” da sconfiggere. Ed è in questa tensione tra gli estremi che Genovese ci porta un un po’ anche dalle parti di Makoto Shinkai e al suo esuberante modo di leggere e farsi travolgere dall’amore. Ci sono echi degli scambi di vite di Your Name (dove la tragicità della vicenda è occultata come in un rebus per non diventare predominante), le riflessioni sulla distanza di 5cm al secondo (specie nella parentesi all’estero di Marco), la poetica delle affinità elettive che fioriscono di sorpresa, proprio nei giorni di pioggia, come nel Giardino delle Parole. È un mix intrigante la struttura di Supereroi, anche nel suo snodarsi piano piano, svelandosi a chi ha più cura nel seguirlo nei dettagli visivi e narrativi. Il film parte labirintico per poi iniziare a farci unire i tasselli del puzzle aguzzando lo sguardo, soffermandoci su barbe, soppalchi, vasi di terracotta. Sul finale tutto diventa più chiaro, ma la componente “enigmistica” è molto presente, è parte centrale del “gioco”, insieme alla poetica sui Supereroi che rimane sempre presente, quanto spesso sottotraccia. Non uno scontro alla Marvel o Dc, con i palazzi che si piegano sotto la magia e titani che appaiono dal cielo, quando un sincero omaggio all’uomo che può volare, come massimo simbolo di libertà e gioia, sovversione alle regole del “mondo”.

Molto brava Jasmine Trinca, che dà vita a una Anna piena di vita e di dubbi, che si butta nel mondo a testa bassa e per questo qualche volta si perde. Bravo ma non aiutato troppo dal make-up (ma può essere una “strategia voluta”) e dal personaggio “azimato” Alessandro Borghi, che sembra nelle varie fasi della storia dare corpo a figure troppo distanti, difficili da incastrare temporalmente (all’inizio sembrano quasi attori diversi). Nelle prime fasi il film può risultare in effetti un po’ complicato da seguire, quasi criptico, ma verso la fine e poi grazie a una seconda visione si “aggiusta tutto”. Il risultato finale, se non ci si perde troppo, rimane comunque appagante e qualche volta pure ci si commuove. 

Supereroi offre la conferma ulteriore del talento di Paolo Genovese nel saper raccontare vicende comuni con grande originalità e curiosità, facendo uso di linguaggi poco convenzionali. Una originalità di cui il cinema italiano ha tanto bisogno. 

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lunedì 27 dicembre 2021

West Side Stroy: la nostra recensione del nuovo adattamento di Steven Spielberg di uno dei più famosi musical di tutti i tempi


 

New York, metà degli anni ‘50. Siamo nell’Upper West Side, tra Central Park e il fiume Hudson. Mentre le palle demolitrici spazzano via un intero quartiere di palazzi fatiscenti in vista di una riqualificazione urbana che porterà i ricchi nelle periferie, tra la terra smossa e le macerie polverose, spavaldi e minacciosi come animali urbani, avanzano  i Jets. Si muovono in formazione, come colombi in planata e subito in picchiata, compiendo attacchi veloci e inesorabili ai passanti e ai negozianti, senza paura o rimorso. Non hanno niente da perdere perché non c’è più niente che sia “loro”. Sono gli ultimi “bianchi rimasti”, come li definisce il tenente Schrank (Corey Stoll), gli ultimi pervicacemente ancorati a un quartiere povero ora passato in mano ad altri: i “latini”. Nel West Side ogni cosa ormai è dei portoricani, dai ristoranti ai parrucchieri, e i Jets sentono il bisogno di “riprendersi da padroni”  un territorio che ora dovrebbe essere loro, la loro casa dove però non riescono a trovarsi un lavoro, sfogandosi con la violenza, eliminando le nuove insegne e imbrattando le nuove bandiere, alla ricerca di una restaurazione impossibile dello status quo attraverso la lotta di strada. Ma anche i portoricani hanno i loro guerrieri, gli Sharks, altrettanto tosti e pronti a menare le mani per difendere la loro gente, infilandosi in quel quartiere in demolizione carichi di coltelli e onore. La guerra tra bande sembra sul punto di deflagrare da un momento all’altro verso l’epilogo finale, partendo da un pretesto, una scusa qualsiasi. È necessaria una “fiammata forte”, perché la battaglia finale deve essere definitiva, anche se in fondo è una guerra tra poveri, dove il vincitore avrà al massimo l’onore di essere il gruppo che offrirà ai nuovi “padroni di città” le colf e i maggiordomi, gli operai e i facchini. Ma diventa una questione di principio, di “onore”. Riff (Mike Faist) il capo dei Jets, è teso e eccitato, si gioca il tutto per tutto e rivuole al suo fianco nella lotta il suo amico e uomo migliore, Tony (Ansel Elgort), anche se lui ha messo la testa a posto e riga dritto come commesso dell’alimentari gestito della latina Valentina (Rita Moreno). Anche il capo degli Sharks, il pugile Bernardo (David Alvarez) è sul piede di guerra e vuole combattere, anche se la sua ragazza Anita (Ariana DeBose) vorrebbe trattenerlo ed è imminente il fidanzamento di sua sorella Maria (Rachel Zegler) con il timido ma gentile Chino (Josh Andreas Rivera). Il pretesto per lanciare l’ultimo guanto di sfida è un ballo del liceo ed entrambi i gruppi sembrano determinati a non tornare sui loro passi, ma all’improvviso, per un imperscrutabile scherzo del destino, Tony e Maria, proprio a quel ballo scolastico, si incontrano e si innamorano. Riuscirà l’amore a fermare la guerra?


Il Romeo e Giulietta di Shakespeare rinasceva a grande musical nel 1956, scritto da  Arthur Laurents e Stephen Sondheim, con le musiche di Leonard Bernstein. Al posto della Verona medioevale, dei suoi castelli e delle ricche famiglie dei Montecchi e Capuleti, una New York della periferia degradata del periodo post bellico, tra palazzi popolari di mattoni scassati, con scale anti-incendio e panni stesi appesi alle finestre. Balli scolastici per l’integrazione razziale nella palestra di una scuola statale al posto di sfarzosi balli in maschera a corte per il carnevale. Campi di battaglia che si spostano dalla brughiera al deposito di sale per gli spazzaneve. Il cuore pulsante della vicenda è sempre Shakespeare anche se c’è un Riff al posto di un Mercuzio perché quella storia è ancora oggi attualissima e quindi ri-plasmabile, ri-modernizzabile come dimostrato negli anni novanta anche da Baz Luhrmann con Romeo + Juliet e la sua Verona Beach con i gangster dalle doppie pistole dorate e le camicie a fiori. 

Ma rimaniamo a West Side Story, che da musical “fa la storia” e diventa anche film, per la prima volta nel 1961. Un film che il piccolo Steven Spielberg ama, quasi venera. Nel cartone animato da lui prodotto con la regia di Don Bluth nel 1986, Fievel Sbarca in America, il piccolo topolino immigrato nel nuovo mondo canta “non ci son gatti in America” sulle stesse note del brano “America” di West Side Story e ci troviamo nello stesso clima, di speranza e “satira sull’integrazione” che trasuda dai brani di Bernstein. Spielberg culla a lungo il sogno di un suo West Side Story e quando oggi riesce a ultimarlo, liberandosi all’ultimo dalla produzione di un nuovo Indiana Jones, affronta la materia quasi con la stessa devozione filologica di Gus Van Sant per Psycho di Hitchcock. Sono poche le “innovazioni” narrative, ma chirurgiche. C’è una periferia “in demolizione e riqualificazione“, o se vogliamo essere tecnici in “gentrificazione”, usando un termine coniato da Ruth Glass nel 1964. Un luogo di ammasso di oggetti e sudore che diventa qui davvero molto simile alla periferia del futuro-presente dello Spielberghiano Ready Player One anche per merito delle monolitiche e quasi apocalittiche scenografie di Adam Stockhausen, che rileggono la storia ma la accentuano, ingrandiscono strade e innalzano i palazzi. Allo stesso modo la bellissima fotografia di Janusz Kaminski, con le sue notti plumbee ma anche le mattinate dai colori sgargianti, ci trasmette la doppia vita di queste “diverse cataste” ai margini dei quartieri dei ricchi: febbrilmente popolate, qualche volta grigie e pericolanti, ma cariche anche di ironia e autoironia, gentilezza e passione.  Non c’è come in Ready Player One una rete informatica che unisce le persone, ma ci sono comunque un’infinità di tralicci carichi di panni stesi che collegano umanamente ogni finestra e rendono quasi il cielo a strisce, “strisce di magliette appese”. Sempre come in Ready Player One, ogni  luogo accatastato è raggiungibile da una scala esterna di metallo, che parte dalle profondità, da sotto i tombini, alla maniera delle scale dei sottomarini, articolandosi su più piani con tutte queste scale sovrapposte che rendono poi quasi “a sbarre” ogni finestra che sovrastano, dando l’idea di una grande prigione urbana. La iconica “scala d’emergenza” di West Side Story del ‘61, a sua volta variazione del balcone di Giulietta di Shakespeare, assume qui un tragitto ancora più intricato e vertiginoso, sul vuoto. Tutto l’ambiente esterno però di punto in bianco si anima, attorciglia e corre grazie alla tecnica sontuosa con cui Spielberg dà vita ai suoi mondi. Tra droni, dolby, effetti speciali e telecamere a mano tutto il mondo balla e canta, dalle luci dei lampioni che allungano i corpi dei gangster in ombre minacciose e affilate  che si intersecano (magari un omaggio al Nightmare on Elm Street dello scomparso Craven) alle auto-van d’epoca che lanciano a tempo dei barili sulla strada, dalle palle demolitrici che girano su se stesse e colpiscono, alla stazione di polizia che diventa vittima di un “attacco d’arte” a base di schedari ribaltati. 


C’è poi narrativamente il nuovo personaggio di Valentina, interpretato da Rita Moreno, che era stata Anita nel film del 1961 e ora prende “spiritualmente” il posto del personaggio di Doc, la “figura paterna” che segue Tony sulla retta via. Valentina è una chiave narrativa struggente e il fatto che sia ancora la bravissima Rita Moreno a interpretarlo per i fan del musical ha un peso emotivo importante. Anche i “nuovi fan”, che guardano oggi la Anita della bravissima e bellissima Ariana DeBose dovrebbero fare caso a questo dettaglio perché queste “doppie Anita” si completano e quasi fondono, raccontando forse un personaggio unico, dal percorso “più lungo”, in grado “da sole” di dare voce alle mille difficoltà dei problemi di integrazione tuttora presenti in America.

Justin Peck coreografo e ballerino del New York City Ballett già premiato ai Tony Awards smussa qualche linea classica per un approccio più “urbano”, realizzando combattimenti-balletti più duri per le bande dei Jets e Sharks, ma trova la vera musa nella straordinaria e bellissima Anita della DeBose, interprete che sa essere nella danza prorompente quanto sensuale, atletica quanto aggraziata.  David Newman adatta con garbo assoluto le canzoni di Bernstein, quasi non toccando nulla, in punta di piedi; il quadro è completo, l’omaggio è compiuto. West Side Story di Spielberg è un film magnificamente confezionato sotto tutti gli aspetti, ma che rimane e vuole fieramente rimanere l’adattamento fedele di un classico del musical, realizzato da un regista del tutto devoto a quel mito. Sarebbe completo il giro se Spielberg provasse a portarlo poi a teatro, con la stessa ottima compagnia, trovando lì una diversa sintesi del suo talento visivo, magari giocando con immense scenografie mobili. Da amante dei musical farei carte false per vedere a teatro West Side Story con la regia di Spielberg. 


Come trovo cosa buona e giusta che in questo periodo storico disastrato in cui i teatri e i musical si sono dovuti fermare, il cinema abbia realizzato un così accorato e sentito omaggio a questo tipo di spettacoli. 

Nonostante il minutaggio poderoso, West Side Story di Steven Spielberg abbraccia e coccola ogni fan dello storico musical in uno spettacolo visivamente eccelso e che riesce al meglio a sfruttare la magia della sala cinematografica. Non farà cambiare di una virgola il parere di chi non ama i musical, perché sceglie di seguire in tutto e per tutto quel linguaggio e tipo di narrazione, ma per qualcuno questo West Side Story potrebbe essere anche la chiave per scoprire e appassionarsi ad un genere nuovo e che il cinema dovrebbe rappresentare di più.

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giovedì 23 dicembre 2021

Run - un travolgente thriller con Sarah Paulson



Chloe (Kiera Allen) è un'adolescente di 17 anni, molto malata, che vive da sempre su una sedia a rotelle, accudita amorevolmente dalla madre Diane (Sarah Paulson) nella loro casetta tra i boschi. Chloe studia a casa, è molto intelligente e portata per le materie scientifiche e presto dovrebbe arrivarle la tanto agognata lettera di ammissione a un college prestigioso, la prima occasione in cui finalmente potrà uscire di casa e vedere il mondo. Diane è l’insegnante, infermiera e madre di Chloe, cura un orto botanico dal quale ricava ogni verdura bio a chilometro zero per la figlia, va agli incontri con le madri con figli disabili, insegna al liceo, sorride sempre. C’è tanta calma e gioiosa complicità tra le mura domeniche, ma ultimamente la rete internet non funziona e lo stato di salute di Chloe non riesce a migliorare. Tutto il mondo sembra avercela con lei e alla sua idea di andare all’università, fino a che Chloe scopre nella borsa della spesa un misterioso boccetto con delle pillole per errore non prescritte per lei, ma per la madre. Sarà da quel momento che la vicenda inizierà ad avere senso nuovo.


Aneesh Chaganty scrive e dirige un horror/thriller psicologico “a due”, con in scena per quasi tutto il tempo due brava attrici cone Kiera Alien e Sarah Paulson. Inizia quasi come una piece teatrale sul rapporto madre e figlia, muta in un film di spazi e ricerca di stampo quasi investigativo, finisce quasi come un ottovolante ma non perde mai un colpo, non tradisce mai la sua struttura. La Paulson è una delle attrici più talentuose degli ultimi anni, vincitrice di un sacco di premi internazionali per ruoli drammatici ma che ama cimentarsi anche con generi meno “premiati”, come il thriller e l’horror. Come Anthony Hopkins “potrebbe recitare qualsiasi cosa”, ma si diverte un mondo nei ruoli da “cattiva”, riuscendo a portare in scena personaggi complessi quando “matti”. Personaggi in genere belli e pericolosi, come l’infermiera protagonista della recente serie Netflix Ratched, in grado di passare in un battito di ciglia da uno stato emotivo  amorevole ed empatico agli occhi  di ghiaccio e sorrisi tirati di una creatura maligna. Il personaggio di Diane come Mildred Ratched vive in un mondo emotivo distorto a cui cerca di dare un senso. Alla ricerca impossibile di una soluzione, muta camaleonticamente pelle e carattere in continuazione, si ripete dei mantra per restare calma, pur nei momenti più folli non riesce ad esternare sul viso l’odio. A modo suo è una madre amorevole e molto preoccupata per la salute della figlia. Una madre dolcissima e premurosa quanto a volte “meccanica e assente”, che quando compie azioni riprovevoli lo fa per lo più “fuori dalla scena”, come se il mostro che vive dentro di lei non sia autorizzato a rivelarsi in pubblico. Kiera Allen, giovane ma già bravissima, interpreta la dolce Chloe. Figlia modello di una madre modello, gentile e positiva. Ma con un carattere forte più di quello che si potrebbe immaginare, che ne fa all’occorrenza una straordinaria final girl, quando la pellicola inizia a seguire i topoi del genere home invasion. Arguta, lucida e piena di risorse, Chloe non può camminare da sola, è debole come uno scricciolo e sta perennemente male. Eppure tutto ciò che fa è logico, preciso e qualche volta addirittura eroico. Diane e Chloe danno luogo a uno scontro molto raffinato, intelligente.  La cinepresa ci fa stare spesso a contatto con Chloe tra i corridoi della casetta famigliare, mentre Diane agisce nell’ombra, comparendo all’improvviso con qualche sorriso tirato di troppo. Seguiamo Chloe dalla prospettiva della sua sedia a rotelle, che incede con una velocità più simile al triciclo di Shining di Kubrick quando alle moto-telecamere della Casa di Raimi. Nella costruzione delle scene d’azione tutte le barriere architettoniche e i limiti fisici di Chloe diventano elementi interessanti di realismo e tensione, in grado di contribuire al meglio a un'atmosfera claustrofobica, ostile. Il bello di Run è che è letteralmente un film con in scena due donne ambientato per lo più in una casetta, ma in cui non ci si annoia mai. Vengono gustosamente citate nelle meccaniche La finestra sul cortile quanto Misery non deve morire, ma il “cuore narrativo” mi ha ricordato soprattutto l’ottimo thriller italiano The Nest ( il Nido), dove una straordinaria Francesca  Cavallin dava voce ad un personaggio davvero simile a quello della Paulson. Se sul piano dell’horror “alla Psycho” tutto funziona in modo preciso, percorrendo le  “liturgie” che il genere impone, lo spettacolo rimane fresco e accattivante grazie soprattutto al meraviglioso e costante dialogo di due attrici che si incontrano, si scontrano, si separano e fondono fino a confluire in egual misura e contrappasso in un finale “identitario” che sconvolge, sulle prime sembra “giusto”, ma quando metabolizzato più in profondità sembra quasi struggente, quasi una perversa dichiarazione reciproca di amore. Davvero un bel film. 

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mercoledì 22 dicembre 2021

Death Shield volume 3 - la nostra recensione


(Riassunto delle puntate precedenti) Nella città di Shin si erge la Shield Tower, sede della più importante e prestigiosa società fornitrice di guardie del corpo, la Life Shield. Ma al di sotto della Shield Tower si cela una torre speculare, sede della misteriosa Death Shield. La Death Shield ha per clienti persone in genere potenti e pericolose, che vivono in modo molto rischioso e di conseguenza possono qui fare affidamento su agenti speciali dotati di un potere unico: la precognizione. I precognitivi hanno un istinto supersviluppato, simile a quello di certi animali feroci, che permette loro di anticipare di qualche secondo una minaccia mortale imminente. Se addestrati a dovere, questi rari e preziosi soggetti possono riuscire anche a contrattaccare e ribaltare le situazioni più disperate. I servigi della Death Shield sono costosi e riservati a pochi. Trovare un precognitivo e addestrarlo è un incarico difficile, anche perché le persone che hanno tutto questo potere spesso hanno un animo instabile. Il giovane Kaito, precognitivo a capo della sezione Death Shield, possiede metodi di ricerca e reclutamento spietati e spesso non ha la giusta calma per trattare con i nuovi membri. Incontra così un giorno il promettente precognitivo Kris con una ricerca sul territorio. Lo testa e lo recluta, gli instilla la determinazione per diventare uno degli agenti migliori. Ma si fa odiare da lui. Così Kris, che meno di quattro mesi prima era un ragazzo normale e sorridente, impacciato e in cerca di lavoro alla fine degli studi, diventa un assassino a sangue freddo. Un uomo capace di uccidere a ripetizione degli innocenti come fossero “oggetti”, pur di attirare l’attenzione di Kaito e vendicarsi su di lui. Compiuta la sua vendetta, Kris viene scelto a sorpresa come nuovo capo della Death Shield dal misterioso Magus. 


Il fumetto scritto da Luca “Mangaka96” Molinaro e disegnato da Giorgio Battisti partiva da un’ottima idea di base che ricordava in qualche modo il classico Il mio nome è Remo Williams (o i combattimenti di Sherlock Holmes di Guy Ritchie per i più giovani), mischiando in modo “filosofico” sparatorie e arti marziali. I disegni, che ricordavano un po’ lo stile sobrio degli anime anni ‘90 (stile la serie basata su Virtua Fighters) erano molto stilizzati nei fondali ma appropriati per la messa in scena di una trama dai risvolti “mistey/investigativi/introspettivi”, un po’ dalle parti di Death Note. Il ritmo narrativo era spigliato, la scelta di seguire il racconto dal punto di vista di un personaggio misterioso ma “amichevole” come Kris interessante e al contempo “spiazzante”, specie quando il ragazzo iniziava a sbarellare diventando un killer quasi inconsapevole, la vittima di un gioco di potere che gli aveva fatto il lavaggio del cervello e prosciugato ogni senso morale. Una vittima che per lo più vive isolata dagli altri e si commuove solo a guardare un cielo stellato, che arriva a riconoscere nell’esistenza umana solo una acritica scalata al potere, ben rappresentata dalla “torre da scalare”, dai piani interrati fino alla cima, in cui si svolgono gran parte degli eventi. Potere per potere. Donne-trofeo ideali oggetti del “sé glorioso” narcisistico. La visione utilitarista della vita altrui che arriva all’oggettivizzazione più totale, quando vengono uccise delle persone a caso perché fungano da “messaggio sms”. La più semplice quando perfetta immagine della deriva del pensiero liberista che avvolge da due secoli la società occidentale. Veniva davvero voglia di divorarlo, il fumetto. Capitolo dopo capitolo. Se tutto funzionava abbastanza bene nel primo numero, con il secondo, nonostante l’affiorare di alcuni “problemi”, la voglia di andare in fondo alla trama non calava. C’erano di fatto molte ingenuità, come descritto nel nostro precedente articolo legato al manga, causate in parte dalla giovane età degli autori, come dalla voglia di stupire a tutti i costi. Ma si avvertiva anche la sensazione del grande potenziale di crescita di entrambi gli autori, che aspettavamo di cogliere in questo terzo volume. 

Ed eccoci al volume 3.


(Death Shield volume 3 di 4 complessivi). Kaito, capo della Death Shield è caduto dalla cima del palazzo e viene dichiarato morto. Magus, capo della Life Shield e capo “di tutto”, offre a sorpresa a Kris il perdono assoluto da tutti i suoi misfatti e gli offre il posto di Kaito. Il ragazzo, ebbro di potere, accetta. 

Kris è il nuovo capo del Death Shield, la società ha un approccio più “amichevole” rispetto a quello che aveva adottato Kaido per il reclutamento, arrivano buoni risultati, il successo, il riconoscimento, donne e navi sulle quali fare feste faraoniche. Ma Kris non è felice e pensa che l’unico modo per esserlo sia andare ancora più in alto nella torre, alzare l’asticella del suo status, defenestrare Magnus e prendere il suo posto. Poi boh, magari non si accontenterà neanche di quello, ma per ora non pensa ad altro. Ma ecco che arriva una situazione alquanto surreale, buffa quanto illuminante. C’è qualcun altro che vuole far fuori Magnus e mettere a capo della baracca Kris e Kris è d’accordo! Ma quando questo gruppo decide di agire, Magnus ha deciso spontaneamente di cedere tutta la baracca a Kris, perché molto ammalato, perché lo stima e perché non vede nessun altro in quel ruolo. Di colpo la “foga di potere” di Kris si inclina, ma ed ecco che accade il “patatrac”. Un patatrac che ci fa nuovamente riflettere sulle capacità di Kris di prevedere gli eventi… Ma soprattutto che ci apre dubbi su quale sia il vero piano di Magnus. Perché questi ha accettato senza battere ciglio che Kris uccidesse Kaito per poi affidargli le chiavi del potere? 

Con il numero tre del manga, Mangaka96 si prepara a “chiudere la storia” con il prossimo capitolo, forse in modo troppo frettoloso. Abbandona così una trama orizzontale possibile e fatta di nuove missioni e nuovi personaggi e va al succo, all’intrigo di potere centrale all’intreccio. Il numero tre diventa così un thriller con solo una parte finale dedicata all’action e ai superpoteri. Viene aperta con poca convinzione una veloce linea narrativa sullo sfruttamento scientifico dei precognitivi, arriva un plot twist molto “prevedibile” e il “cast” dei personaggi viene sostanzialmente a ridursi a tre persone in croce, due secondari e alcune comparse senza volto. La questione della “scalata al potere” è così ripida che fagocita ogni altra linea narrativa ed evoluzione logica e psicologica, al punto che nel lettore-tipo possono insorgere le classiche domande “arrabbiate” di chi vede un mondo narrativo ridursi ad una linea retta. Domande tipo: “Irrompere in una torre fantascientifica piena di soldati con poteri precognitivi, armati ma in grado di uccidere anche a mani nude, può essere davvero più facile che entrare in una discoteca protetta da un buttafuori?. Oppure: “Tra telecamere di sorveglianza, agenti di ronda e un sistema gps sottocutaneo che di fatto monitora e rende impossibile la fuga di chi sta dentro, possono mancare anche solo 2 telecamere in bianco e nero che controllino il cancello all’ingresso come quelle che ha il mio vicino di casa?”. Oppure: “Possibile che si accorgano del casino seguente all’assalto, con tanto di elicotteri e sparatorie,  solo tre persone, quando invece dovrebbe partire un allarme generale? Possibile che nessuno dei precognitivi della torre, che sono centinaia, abbia la precognizione di un assalto e di conseguenza nessuno faccia qualcosa?”. Sembrano davvero  tutte domande la cui risposta avrebbe richiesto almeno altri tre numeri del fumetto. Numeri che  però forse gli autori non potevano o non potranno sviluppare per ragioni che non conosciamo. È un peccato che alla fine Death Shield, con un potenziale action alla “Matrix”, ci cali mestamente in un mondo “piccolo”, abitato letteralmente da tre persone. Un piccolo mondo abitato da persone con “superpoteri” che si palesano solo quando l’autore si ricorda. Un mondo in cui le persone precognitive perdono tempo a calcolare al millimetro la distanza di chi si trova in una stanza, per cercare una strategia o vie di fuga, e poi si espongono su un balcone all’aperto al mirino di cecchini di cui ignorano la reale intenzione. 



Tutto questo è “recuperabile” con il quarto volume? Scaturirà una riflessione sulle inspiegabili ingenuità di personaggi che l’autore vuole continuamente presentarci come super-intelligenti? 

Un po’ voglio crederlo. Un po’ voglio credere che Death Shield diventi una apologia sul potenziale sprecato per la troppa ambizione e una critica sociale a un mondo che sembra nutrirsi solo sull’ambizione di potere. 

Di fatto ci sono nel terzo volume anche aspetti positivi. Il personaggio di Kaido assume un senso più ampio e ci potrebbero essere ulteriori sorprese per il futuro. La ragione reale per cui Magnus agisce getta una nuova luce sui reali fini per cui potrebbe esistere la torre. La paranoia e la difficoltà di autocontrollo di Kris anche “a causa dei suoi poteri” ci rimandano ad alcune figure di newtype della saga di Gundam

Questo numero “taglia corto e semplifica”, forse anche per sopraggiunte esigenze editoriali, ma possiede comunque un buon ritmo narrativo. I disegni di Battisti sono più solidi e convincenti e  una trama fatta più di thriller che di azione si sposa maggiormente  al suo stile. Migliora la caratterizzazione grafica dei personaggi, compare a sorpresa un interessante mecha design, il lavoro sui fondali è più convincente. Le scene d’azione della parte finale sono concitate ma interessanti, davvero “fighe”. 

Meno convincente del primo volume, decisamente meglio del secondo, per ora sospendo il giudizio su questo volume tre in attesa della  lettura del numero finale, in attesa di una svolta che lo completi. Segnalo per ora come comunque il progetto risulti piacevole a una lettura non troppo analitica e ogni tanto sia davvero in grado di sorprendere in modo genuino. Se Death Shield è il primo banco di prova di questi giovani autori, la prossima opera potrà di certo volare più in alto. Correggendo al meglio le asprezze ora evidenti, mettendo più a fuoco i punti di forza. Stando più sui personaggi e il loro mondo e meno sul senso universale che l’opera dovrebbe avere. Ma sono quasi aspetti che si possono aggiustare perché gli autori li vedo abbastanza “vicini” a quell’esito.  Avanti così. 

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martedì 21 dicembre 2021

Il colore della libertà (Son of South): la nostra recensione del film prodotto da Spike Lee sull’attivista Bob Zellner

 

Siamo in America, stato di Alabama, presumibilmente intorno agli anni '50. Ai bambini si fanno credere le cose più strane. A Joanne (Lex Scott Davis) hanno raccontato che i capelli biondissimi dei ragazzi bianchi “sanno di pollo fritto”, quando vengono bagnati. A Bob (Lucas Till) hanno spiegato che non è igienico riempire la sua pistola d’acqua dal rubinetto pubblico destinato alle persone di colore. Poi i due ragazzi sono cresciuti, diventati adolescenti e hanno iniziato pure loro a provare sensazioni contrastanti, che li facevano sentire un po’ diversi da chi li circondava, forse “strani”. Bob si sentiva in colpa quando lo costringevano a tirare per strada dei sassi alle persone di colore, perché a differenza dei suoi amici non lo trovava un passatempo troppo divertente. Joanne era invece andata a vivere all’estero ed era confusa sul fatto di non ritenere i ragazzi francesi dei “ragazzi bianchi”, anche se la loro carnagione era indubbiamente caucasica. Di confusione in confusione, Bob un giorno finisce nei guai quando per una tesina sui diritti umani chiesta dal corso che frequenta prova ad interessarsi dell’opinione delle persone di colore che seguono il reverendo Abernathy (Cedric The Entertainer). Viene quasi espulso, manda quasi a monte la sua relazione con la bellissima Carol Ann (Lucy Hale) e sconforta tantissimo il nonno (Brian Dennehy), figura di spicco dei suprematisti bianchi dell’Alabama. Ma suo padre lo consola perché anche lui si era sentito strano, anni prima, quando aveva accompagnato all’estero un gruppo canoro di colore: quando era tornato a casa aveva provato la strana sensazione, per molto tempo di “non vedere più i colori” e forse è lui che ha attaccato al figlio “questa strana malattia”. Di confusione in confusione Johanna partecipa nel 1961 a una marcia pacifica per l’integrazione, i “freedom riders”, nello spirito della protesta non violenta di Ghandi, e finisce quasi picchiata a sangue, costretta a nascondersi in una biblioteca. Fino a che arriva a salvarla, portandola in braccio verso un riparo, un principe azzurro bianchissimo, proprio il nostro Bob. Forse è l’occasione per testare se quei capelli biondi bagnati sanno davvero di pollo fritto.



Credo che la giusta via per parlare dei problemi di integrazione razziale passi dalle semplici ma traumatiche iperboli di cui si compone questa piccola ma riuscita pellicola prodotta da Spike Lee. Da un lato c’è la bella e poco conosciuta storia vera di Bob Zellner, attivista a favore delle persone di colore in Alabama con un nonno esponente del KKK: aspetto che rendeva quantomeno problematico e a volte surreale “redarguirlo”. Zellner è stato una figura importantissima nel processo di integrazione (addirittura rappresentato nei libri per i più piccoli da colorare), che ha saputo esporsi in modo pacifico e inattaccabile, dando corpo a un movimento che oggi è molto strutturato. Un rispetto con cui è riuscito a  guadagnare la fiducia di persone che sulle prime erano un po’ “incredule”, vedendo questo ragazzone biondo muovere i primi passi per aderire all’SNCC, il comitato studentesco per la non violenza. Per altro verso il film ci suggestiona, più che con mille parole e attestati,  proprio attraverso piccoli episodi semplici quando “al limite”, storielle in cui un osservatore esterno, come noi italiani nello specifico, al giorno d’oggi, può sentirsi per lo meno spaesato. Come quando un fattore, reo confesso dell’omicidio di una persona di colore, dichiara candidamente: “era mio amico, gli ho prestato i soldi per comprarsi la casa. Ma lui oggi voleva votare”. Come quando il reduce di guerra suprematista dice: “Sotto le bombe in Corea eravamo tutti americani e ho salvato la vita a molti di colore, portandomeli anche sulle spalle sotto i proiettili. Ma ora sono a casa e le cose sono diverse e li detesto di nuovo”. Quello che emerge da questi piccoli racconti, per lo più tratti dalla cronaca, è un odio confuso, “situazionale”, intermittente, con il personaggio del nonno che un po’ capisce il nipote perché “le donne di colore sono bellissime e gentili”, ma poi indossa il cappuccio bianco e brucia croci. Il film non va alle radici dell’odio (ma se vi interessa il tema vi consiglio anche Free State of Jones, di Gary Ross, che parla di un precedere storico che può essere significativo), ma trova modalità per esporlo nei suoi risvolti più contraddittori, guardarlo come fosse uno strano bug dell’inconscio collettivo più che una chiara convinzione precisa. Il colore della libertà in questa ricerca di contenuti sceglie di “non urlare”, come sentendosi di fare quanto invece Spike Lee aveva già espresso in Fa la cosa giusta. Mette inoltre in scena il training con cui gli attivisti si preparano a un confronto secondo le regole della non violenza di Ghandi. Ci parla di come una parola risulti offensiva quando viene storpiata e arrotolata nella pronuncia, diventando una specie di verso più che una definizione. Ci parla della possibilità di stupirci del pollo fritto che irradiano i capelli biondi con la curiosità buffa di quella che può essere una favola e forse un modo più “gentile e curioso” di relazionarci con persone di etnie che non conosciamo. La messa in scena in qualche caso può apparire non troppo cinematografica, gli attori sono in parte e il ritmo è buono, ma i messaggi che vogliono essere veicolato arrivano e spesso sono originali, interessanti. C’è poi come ciliegina finale una nota surreale e sarcastica, di stampo sociologico, alla Django Unchained come un po’ alla Blackkklansman. Film piacevole e utile per riflettere. 

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