lunedì 17 febbraio 2014

Wolf Children


Hana con molta dedizione e impegno frequenta l'università di Tokyo. Hana in giapponese significa fiore. Per mantenersi agli studi lavora e risparmia i centesimi come la studentessa universitaria triste e solitaria nella stanzetta umida cantata da Cristicchi. Un giorno a una lezione incontra un ragazzo misterioso, uno che vorrebbe studiare ma non ha i soldi per farlo. Lui lavora come autotrasportatore e sembra perennemente in fuga da qualcosa. Anche quando Hana gli rivela i suoi sentimenti lui da principio scappa, teme qualcosa. Fino a che decide di rivelare ad Hana il suo segreto. É un uomo lupo, l'ultimo della sua specie. È sceso dai monti per vivere come un uomo, ma non riesce in pieno a vincere il richiamo della natura, i suoi istinti, fallendo ogni tipo di integrazione nella società. Hana lo ama così come è, nonostante tutto e contro tutti. Decide che con lui creerà una famiglia. Come sboccia l'amore anche una piccola vita inizia a scalciare nella pancia di Hana. È Yuki, il cui nome in giapponese significa neve. L'uomo lupo si prende cura di loro, riversa tutto l'affetto possibile alla sua famiglia. Si occupa anche delle provviste a volte tramutandosi in lupo per procurare della cacciagione, a volte semplicemente recandosi a fare la spesa. Hana è felice e, nonostante gli sforzi per tirare avanti, il piccolo appartamento è pieno di calore. Mentre Yuki inizia a crescere, nella pancia di Hana inizia a muoversi anche Ame (in giapponese: pioggia). Il piccolo nasce, la famiglia si allarga. Poi un giorno di pioggia l'uomo lupo scompare. Ha lasciato sul ciglio di casa la borsa della spesa e sembra gli sia caduto dalle tasche il portafoglio. Di lì a poco, con i bambini in spalla e gli occhi pieni di lacrime, Hana vede ripescare dal fiume il cadavere di un grosso lupo.
I bambini iniziano a crescere. Non riescono a controllare le loro trasformazioni e passano continuamente dall'umano al lupo. La madre ha paura che li scoprano. I vicini sentono continui guaiti e sicuri che la famigliola nasconda degli animali, mette Hana e i figli alla porta. È qui che la ragazza raccoglie tutta la forza del mondo, non smette mai di sorridere davanti alle avversità e si reinventa una vita. Trova una casa isolata in montagna, dove i bambini possono correre e giocare felici senza che qualche vicino li noti, si impegna nella coltivazione di un piccolo appezzamento e trova lavoro presso l'ufficio forestale. Ad aiutarla, silenziosamente ma con molto affetto, sono le persone che vivono nelle vicinanze, una piccola comunità che si aiuta e sostiene a vicenda. Ora Ame e Yuki sono liberi di crescere, diventare grandi, seguire le loro inclinazioni. Dovranno però fare i conti con la maledizione del lupo e accettare o meno la loro natura animale.
Nuovo film per Mamoru Hosoda, regista dei premiati e amati “La ragazza che saltava il tempo” e “Summer Wars” e uno dei nomi più interessanti del panorama attuale. Ne “La ragazza che saltava il tempo” Hosoda costruiva una splendida parabola sull'adolescenza, ragionando sul modo in cui il tempo appaia infinito quando si è giovani e non si devono fare scelte. Il film appare da subito quale una commedia sentimentale leggera, giusto con uno spruzzo di fantasy, ma c'è di più, riesce a complicarsi, farsi riflessione e pure commuovere. In “Summer Wars” rapportava il Giappone ad un'unica grande famiglia, rappresentando quanto possano essere solidi e forti i legami affettivi quando si basano sull'amore e rispetto reciproco. Il regista gestisce una moltitudine di personaggi, luoghi e situazioni come un compassato direttore d'orchestra e nonostante qualche forzatura (odio il cugino poliziotto) allestisce una commedia stupenda che sa essere anche ricca di scene d'azione. 

In “Wolf Children” Hosoda descrive l'amore di una madre per i suoi figli, un sentimento universale quanto poco utilizzato come tematica. La gioia e la paura di crescerli, educarli, accompagnarli alla vita adulta e infine salutarli. Genitori e figli che crescono insieme nel mondo grazie al reciproco affetto, come l'acqua alimenta i fiori (i nomi non sono messi a caso), persone che cambiano, maturano, fanno scelte. Ne esce quello che è senza mezzi termini un capolavoro. Un film magistrale che vive della splendida caratterizzazione dei personaggi (sempre opera di Yoshiyuki – Evangelion – Sadamoto, come tutte le opere di Hosoda), del magnifico lavoro degli interpreti, delle splendide musiche, dei bellissimi paesaggi, di una trama che riesce a essere fresca, spiritosa e sentimentale, sfuggente da facili patetismi e in grado di colpire direttamente al cuore. Un film pressoché perfetto, frutto di una completa maturazione autorale, che si pone sullo stesso livello del miglior Miyazaki, quello in grado di rappresentare, in Totoro come in Porco Rosso, una realtà fantastica quanto drammaticamente ancorata ai problemi della vita di tutti i giorni. Vorrei sparare qualche cattiveria, ma davvero non ce la faccio. In Wolf Children tutto è perfettamente funzionale, non c'è una sola scena sprecata o forzata, non c'è un buco di trama, una qualsiasi nota stonata. Mi aspettavo un eccesso di facile sentimentalismo e invece non l'ho trovato e la lezione del film, di cercare di affrontare la vita con il sorriso, anche se gli altri vi diranno: “Perché sorridete come dei deficienti” è quanto di più positivo e necessario vorremmo sentire ogni giorno.
Potrei parlare ancora, dilungarmi sui mille dettagli che arricchiscono e rendono reali gli ambienti, parlarvi di quanto sia viva e affascinante la montagna su cui è ambientata la seconda parte della pellicola, raccontarvi della spontaneità con la quale Hosoda riesce a descrivere i rapporti tra i personaggi. Ma sarebbero parole che non renderebbero giustizia al lavoro di questo grande cineasta e magari vi priverebbero della gioia di scoprire da voi questi dettagli.
Guardate senza alcuna remore questo lungometraggio, ne vale la pena. E non vi spaventate se una lacrimuccia magari qui e là vi cadrà. È questo il grande cinema, è questa l'animazione che vorremmo sempre vedere. Dopo il bellissimo “Una Lettera per Momo”, Dynit confeziona un prodotto di pari qualità e livello, curatissimo e ricco di extra. Consigliato a tutti. Anche a chi non ama le storie sentimentali. 
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sabato 15 febbraio 2014

X-0 Manowar

Chi di spada; L'arrivo di Ninjak
Nel 1989 nasceva da Jim Shooter, ex editor in chef Marvel, l'etichetta Valiant, allo scopo di offrire fumetti da paura ambientati in un proprio universo coeso stile D.C., Marvel ecc. che prese di fatto il via nel 1992. La qualità dei suddetti, era così da paura che con storie di spessore, marketing mirato e sticazzi vari nel 1994 la casa era già bella che fallita e rivenduta alla Acclaim Interactive, che nel 1996 decise di ributtare tutto all'aria per reinventare da quei fumetti possibili franchise da videogiochi. Dal '96 al 2002 uscirono quindi titoli per pc e console come Turok, X-0 Manowar e Shadowman (roba che mi pare abbia giocato Gianluca, chiedere a lui... il Turok che ho giocato io su ps3 è successivo a non so quanti fallimenti produttivi), che in qualche modo tennero in vita l'etichetta fino al 2004, anno del fallimento Acclaim. Nel 2011 Marvel acquista, nel 2012 rilancia, oggi parliamo di X-0 Manowar nella nuova fiammante edizione curata da Robert Venditti, autore di Surrogates (fumetto da cui è stato tratto "Il Mondo dei replicanti" con Bruce Willis e che ricordo disegnato male, ma male, ma così male da non crederlo possibile) e disegnato da Cary Nord (bravo disegnatore con alle spalle Conan). Io dell'X-0 originale non so nulla, mi baso qundi su questo reboot come “imprinting” e... oh mio Dio....

402 d.C., Pollenzo, Nord- Italia. Visigoti contro esercito di Roma. Il genio scrittore di Surrogates deve essere convinto che “Nord-Italia” sia una macro-regione della estensione massima di sedici chilometri. Ne è così certo che leggiamo dialoghi del tipo “gli esploratori hanno visto legioni romane passare il nord Italia”. Per pietà il letterista italiano nel numero 2 in aggiunta al sempre disarmante “Nord Italia” specifica che Pollenzo si trova in provincia di Cuneo. Torniamo a noi.
Poco numerosi e male armati Visigoti si trovano davanti a un macello di truppe romane armate di onagri, che wikipedia mi definisce quali “macchine belliche destinate al lancio di masse solide”, da non confondere con gli Onagri intesi come razza di cavallo. Quando utilizzare il termine “catapulte” è troppo da sfigati... I Romani indossano la loro classica armatura resa nota dai tizi che si trovano davanti al Colosseo. I Visigoti, che dovrebbero vestire in pelli e con rudimentali stoffe (hanno inventato loro i jeans alcuni sostengono), sfoggiano armature medioevali (e quindi di almeno 1000 e passa anni dopo) con cotte in maglia che paiono uscite dal Signore degli Anelli. E qui tirerei le orecchie pure al disegnatore, consigliandogli per lo meno, nel caso dovesse in seguito disegnare dei barbari non la visione di Conan con Schwarzenegger ma di "Attila flagello di Dio".
Chi è lo re?
La battaglia volge al peggio quando le truppe romane del generale Stilicone mettono in fuga re Alarico, mentre le truppe di Rolf e del suo giovane figlio Aric dovrebbero seguire a ruota. Ma Aric vuole fare l'eroe, spara qualche cazzata motivazionale e spinge verso il suicidio i suoi uomini e pure il padre, che spira di lì a poco nell'accampamento dopo una poco edificante ritirata. Aric cova vendetta ed è pronto per un assalto notturno alle truppe romane, accampati dietro le barricate occidentali del Nord Italia... Il nostro eroe agisce furtivo e ha la meglio su alcuni romani dal sangue verde... Di fatto ha appena attaccato degli alieni insettoidi del popolo della Vigna, giunti sul nostro pianeta per sostituirsi ad alcuni umani e trovare posti di vertice nella società. I rinforzi alieni non tardano a venire e il nostro eroe insieme a uno sparuto manipolo di sfigati è tratto su di un'astronave, nella quale verserà in schiavitù per anni. Non esattamente un genio bellico il nostro Aric.

Il compito degli schiavi della Vigna consiste nel lavorare a vita in una enorme... vigna... dalla quale è assolutamente proibito cogliere alcun frutto. I vignaioli infatti adorano peperoni e melanzane come divinità. Sì, adorano anche la patata... come tutto l'universo del resto. Altro pallino degli alieni è il culto dell'armatura di Shanhara, un manufatto di origine misteriosa che donerebbe enormi poteri a chi riesca a indossarla, ai più onorevoli combattenti. Ma che pare poco avvezza a calzare sugli insettoidi, che dopo molteplici tentativi finiscono sempre scornati. A seguito di un primo complesso piano di evasione (“ora ne picchio uno”) Aric perde una mano. A seguito di un secondo più articolato piano di evasione (“ora ne picchio uno facendomi aiutare anche da altri”), Aric riesce a far sterminare tutti i suoi compagni di prigionia ma si impossessa della Shanhara. Che forse l'armatura premi i più incapaci? In un attimo Aric scompare dall'astronave e arriva come un meteorite a Roma, ai giorni nostri, proprio al centro del Colosseo (uno dei ricordi dell'autore, che se si chiama Robert Venditti “er” Colosseo minimo deve averlo visto, e pure Totti). Subito un commando d'assalto della polizia del centro-Italia armato come il Bope si contrappone ad Aric. Ma non hanno mai visto la polizia italiana 'sti americani?
In alto le mani o chiamo Don Matteo!
Come andrà a finire? Se la Vigna ha emissari sulla Terra potrebbe finire male. Potrebbero mandargli contro Ninjak, il superninja mascherato!!
I disegni. Aderenza ai costumi a parte, i volumi si presentano decisamente bene e sono magnificamente colorati. Il tratto vorrebbe catturare una forza visiva che guarda al passato, magari a Kirby, e riesce abbastanza bene nell'intento. Le scene d'azione sono a sorpresa anche piuttosto cruente e su avverte di fatto un'atmosfera adulta. Fino all'arrivo di quella porcheria di nome Ninjak e giocattoli ninja annessi. Il Ryu Hayabusa dei poveracci che al solo vederlo sconforta, si sente la nostalgia delle tematiche più cupe delle Tartarughe Ninja. Ninjak è banale, tristissimo. Anche la storia, leggerezze a parte, è divertente e leggibile, magari un po' sempliciotta ma ruspante. Fino a che arriva Ninjak. Da lì è tutto un “dobbiamo temere Ninjak”, “dobbiamo affidarci a Ninjak”, “l'uomo che può risolvere tutto è Ninjak”. É come si sentisse l'esigenza di ribadire e sponsorizzare il suo brand (ci sarà una serie autonoma di 'sto di Ninjak) ogni minuto e la storia vuole forzosamente girare tutta intorno a lui, anche in modo assurdo (perché SPOILER servirebbe un ninja per sventare una invasione aliena? Servirebbero almeno più persone, più eroi, magari un esercito! No, serve un ninja... FINE SPOILER). Meccaniche di marketing, ma grossolane, forzate, colpevoli di mettere in ombra una storia che funzionava benissimo senza il coso (se ripeto il nome vomito...).


Dal punto di vista iconico (che qui possiamo leggere come: "speriamo lo scriva qualcuno di un po' più ispirato" / "speriamo che i produttori non rompano le palle di nuovo cercando di usare la testata di un personaggio per sponsorizzarne un altro prematuramente") X-0 Manowar è comunque decisamente fico e in qualche modo racchiude in sé la classica “trinità fumettistica” (x Marvel: Capitan America, Iron Man, Thor; per D.C.: Superman, Batman, Wonder Woman. In pratica: Un patriota veterano, un tecnocrate, un mistico guerriero). Anche l'armatura, con venature metalliche e dorate è molto bella e riesce ad essere graficamente riconoscibile e unica. Sarebbe interessante vedere come si svilupperanno le avventure, anche perché l'animo barbaro del nostro eroe è bene rappresentato. Il potenziale c'è. Purtoppo c'è pure Ninjak e il timore che più che leggere una storia si possa assistere all'ennesima parata di costumini (poco) ispirati.
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giovedì 13 febbraio 2014

Dragonero 9: Il tocco che uccide


Gmor e Ian sono di nuovo in missione. Ormai il parallelo con Aquila della Notte e Capelli d'Argento è più che evidente. La destinazione è la città di Viridàrt, la missione è prevenire/sventare un attentato diretto al reggente locale. A complicare la situazione, sembra che gli assassini si muoveranno durante il matrimonio della figlia del reggente, momento in cui la città sarà letteralmente piena di gente. Una missione difficile quindi, da affrontare con la massima discrezione, agendo nell'ombra. Per questo Gmor decide di cammuffarsi da Kung Fu Panda.
Durante il tragitto verso Viridàrt...Viridàrt, Viridàrt... sapete, da quando sto scoprendo la mia anima fantasy, ogni volta che mi imbatto in un nome nuovo di qualche località, lago, montagna, vado a cercarmi sulla cartina (allagata a pagina 2) dove si trovi. No, qui no... più su... niente... scendiamo sul Superdurendal... andiamo verso il Vallo (stracopiato dal Trono di Spade peraltro..)....niente! Niente! Niente! Sulla cartina non c'è! La desinenza in “-dart”mi fa pensare sia nella zona centrale, parte est, ma non c'è! Vado in rete, sito di dragonero, cerco altre piantine, cartine, gps. La mappa fisico-spaziale-geopolitica. Niente! Non so dove si trovi Viridàrt! Ora cadrò in depressione. Possibile che sia indicato l'Eremo di Alben, che è una torre grande quanto un sputo e una città come questa no? Ed ero così contento di giocare con la mia cartina! Delusione, incredulità, sgomento, rabbia, accettazione. In effetti esistono anche altre cartine che ancora non sono state pubbblicate, dicono sul sito. Uff! Meno male! Ed io che pensavo dessero nomi a cavolo!ora mi sento meglio!
Durante il tragitto verso Viridàrt, riprendiamo, i nostri si imbattono in un tizio che cerca di scampare ai morsi di alcuni mastini arrampicandosi fortunosamente su un albero. Non sapendo chi questi sia, i nostri cercano subito di soccorrerlo, mandando ai pazzi delle streghe locali che ci tenevano particolarmente a fargli la pelle. Conosciamo quindi un nuovo simpatico abitante delle lande del fantasy Bonelli: le streghe. Sono donne, magari dal viso (in genere pittato) non proprio affascinante, ma dal corpo in genere atletico e muscoloso poco coperto da striminziti vestiti e piumaggi vari... quasi arrapanti. Chiaro come per più aspetti rimandino alla cultura dei nativi americani (imprescindibili per un'opera Bonelli, sia anche ambientata su Marte). Vivono per lo più nei boschi, riescono a comandare i corvi, leggono la mano, se ti cattano possono anche lanciare brutte maledizioni. È quindi con estrema diplomazia che Ian e Gmor squartano i mastini. È con medesima devozione al dialogo che i nostri eroi, rispondendo a una carica di una megera evidentemente incazzata per via dei suoi cucciolotti, decidono di tagliarle la testa. Per via di questa bravata saranno per sempre seguiti da qualche strega mezza nuda che vorrà vendicarsi di loro. Certo che se a inseguirli fosse una strega carina e mezza nuda (cosa che probabilmente accadrà) non è detto che sia un male. Ma ne sarà valsa la candela? Chi è il tipo che stava per essere sbranato dai mastini? Il tizio, Leario, pare uscito da una puntata del XIII Apostolo di canale 5. 
io non ho dubbi su chi sia il vero volto di Satana
 in questa serie: il parrucchiere
È un guaritore, ma i suoi poteri sono particolari in quanto non fa affidamento sulla preghiera, erbe mediche o altro. Lui prende il male da una persona, la cura, poi deve necessariamente rilasciare il male prelevato su un altro soggetto, uomo o animale, che in genere muore. Ian è Gmor, che evidentemente non hanno letto il titolo di questo fumetto, decidono di farselo amicone e di portarselo con loro a Viridàrt, ovunque stracazzo sia questa città. Come andrà a finire? Toh guarda, è comparsa pure una strega stra-gnocca e mezza nuda!
Anche Dragonero non è infallibile. E questo ce lo rende quasi più simpatico. Tutto il racconto descrive una missione partita male e che finirà peggio, dove i nostri accumulano letteralmente figuraccia su figuraccia, quasi un must per i detrattori del personaggio. In aggiunta al cast si aggiungono un paio di comprimari interessanti e che di sicuro faranno capolino in altre storie. Leario è un personaggio sfaccettato, ambiguo, ma dotato di grande sensibilità. Potrebbe essere benissimo un futuro alleato quanto un nemico. 

La strega-gnocca-bionda, addestratrice di corvi è anche visivamente molto interessante (sì, parlo da esperto d'arte per ri-sottolineare di fatto che è “bbona come er pane”), un personaggio che potrebbe crescere se ben sviluppato. Enoch scrive quindi un numero molto ironico, lasciando magari troppo spazio a new entry che letteralmente si mangiano gran parte della trama. Rimane una narrazione fresca e piuttosto “aperta”, magari apprezzabile più nell'ottica della saga che come lettura auto-conclusiva.
I disegni di Bormida e Pueroni sono di buon livello, ottimi sugli sfondi, molto concreti e “classicheggianti” sui personaggi (lo stile grafico mi ha ricordato un po' la scuola argentina) anche se il mascellone di Ian a volte è veramente eccessivo, pare Mr. Incredibile della Pixar... Le figure femminili sono decisamente sexy, e io apprezzo. Plauso alla copertina di Matteoni. Bellissima. 
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martedì 11 febbraio 2014

I, Frankenstein


Il mostro ha appena seppellito l'inventore. Attira l'attenzione dei Gargoyle (?) in quanto è una creatura fuori dalla grazia divina che “pur si muove” e per lo stesso motivo è guardato con interesse pure dai demoni. I demoni ritengono che se possono rianimare corpi senz'anima potrebbero facilmente invadere la terra, in quanto gli esorcisti non possono buttarli fuori da un corpo senz'anima (il film non lo dice, ma potrebbe essere questo il motivo). Il mostro è riluttante, vuole stare per i cavoli suoi, su una montagna, a imparare il kung fu. Ci sta due secoli. Ma è troppo importante per le due fazioni in lotta, come di discreto interesse è il libro che il mostro porta in tasca “Come l'ho fatto” di Victor Frankenstein (Frankenstein junior. Cit). 
Il mostro in montagna un giorno si accorge di quanto si rompa le palle. Decide che si diverte di più a spaccare crani ai demoni e inizia a girovagare per il mondo a rompergli i coglioni. In genere i demoni le prendono, ma alcuni di loro scappano come donnicciole, ritornano alla carica con un po' di alleati e poi riscappano come donnicciole. Fino a che pure loro fanno due più due e pensano di catturare il mostro, motivo per il quale i gargoyle lo pigliano e lo mettono in una cattedrale in castigo. Seguono complotti, riscatti, attacchi, difese, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia, noia. Il che non è male per un film d'azione...

Ma perché ho visto questo film? Potevo impiegare lo stesso tempo per andare in palestra, fare una donazione del sangue, guardare un musical egiziano sulla storia di un noto legislatore morto perché riceve una freccia gli ha trafitto il culo (succede veramente, se solo ricordassi il nome della pellicola potrei avvertirvi di starne lontani...). Invece no. Ed eccomi qui a ribadire l'ovvio, quello che ogni sano di mente che si fosse fugacemente imbattuto nel trailer poteva facilmente dedurre da solo in 10 secondi. Questo film fa rivalutare pellicole come Legion e Priest. 

I gargoyle quando sono in forma umana vestono con costumi presi dal cassonetto di qualche brutto telefilm del passato tipo il Robin Hood con il Little John che pareva il cantante degli Scissor Sisters. Quando sono in forma “gargoyle” sono tutti uguali, figli di un unico stampino digitale ripetuto “n” volte. I demoni, se possibile, fanno quasi più ribrezzo. In forma umana sono dei tizi qualsiasi. In forma “demoni” sono dei tizi vestiti in smoking con in testa una brutta maschera di plastica, fintissima e grezzissima.
Gli ambienti sono finti quanto i personaggi, la trama è qualcosa di insulso e improvvisato male, atrocemente soporifera e sinceramente anonima. Si poteva con poco renderla vagamente più interessante, giocando magari sul discorso dell'anima, della creazione, magari mettere qualche fulmine celeste qua e là. Di fatto il fulmine non è/dovrebbe rappresentare il dito di Zeus/Dio? Anche le anguille non le ha pur fatte Dio? La creatura non poteva nascere senza questa forza o animali al seguito, ci si poteva tirare una bella supercazzola, arricchire con flashback della storia di Mary Shelly, che schifo non fa, e invece nulla, il nulla. In effetti non si capisce nemmeno perché utilizzare Frankestein se poi si attinge così scarsamente dal personaggio originale. Sarei curioso di leggere il fumetto da cui questo film è stato tratto. Magari l'hanno distrutto i produttori e non è alla fine un'opera così orrida.

Verginelli... eheheh
L'unico che ci crede è Aaron Eckhart. Fai "Thank you for Smooking", "Il cavaliere oscuro", è credibile come presidente degli Stati Uniti in "Olympus has fallen" e poi si sputtana così? Poi scorri la sua filmgrafia e trovi cose come “Il prescelto” a fianco di Nick Cage: ti si apre un mondo. I filmacci gli piacciono. Contento lui... Il suo personaggio è scritto malissimo ma il nostro dedica anima e corpo nel rendere al meglio almeno le coreografie dei combattimenti. E in effetti le scene action non sarebbero nemmeno così terribili se tutto quello che non comporti il “menarsi” fosse tanto scarso. Finale che minaccia sequel con ridicolissima battuta ad anticiparlo. Consigliato solo se avete un alto grado di masochismo. Vorrei magari rivederlo per coglierne le potenzialità trash, ma è davvero un film troppo noioso. 
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lunedì 10 febbraio 2014

Shadowhunters: città d'ossa

 (The mortal instruments cap.1), quando rifare in miniatura “I guardiani della notte” non è così male

Clarissa è la classica adolescente protagonista di una serie di romanzi (in lingua originale “The mortal instruments di Cassandra Clare, da noi con nome diverso per apparire meno tetri immagino) scritti per quattordicenni femmine: oscure narrazioni (che traggono blando spunto da tematiche fantasy-horror-sci-fi per poi inscenare love story con punte di romanzo generazionale), in cui una ragazzina senza particolari meriti o fascino è sempre la salvatrice del mondo, i personaggi di sesso maschile si dividono nettamente in effeminati e bei tenebrosi, gli uomini neri-sconosciuti-pericolosi non sono persone da evitare, ma attrazioni sessuali e troieggiare è concesso, pur di scegliere alla fine nel mazzo il pretendente sicuramente più danaroso (fanculo i sentimenti, datemi il grano!). Dovessi giudicare la psicologia femminile da queste letture valuterei scientemente la fine della razza umana (anche perchè parrebbe che una donna per riprodursi sceglierebbe solo i peggiori sociopatici viventi, pur danarosi bene inteso), ma le ragazze che ho visto alle prese con queste letture non peccano di autoironia e sanno dare il giusto peso a queste favole moderne “all'ormone impazzito”. Siccome in giovane età anch'io ho letto cose di cui non andare esattamente fiero non giudico e rimetto palla al centro.
Clarissa, dicevamo, è una ragazza adolescente che vive con la madre. È una studentessa normale, dalle sopracciglia inquietanti alla Peo Pericoli (mai femme fatale protagoniste, o l'immedesimazione cala... in futuro mi aspetto protagoniste con forfora e vene varicose...) molto molto amica di Simon (a.k.a non gliela darà mai), ma che è vittima di una strana ossessione. Clary vede un simbolo dipinto sui muri, nei posti più impensabili e continua a trascriverlo in modo maniacale. La madre e il suo compagno sanno qualcosa in merito e cercano di celarle la verità, ma destino vuole che Clary si imbatta una sera in quello strano segno, proprio in riferimento a una discoteca zarra della città, il Pandemonium. Insieme al fido Simon (a cui non darà mai...), entra nel locale e tra musica fashion e drink colorati diventa testimone di qualcosa di assurdo. Mentre tutti ballano delle persone vestite in modo emo del tutto indisturbate uccidono un tizio dai capelli blu. La ragazza emette un grido, la musica si ferma, ma tutti gli occhi sono rivolti a lei. Perchè i carnefici e vittima sono misteriosamente visibili solo ai suoi occhi. Sbattuti fuori dal locale la ragazza verrà seguita da un tizio biondo emaciato fighettino, di nome Jace, che presto sconvolgerà la sua vita, mettendola a contatto con una visione del mondo più ampia. Un mondo dove gli Shaowhunters, una casta di guerrieri che fa uso di armi angeliche, è in perenne conflitto-equilibrio con demoni, vampiri, licantropi e “x (inserire nome a caso)”. Un arzigogolato mondo fantasy, che pare pesantemente ispirato a alla trilogia russa de "I guardiani della notte", di cui a Clary non frega una cippa, in quanto ha già l'ormone impazzito per il bel biondo decolorato emo. Povero Simon.
Nuova serie di grande successo del genere “teen” a venir tradotta in pellicola, il film Shadowhunters ha finora avuto una vita commerciale controversa. Il bacino dei lettori era ampio da assicurare un successo commerciale tale da mettere in cantiere subito l'episodio numero 2 e almeno altre quattro pellicole, i finanziamenti adeguati per uno spettacolo visivo di tutto rispetto, ma la casa di produzione ha fatto un po' di confusione sul target di riferimento, cercando magari di trainare atmosfere da Twilight, e questo ha indispettito il fandom. Perché la serie della Clare è sì, sentimentale, sì piena di mostri, ma è anche caratterizzata da una preponderante componente fantasy di cui i produttori non hanno tenuto conto. Un mondo narrativo che ha attratto non solo lettrici, ma anche lettori amanti del fantasy proprio per le sue semplici ma definite regole, ambienti caratteristici, bestiario vasto e incantesimi peculiari, armi sacre (nel libro addirittura si schiudono “a spada laser” dopo aver evocato il nome dell'angelo a cui appartengono) e armi speciali (come le armi anti-vampiri che dove si trovano non vi dico), alle mappe sovrapposte di mondo reale e altro-mondo alla Zelda. Un ambiente adattissimo a un gioco di ruolo, magari proprio l'occasione di irretire qualche giovane pollastra, magari suggestionata più da Harry Potter che dal Vampiro Ciuffolone a una partita di Dungeons'n'Dragons... e poi da cosa nasce cosa... L'ottimo cavallo di troia per portare gnocca ai nerd! Il film alleggerisce molto la componente fantasy, al punto che scene topiche del libro vengono ridotte o del tutto omesse e, cosa orribile, la sceneggiatura va già a introdurre un aspetto trattato nel terzo libro con disarmante noncuranza. Giuro, avrei voluto essere in sala a vedere ragazzine lamentarsi tipo: “Ehi, ma perché si stanno sbaciucchiando già adesso? Dove è finita la scena che tutti diventano piccoli al bar?”. Sarebbe stato grandioso.
A favore del film. Mi sono imbattuto nel libro. Forse per la mia età e la nota indolenza che ho per il genere fantasy, molti tagli apportati dalla pellicola li ho apprezzati anche in ragione di un contesto più adulto per le vicende che non mi è dispiaciuto. A questo si aggiungono attori bravi (Lily Collins su Clary, già vista in Biancaneve di Tarsen con sopracciglia meno spropositate, Jamie Campbell Bower su Jace, fighetto ma simpatico, Lena Headey madre di Clary, molto... molto materna) e molto bravi (lo strepitoso mattatore di Misfits Robert Michael Sheehan su Simon, sempre ottimo, la mitica CHH Pounder vista in The Shield, Jared Harris, visto come Moriarty nell'ultimo Holmes di Richie) e cani (Jonathan Rhys-Meyers della “Orlando Bloom academy”, tremendo in ogni cosa che faccia), una regia accorta (Harald Zwart, che pure ha diretto il simpatico karate kid con il figlio di Smith), un buon ritmo narrativo e una effettistica superiore alle aspettative nonostante un paio di punti di calo avvertibili più che altro dal punto di vista del gusto personale (la scena della serra... per me una cacata senza appello, per molti fan del romanzo una scena riuscita). Avrei voluto più scene action, ma quelle presenti sono davvero niente male e se amate film come Underworld, Blade e l'horror-action in genere potreste divertirvi un po'. Dopo la distribuzione in home video pertanto è successo che anche i detrattori della prima ora hanno messo mano al portafoglio. A questi si aggiungono i curiosi che con il passaparola e la voglia di vedere un po' di sano splatter-action hanno infoltito le file degli estimatori. Risultato: se il cap.2 era stato messo in soffita prematuramente, ora stanno già avviando la produzione del capitolo 2.
Concludendo, decisamente meglio di quanto possiate pensare. Non un “filmone”, ma un più che riuscito action dalle tinte sentimentali che si lascia guardare volentieri tanto dalle sentimentaline che dai fan di pellicole alla Blade. Forse è il cavallo di troia giusto per traghettare gnocca da Twilight a dei coerenti, cazzuti e sani ammazza succhia sangue. Chissà che un giorno la vostra ragazza vi supplichi di vedere "Vampires" di Carpeter....

Mi pare che la versione home video sia proposta con prezzo lancio sui 13 euro. I contenuti extra sono gradevoli, il film si vede bene. 
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sabato 8 febbraio 2014

La maledizione di Chucky

Il ritorno direct to video del tipo bello e una breve cronistoria della bambola assassina

è arrivato! è arrivato!!!
Gli anni “uttanta” sono stati una autentica fucina di icone del cinema horror, spauracchi che hanno popolato tanti incubi quanto risate a milioni di spettatori. Nel 1988 dal regista di Ammazzavampiri, Tom Holland e dallo sceneggiatore Don Mancini, arriva uno dei più improbabili babau che il cinema ricordi: il bambolotto dai capelli rossi di nome Chucky.

Nel primo Child's Play, pellicola da noi giunta con il più diretto titolo di Bambola Assassina, Charles Lee Ray, interpretato da Brad Dourif, è un serial killer pazzo psicopatico decisamente pericoloso, ma in fin di vita grazie al tradimento di un socio e alle pallottole di un detective. Uno strano rito voodoo in un improbabile negozio di giocattoli riesce comunque a preservare dalle fiamme dell'inferno l'anima dell'assassino, imbrigliandola all'interno del corpo gommoso di un “tipo bello”, un pupazzo molto in voga tra i più piccoli. Una madre degenere acquista il suddetto pupazzo da un barbone e Chucky diventa così amico del piccolo Andy (Alex Vincent), capro espiatorio ideale con cui vendicarsi di socio e detective. Spacciata per un film horror, dotata di molte trovate splatter e di un mare di ironia, la pellicola brilla per l'immensa bravura dei burattinai e degli attori del “piccolo popolo” che danno corpo al killer pupazzoso, ma è indubbiamente qualcosa di assurdo. Assurdo nella misura in cui Chucky sarà pure un killer immortale ma è fatto di gomma! È realmente un cosetto di neanche un metro, che potrebbe essere facilmente debellato con un calcio, che potrebbe ardere se messo a contatto di un fiammifero, che si potrebbe facilmente mettere in una scatola e fine. Ma grazie al genio surreale di Mancini architetto di scenari al limite dell'assurdo, riesce a compiere autentiche efferatezze; Chucky si rende sinistramente minaccioso e così letale da non temere il confronto per conta di morti con i pezzi grossi dello spavento come Jason e Faccia di Cuoio. Certo per dare qualche vantaggio al bambolotto vengono scelte vittime alla sua portata, ragazzini imberbi o persone particolarmente stupide, ma il gioco funziona e piace perché negli anni '80 tutti tifavano per i cattivi e le vittime degli horror venivano scientemente studiate per rappresentare i più atroci stereotipi della società americana: ragazzini sessuomani o spinellati o palesi bulli sociopatici, figlie superficiali e degenere, madri alcolizzare, padri uomini d'affari distanti, freddi e senza scrupoli. 

Permaneva nelle sceneggiature sempre un elemento buono, qualcosa da salvare della società moderna e in ragione del quale il killer nulla poteva, ma il resto era sempre parodiata carne morta di feccia sociale sulla quale il killer riversava le frustrazioni dello spettatore. Si può dire che lo splatter fosse quasi etico, ma stronzate a parte la formula funzionava al botteghino, vendeva. E se Freddy viveva degli elaborati e costosi incubi di Craven il botteghino comunque si riempiva anche per la bassa macelleria di Jason. Nel mezzo non è quindi stato troppo difficile che uno spunto tanto assurdo come Bambola Assassina venisse premiato dal pubblico e partisse l'arrembante saga di Chucky.
Il successo si consolida con la seconda pellicola, del 1990, per la regia di Lafia e sempre scritto da Mancini. Il secondo "Child's play" ha il sapore della critica al cinismo delle multinazionali, che ricicciano giocattoli pericolosi per fare soldi, e porta su un piano nuovo lo scontro tra Chucky, quasi il generale di un esercito qui, e un ormai derelitto Andy. La trama regge, il film è altrettanto buono quanto il primo.
Ma la scelta di rendere il registro ancora più stravagante, spingendo forzosamente sul comico per la pellicola numero 3, per la regia di Bender e lo script del sempre inossidabile Mancini, affossa la serie già nel 1991. Un nuovo bambino, Andy a fargli da angelo custode, la scuola dei piccoli cadetti. Il trash si fa qui ultra trash in un finale al parco giochi che un po' diverte, un po' esalta ma molto deprime. Del resto perpetrare l'antagonista del pupazzo, il ragazzino Andy mano a mano cresciuto (e sempre bravo, c'è da sottolinearlo), rende piuttosto sterile l'intreccio, non permettono al brand di evolversi. Servono soluzioni creative nuove, ma la major ha già deciso di blindare il tutto per un po' di tempo.
Il tipo bello non poteva morire così, ed ecco che un ottimo e sottovalutatissimo artigiano di nome Ronny Yu dopo una gavetta di 20 anni sbarca dalla Cina per Hollywood. É il 1998 e viene messa in cantiere, sempre a firma di Mancini, "La Sposa di Chucky". Con chiaro omaggio alla Moglie di Frankenstein il pluri-resuscitato Lee Ray decide che la vita da bambolotto single non gli si addice e va in cerca della sua vecchia fiamma in carne ed ossa, la bella Tiffany interpretata dalla simpaticissima e generosa Jennifer Tilly. Lo scopo del viaggio è un assurdo rito che permetta di trasferire nel corpo di un pupazzo di fattezze femminili anche la donna! E la cosa riesce!!! Nel cast è presente anche una giovanissima Kathrine Heigl (la bella biondina di Gray's Anathomy, quella carina e popputa, che doveva essere la nuova Hi Girl d'America ma che si è un po' persa negli anni). Umorismo a palla, tanto splatter, spendidi effettacci e una amabile Tilly tanto in versione carnosa che pupazzata. La serie rinasce e a Yu viene affidato l'interessante ma sfortunatissimo Freddy vs Jason. I pupazzetti di Chucky e Tiffany spopolano.
La sposa di Chucky
É il 2004 quando Mancini decide di mettersi direttamente lui dietro la macchina da presa e spinto dal successo della pellicola numero 4 accetta di dare una giusta continuazione alla trama. Nonostante le precauzioni il fatto di essere di gomma non ha impedito a Chucky e Tiffany di andare incontro a una gravidanza non desiderata. È così che già alla fine de La sposa di Chucky l'allegra famiglia si allargava con l'arrivo di Glen, protagonista della pellicola numero 5, "Il figlio di Chucky". Il ragazzino gommoso va a Hollywood per ricongiugersi con gli altri bambolotti proprio mentre una major sta pensando di produrre un film sulla storia di Lee Rey . E guardacaso a interpretare Tiffany in questa pellicola è proprio l'attrice Jennifer Tilly!! La Tiffany plasticosa non vede l'ora di riavere un corpo tanto simile al suo (per forza, è sempre la stessa attrice!), ma Chucky forse non è pronto a rimettere la testa a posto e tornare carnoso. Il bambolotto subisce ancora il fascino del complesso di Peter Pan e la nuova paternità lo ha messo un po' in crisi. Anche nella pellicola n.5 troviamo tanto sangue e umorismo, così tanto umorismo che se avevamo a inizio saga vaghe suggestioni horror qui ce le siamo belle che perse. Ma lo splatter è tanto, i pupazzi sono “carinissimi”, i fan di Chucky sono contenti.
L'allegra famigliola...
Ed ecco che arriviamo al 2013, 22 novembre, uscita italiana de "La maledizione di Chucky". Chuky arriva in un pacco postale presso la villa dove abita una ragazzina paraplegica di nome Nica (Fiona Dourif). La madre Sarah cerca di disfarsene, ma paga cara questa imprudenza. A seguito della dipartita di Sarah, dopo i primi quattro minuti di pellicola e prima dei titoli di testa, la casa viene invasa dalla ricca e spregiudicata sorella di Nica, Barby, dal marito, dalla figlia, dalla tata e da un prete. Il funerale di Sarah è all'ordine del giorno, ma anche il ricovero di Nica in una clinica. Tutti dovranno però fare i conti con Chucky perché lui è intenzionato a restare. Almeno fino al compimento di certe faccende. Qualcosa lega Lee Rey (sempre interpretato da Brad Dourif) a quel luogo. 
Un film direct to video ma ben scritto, dall'ottimo cast, effetti speciali ancora più belli e la regia di un ispirato Don Mancini che cerca di conservare e raccogliere tutti i tasselli della saga in un unico mosaico. Per questa nuova iterazione il regista decide di tornare all'horror più puro e lo fa con la massima convinzione ed efficacia, eliminando anche tutte le scene gratuite che di solito costellano il genere. Di fatto la trama prosegue dal capitolo 5 per non deludere i fan (e chi vuol recuperare la saga in home video, che su internet trovate i dvd a prezzi ridicoli) ma l'accessibilità è massima e garantita da uno script che spiega e contestualizza quasi tutto. Se siete però veri fan cod del bambolotto aspettate le ultime scene e la fine dei titoli di coda per la standing ovation comunque. Se le premesse non sembravano ottimali, gli esiti finali sono quasi sorprendenti, restituendo al pubblico un personaggio in ottima forma e se vogliamo pure più inquietante del solito. Sontuose le scenografie, bravi gli interpreti, ben realizzati gli effetti, "La maledizione di Chucky" è un piccolo gioiello inatteso, un autentico regalo a chi amava e ama gli slasher anni ottanta e oggi rimpiange i tempi che furono per i pasticci del nuovo reboottato e inutilmente ringhiano nuovo Nightmare (che spreca un attore e un trucco comunque validissimi dietro ad una trama insulsa), per le incertezze produttive di Venerdì 13 (Resuscitato bene da Nispel ma abbandonato in un angolo), per la perpetrante assenza di sperati nuovi capitoli di Hellraiser (di cui si parla da anni di grossi investimenti e una trilogia degna del signore degli anelli ma senza vedere nulla di concreto), per la mancata continuazione di Halloween ( Rob Zombie è piaciuto ma i produttori vorrebbero qualcosa di più classico). Il nuovo Chucky non reinventa, non rebootta, non si adatta ai “gusti delle nuove generazioni”. Cerca solo di ritornare alle origini ma nulla dimentica del suo lungo viaggio e sono convinto che moltissimi fan dell'horror anni '80 che pure all'epoca hanno snobbato la bambola assassina oggi potrebbero riscoprire questa saga e trovarla pure ben al di sopra di quanto pensavano.
Certo questo ultimo Chucky è un prodotto che rimane per appassionati e che le nuove generazioni potrebbero non capire per via dell'inesorabile assurda e magnifica silouette dell'amato Tipo Bello e per le sue imprese sentite ma al limite del ridicolo. Ma il prodotto è bello, così ben gestito che già si parla di un capitolo 7 in cantiere sempre diretto da Don Mancini, ma che potrebbe già dare un finale con botto alla serie alla fine del 6, giusto per celebrare e chiudere il tutto a 25 anni dall'inizio della saga. La realizzazione della prossima nuova pellicola ovviamente si basa sul buon esito dell'ultima uscita e sul ritorno dei fan al franchise. Noi siamo dalla parte di Chucky, lo abbiamo seguito fin dagli esordi fino alle più improbabili e ridicole trasformazioni, gli vogliamo bene e sono bastati gli spot pubblicitari che seguono a convincerci ad abbracciare una operazione nostalgia che, ricordiamo, si è rivelata una splendida sorpresa.
Per sottolineare che il bambolotto ha ancora potenziale questi spot fanno interagire Chucky con importanti pellicole horror del passato e del presente nell'accezione, cara ai comics americani del “what if”, ossia il “cosa sarebbe successo se il cattivo fosse stato Chucky in un'altra pellicola”. A me fanno sbellicare

Chucky furoreggia in Psycho del massimo maestro del giallo:


Chucky furoreggia in Mama, spettacolare pellicola prodotta da Del Toro:


Chucky furoreggia in The Purge a.k.a La notte del giudizio, ultimo interessante film con Ethan Hawk:


Chucky furoreggia in Drag me to the hell di Raimi:


Allora, giela vogliamo dare una mano a Don Mancini per perpetrare la saga di Chucky? Noi ne siamo convinti. Guardate la Maledizione di Chucky e fateci sapere..
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