(Corollario a Gundam Unicorn vol.2
) Ok, di nuovo, vai con i pupazzi!
Cari collezionisti, rieccoci all'angolo tanto amato. Ecco come godere, soldi permettendo, degli “spunti” di modellismo proposti da
questo secondo episodio di Gundam UC. Andiamo con la top3!
Terzo posto: AMS
Geara Zulu Angelo Sauper use: (disponibile in HG) delle “Maniche”.
Gli Geara Zulu sono le truppe di fanteria corazzata più vecchie,
primi modelli di Mobile Suit, massicci e cattivi. La versione di
questi modelli in uso alle “Maniche” hanno, come dice il nome,
maniche e parti dell'armatura recanti i paramenti di Zion. Amando
Angelo il viola, il MS presenta la suddetta colorazione. Massiccio e
potente nell'aspetto grazie ai possenti serbatoi collocati sulla
schiena è armato di un gigantesco cannone che funge da arma a
distanza per fornire copertura al Sinanju di Full Frontal. Modellino
strepitoso.
Secondo posto:
RGZ-95 ReZEL: (disponibile in HG) in dotazione alle Londo Bell. È in
sostanza il modello per la produzione in serie dello Z Gundam, anche
lui trasformabile in caccia da combattimento. Linea stra-aggressiva,
viene quasi la voglia di farsene una personale squadriglia. Se state
a colorarlo blu metallizzato fa un figurone.
Prima Posizione:
MSN-06S Sinanju (disponibile in tutte le sigle, io vi consiglio
l'MG). Non solo perchè è il mattatore di questo episodio, ma perchè
è bellissimo, ricco di dettagli, cattivo, stra-posabile e
imprescindibile se amate il collezionismo dei Gundam. Se non avete
ancora preso nessun modellino e volete iniziare, tra questo e l'RX0
Unicorn è una bella lotta su chi sia il migliore. Anche di lui
esiste una Ver-Ka, altrettanto bella. Difficile da montare, una bella
sfida, ma il risultato finale è ultra appagante.
andate al minuto
6.00 e ditemi se non vi ricorda qualcosa...
Non è forse lo
stesso contesto, ma il ruolo della maschera è lo stesso: diventare
idea, diventare immortale.
Si può uccidere
un uomo, ma non si può fermare un'idea. Le idee sono a prova di
proiettile. Questo è il messaggio forte di V per Vendetta. Una
splendida graphic novel di Alan Moore, testi, e David Lloyd, disegni.
I disegni di Lloyd sono dettagliati anche se abbastanza
convenzionali, nella cornice del bianco e nero dell'opera (ma esiste
pure una versione a colori “spenti”), ma l'intuizione grafica del
personaggio così come i dettagli di “regime” ne fanno un lavoro
di pregio. La scrittura di Moore è come al solito solida e descrive
in un numero non troppo elevato di pagine un caleidoscopio di
personaggi unici, tutti tormentati dal confine tra disperazione e
dovere.
Moore è uno
scrittore di fumetti eclettico, i suoi lavori sono affreschi di
indubbia forza evocativa, piccoli mondi in cui l'autore si mette a
nudo nelle sue passioni-pulsioni. Opere personali che divengono
mainstream grazie ai genio che muove la penna, un comunicatore
raffinato ed estremamente critico della società moderna, spesso una
cloaca corrotta non troppo dissimile dal contesto reale. I suoi
personaggi galleggiano su questo mondo marcio, spesso vivendo di
compromessi di cui non vanno fieri perchè gli eroi, nel senso più
alto del termine, sono grandi, rivoluzionari, ma spesso perdenti:
nullificati, messi a tacere, uccisi. Non per questo assenti. Nella
loro titanica presenza, se solo gli eroi possono muoversi contro la
Storia (pur destinati a fallire), la storia con la “s” minuscola,
il mito, il vero-non vero è tutta su di loro. L'eroe muore, ma le
sue gesta rimangono, magari scritte su di un libro, un diario, sulle
pagine di un quotidiano, per voce di chi lo ha conosciuto. Una
rivincita che non toglie l'eco della sconfitta.
Per V per
Vendetta, Moore lavora sempre in questo ambito, cercando però di
andare oltre. L'eroe viene qui svuotato, rimane solo il suo simulacro,
la sua idea. Sappiamo che è un fan del Conte di Montecristo e a
questo brutalmente si limita: impersona una versione teatrale del
Conte di Montecristo senza che mai la maschera sia sollevata. Ma
un'idea, che sia buona o cattiva, può di per sé avere le
connotazioni morali dell'eroe senza trascenderlo?
I personaggi della
graphic novel si muovono in una Londra non troppo futuristica e
decaduta dove nulla sembra sfuggire all'occhio di un regime
dittatoriale. Facciamo la conoscenza di una ragazza che viola il
coprifuoco facendo un brutto incontro con i corrotti poliziotti del
regime. La ragazza viene quindi salvata da un misterioso individuo
che di lì a poco riempirà i cieli di Londra di fuochi d'artificio.
La maschera che indossa è nota, è quella del rivoluzionario
inglese Guy Fawkes.
Alan Moore è
inglese e come tutti gli inglesi sa perfettamente chi sia costui,
anche perchè in suo ricordo c'è una festa nazionale. Il 5 novembre
del 1602 Guy Fawkes organizzò la cosiddetta “congiura delle
polveri”, nel tentativo di far saltare per aria il Parlamento
Inglese, reo di essere diventato quantomeno tirannico. L'attentato
non andò in porto, ma sembra che qualcosa in seguito sia cambiato
nella reggenza, in positivo. Una rivoluzione silenziosa che ha
portato a ogni modo l'artefice a una bella esecuzione capitale. Da
allora il 5 novembre (da cui il “V” del titolo, 5 per la
numerazione romana che graficamente richiama anche il simbolo di
anarchia, invertito) in Inghilterra si dà fuoco al pupazzo di Guy
Fawkes e ci si veste come il suddetto. Che macabri gli inglesi.
Tornando a noi, in
questa Londra del futuro prossimo un nuovo Guy Fawkes si staglia
all'orizzonte, minacciando di fare quello che non gli è riuscito nel
1602, in occasione della tradizionale festa del 5 novembre. La
polizia si mette subito sulle sue tracce, mentre la ragazza che aveva
violato il coprifuoco inizia a fare i suoi primi passi come piccola
rivoluzionaria. L'opera è un inno a non farsi schiacciare dalla
società, ma al contempo una critica lucida ai paradossi ed errori cui
una rivoluzione, per quanto necessaria, va comunque incontro.
La figura che si
nasconde dietro il beffardo volto di Guy Fawkes è il motore di
tutto, eroe e mostro della rappresentazione. Completamente coperto
dall'abito che indossa, il volto celato, guanti neri,
nulla rivela del suo aspetto . Noi leggiamo i dialoghi di Guy Fawkes
ma non ne “sentiamo la voce”, così come non intendiamo la
fisionomia, non sappiamo nemmeno se si tratti di un uomo o di una
donna, giovane o anziano. In una vignetta gli abiti di V sono
adagiati su un appendino, solo a un'osservazione più puntuale si
scopre che è in effetti un simulacro, che V non è presente sulla
scena. Sarebbe però errato considerarlo un non-personaggio, V è
all'opposto un “collettivo”, l'agognato sentimento di libertà
che accomuna un popolo oppresso, non dissimile da quel Full Frontal
di Gundam Unicorn, di cui abbiamo avuto già modo di parlare: non
importa chi o cosa effettivamente lui sia, sono gli altri a
ricoprirlo delle loro aspirazioni e speranze e a dargli così
forma-sostanza. Attenzione però. V non è pura volontà distruttiva,
racchiude anche una profonda morale sul ruolo delle rivoluzioni nella
storia. Molti si limitano a considerarlo oggi una bandiera dello
“sfasciamo tutto”, ma l'opera, se letta come dovrebbe, cela
significati più profondi e non giustifica mai alcuna forma di
violenza. Violenza che sempre e comunque viene anche condannata,
anche se commessa nell'intento di “cause più alte”. La figura
dell'investigatore è altrettanto nobile quanto quella di V, così
come sono forti le sue ragioni. Moore ci tiene a sottolineare che è
comunque uno dei suoi eroi-perdenti, una mosca bianca in un mondo
corrotto che però non possiamo esimerci dall'ignorare, dal
parteggiare per lui. Riuscirà il quasi metafisico terrorista V a
distruggere tutto – rivoluzionare tutto o il buon, disilluso,
detective riuscirà a evitare il caos, pur così salvando una società
corrotta? Un bel dittico, difficile scegliere per chi parteggiare.
Concetti non
semplici da trasfigurare sul grande schermo, senza scadere in
colorazioni o semplificazioni eccessive. Di fatto non è mai stato
semplice adattare il pensiero di Moore al cinema.
Moore ha sempre
avuto grande amore per i suoi “bambini”, al punto che si è
sempre ben guardato dal firmare trasposizioni cinematografiche: opere
nella maggioranza dei casi ben riuscite, ma che in qualche modo
rimangono figlie-vittime di una visione “altrui”. Divertente La
Lega degli Uomini Straordinari nelle sale, film fracassone e colorato
che a ben vedere anticipa quello che da poco abbiamo visto con gli
Avengers, ma solo un'eco della grandezza della relativa opera
cartacea di Moore, in cui i personaggi divengono figure tragiche da
drammaturgia greca. Un grande Johnny Depp si muove nella Londra
vittoriana filmica di From Hell, cupa e satanica, ma anche qui il
film è solo un riflesso, pure piuttosto sbiadito, dell'opera su
carta, quanto mai potente, sanguigna e disperata in cui il
personaggio principale non è l'investigatore di Depp, ma
l'assassino, aristocratico e intoccabile, protetto dalla massoneria,
materia forse troppo oscura per i produttori di Hollywood (o forse
troppo "scoperta” a seconda dei punti di vista). Watchmen invece è
l'esatta trasposizione filmica del fumetto, non una trasposizione, ma
una mera “esecuzione” attraverso un media differente, un atto
quasi ecumenico, integralista, al pari del Sin City di Miller rivisto
da Rodriguez, la letterale messa in movimento delle vignette: può
capitare che risultino entrambi oggetti di difficile lettura per un
pubblico occasionale a causa di una così deposta scrittura,
scrittura che ne fa per i fan qualcosa di magistrale e
inarrivabile. Poi arriva V per Vendetta, dove il libro a fumetti
viene, finalmente, adattato per il grande schermo: cambiano delle
carte ma il risultato è ugualmente forte, ugualmente buono, seppur
diverso. La regia del poco sfruttato, James McTeigue, la sempre
brava Natalie Portman nella parte della giovane rivoluzionaria,
Stephen Rea, sempre misurato e profondamente umano, nella parte del
detective disilluso e l'incredibile Hugo Weaving a rivestire la
maschera di V. Alla produzione ecco arrivare i fratelli prodigio di
Matrix, che donano alla trasposizione un tocco familiare per chi ha
apprezzato la trilogia cyberpunk. Alla regia un loro tecnico, che ho
di recente apprezzato anche per Ninja Assassin, composto
e ordinato nella scansione degli eventi, ottimo direttore di attori.
Brava la Portman, Weaving giganteggia con un ruolo quasi impossibile:
recitare senza potersi esprimere con il volto è uno dei lavori più
difficili di sempre, soprattutto se il personaggio è complesso e
articolato come in questo caso e alla fissità della maschera
accompagna anche movenze volutamente eccessive e teatrali. Musica
potente, effetti grafici ottimi. Un accenno alla scrittura è
doveroso. Un'azione concitata, lo sviluppo di meno personaggi
rispetto al fumetto, tagli e cambiamenti vari, il film nonostante
appaia molto diverso, non tradisce l'originale e mette in scena, anzi,
suggestioni nuove e visivamente potenti. Nel film c'è addirittura
una bellissima sequenza che pensavo mutuata dal fumetto, ma che è
invece frutto dell'ottimo adattamento. Cose che capitano raramente.
La pellicola
tuttavia ha i suoi tempi e laddove bene presenta V, glissa su parti
ugualmente importanti dell'opera di Moore dando un quadro leggermente
distorto. Un'opera forte, quindi, che sebbene confezionata con classe
reca un messaggio che può essere molto facilmente frainteso, motivo
per cui una visione da parte di soli bambini non solo è sconsigliata
ma addirittura nociva. Sarebbe invece utile che se ne parlasse,
magari confrontandosi con degli adulti. Le differenze con l'opera a
fumetti sono molteplici, ma i due lavori sono per me complementari.
Vi consiglio molto caldamente di leggere il fumetto e poi vedere la
pellicola, ma fate pure il contrario con comodo, avrete solo così
l'esatta percezione dell'opera: da un lato la sua potenza
evocativa (film) dall'altro il suo valore morale (fumetto). In ogni
caso un ottimo spettacolo.
Todd Philips. Se
questo nome non vi dice molto, è la mente dietro a questo film,
dietro a Parto con il Folle, dietro a Una Notte da Leoni 1, 2 e di
prossima uscita 3. Per molti è il nuovo John Landis. Per me è
qualcosa di completamente diverso, di nuovo e per questo qualcosa di
buono.
Philips è un
frantumatore di tabù, il cantore della primitività umana, l'esegeta
della sbornia non-triste. I suoi film sono urla di vitalità, condite
di sputi, rivolte a un mondo grigio, fintamente pulito e perfettino,
accettazione-subordinazione-supina del modello plastico (nel senso di
divano ricoperto da plastica contro lo sporco e l'umanità) di vita
geriatrico e tranquillo da provincia denuclearizzata (a tre
chilometri di curve dalla vita, cantava Bersani). Urla bestiali delle
quali subito pentirsi e tornare sulla retta via, cacciando tutto
l'eccesso sotto il tappeto buono del soggiorno. Ma l'eccesso c'è
stato, sempre, compiaciuto e tronfio, simulacro di una titanica
idiozia che comunque ci rende superiori a forme di vita amorfe come i
funghi e le spore. Sono film comici dunque? Niente affatto, sono una
categoria a sé, sono film sull'eccesso e su come l'uomo cerchi di
ricontenerlo nel vaso di pandora. Si ride? Di brutto. Ma Una notte da
Leoni ha molto più a che spartire con un film giallo-action rispetto
che a una commedia con Ben Stiller. In Una notte da leoni avevamo
una scansione temporale rigida: un prima, un black out (in cui
succedono cose folli di cui nessuno ha memoria in quanto troppo
strafatti), un dopo da ricomporre. Con Project x vediamo il mostro
direttamente negli occhi, i protagonisti sono strafatti anche loro ma
uno no, il cameraman no, lui non beve e ci farà vedere tutto quello
che registra la sua telecamera a mano, con la precisione di un
documentarista.
Nima Nourizadeh
viene scelto alla regia da Philips, sotenuto dal potente produttore
Joel “arma letale” Silver. È un esordiente, passato di qualche
videoclip. Esordienti sono anche i protagonisti scelti, chi da
provini, chi in virtù di esperienze su Youtube. Carne fresca e
giovane che più che interpretare un ruolo deve impersonare nel modo
più naturale possibile la propria età. Un Verismo alla My Sweet
Sixteen mi verrebbe da dire, in riferimento al tema del film. La
trama, stringi stringi, è tutta qui: tre amici vogliono celebrare
degnamente il compleanno di uno di loro organizzando una maxi festa
mentre i genitori dello stesso sono fuori casa. Solo che da 30
persone, per il passaparola dei nuovi media, si ragginge una cifra a
3 zeri. Segue la cronaca della festa-apocalisse tra sesso-droga-musica
dance-follie alla jackass. Mai come in questo caso gli intenti
narrativi sono secondari rispetto alla rappresentazione visiva degli
stessi. Stordente e abbaccinante, la festa è un mostro tentacolare
spinto da pura pulsione, un blob in continua espansione e senza
freni inibitori dove tutto è consentito in quanto comunemente
vietato da genitori, logica e buon senso. La natura (primitiva) umana
a contatto con la natura-matrigna. Se la vostra visione di festa è
aprire a Capodanno uno spumante (magari facendo come nella formula uno
e pertanto passando la prima mezz'ora dell'anno nuovo a pulire mentre
tutti ti danno del coglione) qui siamo su tuuuutto un altro pianeta.
Musica a palla, piscina, fumo, fiumi di birra e tette, tante tante
tante tette tette tette. Fino a che si arriva all'assurdo, al
parossismo e si supera tutti i limiti inimmaginabili. L'ultima
mezz'ora è indescrivibile in uno spettacolo di eccessi da girone
dantesto. Divertente? Malatamente sì, razionalmente pare di stare in
un film horror e credo che se una madre potesse anche solo ipotizzare
che il proprio figliolo potesse anche solo lontanamente predisporre
un simile armageddon autodistuttivo, rischierebbe le coronarie. L'uso
della telecamera a mano è geniale, come geniale è l'idea che a
portarla sia un soggetto sociopatioco e potenzialmente pericoloso.
Gli attori sono bravissimi, tutto funziona. Alcune scene sono da
applauso e standing ovation. Il personaggio di T.Rick è da
antologia. Si respira il cameratismo tipico dei film di Philips, un
abbraccio sudato e sincero, ma trova spazio anche il vero amore,
quello pratico e vitale, in perfetta antitesi al modello stucchevole
dei finti film su finti matrimoni con la finta Julia Roberts. Possibile
che per me i migliori film sentimentali non siano i film
sentimentali? Un film di eccessi eccessivi quindi, che per Philips
dovrebbe essere l'equivalente moderno di Animal house. Per me ci
riesce quasi, sarà che sono troppo vecchio per rivedermi in contesti
così estremi. Da guardare con gioia e in cuffia a tutto volume, che
se no i vicini si arrabbiano.
Ci siamo finalmente! Ecco il trailer del seguito di Star Trek - il futuro ha inizio, il prequel della famosissima saga uscito nel 2009. Prequel e anche Reboot, perchè con un colpo da maestro, gli sceneggiatori hanno inserito un viaggio temporale, che ha modificato drasticamente il passato (la morte del padre di Kirk nella prima scena cambia tutta la storia fin da principio), permettendo di ricostruire una narrazione episodica, senza doversi curare di tutto ciò che si è visto al cinema e TV in questi quaranta e passa anni. Al timone dell'Enterprise ancora una volta Chris Pine, coadiuvato da Zachary Quinto (il Sylar di Heroes) nei panni di Spock. Anche il resto del cast è confermatissimo: Carl Urban sarà Bones (McCoy), Zoe Saldana-Uhura tornerà a far girare la testa alla coppia Kirk-Spock e il grande Simon Pegg-Scotty darà energia al teletrasporto, chissà se ancora magro oppure già con qualche chilo di troppo. La trama è ancora top-secret; si sa solo che l'Enterprise, di ritorno sulla Terra, troverà la flotta distrutta e una minaccia da sventare... l'antagonista potrebbe essere Khan (stando a Imdb), interpretato da Benedict Cumberbatch, che vedremo tra un paio di giorni anche ne "Lo Hobbit". L'attesa, vista la figaggine del primo episodio, è molta, poi dietro c'è J.J.Abrams, che per la prima volta nella storia del cinema ha ottenuto di girare con telecamere IMAX e poi convertire il film in 3D.
Dai seriamente non
vi è bastata la trilogia estesa del Signore degli Anelli? Non vi
siete sentiti morire, come me, quando dopo quella che senza dubbio è
la sequenza finale del racconto, la pellicola si trascini come una
lumaca morta per almeno altri 20 insostenibili minuti di...nulla? Ma
se gli elfi sono immortali, anche mettendo il caso che per i loro
gusti aristocratici pratichino prevalentemente l'amore platonico, non
dovrebbero, 'sti altezzosi maledetti orecchie a punta, vestiti di
pigiami verdi, avere già colonizzato tutta la terra e initrapreso
una bozza di conquista spaziale? Ma perchè Gandalf non ha utilizzato
l'aquila gigante (che per me equivale a colmare delle mancanze, tipo
quelli che vanno in giro con il suv...) per giungere al Monte Fato e
sbarazzarsi dell'anello? Sono fichi per la cg e i dettagli ma quanto
sono mortalmente pallosi gli alberi parlanti? Ma è davvero
importante evitare che l'anello lo tenga il Gollum, che tanto non se
ne fa una sega a parte toglierselo e rimetterlo in spasmi
masturbatori? Glielo togliamo per apportare significativi miglioramenti alla
sua vita di relazione? Ma perchè c'è gente che dà retta al
Silmarillion o Smillandranium o Simillarium e pertanto crede che
Gandalf sia uno SPOILER? Ma dai, è palesemente assurdo che non
possa essere SPOILER, in una prospettiva di questa fava pure
Galadreiel è possibile che sia una gran SPOLIER e pure una di quelle
porSPOILER, quelle che pure ai nanSPOILER e non paga in quanto
grandissima SPOILER, mai concede la sua SPOILER a quel pover SPOILER.
Insomma, capite perchè l'agente Smith porta gli occhiali da vista, ci
siamo capiti... Credere che lo Smilmaninnion abbia a che fare con il
Signore degli Anelli è un po' come vedere American Graffiti e
ritenerlo, per il solo fatto che è scritto da Lucas, un episodio
prequel di Guerre Stellari. Ma perchè tutti i nani sono rissosi e
gli elfi nobili e alteri? Non ci può stare per una volta un elfo
rissoso e brutto come l'inferno e un nano aristocratico che sorseggia
con il mignolo alzato? Non sarà una sorta di visione semplificata e
razzista dell'esistenza umana il fatto che quando serve un parere
articolato sul senso della vita si chieda a un elfo e quando occorre
un campione di gara di rutti si chieda a un nano? Perchè il
tizio con mazza di inizio film a un certo punto diventa un occhio
volante? Vi piace veramente l'idea dell'occhio volante?
Vi inquieta
l'idea di un occhio volante? Non era più comodo per lui essere
semplicemente un tizio con una mazza gigante? Non si rompe le scatole
a stare a fluttuare nell'aria? Esisteranno risposte logiche a tutto
questo, ma di sicuro non sono contemplate nel Silmancoso. Il fatto è
che non mi interessano!!! Ed è grave! Ho amato la saga del Signore
degli Anelli per la durata complessiva delle extended edition, mi è
piaciuto, mi sono divertito, ma conseguentemente mi si è sviluppata
quasi una reazione allergica. Sto per intraprendere l'impresa di
rivedere un film e... desisto. Mi avvicino al libro, due filastrocche
di Bombadillo e…vomito. Una realizzazione eccelsa, film
bellissimi che sono interpretati anche da attori bravissimi, effetti
speciali galattici, mai viste tante creature esaltate in armi in una
sola inquadratura, nemmeno al MISeX... Una musica da brividi, Cate
Blanchett, la migliore attrice su tutto il globo terracqueo.
Difficile trovare difetti, probabilmente non ce ne sono in una
fruizione ordinaria deell'opera. Ma poi al secondo passaggio di boa
spuntano, come foruncoli, tutte le domanda idiote di cui sopra. Mi
fanno capire di essere un fan take-away della saga dell'anello e di
essere stato vittima per la mia bulimica fame di informazioni, libri,
opuscoli, biografie, colonne sonore, videogame, fumetti e bibite
gasate celebrative di una indigestione mediatica. Colpa anche di
Orlando Bloom, probabilmente. Dopo averlo visto interpretare Legolas
appena vedo un elfo in un videogioco o in un libro mi torna alla
mente che pessimo attore Orlando sia. Non sono quindi degno di essere
un fan duro e puro della saga, uno che ogni anno si rilegge i libri,
magari colleziona le miniature della workshop e citadel, magari
decide di dare al suo gatto il nome di Frodo. Allora cosa farò
davanti a quensta nuova doppia razione di Hobbit, prima parte
quest'anno, seconda il prossimo (o erano tre parti...), in ragione di un
ottica puramente commerciale che vorrebbe trarre uno spettacolo di
nove ore da un libro di 180 pagine? Ma ovviamente correrò al cinema
a vederla! Posso forse perdermi il più stupefacente drago digitale
che sia mai stato concepito in una pellicola?
Dice il detto: non
cercare logica dove logica non c'è. In fondo capire me stesso a
volte è come affrontare degli enigmi nelle tenebre.
Rosso. Tutto in questa seconda
pellicola è rosso. Se avete trovato il dvd/blu ray in edizione First
Press lo sfondo della sovracopertina in cartonato è rossa, come è
rosso il Mobile Suit raffigurato, il Sinanju, rossa la ammiraglia di
Neo Zion e rossa l'uniforme del suo colonnello Full Frontal, rosso è
il tè che viene offerto a Banagher, rossa la luce che viene
irradiata nella piccola chiesa di Palau da un filamento luminoso
dietro l'altare, dietro il crocefisso. Il rosso è comunemente inteso
quale il colore della passione, dell'ardore e del coraggio, della
rivoluzione. Ma non si limita a questo, rappresenta anche il
pericolo, il sangue, rappresenta anche la fede, come si desume dagli
abiti talari dei sacerdoti. Storicamente-politicamente richiama anche
la bandiera sovietica e fa riemergere le vicissitudini di quella
grande nazione: in riferimento al periodo realizzativo del primo
Gundam, Zion con i suoi vessilli rossi e il suo popolo povero, a
fronte di un importante esercito e certi aspetti della sua ideologia,
si può dire che rievochi aspetti della Russia al momento della
guerra fredda, ma a mio avviso è una semplificazione eccessiva, in
quanto in Zion si possono trovare anche echi relativi alla Germania
nazista come alla guerra di secessione americana... anche se in quel caso il colore delle giubbe è sbagliato...
In Gundam il rosso richiama all'istante
“la cometa rossa”, l'asso nel combattimento di Zion, Char
Aznable, in quanto è rosso il colore del suo veicolo, non troppo
dissimile nella prima serie dal veicolo più umile di fanteria, il
gera zulu. Un rosso-eroe non casuale nell'animazione giapponese.
Possiamo dire che esistano diversi tipi di eroe in animazione e
spesso il colore è identificativo del carattere dello stesso.
In Gundam abbiamo eroi-bianchi ed
eroi-rossi. Bianco è il colore predominante del Gundam, e ne
identifica l'eroe: “puro” . Come in Kyashan della Tatsunoko,
parimenti all'eroe bianco che entra saltuariamente a fare parte delle
varie squadre di Power Ranger: il bianco è “l'irrisolto”, puro
in quanto “non ancora schierato”, in ricerca di una sua identità
a fronte di un passato spesso travagliato. Eroi di questo tipo si
portano appresso pesanti fardelli, spesso sono avvertiti come dei
“diversi” e respinti dagli altri, non ci si fida di loro anche a
monte dei grossi successi che ottengono: non poterli classificare tra
i buoni o tra i cattivi è il loro principale fascino. Questo in
Gundam si riversa sui piloti protagonisti, alla guida di vessilli
meccanici bianchi: persone avvertite come stranieri, diversi,
orfani, new type. Come il power ranger rosso, come Vash the Stampede,
come il colore del Getter One pilotato da Ryoma Nagare, Koji Kabuto,
come la sopra citata Cometa Rossa, come Megaloman: il rosso
identifica l'eroe ardimentoso, spesso travolto o trasfigurato dalla
passione. In genere un eroe a capo di un gruppo, rispettoso dei suoi
alleati e delle persone che protegge. La passione lo
“accende” di rosso ed è facile identificarlo come simbolo di
giustizia. Nell'universo di Gundam si direbbe simbolo di
“una” giustizia, ma questo è un altro discorso.
Inganno visivo. Si può dire che
il doppio rappresenti il tema centrale di questo episodio: la realtà
è duplice, il punto di vista è tutto. Veniamo così a conoscere che
molti dei personaggi in gioco indossano delle maschere, chi
metaforicamente chi realmente, maschere spesso tragiche. Con i
personaggi anche l'ambiente si maschera o imbelletta, quasi a
corollario. Allora il relitto della colonia che viene utilizzato come
campo di battaglia-trappola. Allora la prigione della Nehal Argama il
cui muro metallico proietta olograficamente un ambiente verde con un
castello in lontananza, immagine che riporta alla mia mente TotalRecall. L'asteroide minerario Palau, un ammasso di roccia che
nasconde due location: una sfarzosa e fittizia a immagine della Zion
che fu, dedicata con rispetto e ossequio a Full Frontal, una reale e
povera, dove tra slums vive la gente dell'asteroide. Gli stessi
asteroidi possono essere dei massicci di roccia così come dei
camuffamenti per veicoli da sbarco.
Full Frontal-Char Aznable. Capo
di un movimento terroristico o colonnello di una fazione militare non
riconosciuta? Chi c'è dietro la maschera? E se dietro la maschera ci
fosse una maschera ulteriore, se il personaggio fosse un fantoccio
realizzato in laboratorio, un clone di quello che rappresenta il vero
Char Aznable? Le idee sono immortali o, meglio, le idee sono a prova
di proiettile direbbe Alan Moore. Full Frontal è un recipiente che
incarna queste idee, dice lo stesso in un dialogo da brivido con
Banagher. Ci sarebbe da scrivere pagine e pagine su Char Aznable,
l'eroe segreto dell'Universal Century di Gundam, ma meno ne parlo
maggiore sarà la vostra gioia nello scoprirlo, magari visionando il
primo Gundam, poi lo Z, quindi il film “Il contrattacco di Char”.
Limitatamente a questo episodio di Gundam Uniocorn si può dire che
tutto, nel bene e nel male, parli di Char. Per intuirne la grandezza
smisurata ascoltate le parole di Marida Cruz verso la fine
dell'episodio che più o meno suonano così: con l'inizio dell'era
spaziale qualcuno affermò che fosse finita l'era di Dio, poi gli
spazianoidi trovarono un nuovo dio in Zion. Full Frontal è
l'incarnazione di Zion: misericordioso con i deboli e alleati in
tempo di pace, pilota infallibile e freddo in battaglia. Impossibile
non parteggiare per lui. Anche quando non è in scena in questo
episodio, Char è presente, basta una battuta, pronunciata mentre si
visionano dei Mobile Suit presenti su una corazzata: “Guarda uno
HyaKu Shiki”!(mezzo che Char guidava in Gundam Z, quando si faceva
chiamare Quattro Bajeena e stava dalla parte della federazione... ma
questa è un'altra storia)
Crescita di Banagher. Per meglio
immergerci in questo quadro di confusione, dove il bianco è il nero,
o meglio il rosso, il protagonista principale rimane fuori dai giochi
per la maggior parte degli eventi e quando verso la fine ricompare è
costretto a subire la realtà esterna, ad ascoltare e mettersi nei
panni perfino dei suoi nemici! Nel primo film abbiamo assistito a un
parto-bio-meccanico, la “nascità dello Unicorn”. Banagher con il
sangue si innestava al sistema di guida e urlando letteralmente
schizzava dal ventre meccanico della colonia, i sotterranei della
Vist, scagliandosi sul povero Quattro Ali di Neo Zion. Ora che è
fuori nello spazio, da quale parte del conflitto si schiererà? Anche
qui il chara-design fa letteralmente dei miracoli nel delineare la
fragilità di Banagher, il suo essere ancora poco più che un bambino
nei confronti di persone adulte che, qui più che mai appaiono
enormi. Dopo Cardias Vist, sembra che il giovane new type abbia di
nuovo a che fare con figure adulte: alla ricerca di nuove figure di
riferimento tanto quanto in previsione a ciò che lui stesso potrebbe
diventare in futuro. Emergono almeno tre incontri di questo tipo:
quello con Daguza, quello con Full Frontal e quello con Marida Cruz.
Se il primo e il terzo avranno modo di iniziare un dialogo che si
svilupperà in futuro, il secondo è il cuore pulsante della seconda
parte della pellicola, il vero pezzo forte. Da questo Banagher esce
quanto mai confuso, disturbato e minato nelle sue stesse certezze,
tanto da esplodere nella scena seguente in una profonda crisi in cui
il bianco e il nero, o il rosso, si confondono. Un Banagher
tormentato, non si può dire ancora cresciuto, ma sicuramente
dubbioso ed estremamente interessante.
Claustrofobia: se il primo
episodio aveva squarci di cielo, qui ci si sente spesso ingabbiati,
con un paesaggio chiuso e inscatolato dove pare non esserci aria
respirabile. Palau con i suoi cunicoli e il cielo nero pece è
opprimente e anche nella parte adibita a Full Frontal l'inquadratura
induguia per un istante sul cielo-artificiale, per ribadire un secondo dopo che si trova inscatolato e nascosto dentro un cumulo di
pietra. Affascinante la chiesa di Palau, sottolineata da cromatismi
caldi con luce che riverbera dai neon lungo le pareti: il fatto che
sia un ambiente chiuso non le impedisce di essere a suo modo
interessante
Combattimento tra asteroidi:
avevamo avuto un assaggio nel primo film, qui abbiamo un sacco
d'azione invece, condita da magistrali scenografie di combattimento
ed effetti speciali vari. La serie si comferma di assoluta
pregevolezza per chi ama le scene d'azione. Se avete un bello stereo
accendetelo: qui si fanno i numeri.
SPOILER, SPOILER,
SPOILER, SPOILER, ANCORASPOILER E SEMPRE SPOILER NON LEGGERE O SPOILER,
GUARDA CHE E' SPOILER, ESTREMAMENTE SPOILER.
Un gruppo di amici
decide di passare un fine settimana in una baita nel verde. In
cantina trovano un libro maledetto che risveglierà forze oscure che impediranno loro di andare via e che li sterminerà uno a uno fino a
che qualcuno capirà come guarire dal contagio. Tagliando. Questo
eroe armato di motosega cercherà di porre fine a tutto, dovendo
prima affrontare i demoni che si muovono all'interno dei corpi morti
dei suoi amici. Poi tutto si farà più strano. Evviva l'eroe che
viene dal cielo per salvarci dai morti!
Un budget
ridicolo, tanta intraprendenza, un gruppo compatto di persone a
sostenere l'opera. Sam Raimi esordiva così, con un opera che faceva
di necessità virtù, che cercava con l'ingegno di superare il vuoto
cosmico del portafoglio produttivo. La tecnologia era diversa da
oggi, molto diversa. Ora con una telecamera digitale a mano, a un
prezzo contenuto, si può fare di tutto, si può fare un Paranormal
Activity casalingo, un Blair Witch Project all'amatriciana. Ai tempi
de “La casa” non era così: c'era la pellicola e i relativi
problemi di conservazione, c'erano telecamere enormi e pesanti.
Questo richiedeva che le produzioni fossero ingenti: una telecamera
poteva solo spostarsi su binari per fare le carrellate, portarla a
mano era un suicidio, serviva una maxi apparecchiatura per il sonoro,
servivano dei set, bisognava pure pagare gli attori. Come poteva un
neolaureato Raimi con quello che aveva in tasca fare qualcosa di più
che un documentario sulle anatre? Piazzando le telecamere con
imbragature speciali su delle moto e pregando che non si rompessero.
Creando carrucole di fortuna su cui far volare le telecamere,
sperando che non si rompessero, operando con filtri, maneggiando
direttamente sulla pellicola per creare effetti speciali, sperando
che non si rompesse. Utilizzando per il sangue barili di vernice
rossa, sperando che non finisse per un errore di ciak (cosa che in La
Casa 2 effettivamente successe! La produzione cercò allora altra
vernice-rosso sangue e non trovandola passò alla vernice-nero
sangue!). Creando effetti speciali non con il computer, che se non
lavoravi alla light'n'magic il massimo che potevi fare era guardare
un livello in sedici colori del tetris, non con gli animatronic,
complessi robot -marionette semoventi e carissimi, utilizzati in
Gremlins come in Alien, ma ricorrendo alla più
abbordabile...plastilina (vedere il finale de La casa per crederci, è
uno stop motion incredibilimente simile a... a una versione malata
del cartone per bambini Pingu)! Con tali limiti gli attori
necessariamente dovevano bucare lo schermo o almeno essere moooolto
convincenti e le musiche dovevano risultare adeguate. Viste le
variabili in gioco è sorprendente che ne sia uscito qualcosa, ma non
è stato tutto un caso, è stata la ferrea disciplina e
professionalità di uno dei più importanti registi odierni a fare la
differenza. Quello che ne seguì è storia. Un altro film, almeno un
altro paio di pellicole che non c'entrano una mazza ma che in Italia
arrivano come La casa 3 e La casa 4 (Chi è sepolto in quella casa,
con William Katt, il tizio di Ralph Supermaxieroe, film comunque
bellissimo) e poi il terzo episodio, L'armata delle Tenebre. Da allora
si è parlato sempre di un sequel, ma Raimi ha volato sempre più
alto, da Dark Man al noir Soldi Sporchi, dal western con Crowe, Di
Caprio e la Stone (Pronti a morire) alla trilogia di Spiderman (anni
luce dallo Spiderman “fighetto” del reboot, che comunque ha pure
lui il suo perchè... ne riparleremo...). Poi Raimi produce e ne
saltano fuori ancora bei film come The Boogeyman (che a me e pochi
altri sul pianeta è pure piaciuto... non possono tutte le ciambelle
uscire con il buco), come Possession, The Skeleton Key, come il
remake americano di The Grudge, produce serie tv come Hercules, Xena
e il più recente Spartacus. Un piccolo impero quindi, ma senza
dimenticare gli amici e le sue origini. Si sperava che quel La casa -
davvero - numero 4 fosse lì lì per materializzarsi, che Ash -
Bruce Campbell - avrebbe nuovamente brandito Remington doppia canna (che
trovate nei magazzini Smart, i migliori d'America) e motosega di
ordinanza. Ma si è scelta una via diversa e forse più giusta: come
Apollo Creed ha dato a Stallone la possibilità di cimentarsi con un
grande pubblico, Raimi chiede al giovane Fede Alvarez di dirigere una
nuova versione de La Casa – Evil Dead. Quando Raimi ha messo in
piedi il suo self-made-horror aveva il fuoco della gioventù, l'estro
e la fantasia a palla e solo altro sangue giovane poteva trovare in
sé altrettanta energia. Presupposto nobile, ottimo se tutti i
giovani registi fossero al livello creativo del giovane Raimi.
Vedremo cosa ne uscirà questa estate, quando il film si paleserà
nelle sale, con la sicurezza però che la supervisione di Raimi e
Campbell è costante, presente ad ogni giorrno sul set, fornendo
vigilanza, consiglio e ordine ai lavori. Lo spirito è lo
stesso, il budget contenuto (ma comunque infinitamente più ampio
rispetto ai “mezzi” dell'epoca e per fare ottimi effetti speciali
oggi si può comunque non dover spendere necessariamente un capitale.
Tra gli attori Shiloh Fernandez, noto per essere stato visto in
Cappuccetto Rosso Sangue e Gossip Girl (e detestando il personaggio
di Gossip Girl spero che in questo Evil Dead muoia – parliamo di
finzione cinematografica – nel modo più macabro possibile: tipo
amputato, sbudellato, farcito, sminuzzato e ridotto a carne trita e
infine impiattato con patate novelle e olio a crudo... ovviamente
auguro questo al personaggio di Gossipi Girl, non a Fernandez che è
invece un valido attore), Jessica Jucas, vista in Cloverfield (a
quando il sequel?), e altri volti più o meno noti. Quindi più o meno
tutti esordienti di belle speranze. Speriamo bene.
Potrà mai la saga
sul Necronomicon continuare senza Bruce Campbell, il leggendario Ash
del reparto ferramenta, seppure Bruce Campbell sia insieme a Raimi, a
curare la produzione della pellicola? Non ci è dato saperlo per ora,
ma sappiamo che è in atto una guerra silenziosa per dare la
certificazione “R” alla pellicola, condizione indispensabile per
creare un'opera estrema senza necessariamente cadere tra le forbici
della censura, che per avere due pischelli in più al cinema svuota
di senso sempre più pellicole che nascerebbero per essere horror.
Quindi arriviamo
al flano, al poster originale. Linea aggressiva “il più
terrificante film a cui potrai mai assistere”...Speriamo sia vero!.
Potevamo lasciarvi
senza un trailer? A letto i piccini.