lunedì 17 dicembre 2012

Gundam UC volume 2

(Corollario a Gundam Unicorn vol.2 ) Ok, di nuovo, vai con i pupazzi! 

Cari collezionisti, rieccoci all'angolo tanto amato. Ecco come godere, soldi permettendo, degli “spunti” di modellismo proposti da questo secondo episodio di Gundam UC. Andiamo con la top3!
Terzo posto: AMS Geara Zulu Angelo Sauper use: (disponibile in HG) delle “Maniche”. Gli Geara Zulu sono le truppe di fanteria corazzata più vecchie, primi modelli di Mobile Suit, massicci e cattivi. La versione di questi modelli in uso alle “Maniche” hanno, come dice il nome, maniche e parti dell'armatura recanti i paramenti di Zion. Amando Angelo il viola, il MS presenta la suddetta colorazione. Massiccio e potente nell'aspetto grazie ai possenti serbatoi collocati sulla schiena è armato di un gigantesco cannone che funge da arma a distanza per fornire copertura al Sinanju di Full Frontal. Modellino strepitoso.
Secondo posto: RGZ-95 ReZEL: (disponibile in HG) in dotazione alle Londo Bell. È in sostanza il modello per la produzione in serie dello Z Gundam, anche lui trasformabile in caccia da combattimento. Linea stra-aggressiva, viene quasi la voglia di farsene una personale squadriglia. Se state a colorarlo blu metallizzato fa un figurone.


Prima Posizione: MSN-06S Sinanju (disponibile in tutte le sigle, io vi consiglio l'MG). Non solo perchè è il mattatore di questo episodio, ma perchè è bellissimo, ricco di dettagli, cattivo, stra-posabile e imprescindibile se amate il collezionismo dei Gundam. Se non avete ancora preso nessun modellino e volete iniziare, tra questo e l'RX0 Unicorn è una bella lotta su chi sia il migliore. Anche di lui esiste una Ver-Ka, altrettanto bella. Difficile da montare, una bella sfida, ma il risultato finale è ultra appagante.
Talk0

domenica 16 dicembre 2012

V per Vendetta






andate al minuto 6.00 e ditemi se non vi ricorda qualcosa...

Non è forse lo stesso contesto, ma il ruolo della maschera è lo stesso: diventare idea, diventare immortale.

Si può uccidere un uomo, ma non si può fermare un'idea. Le idee sono a prova di proiettile. Questo è il messaggio forte di V per Vendetta. Una splendida graphic novel di Alan Moore, testi, e David Lloyd, disegni. I disegni di Lloyd sono dettagliati anche se abbastanza convenzionali, nella cornice del bianco e nero dell'opera (ma esiste pure una versione a colori “spenti”), ma l'intuizione grafica del personaggio così come i dettagli di “regime” ne fanno un lavoro di pregio. La scrittura di Moore è come al solito solida e descrive in un numero non troppo elevato di pagine un caleidoscopio di personaggi unici, tutti tormentati dal confine tra disperazione e dovere.

Moore è uno scrittore di fumetti eclettico, i suoi lavori sono affreschi di indubbia forza evocativa, piccoli mondi in cui l'autore si mette a nudo nelle sue passioni-pulsioni. Opere personali che divengono mainstream grazie ai genio che muove la penna, un comunicatore raffinato ed estremamente critico della società moderna, spesso una cloaca corrotta non troppo dissimile dal contesto reale. I suoi personaggi galleggiano su questo mondo marcio, spesso vivendo di compromessi di cui non vanno fieri perchè gli eroi, nel senso più alto del termine, sono grandi, rivoluzionari, ma spesso perdenti: nullificati, messi a tacere, uccisi. Non per questo assenti. Nella loro titanica presenza, se solo gli eroi possono muoversi contro la Storia (pur destinati a fallire), la storia con la “s” minuscola, il mito, il vero-non vero è tutta su di loro. L'eroe muore, ma le sue gesta rimangono, magari scritte su di un libro, un diario, sulle pagine di un quotidiano, per voce di chi lo ha conosciuto. Una rivincita che non toglie l'eco della sconfitta.

Per V per Vendetta, Moore lavora sempre in questo ambito, cercando però di andare oltre. L'eroe viene qui svuotato, rimane solo il suo simulacro, la sua idea. Sappiamo che è un fan del Conte di Montecristo e a questo brutalmente si limita: impersona una versione teatrale del Conte di Montecristo senza che mai la maschera sia sollevata. Ma un'idea, che sia buona o cattiva, può di per sé avere le connotazioni morali dell'eroe senza trascenderlo?

I personaggi della graphic novel si muovono in una Londra non troppo futuristica e decaduta dove nulla sembra sfuggire all'occhio di un regime dittatoriale. Facciamo la conoscenza di una ragazza che viola il coprifuoco facendo un brutto incontro con i corrotti poliziotti del regime. La ragazza viene quindi salvata da un misterioso individuo che di lì a poco riempirà i cieli di Londra di fuochi d'artificio. La maschera che indossa è nota, è quella del rivoluzionario inglese Guy Fawkes.

Alan Moore è inglese e come tutti gli inglesi sa perfettamente chi sia costui, anche perchè in suo ricordo c'è una festa nazionale. Il 5 novembre del 1602 Guy Fawkes organizzò la cosiddetta “congiura delle polveri”, nel tentativo di far saltare per aria il Parlamento Inglese, reo di essere diventato quantomeno tirannico. L'attentato non andò in porto, ma sembra che qualcosa in seguito sia cambiato nella reggenza, in positivo. Una rivoluzione silenziosa che ha portato a ogni modo l'artefice a una bella esecuzione capitale. Da allora il 5 novembre (da cui il “V” del titolo, 5 per la numerazione romana che graficamente richiama anche il simbolo di anarchia, invertito) in Inghilterra si dà fuoco al pupazzo di Guy Fawkes e ci si veste come il suddetto. Che macabri gli inglesi.

Tornando a noi, in questa Londra del futuro prossimo un nuovo Guy Fawkes si staglia all'orizzonte, minacciando di fare quello che non gli è riuscito nel 1602, in occasione della tradizionale festa del 5 novembre. La polizia si mette subito sulle sue tracce, mentre la ragazza che aveva violato il coprifuoco inizia a fare i suoi primi passi come piccola rivoluzionaria. L'opera è un inno a non farsi schiacciare dalla società, ma al contempo una critica lucida ai paradossi ed errori cui una rivoluzione, per quanto necessaria, va comunque incontro.

La figura che si nasconde dietro il beffardo volto di Guy Fawkes è il motore di tutto, eroe e mostro della rappresentazione. Completamente coperto dall'abito che indossa, il volto celato, guanti neri, nulla rivela del suo aspetto . Noi leggiamo i dialoghi di Guy Fawkes ma non ne “sentiamo la voce”, così come non intendiamo la fisionomia, non sappiamo nemmeno se si tratti di un uomo o di una donna, giovane o anziano. In una vignetta gli abiti di V sono adagiati su un appendino, solo a un'osservazione più puntuale si scopre che è in effetti un simulacro, che V non è presente sulla scena. Sarebbe però errato considerarlo un non-personaggio, V è all'opposto un “collettivo”, l'agognato sentimento di libertà che accomuna un popolo oppresso, non dissimile da quel Full Frontal di Gundam Unicorn, di cui abbiamo avuto già modo di parlare: non importa chi o cosa effettivamente lui sia, sono gli altri a ricoprirlo delle loro aspirazioni e speranze e a dargli così forma-sostanza. Attenzione però. V non è pura volontà distruttiva, racchiude anche una profonda morale sul ruolo delle rivoluzioni nella storia. Molti si limitano a considerarlo oggi una bandiera dello “sfasciamo tutto”, ma l'opera, se letta come dovrebbe, cela significati più profondi e non giustifica mai alcuna forma di violenza. Violenza che sempre e comunque viene anche condannata, anche se commessa nell'intento di “cause più alte”. La figura dell'investigatore è altrettanto nobile quanto quella di V, così come sono forti le sue ragioni. Moore ci tiene a sottolineare che è comunque uno dei suoi eroi-perdenti, una mosca bianca in un mondo corrotto che però non possiamo esimerci dall'ignorare, dal parteggiare per lui. Riuscirà il quasi metafisico terrorista V a distruggere tutto – rivoluzionare tutto o il buon, disilluso, detective riuscirà a evitare il caos, pur così salvando una società corrotta? Un bel dittico, difficile scegliere per chi parteggiare.

Concetti non semplici da trasfigurare sul grande schermo, senza scadere in colorazioni o semplificazioni eccessive. Di fatto non è mai stato semplice adattare il pensiero di Moore al cinema.

Moore ha sempre avuto grande amore per i suoi “bambini”, al punto che si è sempre ben guardato dal firmare trasposizioni cinematografiche: opere nella maggioranza dei casi ben riuscite, ma che in qualche modo rimangono figlie-vittime di una visione “altrui”. Divertente La Lega degli Uomini Straordinari nelle sale, film fracassone e colorato che a ben vedere anticipa quello che da poco abbiamo visto con gli Avengers, ma solo un'eco della grandezza della relativa opera cartacea di Moore, in cui i personaggi divengono figure tragiche da drammaturgia greca. Un grande Johnny Depp si muove nella Londra vittoriana filmica di From Hell, cupa e satanica, ma anche qui il film è solo un riflesso, pure piuttosto sbiadito, dell'opera su carta, quanto mai potente, sanguigna e disperata in cui il personaggio principale non è l'investigatore di Depp, ma l'assassino, aristocratico e intoccabile, protetto dalla massoneria, materia forse troppo oscura per i produttori di Hollywood (o forse troppo "scoperta” a seconda dei punti di vista). Watchmen invece è l'esatta trasposizione filmica del fumetto, non una trasposizione, ma una mera “esecuzione” attraverso un media differente, un atto quasi ecumenico, integralista, al pari del Sin City di Miller rivisto da Rodriguez, la letterale messa in movimento delle vignette: può capitare che risultino entrambi oggetti di difficile lettura per un pubblico occasionale a causa di una così deposta scrittura, scrittura che ne fa per i fan qualcosa di magistrale e inarrivabile. Poi arriva V per Vendetta, dove il libro a fumetti viene, finalmente, adattato per il grande schermo: cambiano delle carte ma il risultato è ugualmente forte, ugualmente buono, seppur diverso. La regia del poco sfruttato, James McTeigue, la sempre brava Natalie Portman nella parte della giovane rivoluzionaria, Stephen Rea, sempre misurato e profondamente umano, nella parte del detective disilluso e l'incredibile Hugo Weaving a rivestire la maschera di V. Alla produzione ecco arrivare i fratelli prodigio di Matrix, che donano alla trasposizione un tocco familiare per chi ha apprezzato la trilogia cyberpunk. Alla regia un loro tecnico, che ho di recente apprezzato anche per Ninja Assassin, composto e ordinato nella scansione degli eventi, ottimo direttore di attori. Brava la Portman, Weaving giganteggia con un ruolo quasi impossibile: recitare senza potersi esprimere con il volto è uno dei lavori più difficili di sempre, soprattutto se il personaggio è complesso e articolato come in questo caso e alla fissità della maschera accompagna anche movenze volutamente eccessive e teatrali. Musica potente, effetti grafici ottimi. Un accenno alla scrittura è doveroso. Un'azione concitata, lo sviluppo di meno personaggi rispetto al fumetto, tagli e cambiamenti vari, il film nonostante appaia molto diverso, non tradisce l'originale e mette in scena, anzi, suggestioni nuove e visivamente potenti. Nel film c'è addirittura una bellissima sequenza che pensavo mutuata dal fumetto, ma che è invece frutto dell'ottimo adattamento. Cose che capitano raramente.

La pellicola tuttavia ha i suoi tempi e laddove bene presenta V, glissa su parti ugualmente importanti dell'opera di Moore dando un quadro leggermente distorto. Un'opera forte, quindi, che sebbene confezionata con classe reca un messaggio che può essere molto facilmente frainteso, motivo per cui una visione da parte di soli bambini non solo è sconsigliata ma addirittura nociva. Sarebbe invece utile che se ne parlasse, magari confrontandosi con degli adulti. Le differenze con l'opera a fumetti sono molteplici, ma i due lavori sono per me complementari. Vi consiglio molto caldamente di leggere il fumetto e poi vedere la pellicola, ma fate pure il contrario con comodo, avrete solo così l'esatta percezione dell'opera: da un lato la sua potenza evocativa (film) dall'altro il suo valore morale (fumetto). In ogni caso un ottimo spettacolo. 
Talk0

sabato 15 dicembre 2012

Project X – una festa che spacca


Todd Philips. Se questo nome non vi dice molto, è la mente dietro a questo film, dietro a Parto con il Folle, dietro a Una Notte da Leoni 1, 2 e di prossima uscita 3. Per molti è il nuovo John Landis. Per me è qualcosa di completamente diverso, di nuovo e per questo qualcosa di buono.

Philips è un frantumatore di tabù, il cantore della primitività umana, l'esegeta della sbornia non-triste. I suoi film sono urla di vitalità, condite di sputi, rivolte a un mondo grigio, fintamente pulito e perfettino, accettazione-subordinazione-supina del modello plastico (nel senso di divano ricoperto da plastica contro lo sporco e l'umanità) di vita geriatrico e tranquillo da provincia denuclearizzata (a tre chilometri di curve dalla vita, cantava Bersani). Urla bestiali delle quali subito pentirsi e tornare sulla retta via, cacciando tutto l'eccesso sotto il tappeto buono del soggiorno. Ma l'eccesso c'è stato, sempre, compiaciuto e tronfio, simulacro di una titanica idiozia che comunque ci rende superiori a forme di vita amorfe come i funghi e le spore. Sono film comici dunque? Niente affatto, sono una categoria a sé, sono film sull'eccesso e su come l'uomo cerchi di ricontenerlo nel vaso di pandora. Si ride? Di brutto. Ma Una notte da Leoni ha molto più a che spartire con un film giallo-action rispetto che a una commedia con Ben Stiller. In Una notte da leoni avevamo una scansione temporale rigida: un prima, un black out (in cui succedono cose folli di cui nessuno ha memoria in quanto troppo strafatti), un dopo da ricomporre. Con Project x vediamo il mostro direttamente negli occhi, i protagonisti sono strafatti anche loro ma uno no, il cameraman no, lui non beve e ci farà vedere tutto quello che registra la sua telecamera a mano, con la precisione di un documentarista.


Nima Nourizadeh viene scelto alla regia da Philips, sotenuto dal potente produttore Joel “arma letale” Silver. È un esordiente, passato di qualche videoclip. Esordienti sono anche i protagonisti scelti, chi da provini, chi in virtù di esperienze su Youtube. Carne fresca e giovane che più che interpretare un ruolo deve impersonare nel modo più naturale possibile la propria età. Un Verismo alla My Sweet Sixteen mi verrebbe da dire, in riferimento al tema del film. La trama, stringi stringi, è tutta qui: tre amici vogliono celebrare degnamente il compleanno di uno di loro organizzando una maxi festa mentre i genitori dello stesso sono fuori casa. Solo che da 30 persone, per il passaparola dei nuovi media, si ragginge una cifra a 3 zeri. Segue la cronaca della festa-apocalisse tra sesso-droga-musica dance-follie alla jackass. Mai come in questo caso gli intenti narrativi sono secondari rispetto alla rappresentazione visiva degli stessi. Stordente e abbaccinante, la festa è un mostro tentacolare spinto da pura pulsione, un blob in continua espansione e senza freni inibitori dove tutto è consentito in quanto comunemente vietato da genitori, logica e buon senso. La natura (primitiva) umana a contatto con la natura-matrigna. Se la vostra visione di festa è aprire a Capodanno uno spumante (magari facendo come nella formula uno e pertanto passando la prima mezz'ora dell'anno nuovo a pulire mentre tutti ti danno del coglione) qui siamo su tuuuutto un altro pianeta. Musica a palla, piscina, fumo, fiumi di birra e tette, tante tante tante tette tette tette. Fino a che si arriva all'assurdo, al parossismo e si supera tutti i limiti inimmaginabili. L'ultima mezz'ora è indescrivibile in uno spettacolo di eccessi da girone dantesto. Divertente? Malatamente sì, razionalmente pare di stare in un film horror e credo che se una madre potesse anche solo ipotizzare che il proprio figliolo potesse anche solo lontanamente predisporre un simile armageddon autodistuttivo, rischierebbe le coronarie. L'uso della telecamera a mano è geniale, come geniale è l'idea che a portarla sia un soggetto sociopatioco e potenzialmente pericoloso. Gli attori sono bravissimi, tutto funziona. Alcune scene sono da applauso e standing ovation. Il personaggio di T.Rick è da antologia. Si respira il cameratismo tipico dei film di Philips, un abbraccio sudato e sincero, ma trova spazio anche il vero amore, quello pratico e vitale, in perfetta antitesi al modello stucchevole dei finti film su finti matrimoni con la finta Julia Roberts. Possibile che per me i migliori film sentimentali non siano i film sentimentali? Un film di eccessi eccessivi quindi, che per Philips dovrebbe essere l'equivalente moderno di Animal house. Per me ci riesce quasi, sarà che sono troppo vecchio per rivedermi in contesti così estremi. Da guardare con gioia e in cuffia a tutto volume, che se no i vicini si arrabbiano. 
Talk0 il vecchio.

venerdì 14 dicembre 2012

Star Trek - Into Darkness


Ci siamo finalmente! Ecco il trailer del seguito di Star Trek - il futuro ha inizio, il prequel della famosissima saga uscito nel 2009. Prequel e anche Reboot, perchè con un colpo da maestro, gli sceneggiatori hanno inserito un viaggio temporale, che ha modificato drasticamente il passato (la morte del padre di Kirk nella prima scena cambia tutta la storia fin da principio), permettendo di ricostruire una narrazione episodica, senza doversi curare di tutto ciò che si è visto al cinema e TV in questi quaranta e passa anni. Al timone dell'Enterprise ancora una volta Chris Pine, coadiuvato da Zachary Quinto (il Sylar di Heroes) nei panni di Spock. Anche il resto del cast è confermatissimo: Carl Urban sarà Bones (McCoy), Zoe Saldana-Uhura tornerà a far girare la testa alla coppia Kirk-Spock e il grande Simon Pegg-Scotty darà energia al teletrasporto, chissà se ancora magro oppure già con qualche chilo di troppo. La trama è ancora top-secret; si sa solo che l'Enterprise, di ritorno sulla Terra, troverà la flotta distrutta e una minaccia da sventare... l'antagonista potrebbe essere Khan (stando a Imdb), interpretato da Benedict Cumberbatch, che vedremo tra un paio di giorni anche ne "Lo Hobbit". L'attesa, vista la figaggine del primo episodio, è molta, poi dietro c'è J.J.Abrams, che per la prima volta nella storia del cinema ha ottenuto di girare con telecamere IMAX e poi convertire il film in 3D. 
Gianluca

giovedì 13 dicembre 2012

Lo Hobbit



Dai seriamente non vi è bastata la trilogia estesa del Signore degli Anelli? Non vi siete sentiti morire, come me, quando dopo quella che senza dubbio è la sequenza finale del racconto, la pellicola si trascini come una lumaca morta per almeno altri 20 insostenibili minuti di... nulla? Ma se gli elfi sono immortali, anche mettendo il caso che per i loro gusti aristocratici pratichino prevalentemente l'amore platonico, non dovrebbero, 'sti altezzosi maledetti orecchie a punta, vestiti di pigiami verdi, avere già colonizzato tutta la terra e initrapreso una bozza di conquista spaziale? Ma perchè Gandalf non ha utilizzato l'aquila gigante (che per me equivale a colmare delle mancanze, tipo quelli che vanno in giro con il suv...) per giungere al Monte Fato e sbarazzarsi dell'anello? Sono fichi per la cg e i dettagli ma quanto sono mortalmente pallosi gli alberi parlanti? Ma è davvero importante evitare che l'anello lo tenga il Gollum, che tanto non se ne fa una sega a parte toglierselo e rimetterlo in spasmi masturbatori? Glielo togliamo per apportare significativi miglioramenti alla sua vita di relazione? Ma perchè c'è gente che dà retta al Silmarillion o Smillandranium o Simillarium e pertanto crede che Gandalf sia uno SPOILER? Ma dai, è palesemente assurdo che non possa essere SPOILER, in una prospettiva di questa fava pure Galadreiel è possibile che sia una gran SPOLIER e pure una di quelle porSPOILER, quelle che pure ai nanSPOILER e non paga in quanto grandissima SPOILER, mai concede la sua SPOILER a quel pover SPOILER. Insomma, capite perchè l'agente Smith porta gli occhiali da vista, ci siamo capiti... Credere che lo Smilmaninnion abbia a che fare con il Signore degli Anelli è un po' come vedere American Graffiti e ritenerlo, per il solo fatto che è scritto da Lucas, un episodio prequel di Guerre Stellari. Ma perchè tutti i nani sono rissosi e gli elfi nobili e alteri? Non ci può stare per una volta un elfo rissoso e brutto come l'inferno e un nano aristocratico che sorseggia con il mignolo alzato? Non sarà una sorta di visione semplificata e razzista dell'esistenza umana il fatto che quando serve un parere articolato sul senso della vita si chieda a un elfo e quando occorre un campione di gara di rutti si chieda a un nano? Perchè il tizio con mazza di inizio film a un certo punto diventa un occhio volante? Vi piace veramente l'idea dell'occhio volante?
Vi inquieta l'idea di un occhio volante? Non era più comodo per lui essere semplicemente un tizio con una mazza gigante? Non si rompe le scatole a stare a fluttuare nell'aria? Esisteranno risposte logiche a tutto questo, ma di sicuro non sono contemplate nel Silmancoso. Il fatto è che non mi interessano!!! Ed è grave! Ho amato la saga del Signore degli Anelli per la durata complessiva delle extended edition, mi è piaciuto, mi sono divertito, ma conseguentemente mi si è sviluppata quasi una reazione allergica. Sto per intraprendere l'impresa di rivedere un film e... desisto. Mi avvicino al libro, due filastrocche di Bombadillo e…vomito. Una realizzazione eccelsa, film bellissimi che sono interpretati anche da attori bravissimi, effetti speciali galattici, mai viste tante creature esaltate in armi in una sola inquadratura, nemmeno al MISeX... Una musica da brividi, Cate Blanchett, la migliore attrice su tutto il globo terracqueo. 
Difficile trovare difetti, probabilmente non ce ne sono in una fruizione ordinaria deell'opera. Ma poi al secondo passaggio di boa spuntano, come foruncoli, tutte le domanda idiote di cui sopra. Mi fanno capire di essere un fan take-away della saga dell'anello e di essere stato vittima per la mia bulimica fame di informazioni, libri, opuscoli, biografie, colonne sonore, videogame, fumetti e bibite gasate celebrative di una indigestione mediatica. Colpa anche di Orlando Bloom, probabilmente. Dopo averlo visto interpretare Legolas appena vedo un elfo in un videogioco o in un libro mi torna alla mente che pessimo attore Orlando sia. Non sono quindi degno di essere un fan duro e puro della saga, uno che ogni anno si rilegge i libri, magari colleziona le miniature della workshop e citadel, magari decide di dare al suo gatto il nome di Frodo. Allora cosa farò davanti a quensta nuova doppia razione di Hobbit, prima parte quest'anno, seconda il prossimo (o erano tre parti...), in ragione di un ottica puramente commerciale che vorrebbe trarre uno spettacolo di nove ore da un libro di 180 pagine? Ma ovviamente correrò al cinema a vederla! Posso forse perdermi il più stupefacente drago digitale che sia mai stato concepito in una pellicola?



Dice il detto: non cercare logica dove logica non c'è. In fondo capire me stesso a volte è come affrontare degli enigmi nelle tenebre.
Talk0

mercoledì 12 dicembre 2012

Gundam Unicorn Vol.2

(Dopo la visione e a mente fredda, magari un paio di orette dopo). 
SPOILER, SPOILER, SPOILER, SPOILER, SPOILER,SPOILER, SPOILER, SPOILER, SPOILER, SPOLIER, SPOILER, SPOILER, SPOILER,SPOLIER, SPOILER, SUPER SPOILER
Commenti sparsi.

Rosso. Tutto in questa seconda pellicola è rosso. Se avete trovato il dvd/blu ray in edizione First Press lo sfondo della sovracopertina in cartonato è rossa, come è rosso il Mobile Suit raffigurato, il Sinanju, rossa la ammiraglia di Neo Zion e rossa l'uniforme del suo colonnello Full Frontal, rosso è il tè che viene offerto a Banagher, rossa la luce che viene irradiata nella piccola chiesa di Palau da un filamento luminoso dietro l'altare, dietro il crocefisso. Il rosso è comunemente inteso quale il colore della passione, dell'ardore e del coraggio, della rivoluzione. Ma non si limita a questo, rappresenta anche il pericolo, il sangue, rappresenta anche la fede, come si desume dagli abiti talari dei sacerdoti. Storicamente-politicamente richiama anche la bandiera sovietica e fa riemergere le vicissitudini di quella grande nazione: in riferimento al periodo realizzativo del primo Gundam, Zion con i suoi vessilli rossi e il suo popolo povero, a fronte di un importante esercito e certi aspetti della sua ideologia, si può dire che rievochi aspetti della Russia al momento della guerra fredda, ma a mio avviso è una semplificazione eccessiva, in quanto in Zion si possono trovare anche echi relativi alla Germania nazista come alla guerra di secessione americana... anche se in quel caso il colore delle giubbe è sbagliato...
In Gundam il rosso richiama all'istante “la cometa rossa”, l'asso nel combattimento di Zion, Char Aznable, in quanto è rosso il colore del suo veicolo, non troppo dissimile nella prima serie dal veicolo più umile di fanteria, il gera zulu. Un rosso-eroe non casuale nell'animazione giapponese. Possiamo dire che esistano diversi tipi di eroe in animazione e spesso il colore è identificativo del carattere dello stesso.
In Gundam abbiamo eroi-bianchi ed eroi-rossi. Bianco è il colore predominante del Gundam, e ne identifica l'eroe: “puro” . Come in Kyashan della Tatsunoko, parimenti all'eroe bianco che entra saltuariamente a fare parte delle varie squadre di Power Ranger: il bianco è “l'irrisolto”, puro in quanto “non ancora schierato”, in ricerca di una sua identità a fronte di un passato spesso travagliato. Eroi di questo tipo si portano appresso pesanti fardelli, spesso sono avvertiti come dei “diversi” e respinti dagli altri, non ci si fida di loro anche a monte dei grossi successi che ottengono: non poterli classificare tra i buoni o tra i cattivi è il loro principale fascino. Questo in Gundam si riversa sui piloti protagonisti, alla guida di vessilli meccanici bianchi: persone avvertite come stranieri, diversi, orfani, new type. Come il power ranger rosso, come Vash the Stampede, come il colore del Getter One pilotato da Ryoma Nagare, Koji Kabuto, come la sopra citata Cometa Rossa, come Megaloman: il rosso identifica l'eroe ardimentoso, spesso travolto o trasfigurato dalla passione. In genere un eroe a capo di un gruppo, rispettoso dei suoi alleati e delle persone che protegge. La passione lo “accende” di rosso ed è facile identificarlo come simbolo di giustizia. Nell'universo di Gundam si direbbe simbolo di “una” giustizia, ma questo è un altro discorso.
Inganno visivo. Si può dire che il doppio rappresenti il tema centrale di questo episodio: la realtà è duplice, il punto di vista è tutto. Veniamo così a conoscere che molti dei personaggi in gioco indossano delle maschere, chi metaforicamente chi realmente, maschere spesso tragiche. Con i personaggi anche l'ambiente si maschera o imbelletta, quasi a corollario. Allora il relitto della colonia che viene utilizzato come campo di battaglia-trappola. Allora la prigione della Nehal Argama il cui muro metallico proietta olograficamente un ambiente verde con un castello in lontananza, immagine che riporta alla mia mente TotalRecall. L'asteroide minerario Palau, un ammasso di roccia che nasconde due location: una sfarzosa e fittizia a immagine della Zion che fu, dedicata con rispetto e ossequio a Full Frontal, una reale e povera, dove tra slums vive la gente dell'asteroide. Gli stessi asteroidi possono essere dei massicci di roccia così come dei camuffamenti per veicoli da sbarco.
Full Frontal-Char Aznable. Capo di un movimento terroristico o colonnello di una fazione militare non riconosciuta? Chi c'è dietro la maschera? E se dietro la maschera ci fosse una maschera ulteriore, se il personaggio fosse un fantoccio realizzato in laboratorio, un clone di quello che rappresenta il vero Char Aznable? Le idee sono immortali o, meglio, le idee sono a prova di proiettile direbbe Alan Moore. Full Frontal è un recipiente che incarna queste idee, dice lo stesso in un dialogo da brivido con Banagher. Ci sarebbe da scrivere pagine e pagine su Char Aznable, l'eroe segreto dell'Universal Century di Gundam, ma meno ne parlo maggiore sarà la vostra gioia nello scoprirlo, magari visionando il primo Gundam, poi lo Z, quindi il film “Il contrattacco di Char”. Limitatamente a questo episodio di Gundam Uniocorn si può dire che tutto, nel bene e nel male, parli di Char. Per intuirne la grandezza smisurata ascoltate le parole di Marida Cruz verso la fine dell'episodio che più o meno suonano così: con l'inizio dell'era spaziale qualcuno affermò che fosse finita l'era di Dio, poi gli spazianoidi trovarono un nuovo dio in Zion. Full Frontal è l'incarnazione di Zion: misericordioso con i deboli e alleati in tempo di pace, pilota infallibile e freddo in battaglia. Impossibile non parteggiare per lui. Anche quando non è in scena in questo episodio, Char è presente, basta una battuta, pronunciata mentre si visionano dei Mobile Suit presenti su una corazzata: “Guarda uno HyaKu Shiki”!(mezzo che Char guidava in Gundam Z, quando si faceva chiamare Quattro Bajeena e stava dalla parte della federazione... ma questa è un'altra storia)
Crescita di Banagher. Per meglio immergerci in questo quadro di confusione, dove il bianco è il nero, o meglio il rosso, il protagonista principale rimane fuori dai giochi per la maggior parte degli eventi e quando verso la fine ricompare è costretto a subire la realtà esterna, ad ascoltare e mettersi nei panni perfino dei suoi nemici! Nel primo film abbiamo assistito a un parto-bio-meccanico, la “nascità dello Unicorn”. Banagher con il sangue si innestava al sistema di guida e urlando letteralmente schizzava dal ventre meccanico della colonia, i sotterranei della Vist, scagliandosi sul povero Quattro Ali di Neo Zion. Ora che è fuori nello spazio, da quale parte del conflitto si schiererà? Anche qui il chara-design fa letteralmente dei miracoli nel delineare la fragilità di Banagher, il suo essere ancora poco più che un bambino nei confronti di persone adulte che, qui più che mai appaiono enormi. Dopo Cardias Vist, sembra che il giovane new type abbia di nuovo a che fare con figure adulte: alla ricerca di nuove figure di riferimento tanto quanto in previsione a ciò che lui stesso potrebbe diventare in futuro. Emergono almeno tre incontri di questo tipo: quello con Daguza, quello con Full Frontal e quello con Marida Cruz. Se il primo e il terzo avranno modo di iniziare un dialogo che si svilupperà in futuro, il secondo è il cuore pulsante della seconda parte della pellicola, il vero pezzo forte. Da questo Banagher esce quanto mai confuso, disturbato e minato nelle sue stesse certezze, tanto da esplodere nella scena seguente in una profonda crisi in cui il bianco e il nero, o il rosso, si confondono. Un Banagher tormentato, non si può dire ancora cresciuto, ma sicuramente dubbioso ed estremamente interessante.
Claustrofobia: se il primo episodio aveva squarci di cielo, qui ci si sente spesso ingabbiati, con un paesaggio chiuso e inscatolato dove pare non esserci aria respirabile. Palau con i suoi cunicoli e il cielo nero pece è opprimente e anche nella parte adibita a Full Frontal l'inquadratura induguia per un istante sul cielo-artificiale, per ribadire un secondo dopo che si trova inscatolato e nascosto dentro un cumulo di pietra. Affascinante la chiesa di Palau, sottolineata da cromatismi caldi con luce che riverbera dai neon lungo le pareti: il fatto che sia un ambiente chiuso non le impedisce di essere a suo modo interessante
Combattimento tra asteroidi: avevamo avuto un assaggio nel primo film, qui abbiamo un sacco d'azione invece, condita da magistrali scenografie di combattimento ed effetti speciali vari. La serie si comferma di assoluta pregevolezza per chi ama le scene d'azione. Se avete un bello stereo accendetelo: qui si fanno i numeri.
SPOILER, SPOILER, SPOILER, SPOILER, ANCORASPOILER E SEMPRE SPOILER NON LEGGERE O SPOILER, GUARDA CHE E' SPOILER, ESTREMAMENTE SPOILER.
Talko

martedì 11 dicembre 2012

La casa – Evil Dead – il remake


Un gruppo di amici decide di passare un fine settimana in una baita nel verde. In cantina trovano un libro maledetto che risveglierà forze oscure che  impediranno loro di andare via e che li sterminerà uno a uno fino a che qualcuno capirà come guarire dal contagio. Tagliando. Questo eroe armato di motosega cercherà di porre fine a tutto, dovendo prima affrontare i demoni che si muovono all'interno dei corpi morti dei suoi amici. Poi tutto si farà più strano. Evviva l'eroe che viene dal cielo per salvarci dai morti!

Un budget ridicolo, tanta intraprendenza, un gruppo compatto di persone a sostenere l'opera. Sam Raimi esordiva così, con un opera che faceva di necessità virtù, che cercava con l'ingegno di superare il vuoto cosmico del portafoglio produttivo. La tecnologia era diversa da oggi, molto diversa. Ora con una telecamera digitale a mano, a un prezzo contenuto, si può fare di tutto, si può fare un Paranormal Activity casalingo, un Blair Witch Project all'amatriciana. Ai tempi de “La casa” non era così: c'era la pellicola e i relativi problemi di conservazione, c'erano telecamere enormi e pesanti. Questo richiedeva che le produzioni fossero ingenti: una telecamera poteva solo spostarsi su binari per fare le carrellate, portarla a mano era un suicidio, serviva una maxi apparecchiatura per il sonoro, servivano dei set, bisognava pure pagare gli attori. Come poteva un neolaureato Raimi con quello che aveva in tasca fare qualcosa di più che un documentario sulle anatre? Piazzando le telecamere con imbragature speciali su delle moto e pregando che non si rompessero. Creando carrucole di fortuna su cui far volare le telecamere, sperando che non si rompessero, operando con filtri, maneggiando direttamente sulla pellicola per creare effetti speciali, sperando che non si rompesse. Utilizzando per il sangue barili di vernice rossa, sperando che non finisse per un errore di ciak (cosa che in La Casa 2 effettivamente successe! La produzione cercò allora altra vernice-rosso sangue e non trovandola passò alla vernice-nero sangue!). Creando effetti speciali non con il computer, che se non lavoravi alla light'n'magic il massimo che potevi fare era guardare un livello in sedici colori del tetris, non con gli animatronic, complessi robot -marionette semoventi e carissimi, utilizzati in Gremlins come in Alien, ma ricorrendo alla più abbordabile...plastilina (vedere il finale de La casa per crederci, è uno stop motion incredibilimente simile a... a una versione malata del cartone per bambini Pingu)! Con tali limiti gli attori necessariamente dovevano bucare lo schermo o almeno essere moooolto convincenti e le musiche dovevano risultare adeguate. Viste le variabili in gioco è sorprendente che ne sia uscito qualcosa, ma non è stato tutto un caso, è stata la ferrea disciplina e professionalità di uno dei più importanti registi odierni a fare la differenza. Quello che ne seguì è storia. Un altro film, almeno un altro paio di pellicole che non c'entrano una mazza ma che in Italia arrivano come La casa 3 e La casa 4 (Chi è sepolto in quella casa, con William Katt, il tizio di Ralph Supermaxieroe, film comunque bellissimo) e poi il terzo episodio, L'armata delle Tenebre. Da allora si è parlato sempre di un sequel, ma Raimi ha volato sempre più alto, da Dark Man al noir Soldi Sporchi, dal western con Crowe, Di Caprio e la Stone (Pronti a morire) alla trilogia di Spiderman (anni luce dallo Spiderman “fighetto” del reboot, che comunque ha pure lui il suo perchè... ne riparleremo...). Poi Raimi produce e ne saltano fuori ancora bei film come The Boogeyman (che a me e pochi altri sul pianeta è pure piaciuto... non possono tutte le ciambelle uscire con il buco), come Possession, The Skeleton Key, come il remake americano di The Grudge, produce serie tv come Hercules, Xena e il più recente Spartacus. Un piccolo impero quindi, ma senza dimenticare gli amici e le sue origini. Si sperava che quel La casa - davvero - numero 4 fosse lì lì per materializzarsi, che Ash - Bruce Campbell - avrebbe nuovamente brandito Remington doppia canna (che trovate nei magazzini Smart, i migliori d'America) e motosega di ordinanza. Ma si è scelta una via diversa e forse più giusta: come Apollo Creed ha dato a Stallone la possibilità di cimentarsi con un grande pubblico, Raimi chiede al giovane Fede Alvarez di dirigere una nuova versione de La Casa – Evil Dead. Quando Raimi ha messo in piedi il suo self-made-horror aveva il fuoco della gioventù, l'estro e la fantasia a palla e solo altro sangue giovane poteva trovare in sé altrettanta energia. Presupposto nobile, ottimo se tutti i giovani registi fossero al livello creativo del giovane Raimi. 
Vedremo cosa ne uscirà questa estate, quando il film si paleserà nelle sale, con la sicurezza però che la supervisione di Raimi e Campbell è costante, presente ad ogni giorrno sul set, fornendo vigilanza, consiglio e ordine ai lavori. Lo spirito è lo stesso, il budget contenuto (ma comunque infinitamente più ampio rispetto ai “mezzi” dell'epoca e per fare ottimi effetti speciali oggi si può comunque non dover spendere necessariamente un capitale. Tra gli attori Shiloh Fernandez, noto per essere stato visto in Cappuccetto Rosso Sangue e Gossip Girl (e detestando il personaggio di Gossip Girl spero che in questo Evil Dead muoia – parliamo di finzione cinematografica – nel modo più macabro possibile: tipo amputato, sbudellato, farcito, sminuzzato e ridotto a carne trita e infine impiattato con patate novelle e olio a crudo... ovviamente auguro questo al personaggio di Gossipi Girl, non a Fernandez che è invece un valido attore), Jessica Jucas, vista in Cloverfield (a quando il sequel?), e altri volti più o meno noti. Quindi più o meno tutti esordienti di belle speranze. Speriamo bene.
Potrà mai la saga sul Necronomicon continuare senza Bruce Campbell, il leggendario Ash del reparto ferramenta, seppure Bruce Campbell sia insieme a Raimi, a curare la produzione della pellicola? Non ci è dato saperlo per ora, ma sappiamo che è in atto una guerra silenziosa per dare la certificazione “R” alla pellicola, condizione indispensabile per creare un'opera estrema senza necessariamente cadere tra le forbici della censura, che per avere due pischelli in più al cinema svuota di senso sempre più pellicole che nascerebbero per essere horror.
Quindi arriviamo al flano, al poster originale. Linea aggressiva “il più terrificante film a cui potrai mai assistere”...Speriamo sia vero!.
Potevamo lasciarvi senza un trailer? A letto i piccini.


Se avremo update vi faremo sapere. 
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